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(L'Arena di Pola 22/09/2014)
Osimo: nuove rivelazioni
Paolo Radivo
Nel convegno sul Trattato di Osimo svoltosi in due sessioni il 21 e il 28 febbraio 2014 alla Biblioteca Statale di Trieste, l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia ha presentato il densissimo numero 2/2013 della propria rivista semestrale “Qualestoria”, incentrato sul tema: Osimo il punto sugli studi. Il volume (144 pagine) comprende un’introduzione del curatore Raoul Pupo e cinque brevi saggi che affrontano il tema sotto varie angolazioni: Una storia sbagliata? Uno sguardo al breve secolo dei rapporti italo-jugoslavi, dove lo stesso Pupo delinea le relazioni bilaterali dal 1918 al 1991; La politica estera italiana e la soluzione della questione di Trieste: gli accordi di Osimo del 1975, dove Massimo Bucarelli, basandosi su documenti segreti o riservati specie di parte italiana, spiega nel dettaglio la vicenda diplomatica; La Jugoslavia e il Trattato di Osimo, dove lo studioso serbo Saša Mišić fa altrettanto servendosi soprattutto di fonti jugoslave; Il dibattito pubblico sul Trattato di Osimo fra ragion di Stato e protesta locale, dove Diego D’Amelio illustra l’atteggiamento delle forze politiche nazionali e triestine e della stampa, nonché il terremoto politico suscitato a Trieste; L’Associazionismo adriatico: una risposta ad Osimo, dove Fabio Capano presenta in modo assai critico la linea seguita da Lega Nazionale, Unione degli Istriani, Associazione Nazionale Italia Irredenta e ANVGD. Infine Roberto Spazzali inquadra e trascrive una lettera indirizzata il 15 febbraio 1954 da Lino Sartori, direttore delle Finanze e dell’Economia della Zona A del Territorio Libero di Trieste, al presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi sull’ipotesi d’istituzione di una Zona franca per la città di Trieste.
I testi più innovativi sono quelli di Bucarelli e Mišić, che, svelando numerosi retroscena grazie a documenti inediti, danno risposta a tanti interrogativi finora insoluti. D’Amelio e Capano espongono invece dati in massima parte già noti.
Le fonti non sono tutte ancora consultabili
Nell’introduzione Pupo spiega come la monografia di “Qualestoria” anticipi alcuni primi risultati di un progetto scientifico internazionale promosso da Massimo Bucarelli e Luciano Monzali sul «processo di riavvicinamento e di riconciliazione tra Italia e Jugoslavia culminato negli Accordi di Osimo», che confluirà in un volume collettaneo in inglese.
Il nucleo documentario relativo all’attività diplomatica italiana conservato presso l’archivio del Ministero degli Esteri non è ancora consultabile per gli anni Settanta. Colmano in parte la lacuna altri fondi come le carte Moro presso l’Archivio Centrale dello Stato, quelle Andreotti presso l’Istituto Sturzo, quelle del consigliere di legazione Ottone Mattei, che affiancò il direttore generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone nelle trattative al castello di Strmol, quelle degli archivi di Belgrado (Carte Tito, fondi della Lega dei Comunisti e del Ministero degli Esteri jugoslavo), nonché quelle del negoziatore segreto jugoslavo Boris Šnuderl, più le testimonianze e i ricordi di altri diplomatici e uomini politici coinvolti.
L’Ostpolitik italiana era condivisa da Washington
«La stipula degli accordi di Osimo – osserva Pupo – è stata frequentemente considerata come una delle espressioni più evidenti della cosiddetta “piccola Ostpolitik” italiana, promossa soprattutto da Aldo Moro. E’ un giudizio che va accolto con una certa cautela, perché certamente il riavvicinamento italo-jugoslavo si inseriva bene nella strategia morotea volta a superare le rigidità della divisione dell’Europa in due blocchi, ma altrettanto sicuramente – a differenza della Ostpolitik tedesca – non si poneva fuori asse rispetto alle indicazioni della potenza egemone dello schieramento occidentale, gli Stati Uniti. Anzi, il governo di Washington condivideva in pieno le preoccupazioni di quello di Roma per il dopo Tito e non poteva che vedere con favore l’impegno italiano a consolidare quello Stato jugoslavo la cui autonomia da Mosca costituiva un elemento fondamentale degli equilibri strategici in Europa. E difatti, in un primo momento la stipula dell’accordo fra Italia e Jugoslavia fu accolta con una certa stizza al Cremlino, anche se poi i commenti ufficiali suonarono positivi».
Trattative riservate per evitare sorprese
Quanto al metodo negoziale attivato nell’estate 1974, Pupo rileva che «già la scelta dei due negoziatori, rispettivamente il direttore generale del ministero dell’Industria italiano ed il presidente del Comitato federale per i rapporti economici jugoslavo, indicavano la volontà dei due governi di privilegiare i temi della collaborazione economica rispetto a quelli del tracciato del confine». L’assoluta riservatezza dipendeva dalla necessità di «garantirsi il più possibile da eventuali sorprese, ben sapendo fra l’altro che non mancavano – perlomeno all’interno della società civile, delle forze politiche e forse della stessa diplomazia italiane – quanti avrebbero visto con favore l’ennesimo scacco negoziale». L’impressione di Pupo, sia pure «tutta da approfondire», è poi che «la dirigenza politica della Repubblica di Slovenia sia stata posta nelle condizioni di seguire meglio, se non di orientare, i passaggi conclusivi del negoziato, più di quanto non poté la dirigenza triestina e quella della regione Friuli Venezia Giulia».
La svolta negoziale
Pupo rammenta che la svolta negoziale avvenne quando il governo italiano sostituì alla linea «incarnata dall’ambasciatore Milesi Ferretti, che prevedeva richieste di compensazione territoriale – anche se minime e simboliche – in zona B», quella sostenuta da altri diplomatici, come l’ambasciatore Ducci, secondo cui le compensazioni avrebbero dovuto essere economiche, per rilanciare l’area frontaliera e soprattutto di Trieste. Fu questa la linea poi seguita da Carbone, «anche se il pacchetto messo a punto si sarebbe rivelato in parte inattuabile e, sul piano politico, addirittura controproducente». Dal canto loro, gli jugoslavi lasciarono cadere la richiesta di estendere alla provincia di Udine le forme di tutela per i cittadini di lingua slovena delle province di Trieste e Gorizia.
Un’opposizione assai modesta
Pupo giudica «assai modeste» le reazioni agli accordi in Italia. «In parlamento – ricorda – il Movimento sociale votò doverosamente contro, ma non tentò alcuna forma di mobilitazione. Del resto, l’Italia stava vivendo i suoi anni di piombo e tutte le forze politiche, da destra a sinistra passando per il centro, dovevano fronteggiare emergenze che si chiamavano strategia della tensione e terrorismo, per non parlare della crisi economica. Agli occhi degli italiani, il confine orientale era assai lontano ed anche quelli che sapevano, più o meno, dove si trovasse Trieste certo ignoravano, o avevano dimenticato, che cosa fosse la zona B».
L’ambiguità del Memorandum
Circa il Memorandum di Londra (5 ottobre 1954) Pupo rileva nel suo saggio che, «formalmente, il governo italiano poteva sostenere davanti alla propria opinione pubblica di non aver mai rinunciato a rivendicare la zona B»; «in realtà, la rivendicazione non esisteva e difatti non venne mai sollevata, anche se formalmente il governo italiano sostenne sempre di non voler rinunciare ai “legittimi interessi” nazionali, perché sia a Roma che a Belgrado si sapeva benissimo che il nuovo assetto del confine era definitivo». «L’ambiguità – osserva – era proprio il fondamento su cui si basava l’accordo, che aveva come scopo quello di far uscire il problema dei confini dalla visibilità delle rispettive opinioni pubbliche ed in particolare di quella italiana: una volta decantati i risentimenti, formalizzare lo status quo sarebbe stato certo più facile».
La Jugoslavia cuscinetto strategico dell’Italia
Negli anni ’60 la Jugoslavia divenne per l’Italia «il cardine della stabilità balcanica ed un essenziale cuscinetto strategico a protezione della frontiera orientale». Al contempo le amministrazioni di centro-sinistra giuliane e della neonata Regione Autonoma Friuli - Venezia Giulia promossero «l’integrazione della componente slovena nella classe dirigente locale e la collaborazione transfrontaliera con la Jugoslavia». «Alla barriera che divideva due mondi e due storie contrapposte – nota Pupo – si sostituì così nel volgere del decennio un “confine ponte” decisamente poroso, che facilitò un vero e proprio boom di traffici di frontiera su scala locale», incrementando pure l’interscambio economico generale. «Esistevano dunque – osserva – tutte le condizioni per un reciproco, sostanzioso interesse, e ciò costituì la base per il forte riavvicinamento avviatosi alla fine degli anni Sessanta».
Moro prudente, Jugoslavia in subbuglio
Come mai però ci vollero ben 7 anni per arrivare ad Osimo? «Moro – spiega Pupo – era certamente convinto che la situazione oramai creatasi sul terreno e consolidata dal memorandum non poteva venir in alcun modo modificata e che quindi quella dell’accordo globale era una via obbligata. Tuttavia, il metodo da lui seguito vuoi in politica interna che in politica estera escludeva le mosse rapide, privilegiando la lenta maturazione del consenso sui punti di maggior difficoltà, in modo da ottenere l’approvazione alle scelte più ardue anche da parte delle componenti meno convinte della necessità di un’intesa». Inoltre, «conciliare l’obiettivo strategico del consolidamento dello Stato jugoslavo con la preoccupazione tattica relativa ai costi politici di un accordo sui confini si rivelò per l’Italia sempre più difficile»; «il governo di Belgrado, pressato dalle tensioni fra le etnie che componevano il mosaico jugoslavo e che nella primavera del 1971 sembrarono sul punto di detonare, sentiva l’impellenza di tranquillizzare l’opinione pubblica slovena e croata attraverso la sanzione della definitività del confine; pertanto, dubitando dell’effettivo interesse del governo italiano a concludere la trattativa in tempi brevi, cercò di stimolarlo in vari modi, anche piuttosto bruschi». Tuttavia «un reale peggioramento dei rapporti bilaterali era proprio quanto i due paesi non desideravano, e nemmeno potevano permettersi: il negoziato quindi si sbloccò».
Compensazioni economiche: un boomerang
Le due compensazioni ottenute dall’Italia in cambio della rinuncia definitiva alla Zona B e ai Monti di Muggia si rivelarono però «poco spendibili sul piano politico». Infatti la mancata estensione alla provincia di Udine delle norme di tutela per la minoranza slovena suonò ovvia ai più. Quanto all’accordo economico, se «all’ipotesi del faraonico canale non credette giustamente nessuno», la zona industriale a cavallo del confine sul Carso «si rivelò un vero boomerang», che portò a «un inedito coagulo fra gli oppositori alla parte politica del trattato, gli ecologisti preoccupati dal prevedibile impatto ambientale dei nuovi insediamenti e quanti – trasversalmente alle diverse appartenenze politiche – temevano gli sconvolgimenti che un afflusso di manodopera prevalentemente slava avrebbe comportato per gli assetti nazionali e sociali di Trieste». Di fronte a tali incognite «anche la sovranità italiana su Trieste non sembrava a molti una garanzia sufficiente». La ZFIC infine non si fece «anche perché gli eventuali vantaggi connessi al suo regime fiscale di privilegio vennero rapidamente svuotati dai successivi accordi» Jugoslavia-CEE.
L’irrigidimento bipolare depotenziò gli accordi
Osimo, ben accolto a livello internazionale in quanto applicazione concreta degli accordi di Helsinki di pochi mesi prima», permise «un ulteriore sviluppo dei rapporti bilaterali», ma «il nuovo irrigidimento bipolare della fine degli anni Settanta circoscrisse la portata di un’intesa che, nelle speranze di Aldo Moro, avrebbe dovuto contribuire potentemente a fare dell’Italia un ponte fra l’Occidente e gli Stati neutrali e non allineati e gli stessi aderenti al blocco sovietico». «Nemmeno tutte le aspettative di un salto di qualità nella collaborazione economica – riconosce Pupo – trovarono rispondenza e, soprattutto, contrariamente alle speranze di entrambe le parti, la prima fase d’incondizionata e forte amicizia fra i due paesi non offrì un contributo sostanziale alla stabilizzazione della Jugoslavia». All’inizio degli anni ’90 «l’Italia, paralizzata dalla crisi di “tangentopoli” e dalle conseguenze della transizione fra prima e seconda repubblica, avrebbe assistito, incerta sulla strada da prendere e sostanzialmente impotente, alla dissoluzione di quello che si era trasformato da nemico storico in uno dei suoi maggiori investimenti politici del ventennio precedente, la Repubblica federativa di Jugoslavia».
La Zona B non era più recuperabile
Nel suo saggio Massimo Bucarelli rileva come la normalizzazione e intensificazione dei rapporti bilaterali italo-jugoslavi dopo il Memorandum si basasse sulla completa separazione dei temi economici da quelli politici. Solo con la nascita del primo governo di centro-sinistra nel dicembre 1963 si crearono le premesse per risolvere la vertenza confinaria. PSI e PSDI volevano rendere definitivo il compromesso del 1954. Il presidente del Consiglio e segretario DC Aldo Moro recepì l’idea di alcuni diplomatici italiani (Gianfranco Pompei, Alberto Berio, Roberto Ducci, Riccardo Giustiniani e Manlio Castronuovo), i quali condividevano la posizione jugoslava sulla definitività del Memorandum, poiché non si poteva «rimettere tutto in discussione o procrastinare la presa d’atto formale della spartizione del TLT, appoggiandosi ad un fatto di natura giuridica e formalistica, come la mancata nascita del Territorio libero e l’assenza di ogni riferimento a cessioni di sovranità da parte italiana nell’intesa del 1954». Non si poteva cercare di «vendere una seconda volta quello che già era stato venduto». E, senza il consenso jugoslavo, «non era neanche lontanamente ipotizzabile il tentativo di modificare l’assetto stabilito nel 1954 con la forza». Occorreva quindi accettare la perdita definitiva della Zona B. Gli interessi nazionali andavano salvaguardati tramite i commerci, la presenza economica e l’influenza culturale, proiettando stabilità e assicurando pace. Con gli jugoslavi occorreva intavolare trattative per la chiusura di ogni controversia e per una «soluzione globale» che prevedesse «concreti vantaggi economici per le popolazioni italiane di confine» e il rilancio dello sviluppo locale.
Moro cerca una soluzione globale
Moro era d’accordo, ma agì con estrema cautela, temendo contraccolpi nell’opinione pubblica. Giudicò prioritario migliorare e ampliare la collaborazione politico-economica, in modo da instaurare un clima che consentisse di giungere a un’equa soluzione delle vertenze territoriali. L’accordo andava presentato «non come una rinuncia italiana, perché non si poteva rinunciare a qualcosa che ormai non apparteneva più al paese dai tempi della guerra e del trattato di pace, ma come l’acquisizione definitiva di un vantaggio politico ed economico, attraverso una soluzione globale in grado di far tornare definitivamente Trieste all’interno dei confini nazionali e rilanciare la partnership italo-jugoslava». Nei primi mesi del 1965 l’ambasciatore Ducci rese nota alla dirigenza jugoslava la convinzione di Moro secondo cui la disputa territoriale andava affrontata «nel quadro della risoluzione di un pacchetto di questioni ancora pendenti». Solo così l’opinione pubblica italiana avrebbe «ingoiato la pillola amara» della perdita definitiva della Zona B. Belgrado acconsentì. Al viaggio di Moro in Jugoslavia (novembre 1965) seguì quello del capo del governo federale jugoslavo Mika Spiljak in Italia (gennaio 1968), ma in nessuno dei due furono affrontati temi confinari.
L’Italia teme l’invasione sovietica della Jugoslavia
La repressione sovietica della Primavera di Praga e l’enunciazione della “dottrina Breznev” sulla sovranità limitata degli Stati socialisti misero in allarme tanto Belgrado quanto Roma. Il 2 settembre 1968 Giuseppe Medici, ministro degli Esteri del governo Leone, informò Belgrado che «l’Italia non avrebbe tentato di trarre alcun vantaggio da eventuali spostamenti verso i confini orientali delle truppe jugoslave di stanza lungo la frontiera con l’Italia». Il timore era infatti che il Patto di Varsavia invadesse la Jugoslavia, riportando la cortina di ferro a Gorizia. Durante i loro viaggi a Belgrado, il ministro degli Esteri Nenni nel dicembre ’68 e il presidente Saragat nell’ottobre 1969 ribadirono la «necessità di aiutare la Jugoslavia socialista e non allineata a rimanere integra e indipendente, perché la vera frontiera orientale italiana era quella della Jugoslavia con le vicine democrazie popolari».
Nell’ottobre ’68 il governo Leone-Medici avviò «conversazioni esplorative segrete», condotte dagli ambasciatori Gian Luigi Milesi Ferretti e Zvonko Perišić. «Ribaltando in parte – scrive Bucarelli – l’impostazione dei precedenti governi italiani, l’esecutivo guidato da Leone accettò la connessione tra la delimitazione della frontiera, l’eliminazione delle sacche e la spartizione definitiva del mancato Territorio libero di Trieste, chiedendo però che da parte jugoslava si accogliesse la richiesta italiana di inserire il problema territoriale in un più ampio negoziato politico ed economico [...] nella speranza di ottenere benefici e vantaggi in cambio di un accordo che una parte dell’opinione pubblica nazionale avrebbe inevitabilmente percepito come una rinuncia. La proposta italiana, articolata in 18 punti (relativi a tutte le questioni pendenti: incippamento definitivo della frontiera settentrionale; restituzione delle sacche; trasformazione in confine di Stato della linea di demarcazione del 1954; accordo sulla questione dei beni italiani della zona B; cooperazione economica), venne accolta positivamente dal governo jugoslavo, divenendo la base e il punto di partenza delle trattative che avrebbero dovuto portare alla conclusione di un accordo definitivo tra i due paesi; negoziati lunghi e difficili, che, per forza di cose, il breve governo Leone-Medici, seguito dall’altrettanto breve esecutivo Rumor-Nenni, non riuscirono a portare a termine».
Paolo Radivo (1 - continua)
(L'Arena di Pola 16/10/201)
(2° puntata)
Osimo: nuove rivelazioni
Nel saggio La politica estera italiana e la soluzione della questione di Trieste: gli accordi di Osimo del 1975, apparso sul numero 2/2013 della rivista “Qualestoria”, Massimo Bucarelli spiega come solo nella seconda metà del 1969, dopo l’arrivo di Aldo Moro alla Farnesina, le conversazioni esplorative segrete italo-jugoslave sulla questione confinaria entrarono nel vivo. Per Moro l’assetto territoriale sancito dal Memorandum di Londra era «fuori questione» e «fuori discussione», ma occorreva renderlo giuridicamente definitivo trasformando in confine di Stato la linea di demarcazione tra la Zona A amministrata dall’Italia e la Zona B amministrata dalla Jugoslavia. Sapendo però che un riconoscimento rapido e improvviso della spartizione di fatto del TLT avrebbe suscitato reazioni sul piano sia triestino sia nazionale in una fase tumultuosa della vita politica italiana, il ministro degli Esteri continuò a perseguire con gradualità una soluzione globale.
Quale corrispettivo per la Zona B?
Dopo fasi alterne, i due incaricati conclusero i loro lavori il 21 novembre 1970 con una relazione che riportava i «pochi punti d’intesa» e i «molti di divergenza» tra le due posizioni. «Il punto di maggior contrasto – rileva Bucarelli – era rappresentato dalla pretesa italiana di legare il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla zona B a un corrispettivo politico e territoriale, che non fosse soltanto la restituzione delle sacche create dalle truppe jugoslave nel 1947; per Belgrado, invece, esisteva un rapporto di reciprocità tra il riconoscimento italiano per la zona B e quello jugoslavo per la zona A. Il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla zona B era ormai un semplice atto dichiarativo del suo diritto e non costitutivo di esso, e non poteva essere portato a giustificazione o preso a pretesto per la richiesta di eventuali contropartite».
Divergenze interne alla Farnesina
I diplomatici italiani coinvolti nelle trattative sostenevano linee diverse: il direttore degli Affari Politici Roberto Ducci (già ambasciatore a Belgrado dal 1964 al 1967) voleva accettare la situazione creatasi nel 1954 e ufficializzare le frontiere di fatto ormai esistenti, inclusa la linea di demarcazione tra le Zone A e B. Invece Milesi Ferretti, appoggiato del segretario generale della Farnesina Roberto Gaja, pensava che il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla Zona B dovesse venir compensato non solo con la restituzione delle sacche, ma soprattutto con l’ampliamento verso sud della Zona A e l’assegnazione di due terzi del Golfo di Trieste all’Italia.
La cancellazione della visita di Tito
La notizia, trapelata il 28 novembre 1970 su “Il Tempo”, che durante l’imminente visita di Tito a Roma si sarebbe concluso un accordo sulla cessione della Zona B alla Jugoslavia suscitò proteste, polemiche e interrogazioni di parlamentari dell’MSI e della DC. Moro rispose che il governo non avrebbe preso in considerazione «alcuna rinuncia ai legittimi interessi nazionali», ma il ministro degli Esteri Mirko Tepavac comunicò all’ambasciatore italiano Folco Trabalza che le dichiarazioni di Moro erano «lesive» degli interessi jugoslavi, poiché non avevano preso le distanze da un’interrogazione «di carattere specificamente irredentistico»; dunque non esistevano più le condizioni «accettabili» per la visita di Tito in Italia.
In realtà, la cancellazione della visita tradiva il fallito tentativo di Belgrado di «operare una forzatura nei contatti segreti in corso». Nei colloqui preparatori, «di fronte alla richiesta jugoslava di inserire le questioni confinarie tra gli argomenti di conversazione, sia Moro che Ducci avevano chiarito che l’ufficializzazione delle conversazioni esplorative non sarebbe stata opportuna: le probabili reazioni della stampa e degli ambienti parlamentari inducevano i dirigenti italiani a mantenere un atteggiamento quanto mai prudente, nell’interesse del successo dell’incontro». Ma, «nell’imminenza della visita, i collaboratori di Tito tornarono a chiedere con insistenza l’inserimento del problema territoriale nei temi in discussione».
Belgrado condizionata da Lubiana e Zagabria
Nei due colloqui svoltisi a Milano il pomeriggio del 30 novembre e la mattina del 1° dicembre, il segretario aggiunto agli Esteri Anton Vratuša e l’ambasciatore Srđa Prica dissero a Ducci di «comprendere perfettamente le numerose difficoltà interne del governo italiano (impegnato contemporaneamente anche nella trattazione della questione altoatesina, “altro argomento del tutto impopolare”)»; però «anche il governo jugoslavo doveva fare i conti con la propria opinione pubblica, soprattutto di parte slovena e croata: a Lubiana e a Zagabria, infatti, mal si comprendevano le esitazioni italiane e si iniziava a sospettare che Roma avesse intenzione soltanto di “tirare il can per l’aia”, senza voler effettivamente concludere». E, «di fronte alle perduranti contestazioni bulgare per la questione macedone e alle mai sopite pressioni albanesi per il problema del Kosovo, il regime di Belgrado, sotto pressione anche per il riemergere di contrasti nazionali interni, voleva che almeno il confine adriatico venisse formalmente riconosciuto».
Si tenta di ricucire lo strappo
«Pur essendo disposti – riferisce Bucarelli – ad aspettare il momento più propizio per la soluzione della questione territoriale, i rappresentanti di Belgrado avevano bisogno di “una qualche forma di assicurazione”, con cui da parte italiana si ribadisse la non archiviazione del problema, accompagnata da “qualche prova concreta di buona volontà”». Vratuša e Prica avanzarono due proposte: o «un impegno – che avrebbe potuto essere preso dai due ministri degli Esteri durante la visita di Tito, attraverso uno scambio di note verbali o promemoria – per la prosecuzione delle conversazioni segrete finalizzate alla chiusura dei problemi confinari, premessa necessaria per qualsiasi soluzione globale delle questioni bilaterali»; o la «decisione dei due governi di studiare e predisporre, entro il 1971, una serie di misure atte a migliorare il benessere delle popolazioni di frontiera». Vratuša ventilò anche la «possibilità di concludere un trattato di amicizia e collaborazione, all’interno del quale il governo italiano avrebbe potuto riconoscere “con adeguate formulazioni” lo status quo territoriale esistente, senza giungere immediatamente alla stipulazione e alla registrazione di uno strumento formale».
Ai primi di dicembre ebbero luogo altri colloqui tra i rappresentanti jugoslavi e l’ambasciatore Trabalza, ma la risposta italiana rimase «sostanzialmente negativa, non andando incontro alla principale richiesta jugoslava, vale a dire la rapida formalizzazione delle conversazioni confidenziali tra i due paesi in corso ormai da quasi due anni: da parte italiana, infatti, si diede la piena disponibilità a continuare i contatti esplorativi tra gli esperti (che eventualmente avrebbero potuto essere affiancati anche dagli ambasciatori a Roma e a Belgrado) e a prendere in considerazione lo studio di quei provvedimenti applicabili anche prima dell’accordo finale, ma solo dopo la conclusione del viaggio del presidente Tito». Ma durante la visita «la disponibilità italiana non sarebbe andata oltre “l’ascoltare con doverosa cortesia” il punto di vista jugoslavo in merito alle varie questioni pendenti».
La fretta jugoslava, la prudenza italiana
Secondo Bucarelli, i dirigenti jugoslavi «approfittarono della risposta data da Moro in Parlamento per tirarsi fuori dalla situazione d’impaccio in cui si erano messi: bisognosi di un successo internazionale in una questione particolarmente sentita dalle popolazioni slovene e croate (quelle stesse popolazioni che sembravano voler mettere in discussione l’assetto interno del regime jugoslavo, chiedendo maggiore autonomia e l’attuazione di riforme liberali e democratiche), i rappresentanti di Belgrado avevano tentato di forzare i tempi e i modi del negoziato con Roma, subordinando la visita di Tito a condizioni che non erano state menzionate nel momento in cui l’invito stesso era stato accettato. Probabilmente, il rinvio della visita sembrò al governo jugoslavo la migliore via d’uscita non tanto per sottrarsi a un insuccesso diplomatico, quanto per evitare ulteriori complicazioni interne, riaffermando la ferma difesa degli interessi sloveni e croati, sentitisi minacciati dalle affermazioni di Moro».
Nelle settimane immediatamente successive, in un colloquio chiarificatore con Prica, Moro spiegò «che da parte italiana non si voleva assolutamente rimettere in discussione o contestare la situazione di fatto creata dal Memorandum del 1954; tuttavia, la definizione formale di tale situazione costituiva per il governo italiano un problema “complesso e difficile”, che poteva essere risolto solo nell’ambito di un negoziato globale in grado di produrre un accordo soddisfacente per entrambe le parti; proprio la complessità e la difficoltà del negoziato avevano spinto il governo di Roma a rifiutare ogni collegamento tra la visita del presidente Tito e la discussione delle questioni territoriali, che di certo non avrebbero trovato soluzione durante la sua breve permanenza in Italia».
«Dopo un lungo lavoro diplomatico finalizzato alla concertazione di un testo condiviso», il 21 gennaio 1971 Moro alla Camera dei deputati rese pubblici i chiarimenti dati all’ambasciatore jugoslavo, mentre il 28 gennaio Tepavac fece un intervento analogo davanti al Consiglio delle Nazionalità.
L’incontro Moro-Tepavac a Venezia
Il 9 febbraio 1971 i due ministri degli Esteri si incontrarono a Venezia. «Moro – spiega Bucarelli – ribadì il pieno rispetto del Memorandum di Londra, riconoscendo che l’intesa del 1954 non aveva più “alcun carattere di provvisorietà”; allo stesso tempo, però, precisò per l’ennesima volta che l’accordo avrebbe dovuto essere raggiunto senza provocare turbamenti nella vita pubblica italiana; per questo, riteneva necessario dare una soluzione globale a tutte le questioni ancora pendenti (sacche, rettifiche di confine, accordi economici e doganali) e non al solo problema di Trieste e Capodistria, attraverso un negoziato ampio, graduale e, soprattutto, segreto. Tepavac, al contrario, avendo la assoluta necessità di ottenere un successo internazionale da poter spendere di fronte all’opinione pubblica slovena e croata, tornò a premere per una rapida soluzione delle trattative o, almeno, per una loro ufficializzazione, affinché risultasse con chiarezza la volontà di entrambe le parti di giungere a un accordo finale; il ministro jugoslavo chiedeva, quindi, l’abbandono del documento italiano articolato in 18 punti e accettato fino ad allora da Belgrado come base negoziale, per stralciare invece alcune questioni minori di immediata risoluzione (strada sul Sabotino, bacino dell’Isonzo ecc.) a beneficio delle popolazioni di frontiera; le questioni pendenti più importanti (frontiere, beni della zona B, cittadinanza, Statuto speciale per le minoranze), invece, sarebbero state oggetto di negoziati ufficiali».
Moro e Tepavac «decisero che sarebbe stato opportuno proseguire le conversazioni esplorative segrete e, allo stesso tempo, concordare una serie di “pacchetti” equilibrati di pronta attuazione, per la soluzione dei problemi di più urgente interesse per le popolazioni locali». A Milesi Ferretti e a Perišić, «incaricati di riprendere le trattative sulla base di questi nuovi presupposti», si sarebbero affiancati l’ambasciatore a Belgrado Trabalza (sostituito nel giugno 1971 da Giuseppe Walter Maccotta) e l’ambasciatore a Roma Prica.
A Roma Saragat rassicura Tito
Il viaggio di Tito «fu preceduto da un’accurata preparazione diplomatica da parte italiana, affinché fosse ben chiaro ai dirigenti di Belgrado che non sarebbe stato il caso di tornare sui problemi già affrontati a Venezia “con franchi e particolareggiati scambi di vedute”, conclusisi con “intese reciprocamente soddisfacenti”; naturalmente – venne precisato dai rappresentanti italiani – non si aveva nulla in contrario a che Tito, ove lo avesse ritenuto opportuno, accennasse a tali questioni nel corso delle conversazioni riservate». Alla vigilia della partenza per Roma, il presidente jugoslavo fece sapere di conoscere le difficoltà del governo italiano e di volerne tenere conto, a «condizione che, “in conversazioni a quattr’occhi”, si esprimesse soddisfazione per i risultati ottenuti e si manifestasse la determinazione di raggiungere, appena possibile, le soluzioni auspicate». Durante la visita, il 25 e 26 marzo 1971, la questione delle frontiere e delle minoranze venne affrontata solo nei colloqui riservati tra Tito e Saragat, i quali «concordarono nel considerare definitiva la situazione territoriale».
Un’amicizia tra due realtà deboli e instabili
Secondo Bucarelli, la rinnovata amicizia italo-jugoslava era tra «due realtà politiche deboli e instabili, che avevano bisogno di reciproche concessioni per poter sopravvivere». «Attraversati entrambi – spiega – da profonde divisioni interne e turbati da gravi crisi politiche (di tipo etnico e nazionale in Jugoslavia, di carattere economico e sociale in Italia), i due paesi sembravano quasi volersi puntellare a vicenda o addirittura, in alcuni casi, rafforzarsi a spese dell’altro. Tito e i suoi collaboratori premevano per la rapida chiusura della questione territoriale, attraverso la spartizione del TLT, nella speranza di riconquistare il consenso sloveno e croato, sempre più incerto e oscillante. Moro, insieme a quanti ne condividevano il disegno politico di apertura nei confronti dei comunisti italiani, vedeva nella stretta collaborazione con la Jugoslavia, paese socialista, ma non allineato, un possibile terreno d’intesa per la creazione di un rapporto stabile e duraturo tra la DC e il PCI, unica via per superare la fase di estrema instabilità politica e di forte contrapposizione sociale vissuta nel paese in quegli anni; in quest’ottica, la collaborazione con Belgrado avrebbe potuto rappresentare uno dei banchi di prova (certamente non l’unico) per verificare la tenuta di una possibile intesa tra i due maggiori partiti italiani; un obiettivo però assai difficile da raggiungere per la presenza di un’estrema destra molto sensibile e attenta ai temi di Trieste e del confine orientale, e per le forti resistenze politiche locali, anche all’interno della stessa DC triestina; da qui l’esigenza – diametralmente opposta a quella del regime di Belgrado – di andare avanti gradualmente e senza clamori, nella speranza di trovare una soluzione globale, in grado di convincere l’opinione pubblica dell’importanza dell’amicizia e della collaborazione tra i due popoli anche a costo di qualche sacrificio».
Infruttuosi negoziati tra il marzo 1971 e il gennaio 1973
«Le riunioni del “gruppo a quattro”, inframmezzate da incontri preparatori tra Milesi Ferretti e Perišić», ebbero luogo tra il marzo del 1971 e il gennaio 1973, ma si rivelarono infruttuose perché, «dopo un inizio positivo, durante il quale furono concordati due “pacchetti” di misure riguardanti il settore di Gorizia», il governo jugoslavo non approvò le «poche misure di immediata attuazione predisposte dagli esperti». A pesare furono anche l’«instabilità governativa in Italia» e le «gravi tensioni nazionali in Jugoslavia».
La parte jugoslava «insisteva affinché la nuova intesa avesse decorrenza dalla data di entrata in vigore del Trattato di pace del 1947, per ottenere l’implicito riconoscimento della legittimità dell’annessione de facto della zona B ed eliminare, così, ogni pretesa italiana ad avere eventuali contropartite sulla base di un “titolo residuale negoziale”». Belgrado intendeva escludere la Zona B dal negoziato e calcolare gli eventuali indennizzi per i beni perduti dagli italiani in base al valore che avevano il 10 giugno 1940. La parte italiana invece, e in particolare Milesi Ferretti, voleva far decorrere le intese dalla data di entrata in vigore del futuro trattato, in modo da rivalutare gli indennizzi ed esigere un “prezzo” politico, economico e, secondo Milesi Ferretti, anche territoriale per la rinuncia alla Zona B. La richiesta jugoslava di strumenti di tutela e protezione per le minoranze slovene fuori dalla Zona A «incontrò la decisa opposizione dei negoziatori italiani, contrari a concedere a Lubiana la possibilità di allargare la propria influenza presso le comunità slovene» delle province di Gorizia e Udine. Non vi era accordo nemmeno sulla delimitazione delle acque territoriali nel Golfo di Trieste. Ne derivò un muro contro muro e un’interruzione delle trattative.
L’avvio di un canale segreto
Il 19 e 20 marzo 1973, nel vertice di Ragusa, i ministri degli Esteri Giuseppe Medici e Miloš Minić stabilirono di avviare un negoziato «segreto e possibilmente rapido», affidato agli stessi Milesi Ferretti e Perišić quali plenipotenziari e basato su una «piattaforma negoziale» che riprendeva in gran parte i 18 punti della proposta italiana del 1968. In caso di nuova rottura, il direttore generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone e il presidente del Comitato federale per i rapporti economici Boris Šnuderl (sloveno) avrebbero attivato un «canale segreto». (2 - continua)
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18 agosto 1946. Una ricorrenza che incrocia passato e presente, una data che fa tornare tutto, come un film a ritroso che non abbiamo mai voluto guardar bene giocando a nascondino con la rimozione.
«Muoviti, Gina! Per causa tua faremo tardi!».
La sollecitava zio Riccardo, sì, bisognava affrettarsi, avremmo fatto tardi, avremmo mancato l’inizio della gara, uno spettacolo grandioso, visto dalla riva e dall’alto, tutto un fervore e un brulicare di gente ad incitare i campioni. Un’incredibile festa di nuoto, una competizione aperta a tutti, ai giovani e ai meno giovani, ai nuotatori di lungo corso e ai neofiti. E poi, dall’eliminatoria locale si sarebbe passati a quella provinciale, dalla provinciale all’interregionale e, quindi, alla nazionale, ospitata di anno in anno in una città diversa. Così raccontava zio Riccardo, entusiasta della kermesse ideata da Franco Scarioni, giornalista de “La Gazzetta dello Sport” che aveva lanciato le mitiche Popolari di Nuoto nel lontano 1913.
Zio Riccardo sapeva tutto della “Coppa Scarioni”, vi aveva partecipato anni prima, aveva fatto i 200 farfalla, una buona prestazione per il 22° piazzamento, amava anche lo sforzo della voga, era un frequentatore assiduo della Società “Pietas Julia” che organizzava le gare di nuoto e le regate. Il Club nautico era un un vivaio di nuotatori, velisti e canottieri. Non vedeva l’ora che Gianni crescesse, intorno ai dieci anni si può già iniziare, si impara la tecnica, l’uso dei remi, dopo un anno circa si possono disputare le prime gare. Suo nipote deve maturare in un ambiente che insegni valori come l’impegno, il senso di responsabilità e la passione.
Con quel severo tono moraleggiante, zio Riccardo cercava di nascondere il nervosismo, la zia aveva tirato per le lunghe nell’osteria di nonna Gigia, aveva riempito la borsa di panini con il formaggio e di pomodori del nostro orto, aveva vestito Gianni, a me aveva fatto le trecce, fatto la predica alla piccola Alma che non stava mai ferma, sgridato sua figlia Ines, e infine aveva voluto bere e non la finiva mai di bere perché la bevanda era gelata. Allora aveva dato da bere a tutti per giustificare la sua lentezza. Alma era la mia amichetta, una sirenetta bionda e aggraziata. Sua madre, la signora Francesca, era di turno con nostra madre alla Fabbrica Cementi dove i forni non si spegnevano mai e aveva affidato la piccola a zia Gina che, dopo il bagno, avrebbe dovuto lasciarla da nonna Maria, a Stoia. Mancavano dieci minuti alle due quando ci siamo staccati dall’osteria di nonna Gigia, zio Riccardo già fremeva d’impazienza. La giornata cristallina era piena di promesse. Che bella giornata! Sembravano due. Sembrava doppia.
Per ingannare il tempo lo zio parla e parla, lui davanti, la zia di dietro a chiudere la fila indiana, e noi bambini si arranca in mezzo su per il monte percorrendo il sentiero di salvia e rosmarino, trafitti ogni tanto dagli odori salmastri e iodati di qualche pino solitario fino a raggiungere il punto da cui si spalanca la vista mozzafiato: l’ampia insenatura, il mare con le sue tinte blu e verde smeraldo, la Fabbrica Cementi a destra e alle sue spalle, ancor più a destra, Scoglio Olivi, sulla sinistra gli strapiombi della cava dove gli inglesi che presidiano la città scaricano i camion della spazzatura nella quale andiamo a rovistare per trovare qualche pezzo di pollo o di cioccolata, e più giù i pini che un po’ nascondono e un po’ lasciano intravedere i tetti delle attrezzature della “Pietas Julia”, i suoi corpi distinti, ciascuno con funzioni differenti, il principale e più imponente è il parco imbarcazioni che comprende ampi spazi protettivi per le barche a vela e i canotti, alcune casine isolate per le reti dei pescatori. Laggiù, in fondo, dall’altra parte della valle marina, Vergarolla o, alla polesana, Vargarola. E’ là che dobbiamo arrivare.
«Avanti, ragazzi, dài!, ora si comincia a scendere, sarà più facile, dài che i posti saranno già tutti occupati, spicciamoci!». Ma Gianni, soli quattro anni, si è seduto a terra e ha appoggiato la testa sulle ginocchia, piagnucola «mi voio andar de mama, dove xe papà, mi voio andar de papà». Quel 18 agosto la mamma era di turno alla Fabbrica Cementi e papà era andato a pescare. Quella sera ci saremmo pigiati tutti intorno alla frittura calda di pesce fresco, avremmo tuffato il pane nel sugo di pedoci e cape, mussoli e pantalene con la sensazione di sorbire il mare.
Mio fratello si alzò controvoglia e zia Gina gli diede la mano per rassicurarlo e allungare il passo. Ora Ines, Alma ed io trottavamo dietro a loro. Era colpa sua, di zia Gina, se eravamo in ritardo, se avremmo avuto difficoltà a sistemarci al nostro solito posto, fra le mine antisbarco. Erano residuati di guerra inerti, né recintati né sorvegliati, che i genieri inglesi avevano neutralizzato, tanto che quelle bombole gonfie avevano su di noi un impatto positivo, ci servivano da confine tra una famiglia e l’altra, ci giocavamo intorno, aprivamo su di loro cappe e mitilli battendoli con grossi sassi.
«Eh, se non ti fossi fermata da tua madre, ora saremmo già a Vargarola...». Era il terzo rimprovero rivolto a zia Gina. Le era venuta una gran sete, proprio quando si stava per andar via, e aveva chiesto a nonna Gigia di farle una bevanda lunga con un po’ di ghiaccio dentro. Nonna ci metteva del tempo, il ghiaccio era una stanga di un metro sistemata nel caratello della birra, bisognava maneggiare con un martello per staccarne un pezzetto. E ci mettemmo del nostro pure noi bambini. Anche noi, d’un tratto, avevamo una sete da morire e ognuno reclamava la propria passareta.
Intanto cominciava la discesa. Prima veniva l’ultima Baracca dei Marescialli e poi, in uno scorcio, prima di toccar strada, da quella parte della baia vedevamo Vargarola, la spiaggia già gremita, la gente brulicante fra le bombe morte, ci giungeva il brusio delle loro voci. Superammo un breve tratto di strada ed eccoci già al portone d’ingresso della “Pietas Julia”. Entriamo, passiamo davanti alla casa sociale, superiamo la cabina dove papà tiene le reti, ancora un poco e saremo arrivati, Vargarola è davanti al naso.
Là avvenne tutto. Tutto d’un colpo. Ci fu l’esplosione e cadde per terra la borsa dei pomodori. Un forte boato, una fiammata enorme, un urto nelle orecchie e in gola. Mi sono sentita sciogliere le gambe. Un fumo nero salì verso il cielo. Ci fu un silenzio irreale, di un minuto, di un’eternità, tremendo, e poi un agitarsi di gambe e di braccia, di corpi, e poi la polvere scese e ci coprì il viso, le mani, tutto. Passato il primo momento di puro terrore, zio Riccardo fece mille raccomandazioni alla zia, «sta’ qua ferma con i bambini, non ti muovere!», e corse via. Intanto il mare sputava sangue e fuoco. Altre persone si erano unite a noi, in lontananza si sentivano urla e lamenti. Zia Gina se ne stava inerte come una bambola di pezza. Non so né come né da dove spuntò fuori un cannocchiale, la zia lo ebbe da una donna con un bimbetto che le si stringeva contro sotto il pancione sporgente. Lo diedero per un attimo anche a me perché urlavo, mio fratello Gianni protestava eccitatissimo perché a lui non volevano passarglielo. Era troppo piccolo.
Ecco, là, nell’oculare di luce che dilata e fruga, vedo i bagnanti che si urtano a vicenda, sbattendo e cadendo, vedo lo zio Riccardo che corre avanti e indietro, il ghiaccio delle sue pupille risalta sulla fuliggine del viso, trascina qualcosa, trascina un uomo che perde sangue come ho visto perder sangue un bue al macello, le carni squarciate. Alcuni corpi sono distesi a riva, altri galleggiano in acqua, i feriti si lamentano, i bambini urlano, invocano. Tanti bagnanti, tanti soccorritori hanno il viso coperto di sudore e di sporco, sono imbrattati di sangue, sono come invasi da un furore e da un terrore antichi. La zia mi strappa di mano il cannocchiale. «Cosa è successo? Silvano! Mino!». I due gemelli che abitano al numero 10 della via Cappellini non possono rispondere. La morte li ha colti che stavano contando le mine. Dieci undici dodici tredici quattordici quindici sedici... La loro conta si era fermata là. Smisero di contarle quando sentirono un urlo disumano e si misero a correre verso il punto da cui proveniva. La deflagrazione li colse nella corsa con lingue di fuoco infernali. Poi, esplosioni a catena, i cavalli dell’Apocalisse cavalcano i cavalloni e la spiaggia si trasforma in carnaio. Si salva forse chi è in mare? chi è in barca? Sì, ma non tutti. Un gozzo da pesca galleggia goffamente da solo, battane vuote scarrocciano sulle onde in fiamme, molte barche a vela si capovolgono mostrando le chiglie incrostate di alghe, le passere scompaiono nel gorgo di acque sporche insieme a moncherini dispersi, i frammenti carbonizzati galleggiano in una disordinata vertigine che si va allargando come ultimo segno di sventura e di disfacimento, in un rumore desolato, un sospiro senza fine.
La piccola Alma accanto a me piange come una fontana. «Andiamo dalla mia nonna! Voglio andare dalla nonna!». Nonna Maria abita là vicino, nel cortile sottostante l’osteria di Massimino. Zio Riccardo non si vede, chissà fin quando sarà impegnato, chissà quando potrà tornare a casa. Tanto vale, dice zia Gina, accompagnare Alma da sua nonna. Linee di fuga trascinano via le famiglie in tutte le direzioni. Noi passiamo davanti all’osteria di Calcich, la zia allunga sempre il passo quando passa lì davanti per paura che l’oste esca e la informi a quanto ammonta il debito di zio Riccardo, ma in quel momento il padrone ha ben altro per la testa che i debiti di un cliente fisso, c’è una folla di avventori, di donne e bambini che hanno trovato là un primo riparo, una signora anziana, il viso tatuato di sfregi ed escoriazioni, piange invocando la Madonna perché le faccia la grazia di salvare sua figlia, altre si concedono un pianto senza singhiozzi, silenzioso, interno, altre singhiozzano e invocano Dio e la Vergine Santa. La voce si spezza, rompe gli argini, dilaga e si spegne nella saliva e nella schiuma di mare, e se non piangi, di che pianger suoli?
Passiamo oltre, eccoci a Masbarak, giriamo a sinistra e siamo davanti al portoncino, basta aprirlo e scendere giù in cortile, dove c’è la casetta di nonna Maria con l’orto davanti che scende fino al mare. Alma corre impaziente, noi le veniamo dietro. E cosa troviamo? Troviamo la nonna di Alma che dorme ubriaca sulla sedia sdraio davanti la porta d’entrata e, accanto a lei, per terra, c’è una mano che stringe un cucchiaio fra le dita. Una mano mozza che avvinghia il cucchiaio. I vetri delle finestre sono rotti, gli scuri divelti. Ogni città deve vivere il proprio destino. E la nostra – non si può negarlo – aveva ricevuto l’avvertimento fatale. Solo nonna Maria non l’aveva sentito. Dormiva pacifica e sorridente, forse sognava un bel sogno, la faccia rivolta al cielo sopra di noi, vicino e lontano, sospeso, in attesa.
Campane a morto e, in centro, le vie gonfie di gente e di ambulanze, ci raccontò quella sera zio Riccardo. Al “Santorio Santorio” il dottor Geppino Micheletti, che nell’esplosione ha perso due figli, per più di 24 ore consecutive non lascerà la sala operatoria. Una vita non si consuma nell’arco di due date, ma lascia tracce meravigliose dietro di sé.
Zio Riccardo benediva, e non finiva di benedire, «bambini, benedite anche voi!» la lentezza esasperante di zia Gina nel bere la bevanda lunga con il ghiaccio che le impediva di essere veloce e che ci aveva impedito di arrivare puntuali all’appuntamento con la morte.
Mai più nessun polesano ha fatto il bagno a Vargarola. Il mare dell’insenatura, dopo la prima bora, tornò immobile, liscio, bianco come una distesa di latte, con gli argini che si stagliavano, qua e là, nelle trasparenze della malinconia.
Nelida Milani (Pola)
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NORMA
Norma
sguardo
che illumina l’azzurro del cielo
mente
aperta verso il mondo
cuore
pronto a vivere e donare
Norma
fiore
sradicato dalla terra rossa d’Istria
sorriso
sprofondato nella nera voragine d’odio
strazio indicibile
innocenza violata
vita spezzata
Norma
Giovane maestra di vita
testimonianza di coerenza
coraggio per chi resta
memoria perenne
dolore che non si può rimarginare
Ti sentiremo nel profumo del tuo mare
Ti sentiremo tra le pietre riarse della tua Istria
Ti rivedremo, esuli in Cielo,
tra le braccia amorose del Padre
Maria Grazia Ziberna
Norma Cossetto, nata nel 1920 a Santa Domenica di Visinada, un piccolo borgo agricolo istriano, da una famiglia non facoltosa ma benestante, era una studentessa universitaria quando a soli 23 anni venne seviziata e gettata in una foiba.
Durante gli anni del Ginnasio e del Liceo la famiglia la trasferì a Gorizia, nel collegio delle suore di Notre Dame, perché potesse frequentare il Liceo Classico. Nel 1939, dopo aver conseguito la maturità con ottimi voti, si iscrisse alla facoltà di Lettere di Padova. Mentre ancora frequentava l’università venne chiamata per delle supplenze al liceo di Pisino e alle Magistrali di Parenzo.
I suoi coetanei la ricordano come una ragazza dedita allo sport, molto portata per gli studi e le lingua straniere, che amava la musica, studiava il pianoforte, ed era attratta anche da pittura e canto.
Norma era una ragazza ben inserita nel contesto sociale in cui viveva. Suo padre era un proprietario terriero molto stimato a Santa Domenica di Visinada avendo contribuito allo sviluppo della vita agricola e sociale del paese quale Commissario Governativo delle Casse Rurali per l’Istria, una carica questa che gli aveva permesso di aiutare gli indigenti del luogo.
In seguito divenne Podestà di Visinada e segretario del Fascio locale prima della guerra.
All’arrivo dei partigiani di Tito, Norma fu convocata a Visignano presso il comando partigiano — composto da combattenti sia italiani che jugoslavi- dove fu invitata a entrare nel movimento partigiano, ma oppose un netto rifiuto.
Il giorno successivo, il 26 settembre 1943, mentre girava in bicicletta per le strade del suo paesino, venne catturata dai partigiani di Tito e portata nella scuola di Antignana trasformata in caserma. La situazione repentinamente precipitò perché i componenti del presidio partigiano iniziarono a torturare e malmenare tutti i detenuti. Tutte le donne vennero violentate e seviziate : Norma venne ripetutamente stuprata e subì crudeli sevizie da parte dei suoi 17 carcerieri.
La notte del 4 ottobre insieme ad altri prigionieri venne gettata, ancora viva, nella foiba di Villa Surani, dove dopo 2 mesi venne ritrovata, con le braccia legate con filo di ferro, trafitta da pugnalate.
La sua storia è emblematica dei drammi e delle sofferenze delle donne dell'Istria e della Venezia Giulia negli anni dal 1943 al 1945. Colpevoli spesso di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, molte donne in quegli anni vennero catturate al posto dei loro congiunti, usate come ostaggi o per scontare vendette personali.
Nel dopoguerra l’Università di Padova le concesse la laurea honoris causa.
Nel 2005 il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi le conferì la Medaglia d’oro al merito civile, con la seguente motivazione:
«Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio.”
La vita e soprattutto la morte di Norma – o meglio le ragioni delle violenze subite e della sua uccisione – continuano tuttavia a essere oggetto di interpretazione politica, in particolare il suo presunto legame diretto con il fascismo.
Ricerche d’archivio avvalorano invece la tesi che Norma ha sempre dimostrato un totale disinteresse per la politica. Norma, come molte altre centinaia di donne e uomini infoibati, è stata uccisa perché colpevole di abitare un’area geografica oggi divisa tra Italia, Slovenia e Croazia.
Nel febbraio 2009 le è stata intitolata una via a Gorizia, nel quartiere dell’esule, la Campagnuzza.
Per quell’occasione Maria Grazia Ziberna ha composto questo testo, letto durante la cerimonia, in presenza della sorella di Norma, Licia Cossetto, e delle Autorità cittadine.
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LEGGE 54 del 15 febbraio 1989
"Norme sulla compilazione di documenti rilasciati a cittadini italiani
nati in Comuni ceduti dall'Italia ad altri Stati in base
al trattato di pace"
La Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato:
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PROMULGA
la seguente legge:
Articolo 1
1. Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e
qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni,
documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni già sotto la
sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai
sensi del trattato di pace con le potenze alleate ed associate, quando
deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di
riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun
riferimento allo Stato cui attualmente appartiene.
Articolo 2
1. Le amministrazioni, gli enti, gli uffici di cui all'articolo 1, sono obbligati,
su richiesta anche orale del cittadino stesso, ad adeguare il documento
alle norme della presente legge.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella
Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica Italiana. E' fatto
obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge
dello Stato.
Data a Roma, addì 15 febbraio 1989
COSSIGA
De Mita, Presidente del Consiglio dei Ministri
Visto, il Guardasigilli: Vassalli
Pubblicata nella GAZZETTA UFFICIALE del 22 f
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CONVEGNO
A Isola d’Istria (Slovenia) il 28 e 29 novembre una ventina di studiosi provenienti da Italia, Slovenia e Croazia hanno messo a confronto le risultanze dei loro studi in un densissimo convegno scientifico internazionale dal titolo 8 settembre 1943: i giorni che cambiarono la Venezia Giulia. Lo hanno promosso la Società di Studi Storici e Geografici di Pirano, la locale Comunità degli Italiani “Giuseppe Tartini”, il Centro italiano di promozione, cultura, formazione e sviluppo “Carlo Combi” di Capodistria, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI) di Trieste e la Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana (CAN) di Isola, con il patrocinio scientifico del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, dell’IRCI e dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia (IRSML-FVG).
I lavori si sono articolati in sessioni tematiche, al termine di ognuna delle quali ha avuto luogo un pacato e proficuo dibattito storiografico secondo lo spirito europeo. Tutti i relatori hanno concordato sul fatto che l’8 settembre fu una data di cesura della storia giuliana, che da allora prese tutt’altra piega.
Visto il gran numero, la corposità e lo spessore delle relazioni, ne sintetizzeremo qui le prime rinviando le altre a gennaio.
Raoul Pupo (Trieste) ha rilevato come l’armistizio segnasse la scomparsa politico-diplomatica dell’Italia, che ridivenne un’espressione geografica, un teatro di battaglia di potenze straniere, non più soggetto internazionale ma oggetto. Con l’autunno 1943 si compì il processo di risucchio della Venezia Giulia nel “fronte orientale europeo” iniziato nel 1941 con l’invasione di Jugoslavia e URSS. Vi furono importate le stesse logiche di violenza radicale, sterminio e trasferimenti forzati di popoli: da un lato le foibe, estensione della prassi di eliminazione dei “nemici del popolo” applicata dai titoisti in Jugoslavia; dall’altro l’aggressività nazista, con l’offensiva del settembre-ottobre, che provocò perdite ancora maggiori fra i civili, la Risiera e l’insediamento in Friuli di cosacchi. Nel settembre ’43 gli unilaterali decreti di annessione alla Slovenia e/o alla Croazia nella Jugoslavia ebbero un valore politico: il potere partigiano, dichiarando illegali le autorità italiane, considerò da allora in poi criminale l’obbedienza a queste ultime. L’obiettivo era fare della futura Jugoslavia comunista una potenza regionale egemone nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, avamposto del comunismo mondiale verso Occidente. Una Trieste jugoslava sarebbe stata una Trieste sovietica.
La Zona di Operazioni Litorale Adriatico ebbe asseritamente solo finalità militari, ma in realtà compromise la sovranità della RSI assoggettando i repubblichini e preparando il distacco dal nesso statuale italiano. Gli anglo-americani mirarono ad assumere il controllo delle vie di comunicazione fra l’Adriatico e l’Europa centrale, senza entrare in conflitto con l’alleato jugoslavo. Il debolissimo Regno del Sud cercò invano sia di ottenere l’occupazione anglo-americana della Venezia Giulia, sia di raggiungere accordi con settori della RSI per una difesa comune della Venezia Giulia. Il CLN Alta Italia tentò inutilmente di ottenere dal movimento di liberazione jugoslavo il rinvio al dopoguerra della discussione sui confini. Il PCI riuscì a mantenere la propria autonomia dai partiti comunisti sloveno e croato solo a Trieste fino all’estate ’44; in Istria neppure ci provò seriamente, considerandola ormai perduta. Togliatti rispose “ni” all’annessione, non potendosi opporre a Stalin e Tito. Il CLN di Trieste, dall’autunno ’44 senza i comunisti, preparò l’insurrezione del 30 aprile 1945 per far trovare agli anglo-americani la città in mano italiana.
Gorazd Bajc (Capodistria) ha illustrato il punto di vista britannico e americano sulla Venezia Giulia prima e dopo la capitolazione italiana valendosi di documenti dei rispettivi servizi segreti. Quelli di Sua Maestà (lo Special Operations Executive e il Military Intelligence 6 - MI6) erano molto più sviluppati nel settore balcanico e condizionavano i “cugini” dell’Office of Strategic Services. L’MI6 prima dell’8 settembre contattò il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI Corpo d’armata italiano a Lubiana, per un accordo di collaborazione contro i tedeschi. Gambara rifiutò quando seppe che gli anglo-americani avrebbero offerto quale aiuto solo l’aviazione.
Roberto Spazzali (Trieste) ha rammentato che fra il 14 luglio e il 4 agosto 1943 la Venezia Giulia, la Provincia di Lubiana la Dalmazia furono sottoposte alle autorità militari, che soppiantarono quelle civili. L’invasione dell’Italia avvenne prima da Tarvisio e Lubiana e solo poi anche dal Brennero, perché il comando supremo italiano aveva predisposto un settore difensivo robusto nelle valli dell’Adige sguarnendo la Provincia di Lubiana. Il 6 agosto i tedeschi ottennero di poter far passare le loro truppe su convogli ferroviari tramite Tarvisio, Piedicolle e Lubiana verso l’Italia centrale. Il generale Rommel inviò unità lungo tutto il confine italiano camuffandole e facendole cambiare spesso di posizione per indurre gli italiani a credere che fossero molto più numerose. Il comando italiano ci cascò. Soldati tedeschi cominciarono a infiltrarsi nella Venezia Giulia e ad Abbazia requisirono alcuni alberghi trasformandoli in ospedali militari. A Trieste un segretario consolare cominciò a comprare appartamenti e magazzini portuali per l’insediamento di truppe e ufficiali. Nel palazzo delle Poste fu insediata una linea telefonica diretta Trieste-Berlino. Il generale Alberto Ferrero, comandante del XXIII corpo d’armata, lasciò fare. Il 26 agosto i generali Gastone Gambara e Mario Robotti accettarono la richiesta del generale Raapke di controllare la viabilità in territorio italiano e Gambara ordinò di interrompere le attività di apprestamento difensivo, consegnandogli le chiavi del portone d’ingresso orientale dell’Italia. Lo stesso giorno la 71a divisione di fanteria tedesca entrò nella provincia di Lubiana con un pretesto. Il 27 agosto tre gruppi di combattimenti tedeschi erano già a Pontebba, Santa Lucia di Tolmino, Prevallo e San Pietro del Carso con le armi puntate contro i contingenti italiani. Il 31 agosto Ferrero autorizzò Raapke a passare per il porto di Trieste. Il Promemoria 1 del comando supremo italiano paventava un’insurrezione sudtirolese in Alto Adige, ma non slovena e croata nella Venezia Giulia, dove il XXIII corpo d’armata disponeva di 55.000 uomini, anche se non particolarmente efficienti, e il comando difesa territoriale di altri 10.000: in tutto 65.000. Il 2 settembre il gruppo tattico Sforzesca si ritirò, facendo perdere alle truppe italiane il vantaggio tattico nella regione, e 200 tedeschi raggiunsero Opicina occupando il poligono di tiro. Ad Amaro si verificò un primo scontro a fuoco fra tedeschi e alpini. Il 5 settembre l’VIII armata italiana ordinò la difesa di Trieste senza l’uso delle armi. Il 6 settembre i tedeschi erano già profondamente infiltrati in tutta la regione fra le unità italiane frazionate, divise e in spostamento continuo. Ciò ne favorì lo sbandamento e la cattura da parte tedesca dopo l’8 settembre. Dei tre diversi piani difensivi italiani nessuno venne applicato. Gambara, richiamato a Roma, arrivò a Fiume dopo l’annuncio dell’armistizio, mentre Robotti si trasferì a Lussinpiccolo. Il 9 settembre Ferrero abbandonò Trieste, subito occupata dai tedeschi, spostando il suo comando a Cervignano e poi a San Donà di Piave. La V armata avrebbe dovuto essere spedita dalla Dalmazia a Venezia e da lì a difendere il Piave. I tedeschi puntarono prima su Gorizia, poi su Pola e Fiume. Le forze italiane si misero a loro disposizione, ma ebbero luogo episodi di resistenza in Friuli, nelle valli dell’Isonzo e del Vipacco e sul Carso.
Durante la discussione Paolo Radivo, direttore de “L’Arena di Pola”, ha reso noto all’uditorioil fulgido episodio della resistenza ai tedeschi opposta il 12 settembre ’43 a Pola dai finanzieri e marinai italiani di stanza nell’allora caserma oggi nota come «Rojc», malgrado la capitolazione firmata la sera precedente dall’ammiraglio Strazzeri. Spazzali ha confermato l’attendibilità della testimonianza alla base di tale evento, rilevando l’assurdità della resa di 30.000 militari italiani a 160 marinai tedeschi e aggiungendo che le truppe tedesche giunte da Trieste per prendere in consegna Pola proseguirono, salvo un piccolo nucleo rimaste in città, verso Fiume venendo ostacolate presso Albona da un nucleo partigiano.
L’esule piranese Mario Bonifacio (Venezia) ha rilevato come nella primavera 1943 tre divisioni superstiti della ritirata di Russia avessero preso stanza nella Venezia Giulia, dove cominciarono a diffondere l’odio anti-tedesco raccontando i maltrattamenti subiti dal preteso alleato. A Pirano nell’estate ’43 le condizioni vita erano precarie a causa delle ristrettezze belliche. I marittimi, rimasti senza lavoro, erano il ceto maggioritario. Contrari alla guerra, già il 27 luglio furono alla testa di una manifestazione antifascista e pacifista e l’8 settembre inneggiarono come tanti loro concittadini all’armistizio pensando che avrebbe significato la fine della guerra. In precedenza circa 120 soldati tedeschi, ufficialmente «in convalescenza» ma in realtà perfettamente sani e armati, avevano preso possesso a Portorose di due alberghi. La mattina del 9 settembre la popolazione reagì con rabbia e sconcerto alle cannonate tedesche che si sentivano da Trieste contro le navi italiani in uscita dal porto. Alcuni antifascisti formarono un Comitato di salute pubblica composto anche da tre marittimi. Verso le 14 il battello “Eneo”, fuggito da Trieste carico di rifornimenti alimentari per la II armata in Dalmazia, attraccò al molo. I marittimi lo svuotarono e affondarono per sottrarlo ai tedeschi. Inoltre, armando delle barche, portarono in città zucchero prelevato da un veliero e grano prodotto nelle stanzie di Salvore. Il Comitato distribuì il cibo alla popolazione.
A Isola il 9 settembre la folla assaltò la fabbrica di pesce in scatola “Arrigoni” per non lasciare nulla ai tedeschi, ma il locale Comitato di salute pubblica convinse gli assaltatori a restituire l’olio asportato, in modo da far riprendere la produzione. La mattina del 10 settembre i militari italiani della Difesa Costiera e i 40 allievi avieri di Marina dell’idroscalo, senza esperienza bellica, crearono a Portorose due piccoli posti di blocco per contrastare i tedeschi asserragliati nei due alberghi. Già la sera però gli allievi si alzarono in volo con i loro ufficiali verso l’altra sponda adriatica. Vennero incendiati gli idrovolanti rimasti in loco e la popolazione saccheggiò l’idroscalo. I tedeschi crearono un cordone per isolare la penisola piranese, ma fecero solo due puntate in città e lasciarono affluire a Pirano, Isola e Capodistria i tanti militari italiani appiedati provenienti dalla Croazia. Le donne diedero loro cibo e abiti civili, mentre i pescatori li traghettarono verso Grado o le coste venete. Il piranese Tino Berti, ex ufficiale italiano poi deportato in Germania, definì l’assemblea partigiana di Pisino del 25 settembre (cui presenziò) una «manifestazione di sciovinismo, non di antifascismo» poiché ignorava la volontà e il diritto all’autodecisione degli italiani d’Istria. A fine mese alcuni contadini insorti dell’entroterra istriano, senza preparazione militare, occuparono per poco Capodistria e Isola facendo fallire il 29 settembre lo sbarco di una motozattera tedesca.
«La capitolazione in Istria – ha dichiarato Mario Mikolic (Pola) – fu vissuta con euforia dai croati che, senza aiuti politici e militari esterni, guidati da comandanti locali, disarmarono militari e carabinieri lasciati senza ordini. L’obiettivo era vincere il fascismo e porre termine all’amministrazione italiana. Molte furono le improvvisazioni perché mancava sia un comando che un programma chiaro. Tantissimi insorti, spesso contadini semi-analfabeti, diedero la caccia ai fascisti. Ne conseguirono molti omicidi soprattutto di italiani innocenti, senza processo. Ma non si può parlare di pulizia etnica. Dal 23 settembre i pochi esponenti politici istriani, fra i quali alcuni membri del Partito Comunista Croato, tutti rientrati dall’esilio, fecero molti sforzi per riportare l’ordine formando i comitati popolari, i comandi locali e i tribunali. Alcuni prigionieri furono liberati o lasciati fuggire. Il proclama di Pisino del 13 settembre non lo si poteva accettare perché era esclusivamente croato e ignorava gli italiani. Così il 25 settembre si cercò di correggerlo. Dopo che in ottobre gli insorti furono sbaragliati dai tedeschi, appena all’inizio del 1944 cominciarono ad affluire in Istria dirigenti partigiani da oltre il confine di Rapallo».
Nella discussione Radivo ha osservato che la maggior parte degli infoibamenti avvenne tra la fine di settembre e i primi di ottobre, ovvero dopo l’arrivo dei primi capi partigiani dalla Croazia. Inoltre le decisioni del 25 settembre prevedevano l’espulsione dei regnicoli e la riduzione degli italiani autoctoni a minoranza negando loro il diritto a decidere di se stessi.
Salvator Zitko (Capodistria) ha ricordato che reparti sloveni oltrepassarono il confine di Rapallo dopo l’8 settembre e che il comando partigiano croato di Pinguente giunse a Capodistria per liberare i detenuti dalle carceri. Nevenka Troha (Lubiana) ha confermato che subito dopo l’armistizio nuclei partigiani sloveni arrivarono da oltre il vecchio confine.
Samo Kristen (Lubiana) ha spiegato che la Gran Bretagna nel marzo 1941 offrì alla monarchia jugoslava, per precludere il suo ingresso nel Patto Tripartito, il sostegno a rettificare il confine con l’Italia in caso di vittoria congiunta sulle forse dell’Asse. Il 17 giugno ’41 in un discorso radiofonico alla BBC il capo del Governo jugoslavo in esilio a Londra Dušan Šimović chiese «l’Istria, Trieste, Gorizia, Zara e tutti i rimanenti territori jugoslavi», provocando la protesta degli influenti circoli di fuoriusciti italiani. Il presidente americano Roosevelt in una lettera a Churchill del 14 luglio ’41 gli chiese di smentire che il Governo britannico avrebbe offerto Trieste alla Jugoslavia. Il ministro degli Esteri britannico Eden confermò le sue assicurazioni all’ambasciatore jugoslavo, ma sostenendo che non costituivano un patto segreto. Il Governo jugoslavo in esilio continuò fino all’armistizio le sue pressioni sul Governo britannico affinché non firmasse con l’Italia una pace separata irrispettosa degli interessi jugoslavi.
Kristjan Knez (Pirano-Capodistria) ha rammentato come il programma della Slovenia unita, abbracciante tutti gli sloveni, risalga al 1848. Non poté avverarsi perché sempre osteggiato dal Governo asburgico. Nel 1920, con un plebiscito, la Carinzia rivendicata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni rimase all’Austria, mentre l’Italia ottenne Gorizia e Trieste con i rispettivi circondari includendo un’ampia porzione di territori compattamente sloveni. Nell’aprile 1941 la Banovina della Drava, appartenente al dissolto Regno di Jugoslavia, venne suddivisa fra Germania, Italia e Ungheria. Il Fronte Antimperialista (poi Fronte di Liberazione - OF) si pose come obiettivo la lotta contro gli occupatori, la liberazione e l’unificazione di tutti gli sloveni, compresi quelli recisi dal corpo centrale dopo la Grande Guerra. Alla fine dell’anno fu istituita una commissione scientifica con il compito di studiare dal punto di vista geografico, storico, etnografico ed economico soluzioni per i possibili futuri confini. Come ribadì poi Kardelj nel dicembre 1942, Trieste, Gorizia e Klagenfurt erano gli obiettivi principali. Le comunità allogene sarebbero state incorporate, perché il concetto guida era quello del territorio etnico, ovvero la città apparteneva alla campagna. Trieste avrebbe dovuto avere uno status particolare, mentre Capodistria, Isola e Pirano no. Nel 1942 i combattimenti tra esercito italiano e OF si estesero anche alla Venezia Giulia continentale. Tra gli informatori dell’OF c’era anche la moglie slovena del generale Riccardo Bignami, che frequentava gli alti comandi romani e trasmetteva le informazioni raccolte. Il crollo militare e istituzionale italiano, che non sorprese l’OF, rappresentò l’occasione per avverare il vecchio sogno poggiante sulle elaborazioni etnocentriche del secolo precedente. Il 16 settembre 1943 l’OF durante la sua seduta plenaria decise di annettere l’intero “Litorale” alla Slovenia riunita nella nuova Jugoslavia. (continua)
Paolo Radivo
1943: i giorni che sconvolsero la Venezia Giulia
Ha avuto luogo a Isola il 28 e 29 novembre 2013 un intenso convegno scientifico internazionale sul tema 8 settembre 1943: i giorni che cambiarono la Venezia Giulia. Nel numero precedente abbiamo riassunto la parte iniziale della prima giornata. Ora proseguiamo con la parte finale della stessa.
La connazionale Erika Sporcic (Scuola Media Superiore Italiana, Buie) ha rilevato come il movimento indipendentista croato prese corpo dopo il colpo di stato di re Alessandro, che il 6 gennaio 1929 istituì una dittatura personale trasformando il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in Regno di Jugoslavia e centralizzandolo ulteriormente. Allora i dirigenti del Partito Croato del Diritto ripararono in Italia, Germania, Austria, Ungheria, Belgio, USA e Argentina. Con il nome di ustascia (insorti) organizzarono un movimento rivoluzionario volto a far sorgere tramite la lotta armata una Croazia indipendente, militarista, autoritaria e cattolica. Mussolini li protesse offrendo loro anche campi di addestramento. Dopo l’assassinio di re Alessandro a Marsiglia per mano ustascia nel 1934, la Francia pretese da Mussolini l’espulsione dei suoi protetti, ma egli si limitò a confinarli sull’isola di Lipari. A guidare questo nucleo di 480-550 fuoriusciti era Ante Pavelić, che il 10 aprile 1941 proclamò sulle ceneri del Regno di Jugoslavia lo Stato Indipendente Croato, satellite di Italia e Germania. Lo Stato ustascia subì sempre più l’influsso tedesco e dopo l’8 settembre si basò esclusivamente sul loro appoggio.
Lorenzo Salimbeni (Lega Nazionale, Trieste) ha parlato della maldestra gestione del Governatorato di Dalmazia, istituito nell’aprile 1941 con le Province di Zara, Spalato e Cattaro e sciolto il 7 agosto 1943. Ci furono sovrapposizioni di competenze e progettualità contrastanti fra militari, gerarchi e civili, incapaci di sradicare la guerriglia titoista. L’8 settembre le truppe italiane, pur in maggioranza numerica ma divise in due catene di comando, si trovarono allo sbando fra reparti tedeschi, già in possesso di porti, aeroporti e punti strategici, e partigiani. Nelle Bocche di Cattaro la divisione Emilia fronteggiò insieme ai cetnici i tedeschi fino al 16 settembre, quando il generale Ugo Buttà scappò via mare in Italia con altri ufficiali superiori, mentre i subordinati o si arresero, o si unirono ai tedeschi, o si diedero alla macchia.
Nel Montenegro interno le unità italiane si organizzarono contro i tedeschi o passarono alla lotta partigiana.
Il 10 settembre le avanguardie tedesche entrarono a Zara, che divenne un’enclave della RSI con crescente presenza tedesca. Alcuni italiani combatterono con i tedeschi o gli slavi anti-comunisti, altri con i partigiani. Ancora il 10 settembre i partigiani presero il controllo di Sebenico, ma poi si sfilarono.
L’11 settembre le truppe tedesche e croato-ustascia circondarono Ragusa e ottennero un accordo per il disarmo delle truppe italiane, che il 12 avviarono all’internamento nei lager.
A Spalato, dopo trattative anche con i cetnici, l’11 settembre le truppe italiane consegnarono le armi ai partigiani, che uccisero 106 persone fra italiani, cetnici e simpatizzanti ustascia. A Clissa italiani e tedeschi resistettero per quasi due settimane ai partigiani, cui si erano aggiunti militari italiani. Il 27 settembre i tedeschi occuparono Spalato e fucilarono 46 ufficiali italiani, mentre gli ustascia scatenarono la repressione contro gli italiani e scalpellarono i leoni veneziani.
Ad Arbe i prigionieri del campo (tra cui diversi anziani ebrei) presero il controllo dell’isola aggregandosi ai partigiani. I pochi rimasti furono poi sterminati dai nazisti.
Hitler consentì a Pavelić, che aveva denunciato tutti i trattati con l’Italia, di annettersi la bramata Dalmazia salvo Zara, ma stroncò sul nascere le sue velleità di occupazione dell’Istria, volendo gestire direttamente il Litorale Adriatico.
«Dall’aprile 1941 – ha rilevato Nevenka Troha (Istituto di Storia Contemporanea, Lubiana) – il movimento di liberazione sloveno organizzò la resistenza anche nei territori “sottratti alla Slovenia nella passata guerra imperialista”. Nell’agosto 1941 Oskar Kovačić, membro del Comitato centrale del Partito Comunista Sloveno, giunse nella Venezia Giulia. In autunno arrivarono i primi sette partigiani. La formazione delle organizzazioni del PCS sul territorio dello Stato italiano fu approvata nell’agosto 1942, su richiesta di Tito, dal Comintern, che pretese altresì lo sviluppo del movimento partigiano assieme agli italiani. Dal luglio 1941 Palmiro Togliatti da Radio Mosca incitava a stringere un patto d’alleanza tra il popolo italiano e quello sloveno. Nel marzo 1942 invece invitò gli italiani ad unirsi ai partigiani jugoslavi. Nel gennaio 1942 Umberto Massola, a nome del PCI, pubblicò il Manifesto del PCI per il diritto all’autodeterminazione e alla riunificazione del popolo sloveno. Contemporaneamente tra i due partiti vi furono tensioni relative non solo alla questione territoriale, ma anche alla condotta del PCS, che, avendo una forza maggiore, trattava subordinatamente i compagni italiani. Questi, come aveva scritto Kardelj nel maggio 1942, con il rafforzamento del movimento partigiano nella Venezia Giulia avrebbero dovuto contribuire ad estendere la rivoluzione. Nel gennaio 1943 la direzione del PCS strinse a Trieste un accordo con Vincenzo Marcon-Davilla in cui tracciava una linea di separazione tra l’attività del PCS e del PCI in città e su quella base furono costituite le organizzazioni comuni Unità Operaia. Della richiesta pubblica di includere Trieste entro la futura Slovenia libera e riunita nella Jugoslavia libera e democratica, avanzata dal Comitato esecutivo del Fronte di Liberazione, il 20 agosto 1943 fu informato Umberto Massola. Questi non concordava con l’annessione della Venezia Giulia, compresa Trieste, alla Slovenia, come scrisse nella lettera del 6 ottobre 1943, e ripeté le posizioni del PCI, vale a dire il riconoscimento dei diritti fondamentali degli sloveni all’autodecisione e alla secessione nonché la contrarietà alla richiesta di zone particolari».
«Dopo l’8 settembre al confine orientale – ha dichiarato Ezio Giuricin (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno) – almeno in una prima fase si manifestarono, dando vita a difficili rapporti di collaborazione, sovrapponendosi ed a tratti confrontandosi, due diverse Resistenze: quella italiana e quella jugoslava (croata o slovena). Si trattò di due concetti diversi di lotta di liberazione: nazionale e sociale per i croati e gli sloveni; sociale, diretta prevalentemente a scacciare l’occupatore ed a lavare l’onta della repressione nazi-fascista, per gli italiani. La Resistenza jugoslava era monopolizzata dal Partito Comunista Jugoslavo attraverso le strutture del Movimento Popolare di Liberazione in un contesto caratterizzato da un disegno rivoluzionario di radicale sovvertimento sociale e nazionale del territorio polarizzato da un chiaro progetto di annessione territoriale. La Resistenza italiana, almeno nelle fasi immediatamente successive alla caduta del fascismo e all’armistizio, tentava invece di seguire lo schema – ampiamente collaudato in tutta l’Italia settentrionale – della collaborazione fra le forze antifasciste democratiche nell’ambito dei CLN o dei Comitati di salute pubblica. Diverse erano anche le concezioni dei comunisti: per quelli croati e sloveni il disegno rivoluzionario risultava subordinato a quello di liberazione e di espansione nazionale. I comunisti italiani invece erano legati a una visione internazionalista in cui l’obiettivo della costruzione di una “società più giusta” prevaleva su ogni considerazione nazionale. Ben presto, a causa dell’isolamento delle strutture resistenziali italiane dell’Alta Italia, della dissoluzione delle istituzioni e del disordine seguiti al crollo del fascismo e alla capitolazione dell’esercito italiano, e con l’espansione e il graduale affermarsi del ruolo egemonico del MPL jugoslavo, gli antifascisti italiani persero gradualmente ogni autonomia e soggettività, vedendosi costretti a confluire negli organici e a sottostare alle direttive croate e slovene. La tesi iniziale dei comunisti e in generale degli antifascisti italiani secondo cui la soluzione del problema dei confini doveva essere rinviata al dopoguerra venne abbandonata in seguito all’evolversi degli eventi, in un contesto contrassegnato dal graduale rafforzarsi delle posizioni jugoslave».
«Dal 25 luglio all’8 settembre – ha aggiunto Giuricin – vennero gradualmente liberati i prigionieri antifascisti giuliani, che raggiunsero le rispettive località. Subito dopo l’armistizio a Pola si formò Comitato nazionale antifascista italiano guidato tra gli altri dal comunista Edoardo Dorigo e dall’ex deputato social-riformista Antonio De Berti, che il 9 settembre promossero uno sciopero generale e un comizio subito respinto dalle truppe badogliane con 3 morti e 16 feriti. A Rovigno un numeroso gruppo di antifascisti guidati dal comunista Pino Budicin organizzò un comizio e un corteo per le vie della città con la bandiera italiana; anche loro vennero dispersi da militari e Carabinieri senza però incidenti. In molte località dell’Istria sorsero Comitati di salute pubblica, espressione delle forze politiche antifasciste e di ciò che rimaneva dell’amministrazione italiana, per autoregolamentare il territorio evitando il caos totale. Fra l’8 e il 15-20 settembre ci fu un’insurrezione quasi spontanea, promossa, gestita e controllata prevalentemente da elementi antifascisti locali italiani, croati o sloveni. Ma quasi subito prevalsero le strutture organizzative del MPL croato. Nella seconda metà di settembre cominciarono ad affluire dai territori liberati della Croazia numerose unità partigiane non originarie del luogo con dirigenti e commissari politici, tra cui molti istriani croati fuoriusciti durante il fascismo. Il 24 settembre si costituì a Pisino il comando operativo partigiano dell’Istria, che formò subito un tribunale militare. Nel frattempo in molte località, a seguito della sollevazione spontanea, si erano verificati arresti di individui considerati collaborazionisti del regime fascista, anche se non tutti lo erano, facendo semplicemente parte dell’amministrazione italiana od essendo ostili all’annessione. Dal 22 settembre si ebbe il tragico fenomeno delle foibe perché, a seguito del cambio ai vertici delle strutture partigiane, si verificò una resa dei conti con l’esecuzione sommaria di moltissimi prigionieri. Si parla di 500-700 persone. Non fu o fu solo in parte una jacquerie o una forma di giustizialismo popolare, bensì un’azione preordinata della polizia politica in nuce delle formazioni partigiane che si tradusse nell’eliminazione di quelli che sarebbero diventati testimoni scomodi davanti alla grande offensiva tedesca che dal 28 settembre mise a ferro e fuoco l’Istria uccidendo circa 2.000 persone.
Il trattamento dei prigionieri fu diverso da località a località».
«L’assoggettamento della Resistenza italiana da parte dei comunisti jugoslavi – ha continuato Giuricin – fu più rapido nell’Istria croata che dove esercitava la propria azione il Fronte di Liberazione sloveno. Gli antifascisti italiani avrebbero dovuto accettare la linea annessionistica oppure sarebbero stati espulsi dal MPL. Il 10 dicembre 1943 Pino Budicin, alla prima Conferenza regionale del PCC istriano, denunciò, accanto ad alcuni sconcertanti aspetti sciovinistici dell’azione del MPL croato, anche i metodi con i quali erano stati eliminati i fascisti o i supposti “nemici del popolo”. Nel febbraio 1944 egli morirà insieme ad Augusto Ferri per mano fascista dopo un’imboscata. Il suo posto sarà preso prima dall’albonese Aldo Negri e poi dal rovignese Aldo Rismondo, entrambi uccisi in imboscate. All’epoca risale anche la fucilazione del comunista albonese Lelio Zustovich, giustiziato dai titini perché anti-annessionista. A Trieste i nazi-fascisti eliminarono tutti i comunisti italiani che, come Luigi Frausin, portavano avanti una politica autonoma e azzerarono ben tre compagini del CLN. La nascita dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, concepita nel luglio 1944 dai comunisti croati in vista del temuto sbarco anglo-americano sulla costa occidentale istriana, era volta ad addomesticare e controllare l’antifascismo italiano saldandolo con quello jugoslavo. A Rovigno per due volte consecutive fra il 1944 e il ’45 vennero eliminate le strutture del PCC guidate da comunisti italiani che rivendicavano una posizione autonoma, mentre i combattenti del Battaglione “Pino Budicin” furono mandati a morire nel Gorski Kotar».
«Nell’area del confine orientale – ha affermato Leonardo Raito (Università di Padova) – l’armistizio non comportò solo lo sbandamento organizzativo e morale dell’esercito, ma anche l’improvvisa scomparsa di ogni articolazione dello Stato italiano, ampliando ancor di più il carattere di cesura del momento storico. Si accelerarono i processi che si stavano delineando fin dal 1942, quando l’attività partigiana aveva trasformato quel territorio in zona di guerra. Diverse unità si fecero sopraffare da contadini croati senz’armi. Tre corpi d’armata, forti ognuno di 50.000 uomini, cedettero il passo ai circa 5.000 tedeschi in marcia dalla Slovenia. Eclatanti risultano i casi di Fiume, dove il generale Gastone Gambara al comando di 50.000 unità si arrese a un colonnello tedesco accompagnato da due motociclisti, e di Pola, dove 40.000 italiani tra soldati e marinai si arresero a un’esigua colonna tedesca. Una colonna di soldati autotrasportati diretta all’Isonzo si lasciò disarmare da un gruppo di contadini ubriachi. Ma a Monfalcone gli operai dei cantieri organizzarono la Divisione Proletaria, che insieme ai partigiani sloveni si oppose all’invasione tedesca di Gorizia riportando un centinaio di morti. Tentativi di opposizione all’avanzata tedesca si ebbero anche a Tarvisio e in Val Canale. In Istria l’insurrezione del settembre 1943 rappresenta per i croati il momento culminante della propria epopea di liberazione nazionale, mentre ha per gli italiani una valenza fortemente traumatica. Le condanne a morte e gli infoibamenti non furono violenze legate a sollevazioni contadine, ma al rapido costituirsi di un contropotere partigiano, che si giovò di quadri provenienti da oltre confine ma che fu bruscamente interrotto dalla dura occupazione tedesca. Dopo le decisioni di Jajce del 29 novembre ’43 il Consiglio Territoriale Antifascista di Liberazione della Croazia e il Fronte di Liberazione sloveno si considerarono i soli legittimi detentori del potere in Istria. Nel Litorale Adriatico il supremo commissario Friedrich Rainer cercò di far leva sulle nostalgie asburgiche. Tale strategia aveva una valenza etnica e politica anti-italiana. Nelle zone slovene fu ripristinata l’amministrazione in lingua slovena, a Lubiana venne nominato sindaco il generale Rupnik, a Fiume fu insediato un prefetto croato e a Pola un viceprefetto croato. Fu data ampia diffusione alla stampa slovena, vennero istituite trasmissioni radiofoniche in lingua slovena e riaperte scuole con lo sloveno come lingua d’istruzione. Un certo apporto collaborazionista si ebbe da parte sia italiana che slovena (i belogardisti)». (continua)
Paolo Radivo
La svolta dell’8 settembre
Concludiamo con gli interventi della seconda giornata il resoconto del convegno scientifico internazionale 8 settembre 1943: i giorni che cambiarono la Venezia Giulia, svoltosi a Isola d’Istria (Slovenia) il 28 e 29 novembre 2013.
Nel suo saluto iniziale il Console generale d’Italia a Capodistria Maria Cristina Antonelli ha ricordato come nei territori orientali d’Italia la Seconda guerra mondiale arrivò a livelli di efferatezza incredibili. Al forno crematorio di Trieste, unico in Italia, si aggiunsero le foibe, che configurarono una vera e propria pulizia etnica ai danni degli italiani.
Il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul ha lodato il coraggio con cui la nostra minoranza nazionale, malgrado le ristrettezze economiche, ha voluto promuovere un confronto serio, pacato e non ideologico tra storiografie diverse su «un tema molto doloroso, difficile e complesso» proprio in Istria, «dove si sono consumate le tappe di un percorso che ha portato a vicende terribili: prima il fascismo, poi l’entrata in una guerra illogica e infine una rivalsa che ha ridisegnato l’identità del territorio, rischiando quasi di cancellare la popolazione italiana con la scusa che croati e sloveni avevano patito violenze, il che è vero, ma avvenne con dinamiche un pochino diverse».
«La Resistenza slovena, orientata dal Partito Comunista della Slovenia (PCS) nell’ambito del Fronte di Liberazione (OF), si stava preparando intensamente – ha riferito Vida Dezelak Baric (Lubiana) – alla capitolazione italiana almeno dallo sbarco alleato in Sicilia. Voleva sottrarre al regio esercito il grosso delle armi e instaurare subito il proprio potere sul territorio sgomberato. Raggiunse l’obiettivo dal 9 settembre 1943, perché i militari italiani non opposero resistenza. La mobilitazione di massa degli uomini idonei alle armi determinò il rafforzamento e la diffusione capillare dell’esercito partigiano. La priorità era la Provincia di Lubiana, dove si inasprì il conflitto interno sloveno. Il PCS intraprese un’aspra lotta contro i partiti centristi. L’eliminazione delle unità cetniche e delle Guardie di Paese provocò numerose vittime esasperando la guerra civile. Nel Litorale i ceti moderati nutrivano riserve verso il PCS, ma dopo l’armistizio l’adesione aumentò. Tra i compiti specifici e strategici del PCS in quest’area vi era la conquista dei lavoratori a Trieste e negli altri centri operai».
«Con l’8 settembre – ha affermato Bojan Godesa (Lubiana) – il processo di monopolizzazione del movimento resistenziale da parte del PCS, già acceleratosi nella primavera del ’43, conobbe un ulteriore sviluppo, accompagnato dalla considerevole dilatazione dell’OF fuori dalla Provincia di Lubiana (inizialmente soprattutto nella Venezia Giulia). Gli intellettuali erano strettamente legati al ruolo svolto nella Resistenza da Lubiana, ma specie dopo i rastrellamenti italiani del dicembre ’42 la sua importanza diminuì a vantaggio della Venezia Giulia. Alla capitolazione dell’Italia non pochi intellettuali rientrarono dalle prigioni italiane, dal confino e dall’internamento. Nei territori liberati l’OF li impiegò nel suo apparato politico-amministrativo. I rapporti tra i due schieramenti sloveni antagonisti conobbero una radicalizzazione. Cominciò a prevalere il movimento partigiano, preminenza che fece poi valere anche in campo internazionale».
«Subito dopo l’8 settembre – ha dichiarato Milan Pahor (Trieste) – l’intera Venezia Giulia fu interessata da una generale insurrezione popolare. La popolazione slovena definì il lasso di tempo compreso tra la capitolazione italiana e l’inizio dell’offensiva tedesca come il periodo della “prima libertà”. A Trieste, Gorizia, Monfalcone e altrove, sotto il peso di proteste vigorose, le autorità aprirono le porte delle prigioni. L’11 settembre nella scuola di Vogrsko [Voghersca, presso Nova Gorica] sorse il Consiglio di Liberazione Nazionale per la Slovenia Litoranea, che avrebbe giocato un importante ruolo politico. Il disarmo dell’esercito italiano e il massiccio afflusso di volontari nell’OF permise la formazione di 30 nuovi battaglioni partigiani, tra cui alcuni italiani. La possente ondata insurrezionale rimosse il potere italiano, specie nel contado, e disarmò i militari italiani, che la popolazione aiutò poi a fuggire dando loro abiti civili, viveri e istruzioni per il viaggio. Si formò una larga rete di comitati locali di liberazione nazionale. L’11 settembre fu proclamata l’annessione del Litorale alla Slovenia popolare. La difesa del territorio liberato si svolgeva seguendo la tattica delle unità partigiane: attacchi di breve durata per poi ritirarsi. Un’eccezione fu il “fronte goriziano”, che costituiva la linea difensiva contro le unità tedesche (11-25 settembre). L’offensiva militare germanica verso il “territorio liberato” iniziò il 25 settembre nel Goriziano, il 30 settembre sul Carso e il 2 ottobre in Istria, dove prese il nome di “offensiva incendiaria” giacché furono bruciati decine di villaggi».
«Prima della capitolazione italiana – ha rilevato Boris Mlakar (Lubiana) – con il termine “schieramento controrivoluzionario sloveno” intendiamo anzitutto le Guardie di Paese, sorta in parte spontaneamente e in parte grazie alle autorità italiane occupanti la Provincia di Lubiana nell’ambito della Milizia Volontaria Anticomunista. Ad esse si aggiunse il debole movimento cetnico sloveno guidato da K. Novak. L’illegale Alleanza Slovena dominava le Guardie di Paese. Tutti questi soggetti erano collegati con i servizi britannici. Nell’estate ’43 la dirigenza di tale schieramento aspettava uno sbarco alleato verosimilmente nel Quarnero o in Istria, a differenza dei partigiani, dedicava minore attenzione al disarmo dell’esercito italiano e alla presa del potere. Aveva un orientamento difensivo. Il maggiore Novak poco prima della capitolazione italiana si allontanò dall’Alleanza Slovena, che ordinò alle Guardie di Paese di tramutarsi nell’Esercito Nazionale Sloveno, con cui andare incontro agli alleati. Per l’incompetenza tattica dei comandi, lo scarso armamento e gli intensi attacchi delle formazioni partigiane, che nel settembre ’43 avevano come obiettivo principale l’annientamento dell’avversario interno, le ex Guardie di Paese e quelle dei cetnici furono in parte distrutte e in parte, per timore della repressione partigiana, passarono nel Posavje o si assoggettarono ai tedeschi. Nella Venezia Giulia lo schieramento controrivoluzionario esisteva solo come debole organizzazione clandestina e non giocò alcun ruolo».
«Dopo oltre tre secoli di pace, nell’autunno 1943 – ha osservato Alessandra Argenti Tremul (Capodistria) – l’Istria ridivenne teatro di eventi bellici, oggetto del contendere, territorio da spartire. Durante il regime la Regia Prefettura di Pola aveva steso un elenco di “antifascisti”, “slavo-comunisti” e “comunisti” imprigionati in seguito a delazioni nel carcere di Capodistria. C’erano sia italiani, sia sloveni, sia croati. Nel 1941, dopo l’occupazione della Jugoslavia, la Prefettura li segnalò all’Ispettorato Speciale di Polizia della Venezia Giulia, che li internò nel Sud Italia per il pericolo che entrassero in contatto con i ribelli. Nel carcere furono rinchiusi anche avversari politici provenienti dalla Provincia di Lubiana e venne istituita una sezione femminile. I carcerati svolgevano lavori per ditte che realizzavano spazzole. Dal settembre ’43 la situazione risultò complessa per la compresenza di tre movimenti di liberazione: italiano, con i CLN e i Comitati di salute pubblica; croato, che decretò l’annessione dell’Istria alla Croazia nella Jugoslavia; e sloveno, l’OF, di cui facevano parte il PCS, i cristiano-sociali e i Sokol. Le operazioni partigiane ad opera del movimento croato iniziarono la notte fra il 31 agosto e il 1° settembre quando furono tagliati i fili del telefono e del telegrafo, con l’interruzione delle comunicazioni Pisino-Albona, Pola-Pisino, Pisino-Montona, Pola-Albona e Parenzo-Pisino. Ci si preparava dunque all’insurrezione armata. Dopo l’armistizio l’OF chiamò alla mobilitazione generale anche nel “Litorale” tutti gli uomini dai 18 ai 45 anni. Una commissione istituì un tribunale con giurisdizione su tutto il circondario di Trieste. A Capodistria si avvertì subito la presenza di partigiani comunisti slavi, “bande” slave, comunisti locali e soldati italiani, che controllavano villaggi, case isolate e strade intorno alla città. Il 26 settembre si ebbero i primi combattimenti tra partigiani e tedeschi. Il 27 i partigiani presero possesso del municipio, delle carceri e della stazione dei Carabinieri. Il 28, insieme ai comunisti locali, liberarono tutti i prigionieri, assaltarono il fondaco, la cassa di risparmio, l’ufficio postale e alcune case per requisire del cibo. Il 29 i tedeschi li cacciarono da Capodistria, che rimase bloccata: non si poteva né entrare né uscire. Fra il 30 settembre e il 1° ottobre vi furono altri combattimenti tra i partigiani sulle colline e i nazisti in città, con colpi di artiglieria. Ne rimase vittima un bambino. Il 2 ottobre ci fu a Salara il grande rastrellamento nazista in cui persero la vita alcuni agricoltori. Il 3 novembre iniziarono le lezioni. In epoca jugoslava alcuni documenti d’archivio venivano tenuti nascosti e c’erano delle limitazioni per gli storici, cui si dovevano dare le copie modificate a favore del Partito Comunista. Questo ci può far riflettere sulla necessità di istituire una commissione paritetica di storici che analizzi serenamente le carte originali».
«I comandi militari tedeschi – ha detto Giorgio Liuzzi (Trieste) – assegnano alla Venezia Giulia una funzione strategica in quanto cerniera tra i fronti italiano e balcanico e tra tutto il fronte meridionale e la Germania, nonché per il timore di uno sbarco alleato. La presenza di un movimento partigiano e di sacche libere è inammissibile: occorre un controllo totale e capillare. La 71a divisione di fanteria occupa Lubiana e con una certa difficoltà Gorizia (ma i dintorni restano in mani partigiane), Trieste (ma la strada Lubiana-Trieste è piena di blocchi di partigiani e soldati italiani), Pola (ma scontrandosi con gli insorti al bivio di Tizzano) e Fiume (dove è accerchiata dai partigiani). Il resto dell’Istria rimane ai partigiani. Il 12 settembre ’43 il comando della Wehrmacht giudica necessario il veloce trasferimento di forze di polizia e altri reparti per contrastare le “bande” e internare i reparti italiani. Il 22 i servizi di informazione del comando tedesco in Italia segnalano il consolidamento delle “bande” tramite arruolamenti sia spontanei sia forzati. Nella zona di Gorizia vi sarebbero 12.000 “banditi”, in quella di Lubiana 15-18.000, in Istria 15.000, in totale 50.000: cifre gonfiate per chiedere più aiuti e giustificare la repressione. Si vuole impedire che facciano da testa di ponte allo sbarco alleato. Sempre il 22 settembre Hitler ordina di “schiacciare con spietata durezza il movimento insurrezionale sloveno comunista in Istria”. Chi oppone resistenza va fucilato. Serve un immediato successo per trasferire poi il grosso delle unità ad altri compiti. Il 23 settembre il comando della Wehrmacht articola in tre fasi l’“Operazione Istria”, volta a pacificare e ripulire il territorio: 1) zona di Gorizia e Postumia; 2) zona a nord di Fiume; 3) Istria. Ordina di rastrellare e arrestare tutti i maschi dai 15 ai 70 anni. Solo i contadini residenti possono essere esentati. I prigionieri sloveni, serbi e croati vanno trattati come prigionieri di guerra. Ciò vale anche per i militari italiani, eccetto gli ufficiali, da fucilare subito. I comandanti delle “bande” vanno perquisiti, interrogati e poi fucilati. I prigionieri alleati vanno condotti al più vicino comando. I “banditi” sono da interrogare. Alle unità di fanteria della 71a e 40a divisione spetta creare sacche di accerchiamento, alle Waffen SS attuare i rastrellamenti. Il 24 settembre arriva l’ordine di fucilare chiunque opponga resistenza. Il 25 l’operazione parte da Gorizia con 50.000 uomini, oltre 110 panzer e 140 cannoni. Il 26 settembre si contano 250 nemici uccisi e 523 arrestati, il 27 settembre 628 uccisi e 1.240 arrestati: cifre propagandistiche. In realtà gran parte delle unità partigiane evitano l’accerchiamento e scappano. Chiusa la fallimentare operazione nel Goriziano il 29 settembre, i tedeschi sferrano l’attacco in Istria dal 2 al 10 ottobre. Il 1° ottobre il comando revoca l’ordine di internamento della popolazione maschile, in particolare slovena, che “appoggia il movimento comunista solo per il terrore scatenato dalle bande”. Ogni distruzione di paesi sloveni è vietato, a meno che la popolazione non partecipi agli scontri. Si ritiene infatti che il caos sia dovuto unicamente all’infiltrazione dei partigiani croati. L’operazione deve essere veloce e radicale, l’internamento riguardare solo i simpatizzanti del nemico e i comunisti. A stabilire in pratica chi lo è e chi no saranno i comandanti di reparto. Dal 2 al 10 ottobre si registrano ufficialmente 2.500 vittime e 2.800 arresti. Sulle perdite tedesche i dati sono insufficienti. In assenza di veri e propri scontri con i partigiani, il grosso degli uccisi sono civili, poiché i tedeschi li considerano tutti possibili simpatizzanti del nemico e poi ne giustificano l’uccisione a posteriori. L’obiettivo tedesco è non solo colpire il movimento partigiano, ma dimostrare la propria forza alla popolazione affinché tema più i tedeschi dei partigiani. Il 15 ottobre si insedia a Trieste l’amministrazione civile della Zona di Operazioni Litorale Adriatico. Inizia una nuova fase dell’occupazione tedesca, non più militare ma politica. I tedeschi non controlleranno mai capillarmente il territorio per mancanza di uomini. Fino al termine del conflitto sarà un continuo di rappresaglie e rastrellamenti».
«Nel Parentino – ha spiegato Walter Baldaš (Parenzo) – il movimento popolare di liberazione si formò presso San Lorenzo del Pasenatico, San Vitale e Monteritossa. Tra il 1941 e il ’42 alcuni comunisti arrivarono in Istria dalla Jugoslavia occupata per preparare l’insurrezione. A Caroiba si costituì un primo nucleo partigiano dotato di armi, medicinali e denaro. L’organizzazione si allargò a Lanischie, Pinguente, Pisino, Parenzo, Albona, Sanvincenti, Pola, Clana, Antignana e Rovigno, ma fino all’agosto ’43 rimase embrionale e l’esercito italiano la contrastò. Dopo l’8 settembre partì la mobilitazione volontaria. Circa mille insorti dell’entroterra si fecero consegnare Parenzo dal locale Comitato di salute pubblica, disarmarono 389 soldati italiani e sequestrarono le armi. L’8 settembre a Visignano si festeggiò la fine della guerra. L’11 settembre il parroco di San Giovanni della Cisterna chiese al podestà di mediare con i carabinieri garantendo che avrebbero avuto salva la vita se avessero consegnato le armi. Così avvenne e sul municipio di Visignano fu issata la bandiera croata con la stella a cinque punte. Lo stesso giorno gli insorti lasciarono passare, dopo averla disarmata, una colonna di soldati italiani diretta a Trieste. Poi al bivio di Tizzano attaccarono una colonna tedesca diretta a Pola. I tedeschi li uccisero tutti. Se ne salvarono solo due, mimetizzatisi sotto i cadaveri. La gente scappò nei boschi per paura. A Visinada il 9 settembre uno scampanio annunciò l’armistizio. I carabinieri furono disarmati. Il podestà Giuseppe Cossetto rinunciò alla sua carica mettendosi a disposizione delle nuove autorità, che attuarono delle vendette imprigionando alcuni illustri fascisti locali e loro familiari e portandoli nelle vicinanze di Scropetti, dove li torturano e infine li bruciarono. Una decina di persone furono uccise a Vragnasella il 26 ottobre. Tra gli insorti non c’erano solo comunisti, ma anche nazionalisti. Don Božo Milanović diceva infatti che le ideologie passano, ma i confini restano. Dopo l’8 settembre giunsero alcuni dirigenti partigiani dalla Lika, altri nel 1944 dal Gorski Kotar».
Il moderatore Kristjan Knez (Pirano) ha rammentato che nell’entroterra capodistriano tra il 2 e il 10 ottobre i tedeschi incendiarono 1.800 edifici colpendo solo civili inermi, dato che il movimento partigiano era quasi inesistente. Nel dibattito Marino Bonifacio (Venezia) ha criticato i comunisti sloveni e croati, che ripudiarono l’internazionalismo proletario e il principio di autodecisione dei popoli sancito dalla Carta Atlantica. Nevenka Troha (Lubiana) ha precisato che la guerra civile slovena si sviluppò essenzialmente nella Provincia di Lubiana. Boris Mlakar ha sostenuto che il grosso limite dello schieramento anticomunista sloveno fu di puntare tutto sullo sbarco anglo-americano. Paolo Radivo (Trieste) ha evidenziato che il 1° ottobre i partigiani si ritirarono da Parenzo in vista dell’offensiva tedesca portando con sé ad Antignana numerosi civili prigionieri, che il 5 ottobre gettarono nella foiba di Surani. Il 7 ottobre Giuseppe Cossetto fu ucciso da partigiani a Castellier. Walter Baldaš ha confermato che la figlia Norma non era politicamente attiva, non aveva colpe e venne infoibata solo perché suo padre era fascista. (fine)
Paolo Radivo