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Elemento Istria: una mostra e un libro
Giovedì 20 febbraio, presso la Sala Chersi dell’Unione degli Istriani in via Silvio Pellico 2 a Trieste, hanno avuto luogo la presentazione del libro fotografico di Sara Kaleb e Lorenzo Lucia Elemento Istria nonché il finissage dell’omonima mostra fotografica, che dal 15 gennaio in un mese di esposizione ha riscontrato un alto gradimento di pubblico. Nel corso dell’evento sono intervenuti il critico d’arte Enzo Santese e l’attrice Myriam Cosotti, la quale, accompagnata dal suono del violino del giovanissimo Riccardo Gondolo, ha letto alcune poesie presenti nel libro a corredo delle immagini. Per introdurre l’iniziativa, poco prima è stato proiettato l’audiovisivo Un sogno istriano di Franco Viezzoli. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione culturale “InOltre” in collaborazione con il Centro culturale “Gian Rinaldo Carli” e grazie al contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
La mostra era stata allestita grazie alla disponibilità dell’Unione degli Istriani ed alla collaborazione con il Centro culturale “Gian Rinaldo Carli”, con l’assistenza di Ferruccio Zucca della Fameia Capodistriana e di Franco Viezzoli della Famea Piranesa. Il percorso espositivo è stato poi ampliato nel libro fotografico Elemento Istria, edito dall’Associazione culturale “InOltre” e da Battello Stampatore (Trieste, 2013) grazie al contributo della Regione. Sia la mostra sia il libro propongono magnifiche fotografie che testimoniano la bellezza di una terra in parte ancora intatta, passando dagli splendidi paesaggi istriani alla vegetazione ed agli animali caratteristici. Il volume è arricchito dalle poesie di Sara Kaleb, da una nota critica del prof. Enzo Santese e dalla prefazione di Lorenzo Salimbeni, presidente di “InOltre”.
«Elemento Istria – scrive Salimbeni nella prefazione – è un percorso per immagini e poesie alla scoperta di un quinto elemento naturale, all’apparenza sconosciuto, ma che troviamo proprio dietro l’angolo, a poca distanza da casa nostra. Lontano dalle spiagge più frequentate e dalle cittadine, con le loro vestigia romane e veneziane, troviamo il cuore dell’Istria: semplice, puro, incontaminato, elementare. Guardando le immagini che Sara Kaleb e Lorenzo Lucia sono riusciti a cogliere, quasi a dipingere, ci troviamo in un’atmosfera soffusa, per certi versi mitica e senza tempo, in una dimensione in cui da un momento all’altro non ci sorprenderebbe vedere personaggi mitologici sbucare da dietro un albero o tuffarsi in una pozza d’acqua. Immagini, luci e colori che trasmettono pace e serenità, ma vogliono pure essere un invito a scoprire dal vivo, con tranquillità e curiosità, questi e tanti altri scorci naturalistici, i quali si susseguono in un itinerario che si snoda attraverso località più e meno note dell’Istria».
“InOltre” sta allestendo nuove tappe della mostra. Per essere informati in proposito ovvero organizzare esposizioni nelle proprie località di residenza, basta scrivere al recapito di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
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Un istriano a Roma
Un istriano a Roma. Memorie e riflessioni di un ambasciatore croato in Italia. Questo il titolo del libro di Drago Kraljević presentato il 7 febbraio a Trieste nella sala “Tessitori” del Consiglio regionale su iniziativa del Centro studi “Dialoghi Europei”, del Circolo “Istria” e della Comunità Croata di Trieste. Il volume, di 400 pagine, fa parte della collana “A porte aperte”, dedicata dalla casa giornalistico-editoriale EDIT di Fiume ad autori croati e sloveni tradotti in italiano. Il primo dei cinque capitoli racconta ai croati l’Italia, con particolare riferimento alla situazione politica dagli anni ’90 al primo decennio del XXI secolo. Ne emergono anche i ritratti dei principali uomini politici.
Il capitolo più corposo è il secondo, che approfondisce i rapporti bilaterali dedicando notevole spazio anche ai beni degli esuli e alla medaglia d’oro all’ultimo gonfalone di Zara italiana. Il terzo e il quarto capitolo, più brevi, riguardano San Marino, Cipro, Malta, la FAO e il Vaticano. Il quinto raggruppa un post scriptum di aggiornamento rispetto alle prime due edizioni croate, con notizie sugli sviluppi della politica interna italiana, 30 pagine di repertorio fotografico a colori e una cronologia degli avvenimenti e dei rapporti adriatici dal 1861 al 2010. Le prefazioni sono di Giacomo Scotti, Predrag Matvejević, Tonino Picula e Diego Zandel, con una nota dell’autore all’edizione italiana e un’introduzione dello stesso.
Nato a Buie nel 1948, di madrelingua croata, Drago Kraljević è un sociologo che è stato per due volte consecutive parlamentare socialdemocratico al Sabor di Zagabria, membro del gruppo di esperti per i confini della Repubblica di Croazia e componente della commissione mista croato-italiano-slovena per l’attuazione dell’Accordo di Udine, oltre che presidente della commissione per la collaborazione internazionale del suo partito (l’SDP). Grazie alla svolta politica verificatasi con la morte del presidente Tuđman e l’avvento al potere del centro-sinistra, è stato da fine dicembre 2000 a ottobre 2005 ambasciatore di Croazia a Roma, con giurisdizione anche su San Marino, Cipro, Malta e Vaticano, nonché rappresentante permanente presso la FAO. In tale veste ha favorito l’intensificazione e il miglioramento delle relazioni politiche, economiche e culturali italo-croate. Cessato l’incarico, si è messo a fare l’imprenditore.
Il moderatore dell’incontro e presidente di “Dialoghi Europei” Giorgio Rossetti ha lodato il libro perché fa meglio conoscere l’Italia ai croati e spiega agli italiani come sono visti in Croazia. Oggi i problemi bilaterali di cui l’allora ambasciatore si fece carico sembrano lontanissimi. Italia e Croazia potranno meglio affrontare la crisi collaborando anche attraverso organismi comuni come la Macroregione Adriatico-Ionica, che però sconta un ritardo di almeno 4 anni rispetto a quella Danubiana.
Silvio Forza, direttore dell’EDIT poi dimessosi, ha sostenuto che i fatti del passato continuano a contaminare il presente. Ma Kraljević da ambasciatore, oltre a migliorare i rapporti con l’Italia nonché l’immagine internazionale della Croazia, ebbe il merito di trattare temi solitamente trascurati dai poteri centrali come quelli delle minoranze e degli esuli. Importante fu il suo ruolo anche nella visita del presidente Ciampi in Croazia nel 2001.
Gian Carlo Damir Murković, presidente della Comunità Croata di Trieste, ha osservato come la crisi economica e la disoccupazione accomunino l’Italia alla Croazia. La tanto paventata invasione di lavoratori croati negli altri Paesi UE non è invece avvenuta. Per riavviare la crescita economica una strada percorribile è quella della saggio utilizzo dei fondi europei, un’altra quella del turismo.
L’ex viceministro ed ex europarlamentare diessino Cesare De Piccoli ha sostenuto la necessità di voltare pagina, non per dimenticare il passato ma per darne una lettura critica e costruire il futuro. Il problema da porsi ora è: cosa fare assieme in questa fase storica, avendo davanti a noi un destino comune? Occorre mettere in moto un’energia positiva e agire in modo solidale perché gli effetti sociali della crisi sono simili a quelli di una guerra.
Livio Dorigo, presidente del Circolo di cultura istroveneta “Istria”, ha ricordato la lezione di Guido Miglia, secondo cui l’Istria è una quercia con tre radici: quella italiana, quella slovena e quella croata. Se ne viene meno una, diventa qualcosa d’altro da sé. Oggi però vi sono più memorie che storie condivise, mentre occorrerebbe che, grazie alla scuola, i bambini del territorio frontaliero crescessero nella concordia. L’Italia e ancor più la Slovenia e la Croazia sono dominate dal centralismo, ragion per cui ai loro occhi l’Istria risulta marginale. Inoltre la stessa Trieste ha drenato forza lavoro istriana già da prima dell’Esodo. L’Adriatico, specie settentrionale, è stato definito «il mare della prossimità»: pertanto in quest’area bisogna superare i confini psicologici e incrementare sia la collaborazione che la democrazia.
«Il nuovo ordine mondiale – ha affermato Kraljević – è sempre più feroce e sta svuotando i popoli della loro sovranità. La situazione è preoccupante. Italia e Croazia devono lavorare assieme, sfruttare appieno i fondi europei e sviluppare rapporti di sincera amicizia e collaborazione. La storia non ci unisce, ma può proteggerci dai pregiudizi reciproci se la valutiamo con un approccio scientifico. Per uscire dalle maledizioni del passato occorre costruire nel presente una comunità di destino».
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“Rossa terra. Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote, tra emozioni, storia, speranze e futuro" (L’orto della cultura, 2013) è un romanzo di Mauro Tonino che narra la storia vera di un anziano esule che solo dopo 50 anni dall’esodo finalmente trova in se stesso il coraggio di tornare a rivedere la sua terra, abbandonata da bambino, intraprendendo un viaggio in barca a vela insieme al nipotino Filippo lungo le coste dell’Istria.
Il romanzo è stato presentato dalla presidente dell’ANVGD di Gorizia alla LEG il 30 luglio di quest’anno, alla presenza del protagonista della storia, Marino Cattunar, che fece veramente quel viaggio in barca col nipotino Filippo alla ricerca delle proprie radici qualche anno fa. Poi raccontò quello che provava allo scrittore Mauro Tonino.
La lettura del romanzo ha suscitato in MGZ - docente di Lettere e autrice di libri e saggi di storia sulla Venezia Giulia - molte emozioni, che ha voluto esprimere e condividere con il protagonista e la sua famiglia, commossi, e con l’autore, piacevolmente sorpreso, che hanno insistito per leggerlo al pubblico presente grazie all’ interpretazione di Maja Monzani.
Ritorno alla mia rossa terra
Cinquant’anni di silenzio, di ricordi brucianti.
Infinita nostalgia
di amori e di amici,
di rumori e di sapori,
dei colori della mia Istria.
Chiudo gli occhi e sono lì.
Le mani callose di mio padre e la voce di mia madre,
le campane della chiesa e i richiami nell’azzurro della sera,
il rosso della terra e l’argento degli ulivi,
il blu profondo del mare, il bianco delle onde sferzate dal vento,
il verde cupo dei boschi, l’oro dei tramonti sereni,
il pane appena sfornato dalle nostre donne, il sapore del nostro aspro vino ….
Il sapore della nostra vita.
Poi la tempesta improvvisa ci colse
spingendoci su altri lidi,
esuli
lontani dalla nostra terra natia, con la patria racchiusa nel cuore
Sì. Partirò.
Ora sono più forte.
Ho in me la forza di mio padre, la dolcezza di mia madre,
ho in me il coraggio disperato e l’orgoglio della mia gente perseguitata e cacciata,
di chi sradicato con la violenza ha messo nuove radici ,
dato nuovi frutti,
trovato altri amori e altri amici, ma ….
dimenticato mai.
Ripercorrerò la mia storia, rivedrò la mia casa, affronterò i ricordi, tramanderò per non far mai dimenticare
Ora troverò la mia pace.
Ora sono pronto.
Filippo, sciogli la vela .
MGraziaZiberna - luglio 2013
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LA VOCE DELLA FAMIA RUVIGNISA n.178 settembre-ottobre 2013
Le nostre letture:
Recensione del libro di Vivoda "In Istria prima dell'esodo"
di Gabriele Bosazzi
Lino Vivoda è un esule da Pola noto a tanti istriani per il suo impegno di lunga data nella divulgazione della nostra storia e nel riallacciamento dei rapporti con la terra natìa e con gli italiani rimasti; si tratta anche di un amico della Famìa Ruvignisa, che ha partecipato al nostro ultimo raduno. Il buon Lino è stato per molti anni membro del comitato nazionale dell’ANVGD, fino a divenirne vice presidente, nonché co-fondatore e per alcuni anni sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio; durante la sua lunga attività nelle associazioni degli esuli ha scritto sei libri e moltissimi articoli su riviste, narrando il dramma dell’esodo da Pola, la successiva vita dei campi profughi e l’inserimento nella vita italiana del dopoguerra.
Il libro si apre proprio in maniera molto intima, con la descrizione dei genitori e dei famigliari più stretti ed affezionati dell’autore con le relative esperienze di vita. Un racconto personale, che però assume molta importanza anche per il lettore estraneo, in quanto tratta esperienze di vita comuni a tanti istriani e che sono estremamente rappresentative della storia contemporanea delle nostre terre.
A partire dai nonni Giovanni Vivoda e Maria Clarich, arrivati a Pola rispettivamente da Sergobani e da Jursania, due paesini dell’Istria interna siti nella zona di Pinguente, per aprirvi delle attività commerciali, quando la città viveva un periodo di prosperità per la presenza dei cantieri navali e della base navale della Marina austro ungarica. Il padre di Lino, Riccardo, era come molti suoi concittadini un operaio dei cantieri di Scoglio Olivi, convinto sostenitore delle idee socialiste, ma buon patriota; le sue idee infatti lo portarono ad esporsi nelle violente dispute tra italiani e filo-slavi nel 1946, a rimuovere la bandiera rossa da una torretta dei cantieri per ripristinarvi il tricolore, cose che gli costarono un’aggressione ed un agguato sventato per poco. Anche la vicenda della zia Fanny (Francesca) testimonia un pezzo di storia interessante: sposatasi con un austriaco residente a Pola, alla fine della Prima Guerra Mondiale lo seguì nel suo rientro in Carinzia, dove entrambi combatterono da volontari nella difesa dei carinziani dalle truppe del nascente stato SHS (futura Jugoslavia) che intendevano occupare ed annettere la regione, resistendo fino all'arrivo delle truppe italiane che ristabilirono l'ordine e permisero lo svolgimento del plebiscito del 1920 che assegnò la Carinzia alla nuova Austria. Dopo i piacevoli capitoli che raccontano di un Vivoda ragazzino vivace, ma soprattutto tracciano un bell'affresco di Pola italiana, inizia una significativa parte dedicata alla descrizione dei tragici fatti che accompagnarono la seconda guerra mondiale.
Questa fase si apre con il ricordo del porto di Pola completamente gremito di unità da guerra illuminate, il 10 giugno 1940 giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, con il papà Riccardo che disse a Lino “Osserva bene, perchè uno spettacolo così non lo rivedrai mi più”; in effetti, nessuno avrebbe più visto il porto di Pola italiana affollato ed illuminato in quel modo. Una delle parti più concitate del racconto è quella che narra i bombardamenti alleati sul capoluogo dell’Istria, particolarmente intensi e ripetuti a partire dal primo del 9 gennaio del '44, fino alla tremenda e distruttiva serie del gennaio-febbraio del '45; ovviamente la causa di tanto accanimento era la presenza della base della Marina Militare, ma come in tutta Italia, tali bombardamenti a tappeto andarono ben oltre il colpire gli obiettivi militari o strategici, finendo per distruggere interi rioni, provocando innumerevoli lutti e lasciando senza casa centinaia di persone. Il racconto di Vivoda rende bene l'idea del clima di paura e di lutto che si respirava in città; dal febbraio del '44 anche i Vivoda si aggiunsero alla lunga lista dei “sinistrati”, in quanto la loro casa, posta all'inizio della via Sergia accanto a Piazza Foro, fu seriamente danneggiata dalle bombe, costringendoli a trasferirsi in altra sistemazione. Nel dopoguerra, la rimozione delle macerie fece emergere dei resti di un'abitazione romana oggi visitata da molti turisti e conosciuta come la “casa di Agrippina”.
Nel luglio del 1944 le autorità decisero lo sfollamento della città, proprio per porre la popolazione al riparo da questi massacri venuti dal cielo; la famiglia Vivoda fu tra le più fortunate, potendosi trasferire a Gallignana presso la casa degli zii di parte materna, evitando così i disagi dei campi di sfollamento, allestiti generalmente in Friuli. Proprio in questo bel paesino istriano si colloca il racconto dei tragici fatti dell’8 settempre del ’43, capitolo che si può aggiungere alle tante preziose testimonianze di quel tragico momento della storia d'Italia; dopo aver visto transitare centinaia di soldati italiani sbandati, malconci ed esausti in ritiro dai Balcani, Lino assistette all'arrivo dei primi partigiani, su una ventina di “minadore”, le corriere usate per il trasposto dei minatori dell'albonese. Un giorno, i partigiani radunarono tutti gli uomini del paese con il pretesto di scavare trincee per difendersi dai tedeschi; in realtà, si trattava di scavare una fossa, sull'orlo della quale furono uccisi e poi sepolti un gruppo di prigionieri, in parte militari tedeschi, in parte civili; la loro sorte fu nascosta per tanto tempo, finché la fossa venne scoperta con il ritrovamento di resti umani appena negli anni novanta. Furono invece riesumate dalla squadra di pompieri del maresciallo Harzarich le salme ritrovate in due cave di Bauxite della zona di Gallignana, poi sepolte in una fossa tra il duomo ed il cimitero di Pisino, cui recentemente ha reso omaggio la Famìa Ruvignisa.
Lino Vivoda racconta il movimentato episodio che lo vide protagonista all'arrivo dei tedeschi a Gallignana: dopo tutto ciò che era successo, con la presa di potere dei partigiani e le vittime che fecero questi ultimi, tutti erano impauriti dalla probabile reazione delle truppe germaniche ed al loro arrivo tanta gente si rifugiò di corsa nella vallata sotto al paese, compreso Vivoda con la mamma e la sorellina neonata. I tedeschi intimarono però di far rientro in paese, dove stava già bruciando una casa in cui era stata trovata una bustina con la stella rossa. Il dodicenne Lino fu separato dalla famiglia e messo con il gruppo di uomini; a quel punto il nostro usò tutta la sua astuzia ed il poco tedesco che conosceva: con una frase azzeccata ad un giovanissimo ufficiale riuscì a farsi rilasciare; gli altri una trentina circa, furono invece portati a Dachau e solo 4 di essi fecero ritorno.
Alla fine della guerra, i partigiani di Tito entrarono a Pola senza trovare resistenza, visto che l’ultima guarnigione della Marina tedesca si trincerò nell'area tra Stoja, Forte Musil e la Fabbrica Cementi, nella speranza di riuscire a resistere all’esercito jugoslavo fino all’eventuale arrivo delle truppe alleate, lasciando ad una sessantina di militi della X Mas il compito di mantenere l'ordine pubblico e presidiare le strutture strategiche, in accordo, sembra, anche con emissari del movimento partigiano; il 29 aprile, prima di questo passaggio di consegne, l'ammiraglio tedesco Georg Waue fece affiggere un manifesto, il cui testo integrale è riportato in questo libro, in cui ringraziava la popolazione e ne lodava il senso civico dimostrato durante l'occupazione e persino scusandosi per le occasioni in cui i tedeschi avevano agito con spietatezza, un caso forse unico in Italia e in Europa. I partigiani disarmarono subito gli uomini della Decima che non opposero resistenza e furono rinchiusi nel campo dell'aeroporto di Altura; servirono invece vari giorni per ottenere la resa dei tedeschi ben fortificati nella zona di Forte Musil; essi deposero le armi appena l'8 maggio, in quanto il Feldmaresciallo Jodl aveva firmato la resa della Germania e continuare a combattere avrebbe significato essere giudicati al di fuori delle leggi di guerra. Come in altri casi, la resa fu seguita da una sanguinosa vendetta: i primi militari tedeschi che capitarono a tiro furono ammazzati sul momento, l’ammiraglio Waue ed i suoi ufficiali vennero fucilati e la maggior parte dei militi italiani fu trucidata in maniera brutale, altri vennero imbarcati sulla nave Lina Campanella, saltata sulle mine al largo di Fasana.
Nel maggio del '45 anche Pola entrò per più di un mese in un tunnel di terrore con innumerevoli arresti prevalentemente notturni dei cosiddetti “nemici del popolo”, che Vivoda quantifica in oltre un migliaio. Il racconto dell'autore riporta un personaggio noto ai rovignesi: il “gobo Trani”, un fascista di Pola che fu accusato di essere stato il responsabile dell'uccisione di Pietro Ive, durante gli scontri tra fascisti polesani e socialisti rovignesi nel febbraio del 1921. Il Trani venne rintracciato a Pola dai partigiani e portato a Rovigno, dove venne sottoposto a vari maltrattamenti e poi ucciso; Vivoda racconta di averlo visto rinchiuso in una gabbia di legno trascinata dai carcerieri, con lo sguardo terrorizzato e con i segni delle percosse subite.
Molto interessante il capitolo dedicato alla prima occupazione titina, durante la quale si inaugurò la sistematica abitudine di far arrivare a Pola abitanti slavi del contado inneggianti alla Jugoslavia ed al comunismo, simulando così una città a maggioranza croata, entusiasta verso il nuovo regime e desiderosa di unirsi alla Jugoslavia.
L’accordo Tito-Alexander stabilì il momentaneo ritiro delle truppe jugoslave da Gorizia, Trieste e Pola in attesa del trattato di pace, ritiro che in quest’ultima città fu però tutt’altro che indolore. Infatti le truppe inglesi arrivarono appena il 16 giugno, ma le prime manifestazioni di esultanza della popolazione italiana furono violentemente contrastate dai filo-titini che si trovavano ancora preponderanti in città, i quali aggredirono e malmenarono i piccoli gruppi spontanei di italiani e strapparono le prime bandiere tricolori. Il periodo di occupazione alleata che accompagnò la città sino all’entrata in vigore del Trattato di Pace fu decisamente acceso e turbolento, forse ancor più che a Trieste, viste le innumerevoli manifestazioni e scontri di piazza tra la maggioranza della popolazione che esternava la sua italianità e la componente filo-slava, le cui file erano ingrossate da gente venuta da fuori città e che invece reclamava l’annessione alla Jugoslavia di Tito. L’autore fornisce un’interessante descrizione delle principali manifestazioni, ma anche degli scontri di piazza, che si verificavano molto spesso anche tra piccoli gruppi; non fu sempre facile neanche il rapporto con le autorità inglesi, che anche qui istituirono la Polizia Civile della Venezia Giulia, cui la gente affibbiò il nomignolo di “bacoli neri”, non solo per il colore della divisa.
Si trova anche una dettagliata descrizione di tutte le associazioni, partiti e gruppi italiani che si organizzarono in quel periodo, ispirati a diverse ideologie e provenienze politiche. Fu intensa anche l'attività giornalistica, che doveva contrastare quella del “Nostro giornale”, foglio filo-titoista che si dedicava ad un'intensa propaganda per l'annessione alla Jugoslavia e che proprio per questo la gente soprannominò il “Mostro giornale”; nacquero così “El Spin”, “Democrazia”, “La posta del lunedì” e soprattutto “L'Arena di Pola”, il vero giornale polesano, passato alla storia per aver testimoniato ed accompagnato l'esodo dei suoi cittadini, che ancora oggi esce “in esilio” per tenere uniti gli esuli ed i loro discendenti.
Il punto forte di questo libro è indubbiamente il capitolo che tratta la strage di Vergarolla, che Vivoda ha considerato una specie di “rivelazione” tenuta in serbo per tanto tempo, in quanto porta all’opinione pubblica gli ultimi importanti dettagli frutto di tanti anni di ricerche personali e giunge a rivelare il nome di un altro degli esecutori materiali dell’eccidio. Come noto, il 18 agosto del '46, 28 mine di profondità precedentemente disinnescate esplosero nella spiaggia di Vergarolla affollata di famiglie accorse per le gare di nuoto della società Pietas Julia, uccidendo almeno 64 persone, contando solo quelle che furono riconosciute. Le autorità militari alleate avviarono un’inchiesta, le cui precise conclusioni rimasero nascoste fino a pochi anni fa quando dei documenti riguardanti Vergarolla sono stati trovati presso gli archivi dei servizi segreti inglesi di Kew Garden, a Londra, da due giornalisti triestini che pubblicarono quanto scoperto in un dossier. Tali rapporti del servizio segreto inglese, di cui uno intitolato significativamente “sabotage in Pola”, citano come fonte definita attendibile il controspionaggio italiano che agiva in stretta collaborazione coi servizi inglesi, e danno per certa la matrice terroristica dell’esplosione, come opera dell’OZNA.
Il documento cita il nome di uno dei “sabotatori” che avrebbero innescato le mine e che sarebbe scomparso successivamente al fatto, il fiumano Giuseppe Kovacich, già indicato da un altro documento precedente alla strage come un agente dell’OZNA “molto attivo nel perseguire gli italiani”. Un’ulteriore informativa fornita dall’intelligence italiana a quella inglese aveva segnalato inoltre, sempre nel mese di luglio, dei movimenti sospetti alla periferia di Pola, con protagonista un esponente comunista italiano, che avrebbe distribuito delle armi ad altre persone e che in seguito, ricercato della polizia, sarebbe fuggito a Fasana, occupata dagli jugoslavi. Un tanto combacerebbe con alcune testimonianze del giorno della strage.
Queste notizie comparvero sulla stampa appena dopo 62 anni dalla strage, ma diversi anni prima alcune verità erano comunque emerse grazie alle silenziose ricerche di alcuni volenterosi, tra cui proprio Lino Vivoda, che nella strage perse il fratello Sergio di soli 8 anni. In questo lavoro, l’autore riporta che poco dopo la strage un ufficiale inglese ed il rovignese Bepi Nider, che allora si trovava a Pola, trovarono in una cava prossima alla spiaggia di Vergarolla tracce di un innesco, identico a quelli usati allora nelle miniere dell'Arsa (a pochi chilometri da Pola); proprio nella vicina cittadina di Albona, aveva un delle sue più importanti sedi istriane l'OZNA. Dopo aver scritto in merito vari articoli sulla stampa degli esuli ed aver rilasciato interviste a giornali istriani, Vivoda entrò in contatto con un giornalista del quotidiano croato Glas Istre, che si era appassionato della vicenda e nel 1999 aveva scritto vari articoli su Vergarolla, rivelando un fatto inedito: un ex partigiano jugoslavo, suicidatosi anni prima, avrebbe lasciato una lettera in cui si diceva schiacciato dal rimorso, per aver fatto parte del gruppo che organizzò la strage, su incarico dell'OZNA; il giornalista riuscì persino a combinare a Vivoda un appuntamento con i familiari del suicida, con l’accordo di “acquistare” il biglietto; a questo punto, però, consapevole della delicatezza della questione ed allarmato dalle condizioni poste, cioè di doversi presentare da solo in luogo isolato, Vivoda non si fidò a recarsi all’appuntamento; il biglietto manoscritto, che il giornalista croato dice di aver visto personalmente, non è stato quindi mai recuperato. In questo libro, tuttavia, si riporta il nome dell’ex partigiano suicida: Ivan (Nini) Brljafa, che da ulteriori ricerche è risultato essere uno dei primi membri del partito comunista croato clandestino di Pola, nonché, durante la guerra, un “gappista” responsabile di un attentato contro una mensa di ufficiali tedeschi ed in seguito membro dell'OZNA, attivo tra Fasana e Peroi, nell'agro polesano. Circostanze che sembrano accreditare l’ipotesi di un suo coinvolgimento nella strage della spiaggia polesana.
Questa ulteriore fatica dell’amico Lino Vivoda è quindi particolarmente importante, sia nel dare un contributo concreto al chiarimento degli aspetti più spinosi ed ancora irrisolti della storia istriana, sia perché, sullo sfondo dei ricordi di gioventù dell’autore, riaffiorano immagini e storie di una Pola che non c’è più, riemerge un prezioso affresco di Pola italiana.
Gabriele Bosazzi
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Il noto giornalista e scrittore Paolo Scandaletti ha dato alle stampe la sua ultima fatica: Storia dell’Istria e della Dalmazia – L’impronta di Roma e di Venezia, le foibe di Tito e l’esodo degli italiani, Edizioni Biblioteca dell’Immagine IX, 234 pag. con 90 illustrazioni, 14 euro. Lucio Toth, leader storico degli esuli, ha scritto: «E’ uno stupendo excursus storico dell’Istria e della Dalmazia, dall’antichità alle tragedie del ’900, ad oggi». Questi i contenuti.
L’ingresso della Croazia in Europa e la Serbia che incalza riportano alla memoria dell’opinione pubblica la tragedia adriatica: quella dei 350mila italiani che hanno dovuto abbandonare l’Istria e la Dalmazia – vissuto, averi, attività – sotto l’incalzare terroristico dei partigiani di Tito. Coi nostri libri di scuola ancora zitti.
Terre affacciate sull’Adriatico, legate da sempre alla sponda italiana. I Romani, risaliti da Ravenna e piazzate le roccaforti a Padova e Altino, si dirigono verso Nordest a fondare Aquileia, 181 anni prima di Cristo. Quel porto fluviale, protetto dalla laguna di Grado, da cui orienteranno i traffici su Costantinopoli e Alessandria d’Egitto, diventa in breve la terza città dell’Impero. Di là irradiano le loro strade verso le Alpi e i Balcani; partono alla conquista dell’Istria e della Dalmazia, per fondarvi nuove città dall’impronta inconfondibile come Pola, con l’Arena che ancora vediamo, Zara e Spalato, la patria di Diocleziano.
Sette secoli e arriverà Bisanzio, poi i Franchi e il sistema feudale. Da prima del Mille e per ottocento anni, la storia di queste terre meravigliose sarà strettamente legata a quella della Serenissima Repubblica di san Marco. Venezia tutela i suoi traffici dando sicuri approdi alle navi in rotta verso i ricchi mercati del Mediterraneo orientale. In cambio offre protezione dai pirati e occasioni di sviluppo economico e culturale. Accortamente ripristina o conserva le autonomie locali, sia pure sotto l’occhio vigile dei suoi nobilomeni e contrassegnando col Leone alato le porte delle città e i palazzi della Loggia. Come Vienna, apre le porte agli slavi, braccia per l’agricoltura ad insediamento lento e pacifico ma invasivo.
Dopo il crollo della Repubblica del 1797 e il fulmineo intermezzo di Napoleone, subentrano gli Austriaci con la loro corretta amministrazione, fino all’epilogo della Grande Guerra. Allorché l’Istria viene assegnata all’Italia e la Dalmazia alla neonata corona jugoslava con l’eccezione di Zara, il regime fascista impone con la forza la predominante italiana nei territori dove gli slavi – chiamati a mano a mano da Aquileia, Venezia e Vienna – erano diventati ormai maggioranza e li fa emigrare. Perfino là dove molte comunità di diversa etnia convivono pacificamente, senza alcuna prepotenza.
Del 1941 è l’attacco italo-tedesco alla Jugoslavia e la nascita del movimento resistenziale, il crollo del regno e la guerra civile. A guerra ormai perduta, nel ’45 la ritirata rabbiosa dei nazisti; alla cui violenza fa seguito quella delle brigate del maresciallo Tito, che continuano a identificare tutti gli istriani e i dalmati col regime di Mussolini. Deportazioni, annegamenti e foibe costringono i cittadini di lingua e cultura italiana ad abbandonare precipitosamente tutto. Due i nuovi documenti che impressionano: il rapporto dell’ufficiale degli Alpini Mario Maffi sulle sei foibe da lui esplorate nel ’57, finora coperto dal segreto militare; e il manuale per la pulizia etnica ad uso dei miliziani di Tito, redatto dal nobile bosniaco Vaša Čubrilović, in seguito ministro a Belgrado.
Fra il ’43 e il ’56 gli italiani lasciano dunque la terra in cui sono nati, e dove quasi tutti hanno bene operato, nelle mani di sloveni e croati; insieme ai beni e alle proprietà, a grandi realizzazioni e ricordi spesso felici. Con le lacrime e il dolore per un’amputazione così drastica, su mezzi di fortuna e tra mille peripezie approdano a Trieste, Udine e Venezia; poi in 140 campi di raccolta non certo confortevoli, spesso ospitati con insofferenza. Sulle loro teste si giocava infatti l’immane partita della spartizione, fra i vincitori, delle grandi aree mondiali di influenza: la Guerra fredda fra l’Occidente angloamericano e l’impero sovietico, nella quale Tito prendeva le distanze da Mosca e dai suoi satelliti, spalleggiato da Londra e New York. E quella della lotta politica a Roma, coi comunisti nel governo.
I 350mila giunti in Italia, come gli emigrati in America e in Australia, si sono integrati nella vita nazionale, sovente con iniziative di grande significato e conseguendo meritata notorietà. Le associazioni che li rappresentano, non sempre in sintonia, hanno avanzato più volte le loro rivendicazioni verso Lubiana e Zagabria. Con scarso esito, in verità. Fino alla via della riconciliazione che i tre presidenti Napolitano, Türk e Josipović hanno aperta nel luglio del 2010, celebrata con il grande concerto di Muti in piazza dell’Unità a Trieste.
La comune patria europea offre ora ulteriori ragioni per la comprensione fra popoli confinanti. Ma sulle famiglie degli esuli grava sempre la quasi nulla memoria che i concittadini italiani hanno di queste tragiche vicende. Una storia illustre, di oltre 2000 anni, interrotta brutalmente nel nome di un’utopia politica – quella comunista – che ha dimostrato la sua disumanità. «La profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli è vivere con una memoria che non serve a nulla», annota Camus ne La peste.
Raccontano di queste storie persone e luoghi anche 90 immagini, ricavate da Carlo Yriarte nel suo viaggio in Istria e Dalmazia nel 1876 e pubblicate da Treves a Milano nel 1883.