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90 anni fa l’eccidio di Spalato

Quei due militari mandati allo sbaraglio e poi dimenticati

Domenica 11 luglio ricorreva il 90° anniversario dell’eccidio di Spalato, in cui persero la vita il capitano Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi. Pochi ne parlano, mentre le stesse Forze armate evitano di commemorare quei due militari in servizio. Eppure Gulli fu decorato di medaglia d’oro al valor militare e Rossi di medaglia d’argento, naturalmente alla memoria. Perché questo silenzio, questo disinteresse, questo imbarazzo? La risposta è che si tratta di un argomento assai scomodo per lo Stato italiano, che mandò allo sbaraglio dei propri soldati per un obiettivo solo tattico, senza consentire loro di reagire adeguatamente agli attacchi e senza poi render loro giustizia.

Ma cosa accadde l’11 luglio 1920 nella città costiera dalmata? La versione dei fatti fu da subito controversa: oltre a quella ufficiale italiana si ebbe quella ufficiale jugoslava, quella ufficiale americana e quella ufficiale britannica, tra loro non sempre collimanti. Naturalmente poi ognuno tirò l’acqua al suo mulino, come spesso accade nelle ricostruzioni “di Stato”.

Spalato era provvisoriamente governata e presidiata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS), nell’interminabile attesa della definizione del confine italo-jugoslavo. L’area di occupazione armistiziale italiana della Dalmazia si fermava poche decine di chilometri a nord-ovest e non comprendeva le isole prospicienti. Ma dal 9 novembre 1918 erano presenti in porto navi francesi e dalla fine di dicembre anche una nave italiana. Dal 25 febbraio 1919 inoltre le forze inter-alleate, sotto il comando di un ammiraglio statunitense, si erano assunte il compito di vigilare sul mantenimento dell’ordine in città.
Il giorno della strage Tommaso Gulli e Aldo Rossi erano rispettivamente il comandante e il fuochista dell’ariete torpediniere “Puglia”, che dal 12 gennaio 1919 sostava in rada davanti a Spalato per tutelare la popolazione autoctona di sentimenti italiani minacciata dai nazionalisti slavi, fornirle viveri e sussidi, affermare il prestigio dell’Italia quale potenza vincitrice, tenere un piede nella Dalmazia centrale durante le trattative di pace e raccogliere informazioni a terra.
Il 12 luglio 1920 anche a Spalato si sarebbe celebrato il compleanno (genetliaco) del re jugoslavo Pietro. La sera prima il capitano dell’esercito SHS Lovrić vi tenne un comizio fortemente anti-italiano, che infiammò gli animi dei nazionalisti presenti. Tale manifestazione era in contrasto con il proclama emesso il 25 febbraio 1919 dal “Comitato inter-alleato degli ammiragli per l’applicazione delle clausole dell’Armistizio in Adriatico”, che proibiva fra l’altro «ogni oltraggio con parole e con gesti verso gli ufficiali o marinai o soldati delle Nazioni Alleate», «ogni assembramento tumultuoso» e «ogni manifestazione contraria agli Alleati».

Due ragazzi avrebbero provocatoriamente issato una bandiera jugoslava sulle rive nelle vicinanze del “Puglia”. Due sottufficiali della nostra Marina Militare l’avrebbero sequestrata e portata a bordo della nave. A quel punto scalmanati croato-jugoslavisti avrebbero assaltato un caffè frequentato dai filo-italiani della città, distruggendone le insegne. Non contenti, avrebbero anche aggredito e ferito due ufficiali italiani. Un terzo ufficiale dal “Puglia” avrebbe raggiunto terra per condurli in salvo, ma i manifestanti glielo avrebbero impedito dando inizio a uno scontro a fuoco. Allora il comandante Gulli con un motoscafo MAS si sarebbe portato dal “Puglia” verso la banchina del porto, la quale però era occupata dai dimostranti anti-italiani. Gulli stava ancora parlamentando con il capo della Polizia di Spalato quando sarebbe scoppiata una bomba vicino alla sede di una banca causando un morto (non italiano) e vari feriti. Ne sarebbe seguita una sparatoria tra militari SHS e italiani; non è chiaro se fece fuoco anche qualche civile. Fatto sta che Rossi sarebbe rimasto subito ucciso, mentre Gulli e il sottocapo meccanico Pavone sarebbero stati gravemente feriti e poi riportati sul “Puglia”. Pavone sopravvisse, mentre Gulli, malgrado un intervento chirurgico, morì la mattina del 12 luglio.

La motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a Tommaso Gulli ricostruì in questo modo gli eventi: «Comandante della Regia Nave Puglia a Spalato, avendo avuto notizia che i suoi ufficiali erano assaliti da una folla di dimostranti, si recava prontamente a terra con motoscafo, consciamente esponendosi a sicuro rischio di vita, col solo nobile scopo di proteggere e ritirare i suoi ufficiali. Fatto segno a lancio di bombe e scarica di fucileria, benché ferito a morte, nascondeva con grande serenità di spirito la gravità del suo stato e, con contegno eroico e sangue freddo ammirabile, manteneva l’ordine e la disciplina fra i suoi subordinati, evitando che nell’eccitazione degli animi il MAS con cannone e poi la Puglia colle artiglierie usassero rappresaglia. A bordo sottoposto ad urgente operazione chirurgica, moriva poco dopo, fulgido esempio di alte virtù militari».

Tale versione dà merito al saggio e valoroso Gulli di non aver reagito alla violenza subita con una violenza ancora maggiore, evitando così un possibile massacro che avrebbe potuto ripercuotersi assai negativamente sia sugli italiani di Spalato sia sulle trattative italo-jugoslave per il confine.
È anche vero tuttavia che il governo italiano non ordinò come risposta a questo autentico atto di guerra né l’invio di rinforzi, né lo sbarco di marinai a terra, né l’occupazione provvisoria della città per imporre il ritorno all’ordine e punire i colpevoli. Il motivo era molto semplice: il governo Giolitti, insediatosi il 15 giugno 1920, non mirava all’annessione di Spalato e difatti non la richiese mai. Quello verificatosi era pertanto solo uno spiacevole incidente che non andava rinfocolato per non compromettere il raggiungimento degli obiettivi cari al governo. Questi vennero raggiunti il 12 novembre successivo con la firma del Trattato di Rapallo, il quale assegnò l’intera Dalmazia al Regno SHS, salvo Zara e i minuscoli arcipelaghi di Lagosta e Pelagosa.

A questo punto resta da chiedersi: il capitano Tommaso Gulli e il marinaio Aldo Rossi furono vittime solo del nazionalismo jugoslavista, lo stesso che causò poi il secondo esodo dei dalmati italiani (1921-1941) e perseguitò i pochi che rimasero nella propria terra ancestrale divenuta jugoslava? O furono anche vittime del governo di Roma, che li aveva abbandonati senza consentire loro di difendere validamente né se stessi né i filo-italiani di Spalato?

Per rispondere a queste imbarazzanti domande vediamo di chiarire alcuni punti essenziali.

1. Il governo di Vittorio Emanuele Orlando, in base all’armistizio con l’Austria-Ungheria del 3 novembre 1918, non fece occupare Spalato, come nemmeno Traù, Ragusa, Cattaro e le isole di Brazza, Solta, Bua e Zirona (appartenenti all’arcipelago spalatino), che il Patto di Londra del 26 aprile 1915 aveva destinato all’allora Regno di Serbia in caso di vittoria dell’Intesa. Il motivo ufficiale di tale rinuncia era che, il 31 ottobre 1918, il Consiglio Supremo Interalleato di Parigi aveva riconosciuto all’Italia il diritto di occupare provvisoriamente solo i territori stabiliti dal Patto di Londra.

2. Nella prima decade di novembre però l’Impero Austro-Ungarico collassò e furono le nuove autorità del costituendo Regno SHS – ben più ampio del Regno di Serbia! – a prendere possesso dell’intera Dalmazia centro-meridionale. Dunque la situazione politica era radicalmente mutata a sfavore dell’Italia. Rispondendo all’accorato appello degli italiani del posto, il 15 novembre 1918, lo stesso governo Orlando autorizzò pertanto l’occupazione di Veglia (dove i croati delle campagne si dimostrarono fortemente ostili) e Arbe, isole alto-adriatiche che il Patto di Londra non aveva attribuito all’Italia. Perché non fece altrettanto anche con Spalato e le altre località della Dalmazia centro-meridionale a rilevante presenza italofona autoctona? Tanto più che, fin dal 4 novembre, lo stesso Orlando aveva imposto agli alleati la presenza militare italiana a Fiume…

3. Il governo non fece occupare Spalato nemmeno dopo le gravi violenze compiutevi dagli jugoslavisti contro la popolazione locale italofona (o comunque filo-italiana) il 9 novembre 1918, le disperate implorazioni di quest’ultima e il licenziamento, il 3 dicembre 1918, dei funzionari pubblici spalatini rifiutatisi di giurare fedeltà al Regno SHS.

4. Per giunta, nel gennaio 1919, il governatore militare della Dalmazia Enrico Millo non volle prendere possesso di alcune fasce confinarie di territorio garantite dal Patto di Londra proprio a monte di Spalato e Traù. Certo: erano totalmente slavofone, ma come tutto l’entroterra zaratino e sebenzano! Perché non si rinunciò a gran parte di queste desolate aree dalmate interne (specie quelle abitate da serbi, allora i più ostili agli italiani) e, nella Carniola, alla slovena Longatico (che dopo Rapallo comunque si sgomberò), barattandole con Spalato, Traù e le isole antistanti? Ci si sarebbe potuti limitare all’occupazione di una sottile fascia costiera tra Zara e Spalato con le relative isole: in fondo gli italiani della Dalmazia centro-settentrionale erano concentrati lì… Il doppio precedente dell’occupazione di aree non previste dal Patto di Londra e della mancata occupazione di altre pur previste c’era già: perché non continuare su quella strada, invece di arroccarsi su un documento del 1915 che gli USA non riconoscevano ai fini della delimitazione della futura frontiera italo-jugoslava? L’ottuso oltranzismo di volere aree interne semi-disabitate ma slavofone impedì di impossessarsi di quelle costiere e insulari dove esisteva ancora un’antica popolazione italiana e che erano assai più importanti sul piano sia economico che strategico-militare. Che senso aveva rimanere astrattamente abbarbicati a un Patto di Londra che l’Italia stessa stava violando sia per eccesso che per difetto?

5. Solo dopo le nuove violenze jugoslaviste del 23 dicembre 1918 il governo italiano si degnò di spedire nel porto di Spalato il cacciatorpediniere “Riboty”, sostituito il 12 gennaio 1919 con l’ariete torpediniere “Puglia”. Ma non erano certo le ammiraglie della nostra Marina Militare... Se si voleva intimorire davvero gli jugoslavi e creare i presupposti per una reazione efficace in caso di nuovi attacchi ai nostri connazionali spalatini, bisognava mandare più di una nave o almeno un incrociatore o una corazzata. In realtà i governi Orlando e Nitti si limitarono a tale debole soluzione compromissoria perché alla Conferenza della pace di Parigi non rivendicarono mai Spalato, Traù e le rispettive isole.

6. La nave “Puglia” rimase dunque nel porto di Spalato senza un vero scopo strategico. Infatti, aiutare materialmente i connazionali della città e cercare di convincere il maggior numero di spalatini a parteggiare per l’Italia, senza che il nostro governo operasse sul piano diplomatico per l’annessione, servì solo a irritare i bellicosi jugoslavisti, i quali interpretarono quella presenza come una intollerabile provocazione e come il preannuncio di una possibile occupazione italiana anche di Spalato.

7. Lo stazionamento di un solo ariete torpediniere non poteva nemmeno bastare a garantire ai filo-italiani una reale protezione contro gli attacchi nazionalisti ogni qual volta i rapporti italo-jugoslavi si deterioravano. Infatti nuove aggressioni contro i patrioti italiani di Spalato si verificarono in particolare nel febbraio 1919, nell’ottobre 1919, nel novembre 1919 e nel gennaio 1920. Da notare che, fra gli assaltatori jugoslavisti, molti erano esuli provenienti dalle province di Zara e Sebenico occupate dalle nostre truppe…

8. La mera presenza del “Puglia” nel porto di Spalato non poteva garantire nemmeno l’incolumità del suo non folto equipaggio. E lo si vide sia il 24 febbraio 1919, con l’aggressione ad alcuni nostri ufficiali di Marina, sia lo stesso 11 luglio 1920. L’ancoraggio in rada di quella poco minacciosa nave si rivelò dunque una presa in giro e al tempo stesso un boomerang sia per i filo-italiani di Spalato, ostaggi dei croato-jugoslavisti, sia per gli stessi nostri soldati.

9. Il governo di Giovanni Giolitti, che subentrò a Nitti il 15 giugno 1920, rinunciò da subito a Spalato, come a tutto il resto della Dalmazia costiera salvo Zara. Di conseguenza abbandonò a se stessi tanto gli spalatini filo-italiani quanto gli uomini del “Puglia”, che erano impossibilitati sia a difenderli sia a difendersi davvero. Infatti non erano autorizzati a fare di più che, eventualmente, rispondere al fuoco, ma con moderazione. La loro presenza, residuo di un recente passato, costituiva solo una delle tante forme di pressione sul Regno SHS per ottenere ciò che importava veramente al presidente Giolitti e al suo ministro degli Esteri Sforza: il confine terrestre lungo le Alpi Giulie e il fatidico Monte Nevoso fino alle porte di Fiume, con in più l’enclave di Zara.

10. Quella sera dell’11 luglio 1920 Tommaso Gulli sapeva di non poter contare né su rinforzi militari né su un vero appoggio politico da parte del suo governo in caso di attacco jugoslavo. Non era autorizzato a provocare, in caso di effettiva necessità, una guerra con il Regno SHS. Pertanto l’ordine, tanto lodato nella medaglia d’oro, di non reagire al fuoco dei militari SHS bombardando la città fu la lucida e realistica conseguenza di tale consapevolezza, oltre che del suo encomiabile equilibrio. Dopo lo scontro, infatti, Roma gettò acqua sul fuoco e le proteste diplomatiche di fronte a un simile atto di guerra furono blande: Spalato non valeva certo un pericoloso conflitto con il Regno SHS, che pure si trovava allora sempre più isolato all’esterno e in difficoltà all’interno…

11. Possiamo pertanto affermare che Tommaso Gulli e Aldo Rossi furono vittime anche dell’ignavia e dell’indifferenza del governo Giolitti.

12. La tragica beffa ai danni sia dei filo-italiani di Spalato sia dei marinai dell’ariete-torpediniere “Puglia, e in particolare di Gulli e Rossi, fu completata con la firma, il 12 novembre 1920, del Trattato di Rapallo. In spregio al principio di nazionalità, le località slavofone di Idria, Postumia, Plezzo, San Pietro del Carso, Sesana e Villa del Nevoso divennero italiane; di converso, le città a storica presenza italofona di Spalato, Veglia, Curzola, Lesina, Traù, Ragusa e Cattaro divennero jugoslave. Era il frutto di una volontà di espansione e maggiore sicurezza militare a nord-est, non certo di liberazione di tutti gli italiani irredenti.

13. Il sacrificio di Gulli e Rossi fu dunque inutile ai fini della difesa dei nostri connazionali di Spalato e di Dalmazia (Zara e Lagosta escluse).

Non è un caso che lo Stato italiano abbia dimenticato quei suoi due coraggiosi militari: sono troppo imbarazzanti perché ne mettono in evidenza gli imperdonabili peccati di omissione.

Paolo Radivo

 

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