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LE PERLE DEL NOSTRO DIALETTO DI ONDINA LUSA E MARINO BONIFACIO

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Categoria: Recensioni e Inserti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Sono stati presentati mercoledì 19 dicembre in Casa Tartini a Pirano le ristampe del primo e secondo volume de Le perle del nostro dialetto, scritti dalla connazionale piranese Ondina Lusa e dal suo concittadino esule Marino Bonifacio per le edizioni “Lasa Pur Dir” della locale Comunità degli Italiani. L’incontro è stato organizzato dalla Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana e dalla stessa CI.

 

Il primo volume inizia con un’ampia introduzione di Marino Bonifacio al dialetto piranese e continua con un dizionarietto piranese-italiano ad opera di ambo gli autori. Sono invece di Ondina Lusa i capitoli finali, che riportano nomi e soprannomi tradizionali, cantilene, filastrocche, scioglilingua, favole, tiritere, indovinelli, conte infantili, proverbi, modi di dire, superstizioni (stroleghéssi), commedie popolari e ricette tipiche.
La prima parte del secondo volume, scritta da Bonifacio, comprende vecchi giochi infantili piranesi e isolani, la spiegazione di come veniva fatto il bucato a Pirano, un dizionarietto comparato italiano-piranese-veronese, un approfondimento sulla distinzione nel piranese tra sostantivi in -èo (mastrussèo = schiacciamento) e corrispondenti verbi al presente indicativo ampliato in -éo (mastrusséo = schiaccio in continuazione), nonché attestazioni storiche di antichi termini piranesi, istriani, triestini, friulani, veneti e italiani; seguono altre voci del dizionarietto piranese-italiano. I capitoli dal terzo al sesto, di Ondina Lusa, includono altre tiritere, conte, scioglilingua, indovinelli, proverbi, modi di dire e credenze, giochi, giochi di carte, la tombola in piranese, storielle, canzonette, scherzi, antichi modi di parlare ai bambini, ricordi d’infanzia, corredi della mamma e della nonna, rimedi di una volta, previsioni meteorologiche, una mappa con i toponimi antichi di Pirano e informazioni storiche. Chiudono il libro gli alberi genealogici di Ondina Lusa, Marino Bonifacio e Fulvia Zudič.


Nell’introduzione al secondo volume Bonifacio mette in luce le differenze tra il piranese, dialetto originale di antica tradizione veneta, e il triestino, artificioso poiché formatosi negli ultimi tre secoli a partire da un sostrato celtico-friulano venezianizzato con influssi sloveni e tedeschi. Perciò a Pirano si direbbe desmentegàdo (dimenticato) invece che dimenticà, massa caldo (troppo caldo) invece che tropo caldo, ti te ricordi (ti ricordi) invece che te se ricordi. Mentre poi il piranese dispone di un vocalismo rigorosamente “storico” sul modello veneto-toscano e di una cadenza musicale dolce, il triestino si caratterizza per un vocalismo “livellato” con cadenza aspra e nasale, per cui il 50% delle vocali toniche finali triestine e/o sono contrarie alle equivalenti piranesi. Così ai piranesi sércio (cerchio), spècio (specchio), sèsta (sesta parte) e sésta (cesta) fanno fronte i triestini cèrcio, spécio, sésta e zésta.


«Tra i popoli dell’Italia romana – spiega l’autore – i più affini linguisticamente ai romani e agli etruschi erano i veneti del Veneto centrale, i quali poi oltre all’intero Veneto hanno venetizzato pure il Trentino e l’Istria, quest’ultima tra il VII e il IV secolo a.C.. Così, mentre nelle altre regioni alto-italiane invase dai Celti nel IV e nel II secolo a.C. i dialetti hanno subito un’interferenza sviluppandosi con sole 5 vocali, nel Veneto, Trentino e Istria i dialetti si sono invece evoluti con 7 vocali come le regioni dell’Italia centrale (Lazio, Toscana, Umbria, Marche)».


Tra le principali caratteristiche del piranese Bonifacio segnala la cantàda, evidente specie negli interrogativi e dotata di abbellimenti (melismi) e suoni gradevoli (eufonicità). Tale cadenza, unica in Istria e diversa dagli altri dialetti veneti, si è conservata anche grazie al participio passato sempre con la desinenza -do: stado invece di stà. Le consonanti l e r sono dolci come negli altri dialetti istroveneti. Unico nell’Istria settentrionale è l’infinito tronco dei verbi: al posto degli istroveneti venezianeggianti magnàr, béver, ricordarse troviamo infatti magnâ, bévi, ricordâsse, come nei dialetti istrioti. A differenza del triestino e similmente a questi dialetti, poi, il piranese contempla numerosi termini arcaici autoctoni come olìa (oliva) o nevódo (nipote), e in particolare un nutrito gergo marinaresco e salinaro. Vi è poi il nesso sti, testimoniato un tempo in tutta l’Istria ma oggi sopravvissuto solo a Pirano e Grado, per cui i piranesi dicono mastio invece che mas’cio (maschio).

Tipicamente piranese è il suffisso -aro, fossilizzatosi nei cognomi Fornasàro, Mistàro, Pagliàro e Spadàro. Solo a Pirano, come a Grado, si alterna il suffisso accrescitivo/spregiativo -asso con -ato, per cui omàccio si dice omàsso o anche omàto. Tra i dialetti veneti, se il capodistriano è più simile al veneziano, il piranese lo è al veronese: si veda il veneziano/capodistriano fògo (fuoco) di fronte al veronese/piranese fógo.


Bonifacio riconosce che «il vernacolo parlato oggi dalla minoranza italiana a Pirano non è molto dissimile dagli altri dialetti istroveneti delle minoranze italiane dell’Istria» e tuttavia, malgrado l’isolamento e l’interferenza della lingua slovena maggioritaria, riesce ancora ad esprimere qualcosa di proprio. Perciò va riscoperto e aiutato a non soccombere.
Paolo Radivo

STORIA DELL'ISTRIA A FUMETTI

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Nel 2000 il Circolo di cultura istroveneta “Istria” e l’IRCI (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) avevano dato alle stampe, con il contributo della Regione Veneto, una Storia dell’Istria a fumetti. Dodici anni dopo ne hanno proposto una ristampa aggiornata. Lo scopo è sempre lo stesso: interessare i bambini al passato e al presente della penisola. Alle 84 pagine originarie se ne sono aggiunte altre sette per raccontare gli ultimi eventi. Il grande formato A4, oltre che ad agevolare la consultazione, è consono alle fotocopie per uso didattico. Tutte le pagine presentano vignette in bianco e nero per dar modo ai piccoli lettori di colorarle secondo il proprio gusto. I disegni, sempre simpatici e ironici, inducono al sorriso anche quando trattano vicende tristi. Brevi didascalie, scritte in un linguaggio adatto ai piccoli fruitori, forniscono ragguagli sulle diverse epoche storiche, naturalmente senza pretese di precisione e completezza. Ciascuna pagina è affiancata da una bianca, dove ogni lettore può scrivere e/o disegnare la propria versione dei fatti.

 

All’inizio si immagina l’arrivo di famiglie di turisti italiani, sloveni e croati in un campeggio estivo istriano. I figli di tre famiglie tipo, dopo una giornata di giochi in cui ognuno si esprime nella sua lingua, chiedono ai rispettivi papà di raccontare loro una storia. Loro decidono di parlare delle preistoria. Non appena i bambini si sono addormentati, la capra, animale totemico istriano, continua nel sogno la narrazione solo in lingua italiana. Al risveglio i tre piccoli, entusiasti, si scambiano le rispettive esperienze oniriche.


L’idea originaria era di Walter Macovaz, con vignette e copertina di Manuel Zuliani e le tavole di Bruno Chersicla, Ugo Pierri e Franco Sillato. Fra i principali ispiratori delle didascalie ricordiamo Franco Colombo, Livio Dorigo, Flavio Portolan e Piero Delbello. La seconda edizione si è avvalsa della consulenza storica di Roberto Spazzali e i disegni di Laura Bologna, con l’elaborazione elettronica di Vanja Macovaz.
Il volume è stato presentato il 12 dicembre nell’edificio che a Trieste ospita sia l’IRCI che il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata. I relatori hanno sottolineato lo spirito allegro e pacificatorio dell’opera, volta a trasmettere alle giovani generazioni i valori del dialogo e della tolleranza. Il passato, a volte drammatico, viene riproposto in modo sereno ed equanime affinché non costituisca più un ostacolo all’amicizia e alla collaborazione tra le diverse nazionalità istriane.

Gli interessati possono rivolgersi al Circolo Istria.

STORIE DI GENTE NOSTRA DI MARIO SCHIAVATO

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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La Comunità degli Italiani di Fiume ha ospitato il 15 novembre la presentazione di Storie di gente nostra, dello scrittore connazionale Mario Schiavato. Il volume è il 24° della serie “Altre lettere italiane - Collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero” della casa editrice fiumana EDIT.

Comprende sei racconti: Le voci dentro, L’amore di Vito, Piera di Visignano, Due a Sumber, La morte del padre e Ritorno a Midian. Ognuno di questi evidenzia nell’ottica dai rispettivi protagonisti la sconfitta dell’antica civiltà rurale istriana ad opera dell’industrializzazione globalizzatrice, con la conseguente emigrazione verso le città, lo sradicamento degli inurbati, il degrado del mondo contadino soggiogato da dinamiche economico-culturali a lui estranee, nonché la perdita dei preziosi valori umani su cui si fondava da millenni il rapporto degli abitanti con la Terra-madre. Tali fenomeni sociali, comuni al mondo intero, si sono combinati nell’area istro-quarnerina con l’esodo, lasciando vuoti permanenti nelle campagne e nei paesi dell’entroterra dopo che le città si sono velocemente riempite di nuovi abitanti (in primo luogo proprio dai villaggi limitrofi).

A causa di tale miscela, qui gli effetti della capitolazione della civiltà contadina sono stati ancora più eclatanti.


Nato nel 1931 a Quinto di Treviso a trasferitosi con i genitori a Dignano nel 1942, Schiavato è rimasto nella terra d’adozione e dopo il liceo ha trovato lavoro a Fiume. Ha pubblicato un migliaio tra racconti, fiabe e poesie. Con Le voci dentro aveva vinto il primo premio al concorso Istria Nobilissima 2006 ed era giunto finalista al Premio Gervais 2007.

FOIBE: UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA DI VINCENZO MARIA DE LUCA

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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È stato presentato l’8 novembre col patrocinio di Roma Capitale nella Sala “Pietro da Cortona” del Palazzo Senatorio la nuova edizione rivista e ampliata del libro di Vincenzo Maria de Luca Foibe: una tragedia annunciata. Il lungo addio italiano alla Venezia Giulia (Edizioni Settimo Sigillo, 2012, pp. 250, € 20,00).

Secondo l’autore, gli eccidi del 1943-45 e l’esodo sono la riproposizione di quanto accaduto nell’Adriatico orientale nel VII secolo con le prime invasioni avaro-slave, che causarono (si stima) 200.000 vittime tra le popolazioni autoctone latinizzate e indussero i sopravvissuti a cercare scampo dalla terraferma verso le città fortificate della costa e delle isole. Foriere di future tragedie sarebbero state nel 1918 sia la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni quale baluardo anti-italiano sia l’inclusione nel Regno d’Italia di almeno 400.000 slavi recalcitranti. Le prime amare conseguenze le pagarono i dalmati italiani, costretti a esodare o restare privi dei loro diritti nazionali e soggetti a vessazioni. Temeraria fu nel 1941 l’invasione del Regno di Jugoslavia: «Andavamo a metterci nei guai nei Balcani, in modo irreparabile, convinti di estendere la nostra influenza in quelle terre come contraltare all’egemonia tedesca. Non raccoglieremo altro che odio e maggior rancore nella popolazione slava che ora, in realtà, aggredivamo in maniera esplicita e plateale».

 

La catastrofe dell’8 settembre 1943 compromise «in modo irreparabile l’identità nazionale della Venezia Giulia»: «era quanto si aspettavano i nostri amici e nemici per contendersi quelle terre irredente per le quali tanto sangue era stato versato». «I nostri soldati abbandonarono nelle mani di Tito ingenti quantità di materiale vario ed equipaggiamenti completi, nell’illusoria, ingenua prospettiva di tornare in fretta e salvi a casa. Avessero tenuto ben strette quelle armi ancora per qualche ora, forse i lupi rossi non sarebbero scesi a branchi sulle greggi indifese dell’Istria e della Dalmazia». «A metà settembre 1943 – aggiunge de Luca – l’Istria era irrimediabilmente persa; l’avevamo persa malamente, senza onore»: «né alla monarchia sabauda, né a Badoglio e al suo governo importò di salvare l’Istria e la sua gente dallo straniero». Così, «traditi dai loro stessi connazionali, gli italiani d’Istria dovettero confidare unicamente negli odiati tedeschi e nei pochi reparti fascisti d’élite in armi, per la loro sopravvivenza».


Ma con il Litorale Adriatico i nazisti posero autorità e truppe italiane in posizione subordinata, blandendo invece le popolazioni slave secondo il disegno asburgico del divide et impera. Fra il novembre 1944 e il gennaio ’45 la X Mas contrastò e respinse i titoisti a nord-est di Gorizia, venendo infine costretta dal Gauleiter Reiner ad abbandonare la Venezia Giulia. Intanto il 31 ottobre 1944 Zara era caduta nelle mani degli jugoslavi, i quali uccisero gli stessi repubblichini che avevano favorito il pacifico trapasso dei poteri e molti italiani rimasti.


Fallirono i tentativi di Junio Valerio Borghese di un fronte comune con i partigiani italiani non comunisti, come a Genova e sulle Alpi occidentali, per insorgere contro i tedeschi e opporsi agli jugoslavi. Gli osovani pagarono con la vita la loro disponibilità a un simile accordo patriottico. Constata de Luca: «Nessuno, all’infuori di pochi, odiati reparti nazifascisti, aveva voluto difendere l’Istria. Nessuno aveva voluto guardare oltre e prevedere la minaccia slavo-comunista». Gli alleati si mossero tardivamente: «l’avessero fatto prima, migliaia di italiani non sarebbero stati uccisi dalla follia collettiva comunista». Nel 1945 «Tito impose, più che una pulizia etnica, una vera e propria pulizia politica, con la quale eliminare quanti, italiani e slavi, si fossero opposti alla dittatura del proletariato». L’autore sostiene che è impossibile sapere esattamente quante furono le vittime italiane delle foibe e dei gulag jugoslavi: «negli anni si è cercato di pubblicare degli elenchi, ma il risultato ottenuto non può essere considerato definitivo».


Con riferimento agli esuli istriano-fiumano-dalmati de Luca sottolinea: «Non erano fascisti; non erano accesi nazionalisti né nostalgici. Erano gli ultimi figli di quella sfortunata e dilaniata terra d’Istria, ancora incapace dopo secoli di trovare finalmente un po’ di pace. Erano gli italiani che la cieca e sorda logica comunista aveva posto dinanzi ad un atroce dilemma: rimanere nella nuova patria slava, soccombendo all’inevitabile snazionalizzazione in atto, o andare via per essere per sempre esuli in patria». Il loro fu «un commovente atto d’amore verso una Patria insensibile e ipocrita al punto di accogliere questi suoi figli sfortunati in 109 umilianti campo profughi, frettolosamente allestiti lungo tutta la penisola».
Paolo Radivo

OPZIONE: ITALIANI di LUIGINO VADOR

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Che nel pordenonese ci fosse una comunità di esuli istriani lo sapevo; ne aveva parlato in qualche articolo, pubblicato sulla nostra “Arena”, Gianni Strasiotto. Sapevo anche che l’Ente Nazionale per le Tre Venezie negli anni ’50 aveva messo a disposizione degli esuli in Friuli-Venezia Giulia diversi appezzamenti di terreno suddivisi in poderi; tra questi: le Villotte (nel Comune di San Quirino), Dandolo (nel Comune di Maniago) e Fossalon (nel Comune di Grado). Ricordo di aver visitato quest’ultimo da bambino, assieme a mio padre allora presidente della Famiglia polesana di Trieste; la bonifica era appena partita e tutta l’area era un’ampia distesa di terreno sabbioso impregnato di sale marino.

Delle altre due zone, che non conosco direttamente, ho saputo solo di recente che si trattava di due brughiere, lande desolate ricche solo di pietre, sterpaglia e rovi. Insomma, terreni tutt’altro che facili da coltivare che, nel giro di pochi anni, gli esuli istriani, con le proprie lacrime ed il proprio sudore ancor prima della messa in sito dei sistemi d’irrigazione, seppero trasformare in fertili terreni agricoli e giardini rigogliosi. Un miracolo della tenacia e della laboriosità della nostra gente. Questo l’ho appreso solo mettendo a punto l’articolo di Rosanna Milano Migliorini, pubblicato a pag. 6 di questo stesso giornale. (Arena di Pola febbraio 2013)


È davvero sorprendente come nel giro di qualche giorno una superficiale conoscenza possa trasformarsi in una realtà palpabile e coinvolgente. Eppure è successo proprio a me. Sabato 9 febbraio sono stato invitato ad intervenire alle celebrazioni per il Giorno del Ricordo a Pordenone. Dopo l’omaggio alle Vittime delle foibe ed alle allocuzioni di rito e prima di un mio intervento rivolto ad alcune classi d’istituti superiori cittadini, una studentessa, che immagino discendente di esuli, ha dato lettura di un suo tema, vincitore di concorso scolastico, in cui raccontava proprio dell’insediamento dei nostri conterranei nell’area di Dandolo. Il suo intervento è stato davvero toccante e spero proprio che quel testo, come da me subito richiesto, mi sia presto recapitato per la pubblicazione sulla nostra “Arena”. È sempre bello ed interessante toccare con mano come le giovani generazioni interpretano il periodo, per tanti di noi assai travagliato, dell’arrivo e dell’integrazione in Italia. Ma non è ancora tutto. Domenica 10, ritornato a Pordenone per presentare l’ennesima, seguitissima (non meno di 300 spettatori) ed applauditissima replica della nostra “Cisterna. Istria Terra amata”, ho avuto il piacere di conoscere di persona Luigino Vador, autore del libro Opzione: Italiani!, citato dalla Migliorini nel suo splendido articolo, che mi ha fatto omaggio del suo libro.

È un libro piacevolissimo e coinvolgente che si legge con estrema facilità; l’ho fatto in poche ore. Si tratta di una raccolta di testimonianze – preceduta da una breve introduzione storica – raccolte dall’autore tra alcune delle famiglie che si insediarono nei poderi delle Villotte: 42 istriane (praticamente tutte originarie di paesi dell’Istria finiti sotto amministrazione jugoslava sin dal ’45), 10 venete e 3 friulane, presto amalgamatesi tra loro e che cambiarono il volto ad un paesaggio prima desolato. Impossibile e, soprattutto, inopportuno entrare nel merito di ciascuna di esse perché altro non farebbe che togliere il piacere di leggerle. A fattor comune, con una prosa che spesso rasenta la poesia, l’autore fa emergere di questi personaggi, umili ed allo stesso tempo grandiosi: l’amore e l’attaccamento per l’Istria, terra povera ma generosa, resa idilliaca dalla lontananza; le paure vissute ed i soprusi dovuti subire, sino al riconoscimento dell’agognata opzione, sotto l’amministrazione jugoslava; lo strazio dell’abbandono delle proprie cose e dei propri affetti; le umiliazioni e le difficoltà incontrate all’arrivo in Italia, spesso più matrigna che madre amorevole; la dura fatica per ricominciare e costruirsi, con straordinaria tenacia, una nuova vita e, da ultimo, la soddisfazione per esserci pienamente riusciti. Il tutto condito dal grande amore che in quella lotta per la vita ha unito e sorretto gli uomini e le donne che ne sono stati i protagonisti.

Del testo riporto solo un breve passaggio tratto dalla sua conclusione, firmata dall’autore e dalla moglie Nicoletta: «Cinquant’anni sono passati eppure i fatti raccontati dalle persone che li hanno vissuti da protagonisti sono come appena accaduti. Il tempo che nel suo continuo passare dovrebbe cicatrizzare le ferite, alleviando il tormento del cuore, qui è riuscito ad esercitare la sua azione trasformando l’amarezza in rimpianto; la rabbia… la rabbia in molti è rimasta intatta. Il prezzo psicologico pagato all’opzione di “RIMANERE ITALIANI”, espresso in momenti di intensa commozione, ci ha lasciati ogni volta muti e rispettosi spettatori». Anche alla luce di queste ultime parole, dire che la loro è stata un’epopea nella quale il raggiungimento della libertà, dopo aver a lungo rappresentato un miraggio, si è tradotto, con l’arrivo in quegli allora assai miseri poderi, in redenzione e rinascita, è davvero poco per rendere loro merito.

Alla fine della presentazione di “La Cisterna”, il signor Luigino ha confessato di aver seguito lo spettacolo con grande attenzione e commozione, trovando piena corrispondenza tra i contenuti dello spettacolo e delle testimonianze da lui raccolte; è stata una grande soddisfazione, specie per l’amico Bruno Carra, anche lui presente all’incontro.
Silvio Mazzaroli

Luigino Vador, Opzione: Italiani!, SBC Edizioni, 2008, € 18,00

  1. I LEONI DI SAN MARCO DI ALBERTO RIZZI
  2. ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETA' ISTRIANA DI ARCHEOLOGIA E STORIA PATRIA
  3. RADIO VENEZIA GIULIA di ROBERTO SPAZZALI
  4. NASCITA DI UNA MINORANZA DI GLORIA NEMEC

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