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Senato della Repubblica XIV Legislatura Istituzione del "Giorno del Ricordo"

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Scritto da Administrator
Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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SENATO DELLA REPUBBLICA  --    XIV LEGISLATURA

561a SEDUTA PUBBLICA   RESOCONTO STENOGRAFICO
GIOVEDÌ 11 MARZO 2004     (Antimeridiana)
Presidenza del vice presidente DINI, indi del presidente PERA e del vice presidente FISICHELLA
  CUT
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(2752) Deputato MENIA. – Istituzione del "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati (Approvato dalla Camera dei deputati)
(2189) STIFFONI ed altri. – Istituzione della "Giornata della memoria e dell’orgoglio dedicata agli esuli istriano-dalmati"

(2743) BORDON. – Istituzione del "Giorno della memoria" dell’esodo di
istriani, fiumani e dalmati
(Relazione orale)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 2752, 2189, e 2743.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 4 marzo il relatore ha svolto la relazione orale ed è stata dichiarata aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Servello. Ne ha facoltà.
SERVELLO (AN). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, l'istituzione di un "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe e del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati rappresenta un atto di grande valore etico e civile. Finalmente le istituzioni riconoscono una verità storica a lungo negata dagli interessi politici e dalle rigidità ideologiche di un passato non tanto remoto.
È anche significativa la vasta convergenza bipartisan su un capitolo così doloroso della nostra storia. Questa circostanza dimostra che l'esigenza di valori condivisi rimane forte nel mondo politico italiano, a dispetto delle asprezze che registriamo nel dibattito quotidiano.
Devo però anche rilevare che considero l'approvazione di questo disegno di legge non un punto di arrivo, bensì un punto di partenza. Rimane, infatti, sul tappeto una serie di problemi morali e politici che impegnano Governo e Parlamento ad azioni finalmente risolutive; ma su questo mi soffermerò più avanti.
Al momento, tengo a sottolineare il significato storico di questa legge. Questo significato si condensa nel fatto che la Repubblica non rende oggi omaggio a una memoria di parte, né tanto meno ad una memoria d'odio, ma a una memoria d'amore, una memoria capace di unire la comunità nazionale come solo può unire l'esperienza del dolore collettivo.
In questo senso devo esprimere il mio apprezzamento, come parlamentare della destra, per la civiltà e la maturità dimostrate da quei larghi settori dell'opposizione che hanno deciso di appoggiare questo provvedimento. So che non era facile, soprattutto per i colleghi del Gruppo dei Democratici di Sinistra, scegliere la via del riesame di consolidate versioni della storia. Mi sembra comunque significativo il fatto che una tale svolta sia maturata sull'onda del dibattito che si è svolto negli ultimi anni nel Paese intorno all'anomalo rapporto tra storia e politica che abbiamo conosciuto nei decenni passati.
Il riconoscimento della responsabilità che in tale anomalia ha svolto il vecchio PCI è venuta, almeno per quello che riguarda le foibe e l'esodo, dagli stessi vertici della Quercia. Non è privo di significato che il presidente dei deputati DS, Luciano Violante, abbia dichiarato, nei giorni che hanno preceduto alla Camera il voto sul disegno di legge, che Botteghe Oscure ha avuto "sicuramente le sue gravi responsabilità" nella rimozione del dramma di tanti italiani.
Tornando al significato complessivo del "Giorno del ricordo", l'elemento decisivo mi sembra consistere nel fatto che la data prescelta sia il 10 febbraio, giorno del Trattato di Parigi che impose all'Italia la mutilazione delle terre adriatiche. Se invece, come avevano inizialmente proposto i vertici DS, fosse stata scelta la data del 20 marzo, giorno in cui partì da Pola l'ultimo piroscafo con la nostra gente, gran parte del significato storico-politico del "Giorno del ricordo" sarebbe probabilmente andato perduto.
Il dramma dell'esodo fu, infatti, la conseguenza del fatto che l'Italia fu trattata, nonostante la cobelligeranza decisa dal Governo Badoglio l'8 settembre 1943, senza alcun riguardo dai vincitori anglo-americani. Senza il ricordo del diktat di Parigi non si intenderebbe il motivo dell'umiliante trattamento riservato ai profughi italiani, che furono pressoché occultati allo sguardo dei loro connazionali. I ferrovieri di Bologna, manovrati dal Partito Comunista Italiano, arrivarono persino a decretare lo sciopero per l'arrivo di un treno carico di esuli, asserendo che si trattava di fascisti.
A determinare le sofferenze della nostra gente fu anche un calcolo cinico e tutto politico. Gli esuli erano i testimoni della sconfitta e della mutilazione territoriale, due cose che le classi dirigenti dell'epoca volevano a tutti i costi nascondere. Il motivo stava nel fatto che quelle stesse classi, in cerca di legittimazione storica e politica, tendevano a presentarsi al Paese con il rango dei vincitori.
Secondo tale rappresentazione, la guerra l'aveva persa non l'Italia intera, ma solo il fascismo. In questo senso il mito della Resistenza fungeva da alibi e da mito autoassolutorio, come ha ben scritto lo storico Gianni Oliva in un libro uscito qualche mese fa, di cui cito brevemente un passo, che mi pare illuminante: "La Resistenza ha offerto a tutti l'alibi della vittoria ed è stata usata come strumento per una rielaborazione della storia parziale, impropria, ipotecata da rimozioni e censure". Tale è il pensiero dello storico.
Vorrei sottolineare che contro quella manipolazione si levò la voce di Benedetto Croce in un memorabile discorso tenuto alla Costituente nei giorni della ratifica del Trattato di Parigi. Il filosofo liberale indicò il rischio che l'Italia perdesse la pienezza della consapevolezza storica e difese con decisione la necessità di mostrare la verità in tutta la sua durezza e crudeltà.
Altri popoli hanno avuto la forza di vivere una nuova vita, nella libertà e nella democrazia, partendo dalla consapevolezza della tragedia e della sconfitta. Pensiamo alla Spagna, lacerata dalla guerra civile; pensiamo alla Germania, divisa in due per quasi cinquant'anni; pensiamo al Giappone, unico Paese al mondo ad aver sperimentato direttamente gli effetti tremendi della bomba atomica. Oggi sono tutte democrazie moderne e coese. Perché solo l'Italia ha voluto, invece, ricominciare a vivere nascondendo a se stessa tutta la verità sulla propria condizione?
Risiede probabilmente in quella lontana "furbizia" una delle cause della debolezza del nostro Paese in fatto di memoria comune. Forse è in quel rifiuto di accogliere degnamente i 300.000 istriani, dalmati e fiumani che non avevano più casa il primo eloquente sintomo dell'identità lacerata, il segno che l'Italia ha perso per una lunghissima stagione la percezione del destino comune e del dolore che affratella i cittadini di una Nazione.
Come dicevo all'inizio del mio intervento, l'istituzione del "Giorno del ricordo" è anche un atto che impegna politicamente il Governo e il Parlamento. Se vogliamo essere moralmente coerenti, dobbiamo anche risolvere innanzitutto la questione della restituzione agli esuli o ai loro eredi dei beni confiscati dal regime di Tito. Sarebbe un atto riparatorio che non risarcirebbe certo la nostra gente delle tante angherie e delle umiliazioni subite, ma sarebbe almeno un atto di giustizia che i tanti anni passati da quei dolorosi fatti non rendono comunque inutile. È bene che nelle trattative bilaterali con Zagabria e con Lubiana la questione venga nuovamente sollevata.
Come pure va sollevato il problema delle minoranze italiane al di là del confine. Il problema riguarda anche la restituzione alle città slavizzate della loro memoria storica. È doloroso, ma doveroso, ricordare che nei cimiteri di diversi paesi istriani sono state slavizzate persino le iscrizioni funerarie.
La situazione è drammatica. Come risulta dal censimento del 2002, la popolazione di lingua italiana si è ridotta in dieci anni del 26 per cento nell'Istria slovena e dell'8 per cento nell’Istria croata. Vi sono diminuzioni demografiche del 40 per cento, come a Piranio, o del 30 per cento, come a Capodistria. Non è un fenomeno naturale, ma il risultato della politica nazionalistica ed etnocentrica di Lubiana e Zagabria. Una legge slovena mette in seria difficoltà con l'anagrafe ben 14.000 cittadini sloveni di lingua italiana.
Il mio rammarico è che la questione non è stata fatta pesare dai vari Governi italiani mentre Slovenia e Croazia chiedevano l'ingresso nell'Unione Europea. Era doveroso da parte nostra ricordare a questi due Governi che entrare nell'Unione Europea significa anche condividere princìpi di umanità, di libertà, di tutela delle minoranze linguistiche e di rispetto dell'identità storica dei popoli. Tutte cose sancite dalla Carta dei diritti del cittadino europeo presentata al vertice di Nizza del dicembre 2000.
L'Italia democratica può impartire, da questo punto di vista, lezioni a tutti. In nessun Paese come nel nostro le minoranze sono riconosciute e garantite. Proprio per questo abbiamo titolo per chiedere reciprocità di trattamento quando si tratta di rispettare la dignità, i sentimenti storici degli italiani e l'identità dei luoghi passati sotto la sovranità di altre entità statuali. E questo non in nome di alcun rancore nazionalistico, ma in virtù dei valori di amicizia e collaborazione tra i popoli. Così si è, ad esempio, regolata Atene quando ha posto il problema della tutela della comunità greca di Cipro e nessuno l'ha accusata di nazionalismo, ponendo il problema della minoranza greca. Nessuno potrà lanciarci un'accusa simile se solleveremo il problema davanti alla Corte di giustizia europea. Ne abbiamo il diritto e l'obbligo morale.
L'Italia ha fatto fino in fondo il suo dovere. Ha riconosciuto onestamente e umilmente i torti arrecati ad altri popoli. Ma la riconciliazione e il pentimento non possono essere atti a senso unico. Anche i Paesi che hanno causato ingiuste sofferenze alla nostra gente devono fare la loro parte. Chiediamo atti dal valore politico e simbolico. Si tratta di atti fondamentali per costruire proficue relazioni internazionali: deve esserci pari dignità tra tutti i soggetti che fanno parte delle organizzazioni europee.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, gli interessi commerciali sono importanti, ma non sono tutto. C'è anche la dignità fondata sulla verità. L'Italia non ha più nulla da farsi perdonare. E proprio per questo non deve dimenticare. (Applausi dai Gruppi AN, LP e del senatore Gubetti. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pagliarulo. Ne ha facoltà.
PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, onorevoli senatori, vorrei chiedere alla Presidenza di assumere agli atti il mio intervento integralmente, ove superassi il tempo assegnato.
Come si sa, stiamo oggi discutendo un disegno di legge che istituisce il "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe. Questo disegno di legge è stato approvato l’11 febbraio dalla Camera e vorrei ricordare che su 517 votanti i favorevoli sono stati 502 e i contrari 15.
Dunque, anche la grandissima maggioranza dell'opposizione ha votato per questo provvedimento. Ma proprio nel dibattito alla Camera hanno avuto conferma tutti gli elementi in base ai quali noi Comunisti Italiani avevamo già deciso di votare no a tale provvedimento.
Vede, signor Presidente, nella replica del 4 febbraio il sottosegretario di Stato per la difesa Berselli, dunque il rappresentante del Governo, che per definizione esprime non un punto di vista personale ma il punto di vista del Governo della Repubblica, ha fra l'altro affermato che è giusto ricordare le foibe, così come è giusto ricordare gli eccidi che furono commessi allora. "I fratelli Cervi" - ha affermato - "ma anche i fratelli Govoni; le Fosse Ardeatine e Marzabotto, ma anche gli eccidi del Triangolo della Morte; don Minzoni e Matteotti, ma anche Giovanni Gentile". Ed ha concluso dicendo che questa operazione di equiparazione dei morti rappresenta il recupero della memoria storica dell'Italia intera. Non solo: il Sottosegretario ha affermato che questa legge consentirebbe di dar vita ad un clima di vera riconciliazione nazionale, che solo così potrà portare a fare del 25 aprile una data in cui gli italiani si trovino finalmente uniti.
Ebbene, noi respingiamo alla radice questo ragionamento, perché in apparenza attiene ad un generale ripudio della violenza nelle sue forme più efferate, ma nella sostanza annega le responsabilità del Ventennio e della guerra mondiale con una "equa", e perciò del tutto inaccettabile, distribuzione delle colpe. Sono le equiparazioni che hanno sempre fatto i fascisti in Italia per giustificare gli orrori del Ventennio.
Noi respingiamo alla radice questa impostazione, che annulla in ogni modo ragioni e torti, ignora il contesto in cui sono avvenuti i singoli episodi, propone una radicale riscrittura della storia d'Italia durante, prima e dopo la guerra. Noi respingiamo alla radice tutto ciò perché è iscritto nel tentativo di chiudere la parentesi di questo cinquantennio democratico, di riabilitare il fascismo, di dare allo Stato italiano nuovi fondamenti ideali e, come si vede dai dibattiti di queste settimane, istituzionali.
Sempre nel dibattito alla Camera si è ricordato che nella relazione che illustra la proposta di legge vi era il riferimento ai meriti della X Mas e del Battaglione bersaglieri Mussolini, come è parso in alcuni interventi alla Camera che la legge di cui stiamo discutendo fosse dipinta in qualche modo come un completamento dell'introduzione della Giornata per la memoria dell'Olocausto.
Le foibe sono state una vicenda terribile, ma foibe e Shoah non sono paragonabili. Sono stati sottolineati toni di tipo irredentistico che mi paiono fuori dalla storia ed inopportuni politicamente. La Slovenia entrerà a far parte dell'Unione Europea il 1° maggio, la Croazia dovrebbe in breve tempo entrare in Europa. Non mi sembra proprio il momento di una recrudescenza irredentistica, né mi pare il momento di aprire contenziosi con questi Paesi.
Si è respinto un emendamento, tra i tanti, che avrebbe escluso dal riconoscimento previsto dalla legge i congiunti di coloro che tennero un comportamento efferato fra appartenenti e collaboratori di organi come l'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, il Centro per lo studio del problema ebraico (come si sa, era un eufemismo), i membri delle squadre di azione protagonisti dei pogrom antiebraici.
Si è sottolineato che l'elemento ideologico di fondo del dramma delle foibe fu il comunismo, anzi che la Giornata della memoria di cui stiamo discutendo sarebbe la giornata della memoria della vergogna del comunismo italiano. Si è detto che la guerra ai confini orientali era motivata dal fatto che bisognava impedire che il nostro Paese fosse invaso dal comunismo; si è asserito che i combattenti della RSI salvarono migliaia di italiani dall'odio tedesco.
Ebbene, signor Presidente, mi è parso stupefacente che tutto ciò sia avvenuto nell'Aula della Camera dei deputati del Parlamento della Repubblica e mi permettano gli amici e in particolare i compagni dell'opposizione di dire che trovo assai grave che questa legge abbia trovato il voto favorevole della stragrande maggioranza dei deputati dell'opposizione. Le foibe - ripeto - sono state un fenomeno drammatico e gravissimo, ma precedenti e cause non possono essere rimossi, pena una visione metastorica di parte e funzionale ad una tesi che, in ultima analisi, è quella della storiografia fascista.
Né si può ignorare tutto ciò che avvenne nei territori conquistati dal 1941 nella Iugoslavia. Posso ricordare qualche episodio come, ad esempio, il rastrellamento nel villaggio di Kragulevak, ove sarebbero state fucilate 2.300 persone; nella zona occupata della Slovenia si stimano in 4.000 gli ostaggi fucilati dagli italiani, in 1.903 quelli torturati ed arsi vivi, in 7.000 i deportati; nel campo di concentramento della sola isola di Arbe sono state calcolate 1.500 vittime.
Gli storici sloveni stimano in 11.000 i morti fra gli internati iugoslavi nei campi italiani. 15.000 slavi furono internati ad Arbe, 4.000 a Gonars, 4.000 a Visco, 1.000 a Sdraussina, tanti altri in provincia di Arezzo, Treviso, Padova, Frosinone. Dal 1941 al 1943 furono colpiti gli ebrei in quei territori; proprio a Trieste, il 16 settembre 1938 (l’anno delle leggi razziali), Mussolini pronunciò un duro discorso contro quello che lui chiamava l’ebraismo mondiale.
Fu il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d'armata nel 1942 a decretare l’invio in campi di prigionia di tutti i maschi fra i diciotto e i cinquantacinque anni trovati in località isolate nella regione di Lubiana, internando tutti gli sloveni e mettendo al loro posto gli italiani. Fu sempre lui a inviare una circolare in cui scriveva testualmente che "si ammazza troppo poco".
Fu il generale Umberto Fabbri nell'estate del 1942 a ordinare la fucilazione di centinaia di croati e sloveni residenti nella parte della Croazia annessa alla provincia di Fiume. Fu il generale Gastone Gambara, succeduto al generale Robotti, ad affermare testualmente: "logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo". Lo affermava a proposito del campo di concentramento di Arbe, soprannominato "l'isola della morte".
Fu il generale Emilio Grazioli a scrivere, in un dispaccio riservato: "estensione delle rappresaglie agli abitati situati in prossimità dei luoghi ove si verificassero rappresaglie, attentati, atti di sabotaggio".
Fu il tribunale militare di guerra insediato a Lubiana a decretare, nella seduta del 7 marzo 1942, la pena capitale per 28 abitanti di Borovnika, e il plotone d'esecuzione era composto da elementi dell’VIII Battaglione M. E "M", sapete, voleva dire Mussolini. I più gravi crimini furono commessi proprio dai reparti delle camicie nere. Perché? Lo scriveva in una lettera la camicia nera Guglielmo Ricci che si trovava a Spalato. Ricci scriveva: "facciamo la guerra al comunismo e non gli diamo pace, poiché, escluso gli italiani, sono tutti comunisti". Continua la lettera: "si fece il plotone di esecuzione e se ne fucilò 26 e con buona soddisfazione a me toccò proprio il capo di tutti i comunisti della Croazia".
Ricordo che, su un calcolo approssimativo, di 45.000 deportati da tutta l'Italia nei lager nazisti, i soli deportati dal territorio della Adriatisches Kunstenland, cioè della Venezia Giulia, secondo gli storici, furono 8.822, uno su cinque. Da altri studi si evince che, su 123 convogli partiti da tutta Italia verso i campi di sterminio, 74 partirono dalla Adriatisches Kunstenland. Su 43 convogli a livello nazionale di soli deportati ebrei, 22 partirono dallo stesso territorio.
Il documento della commissione bilaterale italo-slovena afferma che il fascismo cercò di snazionalizzare le minoranze slovene e croate presenti nella Venezia Giulia con l'intento di arrivare a una bonifica etnica della regione e aggiunge un severo giudizio sulle violenze gravissime compiute dopo l’8 settembre dai partigiani iugoslavi ai danni degli italiani.
Ricostruisce poi l'esodo degli italiani dall’Istria nel dopoguerra. In particolare, il documento sottolinea l'azione del regime fascista che aveva l'intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia; la commissione citata ricorda la repressione attuata nei confronti del clero attraverso vari episodi. Stime iugoslave calcolano in 105.000 gli sloveni e i croati che andarono via dalla Venezia Giulia. Tutto ciò determinò un fortissimo sentimento antitaliano.
Mi pare che gli elementi che ho riassunto o citato siano il punto di partenza per qualsiasi ragionamento su ciò che avvenne successivamente, e cioè le foibe e le sparizioni e gli orrori ad esse collegati. Foibe e sparizioni, ho detto. Ma attenzione: perché il senatore Magnalbò ha affermato che con questa legge si rimedia alla memoria di quelle vittime, che fino ad ora sono state considerate diverse rispetto a quelle di altri genocidi? Perché ha utilizzato la parola "genocidio"?
È la vecchia tesi dell'estrema destra italiana, quella del "genocidio nazionale"? Non fu un genocidio, per l'eterogeneità dell'origine territoriale delle vittime: esse furono giuliani e dalmati, prevalentemente, ma anche sloveni, croati e italiani di altre regioni. Non fu un genocidio per il numero: nel 1943, secondo le stime delle stesse autorità della Repubblica sociale italiana, oscillarono da 500 a 700; nel 1945 furono, forse, alcune migliaia (4.000-5.000, secondo alcune stime). Cifre terribili, certo, ma lontanissime da qualsiasi definizione di genocidio. Parlare di genocidio, ancora, da un lato cambia il segno di quello che avvenne e dall’altro avvicina le foibe, come ho già detto, alla Shoah.
Dunque le foibe del 1943, dopo l’8 settembre, furono causate dall’oppressione di un ventennio, da deportazioni, esecuzioni, arresti, distruzioni di villaggi; quelle del 1945, alla fine di una guerra di aggressione da parte dell’Italia fascista, si spiegano in modo analogo, con l’aggiunta della vendetta del nazionalismo slavo, che otteneva la sua terribile rivincita contro gli italiani.
Ecco perché questa legge è sbagliata e pericolosa. Perché parla di memoria ma cancella la memoria. Perché registra un evento senza un "prima" e un "dopo", perché riduce il "dove" ignorando tutto il resto di ciò che avvenne in quei territori e nei territori slavi, e in questo modo mistifica il "perché", quando non imbroglia, come quando si afferma, come è avvenuto alla Camera, che le foibe sono state determinate dalla "ideologia comunista".
Perché la resistenza che si sviluppò in Istria, sul Carso, nelle stesse città di Trieste e Gorizia vide spesso uniti croati, sloveni, italiani. Perché con le autorità tedesche collaborarono tanti vecchi fascisti, nonostante la Venezia Giulia fosse stata staccata dalla stessa Repubblica sociale e annessa al Terzo Reich. Perché sotto il comando tedesco operarono l’Ispettorato di pubblica sicurezza, la Guardia di finanza, i collaborazionisti italiani, i "domobranci" sloveni, i "centini" serbi, i cosacchi a cui i nazisti avevano dato la Carnia per farne il Kosakenland dopo aver cacciato gli abitanti e bruciato i villaggi. E fu nel contesto della Adriatisches Kustenland che nacque il forno crematorio alla Risiera di San Sabba. Perché si è calcolato che i partigiani iugoslavi uccisi durante la Resistenza e la seconda guerra mondiale sono stati circa 1.700.000. O tutto ciò non ha avuto alcuna importanza?
Eppure - aggiungo - la Germania ha subìto terribili eventi alla fine della guerra, ma non è mai stata istituita alcuna Giornata della memoria. Né si può dimenticare, a proposito di chi per pura propaganda di destra parla di giornata della vergogna dei comunisti italiani, che più volte, ed in particolare nella risoluzione del Cominform del 1948, il Partito Comunista Italiano e la Lega dei comunisti iugoslavi si collocarono su fronti opposti.
Né si possono dimenticare i tanti comunisti italiani, a cominciare da Palmiro Togliatti, che hanno lavorato per anni per superare contrapposizioni e per creare in quelle terre una condizione di convivenza duratura e ragionevole.
Né si può sottacere che la legge di cui stiamo discutendo oggi, ben oltre gli scopi a cui essa è deputata, di fatto può rinfocolare e dividere proprio in un momento in cui nuovi membri entrano nella Comunità europea.
Né si può dimenticare lo scenario durante e al culmine del quale avvengono i terribili episodi cui si riferisce la legge, e cioè la guerra, che fu guerra di aggressione, che la Germania di Hitler e l'Italia di Mussolini hanno iniziato in Europa, causando - assieme alla Grande guerra, definita dal Pontefice "l’inutile strage" - la più grande ecatombe della storia dell’umanità.
Altro che, come è stato affermato alla Camera, dire che con tale provvedimento potremmo superare le conseguenze della tragica guerra del 1940-1945! Come se quella guerra fosse caduta dal cielo, o come se non vi fosse alcuna differenza fra aggrediti ed aggressori!
Noi Comunisti Italiani non condividiamo questo disegno di legge, che corre il rischio di rinfocolare tensioni e rancori. Ed è significativo che proprio alla Camera parole di verità siano state pronunciate da un uomo con il quale in passato i comunisti sono sovente entrati in polemica, Ugo Intini, quando ha affermato: "I fascisti hanno oppresso l'Italia, i comunisti no; i fascisti hanno perseguitato gli ebrei italiani e tanti cittadini italiani, i comunisti no. Anzi, i comunisti hanno lottato per la libertà dell’Italia assieme ai socialisti, ai democristiani e ai liberali".
Vedete - mi rivolgo agli amici e ai compagni dell'opposizione - io ho molto rispettato ed apprezzato le parole di Ugo Intini, perché ha detto cose che ritengo giuste ed ovvie, sia pure nell'ambito di un’opinione, anche su questo testo di legge, diversa dalla nostra. Ma mi sarei francamente aspettato di non ascoltare solo dall’onorevole Intini quelle parole nell'ambito della cosiddetta sinistra moderata.
Il giudizio su questa legge e sulla tragedia delle foibe, come su tante vicende, è iscritto in un giudizio più ampio che riguarda la storia del nostro Paese, le responsabilità del fascismo, il rapporto fra comunisti e democrazia, la costruzione dell'Italia, che, come tutti voi, cari colleghi dell’opposizione, sostenete, come tutti noi sosteniamo, è nata dalla Resistenza. E fu essenziale il ruolo del PCI nel dopoguerra proprio sulla questione di Trieste e in particolare nel 1946, quell’anno cruciale in cui i comunisti erano al Governo.
Se oggi vedo un oblio, lo vedo verso tutte le avventure coloniali del fascismo in Africa, lo vedo verso l’invasione della Iugoslavia, lo vedo in generale verso i misfatti, le stragi, le violenze perpetrate in patria e all’estero dal fascismo.
Nella storia della guerra di liberazione nazionale e del dopoguerra, una storia che è anche la nostra e la vostra, che è la storia degli italiani, uno dei più importanti protagonisti è stato il Partito Comunista Italiano, che ne ha segnato le tappe in ogni modo con lotte inenarrabili, con il sacrificio dei militanti, con l’abnegazione dei dirigenti.
La storia delle battaglie di libertà in Italia è anche la storia del Partito Comunista Italiano. Oggi quella storia e quelle libertà sono messe in discussione da un Governo che, in modo diretto o in modo surrettizio, cerca di trasformare i connotati della Repubblica anche attraverso una riabilitazione parziale o totale del fascismo ed anche attraverso un'ignobile campagna di menzogne verso il Partito Comunista Italiano.
Badate, l'attacco al Partito Comunista Italiano è anche un attacco alla democrazia, a quella democrazia che abbiamo costruito in questo mezzo secolo insieme: comunisti, socialisti, laici, cattolici.
Di quella storia, di quei militanti, di quei dirigenti noi andiamo orgogliosi e ne rivendichiamo - noi comunisti - l’eredità ideale. Grazie a quella storia abbiamo appreso una visione critica delle cose ed anche della nostra stessa storia, ma questa visione critica non è mai rimozione e tanto meno pentimento. È una storia che ci ha insegnato a non levarci il cappello né davanti ai potenti, né davanti ai prepotenti. I comunisti del nostro Paese sono sempre andati, vanno e andranno a testa alta! (Applausi dai Gruppi Misto-Com, DS-U e Misto-RC. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedrizzi. Ne ha facoltà.
PEDRIZZI (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, fino a qualche minuto fa non sapevo ancora come avrei impostato il mio intervento; non sapevo cioè se utilizzare gli usuali e canonici schemi, riflettendo sull’importanza di quanto stiamo decidendo, di quello su cui stiamo legiferando, con considerazioni di carattere personale, ovvero se tentare di far comprendere a quest’Aula la dimensione soprattutto spirituale, oltre che fisica, della tragedia dei giuliano-dalmati leggendo alcuni scritti di un mio carissimo amico, Claudio Antonelli, profugo e figlio di profughi istriani, oggi residente in Canada.
Solo ora, negli ultimi minuti, sapendo che avrebbe presieduto lei, signor Presidente, e confidando nella sua comprensione e disponibilità, ho deciso che cercherò di fare l’una e l’altra cosa, se lei me lo consentirà, svolgendo cioè il mio intervento e le mie considerazioni e chiedendole poi di lasciare agli atti gli scritti di Claudio che avrei voluto leggere, cosa che non posso fare per motivi di tempo, ma che i colleghi o che gli interessati ai nostri dibattiti potranno trovare domani nella nostra documentazione, commuovendosi, sicuramente commuovendosi, come è capitato a me.
Onorevoli colleghi, esiste una verità che per sessant’anni è stata nascosta agli italiani, una pagina di storia strappata dai libri, rimossa dalla memoria collettiva, negata a tutte le giovani generazioni del dopoguerra. L’oblio a cui si è voluto condannare l’olocausto degli italiani trucidati, infoibati, dai comunisti slavi e l’esodo di decine di migliaia di giuliano-dalmati è una delle vergogne più grandi a cui noi come classe politica, come italiani, ma direi anzitutto come uomini, abbiamo il dovere di porre rimedio.
E, certo, ad assolvere ad un simile impegno, che è storico e sacro per chi crede nella verità ultima e vera e non alla verità ideologica, non basterà certamente l’istituzione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe e degli esuli istriani perché non è sufficiente - anche se è evidentemente necessario - dedicare un giorno dell’anno alla memoria del genocidio e dell’esodo che gli italiani istriano-dalmati hanno subito e per cancellare forse la nostra più grande vergogna nazionale.
Per mezzo secolo, per viltà e opportunismo, ci siamo dimenticati i nostri fratelli infoibati e cacciati dalle loro terre, per aver accettato e soggiaciuto al ricatto del Partito comunista, soprattutto alla sua egemonia sulla cultura, al suo potere di pressione; abbiamo evitato di guardare dentro quelle foibe dove erano stati gettati i nostri fratelli ma dove precipitò anche la nostra dignità, il nostro coraggio e - se a qualcuno la parola non fa paura - anche il nostro onore.
Revanscisti, nazionalisti, fascisti erano chiamati quelli che per tutti gli anni di questo lungo interminabile dopoguerra - il "passato che non vuole passare" lo ha definito qualcuno - nelle scuole e nelle piazze, nei Consigli comunali e nelle Aule parlamentari, nell’indifferenza generale e circondati dall’ostilità più ottusa e fanatica, non hanno mai smesso di ricordare il sacrificio di quegli italiani scientificamente eliminati dalle fazioni partigiane di Tito, benedette da Tito, il maresciallo a cui anche i moderati italiani - lo dobbiamo riconoscere, democristiani, socialisti, liberali - guardavano come al leader illuminato di un Paese socialista non allineato.
Revanscisti, nazionalisti, fascisti ci chiamavano per chiuderci così la bocca e per farci e far chiudere gli occhi sulla tragedia della Venezia Giulia, per non sentire più i nomi dell’orrore (Basovizza, Monrupino, Opicina), per non ricordare cosa accadde, per non rivivere le scene dell’orrore.
I nostri fratelli condotti, dopo atroci violenze e sevizie, nei pressi della foiba, i polsi, le caviglie, legati con il filo di ferro stretto con le pinze e poi legati l’uno all’altro fino a farne una fila da dieci per essere gettati nel baratro, dopo che al primo della cordata - pensate, era il più fortunato - il piombo comunista aveva tolto la vita; poi, chi non trovava subito la morte dopo un salto di decine e decine di metri, restava lì, nel fondo della foiba, ad agonizzare tra sofferenze indicibili.
Oggi per la destra, per noi che non abbiamo mai smesso di averle davanti agli occhi quelle scene, per noi che da ragazzi frequentavamo le sedi degli esuli giuliano-dalmati oscure e abbandonate dove si rifugiavano questi nostri fratelli, per noi che ai nostri giovani non abbiamo mai smesso di raccontare quanto avvenne, che mai abbiamo smesso, neppure per un attimo, di ricordare agli italiani quanto ha sofferto il popolo istriano, quanto ingiusto è stato ed è il suo esilio, quanto feroce fu la slavizzazione di quelle terre, ebbene, per noi oggi è un giorno particolare ed importante: e, guardate, non perché dopo tanti anni, tante incomprensioni e tante accuse questa è una vittoria politica, sarebbe veramente meschino se lo pensassimo, ma perché la nostra battaglia oggi è patrimonio condiviso della stragrande maggioranza del Paese.
Oggi le foibe non sono più una battaglia della destra, ma una ferita che tutta la Nazione avverte nel suo corpo e con tanta più sofferenza ed acutezza quanto lungo è stato il tempo della sua rimozione per mezzo di quelle che lo storico Courtois chiama le "amnesie-amnistie" della storia. Amnesie clamorose che si tingono di surreale quando, come è stato ricordato, cercando su un vocabolario il termine foiba si trova generalmente questa definizione: "Dal friulano foiba e in latino fovea, fossa; in geografia fisica: uno dei tipi di dolina; in particolare, nella regione istriana sono indicate con il nome di foiba le grandi conche chiuse derivate da doline fuse assieme, al fondo delle quali si apre un inghiottitoio più o meno profondo". Questo recita il vocabolario; nessun riferimento, evidentemente, all’uso che i partigiani comunisti iugoslavi del maresciallo Tito ne fecero tra il 1943 e il 1945.
Amnesie storiche clamorose, appunto, e grottesche. Amnesie che costituiscono l’antecedente ideologico alle amnistie politiche, perché quando si parla di Istria e di foibe non si può dimenticare un’altra tappa di questo lungo percorso di infoibamento della memoria e della dignità nazionale.
Non si può nemmeno dimenticare, per carità di Patria, nemmeno per opportunità o meglio opportunismo politico la grave responsabilità della classe politica dirigente italiana nella rinuncia alla Zona B del mai nato territorio di Trieste. Questione che nel 1974 l’allora Presidente della Repubblica sbrigò con questa battuta: "Non faremo la guerra certamente per cinquecento metri di terreno" laddove si trattava di oltre cinquecento chilometri quadrati di terra italiana.
Senza il Trattato di Osimo del 1975, infatti, oggi quelle terre sarebbero automaticamente italiane. Sarebbe bastato solamente che la nostra diplomazia di Governo avesse avuto il senso della Nazione oltre ad un minimo di lungimiranza politica in grado di farle intuire che qualcosa sarebbe cambiato…
BASSO (DS-U). Non dovevate andare in guerra con la Germania! Ma questa è altra storia. (Richiami del Presidente).
PEDRIZZI (AN). …e che nessun dato della storia è eterno, per evitare di svendere e tradire la nostra storia, il nostro territorio, la nostra gente. La nostra storia, signor Presidente, il nostro territorio; una storia ed un territorio italiani.
Anche su questo punto è necessario essere chiari e rimettere le cose a posto rispondendo una volta per sempre a coloro i quali ancora oggi non si vergognano di continuare a mentire affermando incredibilmente che l’orrore delle foibe fu una nemesi dolorosa, una ritorsione iugoslava per le atrocità commesse dall’esercito italiano in territorio iugoslavo durante l’occupazione fascista.
Una tesi che gli stessi fatti si incaricano di smentire. Se da un lato, infatti, la storiografia inglese in particolare ed israeliana hanno dato atto ai comandi italiani nei territori occupati (Iugoslavia, Grecia, Ucraina) di aver svolto un’importante opera di moderazione, dall’altro, bisognerebbe chiedersi perché, se le truppe italiane erano così odiate, le popolazioni della Iugoslavia avrebbero soccorso e protetto i militari italiani sbandati e ricercati dai tedeschi e perché la resistenza iugoslava avrebbe accettato che le divisioni italiane fedeli al Governo del Sud combattessero al loro fianco in Bosnia tra il 1943 e il 1945.
La verità è che l'ondata di massacri che si abbattè sull'Istria, su Trieste e su Gorizia faceva parte di un disegno preordinato di pulizia etnica per spaventare e cacciare dalla Venezia Giulia la popolazione di lingua veneta italiana; un disegno che si servì della retorica e della maschera dell'antifascismo come pretesto per ingannare l'opinione pubblica italiana e i Governi occidentali; un disegno che vide complice - lo dobbiamo ricordare - il Partito comunista disposto a cedere un'intera Venezia Giulia, fino a Trieste, Gorizia e Monfalcone, alla Iugoslavia di Tito.
Del resto Palmiro Togliatti, di cui oggi Cossutta e Rizzo, ma anche altri colleghi, rivendicano coerentemente l'eredità, tra il 16 e il 17 ottobre 1944, dopo l'incontro con i rappresentanti del maresciallo Tito, Edvard Kardelj e Milovan Gilas, scriverà al suo inviato nella Venezia Giulia Vincenzo Bianco: "L'occupazione della Iugoslavia è un fatto positivo di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo in tutti i modi favorire perché significa che in questa Regione non vi sarà una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana".
Dunque, non fu un errore del PCI di allora, come oggi dicono i DS accusati di revisionismo dai loro alleati di estrema sinistra, ma come ha giustamente scritto Alberto Indelicato su "Il Giornale": "La condotta dei comunisti italiani rispondeva ad una logica impeccabile, ad una posizione di soggezione a Stalin e al suo disegno di estendere l'egemonia sovietica in tutta Europa. Di quel disegno le bande di Tito costituivano una pedina indispensabile perché l'URSS mirava ad affacciarsi sull'Adriatico in preparazione di altre conquiste".
Questa è la verità storica, l'unica vera verità che dobbiamo finalmente tramandare alle generazioni future per ricordare loro, non un giorno l'anno ma ogni giorno e in qualsiasi occasione, cosa è stato e cos'è il comunismo, cosa è stata la tragedia dei nostri fratelli uccisi nelle foibe, quanto grande la sofferenza degli italiani cacciati dalle terre istriano-dalmate, esuli in una Patria che per decenni li ha dimenticati. Dobbiamo ricordare la verità, raccontarla, difenderla, perché come è scritto nel Vangelo, è la verità che rende liberi, liberi come uomini, liberi come Nazione. (Applausi dal Gruppo AN e del senatore Forlani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malabarba. Ne ha facoltà.
MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, mi chiedo: la vicenda delle foibe può essere semplicemente liquidata come il frutto avvelenato delle imprese del generale Robotti, ossia dei massacri di sloveni e croati da parte dell'esercito italiano ai tempi del regime fascista? Questa è sicuramente una verità storica incontrovertibile, come ha ricordato puntigliosamente prima di me il senatore Pagliarulo e che in troppi - e non solo nella maggioranza, purtroppo - dimenticano.
Noi vogliamo scavare più a fondo o almeno lo vorremmo, ma probabilmente anche questa occasione di discussione sul doveroso riconoscimento ai congiunti degli infoibati non solo è andata persa dal punto di vista della restituzione della dignità alle vittime di una tremenda vicenda legata alla guerra e all'immediato dopoguerra, ma ha rappresentato un ulteriore passaggio molto negativo e preoccupante nel processo di revisionismo storico che punta a cambiare la natura del nostro patto fondativo costituzionale.
Per questa ragione, e nonostante l'accoglimento di alcuni nostri emendamenti nel corso della discussione presso la Camera dei deputati, abbiamo votato contro e voteremo contro il disegno di legge anche al Senato.
Soprattutto vogliamo denunciare ancora una volta la strumentalità da parte della maggioranza e del Governo rispetto ad un terreno come questo. Lo facciamo con grande convinzione proprio perché il nostro partito è nato - mi riferisco proprio alla ragione della sua esistenza, del suo atto costitutivo - dalla rottura esplicita con lo stalinismo e con i regimi autoritari e repressivi dell'Est europeo.
Pur non essendo il solo problema di una vicenda come questa - è ovvio - lo stalinismo e i regimi da questo prodotti fanno da sfondo ideologico, politico e sociale con conseguenze tanto chiare quanto drammatiche.
Già nel dibattito sull'istituzione della cosiddetta "Giornata della libertà", legata alla caduta del Muro di Berlino, ci siamo sentiti rinfacciare da parte della destra crimini dell'Unione sovietica o dei regimi staliniani di cui non si capisce dove la destra debba sentirsi vittima. Colgo così l'occasione per rivendicare, al contrario, qualcosa che sento particolarmente mio.
Le purghe staliniane degli anni Trenta in Unione Sovietica e, a cascata, in tutti i partiti comunisti del mondo, riguardavano soprattutto gli oppositori di sinistra, che si opponevano alla controrivoluzione operata dal regime, sia nei loro gruppi dirigenti massimi sia tra i milioni di militanti e di simpatizzanti che li seguivano.
Per fare un esempio, a venti anni dal 1917, dei membri del Comitato centrale del Partito bolscevico che diresse la Rivoluzione, quasi nessuno era morto nel suo letto, mentre tutti gli altri erano stati fucilati, (tranne Trotsky, in esilio in Messico, che fu picconato da un sicario di Stalin nel 1940). Così fu per il Partito polacco in cui aveva militato Rosa Luxembourg, che fu liquidato, alla vigilia della II Guerra mondiale, in nome del Patto Ribbentrop-Molotov, che portò alla spartizione della Polonia. E così, peraltro, fu in tutte le successive rivolte popolari represse dai carri armati sovietici.
La destra si è richiamata alla Berlino del 1953, dove gli operai avevano dato vita ai Consigli, ai vituperati Soviet. Vorrei ricordare che chiedevano il socialismo e non il potere della burocrazia e non inneggiavano, certo, alle borghesie occidentali. Che c'entrate, voi, colleghi della destra, con quelle rivendicazioni esplicite e con quegli obiettivi? Così è stato per Budapest nel 1956, per Praga nel 1968, Stettino e Danzica nel 1970, dove gli operai uscivano dai cantieri Lenin con le bandiere rosse e al canto dell'"Internazionale" e ancora contro Jaruzelsky nel 1980-1981 in Polonia, dove Solidarnosc nasceva su una splendida piattaforma per la democrazia socialista. Che c'entrate voi? Queste sono le nostre lotte per la democrazia e per il socialismo, contro la dittatura staliniana di cui è figlia la mia generazione politica e culturale. Quella repressione e le sconfitte di quelle lotte hanno portato al crollo dei regimi e alla crisi sociale acutissima che oggi attraversano.
Ma veniamo alle foibe. Nel 1943 la violenza fu spontanea, come vendetta dei contadini slavi per le tante violenze fasciste (che usavano nel 1921-1922, signor Presidente, proprio le foibe per gettare le vittime): qualcuno se ne ricorda? Se il senatore Pedrizzi lo vuole scrivere nel dizionario, sappia che qualcuno ha inaugurato la serie. Gli slavi avevano rappresentato una percentuale molto alta tra i condannati a morte dai tribunali speciali ed erano stati trattati ferocemente durante il ventennio, ma ancor più dopo la spartizione della Iugoslavia tra Italia e Germania nazista.
Tutte le testimonianze dirette, oltre a ricondurre quegli episodi a una rivolta contadina, con tutti gli strascichi di "giustizie fatte da sé" ai danni di coloro che per vent'anni erano stati i padroni, vale a dire non solo i fascisti ma gli italiani in genere, parlano di poche centinaia di vittime.
Nel 1945, invece, c'è stata una politica feroce di eliminazione degli avversari. Qui ritorna prepotentemente lo stalinismo, per capire cosa facevano le ben organizzate truppe di Tito. Ci sembra che vada ricordato un aspetto di solito ignorato: nel corso della guerra, la sinistra parte internazionalista e arriva nazionale, cosa che avrà ricadute devastanti. La questione fondamentale è che i comunisti iugoslavi avevano assimilato a fondo il recupero del nazionalismo che stava dietro al socialismo in un solo Paese e a tutta l'impostazione dei fronti popolari. Faccio un riferimento simbolico.
Uno degli scontri tra comunisti iugoslavi e parte di quelli italiani di Trieste e dell’Istria fu legato all’uso della bandiera rossa, vietata dagli iugoslavi al pari di quella italiana durante l’occupazione di Trieste. La guerra, iniziata come antifascista, divenne antitedesca e antitaliana, analogamente a quanto avveniva su scala maggiore con la grande guerra patriottica, come in URSS fu chiamata e vissuta la Resistenza.
Al tempo stesso, l’analoga impostazione nazionale data dal CNL italiano, con una piena corresponsabilità del Partito Comunista Italiano, creava tensioni nelle zone di contatto, che in qualche caso si tradussero anche in scontri armati o, peggio, in esecuzioni a freddo.
La contraddizione finì per lacerare, con strascichi che rimasero a lungo, lo stesso Partito Comunista Italiano, diviso in quella zona tra un PCI giuliano, che pubblicava un giornale che si chiamava "Il lavoratore", apertamente a favore dell’annessione alla Iugoslavia, e un Fronte comunista italiano, divenuto successivamente PCI della Venezia Giulia ad opera di dissidenti contrari alla soluzione annessionistica, non in chiave nazionalistica italiana ma contrapponendo piuttosto la bandiera rossa a quella iugoslava.
Le tensioni di quegli anni facilitarono poi l’impegno duramente antititoista (ma di fatto antiugoslavo) del Partito comunista del Territorio Libero di Trieste guidato da Vittorio Vidali.
Nella vicenda di quel periodo si intrecciarono dunque l’espansionismo iugoslavo e le comprensibili vendette che accompagnano ogni crisi politica e sociale. Alcuni commentatori hanno sottolineato il carattere prevalentemente non etnico delle violenze, ricordando che ad esempio in Slovenia i comunisti fucilarono circa 12.000 compatrioti collaborazionisti (o presunti tali, cioè anticomunisti o anche solo non comunisti), mentre in tutta l’area che va da Zara a Gorizia le vittime italiane secondo gli alleati (cioè gli Stati Uniti d’America) furono da 4 a 6.000.
Dare numeri attendibili non vuol dire giustificare ma essere storicamente onesti; distinguere tra quelli che sono atti inevitabili in un conflitto ancora aperto e la repressione successiva a freddo è importantissimo.
L’atto di fucilare, che in un momento dato della lotta può essere una dolorosa necessità, come hanno raccontato tanti comandanti partigiani e in alcuni casi lo stesso presidente della Repubblica Sandro Pertini, diventa in assoluto inaccettabile quando è rivolto a vinti ormai inermi e per motivi ideologici.
Non è possibile dunque alcuna giustificazione di quel che avvenne a Trieste nel 1945, perché veniva fatto quando non c’era più incertezza sull’esito della guerra antifascista: era semplicemente una logica staliniana di eliminare fisicamente e preventivamente i possibili oppositori all’annessione.
Per giudicare non ci serve contare i morti dell’una e dell’altra parte, ma vedere come l’ansia di cambiamento di quegli anni sia stata distorta, provocando un comprensibile rigetto in chi, invece degli ideali emancipatori e internazionalisti che avevano caratterizzato fin dal suo sorgere il movimento operaio, si trovava di fronte una ripresa di antichi nazionalisti.
Tra l’altro, non solo i fascisti ma anche la maggior parte di quelli che scrivono sulla questione ignorano tutto della crisi che il complesso rapporto del PCI con la Iugoslavia innescò negli anni successivi, provocando lacerazioni, espulsioni e partecipazione di ottimi militanti perfino ad attività terroristiche contro il Partito comunista iugoslavo e Tito in particolare, in nome della fedeltà incondizionata a Mosca. Oppure l’appoggio offerto dal PCI alla mobilitazione nazionalista del Governo di centro-destra di Pella contro la Iugoslavia. Quindi parliamo delle foibe e giudichiamole pure senza reticenze, ma anche senza strumentalizzazioni.
Le foibe sono state un passaggio drammatico nella storia della Venezia Giulia. Non possono essere liquidate, come qualcuno ancora oggi fa, come se si trattasse della giusta punizione di qualche residualità fascista. L’ho detto: la violenza che gli oppressori avevano precedentemente dispiegato non può assolvere l’orrore che vi fu dopo.
La nostra critica è netta. È uno dei capisaldi su cui si basa la nostra rifondazione. Se si fosse trattato di affermare queste dolorose verità e concedere un giusto riconoscimento ai parenti delle vittime non avremmo negato il nostro assenso.
Ma la verità è che si è colto a pretesto cinicamente la vicenda delle foibe per produrre un'altra devastante operazione di destrutturazione dell’assetto culturale e democratico del nostro Paese.
Se si propone, come avviene con questo provvedimento, una giornata di memoria al pari del 25 aprile o dell’Olocausto, si vuole in realtà affermare che sono tutte sullo stesso piano e finalmente riscoprire la gioia della riconciliazione nazionale, come qualcuno l’ha chiamata.
Non scherziamo. Noi combattiamo questa strumentalità, frutto di un preciso disegno politico che ha allontanato i riflettori dalla vicenda concreta e drammatica delle foibe, per proiettarli su quella vicenda ideologica che punta a gettare discredito sulla storia antifascista del Paese, e contemporaneamente ad alimentare la tesi che c'era del buono nel fascismo.
Questa tesi infondata è alla base - lo ripeto - di un revisionismo che vuole cancellare l'antifascismo dalla storia del Paese per soppiantarlo con un nuovo collante: l'apologia del mercato e l'anticomunismo. È contro questa operazione che noi ci opponiamo.
La nostra scelta strategica e culturale è quella di far vivere, al contrario, l'attualità della religione civile dell'antifascismo, con le lotte sociali e democratiche che caratterizzano questa fase della vita politica e sempre più il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, DS-U e dei senatori Mancino e De Zulueta).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Budin. Ne ha facoltà.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, questa è una legge con cui vogliamo rendere onore al ricordo di quei tragici e drammatici avvenimenti. E allora, tanti altri effetti pratici questa legge non ne ha: vuole rendere onore ed io credo che l'onore lo rendiamo essendo presenti quando si discute di questa legge. Non trovo molto felice che ci sia questa scarsa presenza nell'Aula del Senato e non trovo per niente felice che i banchi del centro-destra siano completamente vuoti!
Questa è una legge importante, è un atto doveroso per tanti aspetti; è un atto doveroso del Parlamento verso tutti coloro che sono portatori di quella memoria, perché quelle vicende le hanno vissute in maniera più o meno diretta, o perché sono portatori di quella memoria avendola ereditata.
Come si sa, la memoria storica, soprattutto quando questa è legata a vicende dolorose e ad ingiustizie subite è un patrimonio che si eredita più o meno spontaneamente da parte delle nuove generazioni. E chi è portatore di quella memoria è soggetto ad una sensibilità particolare, che merita ed esige rispetto e riconoscimento.
Con questa legge, quelle vicende vengono acquisite alla storia italiana come fatti che diventano, assieme al resto della storia nazionale, parte del patrimonio della memoria di tutti, non solo di una parte degli italiani. E venendo acquisite - e lo dimostra il voto pressoché unanime alla Camera dei deputati - da parte di tutti nella memoria collettiva e condivisa, non sono più materia controversa, né oggetti del contendere politico, e perciò non sono più vicende usabili o, peggio, strumentalizzabili politicamente.
Questa legge, poi, è un atto doveroso per la sinistra ed è giusto che siamo noi a sottolinearlo, per quella sinistra che noi rappresentiamo, per quello che essa è oggi ed anche per ciò che è stata nel passato. È un atto doveroso per una sinistra che ha mantenuto su queste vicende per decenni un atteggiamento giustificazionista e/o reticente.
È stato giustificazionista perché ci si è nascosti dietro le vicende e le ingiustizie precedenti, quelle prodotte dal fascismo, altrettanto criminose e condannabili ovviamente, ma che in alcun modo possono giustificare né atti di vendetta - e non si trattò soltanto di questa -, né possono esonerare, secondo me, in alcun modo chicchessia da una chiara ed inequivocabile condanna delle vicende trattate da questa legge.
E oltre che giustificazionista è stato un atteggiamento reticente, perché ci si è rifugiati in ragioni ideologiche oppure dietro alle "ragioni di Stato", del realismo politico, ragioni che - come noto - hanno la "doverosa" forza di imporsi e prevalere e costituiscono titolo di merito per chi pratica con equilibrio appunto il realismo politico e le ragioni di Stato: ma siccome implicano, anche sostenute in buona fede, un’adeguata dose di cinismo, non consentono di superare o cancellare le memorie pregne di dolore e sofferenza.
Questi atteggiamenti hanno così contribuito o - per lo meno - non hanno impedito che il dolore e il rancore fossero oggetto di facile dominio e strumentalizzazione politica. Questi atteggiamenti non hanno cioè consentito che si affermassero la verità storica e, in primo luogo, i valori che fondano la democrazia, da cui dipende la convivenza civile nella società democratica.
Eppure, sul fatto che il rispetto dei diritti umani è condizione per la democrazia non ci dovrebbero essere dubbi, in nessun campo, schieramento o partito politico! Anzi, questo dei diritti umani è stato un motivo fondante ed un obiettivo del movimento antifascista.
Eppure, vedete, nell'area dell'Alto Adriatico, quello nordorientale, in cui sono avvenute le vicende di cui stiamo trattando, lo stesso movimento antifascista ebbe scontri e lacerazioni al proprio interno anche nel campo che attiene ai diritti umani. Ma di questo fra un po’.
Vorrei prima sottolineare che la legge che stiamo approvando richiede forse un nuovo atteggiamento da parte di tutti noi verso l'intera complessa vicenda del confine orientale.
Certo, ognuno risponde per sé, ognuno si assume le responsabilità che ritiene, ma io credo che noi tutti dovremmo giustamente considerare questa legge e questo atto politico, nonché culturale, anche come un contributo della politica e delle istituzioni per il presente e per il futuro; un contributo volto a far sì che in quell'area plurale si superi ciò che ha diviso e contrapposto e che per certi aspetti ancora continua a dividere.
La nostra ambizione, ma anche il nostro dovere dev’essere quello di contribuire a far sì che quell'area dell'Adriatico nordorientale, la quale, nella sua qualità di territorio plurilingue e pluriculturale, analogamente ad altri simili in Europa, è stata un'area di scontri e guerre, si consolidi invece oggi come un'area che produce convivenza (anche di lingue e culture) nella democrazia.
Stiamo parlando di un territorio con una vicenda storica molto complessa, un'area detta del confine mobile, che in soli quattro decenni, tra l'inizio della Prima Guerra mondiale e il 1954, vide 14 linee di confine prodotte dalla comunità internazionale, di cui ben 7 furono realizzate (ripeto, parliamo di quarant’anni), ciascuna per un tempo più o meno lungo.
Un'area caratterizzata quindi, al fondo, dalla lotta e da guerre per il confine interstatale, lotta con aspirazioni legittime ma anche esagerate e illecite e lotta condotta troppo spesso, anche per aspirazioni legittime, con mezzi illegittimi, con la conseguenza di un’infinità di vittime di tutti i tipi. Una contesa di lunghi decenni in cui si scontrarono tra loro anche schieramenti dello stesso segno politico soltanto perché di appartenenza o riferimento etnico diverso o perché, su basi ideologiche, parteggiavano per soluzioni statuali diverse.
Non abbiamo né il tempo né la competenza (né soggettiva, personalmente, ma credo nemmeno come parlamentari) e neppure abbiamo bisogno di descrivere oggi qui quella vicenda nei suoi particolari. Questo è un compito che spetta agli storici.
Ci è sufficiente però constatare che si è trattato di una lotta, di uno scontro lungo e devastante che ha visto protagonisti il fascismo, il nazismo, il comunismo e i nazionalismi, ovviamente contrapposti.
Si è trattato di una contesa che ha inciso anche all’interno della stessa Resistenza, all’interno del grande movimento di lotta di liberazione dal nazifascismo. Lotta che ha ricevuto in quell'area dell'Adriatico nord-orientale un grandissimo contributo, con una partecipazione che fu proporzionalmente tra le più forti in Europa, ma che pur tuttavia non era riuscita ad evitare lo scontro al proprio interno dettato dalla contesa di fondo, quella per il confine.
Tenendo ben presente il valore della lotta di liberazione dal nazifascismo, che ha liberato l'area di cui stiamo parlando dal nazismo dell'Adriatisches Kunstenland e della risiera di San Sabba e dal fascismo della X Mas e della RSI, non possiamo non considerare tutto quel complesso di dati e vicende che ci fanno comprendere come quelle pagine di storia nella Venezia Giulia, a Istria, a Fiume, in Dalmazia e anche in Slovenia (occupata nel 1941) hanno finito per sedimentare memorie diverse e contrapposte, sensibilità differenti e rancori che ancora dividono la nostra società in quell'area.
Oggi abbiamo davanti la realizzazione dell'Unione Europea ampliata e rafforzata e abbiamo l’ambizione di consolidare l’area dell'Adriatico nord-orientale come un'area che produca convivenza nella democrazia, un’area che rimanga plurilingue, in cui ciascuno, anche grazie alla disponibilità delle istituzioni, possa conservare e coltivare la propria identità.
Per fare ciò con successo, per governare al meglio la pluralità e la multiculturalità (nel Friuli-Venezia Giulia per quanto ci riguarda), ma anche i buoni rapporti con la Slovenia e la Croazia, per mandare avanti con successo in quell'area il processo di integrazione europea, è indispensabile che il nostro impegno politico, istituzionale e culturale quotidiano sia accompagnato dalla manifesta volontà di tutti noi di fare chiarezza nel nostro rapporto con il passato, tanto più perché quel passato è ancora presente!
E per questo non sono ammesse amnesie, né ci aiutano le rimozioni; non si può saltare nessuna delle pagine di quella storia, pena l'effetto opposto di quello che vorremmo ottenere con atti come la legge di oggi.
Certo, questa legge, questo riconoscimento era un gesto doverosissimo, come sottolineato sopra, per tutti noi e in primo luogo per la sinistra, ma sul piano politico - io credo - siamo tutti eredi di qualche patrimonio politico precedente (nel bene e nel male) e dobbiamo essere capaci di assumercene le responsabilità - siamo chiamati a farlo - soprattutto quando questo serve per superare le divisioni ancora presenti.
Io credo che ciò valga per tutti noi o - schematizzando e semplificando - per tutte le parti "legate" all’ampia e complessa vicenda del confine orientale. Oggi noi della sinistra vogliamo riconoscere il dramma dell'esodo e delle foibe ed assumerci le nostre responsabilità in proposito anche perché - voglio fare una citazione - "abbiamo troppo a lungo accettato, in nome di una giustificazione storico-politica che non poteva essere accettata, un dramma che invece avrebbe dovuto essere contrastato e combattuto".
Sono le parole che il segretario Fassino ha usato nella sua dichiarazione di voto alla Camera per sottolineare con chiarezza la nostra posizione, per sottolineare la nostra ammissione di responsabilità, appunto, rispetto a vicende che per noi costituivano la cosiddetta memoria negativa, quella che veniva da noi puntualmente rimossa.
Ma la rimozione è un atteggiamento che non si riscontra soltanto nel nostro rapporto con il passato. Anzi, è noto che tutte le memorie nazionali si fondano su una selezione/invenzione di fatti e valori da tramandare ai posteri e che ci sono perciò sistematiche rimozioni di fatti che costituiscono la memoria scomoda.
Questo vale per il nostro Paese, di sicuro in relazione alle vicende del confine orientale, e vale anche per gli altri Paesi che si affacciano sull'Adriatico nord-orientale. Parlo di Nazioni e Paesi vicini non per volontà di intromissione, ma perché si tratta di storia, di passato comune.
E ciò che segnerà la vera svolta in questo campo sarà, credo, il riconoscimento da parte di tutti - anche di tutti i Paesi che si affacciano sull’Adriatico - di questo passato come passato comune, compresi i suoi lati negativi, tutti: dalla repressione fascista degli sloveni e croati della Venezia Giulia all'aggressione del regime fascista alla Slovenia con relative deportazioni e delitti, dal regime comunista nella Venezia Giulia con relative deportazioni e infoibamenti all'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
Vorrei citare un passaggio di uno scritto recente di uno studioso, del politologo Segarti, relativo alle memorie collettive legate a questi fatti. Scrive Segarti fra l’altro: "Da quanto sinora si è visto, a me pare si sia aperta un’opportunità di riflettere su un problema comune.
Parlando di espansionismo slavo, Fassino ha implicitamente chiesto all’opinione pubblica slovena (e anche croata) di riconoscere che nemmeno il diritto degli italiani di Istria e Dalmazia di rimanere, come italiani, sicuri nelle loro case fu allora rispettato.
Nel contempo, è altrettanto evidente che l’opinione pubblica slovena chiede a noi italiani qualcosa di simile, di riconoscere che anche il diritto degli sloveni e dei croati di esprimere la loro identità non fu rispettato dallo Stato italiano liberale né a maggior ragione dal regime fascista, che anzi si rese responsabile di una guerra di aggressione. Ambedue le domande" scrive Segarti "vengono ora espresse attraverso le diverse memorie collettive".
A queste domande siamo chiamati a dare risposte come forze politiche e come istituzioni; e dobbiamo farlo senza rinviare a quando lo avrà fatto anche l’altro.
Oggi lo facciamo per le foibe e l’esodo, due delle pagine dolorose di quella vicenda, approvando una legge. C’è bisogno anche di altri atti per le altre pagine dolorose di quella complessa vicenda. Possiamo e dobbiamo farlo oggi, a tanti decenni di distanza, quando il confine, quel confine che in quarant’anni è stato spostato innumerevoli volte, con il prossimo primo maggio verrà superato diventando confine interno all’Unione Europea. E dobbiamo farlo oggi, quando gli Stati - che con il confine iniziano e terminano - non si fondando più sull’identità etnica, ma sui diritti di cittadinanza che contemplano anche le identità linguistiche e culturali.
Voglio concludere con un riferimento personale. Ho l’ambizione di condividere le sensibilità della comunità slovena del Friuli-Venezia Giulia di cui faccio parte ed è facile immaginare quali sono in proposito le sensibilità di una comunità a cui il regime aveva tolto nel Ventennio il diritto alla madrelingua, reprimendo con forza ogni resistenza.
È facile comprendere anche la reazione diffidente, per esempio, di fronte alle esagerazioni inutili e controproducenti cui purtroppo troppo spesso si è ricorso nella nostra discussione e sui media in queste settimane a proposito di numeri, di cifre, riguardanti le vittime, solo perché mai finora accertati (esagerazioni inutili, perché non aumentano i motivi di condanna e di denuncia: questa c’è o non c’è); perché una tragedia è tale anche a prescindere dalla quantità. Ed è comprensibile anche la reazione suscettibile degli sloveni di fronte ad alcune espressioni più dirette e più forti che sono state usate in questa discussione.
Ma vedete, colleghi, con la mia responsabilità pubblica, con il mio dovere di razionalizzare le sensibilità emotive, penso di interpretare bene il pensiero diffuso tra i cittadini di lingua slovena se dico che l’atteggiamento guardingo, quasi diffidente, verso questo atto del nostro Parlamento esprime comunque la consapevolezza che da questo atto legislativo e politico si potranno trarre utili benefici per una convivenza costruttiva, anche in quanto questo atto verrà accompagnato da altri che completeranno il riconoscimento dell’intero contesto storico del confine orientale, con tutte le sue pagine buie. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-SDI. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Data l’ora, rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
 SENATO DELLA REPUBBLICA     XIV LEGISLATURA

563a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO  STENOGRAFICO
MARTEDÌ 16 MARZO 2004  (Antimeridiana)
Presidenza del vice presidente SALVI, indi del presidente PERA
CUT
Approvazione del disegno di legge n. 2752
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 2752, 2189, e 2743.
Ricordo che nella seduta antimeridiana dell’11 marzo è iniziata la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Stiffoni. Ne ha facoltà.
STIFFONI (LP). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, per il dizionario della lingua italiana di De Mauro, ex ministro della cultura per la sinistra nella scorsa legislatura, il termine "foiba" deriva dal friulano "foibe": "depressione carsica a forma di imbuto costituita dalla fusione di più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici".
Fino al 1984 una cartina stradale, edita da una delle più importanti case editrici del nostro Paese, indicava le foibe come "grandi tombe piene di fascisti", un’offesa che è durata fino alla metà degli anni Novanta quando cominciarono a trapelare i particolari, consentendo agli italiani di conoscere la realtà storica di quel periodo.
Dopo la rottura con Stalin, Tito per molti anni temette la reazione sovietica, sia attraverso tentativi di destabilizzazione del suo potere all'interno, sia con un attacco militare. In quel periodo Tito, proprio per queste sue preoccupazioni, iniziò un rapporto particolare con gli inglesi, che alla fine della guerra occupavano Trieste e altre città della Dalmazia.
Proprio i socialisti di Trieste denunciarono questi contatti e pagarono con la vita nelle foibe. Centinaia, forse migliaia di persone, civili e militari, morirono tra il 1943, appena dopo l'arresto di Mussolini, e il 1946, gettate nelle foibe del Carso triestino e istriano.
Fu uno degli ultimi rigurgiti di odio della Seconda guerra mondiale che nella Venezia Giulia, divenuta per la sua posizione geografica una delle aree più delicate degli equilibri post-bellici, ebbe conseguenze particolarmente dolorose. Fu un rigurgito di pura bestialità. Altri popoli europei già nei primi anni Cinquanta hanno saputo compiere atti di pace chiari e coraggiosi, ritrovandosi e dimostrandosi fratelli nei luoghi di lutti ben più immani.
Le foibe con la Resistenza non c'entrano, sono invece il prodotto del comunismo staliniano e la ricerca della verità deve andare avanti anche mettendo all'indice le colpe di chi allora occupava militarmente Trieste.
Come evidenziato da una ricerca agli archivi nazionali di Washington, fra i documenti dell'OSS, l'allora Servizio segreto americano, risulta evidente che gli alleati, americani ed inglesi, fin dall'autunno 1944 ebbero notizia delle foibe ma preferirono non intervenire per non irritare Tito che consideravano un alleato sul fronte antinazista.
In un rapporto della SI (Special Intelligence) del 30 novembre 1944 si legge che i partigiani iugoslavi dapprima arrestarono i fascisti ma più tardi operarono arresti indiscriminati di centinaia di italiani che furono legati ed imprigionati nel carcere di Pisino; ogni notte i prigionieri venivano portati via a gruppi e di loro non si seppe più nulla. Il documento segnala inoltre che le forze di Tito non tolleravano alcuna interferenza straniera, tranne quella della Russia.
Qualche mese prima, il Capo della Special Intelligence in Italia aveva informato gli Stati Uniti che i comunisti titini avevano massacrato centinaia di persone nelle caverne del Carso, solo perché italiani, e a Trieste avevano compilato liste di proscrizione con migliaia di nomi. Si informavano anche le autorità americane che Tito aveva dato l'ordine di eliminare chi si era trovato, sotto il regime fascista, fra le truppe italiane in Iugoslavia. Nel rapporto veniva anche menzionata una strage di 300 italiani a Spalato.
In un libro pubblicato nel 1993 lo storico Richard Lamb, ex ufficiale dell'8a armata inglese in Italia, accusa esplicitamente il comandante britannico Alexander ed il generale Freyberg di non aver fatto abbastanza per difendere la popolazione quando i titini incominciarono il ritiro da Trieste dando la caccia a chi si rifiutava di seguirli. In quaranta giorni, dal 3 maggio al 12 giugno 1945, i titini fecero scomparire 4.768 civili che furono fucilati quasi tutti di notte ed i cui corpi furono fatti sparire.
Lo storico Lamb scrive inoltre che l’Ambasciata inglese a Roma, il 12 maggio 1945, evidenziò che le esecuzioni e le deportazioni di massa erano destinate ad eliminare l’influenza italiana nella Venezia Giulia e gli inglesi ne avevano forte responsabilità. Il generale Alexander, rivela lo storico, ne era consapevole e si tirò da parte mentre il generale Freyberg lasciava fare agli slavi ciò che volevano. Lamb responsabilizzò delle stragi anche il presidente americano Truman, sordo agli inviti di Churchill di adottare una linea dura nei confronti di Tito.
Il procedimento di alcune procure negli anni scorsi è valso a provocare una discussione certamente utile sul piano storico; che tale discussione valga a realizzare le condizioni favorevoli a una generale presa di coscienza dell’estrema gravità di quei fatti e dell’esigenza di fare luce sulle relative responsabilità secondo quanto le esigenze di giustizia e di legge impongono.
Non dimentichiamo Ivan Màtitka, conosciuto all’epoca dei fatti come "il giudice" perché a Zagabria aveva svolto proprio quella professione, l’uomo che avrebbe dato gli ordini per fare "eliminare" gli italiani che vivevano in Istria e Dalmazia.
Nel 1996 un magistrato di Roma, Giuseppe Pititto, titolare dell’indagine sul genocidio avvenuto in Istria e Dalmazia tra il 1943 e il 1947, chiese un ordine di custodia cautelare contro Màtitka. Stessa sorte toccò ad un altro indagato, Oskar Piskulic. Ma l’assenza di interesse dello Stato italiano sull’inchiesta ferì quel magistrato che, il 15 giugno del 1996, nell’aula del Tribunale dove si svolgeva il processo espresse il suo disappunto:
"Mi chiedo" disse Pititto "perché lo Stato italiano per cinquant’anni non ha fatto questo processo; mi chiedo perché lo Stato italiano non sorregga il magistrato che in questo momento finalmente fa questo processo. Mi chiedo perché la stampa italiana voglia mantenere il silenzio su questa che è certamente una vergogna per il nostro Paese". Era un chiaro atto di accusa verso le istituzioni che fino allora avevano "pilotato" gli eventi storici per paura di dover toccare episodi che potessero in qualche modo cambiare l’ordine della storia d’Italia.
Fu lo stesso Piskulic, indagato per omicidio plurimo ai danni della popolazione italiana dell’Istria, Fiume e Dalmazia, ad ammettere il sostanziale genocidio e l’eliminazione di massa degli italiani.
Quali le differenze tra chi è responsabile di queste uccisioni di massa e i campi di sterminio? Non c’è alcuna differenza, se non per il modo con cui diversa è stata l’eliminazione. Anche con le foibe l’uomo ha superato la bestia, perché le bestie uccidono per ragioni di sopravvivenza, mentre qui si è ucciso perché non si voleva che sopravvivessero migliaia di persone per il solo fatto che erano italiane; ciò è stato l’odio contro l’italianità. Non esistono infatti massacri di seria A o di serie B. Non esistono morti che gridano vendetta e morti e basta.
Non è certo con simili comportamenti palesemente discriminatori che si possono ricercare e costruire quei comuni valori fondanti la nostra coscienza nazionale, ai quali più di qualche collega anche in quest’Aula si è richiamato così solennemente.
Ma le foibe rimangono ancora un mistero per quanto riguarda il loro numero e la loro posizione geografica. Appena quattro anni fa fu individuata in Slovenia una nuova foiba, chiamata Giardino d’Andrea, di cui la popolazione locale avrebbe evitato di parlare per tutto il periodo del regime di Tito. In questa cavità sarebbero morti anche parecchi sloveni. E un militare italiano, tale Umberto Bertuccioli, che era stato guardia frontaliera nel 1943, nel 1998 rivelò che lungo la ferrovia che porta a Fiume potrebbero nascondersi decine di altre foibe in cui sono finiti migliaia di civili italiani massacrati dai comunisti dopo l’8 settembre. E chissà quante ancora.
Ma a questo punto quanto è importante il numero? Quanto questo Stato vuole ancora misurare il dolore di tale scempio? Appare oggi evidente che quella delle foibe fu una sorta di epurazione preventiva, diretta ad eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali, al disegno di Tito di annettere alla Iugoslavia il territorio della Venezia Giulia.
Ragioni politiche, anche in Italia hanno relegato queste atrocità nell'ombra e nel silenzio. Queste vergognose vicende di pura pulizia etnica sono rimaste pressoché ignorate per tutto questo tempo e, purtroppo, ancora oggi non è stata fatta piena luce.
Il ricordo delle vittime delle foibe deve suonare come memoria e monito affinché questi massacri non abbiano più ad avvenire. Affinché il dolore, ancora vivo nei familiari degli infoibati possa essere riconosciuto, perpetuato e questo tristissimo periodo storico possa essere esteso alla conoscenza collettiva, appare necessario commemorarlo con un atto ufficiale: il "Giorno del ricordo".
È strumentale, ideologica e incomprensibile la posizione dei comunisti di allora e di adesso che esprimono la loro contrarietà a questo disegno di legge. A volte il silenzio ed il rifiuto del ricordo pesano più delle oppressioni e della violenza ed impediscono una serena valutazione storica degli avvenimenti.
Il riconoscimento formale ai familiari delle vittime è un atto che farà luce su un capitolo triste e importante della nostra storia e condannerà per sempre i crimini compiuti dai comunisti titini.
Ciò appare ancora più grave quando queste formazioni politiche affermano di essere sorte per difendere la democrazia e la libertà. È ora che anche nei testi scolastici vengano ricordati con verità quei tristi avvenimenti e che finalmente il colpevole silenzio che fino ai nostri giorni ha coperto quei fatti venga sconfitto.
Deve essere sconfitta anche l'ideologia che ha tentato di nascondere quello che accadde in quegli anni, anche con la colpevole connivenza del comunismo italiano. Non dobbiamo dimenticare gli esuli fiumani, istriani e dalmati cacciati dal comunista Tito, diretta conseguenza della cultura dell'odio e della violenza che ha provocato i massacri delle foibe.
Non possiamo dimenticare la posizione che i comunisti italiani assunsero in quegli anni, quella di contrastare gli esuli, costretti a lasciare tutti i loro beni e le loro case.
Quella che sarà "la Giornata della memoria" sarà anche la giornata della vergogna per il comunismo italiano ed il voto contrario alla Camera ed anche qui in Senato, come preannunciato, su questo provvedimento, da parte dei comunisti, è la prova che la presa di coscienza e la condanna per quei fatti, per una parte del Parlamento italiano non è ancora avvenuta. (Applausi dal Gruppo LP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G2. Ne ha facoltà.
FORLANI (UDC). Signor Presidente, vorrei dire innanzi tutto che ho apprezzato molto l'intervento del collega Stiffoni, di cui condivido la forte passione e i giudizi espressi e vorrei rilevare come ciò dimostri che, al di là di qualche incomprensione che talvolta intercorre tra le nostre diverse forze politiche, c'è questo comune sentimento nazionale che ci unisce, questo grande attaccamento alla nostra gente, alle nostre terre e alle nostre tradizioni, questo grande rigore sulle vicende più drammatiche della nostra storia.
Questa delle foibe, dei massacri che avvennero alla frontiera nord-orientale del nostro Paese durante e dopo la Seconda Guerra mondiale è tra le vicende più inquietanti non soltanto per la dimensione di violenza, di efferatezza, di gratuita crudeltà ricordata dal collega Stiffoni, ma anche per la tendenziale successiva rimozione, amnesia e omissione di approfondimento, di censura e di indagine rispetto a queste vicende, che è l'aspetto forse più difficile da spiegare.
C'erano congiunture politiche, problemi di alleanza e di strategie internazionali, ma anche elementi di viltà e di tendenziale omologazione culturale che caratterizzavano allora alcuni settori delle classi dirigenti culturali e politiche del nostro Paese. Ed è per questo che, al di là delle singole e pure importanti disposizioni di carattere patrimoniale e di sostegno ad iniziative di divulgazione, credo molto nella valenza simbolica del provvedimento in discussione.
L'istituzione del "Giorno del ricordo" costituisce, a mio avviso, un atto doveroso per ricordare e rendere onore a tante vittime innocenti (il testo licenziato dalla Camera menziona 17.000 vittime, ma il numero esatto non è mai stato accertato per l'obiettiva difficoltà legata alle modalità secondo le quali si è sviluppata la vicenda), vittime di una violenza barbara, efferata, frutto di odio etnico e politico.
Si tratta sicuramente di una delle tragedie più inquietanti che ha caratterizzato quella terribile vicenda che è stata la Seconda Guerra mondiale. Il provvedimento, sia pure tardivamente, costituisce un atto di testimonianza e di consapevolezza che dovrà rimanere costantemente presente nello Stato italiano e nella comunità dei cittadini.
È un modo per onorare non solo la memoria di coloro che sono stati soppressi tra atroci sofferenze - non dimentichiamo le modalità con cui questi massacri sono stati effettuati - ma anche per concorrere ad una pubblica attestazione di rispetto, che anch'essa talvolta è mancata, nei confronti di tutti i cittadini italiani i quali sopravvissero ma furono costretti a lasciare le loro terre e a riparare altrove sia per evitare le persecuzioni sia per non sottostare al nuovo regime dittatoriale che avrebbe impresso forti limitazioni alla salvaguardia della loro peculiarità etnica, delle loro tradizioni, della loro cultura, della loro lingua.
Questa attestazione non può avere purtroppo natura risarcitoria né compensativa di quanto le persone hanno perduto in termini morali, di legami affettivi, di legami alla propria terra e in termini economici perché la questione della restituzione dei beni e della riparazione economica non è mai stata affrontata con la sufficiente efficacia.
Nonostante le molte proteste, rivendicazioni e richieste delle associazioni deputate a rappresentare questi interessi, ben poco si è fatto sul piano nazionale e internazionale. Nel momento in cui si parla dell'imminente ingresso della Slovenia nell'Unione Europea e la scadenza per la Croazia è stata differita, l'Italia avrebbe dovuto forse, in termini di trattativa, porre qualche condizione legata a queste vicende e a queste istanze.
Sono cresciuto, per una casualità, in un quartiere romano che ospitava una parte della comunità degli istriani, dei dalmati e dei giuliani che avevano lasciato l'Istria e la Dalmazia; un quartiere costruito dai profughi e per i profughi, dove si è insediata quella comunità. Ho acquisito perciò molto presto nella mia infanzia la consapevolezza di queste tragedie, di queste rivendicazioni, di una sottovalutazione dei problemi scaturiti da queste vicende, della sensibilità e dello stato d'animo di queste popolazioni. Ricordo le bandiere abbrunate a lutto issate nelle finestre delle abitazioni durante una visita ufficiale del maresciallo Tito a Roma.
È per questo che, pur non avendo origini di quelle parti, mi sento integrato in quella comunità, con la quale poi ho avuto contatti in sede politica.
Ritengo dunque che le disposizioni del provvedimento rivestano una notevole importanza, soprattutto ai fini della divulgazione tra i giovani della memoria di queste vicende, di quel che è successo, delle vittime e delle tragedie. Bisogna ricordarle ai più anziani, che spesso hanno dimenticato; bisogna renderle note, attraverso attività di diffusione della conoscenza nelle scuole, ai giovani che non le conoscono.
Proprio il comma 2, dell’articolo 1 parla di iniziative per diffondere la conoscenza di questi eventi, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende e valorizzare il patrimonio culturale degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate. L’articolo 2 prevede poi gli stanziamenti necessari.
È un modo per far sì che gli italiani non dimentichino quelle vicende, quei compatrioti, quelle sofferenze e per evitare che si riproducano ideologie o culture che successivamente possano determinare vicende analoghe. E purtroppo, in altre aree del mondo e dell’Europa, non mancano esempi, anche recenti e contemporanei, di vicende di questo tipo.
Colgo l’occasione per dichiarare il mio appoggio, e invito i colleghi a fare lo stesso, all’ordine del giorno G2, in qualche modo integrativo del provvedimento, che: "impegna il Governo ad individuare idonei strumenti affinché, come è avvenuto per il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, (…) il medesimo riconoscimento, nei medesimi termini, venga attribuito anche al Centro di Ricerche Storiche, con sede a Rovigno (Croazia)…".
Dobbiamo, infatti, divulgare la valorizzazione della memoria e la conoscenza delle vicende non soltanto per onorare le vittime e per rendere testimonianza a coloro che si sono rifugiati nel nostro Paese, ma anche per gli istriani, i dalmati e i giuliani rimasti nel territorio di quella che poi è diventata la Federazione delle Repubbliche iugoslave sotto la dittatura comunista, che hanno vissuto esposti a continue vessazioni e limitazioni, soprattutto al tentativo di cancellazione della loro specificità etnica e nazionale ma che sono stati, nonostante tutto, capaci di conservare e valorizzare la memoria della propria cultura e tradizione.
Ritengo, quindi, opportuno assicurare questo riconoscimento e questo supporto anche ad un Centro costituitosi e sviluppatosi in terra straniera, oggi della Repubblica di Croazia, prima della Federazione delle Repubbliche iugoslave, a doveroso sostegno delle comunità dei nostri fratelli che vivono oltre frontiera. (Applausi dai Gruppi UDC e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Basso. Ne ha facoltà.
BASSO (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, intervengo sul provvedimento "Istituzione del "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", perché turbato dalla lettura dei Resoconti pervenutici dalla Camera dei deputati; perché scosso dal fatto che negli interventi dei deputati, ma anche dei senatori, della destra non ci sia alcun riferimento alla guerra di aggressione dell’Italia fascista e della Germania nazista alle popolazioni della Iugoslavia, anche da parte di chi, lo voglio dire, autorevole rappresentante della Lega, andava in tempi assolutamente recenti in pellegrinaggio da Milosevic; perché scandalizzato dal fatto che nella relazione al provvedimento l'onorevole Menia citi in positivo l'opera dei reparti della X MAS e del Battaglione bersaglieri Mussolini sul confine orientale; scorato, altresì, dal fatto che non emerga sforzo alcuno per capire il contesto storico che ha originato la grande tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata; preoccupato - anche questo voglio dire - da talune recrudescenze irredentiste. Si parte, magari come fa in senatore Servello, dalla richiesta della restituzione dei beni agli esuli, per poi magari pretendere la restituzione dei territori.
Sono queste le ragioni per le quali ho deciso di riaprire qualche libro di storia e di riascoltare le versioni ed i racconti di alcuni rappresentanti dell'Associazione nazionale partigiani. Da questo punto di vista è senz'altro utile - lo suggerisco - la lettura dei "Quaderni della Resistenza" pubblicati da parte del Comitato regionale dell'ANPI del Friuli-Venezia Giulia.
La memoria storica va sottratta alla speculazione. Quando parliamo di Seconda Guerra mondiale, di fascismo e di Resistenza vi è un'unica storia. Questa storia riguarda tutti gli italiani ma - direi - anche tutti gli europei. È una storia che non può essere né ignorata né oltraggiata. È incontestabile, allora, che la Germania nazista e l'Italia fascista, scatenando la Seconda Guerra mondiale, si macchiarono della responsabilità di causare all'umanità oltre 50 milioni di morti, la metà dei quali, circa 25 milioni, civili.
Tra il 1940 e il 1945 si verificò un vero e proprio scontro di civiltà. La libertà e la democrazia alla fine prevalsero, ma il prezzo pagato fu senz'altro immane. Né la "riconciliazione" di cui oggi si parla può comportare il riconoscimento di valori comuni fra chi combatté per restituire il mondo alla libertà e alla democrazia e chi propugnò la cosiddetta civiltà dei cimiteri, dei reticolati e del cono d'ombra dell'Olocausto.
A quasi sessant'anni di distanza, guardiamo con sentimento di cristiana pietà a tutti i morti. Di fronte alla morte, il giudizio si interrompe! La morte rende tutti uguali! Ma fermo e dirimente rimane il giudizio sulle vite consumate. Quelle vite possiamo continuare a giudicare: le vite per la libertà e le vite per il regime. "Tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia", scrisse Italo Calvino.
E ancora, possiamo interrogarci non sulle ragioni, ma sulle motivazioni di chi quasi per un soffio o per un impennamento dell'anima, scelse, giovanissimo, di stare dall'altra parte della barricata. Rispondere a queste motivazioni significa trovare una spiegazione storica, non una giustificazione. E comunque nessuna revisione storica potrà mai cancellare gli orrori di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e della risiera di San Sabba. Nessuna revisione storica potrà mai cancellare i campi di sterminio di Dachau, di Auschwitz e le tante altre stazioni di un'interminabile via crucis di dolore e di vittime innocenti.
La nuova Europa, della quale l'Italia è parte importante e integrante, e che andrà via via comprendendo gran parte dei Paesi dell'Est europeo, nasce dalla Resistenza e dalla liberazione dal nazismo e dal fascismo. Dobbiamo avvertire in modo forte la necessità di ravvivare il ricordo di una storia di cui si rischia di perdere traccia.
Ai giovani andrebbe spiegato che c'è una differenza sostanziale tra dittatura e democrazia e che la forza di una Nazione come la nostra, ma direi la forza dell'intera Europa, sta proprio nella sua memoria storica, non come eredità di un odio e di una vendetta, ma come memoria costitutiva della sua vita civile e politica. L'Europa unita non potrà permettere che rinascano gli orrori del passato.
La nuova Europa ha davanti a sé grosse responsabilità: i problemi enormi di interi popoli che devono riorganizzare il loro futuro sulla democrazia e sulla libertà, affermando il valore universale della pace e della convivenza tra gli uomini come attuale e vitale esigenza, ricostruendo una cultura che sappia ascoltare e che sia in grado di considerare le diversità come una ricchezza.
Nelle zone della frontiera orientale, nelle terre istriane e dalmate, per secoli italiani e slavi hanno vissuto in pace, senza violenza alcuna. L'equilibrio tra le diverse etnie fu mantenuto prima, e per diversi secoli, dalla Repubblica di Venezia, successivamente dalla stessa Austria.
A rompere questo equilibrio è stato il nazionalismo fascista, che introdusse ogni sorta di violenza, compreso un vero e proprio genocidio culturale. Si può dire che la spirale d’odio fu innescata dal discorso di Mussolini a Pola, già nel 1920: "Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone".
Fu così! All'avvento del fascismo seguì una politica di "snazionalizzazione" nei confronti di oltre mezzo milione di slavi incorporati nel Regno d'Italia dopo la Prima Guerra mondiale. Il fascismo proibì a queste popolazioni di parlare la loro lingua e di stampare i propri giornali; si chiusero le loro scuole, si sciolsero le loro organizzazioni culturali, sportive e ricreative; si bruciarono le loro sedi.
Si volle, in questo modo, italianizzare e fascistizzare tutta la Venezia Giulia, eliminando ogni espressione politica e culturale slava. Si italianizzarono persino i cognomi. Si trattò di una sistematica opera di colonizzazione dei territori slavi della Venezia Giulia; molti contadini slavi furono cacciati e le loro terre affidate a contadini italiani. Il tribunale speciale emanò sentenze di condanna a morte anche nei confronti degli sloveni, colpevoli - si dice - di cospirazione per l'abbattimento delle istituzioni italiane.
Il 5 aprile 1941 l'Italia dichiarò guerra al Regno di Iugoslavia. Fu un'aggressione, come si sa, assolutamente immotivata. La Iugoslavia soccombette alle 56 divisioni italiane, tedesche, ungheresi e bulgare. Fu l'inizio di una violenza inaudita, di massacri di civili, di fucilazioni di partigiani. Lo Stato iugoslavo fu smembrato e diviso tra la Germania e l'Italia. In Croazia il Governo fu affidato ad un fascista croato, Ante Pavelic, e agli ustascia. Vennero armati cetnici e ustascia, che iniziarono una lunga lotta intestina che causò quasi 800.000 morti.
Iniziarono anche le deportazioni di massa: decine di migliaia di civili, vecchi donne e bambini, vennero rinchiusi in tanti lager gestiti da italiani, come quello di Arbe, l’attuale Rab. È questa un’altra pagina vergognosa dell’occupazione italiana della Slovenia che contribuì ad allargare la spirale d'odio.
Dopo l'8 settembre il Friuli e la Venezia Giulia escono dalla sovranità italiana per essere affidati a un commissario nazista. Con ordinanza di Hitler si costituì la "Zona d'operazioni Litorale Adriatico", comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana; territori destinati a diventare una marca del Terzo Reich tedesco, qualora la Germania avesse vinto la guerra.
Le formazioni fasciste della Repubblica Sociale vennero usate per l’attività poliziesca, delatoria e anti-partigiana sotto il comando delle SS. Questo fu il vero ruolo dei fascisti, del Battaglione bersaglieri volontari "Benito Mussolini" e dei battaglioni della X MAS, tanto cari all'onorevole Menia da citarli - come dicevo - nella relazione al provvedimento in esame!
La resistenza iugoslava agli aggressori fascisti e nazisti iniziò già nel luglio del 1941; come si sa, fu guidata dai comunisti di Tito unitamente alle diverse espressioni del nazionalismo iugoslavo. Si fece valere l'equazione "italiano uguale fascista", equazione che le migliaia di italiani che morirono combattendo al fianco delle formazioni partigiane slave riuscirono solo in parte a mettere in discussione. Del resto, tale equazione era stata introdotta e diffusa proprio da Mussolini.
Qui va ricercata la ragione per cui le foibe del 1943 in Istria furono la tomba anche di qualche innocente che aveva il torto di essere italiano.
Dopo l’8 settembre molte regioni iugoslave insorsero contro gli invasori perpetrando persecuzioni particolarmente violente. Le vittime furono, a volte, semplici impiegati comunali, simbolo del potere dominante italiano, commercianti e piccoli gerarchi locali, sacrificate sull'altare di vendette personali che poco c'entravano con la politica e la guerra.
Tristemente esemplare - lo voglio ricordare - è l'uccisione della studentessa universitaria Norma Cossetto, colpevole unicamente di chiedere notizie del padre arrestato dai partigiani. L'allora rettore dell'Università di Padova, il grande antifascista professor Concetto Marchesi, volle apporre una targa in ricordo della studentessa presso la sua Università.
È indubbio che tra gli insorti vi fu anche la presenza di autentici criminali. La vicenda delle foibe è stata, sicuramente, una grande tragedia. È comunque da rifiutarsi, perché aberrante, un accostamento tra foibe da una parte e Shoah dall’altra che, con la risiera di San Sabba, visse sul confine orientale una pagina particolarmente drammatica. Quest’ultima fu il frutto razionale e scientifico dell’ideologia nazista, la stessa che produsse Auschwitz, Mathausen e Dachau.
I partigiani slavi e italiani non hanno mai avuto tra le loro finalità la purezza della razza, così come risulta fra l’altro dalla relazione finale della commissione mista italo-slovena che recentemente ha concluso i propri lavori.
Diversamente i nazisti avevano programmato lo sterminio dei popoli da loro considerati inferiori: ebrei, slavi, zingari. Stessa sorte era ovviamente riservata agli oppositori politici. Il metodo adottato dai nazisti era il ricorso agli eccidi di massa, alle stragi, alle rappresaglie contro ostaggi innocenti. Ecco allora che usare le foibe come contraltare dell’Olocausto per dimostrare che tutti sono stati ugualmente colpevoli e operare, così, una indiretta rivalutazione del fascismo è un esercizio da evitarsi.
Rimane la gravità degli infoibamenti anche come conseguenza dello scoppio di odi e rancori collettivi a lungo repressi.
Alle foibe del 1943 seguirono le foibe dell’aprile-maggio 1945. Anche in questo caso vi furono coinvolti non solo fascisti e nazisti, ma altresì persone che con il fascismo non c’entravano: è ragionevole pensare, allora, che qualcuno c’entrasse in quanto italiano. Fu sicuramente la conseguenza dell’odio che permeava il confine orientale; fu la conseguenza dell’imbarbarimento dei costumi, dello stravolgimento dei valori, degli odi nazionali.
Nelle foibe finirono anche esponenti del CLN che si opponevano all'annessione dei territori italiani di confine da parte di Tito, il quale, sul finire del conflitto, assunse l'antico comportamento di tutti i vincitori di guerra: annettere parti, anche consistenti, del territorio degli sconfitti, proprio nella logica del nazionalismo espansionistico.
E, infine, è possibile collegare le foibe con l'esodo, è possibile, cioè, considerare l'esodo come la conseguenza della paura delle foibe?
Un illustre istriano, il professor Diego de Castro, autore di due pubblicazioni ("La questione di Trieste" e "Memorie di un novantenne") lo esclude. Se si fosse trattato di pulizia etnica i morti sarebbero dovuti ammontare a centinaia di migliaia. Le motivazioni erano, piuttosto, politiche e non etniche.
Si può dire, in riferimento all'esodo, che solo le persone fuggite nel maggio 1945 lo fecero per paura dell'infoibamento: si trattava di persone compromesse con i fascisti e con i nazisti. Sicuramente i grandi esodi, da Fiume nel 1946 e da Pola nel 1947, non sono ascrivibili a questa paura.
Non è certamente ascrivibile alla paura delle foibe l'ultimo esodo, quello del 1955, conseguente all'Intesa di Londra dell'ottobre 1954 che definì la spartizione del territorio libero: Trieste all'Italia e la zona B, comprendente fra le altre le cittadine di Pirano, Umago, Porto Rose, Isola e Capodistria alla Iugoslavia. L'esodo fu la conseguenza di una precisa scelta di libertà: vivere sotto il regime comunista di Tito, con un confine chiuso e una frontiera invalicabile, o, invece, scegliere l'Italia.
Si trattava di optare per la cittadinanza italiana o per quella iugoslava. Per la grande maggioranza degli istriani era impensabile vivere separati da Trieste, considerata la vera capitale dell'Istria.
Questa è stata la vera tragedia dell’Istria, assieme, ovviamente, a quella degli infoibati, che vanno ricordati con pietà e ai familiari dei quali è doveroso conferire una medaglia in ricordo, escludendo coloro i quali hanno compiuto efferati delitti contro la persona e hanno giurato fedeltà e volontaria sudditanza al supremo commissario del Terzo Reich.
L'esodo è stato un'immane tragedia umana. Una ferita che, così come è stato scritto, inciderà fino alla morte nell'animo di tutti coloro i quali abbandonarono la propria terra. Per questo l'abbandono non rappresentò l'ultimo momento del dolore, ma soltanto il suo inizio.
Una tragedia, dicevo, immane che, come sostiene Mario Bonifacio, istriano, classe 1928, antifascista, andatosene con la famiglia da Pirano nel 1955, e che oggi vive a Venezia ed è attivo nell’Istituto storico della Resistenza di quella città, determinò la scomparsa dei cosiddetti istro-veneti, la popolazione veramente autoctona dell’Istria, almeno da 2.500 anni. Si tratta dei discendenti degli Istri, affini ai Venetici e, al pari degli altri veneti, culturalmente latinizzati da Aquileia.
Questa è storia! Io voterò questo provvedimento! Lo farò perché ritengo giusto ricordare chi è morto in modo orrendo nelle profondità delle foibe carsiche. Lo farò perché ritengo sia inderogabile ricordare il dramma dell'esodo istriano-dalmata; vorrò farlo, però, nella chiarezza più assoluta.
Delle nefandezze e delle violenze perpetrate anche dall'esercito italiano in Iugoslavia mi ha parlato a lungo un artigliere, mio padre. La sua divisione, nel Sud della Iugoslavia, dopo l'8 settembre 1943, si riscattò combattendo non contro, ma assieme alle partigiane e ai partigiani di Tito; non facendosi prendere dai tedeschi, ma facendo prigioniera un'intera divisione tedesca. Poi, gli artiglieri italiani si imbarcarono per Bari e da lì, assieme agli Alleati, parteciparono alla liberazione totale dell’Italia. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e del senatore Colombo).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, trattandosi di un provvedimento affidato ai sentimenti, alla memoria, alla coscienza e alla lettura della storia di ognuno, non intendo replicare.
Direi solamente che forse sarebbe meglio chiudere le porte del Novecento, non trattare più di comunismo, nazismo e fascismo, ma guardare tutti insieme al futuro per fronteggiare l’emergenza di oggi: un terrorismo che sta devastando il mondo.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, quello al nostro esame è un disegno di legge di iniziativa parlamentare che, anche attraverso l’ampia discussione svolta alla Camera e al Senato, è condivisibile da parte del Governo, che intende il "Giorno del ricordo" come la memoria di una tragedia della guerra, ed è il caso di dire "senza se e senza ma". Quando l’orrore è tale, non può avere giustificazione alcuna ed è opportuno che non ricada nell’oblio delle convenienze dell’una o dell’altra parte.
PRESIDENTE. Do lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti: "La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere di nulla osta nel presupposto che non derivino nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica dall’attuazione degli articoli 1 e 5 e che anche la partecipazione di esperti e studiosi all’attività della Commissione di cui al citato articolo 5, comma 2, avvenga a titolo gratuito.
La Commissione, esaminati inoltre i relativi emendamenti, trasmessi dall’Assemblea, esprime parere di nulla osta, ad eccezione delle proposte 3.100, 3.101, 3.102 e 3.1, sulle quali il parere è contrario, ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione".
Passiamo all’esame degli ordini del giorno, che si intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, per quanto riguarda l’ordine del giorno G1, dei senatori Bordon e Budin, il relatore ritiene accoglibili i primi tre paragrafi dell’impegno e non accettabili il quarto e il quinto, perché fanno riferimento a date, vicende e situazioni temporali che non debbono trovare ingresso in questo provvedimento.
Per quanto riguarda l’ordine del giorno G2, presentato dai senatori Forlani e Budin, il relatore ritiene che possa essere accolto.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, con le stesse considerazioni del relatore il Governo accetta come raccomandazione, i primi tre paragrafi dell’ordine del giorno G1 mentre esprime parere contrario sul quarto e quinto, anche per i riferimenti temporali citati.
Accoglie, infine, l’ordine del giorno G2, dei senatori Forlani e Budin.
PRESIDENTE. Senatore Budin, come ha sentito, il Governo accoglie come raccomandazione i primi tre paragrafi dell’impegno, mentre non accoglie gli ultimi due paragrafi.
BUDIN (DS-U). Ne prendo atto, signor Presidente, e non insisto per la votazione.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l’ordine del giorno G2 non sarà posto in votazione.
Procediamo all'esame degli articoli del disegno di legge n. 2752.
Passiamo all'esame dell'articolo 1, sul quale è stato presentato un emendamento che si intende illustrato.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tale emendamento.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, esprimo parere contrario.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 1.100, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 1.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 2.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 3, sul quale sono stati presentati emendamenti che s’intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tali emendamenti.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutti gli emendamenti.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, anch’io esprimo parere contrario.
PRESIDENTE. Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti 3.100, 3.101 e 3.102 sono improcedibili.
Passiamo all'emendamento 3.1, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione.
BUDIN (DS-U). Ne chiediamo la votazione.
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione, avanzata dal senatore Budin, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta non risulta appoggiata).
L'emendamento 3.1 pertanto è improcedibile.
Metto ai voti l’articolo 3.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 4.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 5, sul quale sono stati presentati emendamenti che s’intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tali emendamenti.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, invito il senatore Pedrizzi a ritirare l'emendamento 5.101.
Esprimo parere contrario su tutti gli altri emendamenti.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, concordo con i pareri espressi dal relatore.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 5.1, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
L'emendamento 5.100 è stato ritirato.
PEDRIZZI (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDRIZZI (AN). Signor Presidente, ritiro l'emendamento 5.101 e lo trasformo in un ordine del giorno.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi sull’ordine del giorno testé presentato.
MAGNALBO', relatore. Esprimo parere favorevole.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, lo accolgo come raccomandazione.
PRESIDENTE. Poiché il presentatore non insiste per la votazione, l’ordine del giorno G5.100 non verrà posto ai voti
Passiamo alla votazione dell’emendamento 5.2.
BUDIN (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, dispiace che i primi due emendamenti che ho presentato insieme ad altri senatori non siano stati accolti, perché avrebbero potuto migliorare e precisare la normativa che stiamo per approvare.
L’emendamento 5.2 propone di aggiungere tra i componenti della Commissione un esperto designato dall’Istituto regionale per la Storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, istituto che si è occupato e si occupa delle vicende di cui al provvedimento in esame, in merito alle quali verrà chiamata a pronunziarsi la citata Commissione. Credo non si possa prescindere dal contributo degli esperti di questo Istituto quando si tratta questa materia; quindi, invito i colleghi senatori a sostenere la mia proposta.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 5.2, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 5.102, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 5.103, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 5.
È approvato.
Passiamo all'esame dell'articolo 6, sul quale è stato presentato un emendamento che invito i presentatori ad illustrare.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, con l’emendamento 6.1 proponiamo di sopprimere, al comma 1 dell’articolo 6, la parola "annualmente". Riteniamo infatti impegnativo prevedere che il Presidente della Repubblica consegni l’insegna metallica e il diploma annualmente con cerimonia collettiva.
Le cerimonie collettive si svolgono quando vi sono le condizioni. Auspichiamo tutti che tali condizioni si avverino il prima possibile, ma non ritengo molto conveniente vincolarsi ad una cadenza annuale; qualora tali condizioni si verificassero prima, le cerimonie si potrebbero svolgere anticipatamente. Certo, si può anche prevedere che si svolgano annualmente, ma in tal modo si è quasi vincolati ad una gara di regolarità, mentre questo è un impegno che attiene la sensibilità delle persone e che quindi dovrebbe essere svolto con estrema cura e rispetto.
Ritengo pertanto inutile un vincolo di questo tipo.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sull’emendamento in esame.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, pur apprezzando il ragionamento del senatore Budin, visto che andiamo verso un monocameralismo, cerchiamo di evitare un terzo passaggio. Esprimo pertanto parere contrario.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Esprimo parere contrario sull’emendamento 6.1. Infatti, trattandosi di un ricordo, di un evento dedicato alla memoria, credo che il motivo del disegno di legge in esame non sia tanto consegnare l’insegna metallica, quanto far ricordare, soprattutto ai giovani, quel che è successo.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 6.1, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 6.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 7.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
PELLICINI (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PELLICINI (AN). Signor Presidente, signori senatori, ho seguito attentamente i lavori della Camera e il dibattito in Senato. Si può dire finalmente, e non soltanto per il disegno di legge in esame, che sta emergendo la volontà precisa del Parlamento italiano di consegnare alla storia una serie di passaggi estremamente importante anche se a volte in ambiti diversi. Alludo, ad esempio, al giorno dedicato alla caduta del Muro di Berlino, a quella parte di storia che ha riguardato l’area di Europa occupata dal comunismo sovietico fino a quando, appunto, non crollò il Muro, simbolo dell’occupazione.
 Alludo anche ad un’altra pagina importante, ossia alla costituzione della Commissione di indagine per i mancati processi e le cause dell’occultamento dei fascicoli relativi ad alcune stragi nazifasciste, del cui disegno di legge sono stato relatore in Senato. Tutto ciò dimostra la volontà di far luce in tutte le direzioni e in tutti i campi.
Finalmente, si perviene oggi, in seconda lettura, all’esame di questo disegno di legge.
Comincerò con il dire che non si tratta, in generale, di una volontà di riscrivere la storia, ma molto più semplicemente e giustamente di scrivere la storia, perché, per motivi diversi, di tutti questi episodi, addirittura per cinquant’anni, non si è parlato e su di essi non si è fatta luce.
Quindi, una volontà precisa da parte del Senato, da parte delle forze di centro-destra e di una parte di quelle dell'opposizione di dire finalmente la verità su quello che è accaduto.
Nel disegno di legge che ci riguarda si richiamano fatti estremamente dolenti che riguardano tre passaggi precisi. Prima gli infoibamenti del 1943, quindi quelli del 1945 e, successivamente, l'esodo degli istriani e dei dalmati quando con il Trattato di Parigi abbandonarono le loro terre.
Seguendo quanto hanno detto le opposizioni, si colgono alcuni aspetti differenti, perché a seconda degli oratori e dei partiti si nota una diversa sensibilità rispetto al problema.
Bisogna dare atto ai democratici di sinistra, e alla Margherita di aver giustamente impostato il problema. L'onorevole Fassino alla Camera ha dichiarato testualmente di fare ammenda del comportamento del Partito comunista di quegli anni perché fecero male a fare quello che fecero e a tacere quello che avevano fatto. Sono dichiarazioni dell'onorevole Fassino che hanno fatto onore ad una parte della sinistra che ha riconosciuto - e qualche volta bisogna pur farlo nella vita - i propri torti.
A far fronte di queste dichiarazioni ve ne sono però altre, assolutamente diverse e a senso unico del senatore Pagliarulo e in parte del senatore Malabarba, i quali hanno giustificato la questione delle foibe, dell'occupazione dei nostri territori e della cacciata dei nostri esuli, semplicemente come la conseguenza dei torti del fascismo e del nazismo, per cui ci fu un'insurrezione spontanea e consequenziale dei titini che si rivalsero sulle popolazioni civili.
Questa impostazione purtroppo, lo devo dire con malinconia, va a sostenere le ragioni del comportamento di allora, ancora oggi. Quel comportamento sarà stato anche frutto della guerra vinta per Tito ma tutto questo si poteva concepire durante la guerra: quello che è successo dal 1945 in poi è capitato in danno di popolazioni civili inermi a guerra terminata. Questo è il punto di fondo. Un conto è quando si combatte, e certamente la guerra fu sanguinosa, fu una guerra nella quale ricordo che anche i partigiani di Tito non facevano prigionieri, una guerra dura difficile e complicata da tutte le etnie presenti in Serbia e in Croazia, ma certamente quando la guerra ebbe termine sarebbe stato normale attenderci la fine di questi massacri.
Viceversa, questi massacri iniziati nel 1943 continuarono perché sono stati la conseguenza logica di una reazione o sono invece il frutto di una precisa decisione di Tito di annettere questi territori dell'Isonzo cacciando completamente ogni vestigia italiana? In altre parole, ci fu una volontà tale da costringere gli italiani ad andarsene perché dovevano andare via?
Questo è il punto che in qualche modo vorrei qui evidenziare. Lo dico non tanto per polemica; mi sarebbe piaciuto seguire in qualche modo il senatore Budin quando ha detto che ci sono stati fatti nefandi dall'una e dall'altra parte, che c'è stato il dramma delle foibe, ma che dobbiamo guardare avanti ed oggi, che l'Europa unita ci permette di convivere, dobbiamo gettare un ponte verso il futuro, verso la convivenza delle civiltà.
Avrei voluto volentieri seguire questa tesi perché in definitiva è la più importante in quanto investe anche il futuro delle nostre popolazioni attuali che si trovano ancora in quei luoghi e sono in calo perché la popolazione italiana sia in Slovenia che in Croazia non ha una situazione di diritti paritetici e si sta allontanando quindi anche l'ultima residua presenza italiana dall'Istria e dalla Dalmazia.
Gli stessi diritti riconosciuti alle popolazioni di lingua slovena in Italia avrebbero dovuto essere riconosciuti agli italiani in Istria e in Dalmazia. Su questo tema, caro senatore Budin, siamo tutti d'accordo e speriamo che il futuro rimargini le ferite, ma non si può accettare il tentativo, purtroppo riuscito, di fare piazza pulita di vicende concernenti gli italiani nel periodo dal 1940 al 1945. Vorrei leggere alcuni passi tratti dal libro, citato anche dal senatore Servello, "L'alibi della Resistenza" di Gianni Oliva, che è scrittore di sinistra, non incline a dare una visione edulcorata o filofascista di quanto è accaduto.
Nel 1944 Togliatti scriveva: " Il nostro partito deve partecipare attivamente, collaborando con i compagni iugoslavi nel modo più stretto, all'organizzazione di un potere popolare in tutte le regioni liberate dalla truppe di Tito in cui esista una popolazione italiana. Questo vuol dire che i comunisti devono prendere posizione contro tutti gli elementi italiani che si mantengano sul territorio e agiscano a favore dell'imperialismo e del nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli. Quello che dobbiamo fare, d'accordo con i compagni slavi, nella particolare situazione che si sta creando in quella regione, è portare il popolo di Trieste a prendere nelle sue mani la direzione della vita cittadina, garantendo che alla testa della città ci siano forze democratiche e antifasciste più decise, disposte alla collaborazione più stretta con il movimento slavo e con l'esercito e l'amministrazione di Tito".
Ciò significa che nel 1945 c'era perfetta identità di vedute tra le truppe di Tito e i comunisti italiani sul fatto che il confine dovesse spostarsi all'Isonzo e anche Trieste dovesse cadere. La città di Trieste pagò con quaranta giorni tragici di occupazione titina e quasi cinquemila morti e scomparsi.
Vogliamo dire che questa fu sic et simpliciter una reazione al periodo precedente? Assolutamente no; vi fu il tentativo, purtroppo portato fino in fondo, di arrivare a una soluzione drastica del problema, donde le foibe e l'esodo italiano. Ben venga questa legge che ricorda una tragedia che fu occultata dopo la guerra perché nel 1948, a seguito dello strappo con Mosca, Tito diventò un alleato dell'occidente e anche per questo non si poté più dire nulla.
Alleanza Nazionale voterà a favore del disegno di legge.
FRANCO Vittoria (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (DS-U). Signor Presidente, siamo stati chiamati nelle settimane scorse a parlare di un'altra tragedia del Novecento. Ormai da tempo la parola foiba non descrive più semplicemente il territorio carsico triestino e giuliano, ma è diventata termine atroce, simbolo di una tragedia che si è consumata al confine orientale e che ha come sfondo la Seconda Guerra mondiale, il fascismo, il totalitarismo. Migliaia di italiani uccisi dall'esercito di liberazione iugoslavo e gettati nelle foibe, veri e propri inghiottitoi; circa 350.000 italiani costretti, dopo il Trattato di pace, che a causa della sconfitta assegnò l'Istria alla Iugoslavia, ad abbandonare le terre delle origini e a disperdersi nel mondo come emigranti.
Consideriamo la proposta di istituire il giorno del ricordo come un segnale di ulteriore pacificazione e di riconciliazione dell'Italia repubblicana. Si è trattato, è vero, di una tragedia a lungo rimossa; ricordarla ora, nelle forme che il disegno di legge prevede, ci rende tutti più forti e credibili nella difesa e nell'affermazione dei valori fondamentali sui quali è nata e si è costruita la nostra Repubblica; i valori della libertà, della tolleranza, della convivenza pacifica, del rispetto della dignità umana e della persona.
E noi sappiamo quanto il valore della dignità umana e del rispetto della persona sia cresciuto nella coscienza e nella cultura del Paese, nelle cittadine e nei cittadini. Nessuna violenza che mortifichi quei valori può essere giustificata, neanche come risposta a violenze subite. Non può essere negato infatti - ed è stato qui a lungo ricordato - che il fascismo italiano, con l'occupazione militare, abbia esercitato contro le popolazioni istriane, soprusi, misfatti e violenze che produssero ritorsioni.
Gli studiosi sono ancora alla ricerca di documenti, di dati e non vi sono conclusioni condivise sulle ragioni della ferocia dei combattenti titini, ma non vi è dubbio che quella fu una tragedia con tante facce. Le foibe furono il prodotto di odi diversi, irriducibili ad un unicum; c’era l’odio etnico, nazionale, ideologico. Secondo alcuni storici si trattò di un fenomeno dovuto sia alla politica di italianizzazione forzata da parte del fascismo, che mirava all’annullamento dell’identità nazionale delle comunità slovene e croate, sia alla politica espansionistica di Tito per annettersi Trieste e il goriziano.
Lo storico Gianni Oliva sostiene che: "Affinché al tavolo delle trattative di pace venisse riconosciuta la sovranità di Belgrado sul territorio giuliano, occorreva che nessuna forma di opposizione contrastasse l’annessione. E dunque bisognava contrastare i movimenti antiannessionistici anche con l’eliminazione fisica di tutti coloro, fascisti o antifascisti, in grado di organizzare e dirigere quei movimenti".
La lunga notte della Guerra fredda ha impedito per troppo tempo una lettura meno ideologica di quelle vicende, a destra e a sinistra. Ora quella contrapposizione frontale è, almeno per quanto ci riguarda, alle spalle. È possibile una elaborazione condivisa che consenta analisi più serene e obiettive. A questa vogliamo dare il nostro contributo.
Come ha dichiarato il presidente Ciampi: "La tragedia delle foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani". La tragedia delle foibe fa parte della storia del Paese. Vogliamo dare il nostro contributo per ristabilire il dovuto riconoscimento di quelle vicende tragiche e dolorose e per consentire la costruzione della grande Europa su basi di condivisione che rendano più estesi e radicati i valori fondamentali della convivenza tra diversi, del multiculturalismo, del pluralismo etnico e religioso.
Claudio Magris, con l’efficacia retorica di cui è maestro, ha sostenuto: "Sulle frontiere si sono da sempre scatenate e si scatenano le passioni scioviniste più furibonde, con il loro bagaglio di violenze, provocatrici a loro volta di cieche vendette foriere anch’esse di feroci rappresaglie". Vogliamo lavorare perché così non sia più. Vogliamo che le frontiere diventino incroci di ricchezza culturale e di scambio positivo per un futuro pacifico e democratico di tutta l’Europa.
Infatti, quella che fu la frontiera della divisione in due dell’Europa si sta sempre più proponendo come luogo di scambio e di integrazione culturale, oltre i nazionalismi. È caduto anche un altro muro. Quell’area può svolgere un ruolo importante di cerniera e di dialogo.
Voteremo a favore del provvedimento anche perché cambiamenti positivi sono stati introdotti nella discussione alla Camera. L’approdo che ne è risultato è lontano dal testo originario. Come ricordava poco fa il senatore Basso, nella relazione del disegno di legge dell’onorevole Menia venivano persino espressi apprezzamenti per l’opera della X MAS e del Battaglione Bersaglieri Mussolini, che avevano come unico obiettivo quello di contrastare il processo di liberazione dal nazismo e dal fascismo.
Se si vuole rendere onore a quelle persone e alla loro dignità umana non si può neanche adombrare la volontà di riconoscere una dittatura, sia pure contro un’altra dittatura. Per noi la giornata del ricordo costituisce un contributo alla conoscenza, alla riflessione, senza confondere le date e i contesti storici.
Agli storici il compito di continuare a ricercare documenti e testimonianze per portare alla luce fatti ed eventi, che aggiungano ulteriori pezzi alla verità storica; alle istituzioni, a noi e alla politica il compito di creare una memoria critica e solidale, di creare le condizioni per una verità come valore civile condiviso, secondo un ordine di valori che tutti consideriamo fondanti. Innanzitutto, la democrazia nata dalla lotta contro il fascismo e il nazismo, la condanna di ogni forma di totalitarismo, di razzismo, di nazionalismo sciovinista. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).
ANDREOTTI (Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI (Aut). Signor Presidente, intervengo per una brevissima dichiarazione di voto a favore di questo disegno di legge, del quale do una lettura di superamento di una lunga stagione nella quale il problema delle foibe aveva rappresentato un motivo, sia pure aggiuntivo, di polemica politica.
E, con una impostazione non condivisa, almeno da parte mia, si creava a volte una contrapposizione per cui si rilevava che, se da una parte c'erano le foibe, dall'altra c'era la risiera San Sabba, e si proponeva di cancellare entrambe le cose per una sorta di compensazione.
Mi sembra che lo spirito, se non ho capito male, di questo disegno di legge sia di poter fare una ricostruzione di carattere storico, ma non appesantita da considerazioni politiche aggiuntive o di altro momento, ricordando che certamente la nostra posizione nell'immediato dopoguerra era una posizione di estrema debolezza, perché eravamo internazionalmente isolati.
Se fu possibile, attraverso l'accordo con l'Austria, togliere dal tavolo delle trattative dei vincitori della guerra il problema del Brennero, fu perché l'Unione Sovietica non era affatto interessata all'Austria, né in senso favorevole, né in senso contrario, laddove invece, in quel momento, Tito godeva di una protezione e di una - possiamo dirlo - fraternità assoluta, per cui certamente noi eravamo in una situazione di estrema debolezza. Io ritengo che il ricordo non deve avere solo una valenza di tipo simbolico e morale, ma anche di approfondimento di carattere storico.
Ho sentito poc'anzi ricordare un libro del professor De Castro; sono molti utili studi come questi. Io stesso tra qualche settimana andrò a commemorare Diego De Castro all'Università di Torino. Sono studi utili perché da parte nostra mancò per un certo periodo la possibilità di consultazione piena degli archivi, laddove la parte iugoslava, attraverso molti storici, si fu in grado di dare tutta una impostazione che non era certamente obiettiva e che comunque trascurava completamente l'aspetto che riguardava l'Italia.
Successivamente le cose cambiarono, Tito si distaccò dall'Unione Sovietica e in una delle occasioni - dato che siamo in fase di ricordi è bene completarli - nelle quali Tito temeva di essere aggredito dall'Est, prese contatti con il Governo italiano per assicurarsi che da parte nostra non ci sarebbero state delle manifestazioni anche di carattere militare che lo indebolissero, e che consentivano invece a lui di poter concentrare per difendersi all'Est le sue forze militari.
Io credo che, quindi, non solo per manifestazione nei confronti dei parenti, ma per una necessità di aiutare ricostruzioni precise di anni di storia, vada favorito in ogni occasione uno spunto per essere specialmente obiettivi e documentati. Io non ho voluto partecipare al dibattito sugli emendamenti, ma certamente c'è nel testo una frase che non mi piace, là dove si escludono i parenti di coloro che erano stati autori di delitti efferati contro la persona. Qui è la recidiva del testo dell'amnistia Togliatti, che sbiancò tutti tranne gli autori di "efferate sevizie"; quindi, ad un po' di sevizie si può passare sopra, purché non siano efferate.
È una frase estremamente sbagliata, però mi rendo conto che in questa fase non è possibile cancellarla; mi pare tuttavia piuttosto avvilente dover fare sia questa discriminazione, e poi farla soltanto per coloro che si sono macchiati di efferate manifestazioni delittuose contro la persona. È questo un particolare, se volete, anche un po' pignolesco, forse non all'altezza di una discussione che, sia pure fatta in un'Aula non affollatissima, mi sembra che abbia però un profondo significato storico e morale. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e FI).
ALBERTI CASELLATI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signori senatori, Forza Italia voterà a favore di questo disegno di legge, convinti come siamo che oggi sia maturo il momento per una giornata della memoria che renda onore alle vittime della tragedia delle foibe.
L'Italia, che ha bisogno di valori e che su di essi deve edificare senza reticenze il proprio futuro, non può continuare ad avere visioni parziali della sua storia e cancellare dalla propria memoria gli episodi sanguinosi che la sinistra italiana ha ritenuto troppo a lungo "scomodi" per essere riletti in chiave critica.
Le foibe sono state la tomba di migliaia di italiani prelevati dalle loro case di Trieste e dell’Istria dalle milizie del maresciallo Tito. Ricordare tante vittime e l'esodo forzato cui furono costretti 350.000 nostri connazionali è una "operazione verità" e non una rievocazione di parte. Per avere un’idea minima di quella tragedia, basti pensare che nella fossa di Basovizza ci furono 18 metri di corpi umani ammassati gli uni sugli altri: un vero genocidio.
Gli italiani di Istria subirono la pulizia etnica ed ancora non si sa quanti di loro furono sacrificati alla furia del comunismo titoista.
Di loro poco si è parlato nei testi scolastici, quasi fossero da considerare vittime di serie B a fronte di altre che pagarono per la violenza nazifascista.
Ora si fa qualche passo in direzione dell'allargamento della memoria, affinché essa sia viva non più e non solo nelle zone del nostro Nord-Est, ma anche nella coscienza dell'intera comunità nazionale, che non ha finora avuto abbastanza strumenti storici e rievocativi per comprendere la gravità e gli orrori di quelle vicende.
Il fatto che da parte della sinistra democratica si mostrino segnali di disponibilità ad ammettere le responsabilità comuniste di quegli eventi, apre qualche speranza nella direzione di una ricostruzione della nostra storia che sia "comune" e che respinga come indifendibili eventi che difendibili, in effetti, non sono, a prescindere da chi ne porta le responsabilità.
Migliaia e migliaia di italiani furono gettati nelle foibe solo perché erano italiani. I partigiani di Tito li portavano sull'orlo delle fosse e li spingevano, facendoli precipitare giù, vivi, a spegnersi in quell'orrore. Non si contano violenze e stupri perpetrati con una bestialità straordinaria, al di là di ogni possibile umana pietà.
Da allora, le popolazioni colpite aspettano giustizia, almeno quella della storia, rispetto, onore, affinché quel sacrificio sia infine ricordato in maniera degna.
Dunque: ricordare è giusto e sacrosanto.
E tuttavia, affinché la memoria dia frutti positivi per il futuro del nostro Paese, io credo che, una volta ripristinata la verità dei fatti, il nostro obiettivo non debba essere quello di valutare quale parte politica, nel nostro passato, ha contato più morti.
Celebrare, con solennità, le vittime delle foibe è un atto di onestà intellettuale indispensabile che l'intero Paese può permettersi grazie al nuovo clima politico aperto e liberale che spinge le coscienze di ogni colore ad interrogarsi. Soltanto i deboli possono temere di confrontarsi con la realtà.
Il sentimento di unità nazionale lo si rafforza dando alla stampa anche i capitoli che alcuni, sotto l'influsso di passate ideologie, ritengono "non confacenti", facendo così crescere una generale coscienza democratica che respinge la violenza e il sopruso sempre e comunque come metodo di battaglia politica. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
STIFFONI (LP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
STIFFONI (LP). Signor Presidente, per le motivazioni espresse in discussione generale, peraltro riassunte nel disegno di legge, presentato dal Gruppo della Lega Nord, connesso al testo al nostro esame e recante: "Istituzione della "Giornata della memoria e dell’orgoglio dedicata agli esuli istriano-dalmati"", dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo al provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo LP).
BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, intervengo non solo per dichiarare, come è ovvio, il voto favorevole del Gruppo della Margherita al provvedimento in esame, ma anche per svolgere alcune riflessioni e, se mi è permesso, anzitutto per esternare alcune sensazioni.
La prima è di estrema positività per il modo in cui finalmente arriviamo, con larghissima adesione politica, all’approvazione di un provvedimento che non soltanto formalizza una Giornata della memoria e del ricordo, ma per la prima volta consente, con queste modalità e con questi toni, di affrontare uno degli episodi più tragici del nostro passato non tanto remoto e uno dei drammi più bestiali della storia dell’umanità.
Questa sensazione di positività è un po’ attenuata da due elementi.
Il primo - l’ho già fatto presente alla Presidenza del Senato - concerne la maniera un tantino sotto tono e scontata con cui in quest’Aula si affrontano tali questioni. Già alcuni colleghi hanno fatto rilevare in discussione generale come in questa fase, non ritenendosi che venga richiesta la verifica del numero legale, la presenza sia, per così dire, immemore.
Il secondo elemento riguarda il fatto che vedo ritornare ancora una volta - e questa sì è una malapianta - in determinate riflessioni, pur positive, la radice della lettura ideologica ed il tentativo di utilizzare questo dramma (che, torno a dire, non ha forse che pochi eguali nella storia dell’umanità) per piccole ragioni di parte.
Io che mi onoro di avere nel sangue le radici delle popolazioni - starei per dire di tutte le popolazioni - di quelle terre prima di tutto vorrei che non procedessimo ad una sorta di operazione a posteriori. Vedete, la memoria è una cosa straordinaria, ma spesso è selettiva: man mano che si allontana dal luogo degli accadimenti, non soltanto rischia di vederli attraverso la traccia delle proprie motivazioni odierne di carattere ideologico, ma tende, proprio perché selettiva, a rimuovere quelle parti del passato che meno le piacciono.
Guai a noi se dovessimo, tutti assieme, proprio nel momento in cui ricordiamo questi episodi, rimuovere la tragedia complessiva di quel periodo e di quelle zone; faremmo il maggior torto possibile a quelle popolazioni che tra l’altro, nella loro stragrande maggioranza, del tutto fuori da ogni accadimento politico, spesso sono state vittime dello scatenamento del più bestiale, generale odio nazionalistico e non soltanto - lo voglio ribadire, ahimè - ad iniziare dal secolo che abbiamo appena lasciato; odio nazionalistico che ha inquinato terre nelle quali quelle popolazioni (italiane, slovene e croate) convivevano pacificamente e tranquillamente, creando tra l’altro una delle zone che forse più di ogni altra poteva essere di esempio culturalmente e socialmente all’Europa che oggi noi tendiamo a riunificare, ad unire.
Vi è stata disattenzione totale e lo ricordava prima il presidente Andreotti. Io voglio ricordare una fonte, presidente Andreotti, inoppugnabile: è di qualche settimana fa un articolo pubblicato da "Civiltà cattolica", la rivista dei Gesuiti, che ricordava queste popolazioni e questi episodi, dalle foibe agli esuli. Io ho ricordato in Commissione - voglio che ne rimanga traccia anche nei Resoconti dell’Assemblea - che ci fu un secondo esodo, non soltanto quello dell’immediato dopoguerra.
Infatti, nel momento in cui il Memorandum di Londra divenne efficace, una parte delle popolazioni della cosiddetta "Zona B" - era il 1954, esattamente nove anni dopo che nel resto del Paese quegli avvenimenti erano, per fortuna, ormai una traccia abbastanza lontana - fu costretta ad abbandonare tutto da una notte al giorno dopo e il comune di Muggia, di cui ho avuto l’onore di essere sindaco, fu tagliato a metà e fu costretto a vivere in una condizione - che durò anni - di catastrofe naturale oltre che umanitaria.
Dicevo dunque che quella operata fu una rimozione che pagò degli scotti alla realtà politica dell’epoca. Ricordava "Civiltà cattolica" che questo, purtroppo, fu un elemento che unì tutti, De Gasperi, Togliatti, ma anche, all’interno del panorama internazionale, le grandi potenze. Dimenticati - si potrebbe quasi dire - veramente da tutti gli uomini e, per chi crede, sperabilmente, non da Dio, ma abbandonati davvero da tutti, dimenticati e reietti questi uomini hanno atteso per troppo tempo, anche perché vittime delle rispettive strumentalizzazioni, di essere finalmente riconosciuti.
Oggi noi, per qualche verso, lo facciamo. Devo però dire al Governo, che ha accolto, e ne sono lieto, una parte del mio ordine del giorno, che non vorrei - nel concludere questo intervento - che lo facessimo soltanto ancora una volta per liberarci di un peso del passato, che non lo facessimo soltanto per una vuota retorica, ma lo facessimo, tra l’altro, tentando di dare risposte concrete a coloro che sono ancora in vita o ai figli di coloro che hanno pagato questi prezzi.
Dico questo perché è aperta la questione degli indennizzi, come sa il Sottosegretario non è stata ancora risolta. Ho già detto che voglio rimanere fuori da ogni tentativo di strumentalizzare questa vicenda, per cui lungi da me ricordare quello che a volte avviene quando si presentano emendamenti alla legge finanziaria che tendono a rivalutare gli indennizzi per coloro che hanno dovuto abbandonare tutto.
Se, però vogliamo davvero evitare che tutto questo sfumi - lo dico al sottosegretario Ventucci che ringrazio per aver accolto l’ordine del giorno - non soltanto nella memoria selettiva ma anche nel vuoto della retorica di un periodo, di un tempo, magari di una sola giornata, non dobbiamo dimenticare che ci sono atti concreti che le associazioni degli esuli si attendono, da noi tutti e non solo dal Governo, ai quali dobbiamo essere in grado di corrispondere concretamente.
Da ultimo, ricordo che ci sono ancora degli italiani che sono rimasti in Slovenia e in Croazia e che hanno anche loro pagato. Non voglio ovviamente fare la classifica di chi ha pagato di più o di chi ha pagato di meno, credo che abbandonare quelle terre, abbandonare tutto sia il dramma peggiore, credo che piangere i propri familiari infoibati sia il dramma peggiore.
Molti pagarono e - ve lo posso assicurare - pagarono trasversalmente: quando nel 1954 il mio Comune fu tagliato in due, il sindaco, che era comunista, espose la bandiera italiana a lutto e fu per questo addirittura denunciato e perseguitato. Quindi, al di là delle scelte politiche, quelle popolazioni pagarono trasversalmente, spesso anzi per quella divisione bestiale, nazionalistica ed internazionale, non dimentichiamolo, anche per le scelte che successivamente fece il maresciallo Tito, che in qualche modo incrinarono il campo comunista e che furono un altro degli elementi che in qualche modo fecero sì che quelle popolazioni venissero "sconsiderate" fastidiose per l’universo mondo.
Come dicevo, però, ci furono degli italiani che rimasero: alcuni perché non poterono andarsene, perché poi non era facilissimo, alcuni rimasero per scelta. Dobbiamo a quegli italiani, in un periodo difficilissimo, se oggi le tracce di una grande cultura, quella italiana, istriana, veneta, romanica in quei territori non è del tutto scomparsa, perché non c'è soltanto la cultura orale, c’è anche la cultura scritta, la cultura musicale, la cultura archeologica, la cultura complessiva delle nostre tracce e delle nostre tradizioni.
Oggi quegli uomini, ovviamente nel contesto di un’Europa che si allarga e che dal 1° maggio comprenderà la Slovenia, ma spero che saranno rimossi gli ostacoli e possa comprendere anche la Croazia e quindi tutte le zone che una volta furono insediamento così importante delle nostre popolazioni, si attendono di avere tutto il collegamento con quella che giustamente definiscono la loro nazione madre; un collegamento reale - lo so che in parte già avviene - rafforzato, che è importante e che, se mi è permesso, dovrebbe intervenire ed esserci ancor di più, perché solo in questa maniera riusciremo a fare un’operazione fondamentale: quella non soltanto di ricordare quei periodi ma di ripristinare - certo in avanti, quindi in una condizione incomparabilmente diversa da quella di quel periodo - le condizioni di una multiculturalità unitaria in quelle zone come fondamento oggi di una nuova Europa pacifica e democratica. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U, della senatrice D’Ippolito e del senatore Passigli).
FORLANI (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FORLANI (UDC). Signor Presidente, mi sembra di avvertire nelle varie dichiarazioni che oggi ho ascoltato come nel provvedimento venga colta da più parti una valenza particolarmente positiva al di là del disposto del provvedimento stesso, sul quale mi sono prima già soffermato: la tendenza a considerarlo come un atto che concorra ad un processo in atto di riconciliazione storica, di superamento di steccati tradizionali che a lungo ci hanno diviso, non soltanto nell’interpretazione delle contingenze della politica, delle vicende del presente, ma anche nell’interpretazione della nostra storia e dei tragici episodi del passato.
Siamo stati effettivamente divisi, per decenni, in modo lacerante sulle vicende della II Guerra mondiale, del fascismo e delle conseguenze drammatiche che essi hanno prodotto, con un atteggiamento ed una linea di tendenza che era un po’ quella che caratterizza i rapporti tra vincitori e vinti. Per molto tempo, anche nella propaganda, nella cultura e nell’educazione delle giovani generazioni, si sono focalizzate maggiormente certe vicende, che giustamente andavano stigmatizzate, celebrate e ricordate, e se ne sono sottovalutate e accantonate altre, che a volte involgevano anche le responsabilità di parte dei vincitori.
Questa condizione anche di carattere culturale, a mio avviso, ha minato per molto tempo la nostra convivenza civile e in taluni casi ha prodotto effetti aberranti, non escluse alcune esacerbazioni dell’estremismo violento che abbiamo vissuto in certe fasi della nostra storia, a volte legate a suggestioni che hanno ispirato determinate parti delle giovani generazioni in passato.
Credo che questa divisione tra italiani sull’interpretazione della nostra storia fino al Secondo Dopoguerra si vada progressivamente attenuando; credo vi sia un superamento che va valutato positivamente, perché sta portando ad una riconciliazione su quelle tematiche e vicende. Ciò avviene in parte per effetto naturale del trascorrere del tempo, per l’avvicendamento e la successione tra generazioni, ma accade anche per un’opera che è stata impropriamente chiamata, con un’accezione vagamente negativa, di "revisionismo" da parte degli storici; si è data, appunto, una valenza negativa a questo termine, mentre io parlerei di "riequilibrio" della definizione delle verità storiche con una certa letteratura che ha messo in evidenza alcune di quelle che erano state, fino a quel momento, le contraddizioni dominanti dell’interpretazione. Mi riferisco, in particolare, a tutta una letteratura che si è sviluppata a partire da Renzo De Felice, fino al più recente libro di Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti". Parlo quindi di uomini che hanno un’estrazione di sinistra, ma che sono riusciti, senza rinnegare la condanna più volte ribadita di alcuni fatti, ad evidenziare anche i torti e gli orrori parziali che vi erano stati dall’altra parte.
Credo che questo provvedimento vada in quella direzione. Esso non deve essere letto - come devo dire non ho sentito fare da gran parte degli interventi - come un atto di rivalsa di una parte che voglia tornare ad accusare l’altra, bensì come un atto di riconciliazione, il riconoscimento comune e generalizzato di alcuni eccessi che sono stati compiuti, la condanna di quelle violenze efferate e, soprattutto, il riconoscimento e la valorizzazione del sacrificio delle popolazioni che ne sono state vittima.
Ricordare quindi questo sacrificio, valorizzarlo anche ai fini della divulgazione culturale e della prevenzione, rendere onore ai morti e alle loro famiglie, ai profughi, a coloro che hanno sofferto, favorire la conoscenza di questi fatti e superare, appunto, queste divisioni che ci caratterizzano rispetto al passato.
Credo che a questo, in termini politici, abbia concorso in modo rilevante, almeno a mio giudizio, anche la nuova fase bipolare che da circa un decennio caratterizza il sistema politico italiano. Il bipolarismo, ossia l'alternanza tra i due schieramenti, così come è stato applicato nel nostro Paese, può anche essere soggetto a qualche critica o a qualche esigenza di correzione, ma sicuramente se un merito lo ha avuto è stato quello di superare le pregiudiziali di carattere esistenziale che denotavano prima tra loro gli schieramenti.
Bipolarismo significa abitudine a confrontarsi, a rispettarsi reciprocamente, a legittimarsi, a collaborare, ad accettare di stare all'opposizione rispetto al Governo dell'altro. Tutto questo ha riportato ad una capacità di dialogo tra certe parti politiche che per decenni è mancato proprio in virtù delle vicende drammatiche della guerra e del secondo dopoguerra.
È quindi anche rispetto a questa valenza che mi sembra venga individuata nel provvedimento, che su di esso con convinzione, a nome del Gruppo dell'UDC, dichiaro il voto favorevole. (Applausi dal senatore Gubetti).
CREMA (Misto-SDI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CREMA (Misto-SDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei pronunciare alcune parole per esprimere il voto favorevole sul provvedimento in esame, senza retorica e senza propaganda. Penso sia giusto dire parole di verità sul passato, parole espresse con generosità nei confronti degli sconfitti dalla storia.
I socialisti lo hanno fatto da decenni e voglio ricordare che l'"Avanti!" diretto da Ugo Intini aprì le porte alla collaborazione di un fascista intellettuale repubblichino come Giano Accame. Non abbiamo aspettato il libro di Pansa per denunciare i crimini commessi in nome della Resistenza, potevamo farlo perché Sandro Pertini che era presidente della Repubblica approvava e perché noi celebravamo il 25 aprile il sacrificio di Matteotti insieme ai nostri compagni che furono maestri per noi ma anche protagonisti della Resistenza.
Abbiamo ricordato per anni il martirio della popolazione italiana in Istria, i giornali e i libri, per la verità scrivevano poco ma al riguardo ci hanno insegnato tanti cari compagni ed amici. Ne voglio ricordare due, Guelfo Zaccaria, socialista partigiano in Istria e Pio De Berti Gambini, direttore di Raidue, intellettuale esule da Fiume scacciato dalla violenza titina. Suo padre era sindaco socialista di quella città e fu poi stretto collaboratore di Saragat e maestro di socialismo per il figlio. Facevamo battaglie di libertà e di verità, spesso isolati nella sinistra.
Certo il Partito comunista del tempo ha avuto grandi responsabilità, ma esse furono molto inferiori a quello dei grandi giornali indipendenti, dei mass media e della cultura italiana. Non dimenticheremo che alla fine degli anni Settanta non "l'Unità" ma il "Corriere della Sera" predicava l'ortodossia marxista-leninista.
Questo Paese ha sofferto per i ritardi dei partiti della sinistra, però ha sofferto molto di più per la viltà, il conservatorismo e la faziosità di quella che avrebbe dovuto essere la guida culturale della sinistra del Paese, quella che ancora oggi - non è un caso - frappone ostacoli al suo rinnovamento in senso riformista. Si tratta dell'unica cultura marxista-leninista sopravvissuta al mondo. Questa cultura non è il medico ma la malattia della sinistra.
Per tutte queste ragioni ho apprezzato la posizione che è stata assunta dall'onorevole Fassino e dal Partito dei Democratici di Sinistra, una posizione coraggiosa e chiara.
Ciò detto, non mi sono piaciute e non mi piacciono le strumentalizzazioni e gli eccessi polemici che si sono colti anche in questo dibattito. Un Paese che si divide e dibatte continuamente sul passato preoccupa; è un Paese invecchiato e invecchiato male, senza sufficiente identità storica, ove la politica strumentalizza il passato anziché progettare il futuro.
La politica riempie e giornali e consuma le sue energie guardando indietro anziché guardare avanti. Diciamo la verità, parliamo di cose concrete: sessanta anni fa o nel 1968 mai si sarebbe potuto immaginare un aspro dibattito sugli orrori della guerra del 1915-1918.
Un altro aspetto che non mi piace è che la destra tenta evidentemente di mettere sostanzialmente sullo stesso piano fascismo e comunismo. Non voglio addentrarmi in un argomento complesso ma, lasciando da parte il piano internazionale, è certo che non si può mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo in Italia. I comunisti italiani hanno avuto il torto di appoggiare Mosca sul piano politico e propagandistico, hanno avuto una responsabilità ideologia, questo è vero, ma occorre aggiungere ciò che suggeriscono, in modo evidente a tutti, l'esperienza e il buon senso: i fascisti hanno oppresso l'Italia, hanno perseguitato gli ebrei italiani e tanti cittadini italiani, i comunisti hanno lottato per la libertà dell'Italia insieme ai socialisti, ai democristiani e ai liberali.
I vecchi socialisti lo hanno sempre saputo: Nenni, Saragat, Pertini, Craxi, cari colleghi, non hanno mai trattato i comunisti come dei nemici e come dei fascisti. Tutti hanno collaborato con i comunisti ove era possibile, nei comuni, nelle regioni, nei sindacati, nelle cooperative. Nenni, Saragat e Bettino Craxi hanno avuto tutti l'obiettivo di governare l'Italia con dei comunisti che abbandonassero finalmente l'ideologia comunista. Anche questo ha aiutato, a mio avviso, il rinnovamento del vecchio Partito Comunista Italiano e anche per questo, signor Presidente, è oggi maturo il tempo per una grande, leale aggregazione tra riformatori socialisti, cattolici, ex comunisti e liberali. L'unità che oggi si crea a sinistra ha anche questo valore e questo significato molto importante: non ci divide più il passato, ci uniscono il presente e il futuro. Con queste motivazioni i socialisti voteranno a favore del presente disegno di legge. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e del senatore Occhetto).
PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge n. 2752 nel suo complesso.
E' approvato.
Restano pertanto assorbiti i disegni di legge nn. 2189 e 2743.
Prima di passare al punto all'ordine del giorno così come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, sospendo brevemente la seduta.
(La seduta, sospesa alle ore 11,55, è ripresa alle ore 12,03).
FINE


Atto Camera 1874 - concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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CAMERA dei DEPUTATI
XIV Legislatura
Atto Camera  1874
Concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati
approvato col nuovo titolo "Istituzione del " Giorno del ricordo " in memoria delle vittime delle foibe dell' esodo giuliano - dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati"
Testi disponibili:    Scheda Camera Lavori Preparatori C. 1874

11 Febbraio 2004:    all'esame dell'assemblea
Trasmesso all'altro ramo


CAMERA dei DEPUTATI – 10 febbraio 2004

Intervento on. MENIA
Sull'ordine dei lavori (ore 14,08).
ROBERTO MENIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROBERTO MENIA. Signor Presidente, oggi, in numerose località d'Italia, gli esuli giuliano-dalmati stanno celebrando la loro giornata della memoria e del ricordo.
Al punto 5 dell'ordine del giorno della seduta odierna è previsto l'esame della proposta di legge concernente la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati, testo sul quale si è registrata una sostanziale convergenza, anche per quanto concerne la previsione dell'istituzione del giorno della memoria proprio nella data del 10 febbraio.
Rilevo l'opportunità «morale», per il Parlamento, in particolare per la Camera, di approvare oggi tale provvedimento.
Mi limito, per il momento, a rassegnarle questa considerazione, riservandomi, nel prosieguo della seduta, di chiedere l'inversione dell'ordine del giorno.

PRESIDENTE. Onorevole Menia, lei ha formulato un auspicio ed ha ravvisato un'opportunità. Ritengo che, nel prosieguo dei lavori, sarà possibile valutare l'evolversi della situazione, nel senso, mi auguro, corrispondente alle sue aspettative.

CUT

Inizio discussione proposta di legge Menia :
 Concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati (1874) (ore 19,25).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge:
Concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
Ricordo che nella seduta del 4 febbraio si è conclusa la discussione sulle linee generali.

PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli della proposta di legge e delle proposte emendative ad essi presentate. CUT
 Ricordo che su tali proposte emendative, la Commissione bilancio ha espresso il prescritto parere, formulando talune condizioni volte a garantire il rispetto dell'articolo 81, quarto comma, della Costituzione. Le proposte emendative in questione, tuttavia, comportano oneri finanziari; pertanto, come ho già detto, essi non possono essere posti in votazione nella giornata odierna se non con il consenso unanime di tutti i gruppi. Dal momento che tale consenso non c'è, saranno accantonati ed esaminati nella giornata di domani.

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 1874 sezione 2).     Nessuno chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
CUT

MAURIZIO SAIA, Relatore. La Commissione esprime parere contrario sugli emendamenti Valpiana 1.2 e 1.3, Boato 1.1 e Valpiana 1.4.
CUT
 Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, come si è capito, anche se c'è stata un po' di confusione nell'avvio dei nostri lavori - che è stato comunque opportuno iniziare nella giornata odierna, per la singolare coincidenza della data del 10 febbraio, giornata della memoria e dell'inizio dell'esame in Assemblea di questo provvedimento -, si è registrata prima nella Commissione affari costituzionali e questa mattina nel Comitato dei nove una larga convergenza - anche se non una totale identità di posizioni -, che credo permetterà l'approvazione della proposta di legge al nostro esame, così come modificata dalle proposte emendative che saranno poste in votazione nella giornata di domani, a larghissima maggioranza.

Tuttavia, vi sono alcune osservazioni che è opportuno rimangano agli atti di questa Assemblea, almeno per memoria, riguardo a talune proposte emendative presentate. Una di queste è il mio emendamento 1.1, che reca anche la firma di alcuni colleghi del centrosinistra della I Commissione, e che riguarda un provvedimento che nella passata legislatura era stato approvato in quest'aula, anche in quel caso, a larghissima maggioranza.
Si trattò di un testo che purtroppo - a mio avviso, per un errore politico - all'epoca non fu successivamente condiviso dall'altro ramo del Parlamento.
Il mio emendamento 1.1, sottoscritto anche dagli onorevoli Bressa, Leoni, Maran e Rosato, specifica meglio quanto previsto dall'articolo 1, e, come ho già detto, riprende esattamente il contenuto normativo di ciò che noi, insieme (centrodestra e centrosinistra, sia pure con alcune posizioni di dissenso), votammo a larghissima maggioranza nella scorsa legislatura: è questo il motivo per cui lo abbiamo nuovamente presentato.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, condividiamo il proposito di istituire uno speciale riconoscimento per i congiunti degli infoibati. Con le nostre proposte emendative, tra cui quella al nostro esame, ci proponiamo di avvicinare il testo del provvedimento in esame a quello approvato, proprio qui alla Camera dei deputati, nel corso della passata legislatura.
Non si tratta di una questione che attiene ad un giudizio sulla vicenda storica. L'esempio più eloquente del passo avanti compiuto, impensabile solo dieci anni fa, è costituito dagli esiti di una commissione bilaterale storico-culturale, costituita nel1993 dai due Ministeri degli affari esteri, quello italiano e quello sloveno, proprio su sollecitazione di quanti ritenevano che il problema delle foibe non dovesse più continuare ad essere una «pietra di inciampo» nei rapporti tra i due popoli.

Pur avendo alle origini un'attenzione precisa al problema delle foibe, tale commissione ha in realtà esteso il suo campo d'interesse all'arco cronologico che va dal 1880 al 1956, e dunque, all'intero periodo in cui si verificarono i più acuti conflitti tra italiani e sloveni.
Nel suo rapporto finale, quella commissione bilaterale ha affrontato la questione delle foibe del 1945 alla luce delle acquisizioni storiografiche più recenti. Accettando la categoria della violenza di Stato, si è affermato che arresti, deportazioni ed uccisioni - cito testualmente - si verificarono in un clima da resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono, in larga misura, il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili, anche al di là delle responsabilità personali, al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo, allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime comunista e dell'annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato iugoslavo.
Ciò detto, però, come abbiamo sostenuto in sede di discussione sulle linee generali, vogliamo evitare che si cerchi di determinare, attraverso le previsioni contenute nella proposta, l'identificazione aberrante tra guerra di regime e guerra patriottica e quella tra il fascismo e l'Italia.

Per il proponente, la X MAS ed i vari battaglioni fascisti impegnati nella repressione antipartigiana avrebbero agito, alla fine, in nome della patria ed in difesa della nazione. Noi non crediamo che le cose siano andate così. C'è il rischio che, dietro la ricordata interpretazione, vi sia, ancora una volta, l'uso della memoria delle vittime da parte dei contendenti.
Ma è proprio questo uso che deve avere termine! Nella proposta di integrazione, che riprende quella approvata nella scorsa legislatura, noi indichiamo precise esclusioni proprio al fine di scansare tale eventualità.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.

ROBERTO MENIA. Signor Presidente, ha ragione il collega Maran quando afferma che l'emendamento da lui pure sottoscritto intende riproporre il testo esaminato nella scorsa legislatura. Tuttavia, nella precedente legislatura, la maggioranza era diversa! Questo provvedimento, nato in maniera diversa, ha abbandonato un'interpretazione che, in taluni punti, divergeva dalla nostra.

Ad ogni modo, il testo approvato dalla Commissione esclude già da ogni riconoscimento tutti coloro a carico dei quali sia stato accertato il compimento di delitti efferati contro la persona. L'individuazione di una categoria generale ed astratta è proprio quello che la legge deve fare e, di fronte a tale individuazione, nessuna specificazione sarebbe opportuna. In particolare, quelle che vorrebbe introdurre il collega Maran sono pericolosamente suggestive perché, sostanzialmente, lasciano intendere che le foibe sono piene di collaborazionisti, di gente che si è resa responsabile di azioni tra le più efferate nei confronti di ebrei, di sloveni, eccetera.
Al contrario, ciò che noi riconosciamo, in questo provvedimento, è che è stato perseguito un grande disegno di sterminio di italiani, ma non soltanto di questi (c'erano italiani, sacerdoti, sloveni e croati anticomunisti).

In altre parole, una specificazione come quella proposta dal collega Maran tende a far passare, subdolamente, la tesi secondo la quale le foibesono sostanzialmente piene di criminali. Si tratta di una tesi giustificazionista, se non negazionista, proprio come quelle che abbiamo già dovuto sopportare per cinquant'anni (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vascon. Ne ha facoltà.

LUIGINO VASCON. Signor Presidente, onorevoli colleghi, quello al nostro esame è, senza ombra di dubbio, un provvedimento di enorme portata storica. Dopo svariati decenni di silenzio, finalmente, in Parlamento si parla di quell'orrenda e ripugnante pagina storica che è nota come tragedia delle foibe.
Se è vero, com'è vero, che la storia la scrive chi vince, nel caso di specie si può affermare che la storia non è stata neanche scritta: il dramma delle foibe è stato - in gran parte e per lungo tempo - ignorato. Quel poco, anzi quel pochissimo che è stato scritto proviene, come ho detto prima, dalla penna del vincitore, tant'è che la parola «foiba» non appare nemmeno in tutti i vocabolari della lingua italiana; per non parlare dei libri scolastici, ai quali, nella maggior parte dei casi, tale parola è addirittura sconosciuta!

Quindi, oggi, in quest'aula, siamo di fronte ad una corretta lettura della storia riguardante eventi accaduti alla fine della seconda guerra mondiale e successivamente. Tutti noi dobbiamo avere il coraggio e l'onestà politica di ammettere che tali fatti, d'inaudita ed imparagonabile ferocia, hanno continuato a verificarsi anche dopo la conclusione del conflitto bellico. Quel che è peggio è che gli autori di simili fatti, successivamente, hanno goduto di veri e propri benefici con - assurdo dell'assurdo! - risarcimenti pensionistici mensili, pagati con moneta americana, una moneta che, in tali circostanze, non faceva per nulla schifo, anzi, per loro emanava un «profumo gradevole»!

Credo che, a tal proposito, non servano ulteriori commenti, checché ne dicano coloro i quali, oggi, a distanza di tanti anni, non hanno ancora maturato un minimo di razionalità e di dignità politica; coloro i quali, oggi, fanno i buonisti; coloro i quali mai hanno ammesso le palesi colpe degli esponenti politici dell'epoca; coloro i quali, invece di denunciare i colpevoli, li hanno protetti, rendendoli praticamente intoccabili, procurando loro comodi e confortevoli soggiorni in determinati paesi del blocco sovietico, consentendo loro di rientrare nel proprio paese dopo la prescrizione dei reati di cui erano colpevoli.
Ne cito uno per tutti (chi ha letto qualcosa sulle foibe, lo ricorderà):
 il boia di Pisino, tale Ivan Motika, morto di morte naturale pochi anni fa, comodamente a casa sua, senza mai essere disturbato.

Ebbene, sto puntando il dito coscientemente contro coloro i quali, a conoscenza di ingiuste ed immotivate protezioni politiche, pur avendone l'autorità, non hanno mai operato affinché si potesse dare legittimo riconoscimento sia ai morti trucidati vigliaccamente nelle foibe sia ai loro familiari.

Onorevoli colleghi, non esistono morti di destra e di sinistra, ma morti e martiri, famiglie spogliate di tutto, persino della possibilità di piangere sulla tomba dei propri cari, famiglie i cui componenti attendono da molti anni un legittimo riconoscimento, un gesto di pura ed unica dignità. Questo provvedimento, dunque, rappresenta un riconoscimento morale che solo lo Stato può garantire; anzi, solo questo Governo ha saputo onestamente e coerentemente garantire tale riconoscimento a chi oggi piange su morti assurde.

Signor Presidente, lei, durante la commemorazione (considerata la data odierna), ha provveduto all'espulsione dall'aula di due parlamentari che, andando oltre il motivo del contendere, hanno mantenuto la maschera in questa sede. Con pieno senso politico, ricordo che, in quest'aula, determinati parlamentari dovrebbero portarla sempre la maschera! Che si vergognino! (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.

ETTORE ROSATO. Signor Presidente, sono soddisfatto che questo Parlamento, oggi, discuta del provvedimento in esame, ponendo attenzione su un fatto dimenticato da troppi anni.

Ricordo che nel Comitato dei nove, abbiamo compiuto un grande sforzo per trovare un'intesa che portasse all'elaborazione di un provvedimento largamente condiviso da questo Parlamento. Credo che accusare i presentatori dell'emendamento Boato 1.1 di tesi «negazionista» sia, oltre che sbagliato, anche profondamente ingiusto.

Per capire le disposizioni che ci apprestiamo a votare, vorrei esprimere talune considerazioni: l'emendamento in esame stabilisce che non sono ricompresi per il riconoscimento i congiunti di coloro che, fra gli appartenenti e i collaboratori di organi e formazioni come l'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, il Centro per lo studio del problema ebraico (lo chiamavano in questo modo), i membri delle squadre di azione protagoniste dei pogrom antiebraici di Trieste del 1941 e del 1943, tennero un comportamento efferato contro i combattenti della guerra di liberazione, contro i perseguitati politici e razziali dei regimi fascista e nazista e contro la popolazione civile.

Queste sono le esclusioni che noi proponiamo. Questo emendamento mira ad introdurre una distinzione - che non mette in discussione il rispetto dei morti - tra le persone che hanno diritto per la loro morte ad un riconoscimento da consegnare ai loro congiunti e quelle che non lo hanno.

Ritengo che questo sia un emendamento che propone un atto di giustizia per le persone che sono decedute in una fase terribile della storia delle nostre terre. Il suo accoglimento renderebbe molto più facile il percorso di questo provvedimento che, come detto più volte da tutti i miei colleghi, abbiamo intenzione di approvare.

CUT
 
 (Esame dell'articolo 2 - A.C. 1874)
  PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 2.
  Nessuno chiedendo di parlare e non essendo state presentateproposte emendative (vedi l'allegato A - A.C. 1874 sezione 3), passiamo ai voti.  CUT
      Dichiaro chiusa la votazione.
      Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).

  (Esame dell'articolo 3 - A.C. 1874)
      PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 3 e delle proposte emendative ad esso presentate
 Nessuno chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.
      MAURIZIO SAIA, Relatore. Signor Presidente, il parere favorevole è sull'emendamento in Bressa 3.1, mentre è contrario sugli emendamenti Valpiana 3.3, Bressa 3.2 e Valpiana 3.4.

      PRESIDENTE. Il Governo?

      COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, il parere del Governo è conforme a quello espresso dal relatore.

      PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
CUT
      Comunico il risultato della votazione: la Camera approva).
CUT
      Passiamo alla votazione dell'emendamento Bressa 3.2.
      Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.

      MARCO BOATO. Signor Presidente, l'emendamento Bressa 3.2 - riformulato alla fine in questo modo: nel Friuli-Venezia e (viene introdotta la lettera «e» al posto della lettera «o»). - prevede che nella commissione ci sia anche un esperto designato dall'istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia e gli altri che sono indicati. Anche questo è un testo che era stato approvato a larghissima maggioranza, tra centrodestra e centrosinistra, nella scorsa legislatura e per questo l'abbiamo riproposto.

      PRESIDENTE. Passiamo ai voti. CUT
       Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).
CUT
  Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

CAMERA dei DEPUTATI  11 febbraio 2004
Si riprende la discussione della proposta di legge n. 1874.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione del subemendamento 0.01.03.1 della Commissione.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, abbiamo condiviso il proposito di istituire una giornata del ricordo delle vicende del confine orientale, dell'esodo, delle foibe. Si tratta di un proposito che, a nostro avviso, non ha niente a che vedere con quel revisionismo che rinuncia al discrimine tra quanto è giusto e quanto è ingiusto e che porta a non distinguere più nulla ed a confondere le responsabilità. Tale proposito non ha niente a che spartire con l'opinione di quanti vanno dicendo che, poiché nella lotta antifascista vi furono anche le foibe, allora nessuna delle due cause era migliore dell'altra.
Con il subemendamento in esame ci proponiamo di uscire dalle semplificazioni e dalle omissioni di parte e di conservare la ricostruzione di tutte le responsabilità - grandi e piccole, maggiori e minori - dandoci una storia, a cinquant'anni di distanza da quegli avvenimenti, che sia di tutti. Vorremmo anche uscire da quel genere di verità che servono unicamente a rinsaldare le reciproche identità ed a nutrire il rispettivo senso di appartenenza.
Abbiamo scelto - come sapete - di aderire alla proposta delle associazioni dei profughi istriani di considerare il 10 febbraio come giornata del ricordo invece del 20 marzo, giorno dell'ultimo viaggio del piroscafo Toscano da Pola, che avevamo inizialmente proposto. Ciascuna delle date aveva le sue ragioni. Era evidente, tuttavia, la nostra preoccupazione - a dire il vero non era soltanto nostra, essendo stata ripresa anche dal ministro Giovanardi - che scegliendo il 10 febbraio si finisse per avallare la tesi di chi, ancora oggi, imputa l'esodo dall'Istria al trattato di pace. Si tratta di una preoccupazione che abbiamo superato proprio in considerazione delle dichiarazioni e delle rassicurazioni...
PIERO RUZZANTE. Non si riesce a sentire niente!
PRESIDENTE. Effettivamente, vi è molta confusione in aula. Vorrei pregare i colleghi di muoversi rapidamente ed ordinatamente e, se possibile, di ascoltare, data l'importanza dell'argomento.
Prego, onorevole Maran.
ALESSANDRO MARAN. Come dicevo, abbiamo superato la suddetta preoccupazione in ragione delle rassicurazioni fornite dalle stesse associazioni degli esuli. Tuttavia, è il caso di ricordare a quanti oggi fingono di dimenticare che il trattato di pace non fu una soluzione per quel che fece l'Italia fascista, bensì la conseguenza della guerra voluta dal fascismo e della sconfitta. Proprio perché non fu una soluzione è doverosa, ancora oggi, un'assunzione collettiva di responsabilità verso tutto il nostro passato, anche quello meno glorioso. Da qui il riferimento alle più complesse vicende del confine orientale.
Colleghi, la Venezia Giulia, con il suo carattere etnicamente plurale, ha messo alla prova la politica e le istituzioni italiane fin dal 1918 proprio sulla questione del rapporto interetnico e dell'appartenenza statale e nazionale. Si tratta di questioni che oggi, grazie all'enorme flusso di immigrati, possiamo forse meglio comprendere.
Prima ancora che il partito fascista assumesse un'eccezionale consistenza nella Venezia Giulia, i portavoce degli ideali liberali e democratici avevano definito le minoranze come un problema, a causa della loro differenza, ed avevano suggerito l'assimilazione forzata come soluzione. Con il crollo del regime fascista, la storia dei campi di concentramento militari per civili e lo sciovinismo che li aveva prodotti furono subito dimenticati, al punto che le vicende del confine orientale ed i fatti del tempo di guerra lungo il confine e nei Balcani non sono diventati, in Italia, parte della storia e della conoscenza generale. Perfino molti studiosi hanno scelto di descrivere gli eventi del Friuli e della Venezia Giulia durante il periodo tra le due guerre, le foibe e le vicende dell'esodo come periferici rispetto al corso principale della storia e della politica italiana. Hanno scelto, perfino, di far rientrare la lotta fra lo Stato ed i cittadini italiani di lingua slovena e croata nella guerra tra l'Italia e le forze comuniste iugoslave.
Dunque, solo con un'assunzione di responsabilità, finalmente, le vicende dei profughi istriani possono diventare qualcosa che riguarda tutti gli italiani.
Nella storia di un paese ci sono, infatti, momenti e situazioni dalle quali non si può «scendere», come si scende da un tram quando non si condividono le scelte del conducente.
Tra le complesse vicende del confino orientale e tra le foibe e l'esodo vi è certamente un legame, anche se le violenze del periodo 1943-1945 non furono l'unica, e nemmeno la principale, delle cause che, fra il 1945 e la fine degli anni cinquanta, spinsero la quasi totalità degli italiani che vivevano nei territori passati sotto il controllo della Jugoslavia ad abbandonare la loro terra di origine.
PRESIDENTE. Onorevole Maran, la invito a concludere.
ALESSANDRO MARAN. Certamente, il ricordo di quella stagione di violenza preparò il terreno alla scelta dell'esodo e quella memoria - che naturalmente la destra è stata attenta a mantenere nell'alveo del rancore verso quella che veniva definita l'imbelle patria democratica (e ciò anche per la colpevole assenza della sinistra) - ha finito per saldare i due eventi, foibe ed esodo, come parti di un unico processo di distruzione dell'italianità adriatica. Anche i mezzi di informazione, oltre all'interesse politico, hanno calamitato l'attenzione soprattutto sul dramma delle foibe, certamente più sanguinoso e sconvolgente.
In realtà, tra i due fenomeni, quello di maggiore spessore storico è proprio l'esodo, non solo perché coinvolse un numero di persone incomparabilmente maggiore, ma perché fu proprio l'espulsione della componente italiana dai suoi territori di insediamento storico nella regione istro-quarnerina a segnare una frattura senza precedenti nella storia dell'area alto-adriatica, cancellandovi quasi completamente le tracce di una presenza e di una civiltà che risalivano ai tempi della romanizzazione. L'esodo fu un vero e proprio plebiscito morale di quegli italiani che vollero restare tali. Il forzato abbandono, da parte degli italiani, dell'Istria, di Fiume e di Zara costituisce infatti un aspetto....
PRESIDENTE. Onorevole Maran, la invito nuovamente a concludere. Magari potrà riprendere il suo discorso successivamente.
ALESSANDRO MARAN. Non credevo che avessimo un limite di tempo.
PRESIDENTE. Il tempo a disposizione è di cinque minuti, trattandosi di dichiarazioni di voto sugli emendamenti.
ALESSANDRO MARAN. Va bene, Presidente, allora termino qui il mio intervento, che riprenderò successivamente (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, nella discussione sulle linee generali che si è svolta nella seduta di mercoledì scorso, interloquendo con il relatore e con i colleghi Menia, Rosato e Maran, che ha appena parlato, avevo ricordato che i Verdi già nella scorsa legislatura avevano votato a favore di un provvedimento analogo a quello che stiamo discutendo. Ma avevo anche auspicato - rispetto al confronto che si era verificato nella discussione sulle linee generali, in parte convergente, in parte con osservazioni reciprocamente critiche - che si potesse realizzare un'ampia convergenza, in Assemblea, su questa proposta di legge, che inizialmente prevedeva solo la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati e poi si era «allargata» (tanto più nella significativa coincidenza dell'imminenza del 10 febbraio) anche alla proposta di istituzione di un «Giorno della memoria», appunto il 10 febbraio.
Difatti, a breve voteremo un articolo aggiuntivo della Commissione, che abbiamo condiviso e che insieme ai colleghi sopra richiamati abbiamo contribuito a definire, che produrrà un mutamento del titolo della proposta di legge in esame nel seguente: Istituzione del «Giorno della memoria» in ricordo delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
Credo sia giusto che quanti stanno seguendo il nostro lavoro, non solo in quest'aula ma anche fuori, sappiamo cosa voteremo fra pochi minuti. Leggo, pertanto, il primo comma dell'articolo aggiuntivo della Commissione - che, ripeto, abbiamo a contribuire a definire e che rappresenta un punto di incontro fra le diverse posizioni -, il quale afferma: «La Repubblica riconosce il giorno 10 febbraio, quale 'Giorno del ricordo' al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, l'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e la più complessa vicenda del confine orientale».
Nel secondo comma si afferma poi quanto segue: «Nella giornata, di cui al comma 1», vale a dire quella del 10 febbraio di ogni anno, «sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario ed artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero».
Questa è la parte essenziale dell'articolo aggiuntivo della Commissione che fra poco voteremo. Preannuncio sul medesimo l'espressione del voto favorevole. Credo che l'auspicio che avevo espresso nel corso della discussione sulle linee generali del provvedimento in esame abbia trovato un punto positivo di equilibrio e di convergenza in questo testo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.
GIANCLAUDIO BRESSA. Signor Presidente, l'esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati ha rappresentato una tragedia umana ed un dramma civile con cui non ci siamo confrontati ancora fino in fondo. Le foibe sono oramai il luogo simbolo di una tragedia vissuta nel Carso triestino e goriziano, nell'Istria, ma anche in altre realtà del nord est (l'Alpago - Pian Del Cansiglio).
Trieste è una città simbolo delle foibe e dell'esodo, ma, nel corso di questi anni, nella stessa si è lavorato per superare e sanare definitivamente queste drammatiche ferite. Ogni anno a Trieste viene ricordato il dramma dell'esodo e delle foibe con uno spirito di conciliazione, con una logica di pacificazione che, credo, abbiano insegnato molto a tutti noi. Tali logiche di pacificazione sono state anche all'origine della proposta di legge presentata durante la XIII legislatura che, purtroppo, non riuscì ad essere approvata in tempo.
Oggi la proposta dell'istituzione del giorno del ricordo, contenuta nell'articolo aggiuntivo che ci accingiamo a votare, ha trovato una formula che ha saputo inverare questa logica di pacificazione. Questo sforzo comune non può esser offuscato da alcune affermazioni che ieri, in maniera poco opportuna, sono state svolte circa presunte volontà «negazioniste» da parte di qualcuno di noi, con riferimento ad alcuni emendamenti che invece avrebbero consentito di procedere lungo la strada della pacificazione e della conciliazione.
Oggi stiamo compiendo un passo importante, perché in questo modo sarà possibile rendere omaggio con un atto di memoria e di dignità civile a chi, in un periodo terribile del dopoguerra, sul confine orientale ha pagato con la sofferenza e con la vita le proprie convinzioni ed il proprio sentirsi italiano.
Oggi, il Parlamento ha il coraggio di guardare indietro, di volgere lo sguardo al passato fatto di indicibili tristezze: ciò dimostra la volontà di progredire sulla strada della riconciliazione, unico valore che può fare del ricordo un segno di maturità civile e di sapienza civica.
Credo che oggi il Parlamento stia compiendo un passo importante, poiché - lo ripeto - è consapevole della propria storia, verso un futuro di autentica riconciliazione della nostra Repubblica (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giordano. Ne ha facoltà.
FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, le proposte emendative su cui si registra un largo consenso cambiano a nostro avviso la natura del provvedimento inducendosi, pertanto, a modificare il voto sullo stesso: preannuncio, infatti, l'espressione del nostro voto contrario sul provvedimento in esame.
Con riferimento a tale provvedimento, ci eravamo predisposti ad un atteggiamento di confronto, sia pure critico, sulle concrete proposte e sulle modalità con cui si chiedeva un riconoscimento ai parenti delle vittime degli infoibati.
Ciò qualora il provvedimento avesse avuto quale oggetto solo il riconoscimento ai parenti aprendo, per questa via, una luce su errori ed orrori prodotti in Venezia Giulia tra la guerra e il primo dopoguerra.
Noi - lo vogliamo affermare con grande franchezza e sincerità -, in ordine a quelle vicende drammatiche che, come è stato detto in quest'aula, hanno insieme una specificità politica ed etnica, non abbiamo dubbi nel condannare tali violenze. Aggiungo che non siamo tra coloro che trovano giustificazioni nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare quello che si realizzò successivamente. Le più avvertite ricostruzioni storiche parlano di un fenomeno che non è ascrivibile al genocidio né alla giusta punizione di qualche rigurgito fascista. Ma voi, attraverso queste proposte emendative, proponete una giornata del ricordo.
Francamente, non comprendiamo neanche l'atteggiamento dei colleghi del centrosinistra che per questa via non ricostruiscono una verità, non aprono una luce sulla vicenda storica, ma si prestano ad un'altra operazione politico-culturale. Noi a questa operazione non solo non ci vogliamo prestare, ma la combattiamo apertamente ed esplicitamente. Non si può dedicare una giornata della memoria, al pari del 25 aprile e di quella dell'Olocausto, in quanto stiamo parlando di fenomeni che non sono assolutamente equivalenti e la proposta di renderli equivalenti - cari colleghi ed amici del centrosinistra - in realtà allude ad un processo di revisionismo storico che cambia la natura dello Stato e della Costituzione antifascista.
Crediamo che l'antifascismo sia una religione civile e oggi chi la vuole cancellare, chi vuole creare macchie su quella religione civile, di fatto, tende a rimuovere ciò che l'antifascismo ha significato per il nostro paese, vale a dire una stagione grande e bella che si è aperta da quella resistenza per determinare tanti conflitti sociali. Questa è la storia del nostro paese, che non può essere in alcun modo snaturata (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, non comprendo lo spirito dell'intervento del collega Giordano, in quanto l'antifascismo non poteva e non voleva che si giustificassero gli omicidi. E lo spirito di questo provvedimento nonché quello dell'articolo aggiuntivo della Commissione che evidenzia la fase più costruttiva di quanto avvenuto nel corso di queste settimane, significa proprio pacificazione, riconciliazione, saldatura di un debito verso la memoria di un popolo - che è il nostro popolo -, nonché assunzione di responsabilità, anche se tardiva, da parte della classe politica, visto che il Parlamento della Repubblica rappresenta la nazione intera. Come si è correttamente affermato, con il citato articolo aggiuntivo allarghiamo le maglie di un provvedimento che inizialmente era volto a concedere un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
Nella scorsa legislatura, mi feci promotore di una proposta di legge, affinché l'Italia, a oltre cinquant'anni da quelle stragi, concedesse una semplice medaglietta (sulla quale era inciso: «L'Italia ricorda») ai congiunti delle vittime di quella tragedia.
Quella proposta di legge fu votata alla Camera e inopinatamente bocciata, l'ultimo giorno della legislatura, al Senato.
L'ho ripresentata nel corso di questa legislatura e, sempre nel corso di questa legislatura, ho presentato anche una diversa proposta di legge per l'istituzione di quella giornata della memoria che già oggi si svolge e si celebra a cura delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, sebbene questa sia una cerimonia privata che non ha alcun riconoscimento da parte dello Stato.
La settimana scorsa, durante la discussione sulle linee generali, ho fatto riferimento ad un mio emendamento sul quale qualcuno ha manifestato qualche perplessità in ordine all'opportunità di legare o meno le vicende delle foibe a quelle dell'esodo. Al riguardo, ho detto, ed oggi lo riconfermo, che si tratta di due facce della stessa tragedia; l'onore, pertanto, va dato ai vivi così come ai morti. Le foibe furono, di fatto, il prodromo della grande tragedia dell'esodo dei giuliano-dalmati in cui è possibile ravvisare due facce: da una parte i morti e il loro ricordo, dall'altra i vivi che in 350 mila scelsero una vita da esuli in ogni angolo del mondo. Con il subemendamento al nostro esame, nello spirito della pacificazione e della riconciliazione degli italiani e tra gli italiani, noi rendiamo un grande servizio a tutta la collettività nazionale (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Buontempo. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. Signor Presidente, non intendevo intervenire per rispetto al grande valore che il collega Menia ha dato per tutta la sua vita a questa battaglia. È una ben misera bilancia quella che propone il collega Giordano sul peso dei crimini compiuti sotto ogni bandiera; il crimine, infatti, resta tale e deve essere condannato con molta determinazione.
Il senso di questo mio breve intervento è che non si possa, a mio parere, rimanere in silenzio su questa vicenda. Inoltre, ritengo che debba far riflettere tutti la viltà con la quale i Governi che si sono succeduti nel dopoguerra hanno cancellato dalla memoria degli italiani la tragedia delle foibe. Tali Governi hanno taciuto anche dell'esito drammatico di queste popolazioni alle quali è stato negato persino di riunirsi e, come nel caso di Roma, sono stati costretti ad occupare il villaggio dei lavoratori che dovevano costruire l'EUR.
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, si avvii a concludere.
TEODORO BUONTEMPO. Concludo, Presidente. I Governi, ripeto, per oltre cinquant'anni hanno negato persino la sede per un museo della tragedia dei giuliano-dalmati, i quali se lo sono dovuti pagare da soli pur non avendo disponibilità economiche. Gli uomini politici che sono stati al Governo per tutto questo tempo, proprio per il valore che si attribuisce a questa giornata della memoria, dovrebbero avere l'onestà di dirci perché il silenzio, perché la rimozione e perché hanno cancellato questa tragica storia dalle coscienze e dalle menti delle nuove generazioni.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rizzo. Ne ha facoltà.
MARCO RIZZO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi siamo contrari al subemendamento in esame così come siamo contrari a questo provvedimento. La scelta di proclamare il 10 febbraio, anniversario del Trattato di pace firmato a Parigi nel 1947, come seconda giornata della memoria dedicata al tragico esito di gran parte degli italiani dell'Istria e di Fiume, ormai iugoslavi, suscita non pochi interrogativi. È difficile non cogliere il significato politico di contrapposizione che, a momenti, sa di irredentismo di fronte ai preparativi per festeggiare a maggio l'allargamento dell'Unione europea verso est.
Il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, sarà a Gorizia per assistere all'abbattimento dell'ultimo muro - possiamo definirlo così - che la divide dalla nuova Gorizia slovena. Intanto, l'anniversario, che ha visto la partecipazione dei dirigenti della Quercia, è stato ricordato a Padova da Fini e a Trieste dal ministro Tremaglia, quest'ultimo reduce di quella Repubblica sociale italiana che aveva ceduto ai tedeschi le terre ai confini orientali.
ROBERTO MENIA. Non ha ceduto niente!
MARCO RIZZO. Ricordo anche che la Germania, che pure ha subìto la mutilazione di un quarto del proprio territorio con il conseguente esodo di 11 milioni di cittadini, non ha mai istituito giornate dedicate a quegli avvenimenti, anche per la consapevolezza che essi sono stati la tragica conseguenza di una guerra di aggressione agli altri popoli europei.
Occorre inoltre chiedersi se l'istituzione di una seconda Giornata della memoria non rappresenti oggettivamente una negazione dell'unicità della Shoah, alla quale è dedicata la Giornata della memoria del 27 gennaio. Le foibe sono state un fatto terribile, su questo non abbiamo dubbi. Ma tale vicenda drammatica deve essere collocata in una dimensione storica. Bisogna ricordare il contesto, non si può ricordare soltanto una parte della verità. Occorre parlare anche di cosa avvenne prima delle foibe: non possiamo dimenticare la colonizzazione di quelle terre voluta dal fascismo
(Commenti del deputato Menia). Furono cambiati e italianizzati i cognomi delle persone e i nomi delle località, ci furono eccidi di slavi compiuti dagli ustascia e dai fascisti alleati dei tedeschi. E ricordo che mentre Mosca, nel 1945, voleva dare Trieste a Tito, Togliatti, comunista italiano, si batte perché questo non avvenisse, e così fu.
I dirigenti della sinistra non possono e non devono rifiutare la propria storia. La banalizzazione del passato, con un linguaggio da guerra fredda, non serve a contrastare le «sparate» anticomuniste di Berlusconi, e neppure regge alla prova di una seria analisi storica. Come si può dimenticare quella che veniva definita la «diplomazia della Resistenza», grazie alla quale furono conclusi i primi accordi italo-iugoslavi, e affermare che il partito comunista era condizionato da Tito, dimenticando che con la risoluzione del Cominform del 1948 il partito comunista italiano e la lega dei comunisti iugoslava si erano collocati su fronti opposti? Togliatti, Longo, Vidali, Berlinguer, Natta e tutti i comunisti triestini e friulani hanno lavorato per decenni per il superamento delle antiche contrapposizioni e per creare in quelle terre condizioni di pace e di convivenza.
Gli esuli istriani sono stati beffati per mezzo secolo dai vari governi italiani, che li hanno illusi sulla restituzione dei beni abbandonati, con i quali l'Italia aveva invece pagato i danni provocati dall'aggressione e la cruenta occupazione della Iugoslavia.
Con la Slovenia è stato concluso il «compromesso Solana» sul diritto di prelazione in favore degli esuli nell'acquisto di immobili. Con la Croazia, il problema rimane parzialmente aperto.
Resta invece sostanzialmente inattuata la legge sul risarcimento dei beni abbandonati, voluta dall'Ulivo nella scorsa legislatura, avendo il Governo Berlusconi tagliato i relativi fondi nella legge finanziaria (hanno tagliato anche questo!).
Il ritorno dei figli di coloro che dovettero partire alla fine della seconda guerra mondiale sarà possibile soltanto in un contesto di amicizia tra i paesi vicini e dipenderà dal successo della loro integrazione nell'Unione europea. Solo così sarà ricostituito un tessuto lacerato dalla guerra fascista e verranno rinnovate le caratteristiche multietniche della penisola istriana.
Iniziative tendenti soltanto ad eccitare e a dividere gli animi non sono quindi, a nostro avviso, di alcuna utilità. Esiste inoltre il rischio che i nuovi membri dell'Unione europea si chiudano a riccio, vedendo minacciate le basi della propria sovranità e integrità nazionale.
Oggi c'è un'aria di revisionismo. Che esso provenga da parte dalla destra, ci sembra normale; che venga, in qualche modo, accettato da parte della sinistra, ci amareggia. Non c'è una sola battaglia di libertà nel nostro paese che non abbia visto il partito comunista italiano in prima fila. I comunisti italiani non hanno nulla di cui pentirsi e vanno orgogliosi di una grande storia di progresso e di libertà (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Comunisti italiani).
MAURIZIO SAIA, Relatore. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURIZIO SAIA, Relatore. Signor Presidente, il presidente Bruno e il collega Boato mi hanno fatto notare un refuso nel testo dell'articolo aggiuntivo 01.03 della Commissione: le parole «La Repubblica riconosce il giorno 10 febbraio, quale »Giorno del ricordo«» devono intendersi
«La Repubblica riconosce il 10 febbraio, quale »Giorno del ricordo«», conformemente al testo approvato dalla Commissione.
PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Saia. Ne prendo atto.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Paolone. Ne ha facoltà.
BENITO PAOLONE. Signor Presidente, colleghi del Parlamento, in un minuto non si possono esprimere le cose che mi riprometto di dire magari a puntate, sulle successive proposte emendative. Ciò che ho sentito è davvero sconcertante. Non so quanto il mio intervento sia in linea con l'Assemblea ed anche con il mio gruppo. Preannuncio, comunque, che parlerò per far sì che questo dibattito non si esaurisca in una specie di cerimonia con la quale riconsiderare determinati fatti ed elementi che debbono essere valutati anche in proiezione storica. E siccome ho capito che i comunisti, per quanto si possa ritenerli fuori da questo tipo di approccio al problema, non riescono a togliersi il difetto che gli è congenito, sento ciò come un dovere, Presidente.
Preannunzio quindi, che durante l'esame delle successive proposte emendative cercherò di inquadrare la storia e la vita di un profugo fiumano all'interno di questo discorso: non è un fatto formale, è un fatto sostanziale che riguarda la coscienza, la tradizione e la vita del popolo italiano (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, intervengo per completare l'esposizione delle ragioni del nostro consenso e per chiarire rapidamente alcuni aspetti.
Credo che sia necessario prendere atto, fino in fondo, che il forzato abbandono da parte degli italiani dell'Istria, di Fiume e di Zara costituisce un aspetto particolare ed emblematico - oggi dobbiamo comprenderlo anche in vista dell'allargamento dell'Unione europea - di un fenomeno più generale che ha travolto in Europa milioni di individui, in quel processo di semplificazione etnica legato all'affermarsi e al ricostruirsi degli Stati nazionali in territori nazionalmente misti, plurali, e che ha distrutto in larga misura le realtà plurilinguistiche e multiculturali esistenti in buona parte dell'Europa centrale.
 Il fatto che l'espulsione degli italiani sia avvenuta per opera di uno Stato federale fondato tecnicamente su un'ideologia internazionalista, come era la Jugoslavia comunista, segnala soltanto come la forza delle posizioni nazionaliste sia riuscita, in molti casi, ad imporsi agli stessi contenuti ideologici di segno opposto.
Il fatto è che lo schema antifascismo-fascismo non è adeguato a comprendere le vicende del confine orientale. In questi anni si è infatti diffusa l'idea che esodo e foibe rappresentino un tema che appartiene ai postfascisti e ora ad Alleanza nazionale, quasi che tutti i profughi siano stati fascisti. Ancora oggi, come abbiamo sentito, ogni discorso che viene proposto da sinistra su questi argomenti finisce per venire interpretato come una proposta di pacificazione o, peggio, di equiparazione tra fascismo ed antifascismo (Commenti del deputato Giordano). Non l'ho detto, se mi stai a sentire.
 Ma è proprio in questo modo che viene cancellata una componente centrale delle vicende del confine orientale - quella del conflitto nazionale che, per quasi un intero secolo, ha opposto italiani a sloveni e a croati - e, quel che più conta, diventa impossibile riflettere su un punto fondamentale, vale a dire su quell'idea etnica di nazione condivisa dagli uni e dagli altri che ha reso possibile, prima, la persecuzione da parte del regime fascista dei cosiddetti alloglotti, degli alieni - sloveni e croati -, poi, le leggi razziali del 1938 e, infine, la forzata espulsione degli italiani.
Ma è questa la ragione profonda dell'istituzione del Giorno del ricordo, per conservare tutte le responsabilità e per non viverle ancora politicamente, proprio oggi che, alla vigilia dell'allargamento e della ricongiunzione delle due Europe, è tempo di prendere atto fino in fondo che è cambiato il rapporto tra nazione e Stato, che il problema della nazione non è separabile da quello della cittadinanza e che questa dipende sempre di più dalla crescita e dall'integrazione fra le economie nazionali e di popoli.
È questo il legame profondo tra antifascismo, welfare e interdipendenza, che oggi è il cuore dell'Europa, il cuore del processo della nuova Europa che vogliamo costruire (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO. Signor Presidente, colgo l'occasione per ringraziare il presidente della Commissione, onorevole Bruno, per l'impegno profuso al fine di giungere a un testo il più ampiamente condiviso.
Intervengo su questo emendamento anche alla luce del dibattito che si è sviluppato, per raccontare una esperienza che è un po' quella della mia città, Trieste, dove ogni famiglia, in maniera diretta o indiretta, ha vissuto il dramma dell'esodo e spesso ha avuto qualche parente infoibato. Sono famiglie che non hanno una collocazione politica determinata (tutte di destra); e sono diffuse nel territorio, nelle classi sociali, nel loro vissuto, nel loro mondo del lavoro e anche in una collocazione politica che è la più varia e che riguarda tutto l'arco costituzionale.
Infatti, la premessa da cui partiamo non consiste nel riconoscere che non c'è stata una guerra di aggressione da parte della Germania nazista e dell'Italia fascista nei confronti degli altri paesi dell'Europa, ma nel riconoscere un dramma dimenticato da 50 anni, che ha riguardato migliaia di persone e che oggi il Parlamento, sia pure con ritardo, ricorda in maniera solenne, con l'istituzione del Giorno del ricordo, anche grazie alle sollecitazioni che sono venute in questi giorni. Si è scelta tale denominazione per evitare sovrapposizioni con altre giornate, come la Giornata della memoria, che assolutamente non ha nulla a che vedere con la vicenda in questione.
Credo che oggi che il Parlamento compia un atto di profonda democrazia, che risponde anche a un sentimento di pace che è un valore diffuso, il valore di quei milioni di giovani che nelle piazze di tutto il mondo hanno marciato contro le guerre di questi anni, che ci richiamano a momenti in cui il paese e le sue generazioni sanno ritrovare momenti di unità e superare i momenti di divisione. Credo che il Giorno del ricordo non cancelli la storia della Resistenza ma, anzi, la enfatizzi. È un segno di giustizia nei confronti della storia e nei confronti delle persone che l'hanno vissuta direttamente.
Ci apprestiamo ad approvare - lo spero - un emendamento della Commissione che è frutto anche di una nostra proposta emendativa, che in particolare riconosce all'IRCI, l'Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata, la funzione svolta in questi anni, quella di conservare la memoria dell'esodo, anche quando ciò era difficile perché dimenticato dai più. Oggi viene riconosciuto ufficialmente, con questa proposta di legge, anche un contributo che consente all'IRCI di gestire un museo che noi speriamo venga presto inaugurato, ossia quello della cultura istriana fiumana e dalmata.
Questo emendamento, frutto del lavoro svolto in Commissione, rappresenta un compromesso non tanto rispetto alla volontà politica dei colleghi di maggioranza, quanto alle ristrettezze previste nel bilancio e nella legge finanziaria di questo paese; data la solennità che accompagna questo giorno, il contributo per la realizzazione del museo credo sia dovuto (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, vorrei soltanto sottolineare la valenza culturale della proposta emendativa della Commissione, che nasce dalla fusione di proposte diverse e serve a far sì che possano vivere e prosperare due diverse istituzioni, una già esistente, con sede qui a Roma, cioè il vecchio Archivio museo storico di Fiume, in cui sono conservate le memorie di quella che era la Fiume italiana.
Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di passare al villaggio giuliano-dalmata; si tratta di una qualcosa che colpisce anche sentimentalmente. L'altra istituzione, in via di realizzazione a Trieste e che spereremmo di vedere ultimata proprio nell'anno del cinquantesimo del ritorno di Trieste italiana, è il Museo della civiltà istriana-fiumano-dalmata.
A Trieste attualmente, in un magazzino del porto vecchio, sono raccolte le masserizie che sono proprio la memoria dell'esodo del popolo giuliano-dalmata e sempre a Trieste verrà realizzato, in forza dell'accordo tra il comune e l'IRCI - che si occupa appunto di conservare la memoria istriana e che tra l'altro, in questi anni, sta portando avanti un'opera magnifica ed encomiabile di tutela delle tombe dei vecchi cimiteri italiani in Istria e in Dalmazia -, verrà costruito un museo che sarà la testimonianza vivente dell'esodo, ma più in generale di tutta la cultura e la civiltà giuliano-dalmata. Il mio intento, pertanto, era solo quello di segnalare la valenza di ordine culturale e storico di questa proposta emendativa.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. La ringrazio, signor Presidente. Ho solo pochi minuti a disposizione, ma mi riconosco nelle riflessioni che poco fa hanno fatto i colleghi Maran e Rosato e non le ripeterò. Volevo però ricordare che tra poco voteremo un subemendamento di carattere tecnico, relativo alla copertura finanziaria - che è limitata, ma comunque significativa -, e poi un articolo aggiuntivo che recita: «Sono riconosciuti il Museo della civiltà istriana-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma. A tal fine, è concesso un finanziamento di 100 mila euro annuali all'IRCI (Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata) e 100 mila euro annuali alla Società di studi fiumani».
Si tratta di un articolo aggiuntivo che abbiamo costruito e convenuto insieme in Commissione, come è stato ricordato anche dal collega Menia poco fa.
Vorrei accennare soltanto al tono che per alcuni aspetti aveva assunto il dibattito ieri, nella parte iniziale del nostro lavoro, e in qualche modo anche nella seduta odierna.
Ieri abbiamo sentito - e mi è dispiaciuto che si trattasse del collega Menia - rivolgere l'accusa nei confronti di Maran - se non ricordo male -, di negazionismo. Mi pare che tutto ciò che abbiamo ascoltato da parte del collega Maran sia l'opposto del negazionismo! Poco fa abbiamo sentito, sul versante opposto, avanzare una critica - legittima, ma che non condivido - di revisionismo. Credo che già il fatto che in quest'aula, tra ieri e oggi, ad un certo punto siano risuonate - devo dire in un dibattito complessivamente costruttivo, pacato, di grande riflessione e di grande responsabilità, a cui tutti stiamo partecipando - opposte accuse di negazionismo, da una parte, e di revisionismo dall'altra, faccia emergere in controluce il significato di ciò che stiamo facendo.
Certo siamo partiti e partiamo storicamente da posizioni ideologico-politiche molto lontane. Sono posizioni molto lontane che attraversano non soltanto la contrapposizione fascismo-antifascismo nella storia del nostro paese - e nessuno ha intenzione di attuare alcuna forma di revisionismo al riguardo, certamente non chi vi parla -, ma anche questioni di carattere etnico e nazionale, come i colleghi che mi hanno preceduto hanno ricordato. Siamo partiti però anche da un fatto obiettivo, e cioè che, su queste vicende, sia quelle delle foibe che quelle dell'esodo, per troppi decenni, frutto perverso della guerra fredda - perché di questo si tratta -, vi è stata una mancanza di memoria storica, di riflessione, di ricostruzione, di dialogo, di confronto e di riconoscimento.
Questo è avvenuto - e lo affermo io, che non sono mai stato comunista in vita mia ma nutro rispetto per i colleghi comunisti presenti in quest'aula -, colleghi Menia e Paolone, non ad opera dei comunisti, bensì per la storia della società italiana, che chiama in causa tutte le classi dirigenti, dal dopoguerra ad oggi, a cominciare dalla Democrazia cristiana di allora.
Si tratta di una questione che ha riguardato tutti, concernente la circostanza che quell'area, vale a dire la Venezia Giulia e per altri aspetti anche il Friuli (perché, come è stato ricordato, vi è da una parte Gorizia e Nova Gorica dall'altra) rappresentava, oltre alla frontiera orientale del nostro paese, il confine tra il blocco occidentale e quello soggetto all'influenza sovietica. Era il periodo storico della guerra fredda, il quale, nelle logiche spietate che lo hanno caratterizzato, ha messo in secondo piano - sbagliando - la ricostruzione di vicende storiche che andavano affrontate non in chiave negazionista né revisionista, bensì in termini di memoria storica.
Sono trascorsi quasi sessant'anni e credo che abbiamo tutti il senso di responsabilità e di consapevolezza storico-politica per affermare che questa Repubblica, la Repubblica italiana, fondata sui valori dell'antifascismo - come anche il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, ha più volte riconosciuto essere storicamente vero -, deve avere la capacità di riconoscere l'importanza di tale memoria storica, anche se purtroppo tardivamente, come riconosciamo tutti. Ciò non per cancellare le differenze storiche, politiche e ideologiche, bensì nel senso positivo dell'unità nazionale, nell'ottica della ricomposizione della storia del nostro paese.
Per tale motivo, voteremo a favore sia del subemendamento in esame, di carattere tecnico-finanziario, sia soprattutto dell'articolo aggiuntivo 01.04 della Commissione, che rappresenta il completamento dell'articolo aggiuntivo già approvato, prevedendo il riconoscimento delle due istituzioni che ho citato. Vorrei ricordare, al riguardo, che avevamo presentato un nostro articolo aggiuntivo, successivamente ritirato, che prevedeva anche la costituzione dell'Istituto nazionale della cultura istriana, fiumana e dalmata di lingua italiana, con sede a Firenze. In questa fase non è stato accettato, ma forse, nella prospettiva di un completamento successivo della proposta di legge al nostro esame, sarà possibile istituirlo in futuro
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Guido Giuseppe Rossi. Ne ha facoltà.
GUIDO GIUSEPPE ROSSI. Signor Presidente, vorrei offrire un contributo alla nostra riflessione sul tema della concessione di un riconoscimento alle vittime delle foibe e del riconoscimento della Giornata della memoria.
Sappiamo che la storia in quelle terre è stata complicata, poiché luci ed ombre si sono confuse le ragioni ed i torti non stavano solo da una parte. Sappiamo ciò che è accaduto dopo la fine dell'Impero austroungarico, un impero multinazionale che era riuscito in qualche modo a tenere insieme le diverse anime etniche sia della zona balcanica, sia di quella mitteleuropea. Sappiamo cosa nasce con il primo Regno della Jugoslavia e conosciamo i contrasti sociali esistenti in quelle aree.
Vi era, infatti, un contrasto sociale tra una borghesia dei commerci, costituita dalla minoranza italiana (o meglio, di origine veneta) stanziata nei territori dell'Istria e della Dalmazia, e la parte più contadina della popolazione, rappresentata dall'elemento etnico sloveno e croato.
Sappiamo che vi era un contrasto etnico, o meglio un contrasto nazionalista, esploso con la Prima guerra mondiale e con la nascita dei nazionalismi tra l'Italia, l'Impero austroungarico, il futuro Regno di Jugoslavia e l'esperienza filonazista degli ustascia della Croazia di Ante Pavelic.
Ma sappiamo anche che vi fu un contrasto ideologico durissimo, che vide il comunismo internazionale in prima linea. Allora, se è vero che dobbiamo ricordare che vi fu un elemento etnico e nazionalista, che portò all'esperienza drammatica e tragica delle foibe, non possiamo dimenticare che però vi fu anche un elemento ideologico, e tale elemento ideologico fu il comunismo (Applausi del deputato Polledri).
Il comunismo, in quegli anni, portò alla tragedia delle foibe: non possiamo dimenticarlo. Fu una pagina tragica e nera del comunismo, soprattutto di quello italiano. Non dobbiamo dimenticarci degli esuli cacciati dal comunista Tito, che in quel momento era ancora in buoni rapporti con l'Unione sovietica.
Infatti, la rottura dei comunisti italiani con la Jugoslavia di Tito avvenne dopo la rottura dell'Unione sovietica con la medesima, abbandonando il tentativo autonomistico di creare una terza via internazionalista e comunista nella Jugoslavia di Tito.
In quegli anni, i comunisti italiani impedirono agli esuli fiumani, istriani e dalmati, costretti a lasciare le loro case, di fuggire; lottarono contro questo esodo! In un certo senso, misero alla berlina questi esuli, avvicinandoli all'esperienza fascista e bollandoli di essere fascisti. È ciò che accadde in quegli anni: non lo possiamo dimenticare.
Questa giornata della memoria la dobbiamo a quelle vittime; ma si tratta anche della giornata della memoria della vergogna del comunismo italiano (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Federazione Padana e di Alleanza nazionale), che in quegli anni si schierò, vergognosamente, contro gli esuli che furono costretti a fuggire dalle loro terre! È il grande ricordo ideologico che dobbiamo avere di quel periodo storico.
Vi sono stati anche elementi nazionali ed etnici. E vero che molte vittime furono uccise, non perché fossero filofasciste, ma perché italiane o di origine italiana. Non lo dobbiamo dimenticare. Ma il comunismo italiano, in un momento in cui tutti fanno ammenda per ciò che è successo nel passato, non si può nascondere dietro un dito. I voti che dai banchi di questo Parlamento saranno espressi contro il provvedimento in esame, a mio avviso, sono la prova che tale presa di coscienza non vi è ancora stata da parte di questo Parlamento, o almeno di una parte di esso (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Paolone. Ne ha facoltà.
BENITO PAOLONE. Signor Presidente, il tempo a mia disposizione è sufficiente per fare una premessa a ciò che dichiarerò nel corso dell'esame delle prossime proposte emendative.
Mi rivolgo al collega Boato: hai lo strano vizio, che non ti togli mai, di pontificare e di spiegare sempre come stanno le cose. Non ti ringrazio per questo, perché confondi le lingue (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
Ringrazio, invece, il collega Rossi per ciò che ha detto, perché ha posto in termini di verità il percorso della storia in quei territori. Non vi sono tentativi subdoli, caro collega Boato; quando tu vuoi attribuire ad una situazione così «spalmata», generalizzata, una responsabilità ed una scelta che non sono fondamentalmente comunisti fondamentalmente, la verità - anche questa mattina lo avvertite -, è che siamo di fronte ad un tentativo subdolo
PRESIDENTE. Onorevole Paolone...
BENITO PAOLONE. ...se non di negare la storicità del fenomeno drammatico degli infoibati certamente di ridimensionarne il significato, quasi a volere far credere che è giustificabile, per certe forme ricollegabili ad ideologie e a regimi, la possibilità di arrivare a tanto! Questi discorsi, riprendendo i testi, ascoltali, Boato! Finiscila di pontificare su questa falsità (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
I comunisti, almeno una parte di loro che è in piedi, con tutta la loro dimensione ideologica, cercano di ridimensionare un fatto esecrabile, spaventoso, che non può essere assolutamente ridimensionato. L'ha detto bene l'onorevole Rossi. Ciò che è avvenuto l'ho vissuto sulla mia pelle, Boato: la ripulsa, ritornando in Italia!
Per lustri, mia madre non poté avere neanche il presente alle bandiere, con un marito che ha condotto tre guerre e che è morto per difendere il territorio italiano dall'invasione comunista, coscientemente Boato (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
CUT
(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 1874)
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazione di voto sul complesso del provvedimento. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Intini. Ne ha facoltà.
UGO INTINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei pronunciare poche parole per esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame. Senza retorica e senza propaganda. Penso sia giusto dire parole di verità sul passato, parole espresse con generosità nei confronti degli sconfitti dalla storia. I Socialisti lo hanno fatto da decenni. Come direttore dell'Avanti! ricordo che aprii le porte alla collaborazione di un fascista, intellettuale e repubblichino come Giano Accame. Non abbiamo aspettato il libro di Pansa per denunciare i crimini commessi in nome della Resistenza. Potevamo farlo perché Pertini, che era Presidente della Repubblica, approvava e perché celebravamo il 25 aprile e il sacrificio di Matteotti insieme ai nostri compagni che furono maestri per noi, ma che furono anche protagonisti della Resistenza.
Abbiamo ricordato per anni il martirio della popolazione italiana in Istria. I giornali e i libri, per la verità, scrivevano e dicevano poco, ma al riguardo ci hanno insegnato tanti cari compagni ed amici. Ne voglio ricordare due: Guelfo Zaccaria, socialista, partigiano in Istria, e Pio De Berti, direttore della rete 2 della RAI, intellettuale, esule da Fiume, scacciato dalla violenza titina; suo padre era sindaco socialista di quella città e fu poi stretto collaboratore di Saragat e maestro di socialismo per il figlio.
Facevamo battaglie di libertà e di verità spesso isolati nella sinistra. Certo, il partito comunista del tempo ha avuto delle responsabilità, ma furono responsabilità molto inferiori a quelle dei grandi giornali indipendenti, dei mass media e della cultura italiana. Non dimentichiamo che, alla fine degli anni settanta, non l'Unità, ma il Corriere della Sera predicava l'ortodossia marxista-leninista.
Questo paese ha sofferto per i ritardi dei partiti della sinistra; però, ha sofferto molto di più per la viltà, il conservatorismo e la faziosità di quella che avrebbe dovuto essere la guida culturale della sinistra e del paese, quella che ancora oggi - non è un caso - frappone ostacoli al suo rinnovamento in senso riformista. Si tratta dell'unica cultura di origine marxista-leninista sopravvissuta al mondo. Questa cultura non è il medico, ma la malattia della sinistra.
Per tutte queste ragioni, ho apprezzato la posizione che è stata assunta dall'onorevole Fassino e dal partito dei Democratici di sinistra: una posizione coraggiosa e chiara.
Ciò detto, non mi sono piaciute e non mi piacciono le strumentalizzazioni e gli eccessi polemici che si sono colti anche in questo dibattito. Un paese che si divide e dibatte continuamente sul passato preoccupa: è un paese invecchiato e invecchiato male, senza sufficiente identità storica, dove la politica strumentalizza il passato, anziché progettare il futuro. La politica riempie i giornali e consuma le sue energie guardando indietro, anziché guardare avanti. Diciamo la verità: parliamo di cose di sessant'anni fa. Nel 1968, mai si sarebbe potuto immaginare un aspro dibattito sugli orrori della guerra 1915-1918.
Un altro aspetto che non mi piace è che la destra - e ciò è evidente - tenta di mettere fascismo e comunismo sostanzialmente sullo stesso piano. Non voglio entrare in un argomento complesso; lasciamo, dunque, da parte il piano internazionale. Ciò che è certo è che non si può mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo in Italia.
I comunisti italiani hanno avuto il torto di appoggiare Mosca sul piano politico e propagandistico, hanno avuto una responsabilità ideologica, è vero. Ma occorre aggiungere ciò che è evidente e necessario; bisogna aggiungere ciò che ci dicono l'esperienza ed il buonsenso: i fascisti hanno oppresso l'Italia, i comunisti no (Commenti dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale), i fascisti hanno perseguitato gli ebrei italiani e tanti cittadini italiani, i comunisti no...
UGO LISI. Ma che stai dicendo?
UGO INTINI. Anzi, i comunisti hanno lottato per la libertà dell'Italia, insieme ai socialisti, ai democristiani e ai liberali (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Socialisti democratici italiani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo)!
I vecchi socialisti lo hanno sempre saputo: i Nenni, i Saragat, i Pertini, i Craxi non hanno mai trattato i comunisti come dei nemici e come dei fascisti. Tutti hanno collaborato con i comunisti dove era possibile, nei comuni, nelle regioni, nei sindacati e nelle cooperative. Tutti hanno avuto l'obiettivo di governare l'Italia con dei comunisti che abbandonassero, finalmente, l'ideologia comunista. Anche questo ha aiutato il rinnovamento del vecchio PCI.
Anche per questo, e concludo signor Presidente, è oggi maturo il tempo per una grande e leale aggregazione tra ex comunisti, liberali, socialisti e cattolici. L'unità che oggi si crea a sinistra ha anche questo valore, significa una cosa molto importante: non ci divide più il passato; ci uniscono il presente e il futuro (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Socialisti democratici italiani, Democratici di sinistra-l'Ulivo, Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-Comunisti italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Valpiana. Ne ha facoltà.
TIZIANA VALPIANA. Signor Presidente, colleghe e colleghi, ci siamo accinti a lavorare su questo provvedimento - che pure, per come è stato presentato poteva essere, per noi di Rifondazione comunista, colmo di insidie non condivisibili - con serietà e serenità, con un atteggiamento privo di pregiudizi, con la più sincera predisposizione a lavorare per arrivare ad un risultato condivisibile, pur nella consapevolezza di quanto sia delicato affrontare un tema ancora troppo recente (cinquant'anni nella storia sono nulla) e ancora sanguinante.
Il fatto che, nel corso dell'istruttoria in Commissione, alcuni nostri emendamenti siano stati approvati e che tutti, così come quelli delle altre parti politiche, siano stati discussi costruttivamente testimonia la ricerca di arrivare a riconoscere e stigmatizzare vicende atroci, forse comprensibili, certamente ingiustificabili ed inaccettabili.
Ma la proposta emendativa oggi votata per l'istituzione della giornata del ricordo non ci consente più di condividere un provvedimento che diventa imposizione strumentale di un elemento fortemente simbolico, fatto proprio con eccessiva disinvoltura anche da chi sembra scoprire, all'improvviso, un valore ed un dramma su cui si compie una frettolosa revisione, quasi a voler fare di questa riconciliazione una nuova rimozione di responsabilità, legata ad esigenze politiche, da cui derivano semplificazioni inquietanti da un punto di vista culturale e politico.
Vorrei, a questo proposito, segnalare a tutti i colleghi un articolo molto bello pubblicato oggi su un quotidiano, a firma di Gabriele Polo, «La storia è in gioco», che ben corrisponde a quanto abbiamo voluto dire.
Non ci ritroviamo più in questo provvedimento perché vediamo, proprio come «carne da macello», «gettare i morti» su un piatto della bilancia nel tentativo di un impossibile ed inaccettabile bilanciamento tra stermini.
 Il vostro ragionamento - voi avete il vostro 25 aprile, il vostro 27 gennaio, noi vogliamo il nostro 10 febbraio - offende quei morti e ci offende. Sentire il presidente della regione Lazio parlare di olocausto italiano, dimenticando i tanti morti anche sloveni, ci fa capire quali siano i reali intendimenti di una rivalsa e le forzature propagandistiche che stanno dietro questa legge.
È un gioco a cui non vogliamo prestarci, perché non è un gioco innocente. È il gioco di una precisa parte che intende fare del riconoscimento concesso ai familiari dei cittadini nelle zone dell'Istria e della Dalmazia e soprattutto dell'istituzione della giornata del ricordo uno strumento di divisione e di propaganda.
Le foibe sono una pagina di storia italiana oscura sulla quale, ieri e oggi, si tenta un'interpretazione storica distorta, in chiave prevalentemente anticomunista, ma anche una pagina sulla quale è stata fatta una rimozione colpevole. Su questa pagina e su questo provvedimento vogliamo innanzitutto, senza arroganza alcuna ma con nettezza, ribadire che, se oggi siamo qui a discutere e ad istituire anche questo riconoscimento e questa giornata, lo dobbiamo al fatto che allora ha prevalso quella parte, grazie alla quale, nel nostro paese, è possibile anche ripensare e dare nuove valutazioni sulla storia recente.
Le foibe ci sono state; sono stati orrendi episodi che vanno certo inseriti nel clima violento in cui sono avvenuti, ma che vanno studiati senza ipocrisie ed omissioni. Certo, si è trattato di vendette nate da un odio sedimentato in vent'anni di soprusi, persecuzioni, denunce, arresti, rastrellamenti, espropriazioni, negazione dell'identità culturale, oppressione e violenza del regime fascista contro le popolazioni istriane, ma che certo non danno giustificazione alcuna agli attentati ed alle vendette.
Quando, con l'8 settembre, tutto crolla, l'odio a lungo trattenuto esplode in una violenza ingiustificabile.
Mi riferisco ad arresti, processi sommari, esecuzioni ed abusi non solo su chi aveva indossato la divisa del regime, ma su tutti coloro che si opponevano al nuovo ordine travolgendo persone diverse per etnia e per fede politica.
Anche se nati dal tentativo di sostituire un nuovo ordine al sistema nazifascista oppressivo che crollava, noi rifiutiamo alla radice ogni giustificazione alla cultura della vendetta e dell'odio. Allo stesso modo, però, non accettiamo che si vogliano presentare le foibe e l'esodo come il corrispettivo degli eccidi fascisti, gli spietati slavo-comunisti come contraltare dei barbari nazisti. Non è accettabile, né dal punto di vista storiografico né da quello politico, mettere sullo stesso piano fatti storici così diversi: le foibe, l'occupazione nazifascista della Jugoslavia, la lotta partigiana, i battaglioni fascisti (vorrei che tutti leggessero la relazione del collega Menia che accompagna il provvedimento in esame che parla disinvoltamente di battaglioni Mussolini, di Decima Mas, di Iunio Valerio Borghese, e così via).
Mettere sullo stesso piano il fascismo e l'Italia lascia il dubbio che la memoria delle foibe nasconda il rancore della destra sconfitta e che dietro al ricordo dell'esodo delle popolazioni istriane spunti quel concetto di italianità tradita, prima di tutto, dal fascismo e dalla difesa della Repubblica sociale italiana.
Rifiutiamo e ripudiamo le foibe considerandole un concentrato di violenza derivato dal crollo di un sistema oppressivo cui si voleva rispondere con la creazione di un nuovo ordine, ma a partire dalla sbagliata eliminazione fisica dell'oppressore. L'orrore non è giustificabile nemmeno se si tratta di risposta degli oppressi all'orrore degli oppressori, anche perché l'imitazione delle violenze subite instilla la logica e la cultura dell'avversario nel nuovo che si stava costruendo.
A noi non piace nemmeno - e lo rifiutiamo - il gioco della contabilità dei morti: è inaccettabile sia politicamente, sia moralmente. La differenza tra noi ed il fascismo non sta nell'entità della violenza, ma nella fondamentale diversità della visione del mondo. Oggi abbiamo il coraggio civile e l'onestà di fare i conti con la storia e di chiederci anche quale insegnamento traiamo dal fatto che, persino in un movimento nobile e giusto come quello della Resistenza, vi siano stati errori e vendette private proprio perché viviamo nella Repubblica italiana fondata sull'antifascismo e sulla Resistenza.
Vogliamo costruire un altro mondo possibile, rovesciare lo stato delle cose presenti e non ci appartengono né la guerra come igiene del mondo, né le retoriche patriottarde. Senza rinnegare tutto, siamo disponibili a tutto rielaborare alla luce della nuova identità che ci vogliamo dare. Tale operazione richiede rigore verso noi stessi e verso la storia, quello stesso rigore che, invece, non ritroviamo in un provvedimento che strumentalizza morte e dolore nel tentativo revisionista di voler disconoscere le differenze tra guerra di aggressione, liberatori e sofferenze di un popolo.
Per questo non siamo disponibili ad unire il nostro voto a quello di chi intende avvalorare la tesi che le due parti si equivalgono, o quasi, e mettere in un unico calderone fascismo e Resistenza. Il nostro antifascismo non è un ricordo. «Ora e sempre Resistenza» è per noi necessità attuale e credo fondante a partire dal quale siamo in grado di condannare, senza reticenze, la violenza che vi è stata.
Votiamo contro il provvedimento in esame perché siamo fortemente contrari all'uso politico della storia (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fontanini. Ne ha facoltà.
PIETRO FONTANINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, con il provvedimento in esame il Parlamento, finalmente, colma una grave lacuna storica. Le migliaia di vittime della violenza portata avanti dal regime comunista del maresciallo Tito hanno finalmente trovato ascolto; i profughi dell'Istria e della Dalmazia hanno trovato giustizia.
Non saranno più considerati affiliati o, peggio, esponenti del regime fascista. Le violenze subite da questi cittadini saranno ricordate nelle aule scolastiche e nelle istituzioni, perché le loro testimonianze siano di monito a chi crede di imporre la proprie regole con la violenza. I nostri ragazzi conosceranno queste pagine buie della storia dei nostri popoli e quando sentiranno la parola «foiba» non saranno confusi nella conoscenza.
Non ci saranno più equivoci nel comprendere le violenze che hanno accompagnato gli omicidi perpetrati nelle foibe e si dovrà meditare sul rischio che hanno corso anche le terre poste ai confini orientali dell'Italia di essere inglobate in un sistema totalitario, come più volte avevano chiesto e programmato i rappresentanti dell'ex Jugoslavia.
La Lega Nord Federazione Padana ha contribuito, sia in Commissione sia in Assemblea, all'approvazione di questo provvedimento, perché è cosciente che la violenza dell'ideologia comunista, perpetrata nei confronti dei popoli istriani e dalmati, sia stata una brutta pagina della storia d'Italia. Su queste violenze, la memoria non deve mai venire meno, non deve mai essere cancellata (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Federazione Padana e del deputato Menia)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mongiello. Ne ha facoltà.
GIOVANNI MONGIELLO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge in esame, recante come titolo la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati, trova nel gruppo parlamentare dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro un'adesione convinta, anche perché la proposta di legge in esame ha avuto modo di ampliarsi sul piano delle finalità e degli obiettivi. Per quanto ci riguarda, il «Giorno della memoria» non può essere un punto che divide, all'interno dell'Assemblea parlamentare. La sua istituzione vede, infatti, con grande adesione e convinzione, i gruppi parlamentari uniti intorno ad un ricordo, ad una memoria, che vuole significare che la tragedia delle foibe è certamente appartenuta ad un tempo passato, trascorso, ma deve essere valutata per quello che è stata: un'immane tragedia, che non deve mai più ripetersi ed il cui ricordo deve essere un punto di riferimento per le generazioni future. In questo senso, noi diamo la nostra adesione anche all'istituzione del «Giorno della memoria» per quella tragedia.
L'esodo dei cittadini di Istria, Dalmazia e Fiume certamente trovò impreparato un paese che non era organizzato nel dopoguerra e che con fatica ricostruiva non soltanto la struttura portante per produrre, ma anche la sua organizzazione civile, come paese che si affacciava, dopo venti anni, alla democrazia. Oggi, in quel territorio, si celebra il ricordo degli eventi tragici delle foibe, con uno spirito di conciliazione ed altrettanto sta facendo il Parlamento italiano.
Per questo motivo, per quanto ci riguarda, abbiamo visto con grande favore l'adesione di gruppi parlamentari della sinistra, convinti a votare il provvedimento, convinti a muoversi sul piano delle situazioni positive, che incontrano il favore della pubblica opinione.
È stato detto che il «Giorno della memoria» è per alcuni, in quest'aula, il punto del discrimine e non consente una piena riconciliazione all'interno dell'Assemblea parlamentare. Non ho compreso quanto è stato detto, perché ritengo che un evento, come quello delle foibe, non appartenga ad un'ideologia politica, che è stata abbondantemente superata. Appartiene, invece, ad un passato che tutti auspichiamo e che riteniamo non debba mai più verificarsi.
Il gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro non ha apprezzato alcune considerazioni svolte in quest'aula, in particolare quando si sono imputati ritardi e colpe a governi del passato che non avrebbero messo in luce fino in fondo la tragedia subita da quelle popolazioni. Per quanto mi riguarda, non devo difendere i governi del dopoguerra; so che chi ha operato, nell'esercizio della gestione della cosa pubblica dal dopoguerra fino ad oggi, ha fatto sì che in questo paese fossero comunque preservati la democrazia, la libertà, la pace e lo sviluppo.
I governi del dopoguerra avevano questo compito che riteniamo sia stato sufficientemente svolto. All'atto della consegna della gestione della cosa pubblica alla cosiddetta seconda Repubblica, il compito assunto - è stato affermato con orgoglio non solo nelle nostre coscienze - era stato portato a termine: il paese era in pace, progredito e libero, con in sé il fiato ed il respiro della democrazia.
Questo è il motivo per cui preannuncio l'espressione, da parte del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, di un convinto voto favorevole sulla proposta di legge in esame, ritenendo che ciò rappresenti un passo in avanti per una riconciliazione piena e per annullare i residui di una guerra tragica che ha flagellato e diviso il paese (anche per gli effetti della guerra civile).
Un grande salto in avanti è stato compiuto; crediamo pertanto che, con tale provvedimento, potremmo superare le conseguenze della tragica guerra del 1940-1945 (Applausi dei deputati del gruppo dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presente, condivido quanto affermato dal collega Mongiello (lo rilevo intenzionalmente, trattandosi di un collega del centrodestra), nonché quanto sostenuto dal collega Intini, appartenente al centrosinistra. Cito due interventi, tra i più equilibrati, per dare significato al voto favorevole del gruppo dei Verdi sul provvedimento in esame, che sarà approvato a larghissima maggioranza, rispettando anche chi ha opinioni diverse, come è giusto che sia in un libero Parlamento.
Oggi, noi che apparteniamo all'opposizione di centrosinistra voteremo a favore del provvedimento. Vorrei ricordare che, anche nella scorsa legislatura, in quest'aula, abbiamo votato a favore di un testo unificato (due erano le proposte di legge al riguardo, delle quali i primi firmatari erano i deputati Menia e Di Bisceglie). Come ho ricordato anche nel corso della discussione sulle linee generali del provvedimento, a mio parere fu un errore, da parte dell'altro ramo del Parlamento, non approvare tempestivamente, al termine della scorsa legislatura (tra anni fa), una proposta di legge che proponeva, all'epoca, l'attribuzione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
Oggi, felix culpa (solo sotto questo profilo), quell'errore ci permetterà di votare un testo più ampio, perché comprende l'istituzione della giornata del ricordo (il 10 febbraio), nella memoria di ciò che è avvenuto dopo il 10 febbraio del 1947, ma anche di tutto ciò che l'ha preceduto.

Abbiamo sempre avuto un atteggiamento costruttivo, di confronto e di dialogo, ma ci siamo anche sforzati con tutti i colleghi (in particolare, i colleghi Rosato e Maran che hanno dato un importante contributo a questo dialogo parlamentare) per definire un testo equilibrato, per superare posizioni unilaterali e per cercare di raggiungere in quest'aula il massimo di convergenza.
Credo sia giusto affermare pacatamente - come già fatto da altri colleghi - che sicuramente vi deve essere massimo rispetto per le vittime, ma anche che, dal momento che vi è stata una rimozione storica rispetto alla tragedia italiana di cui parliamo (gli infoibati da una parte, l'esodo dall'altra), non si deve dimenticare - mi rivolgo in particolare ad alcuni colleghi di Alleanza nazionale - la radice storica di questa vicenda. Altrimenti, non si comprende perché si vada in Israele a parlare del fascismo nei termini in cui, giustamente, ne ha parlato il presidente di Alleanza nazionale Fini, perché si facciano i congressi a Fiuggi e si riconosca il fondamento antifascista della Repubblica italiana e poi si rischi di dimenticare, purtroppo, la radice storica di questa tragedia italiana, vale a dire la guerra fascista con la sconfitta che ne è seguita e le conseguenze terribili che, anche dal punto di vista territoriale - in termini di perdita di territori -, sono derivate dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947.
Non uso questo ricordo come una clava ideologica, come qualcuno poco fa ha cercato di fare in termini di contrapposizione in quest'aula. Cosa che tutti noi, al banco del Comitato dei nove, abbiamo cercato di evitare, sia in I Commissione sia qui in aula, adottando un tono di pacatezza, di confronto leale e civile, di riconoscimento reciproco, al di là delle diversità ideologiche, politiche e storiche.
Tuttavia, se si usano gli strumenti ideologici come clava, almeno un richiamo pacato al fatto che la tragedia di cui parliamo ha la radice storica nella guerra fascista occorre farlo. Altrimenti si determina un fenomeno da una parte di revisionismo e, dall'altra, di negazionismo di proporzioni gigantesche.
Ma - ripeto - in Parlamento non si scrive né si riscrive la storia (né la storia italiana, né quella europea). In Parlamento, a volte, si possono verificare piccoli o grandi fatti storici, in quanto la storia la scrivono gli storici e anche questi ultimi hanno diverse opinioni e opzioni culturali.
Oggi, con l'approvazione di questo provvedimento, realizziamo un fatto storico - non so se grande o piccolo, ma sicuramente significavo -, in quanto riconosciamo che è stato grave che per decenni, su queste tragiche vicende, non vi sia stata un'attenzione, una memoria, un confronto, un riconoscimento.
Dunque, la maggioranza di quest'Assemblea approva una proposta di legge che ha il suo centro nell'istituzione del Giorno del ricordo e nel riconoscimento ai congiunti degli infoibati, nel quale sarà scritto: «La Repubblica italiana ricorda». Il fatto che nel 2004 si giunga ad un tale riconoscimento, evidenzi, a mio avviso, il significato positivo, anche in termini di risarcimento, di quanto stiamo realizzando.
Signor Presidente, colleghi, concludo affermando che la guerra fredda è finita, quanto meno dal 1989 in poi. Sembra che in quest'aula, da parte non di tutti, ma di una minoranza dei colleghi intervenuti, non ci si sia resi ancora conto, nell'anno di grazia 2004, che la cosiddetta guerra fredda è finita. Ed è proprio la fine di quella terribile fase storica, che ha lacerato l'Italia, l'Europa e il mondo, che ci permette oggi di giungere a questo positivo risultato (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Verdi-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO. Signor Presidente, desidero innanzitutto sottolineare l'importanza del dibattito svoltosi in Assemblea sui contenuti di questo provvedimento. Ringrazio tutti i parlamentari intervenuti, in modo particolare i colleghi Maran e Boato con cui abbiamo lavorato a stretto contatto. Ritengo corretto evidenziare, altresì, che il testo base del provvedimento da cui siamo partiti per giungere a questo risultato era quello proposto dal collega Menia, di cui però non ci è piaciuta la relazione che lo accompagnava.
Il confine orientale, Trieste, l'isontino, l'Istria, la Dalmazia e Fiume hanno certamente pagato il prezzo più alto di una guerra di aggressione che la Germania di Hitler e l'Italia fascista hanno iniziato in Europa.
È questa la necessaria premessa storica, prima che politica, e non polemica ma ineludibile, per affrontare questo provvedimento che altrimenti resterebbe sospeso nel limbo della storia. Condiviso tutto ciò, che ormai più nessuno nega e con cui si vuole anche escludere questo dibattito dalla semplificazione dello scontro politico tra comunismo e fascismo, possiamo affrontare un tema che è stato rimosso nella sua complessità per anni.
In questo paese per anni abbiamo dovuto spiegare che la nozione che i dizionari davano delle foibe quali cavità carsiche, definizione sicuramente geologicamente corretta, era terribilmente offensiva per chi aveva vissuto quei tragici eventi; così come i libri di storia, non trattando della storia delle terre giuliane, fiumane e istriane, erano colpevolmente omissivi.
La presente proposta di legge si propone di istituire un riconoscimento per i congiunti degli infoibati; come previsto in un provvedimento, con ciò mi ricollego a quanto diceva poc'anzi il collega Boato, il cui iter non si è purtroppo concluso al Senato nella precedente legislatura, nonostante il largo consenso registrato su di esso in Parlamento; di ciò siamo dispiaciuti.
Si tratta di un riconoscimento morale che arriva in ritardo, un segno tangibile, sia pure piccolo, che il paese ritiene di dover riconoscere ad una memoria negata per troppi anni anche alle singole persone coinvolte, cioè ai congiunti di chi è scomparso tragicamente tanti anni fa. Chi ha la fortuna di conoscere, ed io ce l'ho, qualche persona che ha dovuto abbandonare tutto, può leggere negli occhi di queste persone anziane la sofferenza mai sopita di quegli anni, sofferenza che non ha una connotazione politica, ma solo fortemente umana di chi ha visto, senza alcuna colpa, cambiare, da un giorno all'altro, la sua vita.
Nelle foibe sono stati uccisi donne e uomini, spesso inermi, colpevoli di dichiararsi italiani o di essere partigiani non comunisti o sacerdoti, anche sloveni e croati. È stata una violenza spietata che certo ha risposto ad un'altra violenza - la pesante repressione fascista e nazista di quegli anni sul confine orientale - ma non per questo giustificabile.
Il dibattito politico svoltosi nel paese e soprattutto la forte richiesta giunta dalle associazioni degli esuli ha portato ad ampliare il senso di questo provvedimento.
È stata infatti colta l'occasione per istituire il Giorno del ricordo. La data non è stata scelta da noi, ma dagli esuli. È stato giusto, da parte delle Camere, arrivare con un percorso meditato a condividere la richiesta che la Repubblica sancisse con una solennità nazionale la memoria di quei tragici fatti, verificatisi dal 1943 fino al definitivo ritorno di Trieste all'Italia, di cui quest'anno celebreremo il cinquantenario, il prossimo 4 novembre, con la presenza del Capo dello Stato.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ALFREDO BIONDI (ore 11,40).
ETTORE ROSATO. Riteniamo di essere giunti a una definizione soddisfacente e giusta, che tiene conto di una tragedia complessiva e di tutti gli eventi dei confini orientali, sfociati nel dramma delle foibe e nell'esodo che ha riguardato 350 mila italiani, costretti ad abbandonare tutto.
Ringrazio il sottosegretario Ventucci per aver accolto, a nome del Governo, il nostro ordine del giorno, che richiama l'attenzione sulla necessità di un atto di giustizia anche dal punto di vista economico, riconoscendo che gli esuli sono coloro che hanno effettivamente pagato i danni di guerra per il nostro paese.
Essi, dopo aver abbandonato le loro terre, sono stati spesso respinti e maltrattati anche dai propri connazionali, si sono insediati in tutto il territorio nazionale e anche all'estero e hanno cercato di conservare la propria identità collettiva ed unità.
Inoltre, con un emendamento da noi proposto e recepito dalla Commissione, si riconosce il Museo della civiltà istriana-fiumano-dalmata, dando così un riconoscimento all'IRCI, che nell'ambito del tessuto sociale e locale ha contribuito in modo rilevante alla conservazione della memoria, e anche delle masserizie, di chi ha abbandonato le proprie terre!
La città di Trieste ha sempre avuto una particolare sensibilità rispetto all'esodo e alla tragedia delle foibe, con un forte sentimento di partecipazione e sofferenza. Vale la pena di ricordare, come ha sottolineato nel corso della discussione sulle linee generali il collega Maran, che nel 1990 il Consiglio comunale di Trieste, su proposta della Democrazia cristiana, ha approvato all'unanimità, e dunque con il voto favorevole del Partito comunista e del Movimento sociale, una mozione che impegnava il Governo ad istituire una commissione di studio italo-iugoslava. Tale commissione, successivamente divenuta italo-slovena, ha ravvisato l'esistenza di un progetto preordinato in quei tragici avvenimenti.
Negli ultimi anni, sulla foiba di Basovizza si sono recati i sindaci di tutti i comuni dell'altopiano, nell'esercizio delle loro funzioni ma senza dimenticare l'appartenenza a tutti i partiti del centrosinistra. Ritengo si tratti di un gesto importante, proveniente da chi ha vissuto con maggior sofferenza tali eventi, personalmente e sul proprio territorio. Da Trieste e dalla Venezia Giulia proviene la richiesta forte di un sentimento che, meglio di tutti, ha espresso il Presidente Ciampi, il quale, riferendosi agli eventi del confine orientale, ha affermato che la Repubblica tutta li ricorda con dolore e rispetto.
Tale dolore e tale rispetto debbono essere tenuti presenti anche da questa Camera, che lo sta facendo con un importante dibattito dai contenuti rilevanti, e dal Senato, con una rapida approvazione del provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e Misto-Verdi-L'Ulivo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Menia. Ne ha facoltà.
ROBERTO MENIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho voluto portare con me un documento raro e difficilmente reperibile. Si tratta di un giornale datato 11 febbraio, dunque proprio la data di oggi, ma del 1947. Il nome del giornale è Il grido dell'Istria, che usciva in clandestinità in Istria (esso diceva «esce dove, come e quando può») e che era il giornale della Resistenza istriana e del CLN istriano, e che dunque non era scritto dai fascisti. Si era all'indomani della firma del Trattato di pace.
«Finis Histriae: 10 febbraio. L'Istria non è più Italia. In una funebre e piovigginosa giornata si è sanzionato il destino di questa terra nobilissima, voluto dalla cinica e criminosa volontà dei vincitori. Per un momento, di fronte allo spaventoso avvenire di questa nostra terra, lo sgomento ci ha assaliti. 10 febbraio 1947: una data ben più tragica di quella che ricorda il distacco dei nostri cari. E sono migliaia infoibati e deportati. Più che l'immediata e incombente persecuzione in atto - arresti, processi, saccheggi - ci ha raggelato il pensiero dell'Istria destinata a precipitare nella più oscura barbarie.
Ma qualcos'altro c'era ancora nella nostra anima: la memoria delle innumerevoli vittime di questo maledetto flagello che ha nome Tito abbattutosi sull'Istria, l'esempio luminoso di chi per la nostra causa ha sacrificato la vita, la visione delle torture fisiche e morali indicibili di un popolo nobile e fiero. Certi allora di interpretare la sdegnosa ribellione di tutti gli istriani di fronte all'infame diktat di Parigi che ci toglie la vita ci è apparso chiaro il nostro assoluto dovere: continuare fino alla fine la lotta per la difesa della giustizia e della libertà, nomi troppe volte infangati ma per noi ideali operanti del popolo istriano. Possa soccorrerci la fede dei nostri fratelli e l'aiuto di Dio».
Questo scriveva Il grido dell'Istria. Fu l'ultimo numero di quel giornale. Non uscì più. Pola, in quel mese, si svuotò. Raccontano le cronache di quei tempi che cadeva la neve e c'era il rumore irreale dei martelli che piantavano i chiodi per chiudere le casse, perché si portava via tutto. Ci sono le fotografie a documentare i poveri abitanti di Pola che portano via tutto quello che potevano: le insegne dei negozi, i quadri antichi, i ricordi di una vita. Si portò via pure la bara di Nazario Sauro. Pola, che Dante cantava nell'Inferno: «sì com'a Pola, presso del Carnaro ch'Italia chiude e suoi termini bagna». Pola della grande arena costruita prima del Colosseo.
L'esodo era determinato dalla volontà di restare italiani e dalle persecuzioni, dalle violenze, dagli assassinii, dai saccheggi, dagli infoibamenti perpetrati dai comunisti iugoslavi. Ne parla padre Rocchi in un suo libro, che è un monumento alla tragedia delle foibe e dell'esodo. Padre Rocchi, che oggi ci guarda da lassù, ci ha lasciato un documento che è conosciuto dalla nostra gente, dalla gente dell'esodo e non è entrato certamente nei grandi circuiti della stampa.
Padre Rocchi racconta di quando, proprio in quei giorni, una rappresentanza del CLN di Pola si presentò da De Gasperi chiedendogli di garantire la presenza degli italiani. E De Gasperi rispose: la presenza degli italiani resta un'indiscutibile garanzia dell'italianità e dell'appartenenza storica ed etnica dell'Istria all'Italia.
Gli fu risposto: ne siamo consapevoli, ma la popolazione ricorda con terrore le foibe e le minacce fatte dai partigiani invasori slavi; ci butteranno tutti nelle foibe. De Gasperi allora concluse: se le cose stanno così, venite con noi. E 350 mila fuggirono: la gran parte in Italia, altri dispersi in tutti i continenti.
Il poeta gradese Biagio Marin ricorda quelle vicende e parla di migliaia e migliaia di deportati, sotto gli occhi indifferenti degli anglosassoni. Molti i torturati, gli uccisi. Gli italiani erano semplice preda. Che cosa si poteva fare? Salvare le ragioni della vita e dell'anima per non piangere, per non farsi semplicemente distruggere da gente imbestialita, fuori da ogni legge.
E il gesto degli antichi aquileiesi fu ripetuto, con semplicità, con umana dignità, come avviene nelle grandi azioni necessarie. Pola fu abbandonata. E poi Fiume, Rovigno, Parenzo, Pisino, Albona, Cherso, Lussino. Via, via, tutte le altre seguirono l'esempio. Da Fiume italiana se ne andarono 55 mila abitanti su sessantamila. Da Pola italiana: 32 mila su 34 mila. Da Zara: 20 mila su 21 mila. Da Rovigno: 8 mila su 10 mila. Da Capodistria: 14 mila su 15 mila.
L'esodo svuotò una terra che da duemila anni parlava di Roma, di Venezia, di Italia: oggi ci sono quelle pietre, quei leoni, quelle arene e quegli archi a testimoniare la presenza di questa cultura, di questa civiltà e di questa lingua.
Il Presidente della Repubblica Ciampi, con un messaggio di una dignità straordinaria che è un appello alla memoria di tutti gli italiani, ha voluto rimarcare come oggi la tragedia delle foibe faccia parte della memoria di tutti gli italiani e come la ricostruzione e la rinascita della nuova Italia costarono sacrifici grandissimi. In particolare, gli italiani delle terre di Istria e Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi famigliari.
Lasciatemi ricordare allora anche alcune di quelle figure o di quegli episodi che sono simbolici e che ci sono stati raccontati. Voglio dedicare tutto questo anche a loro, a quelli che hanno fatto conoscere queste vicende a me come a tanti.
Padre Rocchi ricorda nel suo libro la vicenda tragica di Norma Cossetto, che è un po' il simbolo della memoria della tragedia delle foibe, una ragazza che studiava all'Università di Padova e stava scrivendo una tesi sull'Istria rossa (rossa del colore della terra, il colore che deriva dalla bauxite) e che percorreva in bicicletta le strade dell'Istria raccogliendo il materiale per la sua tesi di laurea, che avrebbe fatto con il professor Concetto Marchesi. Fu prelevata, violentata e infoibata, sottoposta a torture di tutti i tipi; poi fu riesumata nuda, con i seni pugnalati, e il padre che era andato a cercarla fu infoibato. A Norma Cossetto Concetto Marchesi, professore comunista, volle assegnare la laurea honoris causa, e quando qualcuno gli disse che non si trattava di un'antifascista rispose che era più degna di tutti perché era morta per essere italiana.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIER FERDINANDO CASINI (ore 11,55)
ROBERTO MENIA. Padre Rocchi ci ricorda la persecuzione dei sacerdoti, con don Angelo Tarticchio che fu riesumato da una foiba dell'Istria con una corona di spine conficcata sulla testa e con i genitali in bocca. Claudio Schwarzenberg - anche lui ci guarda da lassù - e Amleto Ballarini hanno raccolto le testimonianze di Fiume italiana.
Ci hanno raccontato la storia di Angelo Adam, ebreo, antifascista, deportato a Dachau, ritornato da Dachau e in quanto uomo innamorato della libertà assassinato dai partigiani comunisti nel dicembre 1945. Ci hanno raccontato di un giovane ragazzo fiumano, Giuseppe Librio, che si arrampicò coraggiosamente in Piazza Dante sul pennone dove una volta stava la bandiera italiana ed era stata issata quella jugoslava: fu ammazzato e il suo cadavere buttato tra le rovine del molo Stocco.
Di Zara, come ci hanno raccontato in tanti. Ricordo Oddone Talpo, una vita per la Dalmazia, anche lui ha lasciato un bellissimo libro di memorie sulla storia dei dalmati e il loro attaccamento all'Italia. Ricordo la vicenda del farmacista Ticina, annegato con una pietra al collo insieme a tutta la sua famiglia (perché a Zara, dove non c'erano le foibe, la gente si annegava); quella di Nicolò Luxardo, buttato anche lui in mare dietro gli scogli di Zara: si trattava della famosa famiglia dei Luxardo del «maraschino».
Vedete, colleghi, anche oggi non voglio mettermi a discutere sulla tragica contabilità dei morti. Voglio dedicare questo ricordo a Luigi Papo - lui è vivo grazie a Dio e ci ascolta ora -, un uomo che ha dedicato a questa causa tutta la sua vita, che è scampato dalla prigionia e fece a sé stesso una promessa dicendo che se fosse uscito vivo avrebbe continuato a lottare per l'italianità delle nostre terre e dedicato ogni minuto libero al ricordo dei caduti.
Ha raccolto in un albo d'oro dei caduti giuliano-dalmati 17 mila nomi. Non voglio fare la contabilità, ma questi sono i fatti e questi sono i dati.
Le foibe, quelle che monsignor Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, nativo di Rovigno d'Istria, definì «un grande calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra». Voglio ricordare un altro grande vescovo, monsignor Camozzo, vescovo di Fiume, che raccontava di quell'esodo e dell'amarezza di quell'esodo. «Conosco l'amarezza del distacco dall'incantevole Fiume, gemma del Carnaro. Qualcuno porta con sé un pugno di terra. Sono partiti i ricchi e sono partiti i poveri. Il sacrificio che avete fatto è grande, incommensurabile. Ora siete dispersi nei vari centri di raccolta.» Erano 109 i campi profughi in Italia.
 «Da una condizione di benessere siete passati ad una vita di privazioni e di rinunce. Qualcuno chiederà: ma perché mai avete lasciato la vostra città? Non si vorrà credere che questi siano tutti delinquenti o dei criminali che sfuggono ai rigori della giustizia umana o degli ammalati presi da una pazzia collettiva! Non siete neanche degli importuni accattoni. Nel vostro sacrificio di epica portata che la storia consacrerà, c'è l'espressione dolorosa dei più alti valori spirituali della propria fede e di amor patrio». Monsignor Camozzo uscì da Fiume e, per passare oltre la dogana jugoslava, tagliò in tre il tricolore che portava con sé: nel rosso ci mise un calice, nel bianco ci mise una Bibbia, nel verde ci mise un Vangelo; poi, arrivato in Italia, ricompose la sua trinità.
Voglio che l'Italia sappia anche riappropriarsi - perché è giusto ed è questo che ci chiede la gente dell'esodo - di quella memoria che le manca. L'arena di Pola precorre il romano Colosseo. Luigi Papo scrive: l'Istria è regione italiana dal 27 a.C. Perché gli italiani devono ignorare tutto questo? Perché devono ignorare che il nostro Gianfrancesco Fortunio scrisse le regole grammaticali della volgare lingua nel 1516 e Fausto Veranzio da Sebenico scrisse nel 1610 un dizionario poliglotta in cinque lingue (latino, italiano, tedesco, dalmatico e ungarico)?
Che il nostro Simone Filippo Stratico pubblicò in tre lingue il dizionario della marineria e che Adolfo Mussapia di Spalato dette alle stampe la sua grammatica italiana che ebbe larga diffusione nel mondo tedesco? E perché ignorare Francesco Patrizio, poeta, storico, filosofo, amico del Tasso e dell'Ariosto? E perché tralasciare ancora un cittadino di Cherso, Giovanni Moise, autore nel 1067 di una grammatica della lingua italiana che fu adottata dal Carducci e dal Pascoli?
Non ultimo, tra i nostri grandi maestri, Nicolò Tommaseo da Sebenico, autore del dizionario dei sinonimi e del dizionario della lingua italiana. Si batte la nostra gente perché questa terra d'Italia, l'Istria, non sia più ignorata e perché si ascoltino e si tengano a mente le piccole e grandi storie narrate dagli istriani e dai dalmati.
Concludo, signor Presidente, poiché lei giustamente mi sollecita. Vorrei ricordare tutte quelle città che adesso si chiamano con un altro nome, ma che sarebbe giusto richiamare alla memoria degli italiani, come Ragusa di Dalmazia, più antica della Ragusa di Sicilia, che oggi si chiama Dubrovnik, come Spalato di Diocleziano, che oggi è Split, come Fiume, che oggi è Rijeka, affinché l'Italia ricordi.
Ma oggi l'Italia, con questo provvedimento, si riconcilia con la sua storia e con quella grande tragedia. L'Italia oggi compie, attraverso questo Parlamento, un gesto di riconciliazione e di giustizia. Saldiamo un debito che abbiamo, con il tributo agli infoibati, con la medaglia in cui l'Italia li ricorderà e con l'istituzione della giornata che ricorda l'esodo degli istriani, dei fiumani, dei dalmati. Per me, lo dico come fatto personale, questo resta anche un fatto moralmente altissimo: sento di aver adempiuto ad un dovere, per me che sono figlio di un esule istriano, un dovere di fronte alla memoria (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di deputati della Margherita, DL-l'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana)... dei tanti che ho visto invecchiare senza che mai avessero avuto un riconoscimento: che Dio li benedica e benedica la nostra terra (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di deputati della Margherita, DL-l'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana)!
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Menia, per il suo contributo ed anche per la commozione che in esso ha espresso (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di deputati della Margherita, DL-l'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana).

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gerardo Bianco. Ne ha facoltà.
GERARDO BIANCO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il collega Rosato ha già espresso, con molto equilibrio e con molta misura, la posizione del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo. Vorrei prendere la parola solo per qualche minuto, perché sento il dovere di compiere una precisazione storica rispetto ad alcune affermazioni che in questa sede sono state un po' troppo baldanzosamente pronunciate.
Credo che, nel momento in cui si sta tentando di raggiungere una comprensione più appropriata e approfondita di vicende tragiche della nostra storia, la rivalsa e la riproposizione di vecchie polemiche non giovino. Non posso pretendere che il collega Buontempo conosca esattamente la storia della Democrazia cristiana e neppure quella delle posizioni che sono state espresse dagli storici che si richiamano alla nostra cultura, ma il silenzio sulle foibe, onorevole Buontempo - qui assente - non c'è stato.
Basta sfogliare i libri di quello che forse è il nostro più grande storico, che è stato anche un politico di grande rilievo, Gabriele De Rosa, nei quali tale storia è indicata. Non posso pretendere che il collega legga il quotidiano Europa, sul quale proprio oggi compare una lettera che riassume l'importanza data dalla cultura e dalla politica democristiana. Si tratta della lettera di un politico eminente (che lei, signor Presidente, ben conosce), Paolo Barbi, e vorrei ricordare che egli è stato per trent'anni il presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
Si tratta di dati importanti; potrei ricordare, ad esempio, che su questo tema, venti e più anni fa, il gruppo della Democrazia cristiana presentò una proposta di legge d'iniziativa parlamentare, primo firmatario Flaminio Piccoli, per chiarire tali questioni: dunque, non c'è stata disattenzione.
Certo, vi è stato il silenzio di una certa storiografia ufficiale, ma non appartiene alla nostra cultura dimenticare i fatti. Ho seguito con molta emozione l'intervento del collega Menia, che ha evocato le vicende e che, con questo ricordo, ha portato anche una profonda partecipazione emotiva, ma mi permetto di affermare che la storia che abbiamo rappresentato non intendeva rivangare il passato per farlo diventare un peso nella politica del paese, bensì, come ha scritto Paolo Barbi, superare tali vicende guardando avanti.
Noi abbiamo guardato avanti, cercando di puntare all'Unione europea. In proposito, vorrei ripetere in questa sede le parole di Paolo Barbi, il quale afferma: «Lo chiedo dopo che, per trent'anni, ho guidato l'Associazione nazionale dei giuliano-dalmati, tutelandone i diritti morali, politici ed economici di fronte a quella che Violante ha giustamente definito la conventio ad obliandum, contrapponendo agli irresponsabili revanscismi la prospettiva dell'Unione europea».
Noi abbiamo puntato all'Europa, ed è questo il punto, per superare le grandi difficoltà esistenti.
PRESIDENTE. Onorevole Gerardo Bianco...
GERARDO BIANCO. Questa è la linea che abbiamo seguito, ed è stata una linea lungimirante, che porta il nome di Alcide De Gasperi (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fassino. Ne ha facoltà.
PIERO FASSINO. Signor Presidente, in quest'aula oggi affrontiamo un passaggio difficile della storia italiana, quale la vicenda drammatica di 350 mila italiani costretti ad abbandonare le loro case e, prima ancora, quella dei 15 mila italiani morti nelle foibe per il solo fatto di essere italiani.
È una pagina che, a lungo, è stata rimossa nella storia del paese e sulla quale è stato steso un velo di oblio, di dimenticanza.
Credo sia giunto il tempo di dichiarare che quella pagina di storia appartiene alla nostra storia, alla storia di tutti noi, alla storia degli italiani. Dobbiamo sentire quella tragedia come una nostra tragedia. Come giustamente ha ricordato in questi giorni il Presidente Ciampi, l'esodo e le foibe appartengono alla storia dell'Italia e ogni italiano li deve sentire come una propria sofferenza ed un proprio dolore.
Ciò significa liberarsi di ogni forma di giustificazionismo. Certo, nessuno, in una ricostruzione storica che non sia faziosa, può ignorare l'aggressione dell'Italia fascista alla Iugoslavia, le molte angherie, i molti misfatti che, in quelle terre, furono compiuti dalla nostra occupazione militare, ma questo non può giustificare alcunché; non può giustificare né le foibe né l'esodo. Anzi, il partito a nome del quale parlo ha, nei valori dell'antifascismo, un tratto di identità, come tutti sanno.
Ma per noi, l'antifascismo è, innanzi tutto, l'affermazione dei valori inalienabili ed incoercibili di democrazia, di libertà, di rispetto della persona, di tutela della dignità umana. Proprio in nome di quei valori, oggi, sentiamo il dovere di riconoscere il dramma dell'esodo e delle foibe.
Se c'è una riflessione critica che la sinistra e l'antifascismo italiano devono fare rispetto a quel dramma è quella di avere a lungo accettato, in nome di una giustificazione storico-politica che non poteva essere accettata, un dramma che invece avrebbe dovuto essere contrastato e combattuto.
In una giornata come questa, non voglio fare polemiche, ma voglio dire pacatamente all'onorevole Armando Cossutta, che non è presente in aula , ma che ha polemizzato con me per le espressioni che ho usato nei giorni scorsi, che proprio l'onorevole Cossutta, che è stato un combattente partigiano ed antifascista, che ha ispirato la propria vita all'affermazione dei valori della libertà e della democrazia, avrebbe dovuto sentire il dovere di dire ciò che ho detto io e se posso rivolgere un rimprovero ai dirigenti della sinistra delle generazioni precedenti alla mia, questo è di aver tardato e di non aver detto ciò che ho affermato io in questi giorni (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo e di deputati di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega Nord Federazione Padana), anche perché, leggere quella tragedia come l'espressione del conflitto antifascismo-fascismo è un modo sbagliato o, quanto meno, parziale.
Quella vicenda fu, invece, l'espressione del nazionalismo, una tara che drammaticamente corrode, nella storia dei secoli, i Balcani, di cui abbiamo avuto ancora una tragica, drammatica esperienza negli anni Novanta con le pulizie etniche e le guerre odiose tra nazioni.
Persino nella politologia è entrato un termine, «balcanizzazione», che indica una situazione nella quale ogni popolo pensa al proprio futuro non insieme al vicino ma contro il vicino, credendo più sicuro il proprio destino se è puro, se il suo Stato è omogeneo e se opprime e caccia coloro che sono diversi da lui.
Di questa tragedia è stata vittima la comunità italiana che viveva nell'Istria, nel Quarnaro, nella Dalmazia, alla fine della seconda guerra mondiale e negli anni Cinquanta, di un'odiosa pulizia etnica di cui il collega Menia, precedentemente, nel corso di un intervento certamente di grande intensità morale ed emotiva, ci ha dato testimonianza.
Per questo noi crediamo che oggi questo Parlamento, cinquant'anni dopo quella vicenda, debba fare un atto che riconosce pienamente l'esodo e le foibe come parte della nostra storia.
Per quanto ci riguarda noi non abbiamo atteso oggi per dire questo. Da tempo la sinistra, che io in questo momento rappresento, con quella storia ha cercato di fare i conti. Chi vi parla andò sulla foiba di Basovizza nel 1990 a rendere omaggio a quegli infoibati. L'onorevole Violante, a nome del nostro partito, più volte si è misurato con questi temi con espressioni che hanno rappresentato il riconoscimento di quella tragedia, così come il nostro partito di Trieste e i suoi dirigenti.
Voglio qui rendere omaggio a un nostro dirigente, Stelio Spadaro, per anni il segretario dei democratici di sinistra di Trieste, nato ad Isola, profugo istriano, che, consapevole di quel dramma, si è battuto perché la sinistra italiana desse una lettura di quella vicenda giusta e generosa, svolgendo un ruolo essenziale.
Quindi, oggi, nel momento in cui noi votiamo il provvedimento che riconosce il giorno del ricordo per l'esodo e per gli infoibati, noi non compiamo nessuna abiura, non siamo in contrasto con la nostra identità di partito e di forza politica, che crede nei valori della libertà, della democrazia, del rispetto della persona umana come valori supremi, che devono essere anteposti ad ogni altra ragione di partito o di Stato. Noi siamo coerenti nel riconoscere che questi valori sono quelli che fondano la convivenza civile di questo paese.
Noi qui siamo consapevoli di compiere un atto che consente di riconoscere una pagina tragica della nostra storia in modo comune e condiviso. A lungo, di fronte al dramma dell'esodo, sono prevalse le categorie dell'ideologia e sono prevalse sulla storia e sulla verità. Accadde in anni di guerra fredda, di contrapposizione ideologica - tempi che sono alle nostre spalle - , in anni in cui prevaleva il realismo politico sull'affermazione dei valori.
Oggi, cinquant'anni dopo, è tempo di riconoscere la verità della storia, che viene prima delle ideologie, delle ragioni di parte e di quelle di Stato, ed è tanto più importante fare oggi tutto questo, perché siamo ad un passaggio cruciale della vita dell'Europa. Quel confine orientale, quel confine che ha diviso Gorizia in due, quella frontiera che è stata a lungo la frontiera della sofferenza, in questi ultimi dieci anni sta diventando il crocevia dell'integrazione.
Tra pochi mesi quel confine che ha diviso l'Europa in due, quel confine, che è stato una parte della cortina di ferro che dal Baltico all'Adriatico ha diviso il contenente in due, diventerà il punto di incontro e di intersezione delle Europe che si uniscono, di una nuova grande Europa, che dall'Europa del nazionalismo e delle nazioni passa a quella dei popoli e dell'integrazione.
Un'Europa che vuole essere multietnica, multiculturale, multireligiosa, in cui vi sia posto per ogni comunità nazionale e ogni uomo possa vivere la propri identità senza paura di essere discriminato, oppresso o perseguitato. Ma un'Europa di questo genere sarà più solida se si sanano le ferite della storia, se la multietnicità, la multiculturalità, la multireligiosità di un'Europa nuova e unita sarà capace di riconoscere le ferite del passato.
Oggi noi qui lo facciamo, rendendo omaggio a chi ha pagato morendo nelle foibe a chi, ha pagato abbandonando la propria casa e la propria terra. Lo facciamo con la stessa emozione con cui abbiamo sempre reso omaggio ai tanti antifascisti che a Trieste sono morti alla risiera di San Sabba, perché nulla sia dimenticato, perché chi ha vissuto delle sofferenze e ha subito anche l'umiliazione dell'oblio sia riconosciuto nella propria sofferenza, perché chi non sa, perché è venuto dopo, sappia, perché nulla sia dimenticato, perché non accada più (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, della Margherita, DL-l'Ulivo, Misto-socialisti democratici italiani e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, darò adesso la parola all'onorevole Romoli, che interverrà per dichiarazione di voto a nome del suo gruppo; dopodiché, vi sono alcune richieste di intervento a titolo personale. Poiché ieri ho concesso la parola a titolo personale, lo farò anche oggi. Naturalmente, darò a ciascuno un minuto di tempo e non di più (Commenti del deputato Valpiana). Onorevole Valpiana, ieri le ho concesso 30 secondi perché avevate chiesto di intervenire in tanti; oggi darò un minuto di tempo perché interverrà un numero minore di persone.
Lasciate ancora fare la contabilità dei minuti al Presidente, almeno questo!
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Romoli. Ne ha facoltà.
ETTORE ROMOLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Parlamento, dopo 60 anni di colpevole silenzio, si accinge oggi a sanare quella che può essere considerata una delle più gravi ingiustizie commesse da un paese nei confronti di una parte dei suoi cittadini che, incolpevoli, furono trucidati a guerra finita, in nome di una inaccettabile ideologia e di un bestiale nazionalismo e che, per più di mezzo secolo, sono stati ignorati da tutte le istituzioni dello Stato.
I fatti sono, ormai, finalmente, noti, ma necessitano ancora, a mio avviso, di alcune precisazioni. In primo luogo, è indiscutibilmente vero che nelle guerre di lunga durata si forma nell'animo di tutti i combattenti un sentimento di disprezzo per la vita altrui ed anche per la propria. Ciò porta, poi, a sfogare istinti e rancori in forme più feroci di quelle che si riscontrano nella normale vita civile. Si passa direttamente all'uccisione, spesso preceduta dalla tortura, perché la sola morte, evenienza multipla, quotidiana e normale, non costituisce sfogo sufficiente.
La guerra in Iugoslavia, poi, era stata particolarmente crudele, con torture e massacri fra i diversi eserciti, le diverse fazioni militari in lotta, le diverse etnie e le diverse religioni. Si legge in fonti non iugoslave che, su un milione e 400 mila morti, un milione fosse perito per mano di connazionali e 400 mila persone fossero state uccise da tedeschi ed italiani.
Questo era lo stato d'animo nei riguardi della vita umana delle truppe di Tito che occupavano la Venezia Giulia nel maggio del 1945; né migliore era quello dei partigiani slavi locali che avevano combattuto contro l'esercito nazista e la polizia politica tedesca, la cui ferocia era ormai nota a tutto il mondo.
Nel maggio del 1945 giunse il momento propizio per sfogare gli odi personali, gli odi collettivi ed i rancori storici. Di rancori storici ve ne erano parecchi, perché non si può negare che, sin dai tempi dell'impero asburgico, non corresse buon sangue tra le etnie italiana e slava viventi nelle terre giuliane. Ma i veri odi erano sorti tra le due guerre mondiali, quando il fascismo aveva cercato in tutti i modi di snazionalizzare gli slavi, provocando la reazione delle loro organizzazioni terroristiche e rispondendo ai gravissimi attentati di queste con processi dei tribunali speciali e con fucilazioni.
La rabbia che covava sorda sia tra gli slavi della Venezia Giulia sia tra gli sloveni della Iugoslavia si era diffusa in tutto il paese durante la guerra, anche se il nostro esercito, come tutti ammettono, si era comportato in modo molto più umano rispetto a quello delle altre forze combattenti.
Probabilmente, tutti o quasi tutti i soldati di Tito che vennero nella Venezia Giulia erano al corrente di singoli episodi di violenze avvenuti in Iugoslavia durante la guerra ed erano presumibilmente ben lieti di rendere pan per focaccia agli italiani, anche se la guerra era finita.
Bisogna però riflettere sul fatto che i sentimenti finora descritti avrebbero portato soltanto ad un certo numero di delitti singoli, di arresti di singole persone, confische di singoli beni, ma non a massacri, deportazioni di massa e spoliazioni generalizzate nel campo economico.
Fra i deportati, l'unico denominatore comune era quello della appartenenza alla etnia italiana. Ecco perché dobbiamo pensare che tutto ciò sia accaduto per una regia superiore e non per meschine vendette personali. L'intendimento dell'occupatore non era quello di giudicare ed eventualmente punire chi si era compromesso con il passato regime fascista, ma di eliminare tutti coloro che potevano essere di impedimento ad una completa «slavizzazione» del territorio.
Non può esservi dubbio invece che vi fosse un ordine superiore, anche se eseguito localmente, magari con troppo zelo; se così non fosse stato, nessuno avrebbe osato procedere ad uccisioni, deportazioni, a creare campi di concentramento, che non si impiantano e non si gestiscono per vendette ed odi personali.
Ma quale poteva essere l'ordine superiore e quale fondamento storico aveva? Un principio fondamentale del leninismo staliniano era quello che dovessero essere fisicamente eliminati tutti coloro che potessero costituire, nel presente e nel futuro, un pericolo per l'instaurazione di un regime comunista, per la sua conservazione e per il suo buon funzionamento. Cominciò ad applicare questa teoria Lenin, che Stalin portò ad estrema perfezione.
Un fatto per molti versi analogo a questi ora citati avvenne nella Venezia Giulia del 1945. L'idea dei seguaci di Tito era quella di annetterla alla Iugoslavia, Stato comunista. Occorreva eliminare, quindi, tutti coloro che, al presente o nel futuro, si sarebbero potuti opporre sia alla missione sia al corretto funzionamento di quello Stato basato sull'ordine nuovo.
I primi da eliminare, perciò, non erano solo i fascisti, le cui colpe costituivano per contro un eccellente «paravento» alle esecuzioni ed alle deportazioni, ma gli italiani antifascisti. Per quanto riguarda l'occupazione di Trieste, si afferma che i primi che furono fatti scomparire furono propri i socialisti. Dovevano sparire poi quei membri del CLN che, da un lato, avevano meriti da vantare ma, dall'altro, non erano né comunisti né disposti a farsi annettere dalla Iugoslavia.
A Fiume il principale pericolo era costituito dagli autonomisti dell'antico Stato libero. Potevano vantare meriti e proporre la ricostruzione di quello Stato, ciò che poi Zanella fece da Parigi durante la Conferenza di pace. Essi furono uccisi per primi.
A Gorizia furono deportati i membri del CLN, repubblicani e democristiani. Ricordo che a Porzus furono massacrati i partigiani della brigata Osoppo che si opponevano alla unione di quel territorio con la Iugoslavia.
Pericolosi per il futuro erano, infine, gli esponenti più elevati del mondo borghese che, anche se politicamente in linea di massima antifascisti, avrebbero sabotato le nuove istituzioni per ragioni di interesse economico. Disgraziatamente tutte queste persone, o quasi tutte, appartenevano al gruppo etnico italiano, ma furono eliminati anche quegli slavi che sarebbero stati, in futuro, possibili reazionari.
Attraverso l'uccisione e le deportazioni si voleva, tuttavia, raggiungere anche un altro scopo: quello di spaventare gli italiani, facendoli almeno in parte fuggire dalla zona, non per una completa e necessariamente impossibile «slavizzazione» del territorio, ma per mutare le proporzioni etniche in vista di eventuali plebisciti, che avrebbero potuto, successivamente, essere imposti dalle nazioni occidentali se queste non si fossero adeguate ed adagiate alla volontà di Stalin.
Non si saprà mai con esattezza quanti siano stati i deportati e quale sia il numero di coloro che non ritornarono. A Gorizia il comune ha ricordato che i suoi abitanti che non fecero ritorno ammontano a 662 cittadini.
Sull'impossibilità di conoscere esattamente il numero delle deportazioni va ricordata l'affermazione del Savorgnan di Brazzà, capo di stato maggiore della divisione partigiana Osoppo, secondo il quale, laddove le deportazioni stesse avvenivano in grande stile, venivano lasciati intatti i nomi ed i cognomi nei registri anagrafici e si sostituivano fisicamente i deportati con altre persone provenienti dall'interno della Iugoslavia, che così assumevano il nome ed il cognome dei deportati.
Con riferimento a tutta la Venezia Giulia nel memoriale del CLN si afferma che i dispersi erano oltre 15 mila e questa è la cifra che la maggior parte degli storici considera esatta. Ricordarli, oggi, con un riconoscimento morale è un dovere, anche se tardivo, come è un dovere ricordare i 350 mila esuli istriani e dalmati che abbandonarono le loro case ed i loro averi per restare italiani e sfuggire ad un regime di terrore e di morte.
Per tale motivo Forza Italia voterà convintamente a favore del provvedimento (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Paolone, al quale ricordo che ha un minuto a disposizione. Ne ha facoltà.
BENITO PAOLONE. Signor Presidente, non sapevo di avere un minuto, pensavo di avere cinque minuti e di poter intervenire liberamente, perché così era previsto. Ora lei, cambiando la regola, mi vincola ad una condizione...
PRESIDENTE. Sono spiacente, onorevole Paolone, ma le richieste di parola si sono moltiplicate. Speravo anch'io di poterle dare più tempo. Se vuole, può chiedere alla Presidenza l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna della sua dichiarazione di voto.
BENITO PAOLONE. Signor Presidente, il mio non era un intervento formale, ma la testimonianza di una vita: lo avrei fatto per la prima volta nel Parlamento italiano, perché nessuno immagini che tali accadimenti vengano enfatizzati per riaprire vecchie ferite. Si tratta, invece, di cercare la strada perché certi fenomeni non debbano mai più ripetersi nel nostro paese. Il mio intervento voleva essere un appello alla civiltà, alla cultura, alla libertà del nostro popolo.
Signor Presidente, mi consenta di parlare ancora per qualche secondo. A tutti coloro che tentano, ancora oggi, di minimizzare e snaturare la verità storica vorrei dire che così facendo si ripiomba all'interno di una contrapposizione di ragioni e giustificazioni su fatti esecrabili in nome di ideologie.
Vorrei testimoniare come un signore di nome Francesco Paolone, mio padre, il 1o maggio del 1945 tornò da Trieste a casa sua, in via Bellini n. 6, terzo piano. Nella cucina dell'appartamento mise sulle sue ginocchia due ragazzi: uno ero io, l'altra era mia sorella Italia. Mia madre, in ginocchio, lo implorò di uscire e di salvarsi, se poteva.
Voglio lasciare al Parlamento italiano una testimonianza che molti non conoscono: mio padre disse a mia madre Charina che non lo avrebbe mai fatto: avrebbe dimostrato che la sua fede era tutta orientata a difendere la patria, i suoi valori, la sublimazione della nazione in cui vi sono le ragioni della nostra vita. Disse che sapevano di perdere ma, ora per ora, minuto per minuto, fino alla fine della loro vita - quel giorno avevo 14 anni e ricordo le lacrime di mia madre - avrebbero fermato i confini orientali affinché il nostro paese non fosse invaso dal comunismo.
Diventando grande mi sono chiesto cosa significasse quel discorso pronunciato all'epoca da mio padre. Ho cercato di capire e, per cinquant'anni, ho combattuto con altri perché il comunismo non passasse nel mondo. Chiedo ai colleghi comunisti, che ancora scherzano e pensano di ricondurci a ideologie, cosa sarebbe stato il mondo se il comunismo avesse avuto il trionfo su di esso.
MAURA COSSUTTA. Piantala, Paolone! Abbiamo garantito i diritti in Italia!
BENITO PAOLONE. Allora, la gente che è morta e si è battuta non è solo una questione di esodo (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro), così come non è solo una questione di formalismi! Si tratta invece di una testimonianza di vita, di fede e di militanza, affinché non debbano mai più ripetersi esecrabili vicende, come quelle di Hiroshima e Nagasaki, come quella di Dresda e come tanti altri fatti ignobili, che sono stati perpetrati per dimostrare che qualcuno aveva vinto e qualcun altro aveva perso, perché la guerra è certamente un evento tragico e quasi sempre finisce così. Ma coloro i quali fanno ancora questi discorsi devono essere bollati, devono essere marchiati, perché tengono in piedi una divisione inaccettabile (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro - Congratulazioni)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Buontempo, al quale ricordo che ha due minuti a disposizione. Ne ha facoltà.
TEODORO BUONTEMPO. L'Italia ritrova oggi la memoria su una storia negata, che ha visto il nostro paese, con il Trattato di Parigi del 1947, cedere senza combattere queste terre alla Jugoslavia. In questa ritrovata memoria da parte dell'Italia, credo sia importante rilevare due aspetti.
Il primo aspetto è che i combattenti della Repubblica Sociale Italiana salvarono migliaia e migliaia di italiani dall'odio tedesco, che voleva decimare gli italiani, e li difesero dall'odio comunista jugoslavo. Vi è poi un secondo aspetto, che credo debba trovare traccia, nel momento in cui si approva un provvedimento così significativo. Al riguardo, onorevole Gerardo Bianco, non mi riferivo ad un singolo; posso venire da lei a scuola di vita, ma non di politica, perché ero dall'altra parte e il nostro partito oggi è al Governo, mentre il suo non c'è più.
Posso, quindi, prendere lezioni di vita ma non di politica e, per quanto riguarda la politica, non si può non lasciare traccia del fatto che i Governi che si sono succeduti dal 1948 in poi hanno negato questa storia alle nuove generazioni. Non ve ne è traccia sui libri di scuola e i ragazzi - ne ho incontrati alcuni stamattina qui a Montecitorio -, di questa storia tragica dell'Italia, non conoscono assolutamente nulla. Né è stata data una sola lira dai Governi che si sono succeduti per aiutare quelle popolazioni esuli in Italia, che non avevano più casa, non avevano più lavoro, non avevano più beni e persino....
PRESIDENTE. Onorevole Buontempo, la invito a concludere.
TEODORO BUONTEMPO. Ho concluso, Presidente.
Per quanto riguarda i campi dei profughi, a cominciare da quelli di Roma, furono occupati dai profughi caserme e luoghi abbandonati, perché quei Governi hanno cancellato una storia e diviso gli esuli istriani e dalmati, per non farli identificare nel loro dolore e nella loro storia. Questa è una grave colpa dei Governi del dopoguerra (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Giulio Conti, al quale ricordo che ha un minuto a disposizione. Ne ha facoltà.
GIULIO CONTI. Non posso che associarmi a questo ricordo, anche dal punto di vista personale. Infatti, ricordo che alcuni anni fa quando l'onorevole Roberto Menia era ancora un ragazzino, mi chiese di portarlo alla Villa di Osimo, dove venne firmato il Trattato di pace che assegnò la zona B alla Jugoslavia (a mio avviso un trattato immondo, stupido ed inutile, che non serviva proprio a niente, perché la potenza di Tito storicamente e politicamente era ormai finita) e si incatenò in quella villa.
In un giorno di pioggia, ricordammo questo episodio, maledicendolo nel nostro cuore perché significava aver rinunciato ad un pezzo di terra della nostra patria per la quale erano morti i nostri concittadini infoibati. Credo che oggi vi sia una rivincita della storia, un atto di giustizia della storia, una vittoria dei morti infoibati.
Anche per questo, lo ringrazio, così come ritengo giusto ringraziare il mio primo partito che, fin da ragazzo, mi ha insegnato a non consegnare nell'oblio questa tragedia: quegli uomini ci hanno insegnato a ricordare, in un momento in cui era proibito farlo nei libri di scuola, come è ancora proibito oggi, questa pagina della storia, consentendoci di fare giustizia e chiarezza e di trasmettere ai nostri ragazzi il ricordo sano e santo di un momento di pacificazione nazionale come questo, ma anche di grande risveglio di un sano, onesto e costruttivo amore di patria (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tremaglia. Ne ha facoltà.
MIRKO TREMAGLIA. Signor Presidente, credo che questa sia una grande giornata per il nostro Parlamento. Il suo intervento mi ha profondamente colpito; anche la nobiltà di altri significativi interventi (quelli dei colleghi Menia, Paolone e Fassino) mi ha commosso, perché la storia è stata rispettata: essa, infatti, non deve essere mai strumentalizzata dalla politica, a fronte di questa tragedia immensa e del dramma, della sofferenza, del dolore di centinaia di migliaia di esuli che ho conosciuto in tante parti del mondo.
Vorrei citare, a tale proposito, un uomo di sinistra che ha scritto parole assai significative e che penso possano servire perché oggi inizi veramente la grande pacificazione nazionale.
Dice Cesare Pavese: ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico diventa, morendo, una cosa simile, se ci si arresta, se si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che, anche vinto, il nemico è qualcuno, che, dopo averne sparso il sangue, bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue e giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante; non sono più faccenda altrui. Non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino, che ha messo a terra quei corpi, tenga gli altri inchiodati a vederli, a riempirsene gli occhi: non è paura, non è la solita viltà! Ci si sente umiliati, perché si capisce, si tocca con gli occhi che, al posto del morto, potremmo esserci noi! Non ci sarebbe differenza e, se viviamo, lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo, ogni guerra è una guerra civile. Ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia e di deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo). Sono parole di Cesare Pavese.
Questa è la strada, lo dico a me e a tutti voi, il grande momento, veramente storico, della riconciliazione, della pacificazione nazionale (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia e di deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
(Coordinamento - A.C. 1874)
MAURIZIO SAIA, Relatore. Chiedo di parlare ai sensi dell'articolo 90, comma 1, del regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MAURIZIO SAIA, Relatore. Signor Presidente, desidero proporre alcune correzioni di forma al testo.
Con riferimento all'articolo aggiuntivo della Commissione 01.03, poiché si è inteso modificare l'espressione «Giorno della memoria» in «Giorno del ricordo», si intende conseguentemente sostituire l'espressione «della memoria in ricordo» con quella « del ricordo in memoria».
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, le correzioni di forma proposte dal relatore si intendono approvate.
(Così rimane stabilito).
Prima di passare alla votazione finale, chiedo, inoltre, che la Presidenza sia autorizzata a procedere al coordinamento formale del testo approvato.
Se non vi sono obiezioni, rimane così stabilito.
(Così rimane stabilito).
(Votazione finale ed approvazione - A.C. 1874)
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta di legge n. 1874, di cui si è testé concluso l'esame, con un nuovo titolo.
(Segue la votazione).
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva
(Vedi votazioni - Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, di Alleanza nazionale, della Margherita, DL-l'Ulivo, dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, della Lega Nord Federazione Padana, Misto-UDEUR-Alleanza Popolare, Misto-Socialisti democratici italiani, Misto-Verdi-l'Ulivo, Misto-Liberal-democratici, Repubblicani, Nuovo PSI e Misto-Minoranze linguistiche, che si levano in piedi e con essi i membri del Governo).
«MENIA: Istituzione del 'Giorno della memoria' in ricordo delle vittime delle foibe dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati» (1874):

(Presenti 521
Votanti 517
Astenuti 4
Maggioranza 259
Hanno votato sì 502
Hanno votato no 15).
Onorevoli colleghi (Si leva in piedi),
 la proposta di legge testé approvata è un atto di riconciliazione nazionale, di verità e di giustizia, una testimonianza di amore verso tanti italiani per troppo tempo dimenticati.

9 GENNAIO 1944: IL PRIMO BOMBARDAMENTO DI POLA

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Sono passati 70 anni esatti dal primo dei 23 bombardamenti aerei anglo-americani su Pola. Era il 9 gennaio 1944 e quel terribile evento lasciò lutti e rovine, rimanendo impresso indelebilmente nella memoria di tutti i polesani superstiti. Il consigliere ed ex sindaco dell’LCPE Lino Vivoda ne parla in un capitolo del suo recente libro In Istria prima dell’esodo. Autobiografia di un esule da Pola (Edizioni Istria Europa, Imperia 2013), che riproduciamo di seguito. Invitiamo i lettori che sperimentarono quella tragedia a mandarci la propria testimonianza diretta.

 


Tra i tanti accadimenti vissuti durante la guerra ricordo bene il giorno del primo bombardamento di Pola. Era domenica e giocavo al pallone nel campetto del cortile della Catolica quando le sirene verso le dieci iniziarono a suonare per l’allarme aereo. Mi recai a casa abbastanza svelto, non avevamo ancora cognizione infatti di che cosa potesse seguire a un allarme aereo. Giunto a casa mi misi in spalla lo zaino grigio che Papà mi aveva dato quando erano iniziati gli allarmi aerei: conteneva un cambio di biancheria, una maglia un po’ pesante per stare in rifugio e quattro pacchetti di gallette che chiamavamo scherzando “razioni di guerra”. Presi anche il piccolo seggiolino pieghevole di legno e tela sotto il braccio e scendendo le scale incontrai Papà che era venuto in bicicletta da Scoio Olivi per sincerarsi che tutti fossimo andati in rifugio. Arrivai comodamente al riparo e incominciai con le solite chiacchiere coi vicini per passare il tempo quando iniziammo a sentire le vibrazioni degli scoppi e nelle orecchie lo spostamento d’aria. Erano le undici e quindici del 9 gennaio 1944 quando iniziò il primo bombardamento della mia vita.
Quando finì il rumore delle bombe qualcuno disse: «C’era da aspettarselo, l’altro ieri hanno bombardato Fiume».
Cessato l’allarme uscimmo lentamente all’aperto, e poi di corsa verso casa. La città era stata pesantemente bombardata da più di cento B-17 della 15a AF americana: centrate chiese, ospedali, scuole e numerose case, provocando la morte di oltre cento persone solo fra i civili.
L’impressione tra la gente fu profonda vedendo le macerie dappertutto, le strade coperte da una sottile coltre grigiastra. Ovunque nell’aria l’odore dell’esplosivo. Cambiò subito l’atteggiamento in tutti: dal primo allarme successivo i tempi di percorrenza per arrivare al rifugio si ridussero notevolmente cercando tutti di mettersi al sicuro il più presto possibile.
Il nostro palazzo per fortuna era intatto ma vicino a noi parecchie case erano state sventrate in via Tradonico, e mi dispiacque vedere sparito il negozio di alimentari di sior Rocco all’inizio della strada, nella piazzetta del Torchio, dove talvolta andavo a comperare qualcosa e ricevevo sempre alcune sidele (mentine simili a caramelle).
Anche il cantiere di Papà era stato colpito in più parti (era anche la base dei sommergibili) e, quando mi recai il giorno dopo a portargli il pranzo, mi fece vedere da lontano la sagoma di un sommergibile tedesco semiaffondato a fianco della vasca grande verso la città, che con le due piccole gemelle costituivano i bacini di carenaggio del cantiere. Il sommergibile tedesco era il famoso U-81, che il 13 novembre 1941 aveva silurato ed affondato la portaerei britannica Ark Royal. Anche un altro sommergibile tedesco, l’U-407, venne colpito.
Ma quello che fece più impressione fu la tragica morte del giocatore di calcio polesano Aldo Fabbro, assieme alla mamma ed alla nonna. Fabbro era centromediano del Napoli ed essendo fermo il campionato di calcio era venuto a casa in licenza. La sua abitazione fu centrata in pieno e rasa al suolo. I soccorritori intenti a sgomberare le macerie raccolsero ciò che rimaneva delle tre vittime in un secchio pieno di resti umani.
Lino Vivoda (Imperia)

VESTIGIA ROMANICHE NELL'ISTRIA SUD-OCCIDENTALE

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Il dott. Alessandro Delbello, medico e studioso dell’arte medievale istriana, ha tenuto martedì 12 novembre 2013 a Trieste presso il Caffè San Marco un’interessante conferenza sugli affreschi e le pievi romaniche dal Canale di Leme a Fasana, su iniziativa dell’associazione Gens Adriae. Ne riportiamo di seguito la prima parte, riguardante gli affreschi, per gentile concessione dell’autore, che ringraziamo. In gennaio pubblicheremo la seconda, riguardante le pievi.

 
Nell’Istria sud-occidentale, precisamente nell’Abbazia di San Michele a S. Martino di Leme, nella Chiesa di San Martino a San Lorenzo del Pasenatico e nella Pieve di Sant’Agata a Vidolini di Canfanaro, esistono affreschi dell’XI secolo che mi risultano assolutamente poco conosciuti dalla gran massa di turisti nostrani che si recano frequentemente in Istria.
Andando alla scoperta di questi affreschi situati all’interno di edifici sacri del X e XI e XII secolo, ho deciso di approfondire le conoscenze dell’architettura romanica locale e mi sono lasciato prendere la mano per scoprire anche altre pievi romaniche spesso isolate e sparse nella campagna, lontano dalle grandi vie di comunicazione che portano i visitatori nelle famose località balneari del circondario.
La zona di ricerca riguarda l’Istria sud-occidentale, da San Lorenzo del Pasenatico a Fasana, ma esclude Due Castelli, Rovigno e Dignano-Pola, sia perché sono molto più conosciute, sia perché meritano trattazione a parte. Mi sono occupato quindi di Pievi isolate e nascoste e comunque di “pitture a fresco” che a parer mio meriterebbero una ben più grande considerazione da parte dei turisti. La ricerca è stata condotta nell’autunno 2011, in molti casi con una certa difficoltà di individuazione e localizzazione. Non sempre ho trovato collaborazione, ma testardamente sono ritornato più volte, per poter farmi aprire le porte o per farmi dare le chiavi per poter entrare e fotografare.
Mi fa piacere condividere le straordinarie sorprese che l’Istria nasconde. E’ questo il senso della mia ricerca. A ognuno la possibilità di approfondire e migliorare a proprio piacimento la scoperta di questi tesori che sono dietro l’angolo, a pochi chilometri da noi. Io mi sono divertito e ho imparato molto. E chissà quante altre magnifiche cose ci sono ancora da vedere in questa ed altre microzone della nostra vicina Istria.
Nella Pieve di S. Agata si possono ammirare le figure di dieci Apostoli con la Madonna al centro, oltre ad un ornamento geometrico a greca prospettica e alle due raffigurazioni laterali delle Sante Agata e Lucia. Per secoli questa chiesa fu pellegrinaggio delle puerpere e dei fedeli affetti da malattie oftalmiche, poiché la prima è la santa protettrice del seno, la seconda dell’organo visivo. Interessante notare come gli occhi degli apostoli siano tutti scoloriti, poiché nel tempo i pellegrini con problemi visivi, asportavano parte del colore che definiva il contorno degli occhi stessi, a buona sorte e benedizione della propria malattia. Le caratteristiche del frescante sono definite dagli ovali delle teste incorniciate di bianco. Le grandi areole piatte che contornano i volti, la ipsilon del naso, le macchie gialle sul mento e sugli zigomi, il contrasto tra verde e rosso per far risaltare il viso e le mani ricordano altri affreschi come gli evangelisti a Sant’Angelo in Formis o a San Clemente di Tahull in Catalogna oppur gli apostoli vicino alla vergine in maestà in Francia a Palluau, antico priorato di San Lorenzo vicino a Chatillon, o a San Pietro a Meobecq, per finire alla chiesa romanica di S. Mihovil a Stone in Croazia.
Nella bellissima Chiesa di San Martino nell’abside di destra si vedono in alto le immagini dell’Ascensione, in basso numerose figure di Evangelisti e Santi, che hanno la stessa sequenza e geometria degli apostoli di S.Agata, ma, pur coevi, i primi presentano una fisionomia più fortemente individualizzata, con maggiore movimento. Anche in questo caso, come a Sant’Agata, è chiara la derivazione post-ottoniana delle Scuole pittoriche di Ratisbona e Salisburgo (cosa che non ci sarà negli affreschi coevi di Peroi).
Nelle mie perlustrazioni, spesso avventurose, non sono riuscito a vedere e fotografare gli affreschi dell’Abbazia di San Michele di Leme, perché è tutto pericolante e giustamente interdetto ai visitatori. Approfittando così della storia di questo monastero ho rivisitato i siti delle vecchie abbazie benedettine o camaldolesi o francescane, che a partire dall’anno 1000 erano presenti anche in questa zona, fino alle porte di Dignano e Pola.
Nella Chiesa di Santa Fosca a Peroi-Fasana c’è un altro poco noto esempio di affreschi dell’XI secolo, per poi finire alle magnifiche pitture murali della Chiesa Cimiteriale di San Vincenzo a Sanvincenti che risalgono al 1211, opera del famoso Ognibene da Treviso. Quegli edifici sono tutti fulgidi esempi di architettura romanica presente nella nostra Istria e portano all’interno le eccezionali “pitture a fresco”, testimonianza delle scuole della cultura benedettina europea  d’occidente. Sono tutti affreschi delle scuole del periodo romanico-bizantino. Altri esempi di simili pitture murali sono sparse dalla Germania, alla Francia, all’alta e Bassa Austria, nonché sono presenti nel Veneto e nella Lombardia. In ogni caso quegli affreschi mi hanno particolarmente entusiasmato.
Nella Basilica di Santa Fosca, nell’arco trionfale sopra l’abside centrale, c’è un magnifico esempio di Cristo nella mandorla, in atteggiamento benedicente alla greca tipico del “Rex Iudeorum” o “Cristo pantocratore”. Intorno alla mandorla colori ed immagini dall’alto significato simbolico. E’ certo che a Peroi sostarono i Templari. In questa Ascensione manca la Madonna, e mancano le stigmate pittoriche di derivazione post-ottoniana, ma le pieghe delle vesti sono movimentate e frammentate, le mani e i piedi sono enormi, ci sono chiare linee orizzontali sul collo del Cristo, il mantello ricopre a ventaglio il suo corpo. Sono tutte cose che richiamano la cultura benedettina europea occidentale, come le pitture francesi nei dintorni della Loira a Saint Jaques de Guèrets o a Saint Gilles a Montoire o a Saint Savin oppure in Borgogna sul frontone della Cattedrale di San Lazzaro a Autun tra Digione e Lione o addirittura in Scozia nella Cattedrale di Cambus, oppure il giudizio universale dell’abbazia di S. Pierre di Beaulieu sur mer vicino a Nizza.
La Chiesa cimiteriale di San Vincenzo a Sanvincenti è l’apoteosi delle “pitture a fresco” di questo periodo in Istria. Ci vogliono ore per ammirare a fondo le figure sacre che tappezzano quasi tutte le pareti: le tre absidi inscritte, il fronte dell’arco trionfale, la parete nord e la parete sud, fino a trovare nella parete occidentale i resti di un “Giudizio Universale” che è lo stesso soggetto coevo nelle famose Chiese di Torcello e Sommacampagna. Nell’abside centrale il Cristo con i dodici apostoli, a sinistra il battesimo di Gesù con il calendario dei mesi, a destra una Madonna col bambino e la firma del pittore, e poi nella parete sud la vita di Gesù con la passione e nella parete nord l’infanzia di Cristo e la vita di San Vincenzo. E tanti altri Santi. Ognibene appartiene sempre alla scuola pittorica post-ottoniana, cosiddetta «cerchia patriarcato d’Aquileia», ma in questi affreschi c’è una forte intonazione veneziana. Alcuni suoi allievi dipingeranno in Istria anche a Ballerini, Bogliuno e Draguccio, ma quelle pitture – posteriori – non raggiungono assolutamente la bellezza di queste del loro Maestro.
Alessandro Delbello

ERRORE NEL MODULO F24 SEMPLIFICATO DEL COMUNE DI MILANO E COME CORREGGERLO

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Scritto da Administrator
Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
Visite: 42

ERRORE NEL MODULO F24 SEMPLIFICATO DEL COMUNE DI MILANO e COME FARE LA CORREZIONE
PAGAMENTO  DEL  SALDO  TARES  2013  PER  IL  COMUNE  DI  MILANO.
Milano, 05 DIC 2013.
I moduli di pagamento “F24 Semplificato” che il Comune di Milano ha inviato ai singoli contribuenti possono contenere un errore nel “Comune di nascita” per quanto riguarda gli esuli giuliano – dalmati ed anche altri cittadini.
Dopo la segnalazione che un modulo con la dicitura errata, per esempio “Comune di nascita: IUGOSLAVIA”  o simili era per gli esuli inaccettabile, l’Ufficio emittente ha comunicato di essere al corrente del malaugurato errore informatico e di non essere più in tempo utile per inviare moduli esatti, essendo ormai prossima la scadenza del 16 DIC 2013.
 La soluzione è:  il modulo “F24 Semplificato” può essere corretto manualmente, cancellando la dicitura errata e scrivendo di fianco il nome italiano del Comune di nascita.
Esempio:   (IUGOSLAVIA)    POLA
Se il contribuente intende eseguire il pagamento tramite home banking (tramite il proprio computer), egli semplicemente scriverà sul computer, fra le altre indicazioni,  il nome italiano del Comune di nascita nell’apposito spazio e trascriverà il “numero di operazione” di 18 cifre, copiandolo dal modulo F24.
Se per qualche motivo il contribuente deve usare un modulo “F24 Semplificato” nuovo, è bene che si accerti che esso abbia lo spazio apposito per scrivere il “numero di operazione” di 18 cifre. In alcune banche i moduli in distribuzione non hanno tale spazio. In ogni caso l’Ufficio comunale preposto effettuerà le verifiche necessarie per la corretta gestione del versamento effettuato.
Tito Lucilio Sidari
LIBERO  COMUNE  DI  POLA  IN  ESILIO

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