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È recentemente uscita l’ultima fatica del veneziano Alberto Rizzi, storico dell’arte. Si tratta di un prezioso cofanetto di tre volumi, I leoni di San Marco, una coedizione fra il Consiglio e la Giunta del Veneto e l’editrice Cierre, dove troviamo catalogati oltre 7.000 leoni marciani; un’opera enciclopedica dalla quale emerge quanto attuale sia l’identificazione con il Leone nelle Terre di San Marco.
L’espressione “San Marco in forma de Lion” definisce molto bene il leone marciano, che è qualcosa di più dello stemma della Capitale veneziana e della sua millenaria Repubblica. Che tale lo sia, o meglio lo sia divenuto attraverso i secoli, lo testimonia indiscutibilmente l’affezione verso di esso, dimostrata non solo dagli abitanti di Venezia e del Dogado, ma anche nello Stato da Mar e nello Stato da Tera, i quali avevano finito per identificarsi con l’entità politico-culturale in esso figurativamente espressa con tanta efficacia.
Differenziato in Leon in “moleca” (il granchio quando ha il guscio molle) e “andante”, il Leone di San Marco divenne l’emblema politico oltre che religioso di Venezia già nel XIII secolo, per affermarsi pienamente in età gotica, la quale, assieme a quella rinascimentale, costituì anche la fase di maggior fortuna del simbolo, di pari passo con la potenza politico-militare ed economica che esso rappresentava.
Le numerosissime presenze, e soprattutto la sua popolarità attirarono fatalmente su di esso al tramonto della Serenissima Repubblica, il tragico 12 maggio 1797, un’ondata di distruzioni che non è esagerato definire “leontoclastia”; i giacobini napoleonici distrussero e scalpellarono nella sola città di Venezia oltre 1.000 leoni marciani; bastava gridare «Viva San Marco» per essere condannati a morte! Ma nonostante tanto odioso accanimento, il simbolo marciano continua ad essere più vivo che mai; dal 1970 è il simbolo ufficiale della Regione del Veneto e la Sua presenza nel Veneto e nelle comunità venete nei cinque continenti è una moderna dimostrazione identitaria e di consapevolezza di appartenenza a una storia comune.
Da sempre si guarda con rispetto e ammirazione, con timore al nostro simbolo, al Leone di S. Marco. A quel simbolo – e Napoleone l’aveva capito benissimo – che è molto di più di una bandiera, quel simbolo che ha una dimensione visibile, materiale, facilmente riconoscibile e un’altra invisibile, irraggiungibile, imperscrutabile, che sfugge a qualsiasi tentativo di interpretazione, di controllo, di cattura… Paolo Rumiz ne La secessione leggera scrive a proposito del Leone di San Marco e dei Serenissimi che nel maggio del 1997 occuparono il campanile: «Così si continuò a non capire che cosa aveva spaventato lo stato. Eppure la bandiera piantata sul campanile forniva già la risposta. Era un simbolo, il segreto stava lì. Il commando si era servito della più invisibile e immateriale delle armi».
Emblematico che, rispetto alla prima edizione, datata 2001 e composta di due volumi, questo nuovo cofanetto abbia circa il trenta per cento in più di leoni marciani. E per capire la dimensione del lavoro del prof. Rizzi ripropongo una delle migliaia di schede che descrivono il leone: «PORTO ALEGRE (Brasile). 575. Piazza Italia. Nella piazza, la più importante della capitale del Rio Grande do Sul, il 5 dicembre 2002 è stata inaugurata una colonna sormontata da un gigantesco leone marciano bronzeo dono della Regione Veneto. Opera dello scultore veneto-brasiliano Gustavo Nakle, la scultura presenta ali sollevate, muso sorridente e coda svolazzante. La cerimonia è avvenuta alla presenza di una delegazione del Consiglio Regionale del Veneto e di autorità del Rio Grande do Sul, lo stato più italiano, nella fattispecie veneto, del Brasile essendovi molto numerosi i discendenti di emigranti veneti giuntivi tra gli anni 1875 e 1930…».
Un’opera straordinaria, e tutti i veneti coscienti della propria identità devono essere grati al prof. Rizzi che ha dedicato anni e anni della propria vita alla catalogazione, salvaguardia, valorizzazione del Leone di San Marco.
Ettore Beggiato
Alberto Rizzi, I leoni di San Marco, Cierre Edizioni - Regione Veneto, 2012, € 161,50.
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“Atti e Memorie” della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria
Sabato 19 gennaio, durante l’Assemblea annuale della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria svoltasi in via Crispi 5 a Trieste, è stato distribuito ai soci il volume 112° della Raccolta (60° della Nuova Serie - 2012) degli “Atti e Memorie”. Il testo, di 272 pagine, contiene cinque “memorie”.
La prima, di Dimitri Cascianelli, illustra in modo dettagliato il frammento di sarcofago paleocristiano del convento francescano “in ripa maris” di Spalato, risalente alla fine del IV secolo e raffigurante da una parte la lotta tra Davide e Golia e dall’altra i discepoli di Emmaus. Tale doppia iconografia era per quei tempi di grande modernità.
La seconda memoria, di Luisa Crusvar, parla del sigillo personale di Pasquale Revoltella, che in realtà ritrae non il banchiere triestino come si era finora creduto, ma il ministro austriaco Karl Ludwig von Bruck, di cui egli era stato amico prima del deterioramento dei loro rapporti negli ultimi anni.
La terza memoria, di Gian Luigi Bruzzone, presenta e trascrive la corrispondenza del linguista, letterato e irredentista triestino Albino Zenatti con il filologo romano Ernesto Monaci intercorsa fra il 1879 e il 1913.
La quarta memoria, di Mariacarla Triadan, tratta delle caratteristiche del catasto austriaco “franceschino” (introdotto nel 1817) e di quello italiano nella Venezia Giulia. Un ampio prospetto alfabetico riporta inoltre tutti i singoli comuni catastali rispettivamente secondo la denominazione italiana del 1923, quella del periodo asburgico e quella attuale, nonché il comune, la regione e lo stato di odierna appartenenza.
La quinta memoria, di Paolo Radivo, conclude la sua ampia ricerca iniziata nel volume 110° sul plebiscito negato agli istriani dopo la Seconda guerra mondiale. In questa seconda parte l’autore esamina, sulla scorta di numerosi documenti d’epoca, il periodo tra l’agosto e il dicembre 1946, mettendo in luce le divisioni interne alla delegazione giuliana a Parigi, l’impegno per il plebiscito dei soli CLN di Pola e dell’Istria (infine anche di quelli di Trieste, Lussino-Cherso, Fiume e Zara) a fronte dell’ostilità del CLN di Gorizia, l’ossessione degasperiana di perdere l’Alto Adige, le tardive e deboli richieste avanzate dal delegato italiano Bonomi alla Conferenza della pace di Parigi nel settembre e dal ministro Nenni alla Conferenza dei ministri degli Esteri statunitense, sovietico, britannico e francese a New York nel novembre, nonché gli infruttuosi abboccamenti tra i delegati italiani e jugoslavi sul tema a fine novembre. La ritrosia del Governo De Gasperi nel perorare la causa (salvo l’attivismo di Nenni, entrato però in carica appena il 19 ottobre) si abbinò alle forti pressioni dissuasive dei Quattro Grandi, che non intendevano ridiscutere il loro accordo del 3 luglio sul nuovo confine italo-jugoslavo, parte integrante della risistemazione dell’Europa faticosamente raggiunta. E ciò, malgrado fosse stato il segretario di Stato USA Byrnes a proporre per primo il 4 maggio ’46 il plebiscito nella Venezia Giulia: ma allora i negoziati tra i Grandi erano in corso... La Jugoslavia comunista poi non intendeva rinunciare a quanto aveva conquistato sul campo e brutalmente irreggimentato. Così il principio di autodeterminazione dei popoli, proclamato dalla Carta Atlantica, più volte ribadito e infine recepito dalla Carta delle Nazioni Unite, fu ignorato. Gli istriani e i giuliani tutti non poterono decidere se appartenere all’Italia o alla Jugoslavia; altri lo fecero per loro. La logica che prevalse fu ancora una volta quella del vincitore, con il suo “diritto” di preda bellica ai danni del vinto. Perciò la democrazia venne sacrificata, e con essa un intero popolo che dovette esodare perché oppresso dal regime di Tito.
Il volume continua con due “notizie”. La prima è la relazione sul governo episcopale di mons. Giorgio (Juraj) Dobrila nella diocesi di Trieste-Capodistria (1875-1882) letta dal prof. Cuscito all’Università di Pola il 25 ottobre 2012 durante le celebrazioni del bicentenario della nascita del presule istro-croato. Nel suo nuovo incarico Dobrila, già presente a Trieste come parroco di San Giusto e rettore del convitto diocesano (1837-1857) e già vescovo di Parenzo-Pola (1857-1875), rimase fedele alle autorità asburgiche, conservò l’attenzione dei suoi predecessori verso i fedeli slavi in quanto appartenenti a ceti subalterni e mirò a fondere le due diocesi istriane istituendo un unico seminario a Pisino. Durante il suo episcopato non si sviluppò nel mondo cattolico diocesano la dimensione politico-sociale, ma la polemica ideologica prima incentrata sul liberalismo slittò progressivamente sul socialismo.
La seconda “notizia” consiste in uno studio del prof. Pietro Zovatto su don Antonio Dessanti. Nato a Buie nel 1921, ordinato sacerdote a Trieste nel 1946, fu prima cappellano a Fossalon di Grado, poi dal 1947 al Villaggio del Fanciullo a Opicina, quindi nelle parrocchie dei profughi a Santa Croce e Prosecco. A Trieste nel 1955 fu tra i rifondatori del Circolo buiese “Donato Ragosa”, dal 1968 al 1975 collaboratore all’Ospedale Maggiore, dal 1975 al 1991 insegnante di religione all’Istituto magistrale “Duca d’Aosta” e tra il 1992 e il 2009 parroco della Cappella Civica. Continuò sempre ad assistere gli anziani della casa famiglia “Mater Dei” e anche quando, negli ultimi anni di vita, fu ricoverato nella casa di riposo dell’ITIS si prodigò per gli altri lungodegenti. Zovatto lo definisce uomo della preghiera, della carità universale, del confessionale e della buona stampa.
Concludono il volume le commemorazioni dei soci Giovanni Lettich, Gabrio de Szombathely, Loris Premuda e Riccardo Maetzke, due recensioni, l’elenco dei libri e periodici ricevuti nel 2012, il verbale dell’assemblea precedente, i bilanci allora approvati e gli scambi librari con altri istituti culturali.
Paolo Radivo
“Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria”, Volume CXII della Raccolta (LX della Nuova Serie), Trieste 2012.
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Radio Venezia Giulia
L’IRCI ha presentato lunedì 25 febbraio nel Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di Trieste il denso libro di Roberto Spazzali su Radio Venezia Giulia. Approfondendo tramite fonti d’archivio la vicenda dell’emittente, lo storico triestino delinea in realtà anche il rapporto tra politica, media e propaganda nella contesa postbellica italo-jugoslava.
Radio Venezia Giulia trasmise ininterrottamente dal 3 novembre 1945 all’estate 1949 sotto la direzione dell’intellettuale istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini. Fu l’unica emittente clandestina italiana; la Commissione alleata di controllo chiese invano al Governo De Gasperi di disattivarla. Promossa dal CLN dell’Istria e dal Comitato Giuliano di Roma, poté essere avviata grazie al finanziamento del Ministero degli Esteri e dei servizi segreti militari. Ebbe sede a Venezia: lo studio di trasmissione nel palazzo Tiepolo-Passi, il trasmettitore prima sul campanile della chiesa di San Nicolò al Lido, poi nel vicino forte Alberoni, quindi nella batteria Rocchetta (sempre di proprietà della Marina militare). Nei primi due anni il controllo dell’indirizzo politico e delle spese di gestione spettò al diplomatico Justo Giusti del Giardino, il settore tecnico al futuro sindaco di Trieste Marcello Spaccini (DC). Redattore, annunciatore e curatore della rassegna stampa fu il giornalista Ugo Milelli, collaboratori Alvise Quarantotti Gambini, il docente socialista triestino Carlo Schiffrer, lo stesso Justo Giusti del Giardino e il polese Antonio De Berti, che fece il corrispondente da Roma e, durante la Conferenza della pace, anche da Parigi. Numerosi furono poi i corrispondenti segreti da Trieste, Gorizia, Pola e dall’Istria, che comunicavano tramite una radio Morse con la centrale; fra questi i cattolico-democratici Oscar Millo, monsignor Alfredo Bottizer, Redento Romano, Stelio Rosolini e Bruno Zoppolato.
La radio fu uno strumento ufficioso della politica estera italiana volto a informare sulle condizioni della Zona A (fino al 15 settembre 1947 della Venezia Giulia, poi del Territorio Libero di Trieste) e a denunciare i soprusi titoisti in Zona B, replicando all’intensa propaganda jugoslava e incoraggiando i connazionali sotto occupazione. Il primo giorno esordì con queste parole: «Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia, dopo anni di oppressione fascista, nazista e sedicente progressista. Una trinità che soltanto nel nome si distingue: ma che nella sostanza e nella forma è identica. La nostra voce è nel primo istante una carezza affettuosa di fratelli a fratelli, di figli a padri rimasti nel carcere jugoslavo... dove forse lentamente si ripete per loro la tragedia che nei campi di concentramento europei fece morire giorno per giorno i migliori».
Nell’arco di quattro anni l’emittente effettuò 3.800 trasmissioni (2.600 in onde medie, 1.200 in onde corte) per un totale di oltre 2.000 ore. Dopo una prima fase sperimentale con un notiziario quotidiano ripetuto in diverse ore della giornata, il palinsesto si strutturò in due notiziari con una replica serale in onde corte, la rassegna stampa, la nota del governo, il commento politico e la rubrica storico-artistico-letteraria “Histria nobilissima” curata dal prof. Giovanni Quarantotti, padre di Pier Antonio e Alvise. Il linguaggio usato era semplice, le frasi brevi e piane, le affermazioni documentate, il tono pacato ma fermo. Le autorità jugoslave furono talmente infastidite e preoccupate per l’ampio seguito popolare di questa fonte di controinformazione da vietarne l’ascolto e perfino sospendere la corrente elettrica nelle ore di emittenza.
Il libro tratteggia anche la breve esperienza di Radio Pola, che trasmise dall’11 agosto 1945 al 13 maggio 1947 con una redazione in un edificio dietro ai Giardini e un ripetitore a Vallelunga. Era diretta dal maggiore britannico Paul Sasson. La sezione italiana comprendeva due redattori (Danilo Colombo e Franco Decleva), tre annunciatrici (Silvana Vidali, Bianca Voltolina e Adalgisa De Pauli), tre segretarie (Giorgina Bendoricchio, Nerina Ive e la signorina Eritrea) e uno steno-dattilografo (Pietro Sfiligoi); la sezione croata due redattori-traduttori-annunciatori (Bernardo Gissi e Frane Maliković), un’annunciatrice (Maria Mantovani) e un collaboratore (Virgilio Tommasi, l’unico di sentimenti filo-jugoslavi). Quattro i tecnici (Antonio Bellulo, Tullio Devescovi, Antonio Bulessi e Armando Devescovi). Il segnale giungeva fino a Milano, all’Abruzzo e a Fiume. I primi programmi mattutini erano mutuati da Radio Trieste; seguivano notiziari, commenti, rubriche, canzoni e radiodrammi. Dal maggio al settembre 1947 le trasmissioni ripresero in forma ridotta grazie a un trasmettitore americano che sostituì quello inglese trasferito a Trieste.
Il 15 maggio 1946 a Pola la Polizia Civile e il controspionaggio britannico arrestarono Francesco Robba (polese), Stefano Califfi (polese) e Mario Moscarda (gallesanese) nella soffitta dello stabile di via Galilei 5, da dove comunicavano alla centrale di Radio Venezia Giulia, tramite una rice-trasmittente e utilizzando il cifrario dell’esercito jugoslavo, notizie raccolte dalla redazione de “L’Arena di Pola” e da informatori residenti nella Zona B della Venezia Giulia. I britannici sospettavano che i tre antifascisti fossero in realtà spie titine. Così, dopo averli rinchiusi per 24 giorni nelle carceri polesi, li tradussero in quelle giudiziarie di Trieste trattenendoli per oltre un mese.
Nell’autunno 1947 la necessità di sanare i bilanci in rosso subordinò maggiormente Radio Venezia Giulia al Governo De Gasperi (tramite l’Agenzia giornalistica triestina ASTRA) e dunque alla politica filo-occidentale della DC, restringendone il campo d’azione alla difesa dei diritti italiani su Trieste e mettendo in secondo piano i territori ceduti con il trattato di pace. Il segnale fu potenziato fino a coprire quasi tutto il Nord Italia e l’Adriatico orientale. Anche gli effettivi furono incrementati, con una redazione centrale a Venezia, una a Trieste, una a Roma e una a Gorizia-Udine. Grande impegno venne profuso per la vittoria dei partiti filo-italiani alle elezioni amministrative del giugno 1949 nella Zona A del TLT. Poi le trasmissioni furono sospese e i giornalisti licenziati. Un “Notiziario per gli italiani della Venezia Giulia” venne realizzato da giornalisti de “Il Giornale di Trieste” e di “Ultime notizie” in vista delle elezioni truffa del 16 aprile 1950 in Zona B. La Rai rilevò la frequenza consentendo dal 3 giugno 1951 la ripresa dei programmi quotidiani di un’ora sulle frequenze di Radio Venezia III, prima come “Trasmissioni per la Venezia Giulia”, poi come “L’ora della Venezia Giulia”.
Paolo Radivo
Roberto Spazzali, Radio Venezia Giulia. Informazione, propaganda e intelligence nella «guerra fredda» adriatica (1945-1954),
LEG-IRCI, Gorizia 2013.
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Nascita di una minoranza
Il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, l’Unione Italiana di Fiume, l’Università Popolare di Trieste e l’Università degli Studi di Trieste - Dipartimento Studi Umanistici hanno presentato venerdì 19 aprile presso la sede “Androna Baciocchi” dell’ateneo il libro della docente triestina Gloria Nemec sul periodo 1947-1965 in Istria e nel Quarnero secondo la testimonianza degli italiani rimasti. Quest’ampia ricerca di storia orale è stata effettuata intervistando un’ottantina di testimoni. Il volume, già presentato a Rovigno il 1° marzo, può essere scaricato in pdf dal sito www.crsrv.org.
Riproduciamo di seguito nella sua interezza, salvo i ringraziamenti finali, la significativa allocuzione pronunciata a Trieste dal prof. Giovanni Radossi, presidente del CRSR.
A rigore di termini è possibile parlare di minoranza italiana dell’Istria, Quarnero e Dalmazia soltanto dal momento della data ufficiale della sua nascita che si colloca nell’anno 1947, all’entrata in vigore del Trattato di pace tra Italia e Jugoslavia, quando, dopo una gestazione travagliata e l’inizio dell’esodo, si compose la sua immagine in fatto di consistenza numerica e di orientamenti ideali. Il suo affacciarsi alla ribalta della storia contemporanea avvenne attraverso un processo contraddistinto da inquietudini, da perplessità, da polemiche, da incomprensioni, da lacerazioni, da conflitti di vario genere; questo sofferto cammino ha condizionato la sua esistenza sino ai giorni nostri, nonostante i numerosi tentativi di vincere le avversità, di cementare la sua coesione, di rafforzare la sua coscienza, di definire in maniera inequivocabile la sua identità non solo etnica ma soprattutto nazionale. Per siffatte ragioni la “storia” e l’insieme delle questioni esistenziali di questa minoranza nazionale – senza dubbio una delle più giovani se non la più giovane d’Europa – numericamente esigua, ma dotata di vitalità e di capacità di ripresa impensate, vanno affrontate tenendo conto dei presupposti storici ed ideali che hanno prodotto direttamente o indirettamente la sua comparsa in una fase particolare della storia europea, lumeggiando l’arduo percorso della ricerca della propria autonomia, della propria unità e della propria individualità nei mutati e mutanti contesti statuali.
E’ notorio che le minoranze nazionali sono di regola il risultato di un’imposizione della maggioranza o di un compromesso tra stati, a cui pervengono per comporre le proprie controversie in merito alla definizione dei confini. E’ facile capire come questa separazione coatta possa provocare uno stato – diciamo – di disagio tra coloro che ne sono vittime, colpiti nelle proprie aspettative nazionali, nei propri interessi economici, nei propri ideali politici, e suscitare di conseguenza nel popolo di maggioranza – ma non solo – un senso di sfiducia come logica reazione, nei confronti degli appartenenti al gruppo minoritario, ravvisando in essi i segni di un pericolo latente e nella loro presenza elementi di una costante insicurezza.
Tuttavia, contrariamente a questa esperienza pressoché generale, la comunità nazionale italiana è nata in parte motu proprio, poiché ai suoi componenti furono date più possibilità e prospettate ampie garanzie nel caso in cui avessero deciso di sottrarsi a tale destino; mi riferisco, in primo luogo, alle opzioni contemplate dalle clausole del Trattato di pace e dai successivi accordi italo-jugoslavi che “permettevano” di “trasferirsi” nella Nazione Madre. E’ chiaro che, se per ipotesi, tutti gli Italiani avessero esercitato questo diritto, in Istria, a Fiume e dintorni non sarebbe nata alcuna minoranza nazionale italiana; pertanto essa giustamente rivendica il riconoscimento delle sue specifiche origini autonome ed autoctone, come titolo legittimo di rispetto e di completa tutela.
Nel 1945 la dirigenza jugoslava era ben consapevole, e per nulla preoccupata dal fatto che il nuovo ordinamento politico avrebbe determinato la partenza dei tradizionali gruppi dirigenti italiani, della upper class della società locale, dei ceti medi urbani e degli intellettuali, depositari dei valori nazionali italiani, mentre avrebbe potuto contare sul segmento della “classe operaia” quale unica e sicura fonte di sostegno alla nuova legittimità politica e statuale. In realtà tutte le componenti abbandonarono il territorio, dopo la “disillusione storica” dovuta al prevalere dei valori nazionalisti all’interno delle organizzazioni politiche e della società, e quindi rispetto ai precedenti esodi istriani l’esodo degli italiani nel secondo dopoguerra segnò una novità sostanziale: vicina a scomparire questa volta fu un’intera componente nazionale. Sotto questo aspetto, oggi può sembrare indifferente sapere se allora, numericamente parlando, gli italiani fossero in maggioranza rispetto alla somma dei croati e degli sloveni residenti nel territorio, poiché quello che più conta è che se ne andò abbondantemente più della metà della popolazione residente, quella che aveva storicamente esercitato il dominio politico sulla maggior parte della regione e che risultava nettamente egemone sotto il profilo economico, sociale e culturale. L’esodo degli italiani avrebbe in tal maniera costituito l’autentica strozzatura della storia della Venezia Giulia.
In effetti, il drastico ridimensionamento numerico della popolazione italiana, accuratamente preparato dalle autorità jugoslave, si sarebbe dovuto realizzare attraverso un doppio binario: con l’espulsione, in particolare, degli italiani insediatisi nella regione dopo la prima guerra mondiale e, soprattutto, con la “restituzione” forzosa alle loro autentiche origini nazionali delle persone di origine slovena e croata “italianizzate” nei secoli precedenti; la fuga in massa, poi, della popolazione autoctona avrebbe integrato ben presto l’effetto devastante di queste direttrici. Il carattere propagandistico della prima “rilevazione demografica” (ottobre 1945) apparve subito del tutto trasparente e fu il primo indubbio segnale rivelatore del quadro degli equilibri nazionali che la Jugoslavia intendeva adottare nella Venezia Giulia. Seppure il nuovo Stato emergente dal secondo conflitto mondiale fosse di per sé plurietnico, tuttavia verso i vicini esso si comportava come un tipico stato nazionale che deviava verso l’esterno le pulsioni nazionaliste presenti inevitabilmente nelle diverse componenti storiche: siffatti comportamenti erano in effetti riconducibili all’esplicito intento dello stato jugoslavo di conquistarsi il supposto “confine etnico” già ipotizzato dopo la prima guerra mondiale, e di realizzare l’omogeneità etnica dei territori di nuova acquisizione.
Forse mai, come oggi, la riflessione che la Nazione Madre ci deve non può più prescindere dall’esprimere un giudizio, magari a titolo conoscitivo e valutativo, almeno sulla politica culturale e su quella di tutela concepita e condotta nei nostri riguardi in questo significativo sessantennio di dopoguerra e di avanzato inizio di millennio. Tale giudizio non può prescindere, infatti, da una puntualizzazione preliminare del nostro particolare iniziale contesto sociopolitico, che non solo ha sollecitato o frenato la promozione di presenze ed interventi a sostegno di strutture – quelle minoritarie –pericolanti, ma che ha anche condizionato tutta la loro articolazione e la specifica destinazione dei loro contenuti. Certo, noi dobbiamo rivendicare ora in modo alto e forte gli ideali di libertà, di tolleranza e di rispetto di tutte le componenti umane e civili che caratterizzano il territorio del nostro insediamento storico. Né si può credere che questo mito, quello della convivenza e della parità di condizioni di vita, sia un prodotto “inferiore”, o almeno “deformante” di un superato contesto politico. Quel mito ha svolto qui, e tuttora continua a svolgere, una funzione positiva, sul piano culturale e – più in generale – sul piano della crescita civile e sociale, che esclude qualsiasi primato di razza o nazione e che non concepisce una cultura che sia antitetica alla civiltà.
Comunque, è certamente maturato il momento di precisare a quali terribili insidie fummo esposti – in nome di quel mito – nel contesto del nuovo tessuto sociale e statale che, caratterizzato da una forte identificazione nazionale, misconosceva le diversità, puntando tatticamente sull’esaltazione dei valori classisti, ciò che produsse l’appiattimento delle aspirazioni genuine delle genti vissute fino a poco tempo prima sotto le ali della grande civiltà occidentale. Il noto risultato, frutto di un piano preordinato, fu il declassamento della componente romanza da maggioritaria a minoritaria, in seguito all’applicazione del Trattato di pace e del drammatico esodo che esso produsse; per i rimasti fu applicata la delegittimazione stanziale con vessazioni e compressioni politiche d’ogni genere, senza che nessuna voce di condanna, all’interno o all’estero, si levasse. A questo buio degrado si rispose dopo una “decantazione” durata un lungo, interminabile arco di vent’anni: “purificati” noi da possibili eccessi, ma rarefatti nel numero e nelle energie, ci siamo allora difesi e abbiamo rimediato da soli. Arrivò poi – nel 1964 – l’ancora di salvataggio dell’Università Popolare di Trieste e, successivamente, delle componenti più dirette dello Stato italiano, a materializzare quegli interventi che prima ci erano stati pervicacemente e sistematicamente negati e che, assieme alla nostra energia maieutica, ci avrebbero fatto uscire nei successivi decenni dalla ghettizzazione culturale ed umana in cui ci avevano voluti collocati, poiché violentemente sottratti alla nostra civiltà.
La comparsa della nuova Unione Italiana nel 1991 fece emergere la parte sommersa e “dimenticata” della popolazione italiana del nostro insediamento, quei connazionali che avevano riscoperto se stessi e il bisogno di dichiararsi. L’essere ed il palesarsi italiani fu associato ad un senso di libertà: allora si scoprì esistere un gruppo nazionale “diffuso”, radicato nella società, presente capillarmente sul territorio, desideroso di “contare”; e non composto solamente da pochi, raccolti intorno alle sue istituzioni specifiche, da uno “zoccolo duro” che ancora si accaniva a voler sopravvivere.
E’ bene ricordare che sia sulla storiografia italiana che su quella ex-jugoslava (oggi croata e slovena) grava il peso di colpe non indifferenti, anche se di natura diversa, per quanto concerne la problematica generale della popolazione italiana dell’area giuliano-dalmata; non ha senso individuarne in questa inadeguata sede le possibili motivazioni. Tuttavia, l’aver intuito – cosa che è stata fatta dal Centro di ricerche storiche rovignese – la gravità di queste lacune e l’aver cercato di contribuire a colmarle con serietà di applicazione attraverso un lavoro di équipe, in particolare nello svolgersi degli ultimi vent’anni, rappresentano un merito indiscutibile dell’Istituto e dei numerosi autori – segnatamente del volume di questa sera – prescindendo dalle inevitabili imprecisioni, poiché abbiamo avuto il coraggio di affrontare senza equivoci una problematica delicata e talvolta scottante che è servita nel più recente passato a falsare avvenimenti e realtà, falsificando sin il documento.
Ecco perché, allora, i preoccupanti risultati della recente rilevazione demografica in Istria debbono costituire per tutti noi una nuova sfida nell’impegno che ci siamo assunti nei confronti della popolazione italiana dei “rimasti”, ma anche degli “esodati”: crediamo di poterla affrontare onde adeguatamente gestirla, sorretti da strumenti come questo di oggi, con piena convinzione e dedizione, augurandoci un POST NUBILA PHOEBUS - DOPO LA TEMPESTA, IL SERENO!
Giovanni Radossi
Gloria Nemec, Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina, Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Rovigno 2012.
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Foibe: una tragedia annunciata
È stato presentato l’8 novembre col patrocinio di Roma Capitale nella Sala “Pietro da Cortona” del Palazzo Senatorio la nuova edizione rivista e ampliata del libro di Vincenzo Maria de Luca Foibe: una tragedia annunciata. Il lungo addio italiano alla Venezia Giulia (Edizioni Settimo Sigillo, 2012, pp. 250, € 20,00). Secondo l’autore, gli eccidi del 1943-45 e l’esodo sono la riproposizione di quanto accaduto nell’Adriatico orientale nel VII secolo con le prime invasioni avaro-slave, che causarono (si stima) 200.000 vittime tra le popolazioni autoctone latinizzate e indussero i sopravvissuti a cercare scampo dalla terraferma verso le città fortificate della costa e delle isole. Foriere di future tragedie sarebbero state nel 1918 sia la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni quale baluardo anti-italiano sia l’inclusione nel Regno d’Italia di almeno 400.000 slavi recalcitranti. Le prime amare conseguenze le pagarono i dalmati italiani, costretti a esodare o restare privi dei loro diritti nazionali e soggetti a vessazioni. Temeraria fu nel 1941 l’invasione del Regno di Jugoslavia: «Andavamo a metterci nei guai nei Balcani, in modo irreparabile, convinti di estendere la nostra influenza in quelle terre come contraltare all’egemonia tedesca. Non raccoglieremo altro che odio e maggior rancore nella popolazione slava che ora, in realtà, aggredivamo in maniera esplicita e plateale».
La catastrofe dell’8 settembre 1943 compromise «in modo irreparabile l’identità nazionale della Venezia Giulia»: «era quanto si aspettavano i nostri amici e nemici per contendersi quelle terre irredente per le quali tanto sangue era stato versato». «I nostri soldati abbandonarono nelle mani di Tito ingenti quantità di materiale vario ed equipaggiamenti completi, nell’illusoria, ingenua prospettiva di tornare in fretta e salvi a casa. Avessero tenuto ben strette quelle armi ancora per qualche ora, forse i lupi rossi non sarebbero scesi a branchi sulle greggi indifese dell’Istria e della Dalmazia». «A metà settembre 1943 – aggiunge de Luca – l’Istria era irrimediabilmente persa; l’avevamo persa malamente, senza onore»: «né alla monarchia sabauda, né a Badoglio e al suo governo importò di salvare l’Istria e la sua gente dallo straniero». Così, «traditi dai loro stessi connazionali, gli italiani d’Istria dovettero confidare unicamente negli odiati tedeschi e nei pochi reparti fascisti d’élite in armi, per la loro sopravvivenza».
Ma con il Litorale Adriatico i nazisti posero autorità e truppe italiane in posizione subordinata, blandendo invece le popolazioni slave secondo il disegno asburgico del divide et impera. Fra il novembre 1944 e il gennaio ’45 la X Mas contrastò e respinse i titoisti a nord-est di Gorizia, venendo infine costretta dal Gauleiter Reiner ad abbandonare la Venezia Giulia. Intanto il 31 ottobre 1944 Zara era caduta nelle mani degli jugoslavi, i quali uccisero gli stessi repubblichini che avevano favorito il pacifico trapasso dei poteri e molti italiani rimasti.
Fallirono i tentativi di Junio Valerio Borghese di un fronte comune con i partigiani italiani non comunisti, come a Genova e sulle Alpi occidentali, per insorgere contro i tedeschi e opporsi agli jugoslavi. Gli osovani pagarono con la vita la loro disponibilità a un simile accordo patriottico. Constata de Luca: «Nessuno, all’infuori di pochi, odiati reparti nazifascisti, aveva voluto difendere l’Istria. Nessuno aveva voluto guardare oltre e prevedere la minaccia slavo-comunista». Gli alleati si mossero tardivamente: «l’avessero fatto prima, migliaia di italiani non sarebbero stati uccisi dalla follia collettiva comunista». Nel 1945 «Tito impose, più che una pulizia etnica, una vera e propria pulizia politica, con la quale eliminare quanti, italiani e slavi, si fossero opposti alla dittatura del proletariato». L’autore sostiene che è impossibile sapere esattamente quante furono le vittime italiane delle foibe e dei gulag jugoslavi: «negli anni si è cercato di pubblicare degli elenchi, ma il risultato ottenuto non può essere considerato definitivo».
Con riferimento agli esuli istriano-fiumano-dalmati de Luca sottolinea: «Non erano fascisti; non erano accesi nazionalisti né nostalgici. Erano gli ultimi figli di quella sfortunata e dilaniata terra d’Istria, ancora incapace dopo secoli di trovare finalmente un po’ di pace. Erano gli italiani che la cieca e sorda logica comunista aveva posto dinanzi ad un atroce dilemma: rimanere nella nuova patria slava, soccombendo all’inevitabile snazionalizzazione in atto, o andare via per essere per sempre esuli in patria». Il loro fu «un commovente atto d’amore verso una Patria insensibile e ipocrita al punto di accogliere questi suoi figli sfortunati in 109 umilianti campo profughi, frettolosamente allestiti lungo tutta la penisola».