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NAZARIO SAURO, EROE D'ALTRI TEMPI

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Un “eroe” istriano diventato storia e mito. Nella ricorrenza del suo sacrificio si svolgono manifestazioni, una in particolare a Trieste il 10 agosto di ogni anno, per ricordarne il valore, la coerenza, lo spirito indomito legato ad “altri tempi”. Ebbene, molti gli autori che si sono occupati della sua figura e molte le scuole ed associazioni che portano il suo nome. A pochi giorni dalla cerimonia di Trieste, vogliamo ricordare alcuni momenti che ne tracciano il profilo.
Il primo riferito ad un’opera di Claudio Loreto su “Nazario Sauro, eroe d’Italia e della canottieri Libertas” nella quale leggiamo: “A Capodistria, durante la dominazione austriaca, il Circolo Canottieri Libertas fu anche una autentica scuola di “irredentismo”.
A tale club apparteneva Nazario Sauro, il quale non si lasciava sfuggire occasione per manifestare il proprio amore assoluto per l’Italia. Nel 1912, paventando manifestazioni pro Roma, le autorità asburgiche preferirono fare ancorare al largo di Punta Grossa una nave da guerra italiana giunta in missione ufficiale. Sauro radunò sei canottieri e si impossessò della lancia-scuola sociale a sei vogatori Dogali (tutte le imbarcazioni della Libertas, a mo’ di sfida all’oppressore, venivano battezzate con nomi che rievocavano le glorie d’Italia); raggiunta quindi l’unità militare, egli fece alzare i remi in aria e dispiegare il Tricolore che aveva legato ad ognuno d’essi, in segno di omaggio a quel “pezzo” di Madrepatria.
Sauro aderiva al principio mazziniano del diritto di ciascun popolo all’indipendenza: così, comandante di battelli mercantili, trasportò armi per i patrioti albanesi in lotta contro l’occupante turco.

Allo scoppio della I Guerra Mondiale riparò a Venezia, arruolandosi successivamente nella Regia Marina; dal Veneto favorì la fuga di diversi giovani della Libertas, ansiosi di combattere gli austriaci. Per raggiungere le coste italiane, i canottieri capodistriani si servivano delle imbarcazioni del club, cosicché, per porre fine a quelle diserzioni, gli austriaci incendiarono le barche residue e la sede stessa della Libertas.
A bordo di unità siluranti, Sauro fu protagonista nell’Alto Adriatico di imprese temerarie, che nel giugno 1916 gli valsero la medaglia d’argento al valore e la promozione al grado di tenente di vascello. Il successivo 31 luglio una sfortunata missione con il sommergibile Giacinto Pullino lo fece però cadere nelle mani del nemico: identificato e processato per alto tradimento, Sauro venne impiccato a Pola il 10 agosto dopo aver ripetutamente gridato Viva l’Italia! In seguito il Re Vittorio Emanuele III volle esaltarne il sacrificio decretando la medaglia d’oro alla sua memoria.
Dopo il conflitto, ad ogni anniversario della morte dell’eroe tutte le imbarcazioni della Libertas uscivano in mare per adagiare sulle onde una corona d’alloro; nel 1921 il circolo adottò come proprio motto l’esortazione “Sempre, ovunque e prima di tutto italiani”, fatta da Sauro ai figli nella sua ultima lettera-testamento. Il 9 giugno 1936, al cospetto del Sovrano e di numerose unità navali da guerra, sulla riva di Capodistria venne inaugurato un grandioso monumento dedicato al patriota; ai piedi dell’opera, su appello della Libertas, si concentrarono ben 148 imbarcazioni, di cui 55 a remi con a bordo 288 commossi vogatori. Il monumento venne smontato dai tedeschi nel 1944 e le sue componenti distrutte dagli jugoslavi dopo la loro occupazione dell’Istria; sulla gloriosa Società in cui Nazario Sauro si era formato calò poi presto il sipario”.
Nel dare l’annuncio della cerimonia avevamo citato anche il libro dedicato a Sauro dal giornalista Ranieri Ponis. All’archivio del CRS di Rovigno troviamo invece citata l’opera di Marco Pogliacco “Nazario Sauro il grande marinaio d’Italia” e numerosi scritti che accompagnarono il centenario dell’Istituto nautico di Lussino intitolato al capitano capodistriano.
Spulciando tra libri e notizie non mancano cenni critici sulla sua figura. Viene contestato l’appellativo di “eroe” attraverso una valutazione estrapolata dal contesto in cui egli visse ed operò. Oggi in una realtà pacificata è difficile comprendere divisioni che cent’anni fa tanto dolore determinarono in queste nostre terre di confine. Ogni nuovo trattato, ogni definizione delle linee di demarcazione portava a lacerazioni profonde, a tragedie ed atti d’eroismo. Sauro fa parte di questo sofferto panorama e come tale va considerato. All’avvicinarsi del centesimo anniversario dal suo sacrificio estremo, una rilettura della sua figura non può che apportare nuova conoscenza e nuova consapevolezza di ciò che la storia insegna attraverso le gesta dei suoi protagonisti.
Da qui l’importanza della cerimonia svoltasi ieri davanti al suo monumento sulle rive triestine e la necessità di rileggere esperienze che oggi sembrano semplice leggenda, fantasie di un sentire dissolto. Ma Sauro fu uno dei tanti figli dell’Istria e di questi portò a galla principi e caratteristiche che hanno distinto, nelle diverse epoche, questo piccolo mondo. (rtg)

(dal sito www.arcipelagoadriatico.it) 

L'Istria nell'antichità di Paolo Radivo

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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L’Istria nell’antichità

La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) ha organizzato nella propria sede sociale di via Crispi 5 a Trieste tre "Incontri di primavera". Il primo ha avuto luogo il 19 aprile 2012. Argomento: Trieste e l’Istria in età pre- e protostorica.

Ambra Betic, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, ha illustrato le novità sugli scavi nella necropoli di Pizzughi (Parenzo) derivanti dalla recente scoperta nella Biblioteca Civica di Trieste del carteggio 1884-1908 tra l’assessore provinciale istriano e membro della SIASP Andrea Amoroso, e Carlo Marchesetti, direttore del Museo di Storia naturale di Trieste e della Società Adriatica di Scienze Naturali. Entrambi volevano che il materiale archeologico venisse esposto nel Museo provinciale di Parenzo.

Kristina Mihovilić, del Museo Archeologico dell’Istria, ha parlato dell’importante castelliere di Moncodogno (tra Rovigno e Valle), abitato nell’Età del Bronzo, abbandonato intorno al 1200 a.C. con l’arrivo degli istri e riscoperto nel 1953. Tra il 1997 e il 2009 nuovi scavi dimostrarono che era sorto su una collina artificialmente spianata con terrazze laterali. Aveva una pianta ovale di 250X160 metri che lo colloca fra i più grandi dell’Istria. Fu costruito fra il 1910 e il 1740 a.C. da una comunità socialmente strutturata con un gruppo elitario al vertice. I manufatti più recenti sono invece databili fra il 1297 e il 1049 a.C.. Le robuste mura difensive a secco, lunghe 800 metri, alte 3-4 e spesse circa 3, risalgono al 1875-1640 a.C.. Nella parte sommitale c’era un’acropoli quadrangolare difesa da mura di 3 metri. Sotto si trovava la città alta, che un muro separava dalla bassa. Vi erano due porte principali, accanto alle quali sono stati scoperti resti umani datati fra il 2.000 e il 1.600 a.C.. I tetti degli edifici erano coperti da legname, lastre di pietra e/o paglia. La struttura dell’abitato rimanda a canoni tipici del Mediterraneo orientale e in particolare dell’isola egea di Egina. Attività principali erano la pastorizia e l’agricoltura. Il popoloso castelliere era un punto di approvvigionamento sulla via marittima lungo l’Adriatico e sul crocevia tra l’area danubiana e l’Italia settentrionale. Le ceramiche rinvenute testimoniano contatti anche con Cipro e Creta. Sul vicino colle di Monsego sono state scoperte tombe a tumulo con resti umani del Bronzo recente. Ora l’obiettivo è fare dei due siti un parco archeologico con museo.

Il secondo incontro, svoltosi il 15 maggio, ha avuto per tema Trieste e l’Istria nell’età della romanizzazione.

Gino Bandelli, dell’Università di Trieste, ha tratteggiato, basandosi sulle fonti storiografiche disponibili, il processo di assoggettamento politico-militare degli istri da parte dei romani avvenuto fra il 221 e il 129 a.C. e culminato nella II Guerra Istrica (178-177). Già in età repubblicana mercanti romani si insediarono in comunità strutturate, l’aristocrazia senatoria acquisì proprietà fondiarie e i centri indigeni di Pola, Nesazio e Tergeste si romanizzarono. Oggi la gran mole di reperti archeologici ci dice molto sulla cultura materiale del tempo; scarseggiano però i dati sociologici e prosopografici.

Simone Sisani, dell’Università di Perugia, ha rilevato come lo scrittore latino Pomponio Mela attestasse da documenti anteriori la presenza di una colonia romana a Pola già prima del 42 a.C.. Plinio invece, parlando di Pietas Julia Pola, si riferiva alla seconda deduzione coloniaria, compiuta dopo il 42. L’iscrizione di Porta Ercole presenta la cancellatura della parola "primi" riferita ai magistrati fondatori perché la colonia era stata rifondata. Il proliferare di epiteti nel titolo completo risalente al II secolo d.C. Colonia Julia Pola Pollentia Herculanea è tipico delle città con più deduzioni. Il titolo originario della colonia cesariana doveva essere Julia Herculanea, a testimoniare lo stretto legame con Ercole, come confermano il tempio a lui dedicato a metà del I secolo a.C. e la coeva Porta Ercole. Pollentia potrebbe derivare dall’omonima città picena da cui proveniva Publio Gemino, legato di Ottaviano nelle campagne illiriche del 35-33 a.C.; in tal caso la seconda colonia polese sarebbe stata dedotta subito dopo il 33 a.C. per rafforzare la presenza militare romana nell’area. Un’iscrizione recentemente rinvenuta dimostra che almeno dal 16 a.C. Nesazio diventò municipio di cittadini romani. La Colonia Julia Parentium fu fondata o da Cesare o da Ottaviano Augusto o da Tiberio o da Caligola. Agida rimase invece un oppidum civium romanorum dipendente dalla colonia di Tergeste, che fu dedotta da Ottaviano nel 33-32 a.C. mentre in epoca cesariana sarebbe stata un semplice castello fortificato.

Secondo Guido Rosada, dell’Università di Padova, non è un caso che Nesazio fosse stata un "covo di pirati", visto che la sottostante insenatura di Badò costituisce un riparo protetto tra il Quarnero e la costa occidentale istriana. Probabilmente le mura del municipio romano insistono su quelle della realtà preesistente. Sculture sacre istriche del VI-V secolo a.C. furono reimpiegate successivamente come limiti di fosse e tombe romane, a riprova di una cesura culturale intervenuta al tempo di Augusto con la costruzione della nuova città e la romanizzazione dei culti. I tre templi capitolini, il foro, il sacello dei Lari, le terme, le case signorili e le due basiliche cristiane testimoniano l’importanza della Res publica Nesactiensis, pur così piccola e situata a soli 9 km da Pola.

Il terzo appuntamento si è tenuto il 7 giugno sul tema Trieste e l’Istria in età romana.

Francis Tassaux, dell’Università di Bordeaux 3, ha elencato più fasi economiche nella storia antica dell’Istria: 1) quella dei castellieri, fondata su pirateria, commercio e attività agro-pastorali; 2) l’economia coloniale dopo la presa di Nesazio, quando commercianti da Aquileia e dalla Venetia acquistano in Istria materie prime (legno, lana e pietre) scambiandole con vino; 3) l’economia intensiva introdotta dai veterani di Cesare, provenienti perlopiù dall’Italia centrale, che fondano colonie e forse coltivano la vite; 4) il "boom" portato negli anni ’20 a.C. da Augusto e dai suoi uomini che nella fascia costiera e a Brioni fanno grossi investimenti per produrre olio, che diventa il principale prodotto istriano e fra i migliori dell’impero. In seguito, famiglie imperiali, senatori e decurioni di Pola, Parenzo e Trieste edificano altre ville rustiche volte alla produzione dell’olio da esportazione con l’impiego di schiavi. Minore è l’esportazione di vino. Si coltivano anche cereali. Nell’Istria interna si ricavano legno e lana di pecora. A Loron e Fasana si producono anfore, a Zambrattia e San Giovanni della Corneta porpora. Si pratica anche la pesca e la pescicoltura. Ogni baia ha una villa con il suo porto per l’esportazione verso Aquileia e Ravenna. Sono attive cave di pietra e saline. Anfore istriane raggiungono fino al VI secolo le attuali Austria, Romania, Ungheria e Serbia. Dopo Adriano la produzione nelle ville rustiche viene affittata a terzi.

Paolo Casari, dell’Università di Udine, ha parlato dei fori di Tergeste e Pola come luoghi di propaganda imperiale. La basilica sul colle di San Giusto fu costruita ai tempi di Nerone intorno al 50 d.C.. La doppia simbologia della Medusa (l’Occidente) e Giove Ammone (l’Oriente), ivi presente, si rifà al modello del Foro di Augusto a Roma e si ritrova in Spagna, Francia meridionale, Svizzera, nonché a Oderzo, Concordia, Aquileia, Pola, Zara, Asseria e forse Salona. Sul Campidoglio tergestino l’Erote che dà da bere a due grifoni richiama il culto degli imperatori divinizzati. Vi è anche un ritratto di Nerone successivo al 56 d.C., poi trasformato in quello di Vespasiano. A Pola la monumentalizzazione del foro legata al culto imperiale comincia col tempio di Roma e Augusto (2 a.C. - 14 d.C.). Il tempio orientale risale al 20-30 d.C. e una statua di imperatore in un edificio di culto alla prima metà I d.C..

Giuseppe Cuscito, dell’Università di Trieste e presidente della SIASP, ha osservato come sul processo di cristianizzazione dell’Istria bisogna attenersi alle fonti archeologico-monumentali. La letteratura agiografica non è invece attendibile, mentre i cataloghi dei vescovi sono lacunosi: per Trieste il primo noto è Frugifero (tra il 541 e il 565), benché ve ne siano stati di anteriori. È probabile che le chiese istriane siano germinate a seconda delle energie e possibilità locali. Le città fornite di preminenza amministrativa gestirono autonomamente la prima organizzazione gerarchica. Le diocesi istriane entrarono nella provincia ecclesiastica aquileiese a metà del V secolo. Mauro fu vescovo di Parenzo, confessore e forse martire in età precostantiniana. Altri santi pur celebrati non hanno invece solidi attestati di presenza in Istria. A Pola l’archeologia suggerisce un’organizzazione episcopale almeno dalla prima metà del secolo V e una chiesa pienamente matura nella seconda metà. Il primo vescovo noto è Antonio (507-511). Una comunità cristiana vivace doveva essersi costituita anche a Nesazio, dove le due basiliche parallele nel foro farebbero pensare a una sede episcopale.

Paolo Radivo

IL PIEGHEVOLE DEL CONVEGNO MIRABELLA ROBERTI

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MARIO MIRABELLA ROBERTI - giornata di studio 14 maggio 2012 a Pola

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Giornata di Studio

in onore dell’archeologo Mario Mirabella Roberti

Celebrato a Pola il prof. Mario Mirabella Roberti

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Si è svolta la mattina di lunedì 14 maggio 2012 nel salone della Comunità degli Italiani di Pola la giornata di studio in onore dell’archeologo Mario Mirabella Roberti promossa dall’LCPE e dalla stessa CI con il patrocinio del Comune di Trieste - Assessorato alla Cultura, delle Soprintendenze per i Beni Archeologici della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia e dell’Università degli studi di Trieste, oltre che con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Erano presenti fra il pubblico la vedova del professore, la polese Lia De Antonellis, e il vice-console onorario d’Italia Tiziano Sošić.

 

Pola ha così finalmente celebrato, a dieci anni dalla morte, un uomo che le ha dato tanto. Nato a Venezia il 1º marzo 1909, si trasferì all’ombra dell’Arena da bambino con la famiglia. Nel 1932 si laureò con lode in Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano. Tornato a Pola, dal 1935 al 1947 diresse il Museo dell’Istria e gli scavi istriani.

Nel 1935-36 scavò la sede paleocristiana di Orsera, esplorò presso Parenzo un tratto dell’acquedotto romano sotterraneo, trovò presso Dignano resti di una basilichetta paleocristiana-altomedievale, consolidò a Nesazio alcuni tratti delle mura urbane e a Brioni i muri della basilica di Santa Maria in Val Madonna, e ripulì dagli arbusti la villa di Val Catena e il Castrum. A Pola lavorò all’Arena, al Foro e al teatro minore, trovò un tratto della strada romana presso porta Ercole, una rete fognaria e pavimentazione romana da clivo San Francesco a via Cristoforo Colombo, tombe romane lungo la via Dignano, nonché cocci e rilievi romani lungo la strada Liburnica, e sistemò cinque rocchi di colonne scanalate presso l’unico ulivo conservato sullo Scoglio Ulivi.

Fra il 1937 e il 1939 registrò la presenza di due siti rurali vicino a Valle e Canfanaro, visitò punta Barbariga e continuò l’indagine presso Dignano. A Pola trovò in piazza San Giovanni la stratigrafia di una porta cittadina, ricostruì una delle scale in legno dell’Arena e continuò lo scavo del teatro minore, di cui ricostruì e rafforzò alcuni muri. Segnalò rinvenimenti in clivo Grion, in piazza Alighieri, all’incrocio di via dell’Arena e via Carducci, nonché tra viale Carrara e via Carducci.

Fra il 1940 e il 1947 fece rinvenimenti casuali o collegati alle attività antiaeree, continuò gli scavi del teatro minore ritrovando anche importanti rilievi, effettuò saggi di scavo sul Foro e sul tempio di Augusto, restaurò un tratto delle mura in largo Oberdan, scoprì di fronte a porta Gemina i ruderi di un mausoleo ottagonale romano e, tra porta Ercole e la torre poligonale, ulteriori reperti della necropoli preistorica. A Nesazio lavorò nella zona della Porta Polese e nell’area dei templi forensi. Nel 1943 scrisse due piccole guide: una sull’anfiteatro e l’altra sul duomo, che in occasione di questo convegno il vice-sindaco dell’LCPE Tito Lucilio Sidari ha ristampato e distribuito. Nel periodo bellico protesse i monumenti polesi con impalcature e sacchetti di sabbia. Finita la guerra, coordinò la ricostruzione del tempio di Augusto, del duomo e del chiostro della chiesa di S. Francesco semi-distrutti dai bombardamenti angloamericani. Dopo il mortale attentato al generale de Winton compiuto il 10 febbraio 1947, a Mirabella Roberti, che si trovava a Trieste, fu impedito fino al maggio successivo di tornare a Pola in quanto aveva conosciuto Maria Pasquinelli, attiva nel restauro del tempio di Augusto. Il 14 settembre 1947 lasciò definitivamente Pola.

Esule a Trieste, insegnò presso la locale università prima Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana (1943-1951), poi Archeologia cristiana (1951-1979), lasciando un ricordo indelebile in tanti studenti. Dal 1947 al 1953 fu ispettore alla Soprintendenza ai Monumenti, Gallerie e Antichità di Trieste, dove continuò a interessarsi dell’Istria, tanto che nel 1951 diede alle stampe la Pianta archeologica di Pola. Dal 1953 al 1973 resse la Soprintendenza alle Antichità della Lombardia. Ad Aquileia fondò nel 1968 e diresse poi per lunghi anni il Centro di Antichità Altoadriatiche pubblicando più di 50 volumi e organizzando prestigiosi incontri scientifici. Notevole è stata anche la sua produzione pubblicistica. Morì il 13 novembre 2002.

Introducendo i lavori Fabrizio Radin ha spiegato come da tanto tempo si volesse far «tornare a casa» il prof. Mirabella Roberti e farlo conoscere all’opinione pubblica locale. Ed ha aggiunto: «I suoi meriti, soprattutto quelli riguardanti la salvaguardia del patrimonio monumentale romano a Pola danneggiato dai bombardamenti, sono enormi. Io penso che sia come CI di Pola, sia come organizzazione che raggruppa tutti i polesani esuli, sia come Città di Pola dovremmo rendere omaggio ufficiale a questo grande personaggio della nostra storia perché senza la sua opera oggi molto probabilmente non avremmo il tempio di Augusto».

«Da anni – ha spiegato Argeo Benco – il LCPE insieme con la CI ha in programma di ricordare le opere di restauro dei monumenti di Pola danneggiati dalle vicende belliche con una targa ricordo del prof. Mirabella Roberti».

La moderatrice Lucia Bellaspiga ha evidenziato il ruolo di Mirabella Roberti nella creazione del Parco naturale delle incisioni rupestri in Val Camonica e ne ha lodato l’apertura mentale e la lungimiranza, che ne fanno un precursore del dialogo scientifico transfrontaliero e del "ritorno" a Pola.

Piero Tarticchio ha ricordato i restauri diretti da Mirabella Roberti nella chiesa cimiteriale di Gallesano nei primi anni ’40 ed ha aggiunto un aneddoto: «Amava a tal punto le "pietre antiche", mute testimoni della nostra storia, da portare i suoi alunni – nelle soleggiate mattine di primavera – a visitare le vestigia romane disseminate nell’agro polese. Dopo aver fatto lezione e spiegato gli argomenti di storia, filosofia e arte, poneva ai ragazzi delle domande, ma pretendeva che gli rispondessero in latino». Nei colloqui interpersonali «parlava con la pacatezza propria delle persone colte che possiedono il raro merito di saper ascoltare senza interferire».

«L’attività del prof. Mario Mirabella Roberti a Pola – ha dichiarato Robert Matijašić – è stata interrotta dalle conseguenze politiche della Seconda guerra mondiale. Ciononostante, la traccia fisica ed intellettuale da lui lasciata in Istria è molto più profonda di quello che può apparire ad un osservatore superficiale e durerà anche oltre il nostro tempo. Le conoscenze sull’antichità classica senza il suo apporto sarebbero totalmente diverse. I suoi scritti erano e rimangono lettura obbligatoria per la storia antica e paleocristiana, per l’archeologia di Pola e dell’Istria». «Il prof. Mirabella Roberti – ha aggiunto Matijašić – ha continuato a seguire da lontano i risultati delle ricerche a Pola ed in Istria, aspettando pazientemente il momento, venuto diversi decenni dopo l’esodo, del ripristino dei contatti tra archeologi italiani e croati, ovvero sloveni. Egli contribuì alla ricomposizione della spaccatura tra la scienza storico-archeologica "al di qua e al di là del confine". L’archeologia croata dell’Istria e quella italiana del Friuli-Venezia Giulia procedevano in parallelo, quasi senza alcun contatto, fino all’inizio degli anni Settanta. Forse le Settimane di Studi Aquileiesi sono state il primo impulso ad un ricongiungimento, e qui il suo merito è inestimabile».

Giuseppe Cuscito ha definito Mirabella Roberti una «figura straordinaria per umanità, limpida e cristallina, come non capita spesso di trovare nelle università italiane». Riguardo all’insula episcopalis di Pola ha rilevato come egli avesse per primo messo «scientificamente in rapporto tra loro i depositi archeologici e le strutture ancora oggi conservate in elevato, riconoscendovi l’unico esempio vivo di basilica paleocristiana a pianta rettangolare senz’abside». «La sua lettura del monumento – ha sottolineato – è ancora la più persuasiva e completa». Più in generale, «i risultati delle sue indagini trovavano ampia eco nelle relazioni congressuali e nelle lezioni straordinariamente dense di notizie di prima mano e di osservazioni personali, che il compianto Maestro metteva generosamente a disposizione degli allievi».

Gino Pavan ha illustrato alcuni documenti consultati nell’Archivio della Soprintendenza ai Monumenti di Trieste sui restauri degli edifici storici eseguiti a Pola fra il luglio 1945 e il settembre 1947: in particolare il tempio di Augusto, il duomo, il chiostro e la chiesa di San Francesco, il museo, le mura romane, l’anfiteatro e la casa del provveditore veneto. In una lettera del 1° settembre 1945 Mirabella sollecitava l’assistente Renato Grimani a «una sommaria recinzione della ristretta zona della rovina» del tempio. In una relazione della metà di gennaio del 1947 lo stesso Pavan spiegava che i ritardi nelle opere dipendevano sia da ragioni tecniche, logistiche ed atmosferiche, sia dal morale delle maestranze per l’incertezza della sorte della città. Il 15 marzo 1947, da Trieste, Mirabella raccomandava a Pavan di «guardare all’avvenire dei lavori come se avessimo del tempo illimitato davanti, ma sempre pronti a chiudere il cantiere domani». Erano necessarie «previdenza e celerità». Pavan, che partì da Pola il 9 settembre 1947, ha infine citato una ad una le maestranze che avevano lavorato nel cantiere del tempio d’Augusto.

Grazia Bravar ha messo in luce la preoccupazione del professor Mirabella Roberti affinché la porta del tempio di Augusto venisse riposizionata prima della consegna di Pola alle autorità jugoslave. Nel maggio 1958, quando tornò per la prima volta nella città fantasma con alcuni suoi studenti, si premurò subito di verificare se tutto era a posto.

Darko Komšo ha parlato del Museo archeologico dell’Istria con sede a Pola, istituito quale Museo civico nel 1902, trasferito nell’attuale edificio nel 1925 e aperto al pubblico nel 1930. Durante il periodo di chiusura, nell’immediato dopoguerra, alcuni reperti furono trasferiti nei territori rimasti all’Italia, da dove fecero parzialmente ritorno nel 1961.

«Se non ci fossero state – ha detto Ðeni Gobić Bravar – persone come il prof. Mirabella Roberti, oggi forse non avremmo più tanti monumenti. Lui sapeva sia guardarli che vederli come storico, archeologo, artista e conservatore e sapeva mettere assieme tutte queste conoscenze per poi salvaguardarli: forse una cosa che ai nostri tempi si sta perdendo con questa moda della specializzazione nel proprio campo ristretto». L’archeologa ha lodato le modalità del restauro del tempio di Augusto disposte dal prof. Mirabella Roberti. Allora tuttavia l’arch. Pavan non fu ascoltato quando chiese di mettere dei rinforzi in ottone sull’architrave sopra i capitelli, perché il ferro si sarebbe corroso, come è in effetti avvenuto. I pezzi che stavano per cadere si trovano oggi al Museo archeologico. Nei successivi restauri e lavori all’anfiteatro Mirabella fu contrario all’uso del cemento, alla chiusura delle arcate e alla foratura delle strutture portanti a scopo turistico. Il Museo archeologico ha iniziato la mappatura del degrado dei monumenti polesi, che presentano fratturazioni, alghe, piante, licheni, alveolizzazione (buchi), croste nere, abbassamento dei rilievi, blocchi spostati, rifacimenti in malta cementizia, crepature, graffiti e perni in acciaio o ferro.

Vesna Girardi Jurkić ha lodato Mario Mirabella Roberti per non aver mai interrotto i rapporti con l’Istria e per aver invitato gli archeologi croati alle Giornate di studio di Aquileia, consentendo loro di creare un contatto con gli scienziati italiani ed europei. Nel 1972 partecipò a Ragusa e Zara a un convegno scientifico. Nel 1983 a Pola tenne una relazione a un convegno organizzato dal Museo archeologico dell’Istria e partecipò all’apertura della collezione del museo e del sito archeologico di Nesazio. A Brioni visitò i resti della basilica di Santa Maria. La Società Storica Istriana gli consegnò una targa bronzea raffigurante la testa bifronte di Nesazio e il tempio di Augusto. A Pola nel 1988 egli relazionò al primo convegno scientifico internazionale dal titolo Tre Arene: Pola, Verona, Roma, ma nel 1998 non poté partecipare a quello svoltosi sempre a Pola sul tema Il Foro romano centro economico, culturale e di culto. Nei primi anni ’90 Vesna Girardi Jurkić quale ministro della Cultura adottò, per la protezione dei monumenti in Croazia durante il conflitto contro i serbi, il modello seguito da Mirabella Roberti in Istria durante la Seconda guerra mondiale. Questo il giudizio finale della studiosa sul professore: «Con il suo comportamento distinto, la disponibilità e un alto livello di coscienza per i beni culturali può servire da esempio a molti oggi che non sanno distinguere la vanità dalla decenza, la prepotenza dalla modestia, l’odio dalla professionalità e dal sano ragionamento. Il prof. Mirabella è stato sempre in grado di farlo, benché le condizioni politiche vigenti dopo la Seconda guerra mondiale lo avessero colpito fortemente. Nonostante il dolore e il disappunto per i nuovi rapporti creatisi nella storia, come storico classico e umanista accettava la realtà e costruiva rapporti interpersonali e collegiali con i suoi collaboratori da entrambe le parti del confine dimostrando in questo modo la sua grandezza. Ha lasciato a noi e a Pola numerosi reperti archeologici e interventi di restauro rilevanti. Un sentito grazie a lui e alla sua consorte per aver lasciato un’impronta che rimarrà per sempre nei nostri ricordi insieme a un sentimento di riconoscenza e di dovuta stima».

Tullio Canevari ha rammentato una conferenza del prof. Mirabella Roberti da lui organizzata a Padova e letto un eloquente brano di un’intervista fatta al prof. Matijašić, il quale disse: «Io sono croato, mi sento croato. Gli italiani si sentono italiani. Insieme ci sentiamo istriani. Io parlo l’italiano, gli italiani parlano il croato e ci capiamo benissimo. C’è un reale bilinguismo attivo. Pur con qualche cautela posso dire di sentirmi più vicino agli italiani d’Istria che ai croati di più lontane regioni». Ha concluso Canevari: «Io, istriano italiano, posso dire, pur con qualche cautela, che mi sento più vicino ai croati dell’Istria che agli italiani di altre regioni».

«A questo punto – ha osservato Lucia Bellaspiga – credo che nessuno possa più avere nulla in contrario al posizionamento della targa già da tempo proposta in onore di Mario Mirabella Roberti, un uomo che ha unito tutti i cuori, gli animi, le etnie, le lingue, le religioni».

Silvio Mazzaroli ha fatto presente che la targa con testo bilingue concordato era pronta quando, nel giugno 2006, fu bloccata dalla burocrazia poco prima del suo posizionamento. «Oggi – ha detto – ho sentito parlare da tutti gli oratori del prof. Mirabella Roberti in termini entusiastici e di grandissimo apprezzamento per tutto quello che ha fatto per l’Istria, per Pola, per l’Italia, per la comunità intera. Quindi mi auguro che non vi sia più alcuna opposizione alla messa in sito della targa commemorativa dell’opera di restauro condotta dal prof. Mirabella Roberti, dall’arch. Gino Pavan, dall’ing. Fausto Franco e dall’ing. Luigi Peteani, o a un altro riconoscimento ufficiale alla figura del professore, che potrebbe essere l’elemento centrale, focale di un nostro futuro raduno a Pola».

Argeo Benco, nel ringraziare tutti i relatori per l’alto livello scientifico dei loro interventi, ha fatto presente che la proposta della targa, avanzata dall’LCPE nel 2004, è stata rinnovata nel 2011 fungendo da stimolo all’organizzazione del convegno. Ha quindi letto una bozza di lettera da inviare alle autorità preposte per la collocazione di una nuova targa o nel tempio di Augusto o nel duomo. Il testo è stato poi discusso con i relatori in vista della stesura definitiva.

Lucia Bellaspiga ha concluso il convegno auspicando che anche la burocrazia cada assieme ai muri. (p.rad.)

UNA RICONCILIAZIONE TRA "ESULI" E RIMASTI" NELLA SEBENICO DEL 1412 DI PAOLO RADIVO

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Premio Letterario Nazionale “A.N.V.G.D. Verona -
Gen. Loris Tanzella”

XI EDIZIONE

 Sezione Ricerche Primo Premio “Una riconciliazione tra esuli e rimasti nella Sebenico del 1412” di Paolo Radivo
“Il lavoro dell’autore presenta le caratteristiche di una ricerca puntuale in un periodo storico dove da tempo la Serenissima Repubblica di Venezia era la protagonista assoluta nell’Adriatico e non solo. Con meritevole impegno di studio specie nell’Archivio di Stato di Venezia, il Nostro riesce a cogliere con felice intuizione, nella riconciliazione del 1412 a Sebenico, sotto l’ala della Serenissima, un’anticipazione degli esuli e rimasti che facesse presagire una pace duratura nel tempo a venire”.

 

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