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I nazisti deportano 30 civili da Gallignana di Lino Vivoda

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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I nazisti deportano 30 civili da Gallignana


In questo numero pubblichiamo un altro capitolo del libro di Lino Vivoda In Istria prima dell’esodo – Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013, al fine di ricostruire gli eventi successivi all’8 settembre 1943 in Istria. Narra del violento sopraggiungere a Gallignana dei nazisti, che dopo una sparatoria deportarono a Dachau una trentina di paesani.
Arrivano le SS

Al mattino del 5 ottobre all’improvviso echeggiò sinistro per il paese il tremendo urlo: «I Tedeschi! Njemski su tuka!». Tutti furono colti dal panico. Dopo notti e notti passate nei boschi e lungo i ruscelli all’addiaccio, ecco che improvvisamente tutte le precauzioni per nascondersi all’arrivo dei tedeschi erano saltate. Ora i tedeschi stavano arrivando all’improvviso e non c’era più tempo per fuggire nei boschi paventando la loro reazione per gli infoibamenti avvenuti a settembre.
Fu quindi un fuggi fuggi a precipizio lungo il declivio sotto la chiesa parrocchiale, nella vallata verso Pedena, che scendeva alla chiesetta di San Simon, alta su un cocuzzolo e meta di tante processioni propiziatorie. La fuga dalla parte posteriore del paese infatti era l’unica possibile dato l’arrivo sul davanti dei tedeschi provenienti da Pisino. Anche noi riuscimmo a raggiungere un grosso cespuglio sul declivio. Ci fu qualche scarica di fucileria dei tedeschi, fermatisi alla cappelletta sulla strada prima del paese, dalla quale partiva una carreggiata verso Scopliaco, contro le prime case del paese essendosi arrestati per saggiare qualche eventuale resistenza. Poi un lungo silenzio mentre i gruppi di paesani si nascondevano negli anfratti del terreno.
Tutto ad un tratto quattro cinque tedeschi si affacciarono sul muretto dietro la chiesa e incominciarono a sparare coi fucili sul terreno sottostante. Vedevo le pallottole rimbalzare sui sassi vicino a noi e mi accorsi della precarietà del riparo. Mamma mise in bocca a Lele una bottiglia di latte con il ciuccio per farla stare zitta, avendo incominciato a piangere. Attraverso il vetro bianco della bottiglia si vedeva chiaramente che il latte era cagliato, ma bisognava farla tacere subito per salvare tutti dagli spari. Causa quel latte “andà de mal” mia sorella, che all’epoca aveva appena otto mesi, ne risentì fisicamente per parecchi anni, ma il suo silenzio salvò noi tutti. Infatti un giovane più giù, vicino la chiesetta di Santo Stefano, che si era sporto dal terreno per indicare con il braccio i tedeschi sul ciglio della chiesa venne freddato da parecchi colpi di fucile. Noi appiattiti sul terreno ci sentivamo indifesi come i piccioni del tiro a segno.
Improvvisamente la sparatoria cessò e alta sul muretto dietro la chiesa apparve la tonaca nera del parroco con le braccia alzate al cielo. Don Mauro incominciò a gridare: «Venite subito in paese che i tedeschi vi danno solo mezz’ora di tempo. Ascoltatemi vi prego». Io pensai: avrà i fucili puntati e lo costringono a parlare. Perciò dissi a Papà: non ci muoviamo e aspettiamo un momento a vedere cosa succede agli altri che, alzatisi, incominciavano a risalire lentamente l’erta. Dopo un po’, visto che non succedeva niente di peggio, ci unimmo agli altri nella risalita. Entrammo nel paese dal varco nella cinta delle mura vicino al campanile di fianco al quale due soldati tedeschi si divertivano a sparare alla campane per sentire il balzo delle pallottole. Quando si girarono per guardarci vidi che sulla bustina avevano il macabro marchio delle SS: il teschio con le ossa incrociate. Proseguendo passammo accanto alla casa della Pierina Bazon che bruciava perché vi avevano trovato una bustina con la stella rossa, ed i soldati tedeschi impedivano che qualcuno salvasse l’asino, la capra ed il maiale coi quali avevo giocato parecchie volte.
Appena davanti la porta del paese ci separarono: papà col gruppo degli uomini e noialtri tutti raccolti in un altro gruppo più a lato verso i gradini di casa Martini.
Mentre aspettavamo tutti raggruppati e spauriti stringendoci per cercare riparo nel mucchio, vidi venire verso di noi un giovane ufficiale tedesco. Essendo, a Pola, un lettore del giornale bilingue “Signal”, pensai che senz’altro proveniva dall’organizzazione giovanile nazista Hitler-Jugend ed ebbi un lampo di genio. Facendo sfoggio delle poche parole tedesche che avevo imparato a Scoglio Olivi dai sommergibilisti della Kriegsmarine gridai: «Herr Offizier, ich bin ein Mussolini-Jugend und hier für Fliegeralarm in Pola». L’Ufficiale tedesco si fermò di scatto, mi squadrò e gridò: «Schnell zu Haus! Gehe Weg!», e con la mano mi fece segno di andarmene. Non me lo feci dire due volte, presi per mano Sergio e Daria e corsi nel centro del paese, seguito da Mamma con la Lelle in braccio, dove c’era la casa della santola, mamma di Romano, che abitavano in via Minerva a Pola, ritenuta più sicura perché dove abitavamo da zio Giacomo c’era un anziano ucciso sul pavimento. Dopo un po’ ci raggiunse Papà che aveva potuto esibire un documento del Cantiere Navale di Pola. Papà conosceva perfettamente il tedesco per aver fatto le scuole sotto l’Austria. Gli altri uomini, una trentina, finirono tutti a Dachau nel Lager ed a guerra finita ritornarono solo in quattro, tra i quali Poldo, il figlio di teta Elena, sorella di Nonna Catina, padre di due gemelli, maschio e femmina, coi quali giocavo sempre.
Passati alcuni giorni, i combattimenti erano finiti ed i tedeschi avevano occupato tutta l’Istria. Papà decise quindi di ritornare a Pola e lo accompagnai sino a Pisino a prendere il treno. Erano otto chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno. La strada la conoscevo bene perché l’avevo fatta più di una volta per andare a Pisino a comperarmi il giornale. Quando arrivammo al Dersei, la discesa verso Pisino, erano evidenti grandi chiazze di sangue a fianco della strada. Decine di giovani erano stati ammazzati dai tedeschi contro i quali avevano sparato con i fucili da caccia. Poveri ragazzi partigiani indottrinati al punto di non ragionare più sulle reali conseguenze di andare praticamente a mani nude contro i blindati delle SS. Un memoriale li ricorda oggi all’entrata del cimitero, mentre due croci di legno su due tumuli di terra anonimi accolgono i resti degli infoibati nel prato tra la chiesa ed il cimitero. Povera gente, entrambi i due gruppi, che ha pagato con la vita il peso di una guerra capitataci tra capo e collo! Povera Istria!
Finita la vendemmia ritornammo a Pola anche noi.
Lino Vivoda

UN UOMO NIENTE MALE

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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1901 - 1977

Una storia di un uomo niente male in un mondo molto male

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LA MEMORIA E' LIBERTA'

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Umberto Gherardi, vigile del fuoco a Pola nel 1947, prima di abbandonare la città all’arrivo delle autorità jugoslave, tolse dall’asta del Palazzo Quinto (sede della Regia marina militare) l’ultimo tricolore di Pola italiana.
Il figlio, anch’egli vigile del fuoco di Roma, ha donato nel 2009 al Museo storico “Roma città del Fuoco” il tricolore.
Ringrazio il nipote, Fabio Gherardi, che mi ha dato il permesso di pubblicare l’immagine dell’ ultima bandiera e le notizie relative ai due bei gesti di Suo nonno e di Suo padre.
ROSANNA MILANO MIGLIARINI

Riflessioni personali sul senso civico e sul rispetto dell’italianità degli istriani, dalmati e giuliani.
Due gli autori cui mi riferisco in questa breve presentazione.
- A Claudio Magris che, sul Corriere della Sera del 10/2/2005, ha scritto: “Le vittime delle foibe…non valgono meno delle vittime della Shoah….Con la Shoah si è trattato del pianificato progetto di sterminio di un popolo intero, (con le foibe n.d.a) di una violenza nazionalista-sociale-ideologica…ma non per questo certo meno orribile o più giustificabile”
- A Primo Levi, che per la tragedia della Shoah affermò “ “comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

.
Molti sono i libri di storici o di testimoni che oggi trattano il problema delle Foibe e dell’Esodo ma queste pagine da me scritte sono riflessioni personali che si snodano dal 2007 fino ad oggi, sul senso civico e sul rispetto dell’italianità degli istriani, dalmati e giuliani. Con l’ Esodo, con la “diaspora”, infatti, abbiamo perduto duemila anni della nostra cultura. Ho trovato su Internet le immagini che mi servivano e, ne ho approfittato per “donare”, soprattutto ai giovani, anche se minimo, uno spunto per andare a leggere la Storia d’Italia nella sua regione orientale.
Come Presidente dell’Associazione Settimana del Libro Ragazzi, Gubbio, sapendo che alcune immagini potrebbero essere coperte da copyright esprimo un fervido desiderio di “comprensione” per far conoscere anche a chi non sa, soprattutto ai giovani, una pagina di storia per poterla interpretare in modo appropriato.

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Una candela accesa
fra due mani congiunte,
come una preghiera,
rimane il simbolo
del mio Ricordo
della Gente d’Istria.

Solamente per far conoscere l’”ARMONIA” fisica di questa penisola così cantata da Dante Alighieri nel IX Canto delll’ Inferno: :
“Si come a Pola presso del Carnaro
che Italia chiude e i suoi termini bagna”
(versi 113,114)

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“….ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente, ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale” Giorgio Napolitano, nel Giorno del Ricordo 2007

legge 30 marzo 2004 n.9

“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo e dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale

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 Questo scritto è una memoria di orgoglio italiano per la mia Istria e per la mia città, Pola, che ho visto per la prima volta quasi a 60 anni. Non è, comunque, una rimostranza contro chi per quasi 60 anni si è dimenticato dei “titini”, delle “foibe”, della “diaspora o esodo” in nome dell’ amnesia italiana ma soltanto una malinconia “dolente” e una nostalgia continua. Dalla dimenticanza, comunque, non sono mai stati esenti, se non negli ultimi anni, anche le personalità delle istituzioni verso questa “terra di mezzo”. Così la chiama nel suo libro Istria dei miracoli. Viaggi in una terra di mezzo (Saggiatore, 2005) il giornalista televisivo Stefano Tomassini: “terra divisa tra le asprezze del rilievo carsico e la dolcezza della costa e delle verdi isole, tra l’idioma slavo e quello italiano, tra la cultura mitteleuropea e la mediterranea, tra l’Austria e la Serenissima, tra le tante civiltà che vi hanno lasciato splendide testimonianze d’arte e il dramma di una storia tormentata”-

Dentro di me, da sempre, una struggente vanità di attesa ma anche una ritrosa attesa di felicità di conoscere quella mia città lasciata piccolissima e senza ricordi nella primavera del 1940.

Mi sono sempre sentita un’ “esule”per vari motivi di cui ne preciso due:
- non sono mai risultata cittadina italiana se non attraverso atti notori: ogni volta che mi serviva un certificato di nascita dovevo recarmi con quattro testimoni in pretura per notificare che ero nata e residente in Italia (sic!);

- quando mi recavo a Trieste, da lontano vedevo la costa dell’ Istria sapendo di non poterci andare anche se molti italiani nati in “Italia” trascorrevano le vacanze in quei paesi baciati da una natura splendida senza però chiedersi o cercare di conoscere la tragedia che aveva colpito molti italiani: gli istriani i dalmati, i fiumani.
Questo lo posso dire perché Giampiero Mughini che tutti conoscono, sul Foglio, alcuni anni fa ha scritto: “Io che leggevo il supplemento libri di Paese Sera, Mondo nuovo, l’Unità, il Manifesto, il Giorno, Rinascita, Problemi del Socialismo, di quel dramma non ne sapevo proprio nulla ..Niente sapevo, nessuno di noi sapeva…………………
Una gigantesca menzogna e una gigantesca omissione durata quasi mezzo secolo nel paese dove più forte e determinante è stata l’influenza culturale della sinistra e, dunque, i suoi modi disinvolti di raccontare la storia”.
Quando, dopo la costituzione della Croazia nel 1992, mi arrivò il certificato di nascita che avevo richiesto (era di color verde), lo considerai una parte preziosa non solo del mio esistere ma anche del mio essere italiana pur essendo quel certificato scritto in croato.

Il certificato, come la memoria, è quello che siamo ed io sono italiana e istriana.

Per la prima volta sono stata a Pola grazie all’AVIS di Gubbio: sono andata alla ricerca della mia casa natale e sono stata fortunata perché tutto quello che mia mamma mi aveva detto di quella mia città l’avevo ritrovato: la via dove i miei abitavano, la mia casa natia, la Cattedrale dove ero stata battezzata, l’ambasciata (ora adibita ad altri uffici) in cui mio padre era stato ufficiale, l’asilo delle mie sorelle, le vestigia romane cominciando dalla bianca Arena.
Commozione? Forse….nell’incontrare i vecchi signori e le vecchie signore che parlavano l’istro-veneto e che io fermavo per la strada chiedendo indicazioni e loro mi baciavano commossi perché ero nata in quel luogo e perché venivo dall’Italia, mentre le radio trasmettevano le nostre canzoni degli anni cinquanta….la strada per andare alla chiesa di Sant’ Antonio dove si celebrava la Messa in italiano…Il nome di questa via era “ Drio la rena” dove mi avevano detto abitasse la famiglia Radin, mai conosciuta se non attraverso il lavoro politico per salvaguardare la minoranza italiana. Mi ero sempre tenuta informata leggendo Il Piccolo di Trieste e la domenica mattina, alle ore 7.20, attraverso il giornale radio Est-Ovest di Rai Uno, settimanale di politica, economia e cultura mitteleuropea, che trasmetteva da Venezia.

Questo mio scritto non riguarda la mia famiglia con la “diaspora” degli esuli, con le “foibe” ma io sono nata a Pola e questa città mi è stata sempre nel cuore per le parole di nostalgia che sempre ha avuto mia mamma. So solo che gli occhi lucidi di quelle persone anziane che ho incontrato rinnovano ancora oggi in me lo struggimento che sempre mi ero portata negli anni per le malversazione dei “titini”, per l’esodo delle popolazioni in massa, per l’abbandono di tutto ciò che era stata la loro “vita quotidiana e amata”, per la scomparsa di una cultura bimillenaria, per le “foibe” che in Veneto conoscevamo da sempre attraverso il racconto di molti istriani che avevo conosciuto.

Questi, quando erano venuti in Italia, malvisti dagli stessi italiani (ci sono tante storie da leggere….) avevano dovuto alloggiare in “campi profughi” chiamiamoli “occasionali” ed ho pensato a questa tragedia dell’esodo con dolorosa riflessione: l’istrianità non era considerata italianità. Molti italiani, ancora negli anni settanta, non conoscevano e, quindi, non andavano a visitare a Trieste la foiba di Basovizza, monumento nazionale, non voragine naturale ma pozzo di una miniera scavato all’inizio del 1900 fino alla profondità di 256 metri nella speranza di trovarvi il carbone e poi abbandonata e utilizzata dai “titini” come orrida tomba per circa duemila italiani. Ancora oggi molti non conoscono la foiba di Monrupino, sempre in provincia di Trieste. A Trieste, a differenza delle altre città italiane, il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione, coincise con l’inizio di un incubo: per quaranta giorni le truppe di Tito torturarono e seviziarono militari ed anche cittadini colpevoli solo di essere italiani.
Allora parliamo di “infoibati” più che di “foibe”.
Dall’ ’8 settembre 1943 e fino a tutto il 1946 prima in Istria e poi nel territorio di Trieste e della Venezia Giulia i partigiani “titini” e alcuni nostri partigiani che si erano aggregati alle truppe di Tito usavano le foibe per eliminare uomini e donne, rastrellati e strappati alle loro case, condannati senza processo.

Con l’espressione massacri delle foibe o solo foibe, si intendono gli eccidi perpetrati per motivi politici o etnici. Il nome foiba deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati i corpi di centinaia di vittime. Infoibati è una parola durissima che ha messo sulla croce tanti italiani. Crediamo ancora che davvero fossero soltanto fascisti del disonore quelli che venivano scaraventati vivi, legati gli uni agli altri dopo essere stati seviziati, accecati ed anche evirati dai “titini” o finalmente è giunta l’ora del RICORDO anche di uomini e donne che avevano solo il torto di essere “italiani istriani” o di fascisti che si erano adoperati per scongiurare i soprusi dell’esercito di Tito? Siamo ancora abituati a vedere nei fascisti di allora solo il male, e ne hanno fatto, e non la capacità di fare chiarezza dentro se stessi aiutando come molti hanno fatto nell’ anonimato? Basti pensare a Giovanni Palatucci, questore di Fiume, Medaglia d’oro al valore civile, morto di febbre petecchiale a Dachau il 10 febbraio del 1945 dove era stato internato per aver salvato oltre cinquemila ebrei polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici dal 1943 al 1945 furono smistati nei campi jugoslavi di prigionia dove giacevano in condizioni disumane, frustati, bastonati, legati gli uni agli altri…poi venivano portati presso qualche foiba e fucilati uno o due della prima fila e, quindi, giù…giù….anche i vivi.

Quarantasette le foibe che si conoscono in Istria, nel territorio di Trieste e in Venezia Giulia.
In Italia due i monumenti nazionali, la Basovizza e la Foiba di Monrupino. Tutte le altre sono in Istria e in Dalmazia: Obrov, Oblogo, Monte Croce, Cregli, Carnizza… e il rosario continua….
E ancora..l’esodo o meglio “la diaspora”…..
Quasi trecentomila furono gli italiani istriani e dalmati a lasciare le loro terre a partire dal 24 maggio 1945, partenze che si protrassero fino agli anni sessanta.

Diaspora perchè molti scelsero di rifugiarsi anche in altre nazioni, in America e in Australia disperdendo così quel patrimonio culturale, affettivo, linguistico caratterizzato dalla grande laboriosità artigiana, industriale e mercantile che si fondava nella classicità millenaria del mare Adriatico. Quanto pianto di donne, di bambini, di uomini che vivevano la loro quotidianità ,“volutamente” scacciati con l’abbandono, delle cose più care che rappresentavano, vita, affetti, gioie, dolori religione…..
Simbolo di quella diaspora rimane la scena del francobollo che rappresenta un carretto a due ruote carico di valigie, spinto a mano da due persone, un uomo e una donna, infagottati in lunghi cappotti scuri. La scena è ancor più dolorosa per l’immagine di una donna in un angolo che piange coprendosi il viso con le mani………………….. che raffigura il “dolore per sempre”.

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Poiché Pola era stata posta sotto l’amministrazione alleata si sperò che rimanesse italiana, ma il grande esodo da questa bella città imperiale ebbe luogo dal 27 gennaio 1947. Molti si imbarcarono sul “Toscana”, piroscafo-traghetto che fece molte volte il tragitto Pola-Venezia. Questa, come molte altre città italiane, non accolse volentieri gli esuli che furono smistati nei 109 campi di accoglienza allestiti in tutta Italia, soprattutto nel Nord.
Una nuova fase di esodo si ebbe dal 1954 e si concluse solo intorno al 1960 quando Trieste ritornò definitivamente all’Italia. Gioia per Trieste ritornata italiana ma dolore degli istriani per aver perduto la patria. Nel cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia ho scritto una poesia. Ho parlato con alcuni istriani che mi hanno detto che erano contenti per Trieste, ma nel contempo erano dolorosamente tristi per la perdita della nostra terra.

Trieste: 26 ottobre 2004
Oggi convive in me la gioia col dolore.
Cinquanta gli anni passati
dal ritorno della Targeste antica
all’italica terra che pur,
nel mio dolore mai placato,
nel cuor racchiudo
come preziosa gemma.
Brilla della Vespucci,
sull’ alto del pennone
la mia bandiera amata
il Tricolore.
Splendente, nel cielo d’alabastro,
le Frecce disegnano della nostra
Patria, l’Unità.
Eppure, a sedici anni
nell’autunno del cinquantaquattro
pianse il mio cuore….….
non più italiana la mia terra,
l’Istria,
non più italiana la città mia,
Pola
ormai lontane e chiuse nella
nostalgia dell’esule per sempre.

Durante il periodo fascista ci sono state deportazioni e crimini fino al 1942 ma gli slavi hanno superato le nefandezze (e non sono poche) degli italiani.

Esistono su Internet ampie documentazioni ma ho ritenuto “Le foibe – approfondimento” dal Dossier “Foibe ed esodo” curato da Silvia Ferretto, essendo stata una tesi di laurea.

Per la prima parte si rifà a moltissime pubblicazioni di scrittori conosciuti e ad articoli di giornali che Le hanno permesso di essere intellettualmente onesta nelle sue valutazioni.

Oggi in Slovenia vivono circa tremila italiani e in Croazia circa ventimila. Vorrei terminare con una frase di Annamaria Muiesan, pronunciata a Trieste al Politeama Rossetti nel 2006: “ Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria.

I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e di malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B”.

Il nostro Presidente Giorgio Napolitano, nel 2007, in occasione del Ricordo della dolorosa ricorrenza ha affermato che era ora di raccontare la verità chiara e forte, dopo i decenni della “congiura del silenzio” e della fase meno drammatica,ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio nella quale la vicenda degli esuli giuliani-dalmati è stata affogata: “Anche di questa fase non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche, cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali….Vi fu un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica… Quel che si può dire di certo è che si consumò, nel modo più evidente con la disumana ferocia delle “foibe” una delle barbarie del secolo scorso……Ecco perché allora dobbiamo ricordare l’ imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe,ma egualmente l’odissea dell’esodo e del dolore e della fatica che costò ai fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente, ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale.”

Panta rei….Tutto passa…..
Ma no, non è vero che tutto passa….
Non potrà mai passare il dolore del dramma della storia tormentata della seconda guerra mondiale: “la pulizia etnica” con i massacri nelle foibe………
…Con l’esodo della popolazione in massa, si abbandonò tutto ciò che era stato “vita quotidiana e amata per le sue piccole cose”.
Simbolo della nostra italianità offesa le fotografie su Internet che ritraggono una giovanissima appoggiata ad un carretto ed una bimba: il loro sguardo è rivolto ad un che di indefinito che emoziona.
Oggi l’Italia ha posto fine a un non giustificabile silenzio con le parole coraggiose e oneste del nostro Presidente che ha riconosciuto e accostato i nazionalcomunisti titini ai nazisti. Il discorso di Giorgio Napolitano rimane una pietra definitivamente posta sui tanti colpevoli negazionismi, ormai antistorici ed è per questo che il 10 febbraio, Giornata del Ricordo, pur listando a lutto nuovamente il mio cuore per tutti coloro che soffrirono e morirono dal 1943 al 1947 in quella mia bella terra non più italiana, l’Istria, mi rifarò alla fede in Cristo, anche se talvolta tiepida e un po’ pietistica. Ho deciso, infatti, di scrivere alcuni pensieri sulle icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi.
A darmi l’opportunità è stato il ricordo della “beatificazione” di don Francesco Giovanni Bonifacio di 34 anni, il 4 ottobre 2008, nella Cattedrale di San Giusto a Trieste, con la partecipazione delle chiese di Capodistria in Slovenia e di Parenzo e Pola in Croazia.

Egli era nato nel 1912 a Pirano d’Istria, secondo di sette fratelli e ucciso dalle milizie di Tito che risiedevano a Buie, la sera dell’ 11 settembre1946 mentre tornava a casa e gettato nella foiba Martinesi, non lontano da Piemonte d’Istria.

Dal 1943 al 1945, con la sua mamma, il semplice curato di campagna aveva dato sepoltura ai morti, prendendosi le critiche dei partigiani perché aveva aiutato i militari sbandati. Un membro del partito comunista, suo amico, lo aveva consigliato di scappare perché sapeva di certo che la polizia lo avrebbe preso, ma il giovane sacerdote aveva deciso di restare e proseguire il Suo apostolato. Suo fratello Giovanni così lo ricorda: “Non aveva diritto agli emolumenti economici essendo solo curato e la sera della domenica rientrava a casa stanco e sudato dopo aver camminato tutto il giorno, fra le varie frazioni dove svolgeva la sua opera pastorale: la Messa, la visita agli ammalati, il catechismo. Non si lamentava, anzi diceva: - Questa è la volontà del Signore, ci. vuole pazienza - ”
Spero vivamente di liberarmi o di attenuare il dissidio interiore mai sopito per quel “sradicamento”, per quella identità italiano-istriana strappata per lunghi anni agli italiani della regione orientale.

Mi auguro che, sempre più, da città italiane e da istituzioni scolastiche e culturali vengano celebrati con impegno e dedizione sentita, non soltanto perché legge dello stato, la tragedia di migliaia di esuli giuliani, istriani e dalmati e il martirio degli infoibati ad opera dei partigiani di Tito. Giustamente Claudio Magris afferma “La memoria è libertà dall’ossessione del passato”.

Ho scritto una poesia Bisogno di luce i cui due ultimi versi recitano:
“Le radici umane si inerpicano al cielo…
il dolore ha il solo rifugio nella luce”.

Per più di qualche sera, alcuni anni or sono, mi sono addormentata con accanto il bel libro, letto tutto d’un fiato, di Angelo Picariello Capuozzo, accontenta questo ragazzo –La vita di Giovanni Palatucci, (Casa editrice San Paolo, 2007) annoverato da Papa Giovanni Paolo II fra i martiri del XX secolo e già “Servo di Dio” per il quale si sta concludendo il processo di beatificazione. Nella prefazione al libro, Toni Capuozzo il giornalista di Canale Cinque, ricorda suo padre, poliziotto nella Questura di Fiume che, insieme a tutti gli altri poliziotti e al questore Giov anni Palatucci (iscritto al partito fascista ma anche cattolico di profonda fede), salvarono “non solo ebrei, a dire il vero, ma anche rifugiati politici, omosessuali, zingari, poveracci di ogni tipo che erano in pericolo”.

In Israele gli hanno dedicato un bosco di 5.000 alberi, tanti quante le persone che salvò. Di lui gli ebrei dicono che “andò oltre il comandamento ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ perché egli lo ha amato più di se stesso” ed è stato insignito dell’onorificenza di “giusto fra le nazioni”. Il questore Palatucci morì proprio il 10 febbraio 1945 di stenti nell’ epidemia di tifo petecchiale nel campo di sterminio di Dachau. Questo campo fu anche “scuola di terrore” non solo per le camere a gas e per i forni crematori (inceneritori) in cui venivano gettati solo i morti ma anche perchè vennero eseguiti esperimenti scientifici brutali su vasta scala. Nel forno crematorio a doppia muffola, riscaldato a coke, potevano essere cremati da 20 a 100 cadaveri al giorno. Le cremazioni potevano essere effettuate, incessantemente notte e giorno.

I primi esperimenti ad essere messi a punto, a partire dal 1942, furono quelli condotti per valutare la respirazione a grandi altezze e a basse temperature. I tedeschi volevano capire se un aviatore si poteva lanciare con il paracadute da una altezza superiore al limite normale del respiro, se era possibile sopravvivere in acque gelate e come poteva essere rianimato un aviatore congelato. A questi esperimenti furono sottoposti circa duecento detenuti. Per sperimentare nuovi farmaci fu inoculata la malaria (tanto da importare dall’Africa le zanzare), i bacilli del tetano, del tifo petecchiale, della tubercolosi e della peste. Mille e cento i prigionieri che vennero infettati e utilizzati e, in questa tragedia, furono coinvolti anche sacerdoti polacchi ed tedeschi.

Da gennaio a marzo 1945 le epidemie fecero salire a diecimila circa il numero dei deceduti.
Un altro doloroso momento fu quello dei campi di “rieducazione” di Tito.
Di questi ne avevo sentito parlare ma avevo grandi riserve mentali per i comportamenti razziali degli italiani con l’aiuto degli ustascia nel periodo fascista…….Solo dopo la beatificazione di Don Francesco Giovanni Bonifacio ho cominciato a ripensare a quanto mi era stato detto da un amico di Gorizia circa la prigionia di cittadini italiani rimasti in Istria che non accettavano la dottrina di Tito e di italiani comunisti che erano andati in Jugoslavia, pensando ad un mondo diverso. Dopo la scissione con il partito russo, i comunisti italiani, non andando d’accordo con il comunismo di Tito, erano stati mandati in campi di “rieducazione”, ma uno fra tutti divenne uno dei più duri dei gulag jugoslavi: un isolotto arido e pietroso (per questo è chiamata Isola Calva) nel golfo del Quarnaro, Goli Otok, l’isola senza memoria.

Questa isola è stata dal 1949 al 1956 un “Campo di rieducazione” voluto da Tito, per “rieducare” i dissidenti con lavori duri, torture e morte, poi prigione per criminali. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” mi dico ripensando a quanto detto da Primo Levi a proposito della Shoah. Certo, il tempo è passato, anche le nazioni della federazione jugoslava hanno sofferto tragedie immani, genocidi, per dichiarare la loro indipendenza nel 1992, ma dobbiamo sempre ricordarci quanto gli uomini dissidenti da Tito soffrirono l’orrore dei campi di rieducazione, le torture, la morte soprattutto nel più tremendo campo che fu quello di Goli Otok. Le testimonianze dicono che i prigionieri lavoravano per ore sotto il sole ardente e senza acqua. Il cibo si riduceva a pochi fagioli e se qualcuno si lamentava venivano tutti puniti. Dovevano correre per ore e ricevevano percosse finchè non cadevano a terra. Venivano continuamente torturati tanto che vi furono molti suicidi e morti per esaurimento. Quelli che sopravvivevano erano costretti a mani nude a seppellire i morti dopo averli portati dall’altra parte dell’isola.

Ho richiesto in libreria il libro di Giacomo Scotti “Goli Otok – Italiani nel gulag di Tito”, editore LINT, Trieste, con prefazione di Giampaolo Pansa che afferma: “Questo libro di Scotti, bellissimo e terribile, è uno dei libri che hanno mutato il mio modo di guardare alla storia dell’Europa di ieri e di oggi”. E’ una storia dolorosa o come dice Claudio Magris “…sanguinosa nota a piè pagina della Storia universale”.

Comunque anch’io avevo colto giustamente e pienamente, nel doloroso e splendido libro di Picariello, il processo di osmosi fra la tragedia dei campi di sterminio nell’Europa dell’ Est e la tragedia dell’Istria, dalle foibe alla “diaspora, all’ esodo, ai campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale e alla guerra fredda che ne seguì.

Mi aveva colpito anche una frase molto dolorosa della Prefazione di Toni Capuozzo: “Ed è che il glorioso popolo italiano non sa che farsene, delle foibe. Suonano come un lamento inesistente e inutile, non spendibile nel fuoco delle polemiche attuali…”. Ed ancora che l’esodo ebbe “l’impronta della giustizia popolare, del verdetto della storia, dell’arroganza che consente il diritto di disporre della vita e della .morte altrui……..neppure l’oblio dolce, che aiuta a dimentica le sciagure del passato, e ci accompagna a vivere come uomini nuovi”. L’augurio che mi faccio è quello di riuscire tutti insieme a trasformare il momento del ricordo in un’occasione per conoscere la storia di una civiltà.

Per meglio comprendere il dramma, riprendo dal libro di Guido Miglia Dentro l’Istria. Diario 1945-1947 pubblicato a Trieste nel 1973, frasi che non vogliono essere né patetiche né apologetiche, ma che, nella descrizione di quello che successe il 10 febbraio 1947 a Pola, vogliono ricordare che cosa sia stato l’esodo: “Ho deciso di partire oggi, nel giorno in cui viene decisa la sorte della mia terra. La città è vuota, stretta in una morsa di gelo, di solitudine, di abbandono. L’inverno è stato durissimo, implacabile, uno di quegli inverni istriani di cieli bassi e plumbei, di vento e di neve, di fango denso e sporco sulle strade mute.

Anche oggi i rumori di ogni giorno, quei chiodi che si conficcano nelle grandi casse: in ogni alloggio ancor vivo, per portar via il salvabile, quei rumori sinistri che escono dalle finestre aperte, lugubri come i colpi di martello sulla cassa da morto.
E i carri vanno dall’alba fino alla notte fonda verso il porto della città, pieni di mobili vecchi, legati con corde improvvisate.
Come in processione silenziosa il padre davanti che tiene una mano sul carro, e dietro vengono la moglie e i figli, gli occhi a terra, spaventati, come se seguissero una cassa da morto.
Nel fondo dell’ Arsenale c’è la grande nave nera – il “Toscana”-che ci attende, come un cupo fantasma, come un’ombra gelida che avvolge tutta la città. Sulla banchina vedo ancora la mobilia accatastata di migliaia di alloggi, che marcisce ogni giorno”.

Voglio qui rendere omaggio a Sergio Endrigo, nato a Pola ed esule da questa città come ben 28.000 su 32.000 abitanti, ricordando alcuni versi della sua “Canzone “1947”:

“E’ troppo tardi per ritornare ormai
Nessuno più mi riconoscer
Come vorrei essere un albero che sa
dove nasce e dove morirà” .
(CD “Altre emozioni”, 2006, Canzone 1947)

L ’Esodo riguardò circa 350.000 esuli che negli anni della guerra e del dopoguerra abbandonarono le loro terre.
Due anni fa in Italia è uscito il volume autobiografico di Graziano Udovisi “Foibe. L’ultimo testimone” casa editrice Alberti, 2007, Reggio Emilia.

Credo che faccia bene all’intelligenza ed alla personalità dei ragazzi leggere questo ibro.
Nato a Pola nel 1925, è venuto a mancare il 7 maggio 2010. Tenente negli anni della guerra, della Milizia Difesa Territoriale, rientrato in Italia e pagato il suo debito con l’Italia repubblicana, ha vissuto a Reggio Emilia dove ha insegnato come maestro elementare.
Nel suo libro testimonia il calvario suo e dei suoi soldati. Si era fidato di un maggiore italiano passato dall’altra parte che, nel maggio del 1945, fece incatenare i militari che si erano affidati a lui con un filo di ferro. Consegnati ai partigiani sloveni, a forza di frustate vennero condotti sul sentiero sterrato fermandosi in un campo di concentramento, poi si fermarono ad Albona in una scuola dove subirono torture, botte, il bere l’urina al posto dell’acqua.

Giunti a Pisino vennero schierati sull’orlo della foiba. Così l’Udovisi scrive:“ La foiba è là, sotto di me la luna ne rischiarava una parte esposta alla sua luce…”

I titini spinsero dentro il primo prigioniero che trascinò tutti gli altri legati a sé. Ancora scrive: “I partigiani slavi sparano alla cieca nel gruppo che cade. All’ultimo di noi hanno legato un masso, probabilmente per assicurarsi che nessuno possa riemergere” . Cadendo nell’acqua l’Udovisi sentì allentarsi il filo di ferro e si aggrappò a quella che credeva fosse erba di una roccia mentre erano i capelli dell’uomo dietro di lui riuscendo a trattenerlo e con il quale poi, passato il tempo, riemerse. Entrambi si nascosero. Erano salvi. In una emozionante intervista ricordò la frase già da me ricordata:
“La Foiba è là, sotto di me, la luna ne rischiarava un parte esposta alla sua luce”. Poi con la sua dolcezza disse: “ eravamo soli noi due, io e la luna…”.

Penso che rimarrà per molti istriani un testamento d’amore alla vita. Scampato alla morte fuggì in Italia dove, con l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi durante la guerra, venne incarcerato fino al 1947. Pagato il suo debito con l’Italia repubblicana, venne liberato per sempre. Oggi, proprio perché fra non molti anni si concluderà la stagione dei sopravissuti e degli esuli, mi sembra intellettualmente onesto e saggio far sì che i giovani conoscano “quella” storia, quegli eventi che portarono alle tragedie delle Foibe e dell’Esodo per custodirne la memoria e tramandarla ai figli dei figli con emozione ma anche con impegno storico a conoscere quelle vicende.

A partire dagli anni 1920 si sono scontrati in Istria e nella Venezia Giulia, afferma Ernesto Sestan, storico di origine istriana, “nazionalismi feroci ed esasperati in una continua lotta in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri”. Crainz Guido, Pupo Raoul, Gianni Oliva - senza comunque dimenticare altri che hanno scritto, tutti di grande valenza storica ed emozionale - sono scrittori che hanno messo in evidenza come a partire dall’8 settembre 1943 si consumò una duplice tragedia, quella delle foibe e quella della pulizia etnica che determinò l’esodo, a ondate successive, di circa 300.000 persone appartenenti ad ogni classe sociale fra istriani, giuliani, fiumani e dalmati.

L’infoibamento è entrato nel nostro immaginario come simbolo di atrocità ma lo scrittore, che è stato assessore alla cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva, nel libro “Foibe, Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria” (Mondadori, 2003, Oscar Storia) afferma che le foibe che non furono lo strumento quantitativamente più rilevante di repressione, bensì furono le deportazioni nei campi di prigionia in Slovenia, Croazia e Serbia dai quali pochissimi tornarono. Certo, Mussolini definì gli slavi “Razza inferiore e barbara” nel 1920 e nei vent’anni successivi il fascismo tentò la snazionalizzazione dei popoli sloveno e croato in diversi modi, fra cui nefandezze ignobili. Da parte loro gli slavi di Tito fecero “molto più” e, con l’esodo, distrussero una civiltà millenaria. Forti della loro identità nazionale si aggregarono, dice l’Oliva, progressivamente attorno al denominatore comune della liberazione nazionale identificando l’antifascismo con l’antitalianità. Proprio così si rafforzò l’equazione italianità-fascismo-oppressione e le conseguenti stragi delle foibe nelle quali furono gettate persone che avevano solo la colpa di essere “italiani” e dell’esodo di intere popolazioni di nazionalità italiana.

Anch’io, ancora oggi, vorrei listarmi a lutto per quella mia bella terra non più italiana, l’Istria, tanto più che stiamo vivendo un tempo doloroso, inquieto e così ho deciso di scrivere sulle icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi.

Questa mia scrittura, allora, della tragedia delle foibe, è dedicata a quei cinquanta sacerdoti, italiani, sloveni e croati martiri delle foibe. Ho già ricordato la vita, la morte e la beatificazione di don Francesco Giovanni Bonifacio che, in seminario era chiamato “el santin” (il piccolo santo). Venne ucciso dalle milizie di Tito che risiedevano a Buie, la sera dell’11 settembre 1946 mentre tornava a casa e gettato nella foiba Martinesi, non lontano da Piemonte d’Istria. Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno venne preso la notte del 16 settembre 1943, incarcerato nel castello di Montecuccoli a Pisino insieme a trenta dei suoi parrocchiani.

Fu torturato e trascinato presso Baksoti (Lindaro), dove, assieme a 43 prigionieri legati con filo spinato, venne finito con una raffica di mitra e gettato in una cava di bauxite. Quando il cadavere venne riesumato si scoprì che gli assassini, in segno di scherno, gli avevano messo una corona di filo spinato in testa e seviziato.
Don Tarticchio viene oggi ricordato come il primo martire delle foibe. In odium fidei vennero uccisi don Giuseppe Gabbana, cappellano militare della Guardia di finanza, un prete in divisa (2 marzo del 1944), don Miroslav Buselic, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino, trucidato il 24 agosto 1947 nella canonica della chiesa di Lanischie. Nel 1956 la diocesi avviò segretamente il processo di beatificazione di don Miloslav Buselic, considerato a tutt'oggi un santo tra i cattolici d'Istria. Molti furono anche i sacerdoti sloveni e croati a subire il martirio delle foibe come don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946.

Il martirio di sacerdoti italiani, sloveni e croati ci unisce nella nostra sofferta umanità e, come scritto prima, rimangono icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi. Accanto a questi ricordi vorrei esprimere il mio amore per la mia città natale, Pola, nella sua identità e nelle sue memorie.

E’ stato un episodio che quasi mi ha “costretto” a scrivere di lei.

Quando è stato pubblicato l’elenco dei professori ebrei su Internet, nel 2008, mi era nata dentro una ribellione silenziosa e un sordo rancore mai sopito per l’avvicinarsi del giorno del Ricordo della tragedia di migliaia di esuli giuliani, istriani e dalmati e per il martirio di migliaia di “infoibati” ad opera dei partigiani di Tito dal di 1943 al 1947. Avevo ripreso in mano il bel libro di Angelo Picariello Capuozzo, accontenta questo ragazzo di cui ho parlato precedentemente. Il ricordo era così prorompente che, mentre ascoltavo le Scenes mignonnes su quatre notes di Schumann suonate al pianoforte dal tocco magico di Arturo Benedetti Michelangeli, avevo ritrovato, sia pur brevemente, la tensione gioiosa che avevo provato durante il concerto di Norah Jones cui avevo assistito il 21 agosto 2007 in quell’Arena bianca che ha sempre sigillato con la sua presenza la latinità e l’italianità di Pola.

Avevo letto sul sito Web della Comunità turistica di Pola, che l’Anfiteatro polese è come se non avesse finestre a sufficienza per incorniciare con le sue arcate in pietra, tutte le vedute lasciate dal passare del tempo. Il solo fatto di essere entrata, allora, nell’Anfiteatro, l’osservare i suoi lineamenti in pietra mi avevano fatto immergere in tremila anni di storia. Conosco da anni la storia della mia città, quella vicina, dolorosissima, e quella che si perde nelle profondità del mito: scrivere i miei pensieri è stato un omaggio per dimostrarle, ancora una volta, tutta l’ebbrezza della mia nostalgia e del mio amore. Ripensavo alla voce splendida e coinvolgente di Norah Jones, irresistibile talento jazz-soul che, in quella sera di agosto,aveva improvvisamente scaldato il silenzio che era sceso sugli spalti della stupenda Are­na piena di gente, di luce e di colori. Quella splendida figura di donna di rosso vestita, con i lunghi capelli color ebano, con la sua chitarra e una calda voce carezzevole, mi avevano suscitato pensieri magici e una dolcissima malinconia per la mia città ancora oggi mito per i suoi esuli o per chi non la poteva ricordare come me, piccolissima poco prima della dichiarazione di guerra all’Italia, quando la mia famiglia si era nuovamente trasferita essendo mio padre ufficiale del regio esercito. Mediterraneità e varianti al jazz si rincorrevano e si intersecavano in un fraseggio rapidissimo e balenante e, nel contempo, si intessevano di preziosità suggestive e raffinate nel creare esecuzioni di severo rigore formale nella consapevolezza di una continua ricerca delle voci dell’anima.
Avevo scoperto, così, sotto una luce inedita nuove e antiche sonorità e ritmi, non più meticciato sonoro bensì nomadismo culturale e affettivo, e la chitarra di Norah Jones mi costringeva ad una discesa obbligata di slalom fra i paletti di giardini musicali e di quartieri dell’anima nera e bianca.

Gente… gente… sorrisi… belle nudità colorate dal sole e dal mare…

Le memorie dolorose e il ricordo di quella musica ascoltata allora che mi aveva preso e mi rigirava dentro l’anima, mi permettono, ancora una volta, di rendere omaggio alla mia identità istriana e italiana, alla dignità di una città che non è più italiana ma che parla, dalle sue pietre, della regalità imperiale di quando fu chiamata Pietas Julia come si legge nell’opera Naturalis historiae di Plinio il Vecchio.

Allora sento la necessità di scrivere, sia pur brevemente, la storia di Pola perché la memoria, come una lunga conchiglia, racchiuda il suo significato di città di cultura millenaria. Come la conchiglia, ’”astuccio calcareo” che conserva per un tempo indefinito un suo tesoro che ha bisogno di protezione, il mio scritto richiama un tempo quasi eterno, memorie sempre vive, non ricordi. La memoria unisce, alla vita di ogni giorno come se fosse il presente, anche il lontano passato. Tempo fa avevo riguardato la monografia, il volume-guida di Matijasic, Bursic – Matijasic Pola tra mito e realtà: sintesi e storia, di 396 pagine di carta patinata impreziosite da ben 1175 fotografie a colori, illustrazioni e grafiche, della casa editrice C.A.S.H. presentato nel maggio 2005. Mi avevano colpito alcune iscrizioni importanti per la storia di Pola, quando era colonia romana: l’ara, con il maiale in rilievo, posta in voto ad Ercole, protettore della città, i blocchi dell’ arco di Porta Ercole dove accanto ai simboli del dio, testa e clava, si leggono i nomi dei primi duoviri della colonia, L.Cassius L.f: Longinus e L. Calpurnius L.F. Piso e le iscrizioni sull’arco dei Sergi.

Ancora oggi è quasi impossibile penetrare nelle profondità delle radici polesi, nei tremila anni di storia ma è necessario andare indietro nel tempo, nel mito e nella classicità del mar Mediterraneo.
Nel “Corso di geografia universale”, Firenze, Batelli, 1840/1843, pag17 di F.C. Marmocchi si legge che sei secoli prima di Roma, verso il 1376 a.C., avvenne la scoperta dell’ Istria fatta dagli Argonauti e, contemporaneamente, come afferma Dionigi di Alicarnasso anche una colonia del popolo etrusco, i Pelasgi, approdò alla foce del Po, ad Adria spingendosi nel mare sulle coste dell’Istria dando origine così alla variante occidentale.

Esigenza logica significa, allora, avere davanti l’immagine del mondo del Mediterraneo in quell’epoca: quando i Fenici si stabilivano sulle coste settentrionali dell’Africa, l’impero della maggior parte del Mediterraneo e particolarmente del Tirreno, dell’Adriatico, dello Ionio e dell’Egeo era sotto il dominio dei Toscani o Etruschi e dei popoli discesi dalle loro colonie fra cui i Pelasgi. Tra le imprese rimane famoso il viaggio degli Argonauti, antica peregrinazione adombrata di miti e di leggende. Dalla parte dell’Ellade antica i Colchi e gli Argonauti, dall’Etruria gli etruschi-pelasgi risalirono l’Istro raggiungendo una penisola alla quale diedero il nome di Istria da quello del fiume su cui avevano navigato. Stando agli scrittori Callimaco e Likofron nel terzo secolo a.C una parte dei Colchi inseguitori di Giasone, stanchi per il lungo viaggio e imbarazzati dall'esito negativo della loro missione si sarebbero fermati in Illiria. Erano ormai privi del loro capo Absirto e considerarono che presso la tomba della bionda Armonia, consorte di Cadmo avrebbero potuto fondare un àstyron da loro detto "Pòlai" in quanto «città degli esuli». La leggenda, infatti, ci racconta che nel 1376 a.C. gli Argonauti si fermarono presso la tomba della bionda Armonia, consorte di Cadmo, in Illiria, chiamando quel luogo Polai “città degli esuli” mentre in contemporaneità, e qui mi ripeto, una colonia degli Etruschi, quella dei Pelasgi, approdava alle foci del Po e risaliva il mare spingendosi sulle coste dell’Istria. Nell’approfondire le origini di Pola, come italiana-istriana anche oggi mi sto offrendo una bandiera di dignità anche per quel suo nome che si legge in Plinio il Vecchio nell’opera “Naturalis historiae”: “in colonia Pola, quae nunc Pietas Julia”.

Molti i testi sul mito degli Argonauti ma tutti concordano nell’ affermare che i marinai dell’Ellade antica adagiarono, quando si trovarono sul fiume Istro, i remi delle navi vicino alla lapide di Armonia dalle bionde chiome.
Si fermarono, quegli abitanti della Colchide, nel golfo polese che rappresentava un rifugio sicuro per loro, non rozzi marinai, ma pensatori e artisti, che avrebbero potuto esprimere le loro arti e i loro saperi in quei luoghi lussureggianti di vegetazione, di uccelli, di sorgenti e cascate. In quella terra fertile costruirono capanne fondando una nuova patria e una nuova città. La collocazione della città di Pòlai presso la tomba di Armonia quindi nell'Illiria propriamente detta, dichiarata prima da Callimaco e confermata anche da Apollonio Rodio viene poi rivista e diversificata dall’ interpretazione di Strabone, il geografo più famoso dell’evo antico, il quale identificò la Pola illirica di Callimaco con quella istriana. Questa identificazione la considerarono anche Plinio, n.h. III 19,129 e Pomponio Mela II 3, 57, oltre a tutti coloro che, dal Rinascimento a oggi, si sono occupati del problema. Comunque, l’origine del nome POLAI se è illirica assume il significato di “sorgente d’acqua” o di “fortificazione”. Gli Illiri, infatti, vissero sulle collinette fortificate e la loro colonia principale in questa regione fu Nesactium (Nesazio, Nezakcij), dalle legioni romane demolita nel 177 a.C.

Verso l'anno 40 a.C. Pola ottenne lo stato di colonia romana con due centri fondati: una fortificazione militare su uno dei sette colli – il Castello, ed il Centro Civile ai suoi piedi e fino al mare.
Ma la città che conserva la più belle vestigia romane fu fondata tra il 46 e il 45 a.C. allo scopo di fare da punto d'appoggio alla conquista romana nella zona adriatica fra Trieste e la Grecia. Il compito della fondazione stessa fu affidato ai parenti ed agli amici di Giulio Cesare. Come sopra ho ricordato, la lapide, coi nomi dei duomviri L.Cassius L.f. Longinus e L. Calpurnius L.F. Piso fondatori della colonia "Pietas Iulia", è murata sui blocchi dell’arco di Porta Ercole accanto ai simboli del dio, testa e clava, la più vecchia porta cittadina della colonia di Pola, eretta sui resti preistorici dell'antica entrata dell'abitato illirico.

Passarono i secoli… e ritorniamo a Pola romana.
Al tempo dell’ imperatore Augusto (27 a.C. -14 d.C.), Pola ottenne il suo splendido aspetto urbano definitivo di “città imperiale”, in quanto disponeva di tutte le conquiste importanti della civiltà romana, dall’architettura all’ ingegneria, ai centri amministrativi, commerciali e religiosi fino ad oggi conservata nella parte antica della città.

Ecco, non è vero che tutto passa…
Non è passato il dolore del dramma della storia tormentata dopo la fine della seconda guerra mondiale: l’esodo della popolazione in massa, l’abbandono di tutto ciò che era stato “vita quotidiana e amata per le sue piccole cose”,una vera diaspora a partire dal 1947, ma la tua città ti rimane dentro e l’assapori anche da lontano perché la percezione estetica che hai di essa te la fa toccare nella sua struttura affettiva cui indissolubilmente è legato il sentimento personale.
Porto sempre negli occhi i miei ricordi che determinano il movimento dell’anima… un ciclo che ricrea e aggiusta nonostante la lontananza e la nostalgia.

“L’ebbrezza della nostalgia”
In omaggio a questa città non più italiana ma che si estende voluttuosamente nella sua romanità architettonica sulle sponde del mare Adriatico mi era fiorita, alcuni anni fa, una poesia d’amore scritta dopo averla vista la prima volta ed oggi la dedico alla memoria del pianto silenzioso degli esuli costretti a lasciare le loro case, i loro ricordi, la loro vita alla fine della seconda guerra mondiale.

Questi, del viaggio, sono stati giorni di seta!
Ora me ne vado come sono venuta.
Addio Pola, mia terra
striata d’oro, limpida e bianca.
Mi porto un po’ della tua nuda luce,
un po’ del tuo destino di mare,
un po’ della tua bellezza augusta.
Ti lascio in cambio un dono: tutta l’ebbrezza della mia nostalgia.
Ho ascoltato, per l’ultima volta,
la mia lingua parlata
da vecchie genti,
il dolce istriano idioma.
Ho bagnato, per l’ultima volta,
i piedi nelle onde chiare
mentre tutto di fresco colore
ride e scherza il mare.
Ho girato, per l’ultima volta,
per le ombrose banchine
del mercato odorose
d’erbe e di spezie,
di porto e di vento
fra tanta gente che viene
fra tanta gente che va.
Sono ritornata,
per l’ultima volta,
nel meriggiare del giorno,
nel giardino
della Madonna del Canedolo.
Il prato dell’aiuola
tiene in grembo il sole.
Splendono di bianca luce
i vetusti muri,
di tenero grigio
ridono le crepe delle
bianche pietre,
giocando ronzano due vespe
immerse nell’azzurro.
bianca luce sui vetusti muri
S’innalzano girando in tondo le rondini,
ebbre del loro garrire
Tra le case in ombra
scendono e si rincorrono
risate e sconosciuti idiomi
che cantano della nuova speranza
le canzoni.
Oh!, se durasse eternamente!
Mancano qui le parole per non soffrire
e me ne vado allora con più saggezza
e meno speranza

Nel 2011, per il “Giorno del Ricordo” in memoria del genocidio anti-italiano nelle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata e istriano, è stato Enzo Bettiza a tenere il discorso ufficiale al Quirinale, alla presenza del Presidente Napolitano. Giornalista, scrittore e politico nato a Spalato il 7 giugno 1927, corrispondente all’estero per “La Stampa”, per “Il Corriere della Sera”, fondatore con Montanelli de “Il giornale”, senatore della Repubblica, membro del Parlamento Europeo, scrittore insigne che ha vinto nel 1996 il Premio Campiello con l’opera letteraria “Esilio” (Mondadori), ha rappresentato in modo insigne le nostre terre non più italiane e i nostri martiri delle foibe. E’ forse con un po’ di ritrosia, ma è giusto farlo per il nuovo assetto che si viene definendo in Europa, ricordare quel grande evento mediatico, il “Concerto dell’amicizia” diretto da Riccardo Muti a Trieste il 13 luglio 2010 alla presenza del Nostro Presidente Napolitano, del Presidente della Slovenia e di quello della Croazia.


L’iniziativa del Maestro Riccardo Muti è stata encomiabile anche perché, dal 1997 il festival musicale itinerante di Ravenna sosta nelle città del mondo vittime degli strazi della storia, da Serajevo a Damasco, da Erevan e Istanbul fino alla New York del dopo 11 settembre. Trieste, città mitteleuropea, crocevia di culture del freddo Nord Europa e della grande classicità solare del Mediterraneo ma soprattutto di memorie tragiche legate alla nostra storia negli anni bui che avvolsero l’Europa, non poteva esimersi dall’ ospitare questo grande evento musicale che ha visto l’ orchestra giovanile “Luigi Cherubini”, i Musicisti dell’Accademia di Musica dell’Università di Lubiana e l’Accademia di Musica dell’Università di Zagabria, con i cori italiani, sloveni e croati preparati dal Maestro del coro Sergio Balestracci. Il Maestro Muti ha diretto un concerto senza confini senza però l’intento solo riconciliatorio per il nostro tragico passato bensì per dare speranza alle nuove generazioni. Musiche slovene, croate ma soprattutto quel meraviglioso Requiem in do minore per coro e orchestra di Luigi Cherubini, ha sollecitato memorie dolorose senza tempo e ancora di immutata attualità nel ricordare gli italiani infoibati e gli italiani dell’esodo. Per questo dedico questi versi alla mia terra non più italiana.


Alla mia città: Pola istriana nel giorno del Ricordo

La mappa della nostalgia e del rimpianto
ha disegnato, ora, la mia città
di mille ombre fantastiche.
Mi racconto,
in un brillio di luce calda e continua,
la trama che il tempo
ha costruito fin dalla sua origine……
Gli esuli Argonauti,
sul fiume Istro,
adagiarono i remi
vicino ad Armonia, bella regina,
sepolta sulla riva del mare che,
nelle sue onde,
ripete per sempre eterne immagini.
Si fermarono, gli eroi della Colchide,
nel golfo polese,
in luoghi lussureggianti di vegetazione,
di uccelli, di sorgenti,
per poter esprimere arti e saperi
dell’Ellade antica.
In quella terra fertile
nuova la patria,
la chiamarono
“Polai, terra degli esuli”.
Ed oggi…… e per sempre…..
luci ed ombre
compongono la realtà in frammenti,
e solo un velo di tristezza offusca l’anima,
solo un sommesso strazio,
solo il flusso dell’inconscio continua
a scorrere indisturbato.
Il mito di quel tempo antico
dilata i confini del desiderio,
le sensazioni si confondono con la realtà
rendendo liquidi i colori,
esaltando i profumi di quella mia terra amata…..
Come per caso
le parole sgocciolano lentamente dalla penna
ed un barlume di desiderio accarezza
la mia veglia.

Io, italiana nata a Pola, ho cercato di vivere serenamente, per quanto possibile, il giorno del Ricordo di questo 2012 pensando che fra non molto entrerà in Europa la Croazia. Ho colto, infatti, la suggestione del Prof. Pupo che ha definito la “parabola drammatica dell’italianità adriatica” all’interno di una più ampia visione storica. Egli afferma che “le diverse memorie di frontiera cominciano a conoscersi e a rispettarsi …” . Ho letto quasi tutti i libri scritti sull’Istria ed oggi, quando mi arriva il giornale “L’Arena di Pola” sento che le “unghiate” dell’amarezza nel cuore, che le ferite inferte al popolo istriano e dalmato non si possono rimarginare, anche se io ero piccolissima quando la mia famiglia rientrò in Italia. Abbiamo vissuto, alla fine di gennaio, nel celebrare il giorno della Memoria, un’amarezza infinita. Sentire parlare di negazionismo non solo italiano ma anche e soprattutto tedesco mortificano il nostro essere giudaico-cristiani ma la fede nella sofferenza umana patita fortificano il castello della nostra coscienza e del nostro credere.


Lunedì 13 febbraio a Porta a Porta, le contestazioni della studiosa slovena Kersevan e di un comunista italiano sono state confutate dagli storici italiani Raoul Pupo e Gianni Oliva, ma si è data poca voce agli esuli che vivono in Italia tanto che nel bel libro di Luigino Vador, “Opzione: Italiani!”, un esule afferma “Abbiamo vissuto tenendoci per mano”.


Su Internet ho avuto modo di vedere, lo scorso anno, varie manifestazioni all’estero e mi ha profondamente colpito il titolo della mostra tenuta a Cleveland e a Detroit “FOIBE ISTRIA FIUME DALMAZIA – 2000 anni di cultura”. ABBIAMO VISSUTO TENENDOCI PER MANO”

Così Giosuè Carducci celebrava:
“ Questa bellissima e nobilissima regione, tutta italiana e veneta, della grande Patria italiana….”

Fin dall’infanzia sono sempre stata vicina agli esuli, due famiglie hanno abitato sul pianerottolo del nostro condominio al mio paese in provincia di Verona ed ho visto mia mamma con le lacrime agli occhi quando è venuto ad abitare un finanziere che l’aveva conosciuta addirittura a Pola quando io ero nata e si erano ritrovati dopo undici anni. Molti sono stati gli istriani che si sono integrati in Italia e che, con il loro impegno, pur collocandosi su una linea di continuità con il passato, hanno ricucito ciò che la storia aveva strappato.


E’ giusto, allora, affinchè non si perda la memoria del loro sacrificio, ricordare:
- l’insulto delle FOIBE nell’Istria fra il 1943 e il 1945
- l’ESODO dal 1947 agli anni 1958/60 delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate per conservare e recuperare la libertà nella civiltà dei padri.

Mi è stato regalato da una signora che aveva la nonna di Rovigno il libro “A Rovigno ho lasciato il cuore” del 2006, di Wally Mirella Poldelmengo e scrivo una sua poesia scritta nel 2000 “Foibe” perchè ritengo che i suoi versi siano importanti per tutti:

“ voci lontane di fantasmi
………
una sequenza di lugubri immagini,
di bimbi, donne, uomini,
vecchi e giovani,
i loro polsi legati col fil di ferro,
file interminabili dinanzi
a profondi, cupi orridi, poi
il terribile crepitio di mitraglia,
cadono i corpi giù, giù a capofitto
poveri manichini svestiti,
sommessi lamenti, infine il glaciale
silenzio”.

Ho avuto, inoltre, la fortuna di conoscere uno scrittore friulano, Luigino Vador, e sua moglie Nicoletta che mi hanno regalato il libro “Opzione: Italiani!”, Edizioni SBC, Ravenna, 2008.

Ho ripreso molte parole da questo libro non potendo trovarne altre mie più significative.

Il libro trova le sue radici più profonde nella memoria e racconta la verità dell’esodo facendo rivivere a noi tutti la dolorosa diaspora del popolo istriano. Mi sono venuti incontro, così, la vita, il dolore, la speranza: è la storia vissuta da quarantadue famiglie tutte con nome e cognome e luogo di provenienza dall’ Istria, una comunità istro-veneta che si è insediata, dal 1957 in poi, nel Comune di San Quirino del Friuli, in una località chiamata LE VILLOTTE, un territorio a nord di Pordenone che l’Ente Nazionale Tre Venezie aveva destinato alla costruzione di case per 56 famiglie provenienti dai vari campi profughi: Trieste, Torino, Cremona, Brescia, Altamura …. Le Villotte erano vaste praterie estese ,impropriamente chiamate“brughiere”, disabitate ed incolte.


Su questo territorio prese forma il progetto di una nuova vita per gli esuli istriani ed anche se alcune famiglie non resistettero alla fatica, piano piano quarantadue famiglie, insieme ad altre di origine veneta, hanno trasformato le Villotte in una splendida oasi di coltivazioni, vigneti e frutteti. Le testimonianze rese dalle persone che hanno patito il dramma dell’esodo dall’Istria sono un invito alla riflessione sulla sofferenza umana che deriva da ogni guerra e sul prezzo che si paga.
E’ uno spaccato fedele di cosa sia realmente accaduto e che rende merito ad una popolazione che, nonostante il dramma dell’esilio, ha saputo andare avanti con coraggio, affrontare il futuro con la consapevolezza di appartenere ad un passato millenario.

Il professor Guido Porro, scrittore, protagonista e studioso dell’esodo istriano ha messo in evidenza, nella Prefazione al libro, come nel 1946 il massimo collaboratore di Tito, Milovan Gilas e il Ministro degli Esteri del Governo jugoslavo Edward Kardelj andarono in Istria per organizzare la pulizia etnica stabilendo che bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Lungo tutto il 1946 De Gasperi chiese ripetutamente agli Ambasciatori delle Potenze vincitrici “…come mai si fosse fatto sparire dal preambolo del trattato di pace il popolo italiano che fu protagonista (con la Resistenza al Nord e con la risalita dal Sud al Nord del ricostruito esercito e dell’appoggio della flotta italiana) della riscossa”.

Il Professor Porro scrive: “ A conferma della terribile violenza patita in tutta l’Istria da parte degli slavi, valga il brano di una lettera del Premier inglese indirizzata a Stalin: “…grandi crudeltà sono state commesse in quella zona dagli slavi contro gli italiani, specialmente a Trieste e a Fiume. Le pretese aggressive di Tito devono essere stroncate”.
Ma non fu così…..
Il professore continua nella Sua Prefazione: “Non fu neppure logica di guerra. Fu semplicemente e duramente bottino di guerra per i vincitori…..(L’italianità n.d.a) spazzata via d’un colpo dalla illogicità della guerra perduta, dall’ignoranza presuntuosa della diplomazia anglo-sassone, dalla insolente pretesa di Stalin e di Tito…Viene difficile raccontare dell’esodo…le parole si dovrebbero trasformare in una lama tagliente quanto un bisturi, i verbi scarnificati più di un raschietto e le frasi più nere di una lunga notte d’inverno”.

Prima di arrivare alle Villotte, gli esuli furono ospitati in vari centri profughi, furono chiamati anche “slavi” dagli stessi italiani e, in molte testimonianze, emerge l’amarezza di allora di essere italiani in una Italia che non li voleva. Furono alloggiati in vari centri, in capannoni senza servizi ma sapevano anche che da parte del governo italiano era difficile far fronte all’emergenza della valanga dei profughi. Quattro sono le testimonianze che vorrei raccontare: la prima riguarda l’ospitalità nella zona di Trieste in un capannone a due piani dove vissero in quarantadue persone fra donne, anziani e bambini in uno stanzone, mentre gli uomini erano al piano terra. I servizi igienici si trovavano all’esterno e “quando capitava di servirsene alla notte, il tanfo che offendeva le narici al rientro, bloccava il respiro in gola”.

Un altro episodio riguarda la scelta di una famiglia di andare a Monza. “L’alloggio, ricavato da una ex scuderia di cavalli, aveva ciottolato per pavimento e coppi a vista per soffitto. Con otto famiglie dividemmo quello stanzone….i letti a castello, dotati di materassi carichi di pulci, le coperte puzzolenti da rivoltare lo stomaco, usate a suo tempo, per coprire i cavalli”.

La terza testimonianza è di una bellezza incredibile: “Ero incinta di otto mesi quando caddi malamente e partorii. Il freddo pungeva quel novembre ed il neonato avrebbe avuto bisogno dell’incubatrice, ma come fare? Avvolto in una coperta, mamma lo adagiò nel forno del “ spaker (la stufa n.d.a) e a turno, ci impegnammo a girarlo e rigirarlo perché il calore lo accarezzasse in ogni lato, fino a quando fu chiaro che ce l’aveva fatta!”. L’ultima testimonianza riguarda l’assegnazione a tre famiglie di tre poderi alle Villotte: “La vita era dura, ma quella casa nuova, tutta mia, mi donava una gioia intensa…..Gli anni mi sono scappati di mano…”
Grazie, istriani!

Un saluto alla mia città: POLA

Da quando sono andata in pensione come direttrice didattica ho aperto il cassetto delle mie idee e lo scrigno delle mie parole e, da allora, libri di poesia, fiabe, un romanzo, libri di racconti, libri di psico-pedagogia anche per i genitori e per bambini con autismo, elzeviri, qualche articolo, alcuni premi. Sono da dieci anni presidente dell’Associazione Settimana del Libro ragazzi - Gubbio e madrina da otto anni del Premio Internazionale San Valentino d’oro di Terni, premio che anch’io ho ricevuto nel 2006. L’ultimo mio lavoro, è un libro di racconti Giocare la partita del tempo, pubblicato da Ibiskos Editrice Risolo, dicembre 2011. Era impossibile, per me, non parlare della mia Istria ed ecco, allora, la sinossi del racconto “ISTRIA, MITO POETICO – A piccolo cabotaggio sul mare Adriatico” .

Il racconto è dettato da un “frizzico” di nostalgia che vuol essere un omaggio ad una terra perduta per sempre, non nel cuore degli italiani, l’Istria. La narrazione riguarda gli anni del primo Novecento in cui “la terra di mezzo” era sotto il governo austriaco ma sempre rispettata nella “sua” italianità. James Joyce diventa un pretesto “poetico” per parlare dei fari dell’Istria e di quei paesi che conservano, nella loro bellezza, tutta la venezianità e la classicità del mare Adriatico.

A Pola rimangono alcuni ricordi dello scrittore, come nell’arco dei Sergi, in piazza Portarata ed allora ho smosso le mie “celluline” per scrivere un racconto. E’ la storia dei pochi mesi che Joyce trascorse nel 1904 a Pola come insegnante alla Berlitz School e del suo incontro con un giovane che lo invita a visitare i quattro fari dell’ Istria .
Ognuno racconta di sé: lo scrittore ciò che vorrà esprimere nei racconti, nei romanzi e nei saggi, negli anni della sua maturità artistica e il giovane la bellezza dei luoghi, dell’ amicizia con Italo Svevo, e che prevede, dopo i loro discorsi che, negli anni futuri, Joyce si esprimerà con un nuova sensibilità che sconvolgerà le strutture profonde della parola e dell’interiorità umana.

Sorridendo James gli risponde che quando a Dublino “ se ne andava attraverso le vie della città, i suoi occhi e i suoi orecchi erano sempre all’erta a ricevere impressioni. Non soltanto nello Skeat trovava parole da far tesoro; ne trovava anche a caso nelle botteghe, sugli avvisi, sulla bocca della gente laboriosa, e prendeva piacere a ripeterle tra sé fintanto che esse, perduto per lui il loro significato momentaneo, gli divenivano vocaboli meravigliosi”.

VIVA L’ITALIA!

Da sempre, chi è istriano, prova una struggente vanità di attesa ma anche una ritrosa attesa di felicità di immergersi in quella culla di grande civiltà mediterranea.
Ho scritto, per un concorso di poesia, VIVA L’ ITALIA a conclusione dei centocinquan’anni dell’unità d’Italia ricordando la prima e la seconda guerra mondiale.

Grido d’amore, grido di dolore…
Frullano nella memoria
parole amate,
recitate sommessamente
che ricordano il tempo
della Vittoria prima
e dell’esilio doloroso poi.
Martirio e sangue nostro fino
a quel 1918
quando si unì la bella Patria.
Indietreggiò il nemico
fino a Trieste e a Trento
e la Vittoria sciolse le ali al vento!
Ancora una volta l’Unità
della terra italica
bagnata si era del sangue degli eroi
Sacro quel patto antico
e tra gli eroi della grande guerra
si vide risorgere
con Oberdan e Battisti
l’eroe di Capodristia,
Nazario Sauro
Ancora oggi
e, per sempre,
rimane a noi istriani
il Suo testamento d’amore eterno
prima di essere impiccato
nel carcere di Pola:
“Diedi a te Nino, a Libero
ad Anita a Italo ad Albania.
nomi di libertà. Io non ci sarò più
ma vi verrà in aiuto la Patria
e, su questa patria, figli,
sarete sempre e ovunque e prima di tutto
ITALIANI!”
Trascorsero gli anni……
E lutti e strazio e guerra e morte e foibe ed esilio
per quell’angolo di patria oggi non più italiana……

La motivazione per la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria di Nazario Sauro

“Dichiarata la guerra all’Austria, venne subito ad arruolarsi volontario sotto la nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia ed abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava a ricongiungersi all’Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribuì efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai l’attendeva, serbò, fino all’ultimo, contegno meravigliosamente sereno, e col grido forte e ripetuto più volte dinanzi al
carnefice di “Viva l’Italia” esalò l’anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria”
- Alto Adriatico, 23 maggio 1915 – 10 agosto 1916

Dal 7 marzo 1947, le spoglie del martire di Capodistria si trovano nel Tempio Votivo del Lido di Venezia.
Nel 1976 la Marina Militare Italiana ha dato il nome di “Nazario Sauro” al sottomarino S 518.
Dal 26 settembre 2009 è stato ormeggiato nella Darsena del porto antico di Genova davanti al Galata – Museo del Mare. Su progetto del’architetto Roberto Bajano, è la prima nave museo in Italia visibile in acqua. In Italia fanno parte dei musei e visibili altre due unità sottomarine: il TOTI Esposto al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, ed il DANDOLO all’interno dell’Arsenale di Venezia.

Per la poesia VIVA L’ITALIA ho ricevuto, ad un concorso, il francobollo d’argento celebrativo del 150° anniversario dell’unità d’Italia dedicato al tricolore emesso da “Posteitaliane filatelia” racchiuso da due lastre di vetro.

 Immagine attiva

Cammino sulla battigia sassosa e disseminata
di conchiglie vuote della dolce vita del mare,
mentre l’onda si frange nella sua schiuma
bianca disegnando l’eterna trina come di
sposa il velo.
Tendo le braccia oltre il mare quasi ad
accarezzare con le mani quel lembo di
costa lontana:
la mia Istria.
Un giorno, tanto tempo fa, Sergio Endrigo
cantava:
“la speranza è un fiore,
ma frutti non ne dà”
Ai miei occhi velati di pianto,al cuore che
batte di fiera e dolorosa memoria penso
a POLA: una domenica di infinita felicità!

Preg.mo Sindaco
Le invio anche un mio breve saggio che ha ricevuto un premio nel 2007 su due protagoniste di Shakespeare.

L’alta espressività della tradizione lirica amorosa in William Shakespeare Giulietta e Miranda (scritto nel 2007) in questa tarda sera di fine novembre il vento ha soffiato fino a rendere il cielo del colore del zaffiro.
Mi fanno compagnia stelle brillanti che ammiccano al mio sguardo che si tende al cielo dalla piccola finestra quadra nel sottotetto dove il mio studiolo è pieno di carte, di libri, di giornali, di CD musicali.

Un refolo di ironia ma anche di riflessione amorosa - mentre ascolto le 4 Ballades Op.10 di Johannes Brahms suonate al pianoforte dalle mani magiche di Arturo Benedetti Michelangeli - mi spingono a scrivere un saggio su due delle eroine italiane di William Shakespeare, Giulietta protagonista della tragedia Romeo e Giulietta (1) e Miranda, protagonista del dramma romanzesco La Tempesta (2).
La motivazione è semplice: non molto tempo fa il quotidiano “Il sole 24 ore” ha promosso l’opera “Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo” in sedici volumi per le Edizioni Einaudi.

Poco tempo prima c’era stata l’ennesima pubblicazione, sempre da acquistare in edicola, della tragedia Romeo e Giulietta, la prima di tutta l’opera completa di William Shakespeare. Un volume molto elegante per la copertina blu cartonata con l’immagine sfocata del grande drammaturgo e le scritte in oro…. Il silenzio bianco del foglio diventa una sfida rinnovata, poi insinua e incalza il mio pensiero: ”Troverai parole semplici e piane per spiegare, come afferma George K.Hunter (3) che “ i drammi di Shakespeare vivono lungo i confini – dove la commedia si apre al potenziale tragico, la storia si dibatte fra commedia e tragedia, la tragedia scivola in abitudini comiche – in modo da complicare qualsiasi univocità prospettica, e sfocare qualsiasi nettezza d’immagine? Rispondo a me stessa a voce alta: “Scriverò soltanto delle due icone dell’amore a me più vicine e tutto ciò che scrivo o intesso dovrà accendersi di luce e diventare autentica voce per il ruolo che sempre ha avuto l’amore nel giocare la partita della vita nelle eroine di Shakespeare.” Rivisito le cose pensate nel tempo lontano dell’ amorosa giovinezza e decido che quel passato deve avere la lievità e la profondità della semina.
Questo, allora, il nucleo del saggio:
L’ amore, eroe del dramma in Romeo e Giulietta e in La tempesta di Shakespaere;

L’amore, eroe del dramma
Mentre ascolto l’andante con moto della quarta ballata di Brahms con il tocco raffinato e superbo di Arturo Benedetti Michelangeli, si affaccia alla mente e al cuore una manciata di ricordi delle mie schermaglie amorose giovanili, non come “ricerca del tempo perduto”, bensì ricordi di un tempo vissuto con attese, delusioni e speranze.
Ricordo con un sorriso la collana della BUR degli anni sessanta (favolosa per noi giovani squattrinati), con la copertina grigioazzurra e una scrittura leggibile anche se minuta: Romeo e Giulietta, Amleto, Giulio Cesare, La Tempesta, opere splendide che avevo riposto in un angolo della libreria insieme a quelli di alcuni autori particolarmente cari della mia giovinezza: Tomasi di Lampedusa, Pavese, Pratolini, Silone, Levi, Bassani, Tobino, Hemingway, Buck, Faulkner, Mann ….Ho ripreso in mano Giulietta e Romeo, La Tempesta e un saggio critico Le donne di Shakespeare di Heinrich Heine (4), anch’egli poeta lirico che sorride delle lacrime umane e le muta in uno sfocato arcobaleno che rischiara, seppure tenuemente, l’equivoca oscurità della vita. Essendo anche un fine, magico e fantasioso umorista gioca con l’ inerte follia e la trasforma in prezioso gioiello artistico. In Romeo e Giulietta, dice Heine, l’Amore diventa l’eroe del dramma. “Amore! E’ lui la passione più alta e trionfante. Ma la forza con cui domina il mondo…..consiste nel suo disprezzo per la vita fino all’anelito del sacrificio. Per lui non c’è ieri, non pensa al domani. Brama l’oggi soltanto, ma lo esige tutto intero, subito e senza pensieri… La sfera terrestre è il luogo di azione dei drammi di Shakespeare e la sua unità di luogo; l’eternità è il tempo di azione e la sua unità di tempo”.
Sfoglio alcune pagine ingiallite della tragedia shakespeariana, sorrido ai segni di matita ormai sbiaditi fatti in quel lontano tempo della giovinezza sulle frasi d’amore ed ecco che il gioco è fatto: nasce dentro di me una lezione d’amore struggente, quasi biblica.

L’Amore, allora, splendido alla ribalta con il suo linguaggio tardo-petrarchesco, si presenta come:
1. sguardo amoroso nelle parole di Romeo:“Ella parla, eppur non dice nulla. Come può accadere? Son gli occhi suoi a parlare … “

2. passione alta e trionfante: “Chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato..….. E’ stato Amore, che per primo ha guidato i miei passi. M’ha prestato il suo consiglio ed io gli ho prestato gli occhi…….Ho superato quelle mura con l’ali leggere dell’ amore, perché non v’è ostacolo di pietra che possa arrestare il passo dell’ amore e tutto quello che amore può fare subito trova il coraggio di tentarlo….”

3. donazione completa e appassionata nelle parole di Giulietta “Ma sappi aver fede in me ed io saprò dimostrarmi anche più leale di quante sanno offerire una miglior mostra della loro modestia”

4. nudo richiamo: “….Ma basta con le forme esteriori!.... Mi somiglia troppo il lampo che cessa di esistere innanzi che uno abbia il tempo di dire “lampeggia”. A compiere i riti d’amore, basta agli amanti la luce che s’irraggia dalla loro bellezza..ba -a-a-alta e trionfante. lontano tempoun saggio sull'…… “Copri (o notte) il sangue ancor non dòmo che s’agita nelle mie gote fino a quando il timido amore, fatto ardito, non veda nell’atto d’amore schiettamente compiuto null’altro che semplice modestia…”

Riprendo in mano il saggio di Heine che descrive con toni lirici Giulietta: “La luce insorse nel tripudio degli uccelli era immobile e affranta per l’ansia di un amore e di una fedeltà che la possedevano ormai per intero.. Voleva segnare un punto sulla mappa del suo vivere sapere chi fosse e dove fosse diretta….….. Era l’ora in cui restava tacita a una finestra del giardino, il davanzale della camera d’angolo….Non le mancava nulla: gli affetti, le tenerezze di una famiglia di gran sentire, amicizie, gli smarrimenti dei primi gemiti d’amore, il cielo trapunto,la sovranità delle stagioni. E tuttavia trepidava d’incompiutezza le profondità della sua anima inquieta lo vagheggiavano. Ricordava il gioco morbido delle lucciole e il profumo diluito dei fiori da un buio affabile e noto……In Giulietta si osserva un elemento nordico: con tutta la violenza della passione Giulietta rimane sempre cosciente di se stessa, in una chiara autoconsapevolezza, padrona delle sue azioni. Giulietta ama, pensa e agisce”

Oggi, senza che nessuna “poudre d’or” accechi la visione delle cose, possiamo dire che Shakespeare ha sempre imperlato i fogli di memorie amorose e che, pur nel trascorrere dei secoli, quell’amore è vissuto con baldanza, conraggio ma anche con intensità di cuore che non soccombe mai al semplice desiderio.
Ripongo la tragedia Romeo e Giulietta e il saggio di Heine quando mi viene incontro Miranda da La Tempesta e mi sembra di udir parlare il vecchio Prospero: “Tempesta placata, riconciliazione globale”…..
Come in un sogno, il mondo in cui oggi vivo, per effetto della magia di Prospero, si allarga verso nuove direzioni di umanità superando la violenza di cui è intriso.

La Tempesta è il più affascinante dei drammi shakespeariani e fra i romanzi è quello più strutturato nella narrazione, nella quale è evidente il processo di osmosi fra memoria e dimenticanza mediante il quale i personaggi recuperano la loro identità.
Nel tempo dei miei studi mi ero domandata perché Shakespeare avesse collocato La Tempesta all’inizio nella grande edizione in-folio del 1623 pur essendo una delle ultime opere e una risposta l’avevo trovata: egli voleva superare le bufere delle grandi tragedie ed aspirava al ritorno dell’armonia nel mondo, sia pure in atmosfere sfumate e indefinite, in cui il “fatto magico” diventasse realtà, non fosse solo “incantesimo”.
Miranda è la speranza, il ritrovare una nuova luminosità amorosa nei rapporti fra gli uomini: “Oh, io ho sofferto, vedendo chi soffriva! …..S’io fossi stata un potente nume, avrei sprofondato il mare entro la terra, impedendogli d’ingoiare il bel vascello e le anime che trasportava”.

In questa bellissima adolescente l’amore non indietreggia, non abdica di fronte al dolore ma il crescendo delle emozioni elimina ciò che è indifferente e ingenuo.
Per questo, le intimità malinconiche della giovanissima adolescente si trasformano in pensiero amoroso per “l’altro” e lei stessa, con la sua natura luminosa e aperta, affronta le cose senza indugiare in modo tale da riempire i bisogni di amore superando i tepori rassicuranti di Prospero che l’hanno cresciuta dimostrando così la sua maturità intimistica.
Rimango pensierosa perché mi accorgo che, nel contesto in cui viviamo, è necessaria una rilettura sensuale ma libera dalla morsa dell’emotività, quasi in punta di voce, delle trame d’amore che Shakespeare ci offre a distanza di più di quattro secoli.
Anche oggi l’amore per la donna dovrebbe essere considerato nella sua universalità, nella sua valenza assoluta di passione umana immutabile nel tempo nello spazio: solo così lo si può investire di metafore, farlo brillare di immagini e di simboli.
Sarebbe importante, per la cultura contemporanea, riappropriarsi del concetto di seduzione inteso come spirito e non fermarsi all’ erotismo che nasce sempre da un desiderio solo sessuale il quale, anche quando assume una dimensione mentale, non evita che siano i sensi a giocare un ruolo determinante. La seduzione, invece, è fatta di gioco, di modalità diverse di approccio e non può essere influenzata da impulsi puramente fisici fondati solo sull’istinto: sono il mistero, l’incertezza, le parole non dette a costituire il linguaggio della seduzione che sembra non interessare più i giovani, uomini e donne che dovrebbero, invece, nuovamente riappropriarsi dei sentimenti e del gioco della fantasia in quanto solo questa è la strada maestra per far vivere l’eros che è in ciascuno di noi.

(1) William Shakespeare, Romeo e Giulietta
(2) “ “ La Tempesta
(3) – G.K.Hunter, Shakespeare and the Tradition of Tragedy, in S. Wells (a cura di ), The Cambridge Companion to Shakespeare Studies, Cambridge University Press, Cambridge 1984, pag.128
(4)- Heinrich Heine – Le donne di Shakespeare - Aglaia n.9 – Le Càriti – Firenze – 1999

ROSANNA MILANO MIGLIARINI

LA NUOVA DIRETTIVA SU ESULI E ANAGRAFE

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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LA NUOVA DIRETTIVA SU ESULI E ANAGRAFE

La Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il 20 settembre 2012 la nuova direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri sulla "Applicazione della legge 15 febbraio 1989, n. 54, recante norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall’Italia ad altri Stati in base al Trattato di pace" (direttiva 12A09813).

 Si tratta di una testo che rimarca gli obblighi già previsti e atti ad evitare che i nostri Esuli risultino erroneamente indicati come nati in Jugoslavia, Croazia, Slovenia, Serbia e così via, come invece spesso continua a capitare.

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

 Vista la legge 23 agosto 1988, n. 400, recante «Disciplina dell'attivita' di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri»;

 Vista la legge 15 febbraio 1989, n. 54, recante «Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati in base al Trattato di pace»;

 Ravvisata l'opportunita' di fissare i principi cui deve essere informata l'attivita' di tutte le amministrazioni pubbliche e degli organismi privati interessati, circa l'indicazione del luogo di nascita su certificati e documenti rilasciati con particolare riferimento alle persone nate nei Comuni italiani ceduti alla Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, con il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 e con il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975;

 E m a n a la seguente direttiva:

 1. L'art. 1 della legge 15 febbraio 1989, n. 54, recante «Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati in base al trattato di pace», stabilisce: «Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni gia' sotto la sovranita' italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del Trattato di pace con le potenze alleate ed associate, quando deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene.».

 2. La disposizione mira ad affermare il principio secondo cui «il luogo di nascita» delle persone nate in Italia deve essere storicizzato, ovvero riferito al momento in cui l'evento «nascita» si e' verificato. Tale principio desumibile dall'ordinamento anagrafico - e ribadito dalle circolari emanate dal Ministero dell'interno, tra le quali, n. 19 del 20 novembre 2001, n. 9 del 1° febbraio 2005, n. 4 del 9 febbraio 2007 e n. 42 del 31 luglio 2007 - non ha trovato, tuttavia, piena attuazione, anche a causa di riscontrate carenze dei sistemi informativi in uso presso uffici pubblici e privati, che non sono in grado di riconoscere come gia' italiani i Comuni insistenti su territori successivamente ceduti ad altri Stati per effetto degli atti internazionali citati.

 3. Al fine di consentire una corretta applicazione della legge 15 febbraio 1989, n. 54, si allegano gli elenchi, formati sulla base delle fonti e delle informazioni disponibili, dei Comuni appartenenti ai territori ceduti con il Trattato di pace di Parigi, entrato in vigore il 16 settembre 1947 (allegato A), nonche' dei Comuni compresi nei territori ceduti con il Trattato di Osimo, entrato in vigore il 3 aprile 1977 (allegato B), con la specificazione delle province di riferimento e dei relativi codici ISTAT e catastali.

 4. Qualunque documento, attestazione o certificazione rilasciata a persona nata, anteriormente all'entrata in vigore dei Trattati citati, in uno dei Comuni indicati nei predetti elenchi, dovra' contenere l'indicazione del Comune di nascita a quella data ricadente in territori sottoposti alla sovranita' italiana, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene.

 5. Ai fini dell'applicazione della presente direttiva, costituisce valido strumento di ausilio il servizio on-line di verifica del codice fiscale, previsto dal decreto-legge n. 78 del 2010 (articolo 38, comma 6, primo paragrafo) convertito con modificazioni dalla legge 122/2010, disponibile sul sito internet dell'Agenzia delle entrate. Il servizio permette di verificare l'esistenza e la corrispondenza tra un codice fiscale e i dati anagrafici di un soggetto, confrontando i dati inseriti con quelli registrati in Anagrafe tributaria; il codice fiscale di cui risulti verificata la validita' ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 605 del 29 settembre 1973 e del decreto del Ministro delle finanze n. 13813 del 23 dicembre 1976, nonche' del decreto legge gia' citato, deve essere accettato da amministrazioni e soggetti pubblici e privati nella trattazione dei propri procedimenti e nelle proprie applicazioni informatiche.

 6. Costituendo quanto contenuto nella presente direttiva adempimento inderogabile di prescrizioni di legge, tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente sono tenuti a garantirne il rispetto da parte del personale ogni qual volta si proceda al rilascio della documentazione di cui alla legge 15 febbraio 1989, n. 54 e le violazioni sono valutate nell'ambito della responsabilita' disciplinare.

7. Le Amministrazioni e gli enti di cui all'art. 1 della legge n. 54 del 1989 daranno attuazione alla presente direttiva, per la quale il Ministero dell'interno assicurera' la necessaria collaborazione.

 
Roma, 5 luglio 2012
Il Presidente: Monti

 Il documento è accessibile alla pagina www.anvgd.it/PDF/direttiva.monti.anagrafe.esuli.pdf  
del sito dell'Anvgd.it

VERGAROLLA di Lino Vivoda

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(L'ESODO DI POLA Agonia e morte di una città italiana)
di Lino Vivoda

VERGAROLLA
18 agosto 1946

L'annuncio della riunione natatoria di Vergarolla - località posta oltre la metà della parte sinistra della baia guardando dalla riva verso le isole Brioni - indetta per domenica 18 agosto nello specchio d'acqua antistante la sede sociale della Società Nautica "Pietas Julia", venne pubblicato per parecchi giorni sul quotidiano locale italiano, "L'Arena di Pola", come un implicito appello per la partecipazione in massa.
Ormai qualsiasi occasione di pubblica riunione era diventata per la cittadinanza motivo di corale dimostrazione d'italianità, intesa quindi a manifestare i propri sentimenti nazionali: l'aveva dimostrato ultimamente a giugno la cerimonia religiosa del "Corpus Domini"; l'aveva confermato recentemente la manifestazio­ne artistica di Ferragosto, nell'anfiteatro romano; l'avrebbe quindi ribadito ancora una volta la riunione sportiva per lo svolgimento delle gare della "Coppa Scarioni", il cui termine di chiusura delle iscrizioni per società ed atleti era stato fissato per le ore diciotto del sabato precedente, presso il Commissario provinciale della Federazione Italiana Nuoto, Carlo Alessandrino, proprio per favorire la massima ! partecipazione di gareggianti.
Consentiva il richiamo politico anche il nome della gloriosa società "Pietas Julia" che ricordava la città ricostruita dopo le guerre civili da Augusto, con l'avvio dei grandiosi monumenti che ne avrebbero tramandato la romanità nei secoli - festeggiante il sessantesimo anniversario della costituzione del sodalizio, avvenuta nel 1886 durante la dominazione dell'impero austro-ungarico, quando era stata oltre che vivaio di atleti fucina di irredentisti rivendicanti il carattere italiano della città.
La splendida giornata di sole aveva favorito quindi sino dal primo mattino l'afflusso di centinaia di bagnanti, che pranzavano all'aperto, secondo la tradizione domenicale estiva dei polesani dedicata al mare, nella pineta alle spalle della spiaggia, ch'era la prima a raggiungersi uscendo dalla città per recarsi ai bagni, con la comodità a due passi sotto un fresco pergolato dell'ottima Trattoria da Calcich, cara a generazioni di buongustai. Era stato istituito un servizio per agevolare in tutti i modi i partecipanti: anche una motobarca infatti faceva la spola dalla riva antistante 'ex palazzina dell'"Ala Littoria", distrutta dalle bombe, al molo di Vergarolla.

La prorompente italianità di Pola che si manifesta ormai a chiare lettere stava quindi segnando la netta sconfitta di tutte le mistificazioni slave. L'O.Z.N.A. aveva invano cercato di snaturare il volto cittadino sotto una coltre di camuffamen­ti e di ostentazioni filoslave imposte con il terrore. Neanche la periodica convogliazione forzata di centinaia di manifestanti croati, prelevati con gli automezzi dell'esercito jugoslavo da alcune zone dell'Istria e scaraventati in città con cartelli e bandiere inneggianti a Tito riusciva più ad avallare la tesi titina che l'italianità cittadina era limitata ad un periodo di imposizione dell'"occupazione" italiana del '18, mentre dopo la "liberazione" partigiana del maggio '45 si sarebbe rivelata l'autentica città croata. Tutta questa montatura era crollata lentamente da quando la popolazione polese aveva potuto esprimersi in libertà. A partire dalla prima esile manifestazione all'arrivo delle truppe inglesi, mentre la città era ancora stretta nella schiacciante morsa del terrore installato dagli slavi, via via quindi in un appassionante crescendo gli italiani avevano riconquistato la loro città restituendole l’autentico volto nazionale maturato in secoli di appartenenza alla civiltà italica.
L’affronto fatto dai polesani alle tesi annessionistiche jugoslave doveva essere perciò duramente punito in modo tale da stroncare ogni resistenza e dare inequivocabilmente un chiaro esempio del prezzo che sarebbe costato in tributo di sangue la ribellione alle volontà slave. L’O.Z.N.A. meditò quindi la rivincita che nella criminale mentalità balcanica veniva associata al desiderio di vendetta. E questa fu orrenda.
Sulla spiaggia di Vergarolla giacevano accatastate ventotto mine marittime, residuato di guerra, prive di detonatori ma non vuotate dell'esplosivo in esse contenuto. Nottetempo quel deposito di morte fu riattivato da emissari criminali, giunti da fuori città, con l'inserimento di detonatori collegati ad un congegno per il comando a distanza dello scoppio. La carneficina avvenne poco dopo le due pomeridiane di quella assolata domenica d'agosto: la deflagrazione fu tremenda, con decine di morti e feriti scaraventati ovunque dallo spostamento d'aria e brandelli di carne umana che piombavano dappertutto in acqua e sugli alberi. Fu come immergere un coltello rovente nelle carni vive della città, che fu scossa e profondamente colpita dal luttuoso evento.
La tragedia di Vergarolla rimase scolpita in maniera incancellabile nella memoria collettiva dei polesani. Ancora quarant'anni dopo così ricorda Marina Rangan, esule polesana allora bambina, quella triste giornata:
"In quel giorno si andò tutti in barchetta su un incredibile mare azzurro verso la spiaggia della Pietas Julia. Remava mio padre perché aveva deciso che si andava a fare il bagno proprio lì e non a Vergarolla con il barcone pieno di gente, come avrebbe voluto mia madre. Normalmente lui l'accontentava sempre, per il quieto vivere, invece quella volta si impuntò, forse per un provvidenziale sesto senso. Ricordo il dondolìo dell'amaca stesa tra due pini dove mi preparavo a dormire (sono sempre stata di attitudini pigrissime), quando all'improvviso mi ritrovai per terra; attorno a me tutto era buio; piovevano terra e caligine, e sul mare c'era quello che mi sembrava un rotolo di fuoco; credevo che il sole fosse sceso giù a toccare l'acqua. Intorno a me la gente si chiamava e correva da tutte le parti; poi qualcuno mi prese e mi portò via. Dicevano che era esploso il deposito di tritolo di Vergarolla; il momento dell'attentato era stato quello dell'arrivo della barca.
Ritornammo in barchetta; il mare era scuro e i gabbiani, tantissimi, si precipita­vano dal cielo stridendo e poi tornavano su dopo aver colpito l'acqua; avevano qualcosa in bocca. Poi mi dissero che erano anche carnivori. Mio padre disse che era successo per via di tutte quelle manifestazioni per il plebiscito. Disse che era tutto "gnente" perché tanto De Gasperi il plebiscito non l'avrebbe mai chiesto per non compromettere gli accordi per l'Alto Adige e gli slavi avrebbero continuato a massacrarci, che tanto nessuno avrebbe mai mosso un dito per noi".
E Mario Gracco, esule da Pola a Roma, con un annuncio a pagamento sul quotidiano romano "Il Tempo", ripreso da parecchi organi d'informazione nazio­nali, ricorda quanto segue:
 
1946 - 1986
POLA - VERGAROLLA
ex porto militare italiano
ore 14,10 del 18 agosto 1946
un tremendo scoppio di nove tonnellate di tritolo, racchiuse in mine subacquee della Marina, provoca uno sterminio di innocenti,
gran parte bambini e donne (oltre 110 morti, tutti di Pola)
. In nome di tutti gli Esuli di Pola, sparsi oltreché in Italia, in varie parti del mondo occidentale, chiediamo ancora
Pace con Giustizia,
basata innanzitutto sulla verità che noi
ancora oggi ( 1986 ) a distanza di quaranta anni, non conosciamo.
Se noi ci azzardassimo a dimenticare i nostri
Defunti, allora sì che non saremmo degni di vivere
    
Vittime innocenti
Il giorno seguente lo scoppio, Pola rimane attonita: riesce inconcepibile che una mente abbia maturato ed attuato un'azione così feroce. Intere famiglie sono sterminate. Molti parenti non possono avere nemmeno la consolazione di piangere sulle salme dei propri morti, squarciati e scomparsi nella tremenda deflagrazione. Un centinaio di feriti tra gravi e leggeri sono ricoverati all'ospedale. Decine di salme, assieme a diciassette cadaveri orrendamente mutilati e a casse di resti umani non scaraventati in mare, recuperati, giacciono all'obitorio e nel prato antistante.
Si diffondono in città i nomi delle vittime:
Brandis Ferruccio anni 34, Brandis Ida 31, Brandis Alberto 3; Balducci Leambru-no 25; Luchez Rosita 20; Bressan Salvatore 27, Bressan Gigliana 23; Berdini Emilio, Berdini Amalia 34, Berdini Ornella 32, Berdini Luciana 5; Bronzin Francesca 41; Cherpan Paolo 24; Dinelli Giovanna 61, Dinelli Olao 37, Dinelli Amalia 35, Dinelli Otello 24, Dinelli Norina 6; Deboni Caterina in Marchi, Lussi Maria in Deboni; Crosilla Adelina in Ruppillo 24; Muggia Vitaliano 10; Mingaroni Palmira 50, Mingaroni Riccardo 49, Vidolich Giovanna ved. Mingaroni 72; Micheletti Alberto 37, Caterina Maresi in Micheletti 37, Micheletti Carlo 9, Micheletti Renzo 6, Gilve Jolanda in Maresi 28, Maresi Franco 8, Maresi Graziella 5, Maresi Marina 3, Giurina Nadia 11; Marchi Silvana 5; Marini Liliana 22, Marani Valeria 50; Martin Argia 42, Martin Nicolò 20, Succi Carlo 6; Quarantotto Anita 37; Ricato Aurelio 10; Rocco Mario 36, Rocco Camilla 30, Rocco Licia 8, Rocco Gianna 5; Roici Lucio 15, Roici Gianfranco 12, Niccoli Maria Luisa 12; Sabatti Francesco; Saccon Trifone 42, Faraguna Stefania in Saccon, Saccon Riccardo, Saccon Fulvio, Contus Emma in Saccon, Volchieri Iolanda, Volcheri Alfredo; Sponza Alberto 55; Toniolo Francesco 45, Novak Maria in Toniolo 48; Vivoda Sergio 8; Vicchi Vilma 23; Zaversnich Francesco 30, Zelesco Edmondo 6.
 
Ai capi responsabili la città grida: basta!
POLA E’ IN LUTTO

Tutta la città, già provata da tante sventure, piange sui corpi, straziati dei propri figli - Le autorità militari e civili responsabili, hanno il dovere di far rimuovere immediatamente tutti gli esplosivi dalla-città, per evitare nuove sciagure
Il Consiglio Comunale, radunatosi d'urgenza, inoltra una vibrante ed indignata protesta al Comando Supremo alleato nel Mediterraneo, all'ammiraglio Stone a Roma, al Comando del 13° Corpo, al quale appartengono le truppe di stanza a Pola, al Colonnello Bowman dell'AMGVG di Trieste e al Colonnello Orpwood, Area Commissioner di Pola, invitando le autorità del governo militare alleato a "stabilire le responsabilità di questa ultima e più grave sventura onde i colpevoli non si sottraggano alla giusta espiazione".
Si rende interprete dell'angoscia che ha colpito la città ed i sentimenti dei polesani, come sempre "L'Arena di Pola" che scrive:
"Sembra che ormai sulla nostra piccola e tanto amata Pola l'ombra della tragedia, del lutto, del dolore senza conforti si faccia più fitta e persistente anziché diradarsi, a più di un anno dalla fine della guerra.
Da quando il tremendo conflitto ebbe inizio... fino agli orrori di quelli che dovevano essere i "fratelli" e usarono invece il filo spinato e la foiba, la nostra città non conobbe che lacrime, lacrime brucianti ed amare, pianto sommesso ma disperato sulle continue rovine dei corpi e delle anime di cittadini inermi.
E l'angoscia non cessò col lento normalizzarsi della vita, perché negli occhi umidi di coloro che avevano vissuto il dramma sanguinoso della guerra, altre lacrime si sono andate formando sotto l'incubo opprimente e doloroso di un imminente esilio, di un disperato abbandono della propria terra e dei propri morti, senza speranza di ritorni, senza certezza per l'avvenire.
E non bastava ancora! Altro sangue doveva scorrere, altre vite dovevano essere immolate, e un più crudo pianto sommergere questa città disgraziata.
La guerra per noi non è dunque finita. Ordigni da distruzione esplodono ancora, provocando lutto, disperazione e panico fra i cittadini. Si riparla di bombe come si riparla di sfollamento, di esodo, di colpi di mano, nella stessa allucinante atmosfera di un tempo che sembrava dover essere del tutto finito!
Non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!"

Sergio
Mio fratello Sergio il giorno dello scoppio di Vergarolla aveva compiuto otto anni da un paio di mesi. Era un bambino intelligente, vivace ma educato; frequentava la scuola elementare "Dante Alighieri" in "Pian de la Madona" e studiava contento preparandosi all'esame per saltare un anno di scuola. Fiero di essere stato ammesso come lupetto negli scauts cattolici del Duomo, organizzati da don Tarticchio, era assiduo alle riunioni domenicali del suo gruppo. Di accesi sentimenti italiani a scuola e per la strada non mancava di intervenire accalorandosi nelle dispute con i coetanei, professando apertamente la propria fede nell'Italia anche in presenza di adulti di opposte tendenze.
Un giorno dei manovali iniziarono gli scavi in via Castropola - dove abitavamo da quando la nostra casa al n. 1 di via Sergia era stata colpita nel secondo bombardamento del febbraio '44 - ed alcuni di loro, scherzando sul fatto, innalzarono ridendo e con battute in dialetto una bandiera rossa sul mucchio di materiale sterrato. Sergio che transitava in quel momento li redarguì indignato dicendo che a Pola doveva sventolare solamente il tricolore d'Italia e ci volle del bello a calmarlo quando mi propose di andare a levare il rosso vessillo, spiegandogli il significato di pericolo che stava a rappresen­tare.
Il sabato precedente quella triste domenica di tragedia uscimmo al pomeriggio assieme. Mi recavo al cinema Nazionale a vedere il film "Io t'ho incontrata a Napoli" e così l'accompagnai un pezzo di strada dato che era invitato a casa dei "santoli" con i quali sarebbe stato l'indomani tutto il giorno al mare. I Toniolo, Francesco autotrasportatore sposato con una viennese, Mery, senza figli, gli volevano un gran bene sin da piccolo. Abitavano infatti, prima di essere sinistrati, al piano sotto il nostro e quindi l'avevano visto nascere e tenuto a battesimo. Spesso quindi l'ospitavano nella nuova casa al ritorno da scuola o alla domenica. Anche quella sera avrebbe dormito da loro per recarsi l'indomani tutto il giorno al mare, pranzando sulla spiaggia secondo l'abitudine estiva dei polesani.
In clivo San Francesco incontrammo i due figli del dr. Micheletti, uno dei quali era suo compagno di classe, e Sergio li salutò allegramente comunicando loro contento la bella giornata al mare che gli si prospettava per l'indomani. Non rividi più nessuno dei tre, stroncati dalla mano assassina che fece saltare le mine a Vergarolla.
La domenica mattina mi trovai con il solito gruppo nella "Cattolica" di via Kandler e con don Gasperini per fissare l'ora dell'incontro pomeridiano onde proseguire assieme verso la spiaggia. Decidemmo però di non andare al mare perché la nostra spiaggia abituale, a Vergarolla, si preannunciava troppo affollata per le gare natatorie. Così il pomeriggio stavo a casa leggendo il romanzo di Dumas "Vent'anni dopo" e mi rimase fisso nella memoria il passo in cui D'Artagnan scavalca il muro di un recinto quando sentii la tremenda esplosione che scosse i vetri. Corsi sugli spalti del soprastante Castello e vidi in direzione di Vergarolla una colonna di fumo che mi richiamò alla mente le foto del fungo atomico visto nei giornali delle truppe inglesi.
Scesi affannato a casa da mio padre gridando "È scoppiato qualcosa a Vergarol­la". Immediatamente partimmo in tutta fretta alla volta della spiaggia dove s'era recata anche mia cugina con la mia sorella più piccola che aveva tre anni.
In piazza Foro incontrammo le prime persone che in costume da bagno, con graffi sanguinanti stavano per entrare nel portone del grande palazzo di faccia al Municipio. "E un massacro spaventoso - ci dissero - morti squarciati dappertutto". Giungemmo a Vergarolla trafelati: un cordone di polizia sbarrava l'accesso alla pineta da dove ambulanze civili e militari partivano a sirene spiegate. Cercammo allora con una vaga speranza nelle spiagge vicine. A Stoia trovammo mia cugina che spaventata stava tornando a casa: scesa dal barcone a Vergarolla e visto l'affollamento aveva cambiato provvidenzialmente spiaggia recandosi in quella dove poteva incontrare l'altra mia sorella che era nella colonia marina.
Sempre a piedi corremmo all'ospedale, e non si poteva entrare, quindi mentre Radio Pola incominciava a trasmettere notizie ed appelli, tra i quali mi colpì quello "Un bambino dall'apparente età di sette-otto anni all'ospedale chiama disperata­mente la mamma", tornammo angosciati a casa con la speranza di trovare mio fratello.
Sergio, deposto in terra in un corridoio dell'Ospedale affollato di feriti e moribondi, venne riconosciuto dall'infermiera Nora Oberdorfer, amica da lunghi anni della nostra famiglia,
che provvide in qualche modo ad avvisarci.
I "santoli" Toniolo erano già entrambi tra i cadaveri che giacevano all'obitorio dove, quando giungemmo noi era stato deposto anche mio fratello. Nella sventura ebbimo la consolazione di aver ritrovato intatti i loro corpi. Erano morti per lo spostamento d'aria. Apprendemmo là che il dott. Micheletti, annoverati tra i morti i propri figlioletti e alcuni parenti, distrutto dal dolore, continuava ad operare cercando con abnegazione di strappare altre vittime alla morte.A sera, dal momento in cui si sparse la voce che mio fratello era tra i morti a casa nostra fu un continuo via vai di gente di tutto il vicinato che veniva a porgere le condoglianze e parole d'affettuosa solidarietà. Noi frastornati, affranti dal dolore sedevamo muti in un angolo attorno a mia madre semisvenuta per lo strazio. I nostri parenti e la famiglia Valerio, che abitava nella stessa palazzina, rispondeva­no a tutti.
Quella sera il vento ululava forte sui tetti e la gente diceva "S'è alzato il vento dei morti". La luna si levò rossa nel cielo e mia nonna sentenziò "Rispecchia il sangue innocente".
Da quel giorno dell'orrenda strage Pola non fu più la stessa!

I funerali
Pola si vestì di gramaglie. Il lutto toccava tutta la città e tutti gli ambienti cittadini partecipavano al dolore dei familiari delle vittime con sincera espressione di cordoglio. Non v'era famiglia nella quale non si piangesse la morte di un parente, di un amico, di un conoscente, di un collega. E la città partecipò compatta ai funerali esprimendo una sentita solidarietà. I fiorai, pur lavorando instancabilmen­te, non riuscirono a far fronte a tutte le innumerevoli richieste, cosicché molti Enti e numerosi privati cittadini non poterono unire il loro omaggio floreale a quello, già così vasto, per le povere vittime innocenti.
"Tutto il popolo di Pola porge commosso il suo estremo saluto alle vittime" intitola la cronaca il quotidiano "L'Arena di Pola". E dalla cronaca si può rilevare la partecipazione corale e commossa della cittadinanza. "Tutte le vie cittadine che portavano ai due camposanti ed all'obitorio dell'ospedale civile erano gremite di popolo addolorato che voleva porgere ai poveri morti l'estremo commosso saluto. Era un cordoglio ed un pianto generale. Si può dire che le vie della città erano quasi insufficienti a contenere quella marea di gente, giacché non un abitante di Pola era rimasto a casa: tutti hanno voluto stringersi nell'ultimo riverente tributo di affetto ai miseri resti delle vittime".
Le decine di bare sono allineate in due file sul prato davanti alla cappella mortuaria. Ventuno contengono salme non identificate. Quattro casse racchiudono brandelli di corpi dilaniati e squarciati dall'esplosione. Tutt'attorno i parenti. Uno stretto corridoio è lasciato libero dal cancello alla cappella davanti alla quale è apparecchiato l'altare da campo. Alle ore 9 giunge il Vescovo di Parenzo e Pola, Mons. Raffaele Radossi, per celebrare la S. Messa mentre il coro cittadino diretto dal maestro Magnarin intona il "Beati i morti". Inizia la sacra funzione che si svolge lentamente tra i continui singhiozzi e le incontenibili espressioni di dolore dei congiunti. Al termine, mentre il Vescovo scende in mezzo al corridoio formato dalle bare e dai partecipanti alla mesta cerimonia, s'alzano al cielo, modulate dal coro, le note del "Requiem".
Alta, ieratica, la scarna figura del Vescovo, il volto scavato dal dolore, si staglia nello spiazzo centrale. Prende la croce del pettorale e la bacia, poi portando le mani a coprire la faccia rimane un attimo in silenzio. L'emozione in tutti i presenti è intensa quando il Vescovo inizia a parlare.
"Abbiamo sofferto troppo durante quattro anni di guerra e credevamo che, passato quel periodo infausto, fosse finita questa forma di martirio e fossero scongiurate queste stragi inutili. Ma, purtroppo ci siamo tremendamente ingannati. Il fatto di domenica è di una gravità eccezionale. Io non scendo all'esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio, il quale conosce come è fatta la materia ed anche come sono composti gli spiriti e al quale nessuno potrà sfuggire nell'applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia. Ma mi fermo obiettivamente sopra particolari da me personalmente rilevati. Ho voluto seguire io di persona tutto, e feriti, e famiglie e il luogo del disastro; ho voluto vedere tutto con i miei occhi perché possa riferire tutto alla Santa Sede. Quello che ho visto con mio grande sgomento proprio mi ha fatto venir meno le forze".
Brividi di commozione scorrono fra gli astanti, mentre i volti, rigati di lacrime, seguono attenti l'esposizione del presule. Nel caldo sole d'agosto ristagna il dolciastro odore della carne in decomposizione. Il Vescovo continua.
"Io, come Vescovo non accetto nessuna scusa e nessuna attenuante. Le famiglie, le care famiglie che io ho potuto avvicinare, vorrei pregarle di compatire questo povero Vescovo che non può, non ha il dono dell'ubiquità, non può essere in cento posti. Io ho cercato di avvicinare tutti, vedere, sostenere, indirizzare; di dire a tutti quello che potevo dire. Ma, lo so, tutta la nostra opera è ben piccola cosa, perché i morti sono morti ed i dolori sono piaghe che mai più potranno essere cicatrizzate. Questa è la tremenda verità!"
Poi, avviandosi alla conclusione, Mons. Radossi cita ad esempio l'abnegazione del dott. Micheletti che con l'animo straziato dalla perdita dei figlioletti ha continuato ad operare sino a notte, ininterrottamente, per salvare altre vite umane.
"Fra tutti i casi pietosi - vi parlo come una persona che ha l'anima proprio sulla lingua ed il cuore in mano -, fra tutti i casi pietosi di famiglie intere scomparse, di brandelli di carne, io non ho mai visto uno simile e scongiuro le autorità alleate, nel nome del Dio vivente, che non permettano che mai più si ripetano simili stragi. Essi sono impegnati in coscienza davanti a Dio, hanno la possibilità ed il sacro dovere di farlo. Cito fra tutti i casi pietosi, quello del povero dott. Micheletti. Proprio mi trovavo lì in reparto di chirurgia, quando incontro il povero dottore che usciva dalla sala operatoria e apprendeva di aver perso due creature".
E così conclude il presule.
"Noi vogliamo ringraziare il corpo sanitario, medici, infermieri - tutti hanno fatto il possibile - ma certamente a questo dottore che affranto dal dolore, in questa maniera fa tacere il suo cuore per assolvere il suo dovere, noi ci dobbiamo inchinare. Questi sono, signori Alleati, i nostri professionisti!".
Ora, mentre il clero intona il canto liturgico "Libera me Domine", la folla s'inginocchia attorno alle bare. Al termine il Vescovo impartisce la benedizione e l'assoluzione alle salme, indi allargate le braccia quasi a voler stringere a sè in un unico affettuoso abbraccio vivi e morti dà l'avvio al corteo funebre.
Due cortei vengono formati, diretti l'uno al cimitero della Marina l'altro al camposanto di Monte Ghiro, e iniziano a snodarsi lentamente dalla cappella mortuaria attraverso via Sissano completamente abbrunata verso il centro. Ai lati della strada due fitte ali di popolo facevano barriera lanciando fiori sulle povere salme, deposte su autocarri militari con dietro parenti ed amici dei defunti.
Iniziano i funerali con la sfilata delle corone: Comune di Pola, Polizia Civile, Vigili del Fuoco, UAIS, Partito Democrazia Cristiana, Partito Comunista Giulia­no, Rione n. 3, La Capra all'amico Cherpan, Lega Nazionale, Sindacati Unici, Rione n. 4, Associazione Internati in Germania, Ass. Marinai in Congedo, Ass. Partigiani Italiani, Ass. Partigiani Giuliani, Pietas Julia, Rione n. 2, Consiglio S.U. Scoglio Olivi, S.U. Arsenale, S.U. Opifici, personale G.M.A, maestranze Arsena­le, Partito d'Azione, C.P.L., UDAIS, Ass. Commercianti, UAIS Genio Marina, UAIS Fabbrica Cementi, Rione n. 2, U.G.A.R.G., Rione 4, Cons. S.U. Fabbrica Tabacchi, UAPP, Cons. S.U. Piccole Industrie, UAIS Opifici, Rione 1, Cooperati­ve Generali Sociali, Cons. S.U. Fabbrica Cementi, Rione 3, Cons. S.U. Genio Marina, Rione 1, Gruppo Rastrellatori mine, famiglia Cherpan, Camera Confede­rale del Lavoro, amici di Cherpan, Dipendenti NAAFI, personale AIS al marconista Berdini, maestranze Arsenale, Partito Repubblicano, operai e impiega­ti Manifattura Tabacchi, Partito Socialista, S.A.T.A., C.L.N., Partito Liberale. Il corteo delle 54 ghirlande è chiuso da una piccola rappresentanza di Esploratori Cattolici.
Seguono il Sovraintendente alla Polizia, e l'ispettore Fiuman in testa ad una rappresentanza della Polizia Civile e dei Vigili del Fuoco, il corpo bandistico della Lega Nazionale che suona inni funebri e che in piazza Carli si fermerà continuando a suonare fino al passaggio di tutto il corteo. Quindi il coro col maestro Magnarin, il clero e poi i primi autocarri alleati che recano le salme di Ricato Aurelio, Zaverscnich Francesco, Cherpan Paolo, Toniolo Francesco e Novak Maria in Toniolo ("santoli" di mio fratello Sergio, periti assieme a lui), Anita Quarantotto, Dinelli Otello più ventun salme non identificate. Dietro ogni autocarro, coperto di fiori, parenti ed amici dei defunti. Dopo l'ultimo autocarro una carrozza col dott. Micheletti e congiunti, quindi varie rappresentanze, le suore con le bambine di S. Giuseppe e quelle del Sacro Cuore. Chiude il primo corteo l'autolettiga della C.R.I.
Il Vescovo sosta in piazza Carli ed assiste al passaggio dei due cortei funebri, indi si porta al Cimitero di Marina dopodiché raggiungerà quello civile.
Il secondo corteo si apre con la rappresentanza della Polizia Civile e dei Vigili del Fuoco, seguono 16 corone di fiori di congiunti dei morti compresa quella dei soldati inglesi del 2° Btn. Berkshire, gli orfanelli di S. Antonio, larga rappresentanza del clero con Mons. Angeli, parroco del Duomo, quindi gli autocarri che recano le salme di Brandis Ida, Brandis Alberto; Balducci Leambruno, Saccon Trifone; Roici Lucio, Roici Gianfranco, Nicoli Maria; il quarto autocarro preceduto da varie corone trasporta le salme di Mario Rocco, capotipografo, della moglie Camilla e delle figlie Licia e Gianna, è seguito dai tipografi e dal personale de "L'Arena di Pola"; poi ancora Roici Lucio, Roici Gianfranco e Nicoli Maria; Marchi Silvano, Sponza Alberto, Zelesco Edmondo; Martin Nicolò, Martin Argia e Succi Carlo; Bressan Gigliana, Bressan Salvatore, Micheletti Carlo, Vicchi Vilma, Vivoda Sergio; Vidolich Giovanna in Mingaroni, Mingaroni Riccardo, Mingaroni Palmira, Berdini Ornella, Berdini Amalia, Berdini Luciana, Bronzin Francesca.
Dopo l'ultimo autocarro è un folto stuolo di rappresentanze e cittadini che si uniscono al passaggio del corteo.
Le salme delle vittime innocenti della strage di Vergarolla sono state traslate nei due cimiteri cittadini fra il riverente omaggio d'amore di tutta la popolazione accasciata per la sventura che ha colpito tutta la città profondamente nel cuore lasciando un solco incancellabile. La partecipazione è stata corale: stabilimenti, uffici, negozi chiusi in segno di lutto. Pola ha voluto porgere l'estremo saluto ai propri concittadini periti nel tremendo scoppio, con un collettivo abbraccio, stringendosi attorno agli sventurati.

Gli autori della strage
In un fondo, "Indagini sul disastro di Vergarolla", il quotidiano italiano di Pola così scriveva: "Da domenica - giornata che rimarrà come una delle più tristi nella storia di Pola, dopo il tremendo scoppio di Vergarolla, in cui decine e decine di nostri concittadini furono straziati nel corpo - il nostro popolo cerca di far luce sulle cause dell'immane tragedia che ha portato in città lutto e disperazione senza conforto", e proseguiva rilevando che "Le mine di profondità poste a Vergarolla erano di costruzione tedesca e francese. Ora si sa che tali mine contengono tritolo, il quale scoppia solo con un detonatore apposito. È accertato che i detonatori erano stati tutti tolti da questi ordigni". Continuando poi coll'evidenziare che "Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole, senza l'intervento di alcuno" e, prospettando come ipotesi da scartare "se si dovesse trattare di autocombustione, sarebbe ugualmente da meravigliarsi che lo scoppio sia avvenuto proprio di domenica, giorno delle gare per la "Coppa Scarioni", mentre tante altre giornate precedenti erano state molto più calde (le mine poi erano esposte nella pineta!). Escludendo l'autocombustione, possiamo pensare ad un attentato".
Concludeva il giornale "La polizia sta indagando; noi indaghiamo almeno quanto la polizia... ed esigiamo che l'inchiesta sia portata a fondo con ogni scrupolo e non s'arresti a metà. I cittadini tutti hanno il sacrosanto diritto di conoscere chiaramente come mai tanto strazio sia stato causato e su chi eventual­mente ricada l'orrenda colpa di averlo provocato". Anche vari organismi cittadini elevarono la richiesta di fermezza nelle indagini con numerose mozioni di protesta intese ad ottenere l'identificazione e la punizione dei colpevoli e la salvaguardia della popolazione da ulteriori sciagure.
Fin dal primo momento dopo la deflagrazione, l'opinione pubblica escluse quindi lo scoppio accidentale del materiale esplosivo accatastato nella pineta di Vergarolla. La versione che accreditava la tesi di un possibile fortuito caso di autocombustione fu istintivamente scartata dalla popolazione che individuò subito movente e mandanti della strage. L'occasione offerta da una manifestazione promossa da una Società che richiamava alla memoria le lotte irredentistiche sostenute dai polesani sotto l'impero austro-ungarico per difendere il carattere italico della città, era quanto mai favorevole. La "Pietas Julia" era popolarissima in città: aveva raccolto generazioni di giovani nelle attività sportive, canottaggio e vela, proprie di una località marina, educandole nel contempo all'amore verso l'Italia. Il grosso concentramento che l'afflusso di spettatori e gitanti faceva prevedere consentiva agli slavi di avere a portata di mano la possibilità di dare una lezione indimenticabile agli italiani in modo da fiaccarne le velleità di resistenza alle tesi annessionistiche dei titini.
Una Corte d'inchiesta venne ordinata dal Comandante alleato, in nome delle autorità che avevano la responsabilità dell'ordine pubblico, con l'invito, tramite annunci stampa, ai superstiti testimoni di fornire alla Sovraintendenza di Polizia presso la Questura qualsiasi notizia utile a ricostruire la dinamica dell'esplosione. In particolare si cercava un uomo: "Età approssimativa 40-45 anni; statura m. 1,60-1,65; viso sottile, naso aquilino, colorito abbronzato, capelli castani, vestito con abito grigio scuro" visto mentre trasportava un grosso sasso vicino alle mine prima dell'esplosione. Si prospettava così l'ipotesi che lo scoppio fosse stato causato da una accidentale percussione. Esiste però il riscontro di alcune testimo­nianze che fanno escludere questa ipotesi.
Marcello Bogneri, che quale milite della Croce Rossa accorse immediatamente sul luogo dello scoppio, ebbe modo di parlare del fatto con il capitano della Marina militare italiana Raiola, inviato in missione a Pola con un gruppo di artificieri del Comando Marina di Venezia, su richiesta delle autorità inglesi, per disinnescare quella trentina di mine marittime abbandonate sulla spiaggia di Vergarolla. Ecco quanto il capitano Raiola ebbe testualmente a dichiarare: "Il lavoro si svolse in conformità ai regolamenti militari, dividendo il gruppo artificieri in tre squadre. La prima era incaricata di togliere le spolette di tutte le mine, la seconda controllava il lavoro eseguito dalla prima e la terza controllava il lavoro delle altre due. Con questo scrupoloso lavoro di disinnesco e controllo - continuò poi il capitano - era materialmente impossibile che avvenisse l'esplosione delle mine, perché il tritolo contenuto in queste mine sarebbe esploso solo con l'innesco di un detonatore".
Il prof. Giuseppe (Bepi) Nider, esponente dell'organizzazione dei partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio Esercito, recatosi sul posto subito dopo l'esplosione assieme ad un maggiore inglese del Field Security Service, riscontrò nella vicina cava al di là della strada che costeggiava la pineta di Vergarolla le tracce di apparecchiature per il contatto che comandava a distanza lo scoppio e le fece notare all'ufficiale inglese. Anche il comunicato finale sul risultato degli accertamenti svolti dagli incaricati alleati stabilì che "lo scoppio non poteva essere stato accidentale" ma non approfondì ulteriormente il movente ed i mandanti dell'orrendo crimine perpetrato contro gente inerme. D'altronde gli alleati non avevano interesse ad individuare i colpevoli evitando complicazioni internazionali se non fosse rimasto circoscritto localmente l'accaduto.
Sempre dalla testimonianza di Bogneri: "tralasciando di descrivere l'orribile scenario che presentava quella piccola striscia di spiaggia, ebbi modo di vedere dei soldati di sanità inglesi giunti con una autoambulanza i quali parlottavano concitatamente attorno ad una delle tante vittime colta dall'esplosione mentre stava facendo il bagno. Questa giaceva sulla spiaggia e presentava tutte le caratteristiche di morte per annegamento. Immediatamente i militari caricarono sull'ambulanza la salma e si allontanarono". Dalla descrizione che ne fece Bogneri il giovane era chiaramente un militare inglese perché mostrava i caratteri somatici fisiologici della razza inglese (efelidi e capelli rossicci) e indossava un costume da bagno di foggia e di colore in uso allora nelle forze armate britanniche, ma le autorità militari inglesi non ammisero mai che tra le vittime di Vergarolla ci fosse anche un soldato inglese. L'ammissione infatti avrebbe comprensibilmente impedi­to di limitare l'inchiesta, circoscrivendola ad un fatto locale, e comportato implicazioni politico-diplomatico-militari a livello internazionale.
Il generale italiano Alvise Savorgnan di Brazzà, già capo di S.M. dell'"Osoppo" -formazione partigiana italiana non comunista (i fazzoletti verdi) su 4 divisioni, che agiva nel Friuli in pianura - scrive nel suo libro "La verità su Trieste", riferendosi ai grossi lutti che si ebbero a Pola-Vergarolla quando scoppiarono delle mine durante una gara sportiva italiana: "Il delitto politico era probabile, vi furono molte indicazioni (a pochi chilometri vi era una jugoslava scuola di sabotatori, si fece il nome di un certo Bassan), ma poche prove".
Rimase nella convinzione popolare, oltre la chiara individuazione istintiva degli autori del misfatto, la netta convinzione che i militari alleati, responsabili del governo cittadino, agissero con poca determinatezza nella ricerca dei colpevoli preferendo mettere tutto a tacere. Il che faceva aumentare la rabbia repressa, nella constatazione dell'impotenza a farsi giustizia, e rafforzava la convinzione della necessità della fuga in caso di assegnazione della città alla Jugoslavia, per tutelare la propria incolumità fisica minacciata dalla barbara mentalità degli avversari. E gli Slavi aggiunsero con Vergarolla un'altra pagina nel libro dei misfatti compiuti con atti di genocidio per eliminare l'etnìa italiana da Pola (come da tutta la Venezia Giulia) e creare quel vuoto che avrebbe consentito con l'importazione di genti dal composito mosaico jugoslavo di popoli, di balcanizzare la città "perla dell'Istria nobilissima".

  1. NAZARIO SAURO, EROE D'ALTRI TEMPI
  2. L'Istria nell'antichità di Paolo Radivo
  3. IL PIEGHEVOLE DEL CONVEGNO MIRABELLA ROBERTI
  4. MARIO MIRABELLA ROBERTI - giornata di studio 14 maggio 2012 a Pola

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