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EGIDIO BULLESI VENERABILE L'APOSTOLO DEI GIOVANI

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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VENERABILE EGIDIO BULLESI, l’apostolo dei giovani
Pola 1905 – 1929 Pola
 
Il giovane Egidio Bullesi (Bullessich), morto in santità a Pola nel 1929 a soli 23 anni, appassionata guida spirituale di adolescenti, non ha ancora smesso di attrarre a sé, anche i ragazzi come lui, e muovere verso cammini di santità. […]
 
Predestinato a bruciare le tappe 
  
Chi è, allora, Egidio Bullesi?

 

 

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Nasce il 24 agosto del 1905 a Pola, in via Sissano, nella casa di fronte all’ospedale civile, e pochi giorni dopo viene battezzato nel Duomo con i nomi di Egidio Bartolomeo Cristoforo. E’ il terzogenito di una nidiata di sette fratelli e una sorella, così il papà, che è apprezzato disegnatore navale in cantiere, viene affiancato sul lavoro dal primogenito Giovanni, ancora ragazzo, per aiutare la famiglia.

Scoppia la I Guerra mondiale e Pola diventa città pericolosa, al punto che i civili vengono in gran parte sgomberati. I Bullesi prima devono andare a Rovigno, dove Egidio riceve la Prima Comunione all’età di dieci anni, poi profughi in Ungheria e a Wagna, in Stiria, infine a Graz (nella cui cattedrale riceve la Cresima l’anno successivo). Sono anni di disagi, freddo e fame. Lo vediamo undicenne percorrere con la sorella i monti della Stiria, ore ed ore di cammino, zaino in spalla, sulla neve, bussando di casolare in casolare alla ricerca di pane e patate in cambio del tabacco e degli indumenti che il papà porta da Pola. Quasi ogni giorno la stessa via crucis: specialmente triste quando Egidio, rientrando, non può consegnare nulla alla fame dei fratellini in attesa, e lo si deve lasciar sfogare a piangere in un angolo, lui, così piccolo e così responsabile.

Da allora in poi la sua vita sarà tutta un bruciare le tappe, come avviene spesso nell’esistenza di chi è destinato a salire precocemente al Cielo lasciando una forte traccia del suo passaggio nel mondo terreno. Nel settembre del 1918, a guerra non ancora finita, lo troviamo 13enne già apprendista carpentiere accanto al padre nell'Arsenale dì Pola, dove rimane tre anni, e nel luglio del 1920 si iscrive, 15enne, al Circolo Giovanile «San Francesco» dove è apostolo fervente fra i giovani ed entra a far parte del Terz'Ordine Francescano col nome di Lodovico. Durante lo sciopero dello stesso 1920 inalbera senza tentennamenti il Tricolore italiano sulla più alta gru dell’Arsenale.

  Lavoro e apostolato?
Due strade inscindibili

Intanto la sua vita lavorativa procede in parallelo, inscindibile dal suo apostolato: nel gennaio del 1921 passa alle dipendenze di Scoglio Olivi in qualità di tracciatore. Infaticabile lavora e studia, ma soprattutto impara a portare Gesù nel cantiere per farlo conoscere e farlo amare. Nell’agosto dello stesso anno, nonostante la giovane età, è inviato a rappresentare l'Associazione di Pola al congresso per il 50° anniversario della Gioventù Italiana di Azione Cattolica a Roma. E’ il 1923 quando Egidio, appena 18enne, fonda e dirige a Pola la Sezione Aspiranti di Azione Cattolica (gli Scout), ma persino nei 25 mesi di servizio militare (1925-1927) esplica un singolare e coinvolgente apostolato: il 2 febbraio 1925, superata la visita medica di leva, viene arruolato nella Regia Marina e imbarcato a Venezia sulla corazzata “Dante Alighieri”, una nave da combattimento con 12 cannoni e più di 1.300 persone di equipaggio. Scrive P.U. Hohl: “Sulla nave trovò camerati spregiudicati e beffardi, privi di educazione morale e religiosa, imbevuti di anticlericalismo, che subivano la vita militare come forzati”. Ma lui si impone a tutti con la sua statura di un metro e novantadue e specialmente con la sua statura spirituale. Scrive alla madre: “Sulla prua della nave guardo il cielo, penso a Dio fonte della mia gioia, della mia pace e della mia felicità”. Si trasforma in apostolo anche a bordo, esattamente come aveva fatto sulla terraferma, e riesce a far nascere una specie di club con il nome “attività serali frigorifere” perché si riunisce nei locali dei frigoriferi: in questo contesto avvengono varie conversioni e addirittura una vocazione religiosa. Guido Foghin, agnostico, dopo la morte di Egidio prenderà i voti come frate francescano, missionario in Cina e poi in Guatemala, assumendo da religioso il nome stesso dell’amico Bullesi: padre Egidio Maria.

 

In Cantiere come in Marina: prima Gesù

Nel 1927, dopo il congedo, ritroviamo Egidio come disegnatore nel Cantiere a Monfalcone, dove il sacrificio di lasciare Pola è ben presto superato dal piacere di poter fare del bene tra i ragazzi, gli operai, nella San Vincenzo (“Vorrei correre ovunque c’è bisogno di un pezzo di pane…Ho sempre in mente i miei poveri”). Per quest’ultima si strapazza e si prende una fastidiosa bronchite, sfociata poi in tubercolosi: la sua malferma salute, che non è riuscita a fiaccare l’entusiasmo per la vita al servizio degli altri, sta minando seriamente il suo corpo e il 29 agosto del 1928 Egidio è ricoverato all'ospedale di Pola. Anche in questa dolorosa occasione impara ad evangelizzare la sofferenza insegnando come si fa ad accettare la malattia, il dolore e anche lo spettro della morte. “Se vivo, Gesù è la mia felicità. Se muoio, vado a godere il mio Gesù”.

Santuario Madonna delle Grazie in Siana - Pola

In Cielo a 23 anni con l’abito francescano

Spira il 25 aprile dell’anno successivo alle ore 5,30 del mattino, e chiede di essere sepolto con l’abito francescano. Commuove ancora oggi il necrologio con cui la famiglia ne dà l’annuncio, che riportiamo per intero.

“Ieri alle 5.30 ant, felice di raggiungere il suo diletto Gesù, volava al cielo l’eletto apostolo di Cristo BULLESSICH EGIDIO Tecnico navale – di anni 24. Il papà Francesco, disegnatore tecnico della R. Marina, la mamma Maria nata Diritti, ed i fratelli Giovanni, Maria, Lino, Eugenio, Antonio, Oliviero e Giuseppe, rassegnati alla volontà del Signore, nonché gli zii e i cugini danno l’annuncio a tutti i parenti, amici e conoscenti. I funerali seguiranno venerdì 26 corr. alle 17 partendo dalla via Sissano 59. Pola, 26 aprile 1929”.

I funerali sono imponenti e commossi. Don Santin gli dà l’ultimo addio: “Non spargiamo lacrime, perché più che pianto, Egidio deve essere invidiato ed imitato. Non fiori, perché fiori sorgeranno spontanei sulla terra che lo ricopre e sulla via da lui percorsa, seminati dalla sua eletta virtù, dal suo mirabile esempio. Per amore di Dio visse, per amore di Dio morì… Non piangiamo, nella sua persona Gesù è passato un’altra volta sulla terra facendo del bene”.

Una lunga causa di beatificazione

La fama della sua santità, che già lo ha accompagnato in vita, si diffonde rapidamente tra i marinai, tra la gente comune, tra i membri dell’Azione Cattolica. Finché nel maggio del 1974 i confratelli trasportano la sua salma dal cimitero di Pola al Santuario «Madonna di Barbana» sull’isola omonima, presso Grado, dove ci sono molte occasioni per farlo conoscere al clero e ai pellegrini e ai giovani in particolare, perché lo prendano come modello di vita cristiana. Subito dopo a Trieste ha inizio il processo di beatificazione. Nel dicembre 1977 si chiude il processo informativo e la causa di beatificazione è inviata a Roma, dove nel febbraio del 1978 con il visto di Paolo VI la congregazione rende pubblico il processo di Trieste. Il 29 aprile 1979 la base militare di La Spezia lo vuole ricordare con un busto e l’orazione ufficiale è tenuta dall’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, che esalta le virtù “del più santo dei marinai d’Italia”. Occorre attendere il 7 luglio del 1997 perché, conclusa la discussione presso la Congregazione delle Cause dei Santi, i Padri Cardinali e Vescovi dichiarino che il giovane Egidio Bullesi ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali e annesse, cioè Fede, Speranza, Carità, Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza. La Chiesa lo dichiara Venerabile e attualmente sono all’esame presunti miracoli per sua intercessione, che dovrebbero portarlo definitivamente agli altari.

Egidio ebbe vari padri spirituali, ma quello a cui affidò le tappe della sua vita interiore fu un giovanissimo sacerdote don Antonio Santin, 27 anni, assistente del Circolo Giovanile di Pola e dell’Azione Cattolica. Sotto la guida di padre Tito Castagna si iscrisse al Terz’Ordine Francescano. Aderì alla Conferenza di San Vincenzo, diventò catechista e animatore di ogni iniziativa di carità. “Sento che è necessario infiammare i giovani e avviarli all’apostolato”, diceva. Da Roma, dove nel 1921 a 16 anni partecipò, come detto sopra, al congresso nazionale per il 50° della Gioventù Cattolica, ritornò con il desiderio e l’energia necessaria per fondare anche a Pola un gruppo Scout.

Egidio fu dunque apostolo nella Famiglia, che aveva bisogno di una riscossa spirituale, apostolo in Cantiere, un ambiente difficilissimo specialmente a Pola, dove per 7 anni fu vero modello di operaio e di cristiano impegnato e attivo, apostolo in Marina, tra i 1.300 commilitoni della “Dante alighieri”, e apostolo in Ospedale, dove lasciò esempi di intensa vita spirituale e di serena accettazione del dolore e della morte.

“Ho impegnato tutte le mie forze per amare sempre più il Signore; ho corrisposto alle Sue grazie nel modo più assoluto; ho resistito fortemente e completamente a tutte le tentazioni ed insidie. Da questo un progredimento meraviglioso nella virtù, una formazione del carattere e dello spirito alla vera vita cristiana, una fede ed un fervore sempre crescente, una confidenza sconfinata fino all’abbandono completo alla volontà del Signore, una vita interiore vissuta nell’amore ardente a Gesù Cristo ed un amore tenero e filiale alla Madonna; un animo tutto disposto all’Apostolato», scrisse Egidio il 10 luglio 1926 in una lettera a padre Tito Castagna da La Spezia.

Eugenio Ravignani, vescovo di Trieste, così ha commentato: “La vita di Egidio apparirà come lo straordinario che si rivela nell’ordinaria fatica di ogni giorno, nella gioia delle amicizie, nella testimonianza cristiana decisa, nella profonda spiritualità che una grande semplicità rende non solo più accetta, ma anche più autentica. La sua vita ci conferma che la via della santità è aperta a tutti e la si percorre nel quotidiano impegno di un lavoro amato, ma, come egli scrisse da marinaio: “con la branda sotto il braccio, in alto sulla prua della nave, guardando il cielo, pensando a Dio, fonte della gioia, della pace, della felicità”.

L’Arena di Pola, 30 agosto 2018,p. 12

Bibliografia

Santi e martiri nel Friuli e nella Venezia Giulia, promosso dall’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco a cura di Walter Arzaretti, Padova 2001, pp 261-263 (scheda di Marino Zerboni)

Ubertino Hohl, Il nostro amico Egidio, Grado (Go) 1981

Matteo Kuhar, L’ammirabile Egidio, Grado (Go) 1986

Gabriele Navone, Venerabile Egidio Bullesi. Le ragioni della giovinezza (8a edizione), Grado (Go) 1997

Egidio Bullesi 1905 – 1929, a cura di Giuseppina Zogno, Grado (Go) 2005

Egidio Bullesi venerabile. Raccolta tematica dagli scritti, a cura di Giuseppina Zogno, Grado (Go) 2009

Il venerabile Egidio Bullesi e la sua straordinaria famiglia, Grado (Go) 2014

Per informazioni e per segnalazioni di grazie ricevute: Santuario B.V. di Barbana - Frati Minori -
34073 Grado (Go) tel 0431 80453 -
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.santuariodibarbana.it

1921, IL FUOCO SOTTO LE ELEZIONI - GLI INCIDENTI DI SPALATO - TRIESTE- MARESEGO

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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1921, IL FUOCO SOTTO LE ELEZIONI.
GLI INCIDENTI DI SPALATO - TRIESTE - MARESEGO

di Valentina Petaros Jeromela

Quando, in base al trattato di Rapallo, parti della Dalmazia e dell'Istria furono annesse all'Italia accanto alle problematiche del passaggio di sovranità, si crearono tutt'una serie di difficoltà e ostacoli che andavano risolti al più presto. Problemi cocenti erano la cittadinanza, la sovrapposizione legislativa e la coesistenza del diritto italiano e austriaco, la presenza di militari e d'impiegati ex austriaci, croati e loro posizione economica che andava parificata con quella degli impiegati italiani, i confini, i danni di guerra. . . e nel mentre in Italia si cercava di capire quale sistema elettivo era meglio, se quello proporzionale introdotto da Nitri, che secondo lui favoriva l'incontro tra proletariato e borghesia oppure se era meglio continuare a mediare tra Governo e Corona e cercare un equilibrio tra potere esecutivo e quello legislativo. Non presero però in considerazione l'elemento base: gli elettori.



 Il sistema proporzionale  dava la possibilità a tutti di entrare nel sistema politico, si
poteva e si voleva rinnovare la rappresentanza politica. Non più un collegio uninominale che favoriva la borghesia ma nascevano le liste di partito. Il territorio fu diviso in circoscrizioni (54) e in ciascun distretto andavano eletti da 5 a 20 deputati, in base al numero dei residenti; i seggi andavano assegnati in base alla proporzione dei voti ottenuti. Erano favoriti i raggruppamenti politici già strutturati e con una salda presenza sul territorio, ma erano in pochi: i socialisti (sostenuti dai sindacati) e i cattolici (che avevano l'appoggio della Chiesa). La propaganda divenne l'arma più forte, l'unica cosa che poteva influenzare e condizionare l'elezione del singolo che veniva così scaraventato al centro del potere, alla Camera dei Deputati.

L'assetto sociale era cambiato, il mondo in cui la borghesia regnò non esisteva più e bisognava prendere in considerazione le espirazioni del proletariato. Giolitti lascia la politica il 3 luglio del 1921, sostituito da Bonomi e poi da Facta che fu travolto dallo squadrismo e dalla crisi socialista. L'ascesa di Mussolini era inevitabile, come inevitabili erano le nuove elezioni nel 1924 e la riforma della legge elettorale.

Ma ritorniamo nel maggio del 1921, al Governo Giolitti. Ci troviamo di fronte a una nuova situazione territoriale e una nuova condizione degli uomini e delle donne, la cittadinanza era con­ condizione fondamentale per accedere alle urne elettorali ma non tutti erano cittadini italiani. Entrano qui in gioco argomenti quali diritto d'opzione e di pertinenza o di domicilio. Chi voleva rimanere o diventare italiano doveva presentare la domanda al Commissariato Generale Civile di pertinenza entro il 29 gennaio 1921.

Conseguentemente a questo tema l'importanza dell'etnia assumeva un peso determinante, poiché a ridosso del confine le zone erano (e lo sono tutt'oggi) etnicamente miste. Il voto agli italiani andava sostenuto poiché a Capodistria il Blocco Nazionale non aveva un candidato. Anche se i partiti decisero di aderire, per puro spirito nazionale, al Blocco Nazionale, Capodistria aveva una massiccia presenza di popolazioni diverse. Le attività elettorali e la propaganda erano molto intense in quasi tutti i distretti, tranne che in quello di Capodistria, dove la popolazione slava era molto forte soprattutto nella parte settentrionale.

Ciò che si temeva erano le possibili alleanze e soprattutto quelle tra i comunisti con gli sloveni; questi ultimi potevano totalizzare quasi 10.000 voti e, uniti ai Socialisti e Repubblicani, potevano rappresentare una seria minaccia per il Blocco. Si consigliava perciò di favorire una larga adesione alle urne. Ma le attività propagandistiche molto spesso sfociavano in incidenti. Tra i più sanguinosi e violenti e storicamente più controversi è quello accaduto in un piccolo villaggio del sobborgo di Capodistria, Maresego. Un ruolo molto importante lo ebbe il comitato triestino Rosa Luxemburg, che pianificava un attentato per il giorno delle elezioni; minaccia sventata dal sequestro di un vero e proprio arsenale la notte prima delle elezioni, il 14 maggio 1921. Trieste rimaneva e mantenne la suddivisione in zone, dove ogni circolo comunista aveva la propria squadra d'azione. Era il 15 maggio 1921 ma i fatti furono portati in tribunale nel  1923 e questo incidente è solo l'ultimo  dei tre che qui mettiamo in connessione, quasi fossero un'escalation di violenza cominciata a Spalato, l' 11 luglio 1920.

Il primo incidente che andiamo a esaminare è l'episodio di Spalato accaduto l'11 luglio 1920 che ha avuto come conseguenza l'incidente del Balkan (13 luglio 1920) di Trieste che poi, grazie all'attività dei comitati filo-jugolsavi presenti a Trieste come l'Edinost, che continuarono la propaganda che hanno favorito e alimentato, nel già confuso contesto d'influenze politiche, le circostanze in cui si ebbe lo scontro a Maresego. Il ruolo del giornale Edinost non è marginale poiché, al momento dell'incarceramento di uno degli assassini accusato della morte dei tre attivisti del fascio, la redazione ha raccolto la somma necessaria al pagamento della cauzione.

Non è semplice definire le dinamiche ma grazie a documentazione di nuovo reperimento come, ad esempio, i rapporti CIA inviati dalla zona d'occupazione in Adriatico oppure documenti che testimoniano le influenze squadriste e attività delle guardie rosse comuniste abbiamo potuto esaminare sotto una nuova luce questo periodo di intensa attività politica.

Durante l'occupazione militare della Dalmazia, 1918-1920, la costa fu divisa in 4 zone e ogni area era gestita da una delle quattro nazioni impegnate nella guerra o nelle operazioni di pace. L'ammiraglio Enrico Millo ebbe l'incarico di Governatore della Dalmazia e delle Isole dalmate e curzolane con il limite settentrionale a Capo Planka. Il Regno Unito amministrò la zona più settentrionale con Fiume e agli americani andò la parte centrale della Dalmazia con le numerose isole; mentre la zona francese iniziava qualche chilometro verso sud dall'isola di Sipan sino al confine con l'Albania. Sebenico, Spalato e Cattaro erano in centro rispettivamente delle zone d'occupazione italiana, americana e francese.

Desidero sottolineare la parziale sovrapposizione della zona italiana a quella americana, questa situazione creò frizioni e difficoltà all'Italia soprattutto per la continua preferenza  accordata dagli americani alle popolazioni slave. In forza al Trattato di Pace Milio occupò la zona della costa dalmata assegnata all'Italia e cominciò a creare i presupposti per l'annessione di questo territorio all'Italia. Ricostruì la struttura sociale mediante l'istituzione dell'Ufficio di approvvigionamenti civili, ha gestito il difficilissimo passaggio dall'amministrazione austriaca a quella italiana avendo sullo sfondo la precaria e mutevole situazione dei Trattati di pace. L'incertezza normativa e dei confini in genere destavano grandissima preoccupazione e nervosismo tanto che anche qui gli incidenti che si susseguirono erano molti tra cui il più sanguinoso fu quello in cui perirono due marinai italiani: il Comandante Tommaso Gulli e il marinaio Aldo Rossi.

La sera dell' 11 luglio i marinari della Puglia, ormeggiata a Spalato per fornire sostegno alla popolazione italiana lì presente in considerevole numero, erano in licenza. La nave Puglia si trovava nelle acque "americane" per svolgere diverse attività collaterali e ausiliarie. Oltre a vigilare sull'incolumità dei residenti italiani, facilitava la consegna della posta, permetteva i contatti via radio, era anche l'ufficio per l'emissione dei passaporti, svolgeva moltissime attività burocratiche poiché la circolazione delle persone era sconsigliata o limitata. Quasi tutto l'organico dei marinai era a terra, per trascorrere qualche ora in libera uscita ed era abitudine di molti recarsi al caffè sulla riva, il Nani. La stessa sera, però, un nazionalista serbo aveva una conferenza in città. Si trattava di Lovric, che nei documenti militari figura come Lovricreff, poeta e nazionalista jugo slavo che i serbi faceva­no contrapporre, moralmente, a D'Annunzio. Questo D'Annunzio serbo incitò la folla presente alla sua conferenza e l'indirizzò sulle rive. E' noto che la presenza italiana, sia militare sia civile, nella zona americana era mal vista e mal tollerata, a ciò si aggiungono altre tensioni e nervosismi dettati dalla situazione politica incerta; il tutto sfociò, poi, nell'aggressione ai militari.

Nel mio studio pubblicato nel 2014 ripercorro e ricostruisco le varie testimonianze dei fatti che sono riuscita a raccogliere, ma si può riassumere semplicemente raccontando della fuga dei marinai, del tentativo del Comandante Gulli di salvarli dalla folla giunta sul molo ma soprassedendo la dinamica degli spari. Dall'autopsia è emerso che i fori d'entrata avevano una traiettoria che andava dall'alto verso il basso, dunque sono stati colpiti mentre pensavano di essere in salvo, sul MAS. Da altra documentazione è emerso che i primi a sparare fossero stati proprio gli italiani accorsi in soccorso ai commilitoni, ma le pallottole furono esplose mirando in aria, per sfortunato caso e di rimbalzo colpirono una persona presente sulle rive. Altri dati e rapporti militari testimoniano dell'impulso di alcuni gendarmi serbi che, in base alle disposizioni e agli accordi internazionali, erano sotto gli ordini dell'ufficiale più anziano; in questo caso l'ammiraglio americano Andrews.

Giungono poi notizie dello spostamento delle truppe serbe da Spalato nei giorni immediatamente successivi alla morte dei due marinai italiani. Il titolare dell'inchiesta era l'ammiraglio Andrews, che, a detta anche dello stesso Enrico Milio, non diede molta importanza al fatto ma lo archiviò quale "semplice" incidente. Questo fatto però una volta giunto a Trieste, fu accolto come un gravissimo attacco all'italianità delle terre in attesa di annessione.


La marcia di protesta presto si trasformò in un corteo anti jugoslavo che si fermò davanti all'albergo, dove avevano sede diverse associazioni slave. La multietnicità triestina divenne una grandissima polveriera e quella sera, esplose andando a caccia di ogni possibile nemico dell'Italia. Successe così che bruciò lo stabile, che ospitava il "Narodni dom" ma qui avevano sede al primo piano quattro circoli sloveni, una banca ma era anche il domicilio del presidente dell' Edinost e alcuni uffici della stessa testata giornalistica. Al secondo piano dell'edificio vi erano le stanze in affitto che in quel periodo affacciavano direttamente sulla Piazza Oberdan. Trieste fu annessa al Regno solo nel 1918 ma partecipò con molto fervore alle imprese dalmatiche e con altrettanto livore accolse i nuovi arrivati. Da documenti inediti si è portato alla luce il movimento comunista triestino, il centro Rosa Luxembrug tutti fatti poco noti ma che danno un'immagine nuova alle frizioni politiche in questa città. In base a questa serie di eventi si crea un contesto nuovo, dove le imminenti elezioni del 1921 assumono una nuova forma: non solo violenza fascista per far vincere il Blocco Nazionale, ma scontri in seguito a fervente attività politica di entrambe le parti.

Utilizzando un rapporto americano in cui si descrivono gli anni di occupazione americana in Dalmazia si svelano le dinamiche che hanno portato all'incidente di Spalato ma anche alla nascita del Regno degli SHS con grande supporto americano. Interessanti, infine, le dinamiche delle elezioni a Capodistria, dove non c'era un rappresentante del Blocco Nazionale, ma è forse per questo che 11 attivisti del fascio andarono a consegnare a Maresego le schede elettorali dello stesso, ma gli abitanti del luogo, in gran parte contadini forse privati di quell'arsenale requisito la sera prima a Trieste, li aggredirono in modo smisurato tanto da provocarne la morte. Spesso sottolineo che l'età media degli 11attivisti era di 14 anni, mentre gli assalitori erano uomini. La storiografia riporta questo incidente in vari modi, ma in base alla documentazione d'archivio si è ricostruita la vicenda e i suoi sviluppi in un contesto storico poco noto. De facto gli incidenti furono molti, consecutivi e sparsi sul territorio e andrebbero citati tutti poiché tutti contribuirono a fomentare l'odio e l'ira esplosa a Maresego.

Una parte consistente è dedicata al processo e alle evoluzioni storico-amministrative dello stesso. Si è svolto due anni dopo
i fatti poiché l'Italia doveva riprendersi sia economicamente che a livello pratico, sociale, amministrativo, legislativo . . . In attesa del passaggio dall'amministrazione austriaca a quella italiana il processo vede in se il perdurare di due legislazioni e gli imputati sono stati giudicati in base alla confluenza di entrambe. La ricostruzione è stata molto difficile ma alla fine si determina l'esito con cognizione di causa: "Nazario Babich "jager", colpevole di omicidio preterintenzionale, con attenuanti della provocazione non grave e generiche. Richiesti 8 anni e 4 mesi. Comminati: sulla base del CP austriaco e in base alle attenuanti del paragrafo 338, 3 anni e 6 mesi.". E un capitolo a parte è dedicato a Sergio Dompieri, avvocato costituitosi parte civile con i parenti delle tre vittime. Personaggio enigmatico, e­ sponente del fascio triestino e prefetto di molti comuni tra cui Gorizia. Da un'indagine recentissima è emerso che gli sloveni lo considerano un vero e proprio difensore della minoranza slava durante il periodo del fascismo. Una contraddizione forte, inspiegabile che andrebbe approfondita con ulteriori ricerche.

copyright di Valentina Petaros Jeromela

IN VACANZA AD ORSERA

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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 Dal balcone sopra casa mia
di Anna Maria Crasti


Da un balcone sopra il cortile di casa mia, quella che era casa mia, scorgo la stanza dei miei genitori, dove sono nata. Di una casa si può dire che è sola? La guardo e provo una grande immensa solitudine. Le risate i giochi le grida di noi bambini, le voci dei grandi, la gente che entrava e usciva dalla bottega sono solo ricordi che mi perseguitano da tutta la vita. Non c’è segno di vita, gli scuri sempre chiusi eppure qualcuno ci abita.
Qualche volta sono entrata a casa mia: una tristezza indicibile La cucina è quasi la stessa di una volta, era di un candore abbagliante che ormai si è spento, sembra abbandonata. Era la vita di nonna Anna la fattora, piena di mille cose da fare in bottega, cucinava anche di notte se di giorno non lo poteva fare, attenta e sempre perfetta. Quando avevo sei anni e sono rimasta ad Orsera ostaggio dei titini mi ha curato con amore, tanto, perché non sentissi la mancanza di mamma e papà. Indimenticabile il ricordo delle sue braccia che mi stringevano amorose. Nel cortile c’era la tettoia, il regno di zio Bepi dove stazionava il Magirus verde scuro che lo zio, appassionato di meccanica manteneva in ottime condizioni.
È sera una delle tante dopo l’otto settembre 1943: sono incominciate a sparire tante persone mai più tornate.
Mamma e nonna sono in ansia, papà e zio non tornano. Nonna va davanti al grande portone marron lo spalanca, quasi ad affrettare il ritorno dei figli, si china ed appoggia l’orecchio a terra tentando di captare le vibrazioni del terreno procurate dal camion in arrivo. La rivedo fare quel gesto dal quale trasparivano ansia e paura che non esprimeva mai. Sono sempre tornati, solo a fine novembre 1946 papà non è tornato, per 40 giorni chiuso nel carcere di Parenzo.


Ho sei anni, sono nel cortile pieno di vita. In alto chiusi nella gabbia razzolano galli e galline. Più in là zampettano i dindi.  Un cane abbaia. È Bobi il nostro cane? Per lui a Trieste non c’era posto. Spira la brezza ma non vedo svolazzare la biancheria, le lenzuola non sono mosse dal vento che in questo momento soffia.
Manca il volo e il tubare dei piccioni. L’albero di fichi infaticabile produttore di squisiti fioroni si è imbastardito, cresce perfino sul muro di cinta che costeggia il cortile. Non hanno saputo o voluto curarlo? La porta del magazzino è chiusa, ormai non serve più, senza le merci per la bottega. E’ diventato un fiorito parcheggio per auto la breve strada che permetteva il passaggio al camion dei Crasti. Il grande albero di sisole che ombreggiava la cisterna non c’è più. La cisterna è diventata un ripostiglio. Era inutile da quando ad Orsera è arrivato l’acquedotto.
Non ho mai più sentito il profumo delle rose di un opaco rosa antico davanti alla stanza di mamma e papa; è sparito anche quello. Piccola andavo sulla collina di Brustolade a raccogliere le violette bianche e viola, ne era tutta ricoperta. Al posto delle viole ci sono le case dei profughi in fuga dalla guerra in Jugoslavia. Dove ora c’è il campo di calcio si stendeva un largo campo di erba Spagna che, disobbedendo, ho calpestato con i miei piccoli amici guadagnando uno scapaccione. Ora il profumo delle viole non si spande più nell’aria e l’erba medica, alta, non ondeggia mossa dal vento. Il grande cortile ora mi sembra piccolo. Tutto è solitario e vuoto e mi dà angoscia. Ne manca l’anima che eravamo noi, i vecchi abitanti con le nostre discussioni esclamazioni l’andirivieni. Non c’è il tubare l’abbaiare il coccodè degli animali.
Mi chiedo quanti, come me, rivedendo le loro case i loro giardini tutto quello che, una volta, loro apparteneva, tutto quello che amavano, che ancora amano, quanta desolazione quanto sgomento quanto sconforto provano? “Vado a casa mia” dico sempre, ritornando ad Orsera. Ma in quale casa mia vado, se le manca l'anima? Il Beato Don Bonifacio rivolto ai suoi ragazzi di Crasizza aveva chiesto: “Vi ricordate di avere un'anima?” La stessa domanda potremmo farcela anche noi ancora oggi. Noi Esuli che proprio perchè avevamo un'anima abbiamo avuto la forza il coraggio la volontà ferme, irremovibili di andarcene o di fuggire, come ha fatto la mia famiglia, tutti convinti sicuri che fosse estremamente più importante ciò che eravamo piuttosto di ciò che avevamo.

(Arena di Pola settembre 2017)

TRIESTE 3-6 NOVEMBRE 1954

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Trieste, 3-6 novembre 1954:
il diario di una esule

6 novembre Sono stata a Trieste e ho vissuto giorni degni del nostro Risorgimento. Dalla fine della prima guerra mondiale unita all’Italia e dalla fine della seconda sfibrata dall’attesa e dall’incertezza, la città ha duramente sofferto il dramma della sua posizione di confine. Bisogna rileggere le pagine del “nostro riscatto” per comprendere l’entusiasmo di Trieste un’altra volta redenta. Il tricolore era esposto ovunque. I rappresentanti delle varie armi italiane erano acclamati e contesi. Le mule chiedevano (o prendevano) distintivi, stellette, penne dai cappelli degli alpini o dei bersaglieri di cui si ornavano come di trofei. La notte continuava il giorno per le strade e i ritrovi rimasti ininterrottamente aperti, dato il grande afflusso extracittadino. Anch’io ho partecipato attivamente, riuscendo a raggiungere (non so come) i punti nevralgici. A sera ero esausta, ma soddisfatta del mio contributo in presenza e in voce.

 Ma sarà meglio che proceda con ordine, perché anche i ricordi si accalcano, si confondono, pretendono la precedenza.

3 novembre Sono finalmente arrivata a Trieste. La prima impressione è stata esaltante: bandiere bandiere bandiere, a cui ho subito aggiunto la mia coccarda. E gente: persone che andavano in tutte le direzioni con sul volto un’espressione di esultanza. Dopo una breve sosta in casa della sorella di mia mamma, della quale sono ospite (impossibile trovare posto in albergo), mi precipito fuori sotto il sabiano inconfondibile cielo azzurro. Sulla porta di casa mia zia mi raggiunge: Bevi almeno el cafè. Lo bevarò co’ torno. E quando ti torni? Sono ormai al portone e faccio finta di non sentire. Quando torno? E chissà! Non ci sono più orari a Trieste. Le vetrine sono parate a festa di bianco rosso e verde. Parenti e conoscenti che incontro non si stupiscono di vedermi: oggi sono tutti a Trieste. Infine mi dirigo verso Piazza Unità. Dove Scelba dovrebbe fare un discorso. La folla attende paziente. Appuntato su un cappello goliardico vedo lo stemma zaratino dei tre leopardi. Apostrofo il suo possessore: Ti xe de Zara? Sì, anca ti? Anca mi! Giorgio è subito un amico, come se avessimo giocato insieme da bambini. Intanto è arrivato Scelba. Le sue parole sono entusiaste, vibranti. Si leva uno scroscio di applausi quando abbraccia il sindaco Bartoli. Noi invidiamo il Tribuno dell’Università che si pavoneggia maestoso sul palco col mantello cremisi e berretto con frangia da laureando. Giorgio mi raccomanda di procurarmi un berretto universitario per il giorno seguente. Tornerò a X stanotte a cior el mio, che no go portà – ironizzo. Ho l’impressione che sia tardi. Da un po’ è buio e la brezza marina fa sentire la sua umida carezza. Preferisco non guardare l’orologio, ma Giorgio cavallerescamente si offre di accompagnarmi. Il problema è farsi strada. Giorgio si mette ad agitare per aria il suo berretto. La gente incuriosita si ferma aspettando chissà quale novità… e noi passiamo. Arrivo a casa a ora imprecisa. Eco la picia (sic) – dicono. Mi addormento di colpo in preparazione della giornata campale di domani.

4 novembre Alle 7 passa Giorgio a prendermi. Ci avviamo fra la massa ancora verso Piazza Unità. Per fortunata combinazione la colonna si ferma in modo che veniamo a trovarci proprio di fronte alla tribuna presidenziale. Pochi metri dietro di noi c’è il mare. Basterebbe uno spostamento della folla per farci fare un bagno fuori stagione. E’ una mattina splendida rallegrata da un caldo sole (io per fortuna sono… all’ombra di un tricolore). Sull’alberatura della Amerigo Vespucci sono schierati i cadetti. Ai lati della tribuna fanno ala rappresentanze e gonfaloni di varie città. Mi godo lo spettacolo quando un gruppo di militari si schiera innanzi a noi. Sono i reduci di Al Alamein, che sostengono di essere quello il posto loro assegnato. E ci restano. Con un po’ di buona volontà (mia e degli altri) riesco ad insinuarmi fra di loro e a conquistare una ottima posizione. Spontaneamente parlo in dialetto e i miei orecchini vanno ad arricchire le collezioni di un aviatore e di un carrista. Mi rifaccio con il distintivo di un paracadutista. Aeroplani sfrecciano nel cielo. Giungono al confine e fanno una rapida virata. Scendono manifestini: una pioggia tricolore. Ne raccolgo qualcuno che conserverò per ricordo. I cannoni sparano a salve. Arriva il presidente Einaudi. Inizia la sfilata fra l’entusiasmo generale in continuo crescendo. Un veterano col piumetto arranca dietro i nuovi commilitoni in corsa. Nella confusione ho perduto di vista Giorgio.

A casa, dopo un lauto pasto, sto per adagiarmi sopra una accogliente poltrona, quando arriva Giorgio: Dai, movite, dovemo andar all’Università, dove i dà la laurea a Einaudi. Come sempre le strade sono intasate dalla folla. Per vie traverse arriviamo infine all’Università, ma l’Aula Magna è stipata da Rettori, Docenti, autorità e da uno sparuto gruppetto di studenti. Neanche pensare di entrarci. Fuori dell’Ateneo è un fantasmagorico ondeggiare di cappelli goliardici variopinti. Arriva il presidente fra irrefrenabili ovazioni. Cossa se fa? – chiedo. Bisogna andar a San Giusto – risponde Giorgio. Guardo San Giusto: la Chiesa è in cima a un altro colle. Guardo la valle che bisogna superare. Penso che non ci sono mezzi di trasporto, che “me fa mal le scarpe” e dico: ’ndemo! Finalmente arrivati, ci sediamo su un gradino della scalinata e aspettiamo. Ma l’attesa è lunga.

Un altoparlante sopra la nostra testa diffonde il discorso del Vescovo Santin, che prende spunto dal Salmo 126: «Quando il Signore ricondusse i reduci a Sion/ noi eravamo come trasognati». Continua esultando per la gioia di Trieste ritornata all’Italia, alla Madre, ma la sua voce trema mentre rivolge un pensiero doloroso e fraterno a coloro che «del gaudio non possono essere partecipi». Quello che è stato il sentimento latente di tutta la giornata, e che ho soffocato nell’azione, mi travolge: il ricordo di Zara lontana e la coscienza che la città, pur essa italianissima, ben difficilmente potrà essere riunita all’Italia. L’allocuzione del Vescovo è finita. Guardo Giorgio. E’ proprio una lacrima quella che mi sembra vedergli brillare fra le ciglia o è la mia commozione che me la fa vedere. La gente sfolla. Finalmente riusciamo a entrare in San Giusto. I bianchi marmi degli altari sono inghirlandati da garofani rossi e da verdi rami di ulivo. In silenzio ci sediamo malinconicamente in un angolo. Non preghiamo, per lo meno consciamente. Quando usciamo, ci accoglie un tramonto stupendo. Il disco rossastro del sole, nettamente stagliato sul cielo turchino, scende lentamente nel mare, mentre il pulviscolo dell’aria assume riflessi dorati. Alle spalle della città e del golfo che dominiamo, sulla nuda terra del Carso, si stende un velo violaceo, che va incupendo con le prime ombre. Lentamente prendiamo la via del ritorno.

5 novembre Sul tardi mia zia viene a svegliarmi. Peccato! Stavo sognando di essere una personalità e di stringere la mano al Presidente. Telefona Giorgio. Avevamo fatto un mezzo programma di andare a visitare Miramare. Ma io ormai ho esaurito la mia carica sportiva. Me spiase, ma parto ’pena magnà. Fra quatro giorni go da dar un esame. – dico. E’ la verità. Non sappiamo cosa aggiungere. Vegnirò a trovarte a X – si accomiata Giorgio. Durante il viaggio di ritorno mi accorgo che non ho l’indirizzo di Giorgio e che non mi sembra di avergli dato il mio.

L’Arena di Pola, 1 dicembre 2016

LA STRAGE DI VERGAROLLA

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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«Riaprire un’inchiesta sulla strage di Vergarolla»

Il direttore de “L’Arena di Pola” Paolo Radivo ha presentato a Treviso e a Trento il suo libro La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive (editore Libero Comune di Pola in Esilio, Trieste 2016). A Treviso l’incontro, promosso dal Comitato provinciale dell’ANVGD, si è svolto nel pomeriggio di martedì 15 novembre nella Sala Verde di Palazzo Rinaldi davanti a un’ottantina di persone. Nella sua introduzione il presidente del Comitato, Bruno De Donà, ha definito l’eccidio di Vergarolla «uno dei delitti peggiori della storia dell’Italia repubblicana, la prima strage di stato, più orribile ancora di quella di Bologna». Non potendosi trattare di incidente visto che gli ordigni erano stati disinnescati, ha giudicato plausibile un’unica pista: quella dell’OZNA, «che sapeva tutto di tutti e conduceva una strategia del terrore». «Ma – ha aggiunto – l’inchiesta fu insabbiata in ossequio alla ragion di stato, tanto che finora nessuno ha pagato».

 

 Radivo ha fra l’altro citato alcuni atti della politica aggressiva, espansionistica e terroristica titina contro italiani e anglo-americani coevi a Vergarolla. «Il 26 agosto – ha detto ad esempio – “Radio Venezia Giulia” informò che nei giorni antecedenti dei pescatori pugliesi avevano notato fra Punta del Pizzo e Santa Maria di Leuca “piccole navi armate sconosciute”.

L’agenzia “Informazione” aveva riferito che la Jugoslavia si stava “preparando febbrilmente alla guerra”. Nella notte fra il 29 e il 30 agosto un posto di blocco italiano con la Zona A nelle vicinanze di Tarcento (Udine), presidiato da alpini, fu attaccato con raffiche di mitra da militari jugoslavi, che poi si dileguarono.

Il 31 agosto “Radio Venezia Giulia” riferì che, nel caso di una soluzione del problema giuliano sfavorevole alla Jugoslavia, l’“OZNA” stava organizzando gruppi di tre uomini armati, nei dintorni di Trieste e Monfalcone, con la parola d’ordine: “ogni giorno un cadavere” e “ogni mese una foiba piena fino all’orlo”».

«Il 2 settembre – ha aggiunto – “Radio Venezia Giulia” disse che Parenzo era diventata una “piazza d’armi” con un numero di soldati jugoslavi di stanza mai visto prima. Sempre il 2 settembre la Polizia Navale del GMA sequestrò a bordo di tre piroscafi jugoslavi stazionanti davanti al porto di Trieste 3 fucili e 108 cartucce.

Il 3 settembre “Radio Venezia Giulia” rese noto che pescatori anconetani avevano osservato “grosse colonne d’acqua sollevate da potenti esplosioni la di cui eco sarebbe stata distintamente udita anche dalla costa”.

Il 5 settembre “Radio Venezia Giulia” comunicò che prigionieri tedeschi in mano jugoslava venivano arruolati nell’esercito ed inviati in Montenegro o in Serbia. Vista la fuga di parecchi fra questi, “tutta la costa” era “guardata da vedette e motoscafi”. Ancora il 5 settembre “Radio Venezia Giulia” parlò di violenti scontri “in molte località della Croazia fra indipendentisti croati e soldati titini”».

Al termine della relazione di Radivo, l’esule polese Alma Brussi ha letto la poesia di Bepi Nider, Vergarola. Quindi l’ospite ha illustrato 26 immagini inerenti Vergarolla già proiettate su un uno schermo in sequenza. Una esule da Fiume ha osservato come in Italia di Vergarolla non avesse mai sentito parlare. Un esule da Pola ha raccontato come subito dopo l’esplosione si fosse sparsa la voce che fra le vittime c’era anche un pasticcere, ragion per cui i clienti di suo padre si stupirono di trovarlo in vita quando lo rividero nella pasticceria di Via Kandler di cui era proprietario. L’esule polesano Luigi Venezia ha detto di essere scampato all’eccidio perché il padre non aveva voluto lasciarlo andare quella domenica a Vergarolla, vista la gran ressa. Ricorda bene inoltre gli ordigni accatastati sulla spiaggia dal maggio 1945: a lui sembravano lunghi proiettili da cannone. Non mine. Bruno De Donà ha lamentato come il processo “delle foibe – Piškulić” si fosse concluso senza esito perché la magistratura italiana constatò il decesso di alcuni imputati e prese atto dell’amnistia Togliatti. Radivo ha aggiunto che i giudici negarono altresì la propria giurisdizione in materia, poiché l’Armistizio lungo, quello del 29 settembre 1943, aveva privato le autorità italiane del controllo dei territori sotto occupazione alleata.

Nel caso di Vergarolla si potrebbe obiettare che l’amministrazione civile era italiana e che il 20 agosto 1946 la Procura di Stato italiana di Pola, su disposizione del procuratore generale di Stato di Trieste, aveva avviato un’inchiesta, avocata dall’Autorità militare alleata il 26 agosto. Basterebbe solo riaprirla. Laura Vendrame ha auspicato che ciò avvenga quanto prima. Rispondendo a Liana Biasiol, Radivo ha reso noto che il Ministero degli Esteri ha declinato la richiesta di istituire una commissione di storici, avanzata nel 2014 da un’interrogazione parlamentare, dicendo che possono promuoverla le associazioni degli esuli tramite i fondi della legge 72/2001.

Non c’è comunque da aver paura dei comunisti nostalgici di Tito, che ormai in Italia sono una piccola realtà. A Trento l’evento si è svolto nel pomeriggio del 18 novembre nella Sala Rosa del palazzo della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige su iniziativa del Comitato provinciale dell’ANVGD, con il patrocinio della Regione e della Fondazione Museo Storico del Trentino. Una trentina i presenti. In esordio l’autore ha reso noto che il libro è stato stampato in 300 copie con i 7.000 euro promessi dallo Stato italiano ai sensi della legge 72/2011, ma finora corrisposti solo per metà e per il resto coperti dal Libero Comune di Pola in Esilio. Le offerte servono dunque a recuperare i 3.500 euro sostenuti dall’editore e a permettergli di continuare le proprie attività, prima fra tutte la pubblicazione de “L’Arena di Pola”. Roberto De Bernardis, presidente del Comitato, ha rilevato come di quella «strage terribile, peggiore di un bombardamento» non si sia parlato per 60 anni e come l’indagine processuale sia stata «soffocata per stabilizzare la situazione al confine orientale». Inoltre ha ringraziato Radivo «per il grande lavoro di documentazione fatto».

Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione, ha lodato il rigore storiografico del libro, l’oggettività, l’ampio ricorso alle fonti, comprese alcune «in lingue per noi inaccessibili», l’esame di ben 39 testate giornalistiche giuliane (sintomo di pluralismo e vitalità), l’attenzione nel ricostruire l’elenco delle vittime e la capacità di approfondire il contesto storico, oltre alla vicenda in sé. «La funzione documentale di questo libro – ha proseguito – consentirebbe di riaprire un fascicolo processuale, benché ormai l’accertamento giudiziario della verità non sia possibile perché sono passati 70 anni e i colpevoli non sono più in vita. E’ molto interessante comunque la tesi dell’autore circa il movente psicologico, ossia la volontà di terrorizzare la popolazione, più che di colpire x o y. Radivo fornisce molte prove ed elementi, anche se non giunge a conclusioni definitive. Ben venga la ricerca documentaristica per impedire la banalizzazione della storia, farci fare passi in avanti, uscire dai luoghi comuni e non chiuderci nell’ottica ristretta del Giorno del Ricordo, per cui poi tutto torna come prima.

Il libro tratta un argomento non residuale, colmando parzialmente omissioni e buchi. E’ un modo per ricostruire la storia dell’Italia repubblicana». «Nell’estate 1946 – ha dichiarato fra l’altro Radivo nel suo intervento – il regime jugoslavo, in preda a una psicosi dei nemici esterni ed interni, reagì sia aggredendoli preventivamente fuori e dentro i propri confini sia preparandosi a un’eventuale conflitto su più vasta scala.

Il 13 agosto il “Messaggero Veneto” pubblicò un’indiscrezione secondo cui la Jugoslavia viveva “in un clima di attesa di una guerra non molto lontana”: “Sarebbero attualmente in piena efficienza alcune Armate, qualche cosa come un milione di uomini, pronti a marciare sull’Isonzo non appena la conferenza di Parigi dovesse decidere differentemente da come è nei desideri del gran capo e dei suoi tutori. Ogni Armata avrebbe incorporata una Divisione corazzata sovietica. Gli uomini sarebbero vestiti piuttosto male, talvolta con residui di magazzini e con calzature addirittura primitive, ma in compenso disporrebbero di eccellenti e modernissime armi. La guerra, secondo gli ufficiali, dovrebbe scoppiare al più tardi entro due mesi. Ma la popolazione non attenderebbe di meglio. E non già per far la guerra, ma per battersi contro il regime di Tito, contro il quale è in atto una serrata lotta clandestina che si svolge in tutto il Paese, sia pure tra difficoltà e pericoli”.

Il 20 agosto il “Messaggero Veneto” scrisse che: “la Jugoslavia dà l’impressione di un paese sul piede di guerra. Governo e popolo vivono nell’attesa di avvenimenti decisivi. La sorveglianza delle coste è stata intensificata. Si lavora febbrilmente a nuove fortificazioni, e non solo gli isolotti strategici nell’arcipelago dalmata trasformati in piazzaforti con presidi fissi e modernamente equipaggiati seguiti da una vasta rete di segnalazioni marittime ed aeree, ma l’intero litorale della Dalmazia è munito di nuove fortificazioni. Non c’è tratto di costa che non sia approntato a difesa. […] L’organizzazione difensiva e offensiva si estende a tutta la costa albanese […] data la stretta intesa fra i governi di Belgrado e Tirana”». De Bernardis ha fatto presente come il defunto esule polese Sergio Rusich, citato da Radivo quale autore di un’importante rivelazione circa gli attentatori di Vergarolla, fosse stato un socialista comandante partigiano, poi costretto ad andarsene come gli altri suoi concittadini per il conflitto interno al movimento antifascista tra filo-jugoslavi e filo-italiani.

Radivo ha quindi illustrato le 27 immagini prima proiettate su un uno schermo. Riprendendo le affermazioni di Ferrandi, ha spiegato di aver voluto scrivere un libro così documentato e corposo anche per favorire la riapertura del caso giudiziario. «Basterebbe – ha detto – che un magistrato di buona volontà lo leggesse per acquisire validi elementi istruttori». Claudio Taverna ha auspicato che il libro agevoli sia un’indagine penale sia un dibattito pubblico, mai fatto finora perché nessuno ha voluto affrontare l’imbarazzante questione. Una esule rovignese ha raccontato che alle 14.15 del 18 agosto 1946 si trovava in piazza a Rovigno quando udì un botto e vide un fungo nero in lontananza. Ma in città di quell’evento non si seppe nulla. Rispondendo a un’ultima domanda, Radivo ha confermato che a Pola dopo la strage molti non mangiarono più pesce, poiché non solo i gabbiani, ma appunto anche i pesci si erano cibati dei poveri resti di alcune delle vittime di Vergarolla.

Le prossime presentazioni del libro avranno luogo giovedì 26 gennaio 2017 alle 19.45 al Circolo Volta in Via Giusti 16 a Milano su iniziativa degli Amici Triestini, mercoledì 8 febbraio presso l’Associazione delle Comunità Istriane a Trieste, martedì 14 febbraio all’Istituto Comprensivo “Giorgio Perlasca” di Ferrara, venerdì 24 febbraio all’Hotel Urban di Trieste su iniziativa dell’associazione EOS, e lunedì 6 marzo a Gorizia su iniziativa del Comitato provinciale dell’ANVGD.

L’Arena di Pola, 1 dicembre 2016

  1. DIALOGHI TRA ESULI E RIMASTI dibattito pubblico a Trieste
  2. NESAZIO: UNA LUNGA STORIA DAGLI ISTRI AI ROMANI
  3. VERGAROLLA: UNA STRAGE SU CUI VA FATTA PIENA LUCE DI PAOLO RADIVO
  4. LE STORIE ED IL DOLORE. IL DOLORE DELLA STORIA

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