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Il Libero Comune di Pola in Esilio ha presentato le sue ultime pubblicazioni la mattina del 20 ottobre.
L’Arena di Pola”: Pagine scelte 1948-1960
“L’Arena di Pola” 1945-1947
L’esodo dimenticato
L’Arena di Pola”: Pagine scelte 1948-1960
Argeo Benco, attuale assessore ed ex sindaco dell’LCPE, ha esordito lodando le belle iniziative degli esuli fiumani appena esposte da Marino Micich e Guido Brazzoduro e spiegando che l’LCPE ha iniziato da oltre una decina d’anni un processo di riavvicinamento ai polesani “rimasti”, a partire dalle cerimonie comuni per le Vittime della strage di Vergarolla e per i Defunti, ed ha coltivato un rapporto positivo sia con la Comunità degli Italiani sia con la parte culturale della città, in particolar modo con l’Università e il Museo Archeologico dell’Istria. Tale collaborazione ha reso possibile nel 2012 il convegno a Pola sul prof. Mario Mirabella Roberti, con tre relatori italiani e tre croati, due dei quali hanno parlato in italiano. A breve il Museo ne pubblicherà gli atti in italiano e in croato con un riassunto in inglese. Il 18 agosto 2011 una trentina fra esuli e residenti, tra cui l’on. Furio Radin, si sono recati in pellegrinaggio alla foiba di Vines, su iniziativa di Francesco Tromba. Negli ultimi tre anni i Raduni hanno avuto luogo sempre a Pola riscuotendo un notevole successo di partecipazione. In tale ambito sono stati effettuati pellegrinaggi alle foibe di Terli e Surani d’intesa con l’Unione Italiana.
Il relatore ha precisato che il primo nucleo attivo di esuli polesi in Italia si formò nel 1952 a Novara e da allora si riunì ogni anno. Nel 1967 prese forma l’Unione del Comune di Pola, che nel 1995 fu costituita ufficialmente presso un notaio con il nome di Libero Comune di Pola in Esilio.
L’assessore Benco ha poi illustrato, valendosi di immagini e schede in PowerPoint, l’intera collana delle Pagine scelte de “L’Arena di Pola” dal 1948 al 2000, ovvero del periodo goriziano post-esodo, quando l’organo di stampa usciva a cadenza settimanale. L’opera, composta da quattro volumi per un totale di 731 pagine con alcune immagini originali in bianco e nero, è stata realizzata nell’arco di 9 anni. Lo scopo è quello di preservare e divulgare un patrimonio giornalistico di valenza sia storico-documentale sia affettiva, che permette di scoprire o riscoprire eventi, luoghi, tematiche, personaggi e autori di ieri. La collana, edita con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, è dedicata alla memoria di quanti hanno collaborato nel tempo con il giornale e vuol essere in particolare un omaggio a Pasquale De Simone, che lo diresse per oltre 50 anni fino al 2000 da Gorizia.
Il primo volume, di 184 pagine, comprendente i 20 anni dal 1981 al 2000, uscì nel 2004. Il secondo, di 190 pagine, che tratta i 10 anni dal 1971 al 1980, vide la luce nel 2008. Il terzo, di 175 pagine, relativo ai 10 anni dal 1961 al 1970, fu pubblicato nel 2011. Il quarto e ultimo, di 183 pagine, inerente i 13 anni dal 1948 al 1960, è andato in stampa nel 2013; distribuito ai soci-abbonati partecipanti all’ultimo Raduno, è stato di recente spedito per posta a tutti gli altri, oltre che a biblioteche, archivi e associazioni. Il primo volume fu curato dal compianto ammiraglio polese Guglielmo Belli, mentre gli ultimi tre sono a cura di Argeo Benco.
Si è compiuto un percorso a ritroso nel tempo cominciando dalle ultime annate, poiché all’inizio più facilmente reperibili per la Redazione, allora da poco trasferitasi a Trieste. In ognuna delle 2.575 “Arene” settimanali del periodo 1948-2000, per un totale di oltre 15.000 pagine, compare almeno un articolo interessante, ma purtroppo ragioni economiche non hanno consentito di riproporli tutti. Quelli selezionati, tra i più significativi, sono stati scansionati con un programma OCR e infine confrontati con gli originali onde evitare refusi. Gli argomenti che trattano sono i più vari.
Il quarto e più recente volume contiene 128 articoli scritti da 84 autori diversi. Di questi il 41% riguarda tradizioni e cultura locale, il 27% personaggi, il 17% eventi del dopoguerra e il 15% riferimenti storici e leggende. Fra il 1948 e il 1960 uscirono in tutto 662 numeri del settimanale. Hanno coadiuvato il curatore nella realizzazione dell’opera il figlio Enrico, la moglie Renata, l’allora direttore Silvio Mazzaroli, nonché gli allora assessori Salvatore Palermo e Graziella Cazzaniga.
Le annate del giornale dal 2000 in poi sono interamente scaricabili in pdf dal sito www.arenadipola.it.
“L’Arena di Pola” 1945-1947
Paolo Radivo, direttore de “L’Arena di Pola” e segretario dell’LCPE, ha illustrato i tre voluminosi e ponderosi tomi contenenti le riproduzioni anastatiche in carta patinata delle annate 1945-47 del giornale. Il primo va dal 29 luglio 1945 al 23 marzo 1946, il secondo dal 24 marzo al 20 novembre 1946, il terzo dal 21 novembre 1946 al 24 dicembre 1947.
L’impegnativa e costosa operazione, coordinata da Argeo Benco, è consistita nel raccogliere tutti i 591 numeri del giornale (131 del 1945, 307 del 1946 e 153 del 1947) conservati rispettivamente nella nostra Redazione (lascito dell’esule polese Tullio Gabrielli), nella Biblioteca Universitaria di Pola, nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia e nell’archivio del consigliere Lino Vivoda. Il giovane Andrea Battolla li ha fotografati con metodo professionale fornendone un’immagine nitida e ripulita. Alcune foto si devono poi a Luca Tedeschi. Del reperimento dei numeri presenti a Pola e a Gorizia si sono occupati rispettivamente Argeo Benco e la consigliera Maria Rita Cosliani. L’introduzione è di Silvio Mazzaroli, direttore dal gennaio 2003 al giugno 2013. L’opera, finanziata dal Governo italiano tramite la legge 72/2001, mette a disposizione del pubblico l’introvabile serie completa 1945-47, comprendente il periodo polese, il primo periodo triestino e gli inizi di quello goriziano. In tal modo si è voluto preservare un bene prezioso di valore storico-documentale.
Il giornale uscì: a Pola dal 29 luglio 1945 al 14 maggio 1947 dal martedì alla domenica su 2 pagine (salvo le edizioni a 4 pagine del 1° gennaio ’46, 1° maggio ’46 e 1° gennaio ’47); a Trieste dal 23 maggio al 31 luglio ’47 il lunedì, il mercoledì e il venerdì; a Gorizia dall’11 settembre ’47 come settimanale su 4 pagine (con il numero speciale del 24 dicembre su 8 pagine). Ebbe un formato di 5 colonne dal 29 luglio al 27 settembre ’45 e, con un progressivo ingrandimento, di 6 dal 28 settembre al 22 novembre ’45, e di 7 dal 23 novembre ’45 al 20 gennaio ’47. Fu quest’ultimo anche il periodo di maggior diffusione, con picchi di 7.000 copie vendute su oltre 30.000 abitanti. Dal 21 gennaio (con un’anticipazione il 14 gennaio) al 28 luglio ’47 si ridusse a 5 colonne su formato più piccolo. Il triste ridimensionamento anche di notizie dipese, oltre che da difficoltà tecniche, dalla contrazione sia delle copie vendute sia del personale per l’esodo in corso. Il numero speciale del 31 luglio tornò nuovamente su 7 colonne. Dall’11 settembre al 24 dicembre ’47 il settimanale uscì su 6 colonne. Per adeguare i formati variabili de “L’Arena” a quello dei tre volumi, alcune riproduzioni sono state rimpicciolite, altre ingrandite.
Il prezzo fu di 2 lire dal 29 luglio al 30 settembre 1945, 3 dal 2 ottobre ’45 al 5 marzo ’46, 4 dal 6 marzo al 14 novembre ’46, 5 dal 15 novembre ’46 al 14 maggio ’47, 6 dal 23-24 maggio al 4-5 giugno ’47, 8 dal 6-7 giugno al 28-29 luglio 1947, 10 il 31 luglio, 15 dall’11 settembre al 29 novembre ’47, 20 dal 6 al 14 dicembre ’47 e 30 il 24 dicembre ’47.
Il Comitato Cittadino Polese promosse la nascita del giornale attraverso una sottoscrizione popolare. Essendone il proprietario, ne designò il consiglio di amministrazione. Il primo numero uscì quando il Governo Militare Alleato non aveva ancora ultimato il passaggio dai “poteri popolari” all’amministrazione civile filo-italiana. Il CCP si trasformò l’11 agosto ’45 in Comitato di Liberazione Nazionale di Pola. Ne facevano parte Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano e Partito Socialista Italiano. Sotto la testata comparve fino al 9 febbraio ’47 la dicitura «Quotidiano democratico d’informazioni», dal 12 febbraio ’47 al 31 luglio ’47 «Bollettino d’informazioni del CLN» e dall’11 settembre ’47 al 24 dicembre «Settimanale del Movimento Istriano Revisionista».
Nel periodo polese la prima pagina presentava notizie di agenzia dall’Italia e dal mondo, quelle di maggior rilievo riguardanti Pola, nonché editoriali, commenti e proclami del CLN o dei partiti membri. La seconda pagina riportava sotto la dicitura All’ombra dell’Arena articoli di cronaca cittadina, appuntamenti, orari di cinema e teatri, elargizioni, compravendite, oggetti smarriti, pubblicità e varie. Eccetto i principali articoli titolati su più colonne, specie in seconda l’impaginazione era continua, a “tamburino”, per guadagnare spazio.
Direttore dall’agosto 1945 a fine gennaio 1947 fu il socialista Guido Miglia, giovane insegnante polese già ricercato dai nazi-fascisti per attività cospirativa, che impresse una linea editoriale democratica, antifascista, repubblicana e filo-operaia. Sfidò i titoisti sul loro stesso terreno per eroderne il consenso tra i ceti popolari. Si rivolse direttamente ai lavoratori smentendo che avrebbero potuto emanciparsi solo in Jugoslavia, dove un marxismo di facciata celava un aggressivo imperialismo, e cercò di convincerli che la nuova Italia avrebbe fornito loro tutti gli strumenti necessari al riscatto sociale.
La coraggiosa e intelligente politica della “mano tesa” verso i ceti popolari non sempre trovò il consenso dell’intero CLN. Miglia tuttavia non desistette e con il dialogo riuscì a fidelizzare all’“Arena” non pochi lettori proletari, favorendone il distacco dal movimento jugo-comunista o quantomeno una crisi di coscienza. Dopo i ripetuti ignominiosi attacchi de “Il Nostro Giornale”, per spaccare il fronte annessionista agevolò la nascita di una sezione polese del PCI, che tuttavia non aderì al CLN e non riuscì a calamitare molte adesioni.
Fino all’aprile 1946 “L’Arena” spalleggiò il Governo De Gasperi, giustificò la “Linea Wilson” (senza Zara e Fiume), rassicurò i lettori sull’esito delle trattative e appena dal 18 maggio, in sintonia col CLN e in difformità dal Governo ma quando ormai la partita era già chiusa, perorò il plebiscito come prima scelta con in subordine la Linea Wilson. Accusò con sempre maggiore frequenza i Quattro Grandi di mercanteggiare il destino dei popoli in barba al principio di autodeterminazione. Fino al luglio ’46 pubblicò spesso titoli a caratteri cubitali, sintomo di combattività e residua fiducia nel mantenimento di Pola all’Italia o almeno nella sua assegnazione al Territorio Libero di Trieste. Poi basta: la demoralizzazione crebbe di pari passo con i rimproveri alla debole politica governativa. L’ultimo titolo a tutta pagina fu quello successivo alla strage di Vergarolla. La mestizia e il disappunto presero il sopravvento in vista dell’esodo, considerato ormai inevitabile.
A fine gennaio subentrò quale direttore il democristiano dignanese Corrado Belci, che gestì il giornale nell’avvilente periodo dell’esodo e del trasferimento prima a Trieste e poi a Gorizia. Con lui cessarono gli attacchi al Governo, nel frattempo privatosi della componente social-comunista, ma non quelli ai titini e all’amministrazione anglo-americana.
Gli interessati ai tre volumi possono scriverci all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonare allo 040 830294. Se abitano a Trieste o comunque vi si recano con facilità potranno prelevarli alla tipografia ArtGroup di via Malaspina 1 previo accordo, onde evitare la spedizione postale, costosa e difficile vista la voluminosità e pesantezza dell’opera. Queste le condizioni: 1) per biblioteche, archivi e istituti di ricerca gratis; 2) per soci-abbonati e ricercatori offerta libera; 3) per tutti gli altri offerta di almeno 60 euro o, in alternativa, di almeno 50 euro (20 per i tomi + 30 per l’abbonamento/iscrizione).
L’esodo dimenticato
Successivamente il sindaco dell’LCPE Tullio Canevari ha presentato il librettino-tesina (49 pagine) di Erica Cortese L’esodo dimenticato. “La guerra è la lezione della storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, allegato a “L’Arena di Pola” dell’ottobre 2010. Quando lo scrisse, la giovane genovese, nipote di esuli, aveva 18 anni e frequentava la V Liceo scientifico. Canevari ha definito il testo «molto documentato, completo e sentito», gustando in particolare il nostalgico commento finale riferito ai parenti esodati della ragazza: «Ma a Pola era un’altra vita!». Un apprezzamento che assomiglia a quello formulato dal nipotino dello stesso sindaco durante la sua prima visita alla città quando disse: «Pola è un posto magico». Il volumetto è scaricabile dal sito www.arenadipola.it alla voce “Inserti”. «Simili produzioni – ha affermato Canevari – sono utili perché servono a far conoscere correttamente le nostre tematiche al di fuori del nostro ristretto mondo».
Il sindaco ha poi ricordato il volume collettaneo Ierimo del Filzi (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010, con 170 immagini d’epoca), cui ha contribuito quale ex studente del convitto “Fabio Filzi”, che dal 1948 a Grado e dal 1950 a Gorizia ospitò per anni tanti ragazzi profughi curandone in particolare l’attività sportiva, corale e teatrale e lasciando in loro un segno indelebile in termine di formazione ai valori.
Quanto agli esuli fiumani, Canevari ha dichiarato in tutta sincerità di provare una sana invidia per le cose che loro sono riusciti a fare mentre gli esuli polesi ancora no, come ad esempio farsi ricevere dal sindaco della propria città.
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Quelle tombe parlano italiano
E’ stato presentato alla Comunità degli Italiani di Pola venerdì 25 ottobre il volume del giovane storico connazionale Raul Marsetič Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947), edito dal Centro di Ricerche Storiche grazie al patrocinio dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste. Una monumentale opera di ben 948 pagine riguardante 1.500 tombe, che fa parte della “Collana degli Atti” n. 35. La sala era gremita. La presidente dell’Assemblea della CI Tamara Brussich ha dato la parola per i saluti ai rappresentanti delle istituzioni presenti, tra cui il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Tullio Canevari, che ha ricordato quanta parte abbia Monte Ghiro nel cuore degli esuli. Dopo l’introduzione del prof. Rino Cigui, il prof. Giovanni Radossi, direttore del CRSR, ha pronunciato l’allocuzione ufficiale:
La storia, si sa, è analisi dei grandi problemi, ricerca dei nessi che condizionano le vicende umane, scandite dal conflitto eterno al di fuori e al di sopra di ogni specifico momento storico, che è di ogni uomo e di ogni collettività, fra libertà e necessità. Essa è un mondo di valori per cui i ricercatori del nostro Centro si sono trovati a lungo dibattuti tra politica e sopravvivenza individuale e collettiva, ma risoluti nella rivendicazione della funzione civile della storia, perché da sempre convinti che essa costituisce, insieme con l’eredità delle nostre tradizioni, la base delle nostre opinioni morali e politiche, delle nostre “ideologie”, dei nostri miti, della nostra concezione del mondo.
La storiografia che non sia semplice accertamento dei fatti è figlia del proprio tempo, ed è battaglia di idee e di ideali. La nostra preoccupazione massima e costante è stata quella di individuare il legame che esiste tra storia del passato e contemporaneità, legame oltremodo specifico del nostro mondo minoritario, da quando si è voluto artatamente che minoritario fosse, più di sessant’anni fa, in barba alla nostra reale e patente onnipresenza sul territorio del nostro insediamento.
La comunità italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, risulta tuttora ben radicata nel tessuto sociale; ciò deriva in primo luogo dal carattere autoctono della sua presenza, dalle origini remote di tale autoctonia da ricercarsi in epoche storiche che hanno segnato l’area adriatica orientale molto tempo prima della comparsa del concetto di nazione. In altre parole, nel definire lo specifico nazionale della nostra etnia, dovuto a peculiari requisiti ambientali e storici, all’accumularsi generazionale di un retaggio culturale-linguistico e di tradizioni e costumi particolari, è impossibile ignorare o sottovalutare il riferimento ad esperienze e cognizioni precedenti quali quelle della temperie culturale giuliano-veneta, che hanno lasciato un’impronta indelebile sulla nostra fisionomia.
La forte curiosità di ricerca ci ha spinto a tentare di cogliere, di intuire le ragioni o le pulsioni che sono state alle origini di determinati comportamenti fuori, ma soprattutto dentro il nostro piccolo universo. E abbiamo così colto il richiamo ai “luoghi”, alle “culture”, alle strutture, alle ideologie che tanto duramente hanno colpito il nostro essere minoritario. La ricerca storico-sociologica, poi, ci ha reso possibile scendere, penetrare nelle pieghe più remote dell’animo dei “protagonisti”, e vederne gli aspetti sufficienti ma anche gli impulsi meno nobili, le loro incoerenze: sempre per cercare di capire, mai con lo spirito del censore. In effetti, lo studio del passato unito all’interpretazione del presente ci ha immerso nella totalità della nostra vita sociale, morale ed intellettuale per permetterci di caratterizzarla e di esserne caratterizzati, poiché è stata ed è ancor sempre nostra convinzione quella che la funzione civile e formativa della storia (in ispecie se riferita a gruppi nazionalmente minoritari) si esercita male se non si supera la stretta cerchia degli “addetti ai lavori”.
La memoria delle cose vive nella memoria degli uomini, per cui si perpetua il ricordo delle cose, dell’agire dei singoli e delle vicissitudini dei gruppi e riesce così possibile stenderne la storia, assicurando ai posteri le proprie radici culturali. Una comunità nazionale che vive in continuità territoriale con la propria matrice (com’è il caso degli Italiani istro-fiumani) è particolarmente interessata ad approfondire la propria storia sociale e quella antropologica in un contesto territoriale ed umano eterogeneo sul piano nazionale, specifico su quello economico, divergente sul piano culturale, poiché esistito per secoli in una tensione latente o palese, conformando la propria esistenza alle oscillazioni politiche locali ed al complesso intrico delle vicende internazionali.
Le laboriose genti dell’Istria hanno saputo conservare per oltre due millenni la propria individualità etnica, linguistica, culturale e religiosa, pur attraverso una varietà di esperienze e di atteggiamenti che l’hanno portata talvolta ad urti ed attriti coi popoli vicini in ogni campo della vita sociale, ma altre volte alla convergenza ed alla confluenza di interessi e tradizioni che hanno concorso alla formazione di una realtà civile duttile ed aperta. Ma poiché le quantità dialetticamente si trasformano in qualità, è comprensibile esprimere anche in questa occasione d’incontro le nostre legittime preoccupazioni acché la componente romanza del territorio, vistosamente ridotta in questi sei e più decenni, non soccomba ulteriormente ai deleteri effetti di una stravolgente assimilazione nazionale ed etnica.
Ci sono città e territori che rimangono sempre uguali per centinaia d’anni: si producono le stesse cose, si costruisce allo stesso modo, si interpreta il mondo seguendo gli stessi schemi. Le guerre e le carestie, i periodi favorevoli, la vita e la morte seguitano ad intercalare i loro cicli, quasi naturali, senza che il luogo si modifichi. Poi, d’improvviso, diventano centro di profonde trasformazioni e allora nulla si rigenera, ogni cosa muta: gli uomini, le istituzioni, le architetture, gli spazi, la lingua, le sepolture, gli orizzonti. Da un lato emergono le trasformazioni civili, amministrative e politiche; dall’altro vengono ridefiniti i processi necessari a regolare la trasformazione ed a stabilire il nuovo modo di crescere.
Nel lontano 1971, agli albori della nostra vicenda umana e professionale, i ricercatori del Centro (allora soltanto studenti universitari a Zara e Lubiana), furono impegnati – in condizioni di estremo disagio organizzativo ed anche politico – per alcuni anni nel corso delle vacanze estive nell’opera di rilevazione delle sepolture italiane in ben 80 cimiteri di tutta l’Istria, quale strumento per contrastare le allora già evidenti incongruenze dei censimenti della popolazione, onde disporre di nuovi rapporti numerici tra defunti e vivi connazionali. I risultati già allora apparvero eccellenti, anzi straordinari, anche se i tempi che correvano non ci permisero allora di usare appieno la documentazione prodotta, oggi prezioso quanto geloso lascito nell’Archivio del Centro.
Furono rilevate in quell’azione non soltanto le epigrafi italiane, ma anche croate e slovene di indubbia provenienza romanza, producendo un materiale che in massima parte attende ancora di vedere la luce e, soprattutto, di essere dettagliatamente studiato, compulsato con una serie di informazioni, di inesplorate statistiche che oggi sono a portata di mano degli studiosi, ma anche delle persone cui stanno a cuore le vicissitudini delle generazioni che hanno calcato nei secoli queste zolle di suolo natio e continuano testardamente a riprodursi ed a riproporsi su di esse. Quello che ci preme qui rilevare è il nostro impegno per la conservazione gelosa delle memorie del passato narrate da quelle iscrizioni cimiteriali che aiutano a comprendere inequivocabilmente lo svolgimento della storia, delle istituzioni, della lingua e delle usanze: irrinunciabili memorie che confermano e testimoniano la nostra avita nazionalità.
Queste poche e fugaci riflessioni sono sufficienti a svelare la grande complessità dei fenomeni legati alla definizione degli ambiti di esistenza, se non addirittura in taluni casi limite di sopravvivenza, della comunità nazionale italiana in genere, di questo experimentum historiae, al quale non si può rispondere interrogandosi unicamente sulla politica e sulla storiografia, e sugli strumenti interpretativi ad essi applicati. Gli ambiti istro-fiumani sono diventati, dopo il secondo conflitto mondiale, casi topici per le loro trasformazioni e le complesse contraddizioni in esse determinatesi; la coscienza che quest’area è stata originariamente luogo di arrivi e di partenze, luogo di incontro e di esilio per genti tra loro diverse e quindi luogo di profondo realismo, ha consolidato la consapevolezza che l’identità di ognuno di noi, anche in senso nazionale, si produce con un atto di volontà – una precisa opzione – e non con la sola consolazione della memoria.
Non mi resta, a questo punto, che esprimere plauso e gratitudine per questa ponderosa opera sul Cimitero di Monte Ghiro all’Autore Raul Marsetič, ricercatore del nostro Istituto che, coadiuvato dall’Ufficio di sovrintendenza del patrimonio storico-monumentale della Città di Pola, ha concorso alla stesura della Delibera cittadina onde sono divenute monumento talune tombe storiche, la maggior parte delle quali di famiglie italiane risalenti a fine Ottocento o inizi del secolo scorso; la Delibera ha infatti sancito che il cimitero civico, con il suo prezioso carico di storia, è parte della memoria collettiva, con le sue oltre 1000 tombe, delle quali 27 sono state classificate di grande valore storico, mentre altre 37 sono state ritenute di precipuo valore monumentale, architettonico, storico, culturale o legato all’importanza dei personaggi in esse sepolti.
Nel ringraziare infine gli Enti patrocinatori di questa iniziativa – l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste – esprimo il mio sentito grazie a tutti coloro che hanno accolto con vivo entusiasmo l’idea di sostenerci e di farsi partecipi di questa significativa opera che costituisce il miglior contributo nel rendere modernamente più “leggibile” il libro aperto dei monumenti e delle epigrafi lapidee polesi, voci parlanti della nostra identità umana e nazionale. Alla Nazione Madre che per il tramite del Ministero agli Affari Esteri tanto, tantissimo ha fatto perché il Centro potesse progredire, crescere in qualità e produrre cultura e scienza per oltre quarant’anni, ai connazionali residenti e a quelli esodati che ci hanno seguito in questo difficile procedere con amore, spesso con trepidazione e sempre con partecipazione, la gratitudine dei dipendenti, dei ricercatori e degli oltre settanta collaboratori esterni. Alla Comunità degli Italiani di Pola, primo erede e custode di tanta e cotanta memoria, il grazie per la solerzia, l’amorevolezza e l’amicizia nell’accogliere questa cerimonia e la puntualità con la quale l’ha condotta. Grazie!
E’ quindi intervenuto l’autore Raul Marsetič:
Trascorsi ormai 8 anni dalla presentazione, in questa stessa sala, del mio libro sui bombardamenti di Pola, ho sempre continuato a indagare le vicende storiche che hanno coinvolto e caratterizzato la mia città durante l’Ottocento e la prima metà del Novecento. Numerosi sono i temi che ho trattato ma cruciale, per lo sforzo e tempo richiesto, risulta senza dubbio essere lo studio delle vicende legate alla nascita ed allo sviluppo del cimitero civico di Monte Ghiro, oggi ormai da tutti noi erroneamente chiamato Monte Giro.
A proposito, in pochi sanno che fino ai primi del Novecento veniva indicato come cimitero di San Giorgio, come anche l’omonimo Forte austriaco nelle immediate vicinanze, entrambi denominati così per l’ubicazione sul colle dei resti di una chiesetta dedicata al Santo. Proprio per cercare di creare un collegamento con l’antica denominazione, ho voluto riportare sulla copertina del libro la pregevole statua di San Giorgio presente sul monumento della famiglia Monai.
Il libro esamina una struttura urbana certamente particolare, piena di molteplici significati come luogo di commemorazione e identità cittadina. Voglio però far presente che non si tratta specificatamente di uno studio sulla morte e sul lutto. L’intenzione è stata sempre di discutere ed analizzare l’origine, lo sviluppo ed il patrimonio storico culturale del cimitero civico polese, attraverso l’investigazione delle fonti e del complesso contesto che ha portato a concepire e sviluppare questo luogo così specifico. Ho voluto presentare, attraverso l’inedito materiale d’archivio analizzato, le complesse circostanze cimiteriali di Pola comprese nel periodo dal 1846 al 1947. In effetti, ho tentato di creare un collegamento tra i molteplici aspetti che la questione delle sepolture, nella sua particolarità, innegabilmente comporta. Attraverso questa modalità di ricerca, ho esposto le condizioni che hanno determinato l’individualità urbana ed il raggiunto livello di cultura sepolcrale insieme ad una migliore comprensione dei processi sociali e di modernizzazione della città.
Monte Ghiro esprime la ricchezza culturale della popolazione, testimonia le vicende belliche e le tragedie cittadine, la composizione etnica e la stratificazione sociale, insieme ai legami vicini e lontani che permettono di riconoscere nella continuità di simboli o caratteri formali comuni i rapporti tra gruppi diversi all’interno di un panorama sociale comune. Attraverso le famiglie e le persone che vi riposano, raffigura un luogo privilegiato di ricordo e orgoglio cittadino, testimoniandone la cultura, la confessione religiosa e l’appartenenza linguistica. Deve essere inteso come il luogo della memoria per eccellenza dove è possibile ricostruire la storia e la società della città in un dato periodo e che quindi come tale può contribuire ad una migliore conoscenza della realtà polese del XIX e della prima metà del XX secolo. In effetti, raffigura la perfetta riproduzione dell’ordinamento socio-economico di Pola nell’arco temporale trattato. Nel corso degli anni, il nostro cimitero cittadino ha sviluppato una precisa e caratteristica forma architettonica ed una particolare identità che, anche se autonoma dalla città, ne rispecchia in pieno le vicissitudini ed i cambiamenti. All’interno del suo recinto si trovano sedimentate immense testimonianze di storia civica che riflettono pienamente la cittadinanza passata.
Lo studio svolto ha come principale finalità la tutela e la conservazione di un importante patrimonio culturale che, nonostante i numerosi passi in avanti fatti negli ultimi anni, va lentamente e inesorabilmente sparendo. Purtroppo, nonostante le lodevoli disposizioni di salvaguardia approvate, su proposta della commissione cittadina per la tutela di Monte Ghiro, dalla Città di Pola, che devo elogiare per la grande sensibilità dimostrata, il nostro patrimonio cimiteriale continua pietosamente a scomparire di giorno in giorno per i molti casi di indiscriminata violazione delle norme di protezione prescritte. Ho cercato in più occasioni di sensibilizzare chi di dovere ad intraprendere delle azioni concrete per fermare tale scempio ma purtroppo, senza voler entrare adesso in poco opportune polemiche, non ho ottenuto alcun risultato concreto.
Il presente volume è il prodotto di anni di intensa ricerca archivistica affiancata da lunghe e impegnative ricognizioni cimiteriali. Si è trattato di veri e propri studi di archeologia cimiteriale che mi hanno permesso di conoscere ogni viale, monumento e dettaglio presenti nella parte storica del cimitero e che, interpretati nella maniera voluta, hanno portato alla testimonianza che presentiamo stasera e che spero sinceramente risulti interessante.
A proposito di fatti curiosi, durante le mie indagini sul campo, munito di penna, quaderno e fotocamera, mi è successo più volte di essere scambiato per impiegato cimiteriale e fermato, per lo più da anziane vedove in cerca di qualche dritta per l’acquisto di una semplice tomba ma anche di un monumento d’epoca più importante. Non ho potuto poi non accorgermi degli sguardi di tanti che mi esaminavano con una certa curiosità, devo dire pienamente comprensibile, vedendomi girovagare per delle ore al cimitero con aria pensosa, dando forse l’impressione di uno con chissà quali idee strane per la mente. Posso liberamente affermare di essere riuscito a crearmi una certa fama abbastanza discutibile tra i visitatori più assidui del camposanto polese e quindi, da adesso in avanti, ho fermamente deciso di dedicarmi ad argomenti un attimino più sereni al fine di riabilitare, per quanto ormai possibile, la mia compromessa reputazione.
Senza poter soffermarmi, per motivi di tempo, a ringraziare le numerose persone con cui ho collaborato nelle ricerche, per i preziosi consigli e per l’aiuto fornitomi desidero esprimere riconoscenza in maniera particolare al dottor Antonio Pauletich, che mi ha fin da subito incoraggiato e sostenuto. Voglio ancora manifestare piena gratitudine al direttore Giovanni Radossi che è riuscito, devo dire con grande impegno, a ottenere i notevoli finanziamenti necessari per la stampa di un libro così ambizioso anche dal punto di vista estetico. A mia moglie Nensi devo poi giustamente un ringraziamento speciale per la comprensione e l’infinita pazienza.
Desidero ancora esprimere la mia intenzione, attraverso questo volume, di sfruttare l’indagine cimiteriale trasformandola in uno strumento per togliere dal completo oblio, magari anche per pochi momenti durante una lettura veloce, le esistenze di migliaia di polesi. Ognuno di loro ha infatti contribuito a proprio modo a determinare le peculiarità di Pola. In base alle informazioni disponibili per ogni persona nominata, spesso riporto dati interessanti e poco noti (documentando anche mestieri insoliti come impresari di pompe funebri, proprietari di case tolleranza, circensi, mendicanti, ecc.), mentre per molte personalità più note sono riuscito a ricostruire delle dettagliate biografie.
Nel suo complesso, Monte Ghiro rappresenta il primo moderno impianto cimiteriale di Pola, con ben 167 anni di ininterrotta attività. Costituisce uno tra i principali monumenti cittadini che conserva ancora oggi una parte insostituibile della memoria civica che con questo libro ho umilmente voluto, e spero sinceramente saputo, descrivere come merita.
Infine, invito tutti i presenti a visitare con curiosità e rispetto il nostro cimitero, cercando di evitare, per usare un eufemismo, soggiorni più definitivi, per i quali c’è ovviamente sempre tempo.
«La presentazione del volume – osserva Tullio Canevari – è stato un momento importante nel nuovo clima, nel quale la presenza della componente italiana della città e della sua cultura assumono un peso e un significato sempre maggiori. Il coro “Lino Mariani” ha contribuito con motivi popolari, come Al patinagio e Son nato drio la Rena, a riportarci ai tempi felici di quando Pola era la nostra Pola e con il Va, pensiero a riaffermare la legittimità del nostro rimpianto per una patria perduta. Il momento conviviale conclusivo è stato l’occasione per rinsaldare amicizie e iniziarne di nuove, come quella con chi, ho scoperto, aveva abitato a Brioni negli anni in cui c’ero anch’io o un’altra con chi, sentendo il mio rammarico per non avere contatti, anche solo umani, con i vertici dell’amministrazione polese, mi ha promesso che cercherà, forte degli incarichi ricoperti a suo tempo, di adoperarsi in tal senso».
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(Da La nuova Voce Giuliana del 16/09/13 intervista della direttrice Carmen Palazzolo Debianchi)

autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013,
Ultimo volume di Lino Vivoda. Lo descriverei sinteticamente come la storia di Pola del periodo 1930/46, cioè fino all'esodo, vista attraverso agli occhi di un ragazzo intelligente, vivace e soprattutto curioso, che tutto vede e sa perché su tutto si informa e poi narra anche gli avvenimenti più atroci in modo distaccato, non intriso da sentimenti, senza aggettivazioni.
Una delle cose che mi hanno colpito nel volume è stata infatti questa; un'altra me l'hanno fatta rilevare degli amici a cui parlai di Lino Vivoda e di questa sua ultima fatica aggiungendo che l'avevo visto a Pola per la celebrazione della strage di Vergarolla, nella quale aveva perso un fratello.
“Come el pol!” fu l'esclamazione di uno di essi. E' la domanda che rivolgo all'Autore.
“Come el pol!” E' sottinteso che il mio amico intendesse dire: “Come el pol tornar, nonostante il fatto che in quel luogo gli avessero ucciso un fratello” perché le persecuzioni personali o la perdita di qualche congiunto sono fra le motivazioni addotte da quelli che non tornano e non vogliono ritornare nei luoghi natii. E' una motivazione comprensibile ma lei ha scelto un'altra strada. Può descrivere ai nostri lettori l'itinerario spirituale che l'ha portato a questa scelta?
Sono partito da Pola, poco più che quindicenne, nel febbraio 1947 col "Toscana". All'inizio - dopo aver sperimentato l'accoglienza socialcomunista ad Ancona e Bologna, dove ci fu negata dai comunisti con la minaccia di sciopero generale ferroviario la possibilità di sfamare bambini e vecchi, dopo oltre dieci ore di viaggio sulla paglia di carri bestiame, e le esperienze a La Spezia, città rossa - la possibilità di contatti con quella parte politica era comprensibilmente negata. D'altra parte i democristiani non ci trattavano meglio. Con l'ordine di Scelba, ministro dell'Interno, di schedare tutti i profughi (tutti, compreso l'arcivescovo di Pola, mons. Radossi, esule a Spoleto) con foto, impronte digitali e scheda segnaletica, suscitando comprensibili rivolte nei campi profughi, che costrinsero a soprassedere a quell'odiosa e incomprensibile imposizione. Quindi, inizialmente, come la maggioranza dei profughi, guardavo con simpatia alla destra italiana: missini, monarchici e un po' meno liberali, che dimostravano di comprenderci. Poi, verso l'inizio degli anni '70, dopo un incontro con Bruno Salvadori, leader degli autonomisti valdostani, e una permanenza in Austria, dove avevo studiato la soluzione tedesca delle Euroregioni per le regioni miste di confine, mi orientai sulla soluzione del problema istriano in ambito europeo, impegnandomi con tutte le mie possibilità in questa direzione, l'unica possibile prescindendo da azioni di guerra che, avendola sperimentata, non auspicavo in nessun modo. Ciò implicava anche la frequentazione e i contatti con la minoranza degli italiani rimasti. Il che avvenne a Pola, mentre ero Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, nei primi anni ’90, con la prof.ssa Olga Milotti, presidente della Comunità italiana, dopo un nostro incontro a Brescia, durante la “Rassegna giuliana” con la partecipazione di esuli e rimasti.
- Il ritornare o non ritornare nelle terre natie è uno dei motivi su cui attualmente gli ultimi esuli viventi si stanno spaccando. Secondo me è una falsa motivazione: chi lo desidera e se la sente di farlo ritorni, chi non lo desidera e non se la sente non ritorni, purché nessuna delle due parti pretenda che tutti condividano le sue scelte pena il distacco o quant'altro ci si può inventare.
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Più che giusta l'osservazione. Siamo venuti in Italia per un'ansia di libertà e democrazia. Ognuno ha il diritto di pensare come vuole. Basta non demonizzare chi la pensa diversamente. Siamo tutti fratelli d'esilio e non facciamo come i quattro polli di Renzo beccandoci tra di noi. Chi vuole vada, chi non vuole resti.
In più parti del suo libro lei narra di ex fascisti, che all'occupazione titina furono fra i primi a sparire o ad essere arrestati, interrogati, torturati, infoibati. Da anni questo è un argomento che non si può toccare pena l'accusa di giustificazionismo, eppure queste situazioni vengono descritte in ogni cronaca del tempo, anche in quella di Albona che abbiamo pubblicato in questo numero del giornale e in quello precedente.
Più che di ex fascisti si trattava di pesci piccoli con cariche governative, come maestri, messi comunali, semplici iscritti al PNF, come la maggioranza a quei tempi. I pesci grossi erano già rifugiati in Italia. Ma la gran parte degli infoibati erano semplici italiani, uomini, donne, bambini, preti ed anche antifascisti e partigiani italiani. Gente del popolo. A Gallignana, dove ero sfollato, in due notti a settembre del '43 infoibarono 44 persone lasciando il paese nel terrore della rappresaglia tedesca. Quando vennero poi i tedeschi presero 30 persone e le deportarono a Dachau da dove ritornarono in quattro, io stesso mi salvai perché riuscii a spiegarmi con due parole di tedesco che conoscevo, imparate a Pola dai sommergibilisti tedeschi a Scoglio Olivi, dove lavorava mio padre.
A proposito della situazione, oggi si usano molto i termini conciliazione e riconciliazione che, onestamente, non mi dicono nulla. Preferisco parlare di pace, educazione alla pace, purificazione dell'odio perché, a mio avviso, quello che la nostra generazione non deve assolutamente passare è un messaggio di odio perché l'odio genera odio, la violenza genera violenza, l'ha detto giorni fa anche papa Francesco. E' una maturazione che l'anziano deve aver acquisito, che deve far parte del patrimonio maturato durante una lunga vita che, se non è un itinerario di crescita costante e continua, è stata in qualche modo a mio avviso sprecata.
Personalmente non ho mai pensato a una riconciliazione, ma a riannodare i legami tra un popolo diviso da eventi bellici ed ingiusti trattati di pace ai fini di preservare la cultura, le tradizioni e la lingua italiane, che solo i rimasti potevano fare in Istria. La stessa Maria Pasquinelli, non sospetta di intese coi comunisti, quando uscii col mio giornale “Istria Europa” per dibattere temi rifiutati da tutta la stampa degli esuli, mi incoraggiò a questo fine. Ma venendo alla mia storia personale, poiché a Vergarolla avevo perso il fratello di otto anni con i santoli Mery e Francesco Toniolo, non ho mai cessato dal ricercare la verità sugli attentatori e cercare di far ricordare sempre, a fini propedeutici per le generazioni future, l'orrendo misfatto. Il secondo obiettivo l'ho ottenuto con l'aiuto di Livio Dorigo, mio amico d'infanzia a Pola, e con quello dell'allora vicesindaco italiano di Pola, Mario Quaranta, con l'erezione del cippo ricordo della strage nel giardino accanto al Duomo. La mia ricerca poi, guidata dallo scritto di Gilas, braccio destro di Tito: - "Fummo mandati da Tito in Istria io e Kardelj con la scopo di cacciare gli italiani con ogni mezzo. E così fu fatto"- fu coronata da successo quando riuscii a scoprire la confessione di un agente dell'OZNA, uno degli autori della strage, prima di impiccarsi, rendendo noto il suo nome nel mio ultimo libro. Quindi tutta la mia azione, dettata da un grande amore per l'Istria, la terra che mi ha visto nascere, mi ha consentito di superare comprensibili risentimenti. E andando avanti verso l'Europa, come avevo sperato, spero che un giorno vedremo finalmente riconosciuta l'Ingiustizia operata sulla nostre carni, causa una guerra persa da tutti, ma pagata soprattutto da noi.
Lino Vivoda
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I ricordi di Mons. Antonio Angeli e l’epopea
dei contadini veneti insediatisi presso Altura
Nel suo libro La città sul fiume Ulderico Bernardi racconta personaggi e vicende poco note della storia istriana nei loro rapporti con il Veneto di Terraferma
Dal libro del prof. Ulderico Bernardi La città sul fiume (editore Santi Quaranta, Treviso, 2002), riportiamo un capitolo riguardante i ricordi di Monsignor Antonio Angeli, esule da Pola nella cittadina di Oderzo in provincia di Treviso, e l’epopea dei contadini veneti insediati negli anni ’30 in un’azienda agricola presso Altura e poi costretti con l’Esodo ad abbandonare le terre da loro lavorate a dovere per una decina d’anni.
Le figure più eminenti tra i profughi erano due preti. Monsignor Chiavalon e Monsignor Antonio Angeli. Erano stati parroci, in Istria. L’uno a Dignano, l’altro a Pola. Quest’ultimo, nativo di Pirano d’Istria, era un uomo di grande cultura, con la sensibilità di un poeta e la tensione mistica d’un vero religioso. Un intellettuale, che aveva compiuto i suoi studi e ottenuto le lauree in filosofia e in scienze sociali. Insegnerà a lungo nel Collegio della città che lo accolse, l’uno gestito da preti e l’altro da suore, entrambi vanto della nostra città di Oderzo.
Anche all’aspetto si riconosceva lo svagato uomo di cultura. Sempre dietro ai suoi pensieri, e noncurante delle vanità. Al momento dell’esodo, Monsignor Angeli aveva poco più di cinquant’anni. La lunga veste nera non aveva nessuna ricercatezza, anzi, era lisa sul bordo delle tasche e lustra sulle spalle.
Aveva capelli pepe e sale, folti, che spuntavano dal tricorno col batuffolo serico sul colmo. Ma più spesso era a capo scoperto, come gli facesse piacere che il vento giocasse a scompigliargli la riga, restituendogli l’aria da ragazzo. Sul volto scarno, un’ombra permanente di malinconia.
La domenica faceva bellissime prediche alla messa grande delle undici, in duomo. Venivano anche da fuori per il sentimento che metteva nel commentare le sacre scritture. C’era chi ne aveva fatto il suo padre spirituale, tanto era paziente e caritatevole nell’accogliere le confessioni.
Gli piaceva parlare, e raccontare di Pola, città romana come questa dove era venuto a stare. Solo che la sua si raccoglieva attorno a un’arena di pietra d’Istria grande come quella di Verona.
Quando poteva avere un gruppo di studentelli attorno era contento. Maestro per vocazione, fabulatore e poeta, discorreva di cose serie, ma anche di fatti quotidiani.
Aveva una forza nel narrare, che rendeva la scena colorita e sapida di umori. Fino a farci percepire sapori, fragranze e personaggi come vivi. Raccontava del bosco Siana, dove Pola respirava il verde, ma anche del mare dello stesso colore, dei pescatori che sbarcavano le loro casse e magari cucinavano direttamente sul molo un braciere di sardelle da accompagnare col vino rosso. Diceva cose di infinita tristezza, perché un cristiano, un religioso poi, non può odiare nessuno. Si schermiva se qualcuno aveva parole di ammirazione per la sua scienza e la sua capacità di perdono. Citava un brano dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cimbalo che tintinna». La carità, diceva, è l’essenza stessa di Dio. Praticandola si dà adempimento alla sua Legge. Tutta intera. Ch’è il summum bonum, il bene supremo. Un’altra citazione gli era cara e frequente nei suoi ammaestramenti. Sempre da Paolo, nella lettera ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».
Ma come spiegare gli orrori delle foibe, dopo il ribaltón del ’43, quando una prima vampata di rancore aveva avvolto la città con la calata dei partigiani jugoslavi. Anca òmini nostri, aggiungeva con mestizia.
Poi l’arrivo del Governo Militare Alleato alla fine della guerra, che aveva fatto di Pola un’enclave, non riconosciuta all’Italia ma quanto meno sottratta al dominio di Tito. Come Trieste. La speranza di restare italiani era concreta, e alimentava manifestazioni quotidiane, tra lo sventolio dei tricolori che spesso si trovavano a sfidare altri cortei, con la stella rossa sulle bandiere. E quella domenica di agosto del ’46, piena di sole, di voglia di mare, di voci allegre. Quando i polesani avevano steso le tovaglie sull’erba della pineta di Vergarolla, per stare in compagnia guardando i nuotatori impegnati in gare festose. Alle due del pomeriggio, sull’allegria delle brigate erano esplose 28 mine da marina.
Non si sa come, ma il deposito di residuati bellici saltato in aria aggiungeva altri 65 morti e quasi altrettanti feriti al conto del terrore.
C’era il sospetto di una strategia truce, mirata a far fuggire tutti gli italiani. Monsignore intristiva raccontando del lutto cittadino, del lungo corteo, preceduto da cento corone di fiori, nel rumore sordo degli autocarri alleati, colmi di bare. Pola restava in attesa che i vincitori decidessero del suo destino. L’amministrazione militare alleata durò meno di due anni. Tutt’attorno, nella periferia c’erano gli slavi, a puntare la preda.
Infine fu l’esodo, nella neve di quel febbraio 1947, dopo che il trattato di pace aveva sancito per le terre istriane, Fiume con le isole quarnerine, e Zara la fine d’ogni speranza di restare italiane.
La nave “Toscana”, col suo unico fumaiolo sbuffante, per undici volte coprì la rotta tra Pola e Venezia, tra Pola e Ancona, caricando più di sedicimila profughi, con le loro masserizie. Altri se n’erano già andati, anche per via di terra. Dopo l’ultimo trasporto della nave, il 20 di marzo, la città fu come morta, svuotata e muta. Il piroscafo militarizzato aveva accolto vivi e morti, come le salme di Nazario Sauro e altri marinai che furono affidate «alla materna pietà di Venezia», come dice la lapide murata nell’atrio municipale dell’antica capitale lagunare, «perché siano serbate al dì del ritorno». Monsignore alzava in alto le mani, con gesti lenti, quasi a invocare la misericordia di Dio sui morti, su chi era partito, sulla città estraniata a se stessa. Mai una parola di rancore per quei pochi che avevano scelto di rimanere. Né di apprezzamento per quell’unico episodio di sangue che un’italiana, fiorentina trapiantata a Pola, aveva compiuto in città il giorno stesso della firma a Parigi del documento con cui i Quattro Grandi imponevano, e l’Italia accettava sia pure con riserva, la cessione dell’Istria, del Quarnero e di Zara all’Armata popolare jugoslava.
Maria Pasquinelli, maestra elementare, aveva trentaquattro anni, quando gli eventi precipitarono. Era stata infermiera volontaria in Africa, aveva vissuto con passione l’intera guerra, insegnando nelle scuole italiane in Dalmazia.
Le stragi partigiane a Spalato, consumate a guerra finita sui militari italiani, buttando nel mucchio anche civili come il provveditore agli studi e il preside del ginnasio locale, l’avevano lasciata sgomenta.
Ma non le avevano impedito di raccogliere e comporre le salme di oltre cento vittime. In quel mattino del 10 febbraio 1947, Maria Pasquinelli scaricò tre colpi di pistola sul comandante inglese del presidio alleato di Pola. Il generale De Winton aveva solo qualche anno più di lei. Trentotto anni, la moglie e un bimbo di due mesi. Morì all’istante. Colpevole, come tantissimi altri in quell’epoca tragica, d’essere simbolo di qualcosa di odiato dagli uni, dagli altri o da chissà quanti ancora.
C’erano episodi che Monsignore raccontava allargando gli occhi, mentre piegava la bocca in uno stupore doloroso, scuotendo la testa.
Tra questi, la storia in gran parte sconosciuta degli operai italiani arrivati dall’Italia quando istriani e fiumani se n’erano andati, come già avevano fatto i dalmati zaratini. Comunisti fanatici, poveri disgraziati, aggiungeva subito, che poi avevano finito col pagare un prezzo umanamente esoso per la loro scelta. Quando nel 1948 Tito ruppe con Stalin, questi compagni immigrati vennero accusati d’essere dalla parte del Cominform, cioè della Russia sovietica. Rispediti in Italia, nel migliore dei casi, col carico di un’illusione distrutta, e il peso del disprezzo di chi li aveva comunque riaccolti. Non pochi, i più attivi nella politica, finirono invece per qualche anno a Goli Otok, l’Isola Calva, chiamata così perché la parte rivolta alla costa dalmata è rapata a zero dalla bora, sul canale della Morlacca, a un braccio di mare da Arbe. Nei giorni tersi si poteva indovinare all’orizzonte l’altra sponda adriatica, l’Italia. Come spiegava monsignore, non erano stati pochi quanti avevano deciso di sostituirsi agli operai e ai tecnici di lingua e cultura italiana che avevano lasciato i cantieri per l’esodo.
Più di duemila persone, tra operai e familiari, erano passati dall’altra parte, muovendosi in senso contrario agli esuli. In maggioranza provenivano da Monfalcone, dove i cantieri e le officine erano ancora devastate dalla guerra. Ma a loro s’erano uniti anche triestini, goriziani e friulani. Anche qualcuno implicato in fatti di sangue del periodo partigiano, quando italiani, partigiani, di diverso orientamento politico erano stati ammazzati da quanti volevano l’annessione di queste terre orientali, con Trieste, alla Jugoslavia comunista.
Non era mancato, tra questi esodanti a rovescio, qualche intellettuale d’altre parti d’Italia, convinto di concorrere a edificare il socialismo sulle sponde adriatiche, abbandonate dagli autoctoni, spesso bollati in blocco come “reazionari”, “borghesi”, o sbrigativamente “fascisti”.
Gli entusiasti di Tito s’insediarono a Fiume, a Pola, a Capodistria, dove c’era bisogno di manodopera specializzata, e di tenere in vita i centri culturali degli italiani immiseriti a minoranza sempre meno tollerata.
Case, fabbriche, campagne avevano cominciato a svuotarsi in tempi diversi. Prima le città, poi i paesi. Zara, già dopo i pesantissimi bombardamenti del 1943, Fiume dal 1946, Pola alla conclusione dei venti mesi di Governo Militare Alleato. Al momento delle opzioni del 1948, e ancora, con la cancellazione della zona A e della zona B del mai nato Territorio Libero di Trieste, nel ’54, avevano lasciato i territori già di sovranità italiana in centinaia di migliaia. In senso contrario avevano deciso quelli che erano definiti in blocco i “monfalconesi”.
Per la verità, alcuni venivano perfino da Milano e dalla Toscana. Laureati e professori mandati dal partito comunista italiano per sostituire gli insegnanti dell’esodo. Tutti loro, operai, tecnici, intellettuali, erano sollecitati dal progetto titino di costituire nei territori compresi tra l’Isonzo e il Quarnero la settima repubblica popolare nella Federativa Jugoslava. Con città come Trieste e Gorizia, la Venezia Giulia, comprendente l’Istria e Fiume, avrebbe così rappresentato la vetrina socialista italiana affacciata su una penisola in mano a reazionari e capitalisti.
La tensione politica era allora ai massimi, tra cortei di disoccupati e scontri tra fazioni opposte. Il controesodo, avviato nei primi mesi del 1947, quando Pola era ormai perduta, dava ai nuovi arrivati la possibilità di scegliersi con larghezza alloggi nei centri cittadini, e posti di lavoro nelle aziende in affannosa ricerca di manodopera qualificata. Accolti con entusiasmo dal potere popolare, per l’esperienza industriale che recavano, non altrettanto lo erano in quanto italiani.
In fondo, pur nella condivisione degli ideali politici, restava la vecchia rugginosa diffidenza etnica. I sopravvenuti avvertivano questa cortina che li andava avvolgendo, fino a spengere, ogni giorno un po’, la fiamma rossa degli entusiasmi che li avevano spinti a varcare una frontiera sempre più definitiva e ferrigna.
La catarsi si compì al momento della sconfessione di Tito da parte di Stalin. Fu lo scontro. Fatale, tra chi era accorso in Jugoslavia nel nome dell’internazionalismo proletario e il potere accusato dai cominformisti di depravazione nazionalista. Contro “la cricca di Tito”, coperta d’ogni sorta di insulti e messa al bando dai partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, i “monfalconesi” giunsero a organizzare cortei accesamente accusatori, al canto dell’Internazionale, alzando ritratti del baffuto Padre dei Popoli Giuseppe Stalin. Seguì la repressione, dura e implacabile. Espulsioni, assegnazione ai lavori forzati nelle miniere bosniache, carcere.
Tra la fine del ’49 e i primi mesi del 1951 tutti erano ritornati in Italia o aspettavano di poterci tornare una volta usciti dalle prigioni. Più poveri e umiliati di prima.
Monsignor Antonio Angeli passò a miglior vita, con Pola e i suoi paesi sempre in cuore, in una stanza dell’ospedale di Oderzo nel 1971. Gli teneva la mano in quell’ultimo sospiro il vecchio compagno di studi Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste, che lo aveva raggiunto e salutato nella sua cara lingua nativa: «Tonìn, xé rivà quel momento tanto belo!».
Sono tante le storie dell’esodo. Forse la meno nota è quella di alcune famiglie venete. Erano “i regnicoli”, immigrati fra il 1934 e il 1937 nelle terre bonificate dall’Opera Nazionale Combattenti alle spalle di Pola.
Subito dopo la grande guerra, c’era il problema di sistemare milioni di reduci dai campi di battaglia. Aleggiava nell’aria una vaga promessa: un conflitto tanto sanguinoso, che aveva decimato la gioventù richiamando perfino i ragazzi della classe 1899 per buttarli nelle trincee del Piave, avrebbe comportato generose attenzioni sociali per chi aveva combattuto.
Specie per gli uomini contadini, la maggioranza. Aiutandoli a diventare proprietari della terra che lavoravano. E acquisendo nuove terre da destinare a loro. Per gestire questi problemi fu costituita, fin dal dicembre 1917, l’Opera Nazionale Combattenti, ente bonificatore con lo scopo di promuovere la piccola proprietà contadina, e farne la protagonista di una progressiva conquista dell’autonomia alimentare del Paese. Per questo si sperimentavano nuove sementi selezionate di frumento: Ardito, Mentana, Tòdaro, Frassineto. Mais, grano, bietole, tabacco e vigna, dov’erano acquitrini e zanzare da malaria. Nel Veneto, che fino al dopoguerra comprendeva la provincia di Udine, tra le due guerre avevano arricchito l’agricoltura di oltre 650.000 ettari di buona terra: 142.000 nella Terraferma veneziana, 172.000 nel basso Friuli, 141.000 in Polesine, 123.000 nella Bassa padovana. Vicino a noi il Palù delle Sette Sorelle era diventato una distesa di campi, con case poderali e paesi nuovi: Sindacale, San Giorgio, Sant’Alò, San Stino di Livenza, Torre di Mosto, San Donà, Meolo avevano ricevuto nuova vita. Molti genitori mandavano i loro ragazzi alle scuole e nei collegi della mia piccola città, che ancora una volta veniva a svolgere il suo ruolo di capoluogo naturale.
Anche l’Istria, entrata a farne parte del Regno d’Italia dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria, fu interessata alle bonifiche. Nel bacino dell’Arsa, in fondo alla penisola, interessarono 5.600 ettari. Nel comprensorio del Quieto, il piccolo fiume che disegna la sua valle ai piedi dei colli dove sorgono Grisignana e Portole da un lato, e Montona dall’altro, lambendo il bosco San Marco, prezioso patrimonio della Serenissima, furono conquistati alle colture altri 4.000 ettari.
L’azienda agricola di Altura, non distante da Pola, contava oltre 550 ettari di terra risanata con lavori di scavo, tracciatura di canali e costruzione di centrali di pompaggio, di case e di strade poderali.
Per queste terre, come altrove, l’Opera sollecitava il trasferimento di famiglie contadine dalle regioni più popolose.
Braccio operativo dell’ente era il Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione, incaricato di selezionare i nuclei familiari da trasferire, dando la preferenza alle zone ad alta pressione demografica (Pianura Padana) in base alla decisione espressa il 25 maggio 1930 dal Gran Consiglio del Fascismo.
La circolare del Commissariato precisava ancora che «le famiglie da trasferirsi, sia per numero di componenti e per la forza e per la capacità lavorativa, come per le condizioni sanitarie e la moralità, dovevano rispondere ad alcune norme precise e rigorose che il Commissariato aveva fatto risultare in appositi moduli». In base a tali istruzioni, gli Uffici di Collocamento e i Sindacati Agricoli delle province prescelte dovevano preparare una specie di censimento delle famiglie disposte a migrare.
La selezione dei coloni veneti, specialmente in un primo tempo, quando non erano ancora ben comprese e valutate dalle autorità locali le condizioni richieste, era stata preceduta da indagini assai vaste, faticose e minuziose, condotte da parte dei funzionari del Commissariato. Basti pensare che nel primo anno i funzionari sanitari e tecnici del Commissariato dovettero prendere in esame 4.000 domande di coloni delle province di Venezia, Treviso, Udine, Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Brescia e successivamente passare alla visita particolareggiata di quasi 20.000 componenti delle 1.820 famiglie rimaste selezionate dopo il primo esame. Per scegliere infine tra essi i 4.910 componenti delle 466 famiglie idonee; famiglie che furono trasferite nelle prime case coloniche sorte intorno a Littoria.
Gli stessi criteri vennero seguiti anche nei confronti di coloro che vennero indirizzati ad altre province. Con generale apprezzamento si guardava alle famiglie venete, «che circondano di fiori le loro comode case coloniche, che popolano i fossati di oche e di anitre e i cortili di galline, di tacchini e di conigli».
I coloni che si trasferivano sui nuovi fondi potevano riscattarli negli anni a venire pagando all’Opera un canone non esoso.
Quando in Italia s’impose il regime fascista, ebbe subito un occhio di riguardo per i contadini romagnoli, emiliani, friulani e soprattutto veneti.
Per alcuni buoni motivi: avevano dimostrato nelle tante emigrazioni, transoceaniche e interne, d’essere capaci lavoratori della terra, ed erano abituati a vivere in case sparse, direttamente sui campi, così da evitare perdite di tempo tra casa e campo, dedicando maggiore cura al podere.
Quando si trattò di individuare chi trasferire nella penisola istriana, la scelta dei veneti fu quasi scontata, perché la loro integrazione con i locali sarebbe stata agevolata dal fatto che parlavano in pratica lo stesso dialetto, avevano molti riferimenti storici in comune, risalendo ai secoli della Serenissima, e restavano tenacemente attaccati ad usanze assai simili, consolidate all’ombra del campanile del villaggio.
Per questo, si contava, in un breve volgere di generazioni, i discendenti dei veneti ormai assimilati con gli istriani originari avrebbero rafforzato la componente italiana rispetto a quella croata.
Dal Veneto partirono molte famiglie: i Cella, i Costella, i Dian, De Stefani, Tonella, Zanco. Famiglie numerose, patriarcali, di nonni e genitori con otto o dieci figli, destinati magari a diventare più in là una dozzina.
Erano per lo più originarie della Marca Trevigiana. Da paesi di qua e di là del Piave come Gorgo al Monticano, Oderzo, Mansuè, Roncade.
Alcune famiglie venivano invece dal Vicentino e dal Polesine. Gente bramosa di campi, piena di voglia di lavorare, col traguardo fisso da raggiungere, prima o dopo, di star sul suo.
Li distribuirono nel territorio tra Altura e Monticchio, nell’agro polese, dove la costa frastagliata dell’Istria meridionale disegna un’infinità di cale e porticcioli. La terra era feconda, anche se i fenomeni carsici la rendevano povera d’acqua, ma si lavorava all’acquedotto istriano che avrebbe attenuato questa carenza. In terra di bonifica le idrovore e un buon drenaggio avrebbero dato respiro alle colture.
Gli appezzamenti predisposti dall’Opera Combattenti potevano arrivare anche a trenta ettari. Per i grandi lavori di scasso e di aratura profonda, che in altri tempi avrebbero richiesto fino a otto e più coppie di buoi robusti, erano invece disponibili i trattori cingolati Landini a testa calda, in centri aziendali cui facevano capo tutti i poderi individuali. I piccoli trattori Balilla, col motore di dieci cavalli, servivano per più modeste esigenze.
I nuovi arrivati alloggiavano in grandi case coloniche plurifamiliari, dove ciascun nucleo si sistemava su un piano.
Avevano a disposizione quattro camere da letto che misuravano 5 metri per cinque, la cucina di 8 metri per 6, con l’ampio focolare e la comodità della cucina economica costruita in mattoni. Le disposizioni erano state precise riguardo alla costruzione delle case coloniche. Aveva scritto il progettista Ernesto Cremonesi: «il camino sia spazioso, invariabilmente basso e a legna, ma provvisto altresì di due piccoli fornelli dove, con la brage, si possa riscaldare qualche pentolino. Il camino sia disposto in modo da consentire al maggior numero possibile di persone di riscaldarsi nelle serate d’inverno; che vi si possa ergere il caldaio della conserva di pomodoro o del bucato su di un treppiede mobile e che si possa appendere alla catena che discende dalla canna fumaria il paiuolo dell’acqua calda per la cottura delle patate e della polenta. Il locale sia grande. Occorre che vi si possano bruciare gli stocchi e i tutoli del granoturco, le fascine degli olmi e dei gelsi, i tralci delle viti e i grandi ciocchi dei vecchi alberi che si abbattono e si sostituiscono nel podere. Sotto la cappa capace si debbono poter appendere pannolini (vi è sempre in quelle case più di un bambino al di sotto dell’anno), funghi, pomodori e olive». A fianco stava l’acquaio, con la sua finestrella per illuminarlo bene.
La stalla era lunga 20 metri e larga 10. Ci stavano più di venti capi, tra buoi da lavoro, vacche da latte e vitellini. Sulla facciata d’ogni casa colonica risaltava, dipinto a grandi caratteri, il nome d’un patriota importante o d’un eroe della grande guerra: Grion, Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, Francesco Rismondo.
Fu una piacevole sorpresa, dopo il lungo viaggio in treno e sui carri, sentire che la gente parlava come loro, salvo avere una diversa cadenza.
E poi amavano le stesse cose: un buon bicchiere, quattro chiacchiere, una cantata in compagnia. I cori spontanei facevano presto a formarsi, perché molte delle canzoni erano di conoscenza comune, e uomini e donne riuscivano a intonarsi assai bene per antica consuetudine al canto comunitario, non solo di chiesa. Ogni volta che i veneti sentivano suonare le campane della chiesa di San Giovanni Evangelista di Altura, rammentavano i loro paesi. Avevano saputo che i sacri bronzi duecentocinquant’anni prima, nel 1698, quando Istria e Venezia erano un unico Stato, erano stati fusi a Ceneda, cioè a Vittorio Veneto.
Girando i dintorni, scoprirono in fondo a un sentiero da capre un villaggetto irsuto e misterioso, dove i contadini parlavano tra loro nel dialetto croato ma usavano con la stessa competenza il veneto d’Istria. Sorgeva ai margini d’un sito che si diceva custodire storie remote, presenze arcaiche. Qua e là affioravano mucchi di pietre squadrate, tracce di strade dirette chissà dove. Stando alle voci, la cotica erbosa copriva i ruderi d’una città mitica, dove gli Istri avevano consumato l’ultima resistenza contro i Romani. Fino al suicidio collettivo, quando ormai stremati uccisero e buttarono oltre le mura i corpi delle donne e dei figli, prima di darsi la morte con le loro stesse spade. Si chiamava Nesazio, e il villaggetto ne aveva ereditato il nome, storpiato dai secoli in Visaze.
A quei tempi c’erano degli archeologi che frugavano tra i cumuli. Trovarono scolpite in un unico blocco le figure d’una partoriente, forse simbolo di fertilità, e un dio a cavallo, segno di forza e di potere.
Anche gli immigrati veneti arando la terra vedevano affiorare ogni tanto frammenti di ceramica, o ancora pietre lavorate. Ma non era una grande sorpresa. Venivano da paesi dove tanti popoli antichi s’erano insediati durante i secoli, e ne conoscevano le testimonianze.
Scoprirono così che c’era gente croata in quella parte dell’Istria. Ma non c’erano sguardi o situazioni ostili tra contadini dell’una e l’altra lingua.
I coloni erano venuti a risiedere in un’area quasi disabitata, prima della bonifica, e ignoravano come il regime avesse proibito agli autoctoni slavi di parlare in pubblico la loro lingua, perfino di cantare gli inni in chiesa. Per non parlare delle scuole croate che erano state chiuse. Loro erano arrivati per lavorare la terra, e riscattarla.
Seguirono anni intensi, per le famiglie coloniche. I nuovi figli nascevano istriani, i campi cominciavano a dare: frumento di buona qualità Mentana e Florence, sorgoturco, erbaspagna, uva da tavola e da vino, orzo, avena, rape, patate, ceci, sorgo gentile, fagioli, sulla e altre verdure da orto. Nell’azienda agricola di Altura erano state messe a dimora lungo le strade poderali e presso le case più di mille mandorli. Alberi da frutto e olivi piantati un poco ovunque crescevano bene. Si puntava intensamente alla coltura del tabacco. La scelta era caduta sulla qualità Erzegovina, robusta e di buona resa. Se ne seminarono più di due milioni e mezzo di piantine. La foglia essiccata veniva trasportata poi nel grande magazzino tabacchi di Pola. Anche il latte della grande stalla San Marco andava a Pola, per le lavorazioni.
La città godeva del bosco, quello di Siana, delizia dei polesani. L’azienda ne aveva cura, mentre ritraeva buoni redditi dai tagli nei boschi di Magrano e San Daniele. Fino a 1.665 quintali di legna da ardere, in un anno, e 1.667 pali capisaldi e 21.380 paletti buoni per sostenere le viti, più 115 passi di frasche. Nei boschi e nei terreni da spietrare si praticava anche una caccia abbondante. I coloni traevano qualche soldo anche dai lavori poderali predisposti dall’azienda. Tenere in ordine le strade, preparare le massicciate, e nei giorni di pioggia prendersi cura delle siepi. Le famiglie vendevano anche qualche piccolo animale ai cittadini. Che arrivavano in corriera o in bicicletta da Pola magari il martedì, quando le macellerie erano chiuse per le note disposizioni contro “le inique sanzioni”. Il mercoledì, sempre per lo stesso motivo, le macellerie erano aperte ma non potevano vendere carne bovina, mentre era libero il commercio di conigli, polli, selvaggina, cacciagione, salsiccia fresca non affettabile, carne suina, ovina e caprina, frattaglie e trippa d’ogni specie d’animale.
Il regime curava che i coloni fossero informati sulla situazione politica, così nel 1935 aveva organizzato conferenze specifiche riguardo alle restrizioni imposte dal blocco. Mentre allettava le massaie rurali con vari concorsi e premi per la pulizia, l’ordine e l’abbellimento floreale delle case coloniche, come per la razionale conduzione dell’orto. Di solito il premio consisteva in qualche coppia di conigli da riproduzione di buona razza, compresi i pregiati angora dal pelo lungo e serico.
L’azienda di Altura aveva aperto anche una scuola rurale per soli figli di mezzadri, comprendente le prime quattro classi elementari. La frequentavano quaranta bambini. Ventisette mezzadri partecipavano invece al corso di alfabetizzazione serale.
Nel 1936, sostengono le cronache dell’Opera, i coloni avevano risposto con slancio all’appello della patria per l’offerta dell’oro. Una donna aveva perfino consegnato, con la vera nuziale, la medaglia del figlio caduto in guerra. In più si erano raccolti molti quintali di rottami di ferro.
La vita scorreva, tra soddisfazioni per i raccolti e preoccupazioni per grandinate e siccità che talvolta li devastavano.
La domenica era bello trascorrere ore di riposo in libertà, camminando nei boschi. Nessuno poteva immaginare che proprio da quelle masse ombrose di roveri sarebbero uscite un giorno tante disgrazie.
Come uno sciame di diavoli, la guerra e le sue conseguenze calarono su famiglie e campi redenti. E il sogno della terra in proprietà si fece incubo. Specie dopo el ribaltón, i fatti dell’otto settembre 1943, con l’armistizio. Un’Italia divisa tra Regno d’Italia e Repubblica Sociale Italiana. Con l’Istria e la Venezia Giulia costretta in un ibrido, dove le stesse forze armate di Mussolini si trovavano spesso a fronteggiare, oltre alle ambizioni territoriali dei partigiani titini, di belogardisti e domobranzi sloveni alleati ai tedeschi, le nient’affatto celate tentazioni annessioniste del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Il Reich hitleriano considerava queste terre sotto il nome di Adriatisches Küstenland, una zona speciale che comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana.
Tedeschi, fascisti, partigiani di Tito trasformano i boschi in uno scenario di scontri. Di giorno comandano gli uni, di notte gli altri, che si alternano nelle visite alle case, ciascuno con la sua pretesa.
I “regnicoli” contadini sono guardati con sospetto dai germanici e con diffidenza dai titini. Nonostante qualche figlio abbia preso la strada del bosco e inalberi la stella rossa sul berretto. Come tanti altri italiani patiscono rastrellamenti, internamenti in Germania, rappresaglie sanguinarie. Quando ritorneranno dai lager, e con loro la torva pace di quegli anni a brutto muso, ritroveranno Pola sotto il Governo Militare Alleato, e il resto dell’Istria nelle mani del potere popolare jugoslavo.
Alla fine di tutto, dopo avere sperato ancora nel mantenimento dell’Istria, o almeno di Pola, all’Italia, si trovarono anche loro ad ingrossare le file dell’esodo, salendo sul “Toscana” che svuotava la città e i contorni dei suoi cittadini.
I campi poco per volta tornarono ai rovi, com’era stato per secoli, quando le pesti spopolavano l’Istria e Venezia, di tanto in tanto, convogliava dai suoi domini da Mar albanesi, greci, dalmati e morlacchi per ridar vita alle terre abbandonate al selvatico.
Gli slavi dell’interno si precipitarono sulle cittadine della costa, mostrando poco interesse per il lavoro dei campi.
I coloni veneti, compresi tra gli esuli, dopo qualche anno di attesa mortificante nei campi di raccolta dei profughi istriani, quali erano ormai, accolsero in buona parte l’offerta dell’Opera Combattenti di trasferirsi a Sud, in Puglia, dov’erano disponibili terre di più recente bonifica, e altre scorporate da grandi proprietà per la riforma agraria.
Si trattava di non buttare al vento dieci anni di fatiche e di versamenti per il riscatto. I capifamiglia, dopo un sopralluogo nel Tarantino, in Comune di Ginosa, località Venticinque, ch’era il numero d’un casello ferroviario prossimo ai terreni da assegnare, non ebbero dubbi. Fecero un’altra volta la valigia.
Ulderico Bernardi
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Cherso tra nobili e popolani
Il volume di Tarcisio Bommarco L’isola di Cherso - La presenza veneziana e le diverse dinastie popolane intreccia la macrostoria di quel territorio dal medioevo al XIX secolo con la microstoria dei Bolmarcich, cognome attestatovi dal 1500 e nel 1928 italianizzato in Bommarco. L’autore rende con un’oggettività refrattaria a miti e stereotipi la realtà di una zona agricolo-pastorale di confine, a metà fra Istria e Dalmazia, periferica rispetto agli stati contendenti, con una lunga compresenza di italiani e (forse già dal IX secolo) slavi.
Nato a Cherso città nel 1938, Bommarco andò profugo con i genitori in Italia nel 1947, ma dal 1963 risiede in Svezia. Questo suo lavoro è frutto di un bisogno esistenziale: «il legame con la terra di origine e con quella parte dell’identità personale che le appartiene – spiega infatti nell’introduzione – ritengo possa essere riacquistato attraverso lo studio e la conoscenza». Il libro è stato presentato a Cherso a fine luglio nell’affollatissima aula magna della scuola elementare croata su iniziativa della locale Comunità degli Italiani, a Trieste, con buona presenza di pubblico, il 26 settembre presso il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata su iniziativa dell’IRCI e dell’editore, e il 28 settembre presso la Comunità degli Italiani di Fiume, con grande applauso finale.
Nel testo Bommarco rileva come la debole e, con il tempo, sempre più nominale amministrazione bizantina (535-1018) avesse consentito una notevole autonomia municipale, caratterizzata dalla partecipazione anche dei ceti popolari. Fin dall’epoca romana capoluogo isolano era la meridionale città di Ossero.
Sia durante il protettorato (1018-1085) che durante il primo dominio veneziano (1085-1105) autonomia e democrazia interne non vennero intaccate perché – sostiene Bommarco – «Venezia non si sentiva strettamente interessata a cambiare gli assetti istituzionali o ad incidere notevolmente nella vita comunale delle nostre terre, come non avvertiva il bisogno di occuparle militarmente; ciò che chiedeva era il tributo che ne sanciva la sottomissione; esse servivano alla Serenissima solamente come zone di passaggio per i suoi commerci verso l’oriente». Il primo dominio ungherese (1105-1118) non riuscì a limitare le libertà comunali. Ci riuscì invece il secondo dominio di Venezia (1118-1358). Fin da subito a capo dei Comuni di Ossero, Cherso, Lubenizze e Caisole furono posti dei conti appartenenti all’aristocrazia veneziana. Nel 1166 l’intera isola venne infeudata alla famiglia veneziana dei Michiel, cui nel 1180 subentrarono i Morosini. La rivolta popolare del 1227 pose termine al periodo feudale veneziano più duro. Da allora la capitale continuò a inviare i propri conti e a pretendere dalla popolazione tributi, nonché servizi militari e civili obbligatori, ma in cambio autorizzò fino ad una certa misura l’autogoverno dei Comuni, retti da podestà elettivi affiancati dai giudici. I ceti borghesi però cominciarono ad essere progressivamente estromessi dal potere e nel 1330 il conte avocò a sé alcune prerogative a scapito anche dei nobili locali.
Il secondo e ultimo dominio ungherese (1358-1409) confermò la natura duale dell’autorità politica: al feudatario imposto dal sovrano continuò ad affiancarsi il Comune, che accentuò sempre più i suoi connotati oligarchici e classisti.
Il terzo e ultimo dominio veneziano (1409-1797) consolidò ulteriormente il potere degli aristocratici proprietari terrieri a scapito di artigiani, commercianti e piccoli proprietari, che poterono accedere solo a cariche minori. Il conte capitano, capo dell’amministrazione comunale, era un nobile veneziano eletto dal Senato di Venezia che agiva spesso indipendentemente dagli statuti cittadini, suscitando con ciò malcontento e proteste. Gli isolani dovettero fornire alle galere veneziane contingenti sia fissi che straordinari, ma in pratica tale onere (con le relative spese di armamento) ricadde solo sui popolani. Fra il 1450 e il 1460 l’emergente Cherso assurse a capoluogo amministrativo, mentre Ossero rimase sede vescovile (fino al 1828) decadendo come città. Tra gli inizi del ’500 e il 1797 molti Bolmarcich furono eletti in Consiglio comunale quali rappresentanti dell’Università del popolo.
Il primo dominio asburgico (1797-1806), inizialmente visto con diffidenza dai ceti subalterni legati a Venezia, riuscì solo in parte nei suoi tentativi di razionalizzare e controllare dall’alto il precedente sistema amministrativo fondato sui privilegi nobiliari ed ecclesiastici, oltre che sull’inefficienza.
La partecipazione troppo fugace al Regno d’Italia (1806-1810) non permise l’effettiva attuazione delle grandi riforme napoleoniche anche a causa del diffuso conservatorismo sociale. Il breve interregno austriaco (maggio 1809) fu salutato favorevolmente non solo da molti preti e nobili ostili ai giacobini, ma anche da quanti speravano nella fine del pernicioso blocco navale attuato dei corsari inglesi. Ai tempi delle Province Illiriche (1810-1813) Cherso fu staccata dalla Dalmazia e annessa alla Provincia della Croazia Civile. Le innovazioni allora introdotte senza gradualità risultarono impopolari.
La seconda dominazione asburgica (1813-1918) iniziò con riforme amministrative che confermarono il distacco dalla Dalmazia. L’isola, contro il suo volere, fu annessa nel 1815 alla Provincia del Litorale e al Circolo di Fiume e nel 1822 al Circolo (dal 1861 Margraviato) dell’Istria. Diversamente dalla più dinamica Lussino, Cherso non seppe cogliere i vantaggi del legame con Trieste e sviluppare un’economia più moderna. Dopo il 1848 la lotta sull’uso della lingua nelle scuole pubbliche vide da un lato il Comune, retto dai ceti benestanti, sostenere l’italiano e dall’altro il clero sostenere il croato, che dal 1869 si insegnò solo nelle scuole dei villaggi.
Tarcisio Bommarco, L’isola di Cherso - La presenza veneziana e le diverse dinastie popolane, Del Bianco, Udine, 2012, pp. 325, € 27,00.
Paolo Radivo