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A Trieste dialoghi un po’ difficoltosi tra esuli e rimasti
(Arena di Pola gennaio 2016)
Si è svolto nel pomeriggio di martedì 1° dicembre 2015 nella Sala Tergeste del Savoia Excelsior Palace a Trieste un lungo dibattito pubblico dal titolo Dialoghi tra esuli e rimasti. L’intento dell’organizzatore, l’Università Popolare di Trieste, era quello di riflettere sul valore delle relazioni tra gli esuli istriano-fiumano-dalmati e gli italiani residenti in Slovenia, Croazia e negli altri Paesi dell’ex Jugoslavia, nonché sull’importanza della condivisione degli obiettivi per mantenere viva l’identità, la lingua e la cultura italiana in quei territori.
«Trieste capitale morale dell’Istria»
Nel suo saluto il sindaco di Trieste Roberto Cosolini ha ringraziato i promotori, gli ospiti e in particolare le associazioni degli esuli «per la collaborazione di questi anni, che ci ha consentito di fare cose importanti, come l’apertura di un museo dedicato alla civiltà degli italiani dell’Adriatico orientale, e di proseguire assieme sulla strada del riconoscimento delle sofferenze subite». Cosolini ha definito l’incontro «una tappa importante anche per questa città, che ha saputo costruire relazioni e ponti tra territori, si è trovata poi privata di questa opportunità e oggi riscopre anche la sua funzione di riferimento per tanta parte dell’Istria slovena e croata: una capitale morale con cui sviluppare rapporti e costruire percorsi culturali, di amicizia, di collaborazione e di sviluppo economico e sociale». «Questo – ha aggiunto – è anche il senso della nascita del Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale, che unisce Comuni che vanno da Monfalcone a Pola. E’ l’unico GECT in Europa costituito da Comuni che abbracciano enti locali di tre Stati diversi. Credo che questo percorso di forte volontà istituzionale abbia bisogno di una forte motivazione positiva, di una forte spinta che venga dalle comunità».
«Nuove opportunità per fare ulteriori passi»
«Per fortuna – ha dichiarato l’assessore alla Cultura e alla Cooperazione della Regione Friuli Venezia Giulia Gianni Torrenti – il tempo non è passato inutilmente. Le cose non si superano lasciandosele dietro le spalle, ma affrontandole con serietà, cercando di trovare le verità. Passi in avanti sono stati fatti da tutte le parti per superare le diffidenze. Ora si aprono nuove opportunità per fare ulteriori passi avanti nella consapevolezza nazionale di un dramma che non era sufficientemente noto. Le istituzioni vi sono vicine, in quest’area complessa dove i confini sono stati in parte cancellati e speriamo siano presto abbattuti, per un futuro più felice».
«Ricomporre il quadro storico-culturale»
Il ministro plenipotenziario del Ministero degli Esteri Francesco Saverio De Luigi ha portato il saluto suo personale e quello del sottosegretario Benedetto Della Vedova. «La vicinanza tra esuli e rimasti – ha detto – è un tema di grande attualità nella nuova Europa allargata alla Croazia, dove Trieste non può non sviluppare, con il sostegno del Governo, un’azione per ricomporre sotto vari aspetti il quadro culturale e storico che caratterizzava l’Adriatico orientale da Capodistria alla Dalmazia. Vi sono oggi delle potenzialità straordinarie per creare anche una prospettiva di lavoro, di occupazione, di crescita in questa che è stata un’area di integrazione».
«Fondamentale resta conoscere»
La giornalista e scrittrice triestina Viviana Facchinetti ha presentato il suo libro Protagonisti senza Protagonismo, compiacendosi del fatto che esso abbia potuto ispirare tale incontro. «Dialogare – ha affermato – è importante, ma fondamentale resta conoscere. E immodestamente penso che il mio progetto, nato tanti decenni fa e tendente a conservare e salvaguardare i valori e i contenuti dell’emigrazione giuliano-dalmata nel mondo, fatto di libri, programmi radio-televisivi e audiovisivi, contribuisca anche a far conoscere. E adesso la controprova ce l’ho col programma di “Telequattro” Trieste in diretta con i giuliani nel mondo. Lo dico per i protagonisti senza protagonismo del mio libro, per la loro storia a lungo nascosta ed ignorata, spesso dimenticata e comunque non così diffusamente conosciuta come dovrebbe essere. Nel libro ci sono oltre 400 storie di vita vissuta che ho raccolto dalla viva voce di quanti ora vivono in Australia, Canada o Sudafrica. Una signora mi ha chiesto: “Perché non quelli di New York o del resto d’Italia?”. Io sono disponibile, ma bisogna che ci sia un po’ di supporto. Già così ho fatto tanto volontariato». L’autrice ha infine letto alcune testimonianze contenute nel libro.
Il direttore de “Il Piccolo” Paolo Possamai, moderatore del dibattito, ha chiesto al presidente dell’UPT Fabrizio Somma se prima di oggi non c’era stato dialogo tra esuli e rimasti.
«Il dialogo c’è sempre stato»
«Sul “Piccolo” di ieri – ha risposto Somma – avete pubblicato il titolo: L’UPT riapre il dialogo. In realtà non era necessario riaprire nessun dialogo. Il percorso degli ultimi 3-4 anni, ma che parte da più lontano, è una cosa tangibile, documentabile, sottintesa, sempre praticata. Dal 1964 sono 51 anni di collaborazione tra noi e l’Unione Italiana. Però il dialogo c’è sempre stato. Mi rifaccio a personaggi illustri, illuminati: Luciano Rossit, Franco Luxardo, Giovanni Radossi, Arturo Vigini. Non si riapre, si continua. Non è un caso che il vicepresidente dell’UPT Manuele Braico sia anche presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane. Fino a tanto tempo fa quelli che dialogavano erano le istituzioni, i presidenti, i direttori generali. Le collaborazioni erano riferite a convenzioni, atti o contratti tra esuli e rimasti. Poi in realtà c’erano le persone. Emilio Felluga è stato un uomo che attraverso lo sport ha unito gli esuli e i rimasti, o meglio la popolazione giuliana, fiumana e dalmata, non ultimo con la fondazione del Fiduciariato CONI che tuttora esiste a Dignano».
Il grande lavoro dell’LCPE con la CI di Pola
«Il concerto del 3 settembre 2011 all’Arena di Pola e l’incontro di pace tra i presidenti Napolitano e Josipović – ha proseguito Somma – hanno dato un avvio a qualcosa che era già partito, ma per cui serviva un la. Quel la. Da lì c’è stata una serie di manifestazioni anche molto importanti. Penso all’attività dei Comuni in Esilio con le Comunità in Istria, a Fiume e in Dalmazia. Parlo delle Famiglie e Comunità Istriane che hanno rapporti con le Comunità degli Italiani in Slovenia e Croazia. Dunque il dialogo esiste, non lo si vuol far partire adesso. Questi tre anni hanno portato cose importanti: il grande lavoro per esempio del Libero Comune di Pola in Esilio assieme alla CI di Pola e anche il Circolo Istria per la tutela della memoria di una cosa importantissima come la strage in tempo di pace di italiani a Vergarolla. Ci è stato chiesto di portare il 13 giugno 2014 per la prima volta questo dramma in una delle massime sedi istituzionali: la Camera dei Deputati. In quell’occasione siamo stati il tramite, il collante delle rappresentanze dei rimasti e degli esuli».
Esuli emigrati e terra d’origine
Possamai ha chiesto a Dario Locchi, presidente dell’Associazione Giuliani nel Mondo, che rapporto hanno mantenuto gli esuli emigrati all’estero con i rimasti.
«Circa un terzo dei 300.000 esuli istriano-fiumano-dalmati – ha rilevato Locchi – è emigrato all’estero. Dunque è emigrato due volte e per molti anni non ha più avuto un punto di riferimento. E’ stato completamente estirpato dalla propria terra d’origine. Fino alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia il rapporto con questa è stato pressoché inesistente o molto raro. Da allora, ma soprattutto con l’ingresso della Slovenia e della Croazia nell’Unione Europea, le cose hanno cominciato a facilitarsi. Dobbiamo sicuramente non dimenticare, ma al tempo stesso guardare avanti, ai nostri figli. Quando l’on. Furio Radin un giorno ci ha telefonato dicendo che voleva andare a visitare i nostri circoli all’estero, da una parte eravamo contenti e ci siamo messi a sua disposizione per far sì che ciò potesse avvenire, dall’altro eravamo un po’ preoccupati perché non sapevamo come avrebbero reagito i nostri emigrati e soprattutto i nostri esuli. Hanno reagito benissimo».
«Mai interrotto il flusso di relazioni»
Possamai ha chiesto al presidente Unione Italiana Furio Radin qual è il ruolo dell’UI nella costruzione del dialogo.
«Ci sono – ha risposto Radin – dei precedenti, anche di prima della caduta del Muro di Berlino. Ricordo un incontro a Venezia tra associazioni degli esuli e dei rimasti e credo ce ne sia stato uno anche qui in questo albergo alla fine degli anni ’80. Poi ci sono stati sempre incontri personali, familiari o amicali. Non si è mai interrotto il flusso di relazioni tra esuli e rimasti. Si trattava delle stesse famiglie frantumate. Ricordo un precedente triestino. All’inizio erano delle conferenze stampa fatte da Stelio Spadaro, Fulvio Camerini e io al Caffè Tommaseo, ma subito si sono trasformate in tribune pubbliche con grandissimo afflusso di triestini, ma soprattutto istriani, fiumani, quarnerini, dalmati. Esuli o comunque persone di quella origine. Mentre precedentemente c’erano stati incontri di rappresentanti di associazioni in un’atmosfera ideologica e politica, questi incontri sono diventati di cultura e identità».
«Anche noi rimasti siamo esuli»
«Noi, finché andiamo a condividere la nostra storia, inevitabilmente – ha continuato Radin – ci occupiamo anche di ideologia e di politica. Quando dobbiamo condividere qualcosa che abbiamo già a priori, e che è la nostra identità, allora parliamo di cultura. Non siamo più esuli e rimasti. Se siete esuli voi italiani in Italia, immaginatevi quanto siamo esuli noi italiani in Croazia e Slovenia! La categoria degli esuli è prima di tutto psicologica, e poi anche naturalmente fisica. Anche noi siamo esuli, cioè estraniati, ed è questa la cosa che dobbiamo superare. Ed è questo che cerchiamo di fare come Unione Italiana con tante associazioni e persone, intellettuali, scrittori. Noi siamo apertissimi alla collaborazione, che inevitabilmente deve essere orientata al presente e al futuro, perché tutte le altre alternative sono peggiori. Ogni qualvolta andiamo a condividere le memorie, che possono essere anche le stesse, cadiamo nell’ideologia e nella politica. Abbiamo fatto un viaggio all’Isola Calva, dove morirono tanti italiani. Ieri in un sito di una parte dei volontari di guerra croati è stata pubblicata una mia fotografia con la stella rossa sulla fronte e un testo che mi definisce fascista».
Il compito delle associazioni degli esuli
Possamai ha chiesto a Rodolfo Ziberna, vice presidente dell’ANVGD, il senso delle associazioni degli esuli oggi.
«Tutto – ha risposto Ziberna – cambia. La mission cambia per tutti e anche per le nostre associazioni. Se potessimo dimenticare per un attimo il certificato di appartenenza ad uno Stato, e riconoscerci come italiani di qua e di là da un confine, potremmo rappresentare meglio quello che le nostre associazioni stanno facendo. Per me, della seconda generazione, è più facile. Ho vissuto di riflesso a Gorizia come fu vissuto in modo drammatico il rapporto esuli-rimasti da chi gestiva allora “L’Arena di Pola”. Chi era della prima generazione poteva fare riferimento esclusivamente al suo vissuto. Era difficile pensare al futuro. La seconda generazione si è talmente ben integrata in un contesto completamente diverso da quello dal quale i genitori e i nonni se n’erano andati, che non hanno più quella radice. La terza generazione ancora di più. Il compito delle nostre associazioni adesso dovrebbe essere quello di fare in modo che il contesto d’origine rimanga il più italiano possibile. Se fra 10, 20 o 30 anni non avesse più nulla a che fare con la cultura e la storia italiana, dire alle nuove generazioni che 100 anni prima era diverso sarebbe un dato storico. Non riusciranno più a provare quei sentimenti che hanno provato quanti sono stati costretti ad abbandonare l’Istria, Fiume e la Dalmazia.
«Favorire i rapporti tra giovani»
«Le nostre associazioni – ha proseguito Ziberna – dovrebbero, insieme alle istituzioni, favorire strette relazioni tra professionisti, tra giovani, tra scuole, nel commercio, nel turismo. Occorre trovare per il giovane che nasce oltre confine una “convenienza” che favorisca i suoi rapporti con le nostre comunità. Anche il turismo orientato attraverso associazioni, privati, figli e nipoti di italiani che hanno l’albergo, il ristorante, l’enoteca… Dunque un rapporto non soltanto con delle pagine di storia. Il compito delle associazioni fino ad oggi necessariamente era quello di assistenza alle persone. Progressivamente siamo riusciti a fare in modo che larga parte dell’attività fosse dedicata all’aspetto culturale. Il Giorno del Ricordo è stato di grandissima importanza. Con i nuovi strumenti di comunicazione dobbiamo essere in grado di intercettare persone nuove che non ne sanno nulla dell’esodo. Non solo i nostri, a circolo chiuso. Può essere lo spettacolo di Cristicchi, la canzone, il romanzo».
«Il punto saldante è l’amore per la propria terra»
Possamai ha chiesto al presidente di FederEsuli Antonio Ballarin se l’identità o italianità è il vero filo di cucitura tra esuli e rimasti.
«Noi – ha risposto Ballarin – il dialogo lo stiamo facendo da una vita. Quante volte “La Voce del Popolo” ha parlato dell’esule che ritorna? Nadia Giugno fa ogni settimana da 8 anni la trasmissione radiofonica Ponte Adriatico parlando di esuli e rimasti. Si fa questo convegno oggi perché le istituzioni oggi si accorgono di questo dialogo. Il dialogo è aumentato nel tempo dopo la caduta della cortina di ferro. Ora sarebbe il caso di fare insieme qualcosa, anche per darci una prospettiva. Sennò stiamo ancora a parlare dell’amarcord. Il punto saldante tra comunità autoctone ed esuli è l’amore per la propria terra. Quindi non è ideologico. E’ un concetto fisico. Le persone sono andate via sotto la spinta del nazionalismo slavo-comunista, perché non potevano parlare la propria lingua, confessare la propria religione ed esprimere le proprie idee. Le persone rimaste o hanno abbracciato l’ideologia comunista o non potevano andarsene perché stavano male o accudivano persone malate oppure veniva negata loro l’opzione. Per esempio parte della mia famiglia non se n’è andata perché non le davano l’opzione ed ha vissuto la persecuzione della propria identità nella propria terra. Io al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma non potevo parlare dialetto perché venivo ghettizzato. Quando invece andavo a Lussino a trovare i miei parenti, mi dicevano di non parlare in dialetto perché non sta bene».
«Costruire qualcosa di comune»
«Noi – ha continuato Ballarin – tre anni fa abbiamo cominciato a dire: ma dopo la memoria cosa resta? Dobbiamo tirarci su le maniche e ricostruire. Quindi abbiamo lavorato sul concetto di identità, ovvero di appartenenza alla terra. Questo messaggio è stato vincente perché, oltre a coinvolgere le generazioni dell’esodo, ha coinvolto anche quelle successive. E ciò ha permesso un allargamento delle nostre associazioni. Ora il passo fondamentale lo deve fare la comunità delle persone che sono di là, che rappresentano un punto importante di cerniera, e non di cesura, con il mondo dell’est e che hanno la necessità di conoscere la storia dell’esodo (e secondo me non la conoscono), di valorizzare la loro identità perché altrimenti saranno assorbite progressivamente. Dalla promulgazione delle leggi 72 e 73 è mai possibile che non siamo riusciti a costruire qualcosa di comune? Un agriturismo, un ostello, un ufficio che possa dare risposte alla gente nostra che ha la barriera linguistica oggettiva. Le nostre associazioni, dopo che hanno testimoniato la memoria, devono trasferire questa memoria nella terra dove le persone parlanti italiano testimoniano la loro identità».
«Un dialogo non di circostanza»
Possamai ha chiesto al presidente dell’Unione degli Istriani Massimiliano Lacota se la sua è una voce dissonante.
«Mi piace – ha risposto Lacota – che il titolo di questo convegno sia dialoghi, non dialogo. Ce ne può essere più di uno. Magari diversi, paralleli. Dal precedente dibattito in questo hotel è cambiato l’aspetto politico e socio-geografico, ma dal punto di vista pratico per gli esuli non è cambiato molto nel rapporto con l’oltre confine. Pochissimi sono stati i vantaggi. Sulla necessità del dialogo siamo tutti d’accordo. Però costruttivo, non di circostanza, che finisce con un raduno a Pola o a Fiume oppure con un convegno dove si dicono delle belle cose. Parliamo di un dialogo tra perseguitati e persecutori, ovvero l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, creata nel 1944 dal Partito comunista jugoslavo per giustificare tutta una serie di azioni volte al recupero (nell’ottica jugoslavista) dei territori assegnati all’Italia dopo la Prima guerra mondiale. Un po’ l’operazione fatta tra i veterani di Porzûs, dove una e l’altra parte dei partigiani qualche anno fa hanno cercato di ricostruire un dialogo. Non è cosa facile un dialogo in un recupero di reciproca fiducia tra chi è stato cacciato via e chi ha contribuito a cacciare. Bisogna partire dall’obiettivo che si vuole raggiungere».
«L’Unione Italiana riconosca le responsabilità storiche»
«Condivido – ha aggiunto Lacota – quanto ha detto Ballarin. Sarà stata colpa delle associazioni, ma sicuramente anche dell’Unione Italiana: fatto sta che non c’è mai stato un progetto che abbia tentato di coinvolgere le associazioni come protagonisti con un ruolo di corresponsabilità, non solo come ospiti. Un progetto di largo respiro che non sia il piccolo raduno o il restauro di un edificio o monumento. Qualcosa di duraturo che va completato non in due o tre anni, ma in un periodo di tempo più lungo. Ciò che manca è un riconoscimento da parte dell’Unione Italiana delle sue responsabilità politiche storiche. Non l’Unione Italiana nata dopo la dissoluzione della Jugoslavia, che si è completamente diversificata nella terminologia e nello statuto dalla vecchia UIIF. Ma se vuole veramente iniziare un dialogo foriero di successi, deve fare un passo come i greci di Cipro Nord e di Cipro Sud, con un atto di uno degli organi sociali. Questo aiuterebbe».
«Nella vecchia UIIF c’erano tantissime persone oneste»
«L’Unione Italiana – ha replicato Furio Radin a Massimiliano Lacota – in 70 anni ha avuto la responsabilità di tutto quello che è successo. Anch’io porto la responsabilità dei miei connazionali italiani che hanno condiviso il fascismo, che sono stati partigiani, che sono stati comunisti, che hanno fondato l’Unione Italiana. Ho conosciuto tante persone della vecchia UIIF. Tra loro c’erano delle persone disoneste e tantissime persone onestissime. La maggior parte erano persone fondamentalmente oneste che cercavano di mantenere in un ambiente ostile la lingua, la cultura e la tradizione italiana e oggi ci permettono di vedere in Istria (e non è ancora un grandissimo risultato, ma stiamo lavorando) le bandiere italiane su tutti i Comuni dove gli italiani hanno non presenza statistica (venuta a decadere con l’esodo), ma presenza storica. Non esiste una responsabilità dell’Unione Italiana, se non quella di aver mantenuto la lingua e la cultura italiana in questi territori. I media croati sono molto attenti a quanto dice Lacota. Quando lo ha detto l’ultima volta, hanno titolato in prima pagina: “Sono stati gli italiani a infoibare gli altri italiani”. Domani diranno che è stata l’Unione Italiana a farlo. Io dissento profondamente, perché noi siamo persone, non siamo ideologia. I nostri padri, i nostri nonni non sono rimasti soltanto perché ammalati o perché comunisti o perché non hanno avuto l’opzione. Molti sono rimasti perché non ce la facevano ad andare via. E’ andato via o è stato cacciato chi non ha avuto la forza di rimanere ed è rimasto chi non ha avuto la forza di andare via. Pochi della mia famiglia sono rimasti, mentre i tre quarti sono andati via. Noi tutti abbiamo storie diverse e anche fra gli esuli ci sono storie diverse».
«L’UIIF ha avuto un ruolo fondamentale»
«Ci sono – ha risposto Lacota – responsabilità oggettive, documentate, centinaia e centinaia di testimonianze. Ma non è necessariamente vero che ci siano state persone disoneste nell’UIIF. Semplicemente avevano un obiettivo politico. Ho ricevuto l’invito di una Comunità degli Italiani nata come Circolo prima delle associazioni degli esuli! Non sono assolutamente d’accordo con Radin, perché l’UIIF ha avuto un ruolo fondamentale».
«Un progetto di ritorno concreto»
Possamai ha chiesto ai suoi interlocutori di dire una cosa concreta su cui vogliono impegnarsi tutti assieme: un cantiere comune.
«Serve – ha risposto Lacota – un progetto a largo respiro che non sia una casa di riposo o un albergo o la restituzione di Piemonte, che col senno di poi poteva essere una cosa vantaggiosa. Un progetto che preveda la possibilità di un ritorno concreto, di una presenza consolidata in Istria, a Fiume e poi, se vogliamo, anche in Dalmazia, attraverso le nostre associazioni (ma non solo), degli italiani autoctoni e oramai dei loro discendenti, che possa portare a un risultato e che preveda la corresponsabilità di questo progetto, non una sudditanza. Penso che un progetto ben fatto troverebbe la condivisione di tutte le associazioni».
«Slovenia e Croazia ammettano le loro colpe»
«Non sarebbe male – ha sostenuto Locchi – che anche la Slovenia e la Croazia, che non dovrebbero avere sulle spalle l’eredità politica e storica della Jugoslavia, facessero più chiaramente (l’Italia credo l’abbia fatto ampiamente) un’ammissione delle responsabilità di allora. Questo, al di là dell’Unione Italiana, sarebbe un grosso passo avanti che andrebbe nella direzione indicata dai concerti dei tre Presidenti e quant’altro. Nel nostro piccolo siamo disposti a partecipare ad incontri con l’Unione Italiana e a progetti sia di piccole che di grandi dimensioni».
«Piemonte centro culturale degli esuli»
«Il progetto di Piemonte – ha rammentato Radin – è stata un’idea mia, quando gli Stati, che si mettono sempre d’accordo sulle spalle delle persone, avevano cominciato a parlare di una cifra che Croazia e Slovenia devono all’Italia come finale della storia dei beni abbandonati. Io dissento perché penso che i beni “abbandonati” non esistano: esistono soltanto beni “privati” ai legittimi proprietari. Gli Stati non dovrebbero mai pagare i danni di guerra con i beni privati alle persone. Ma questo è un discorso di giustizia e diritti umani. Dato che questi 110 milioni di dollari c’erano e venivano anche dati dai due Governi, ho detto: “Compriamo con questi soldi un paese gestito dagli esuli”. Non esuli e rimasti. Era Piemonte d’Istria. Qui gli esuli mi hanno detto: “Furio, ti diamo ragione, ma non vorremmo che il problema si chiudesse così”. I soldi sono ancora là e a Piemonte non so neanche se ci sia più un bene libero. Però, se lo fosse, potrebbe diventare un centro culturale proprietà delle associazioni degli esuli».
«Siamo anime diverse di un unico popolo»
«La Federazione – ha dichiarato Ballarin – ha un percorso di metabolizzazione del lutto rappresentato dall’esodo. Ma l’elemento unificante è la terra. Noi siamo anime diverse all’interno di un unico popolo. Gli esuli devono rappresentare la storia e la coscienza delle persone rimaste nelle nostre terre. Viceversa quelli che sono di là devono rappresentare l’elemento identitario forte per le persone che sono andate via. Se un nipote di una persona infoibata incontra il nipote di una persona che infoibava, si devono pestare tra di loro? La prospettiva nostra qual è? Quella dell’odio o quella della costruzione di un ambito dove è possibile testimoniare la propria identità? La prima generazione di armeni ha patito, la seconda si è organizzata, la terza è tornata. Questo è il nostro obiettivo. Noi ci stiamo riorganizzando».
«Rendere Piemonte il luogo del ritorno»
«Il progetto comune per me da fare – ha precisato Ballarin – è far conoscere Piemonte d’Istria, renderlo il luogo del nostro ritorno e della nostra identità forte. Non è che non vogliamo i soldi, se ce li danno per ricostruire Piemonte. Però dobbiamo tirarci su le maniche noi, dobbiamo essere autonomi, dobbiamo trovare noi gli ambiti con cui finanziarci. Perché, se ci sta a cuore la nostra identità, questa cosa la facciamo. Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica di farlo. Nei nostri Comitati sul territorio abbiamo un mucchio di ragazzi che dicono: “Portaci di là, che facciamo qualcosa”. Però non siamo ancora riusciti a partire, perché manca sempre una pratica burocratico-amministrativa e non sappiamo dove mettere a dormire i ragazzi. Lavorare su questa prospettiva, secondo me, può creare effettivamente un volano di interazione tra realtà che imparano a conoscersi».
«Un tavolo per le imprese d’ambo le parti»
«La storia – ha osservato Ziberna – è essenziale, ma non deve essere vissuta come un fardello per proseguire nelle relazioni. Se io dovessi scegliere un unico progetto da realizzare, senza dubbio ne sceglierei uno in grado di essere realizzato da noi, con le nostre forze, senza delegare altre istituzioni, che hanno necessità e tempi più lunghi: realizzare non un nuovo soggetto, ma una sorta di Camera di Commercio, cioè un tavolo dove poter mettere imprese del Friuli Venezia Giulia, che hanno una sensibilità diversa rispetto al contesto nazionale, e imprese d’Istria, Fiume e Dalmazia, utilizzando anche incentivi che la nostra Regione già possiede. Sto pensando a Finest, ma ci possono essere anche altri strumenti che hanno come scopo istituzionale quello di agevolare le nostre imprese ad investire altrove. Non dunque un contributo a fondo perduto, ma per creare le condizioni affinché ci sia la convenienza per le imprese da una parte e dall’altra a creare occupazione e lavoro».
«Un grande raduno in Istria»
«Lacota – ha proseguito Ziberna – diceva che i raduni hanno soltanto valore simbolico. A me però piacerebbe un grande raduno senza sigle di una settimana in Istria per tutti i nostri vecchi che possono venire anche dall’Australia, dagli Stati Uniti, dal Canada, trovando un momento di fratellanza, di solidarietà, di pace e di cultura». «Un grande raduno – ha aggiunto Ballarin – nel 2017 a 70 anni dal Trattato di pace». «E’ la proposta – ha commentato Radin – che ho fatto al presidente Mattarella».
«Un organismo unico per gli esuli»
Un esule ha chiesto: «Sta bene il dialogo, ma la premessa non dovrebbe essere il dialogo tra le nostre associazioni e la costituzione di un organismo unico di rappresentanza?».
«Le divisioni – ha risposto Ballarin – sono molto sentite a Trieste, ma pochissimo fuori, dove non si percepisce questa differenza. Qua ci sono 3 associazioni. Ognuna con la sua storia. La legge 72 finanzia 18 sigle associative distinte. Ce n’è ancora qualcuna che è fuori. La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati era stata formata da 6 associazioni, quelle numericamente più rilevanti. Ora ne tiene 5, e anche per quelle che non vi appartengono la Federazione si fa carico di dare tutta l’assistenza amministrativa. L’identità, se uno la vuol perdere, la perde. Per esempio io in casa a Pomezia con i miei figli parlo in dialetto. Bisognerebbe togliere di mezzo tutte le differenze e iper-sensibilità e guardare a un progetto comune di lunga durata, di prospettiva, a 50-100 anni. Probabilmente in quest’ambito si riuscirà a costruire qualcosa».
«Una Città metropolitana giuliana»
Un altro signore ha proposto di istituire una Città metropolitana non limitata a Trieste, ma fino a Umago da un lato e a Nova Gorica dall’altro, dove Trieste diventi il faro e il punto di riferimento per tutti i paesi dell’Istria e della Dalmazia.
«Qualcosa di concreto per promuovere l’economia»
«Esprimo profonda soddisfazione e gioia – ha affermato Luciano Santin, del Circolo di cultura istroveneta “Istria” – per il fatto che, malgrado qualche difficoltà emersa, si stia instaurando un dialogo e un confronto che dovrebbe portarci a situazioni migliori. Nel 1988, dunque a Jugoslavia e Muro di Berlino ancora in piedi, il Circolo “Istria” aveva stilato un manifesto-appello per la collaborazione e il dialogo, raccogliendo le firme di personalità notevoli non solo locali: da Leo Valiani a Claudio Magris, da Margherita Hack a Guido Miglia, da Fulvio Tomizza a tanti altri. Ovviamente i tempi non erano ancora maturi. Allora il dialogo era molto difficile e faticoso. Le lacerazioni dolorose della guerra erano troppo vive. Il Circolo “Istria” comunque qualcosa ha fatto, mettendo insieme le competenze scientifiche delle Università di Trieste, Udine, Lubiana e Zagabria e creando piccole attività agroalimentari ed economiche, che oggi possono sembrare cose normali, ma allora non lo erano. Forse le grandi dichiarazioni d’intenti e ideologiche sono meno importanti di trovare qualcosa di concreto, di vitale, che promuova l’economia del territorio».
«Avviare attività imprenditoriali è difficile»
«Per quanto riguarda – ha risposto Ballarin – realizzare piccole iniziative economiche che partano dal basso per la costruzione di un rapporto stabile tra persone dell’esodo e delle comunità autoctone, stiamo lavorando da tre anni su due grandi filoni: turistico-alberghiero e agro-alimentare. E siamo alla costante ricerca di soggetti che vogliano intraprendere iniziative partendo dal basso per la valorizzazione del territorio. E’ tutto lavoro volontario. Il nostro valore aggiunto è avere un retroterra di persone diffuse sul territorio che non aspettano altro che poter fare iniziative del genere. Solo che avviare attività imprenditoriali in una terra dove non abbiamo il supporto delle comunità autoctone è molto difficile, perché le leggi sono diverse».
«Indennizzi anche per i perseguitati in Croazia»
Un esule lussignano di 88 anni ha chiesto all’on. Radin e al rappresentante del Ministero degli Esteri di convincere il Governo croato ad estendere, come ha fatto quello sloveno, anche ai cittadini italiani la legge che riconosce un indennizzo ai propri cittadini che hanno subito persecuzioni da parte del regime comunista jugoslavo. «Da giovane – ha spiegato – mi feci 5 anni di carcere duro senza aver commesso alcun crimine, ma solo per non aver aderito alle richieste delle autorità “popolari”. Zagabria mi ha risposto che, per beneficiare della legge, devo esibire la cittadinanza croata».
«Io – ha risposto Radin – sono più che convinto che lei abbia diritto subito al risarcimento, ora che la Croazia è entrata in Europa. La cittadinanza non è più importante. Ma già prima questo problema era stato risolto, secondo me. Penso che le sue informazioni siano un po’ datate».
«Un’associazione trans-frontaliera fra istriani»
Un esule da Capodistria ha confessato di fare difficoltà ad orientarsi fra le tante associazioni ed ha proposto di creare un’associazione trans-frontaliera fra istriani esuli e rimasti con uno scopo semplicissimo: valorizzazione del territorio dell’Istria e della sua storia e cultura.
Gli ha risposto Ballarin: «Questa associazione l’abbiamo fatta. Si chiamava Renovatio Histriae. Non siamo riusciti a registrarla perché sono cambiate le regole per registrare le associazioni senza fini di lucro in Croazia. Da due anni stiamo sbattendo da un ufficio all’altro per cercare di risolvere questo problema burocratico. E chi ci sta aiutando? Nessuno! Cioè la rete di relazioni che abbiamo sul territorio. Io dico sempre: meno parlare e più fare».
«Anch’io – ha commentato Radin – ho sentito per la prima volta di questa associazione. Mi piacerebbe capire un po’».
«I nostri figli vanno al mare a “Umag”»
«Il problema – ha asserito Walter Macovaz – è che qui in sala non ci sono i nostri figli, i nostri nipoti, che dell’Istria, della nostra storia e della nostra cultura se ne fregano. Noi li abbiamo portati a disinteressarsene, e loro vanno al mare a Umag! Perché, invece di fare conferenze su Dante, nelle costosissime Comunità degli Italiani non ricominciamo a fare la storia della cultura italiana in Istria (la storia non comincia l’8 settembre 1943!) e a fare un libro condiviso da questa miriade di associazioni che non si mettono d’accordo su niente?».
«Se ha occasione – ha risposto Radin – di parlare con questi giovani, prima di tutto dica loro che noi italiani d’Istria la chiamiamo “Umago”, e poi che si chiama “Umag-Umago”. Ho cambiato io la legge con un emendamento per tutte le Città storiche che hanno la denominazione bilingue. Quando lei vede i risultati delle elezioni alla televisione nazionale croata, non scrive “Umag” ma “Umag-Umago”. Dunque dica loro di chiamarla “Umag-Umago”. Ci mettono un po’ più di tempo, ma parlano meno stupidaggini. Pola si chiama ufficialmente “Pula-Pola”, Rovigno “Rovinj-Rovigno”. Purtroppo invece Fiume è solo “Rijeka”. Non sono riuscito a far passare questo emendamento».
Quale progetto per Piemonte?
Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria, ha chiesto quale progetto esiste per Piemonte e quante speranze ci sono di realizzarlo.
«Per quanto riguarda Piemonte, io – ha aggiunto Radin – ho lasciato questo progetto 15 anni fa, quando non era stato accettato dalle associazioni degli esuli, e da allora non ho avuto più alcun contatto con questo progetto e neanche con Piemonte. Non so nemmeno se ci siano ancora beni liberi o se siano già stati venduti».
Biloslavo ha chiesto a Radin se è conoscenza di un altro progetto su Piemonte, constatando che probabilmente non c’è troppo dialogo. «Di un altro progetto – gli ha risposto Radin – nessuno mi ha parlato».
«I giovani porteranno avanti il dialogo»
«Siamo – ha concluso Somma – in una fase di non ritorno. Ormai non servono più gli impegni dei grandi nomi e di tutti noi presidenti di associazioni, perché c’è un fatto straordinario che sta avvenendo nel mondo dei giovani in Italia e nelle scuole. Porto un esempio: l’11 febbraio a Martina Franca io ho spiegato la realtà dei giovani, delle scuole e della struttura della Comunità Nazionale Italiana in Slovenia e Croazia, e Antonio Ballarin ha spiegato la realtà della Federazione degli Esuli in Italia a una scuola che con l’esodo non aveva nulla a che fare, se non una grande ricerca, una grande volontà di capire ciò che era successo sul nostro territorio. Questo ha portato al fatto che il 12 febbraio del 2016 la Scuola media superiore italiana di Fiume si gemellerà con l’Istituto “Carducci” di Martina Franca e poi ospiterà quegli studenti a Fiume. Ciò che non siamo riusciti a fare noi finora, forse anche per merito dei network (di Facebook usato in maniera positiva) riusciranno a farlo loro. Lo fanno già. Nei libri di scuola in Italia si comincia a scrivere, ma si è cominciato anni fa a scrivere su Istria nel tempo un capitolo che tutela la memoria delle foibe e dell’esodo, ed è stato tradotto in lingua croata e slovena senza censura. Queste son cose che non hanno ritorno. Noi non ci saremo, ma sicuramente i giovani andranno avanti su questa linea e con questo modo di vedere e di pensare ad un futuro assolutamente condiviso. Avranno bisogno però di persone sia di qua che di là. Non si dovrà più pensare a cosa dialogare, ma semplicemente portare avanti questo dialogo, con la consapevolezza che comunque indietro non si torna».
Il castelletto di Punta Salvore
Un esule ha infine chiesto all’on. Radin cosa può fare per rientrare in possesso del castelletto di Punta Salvore, di cui lui è l’erede e dove ora sta scritto: «Monumento culturale – pericolo di crollo». Radin lo ha invitato a rivolgersi all’avvocato che ha difeso i frati dell’ex monastero di Daila, «perché questa è una cosa complicata». «Lei – ha aggiunto – ha la mia empatia personale assoluta. Io glielo darei subito, se fosse mio. Ma purtroppo appartiene a non so chi».
Paolo Radivo
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(Arena di Pola settembre 2015)
Nesazio: una lunga storia dagli Istri ai Romani
Pubblichiamo di seguito la relazione su Nesazio letta dalla dott.ssa Kristina Mihovilić (Museo Archeologico dell’Istria) domenica 14 giugno 2015 all’Hotel Brioni durante il 59° Raduno degli Esuli da Pola.
Nesazio: storia e scavi
Il sito più importante e significativo per la storia dell’Istria è sicuramente l’antica Nesactium. Nella storia di Roma di Tito Livio, Ab Urbe condita, si trova la descrizione degli scontri e delle guerre tra Romani e Istri, come anche l’assedio del 178-177 a.C., con la caduta di Nesazio e il suicidio di Epulo, l’ultimo re degli Istri.
Da varie fonti scritte si sapeva che Nesazio era il centro protostorico del territorio Istrico, centro spirituale, di culto e amministrativo/politico, sede del re o regulus ereditario, che univa le varie stirpi Istriche o populi, guidati da principes. Dopo la caduta e l’occupazione romana, Nesazio, anche se politicamente distrutta, esisteva nella sfera spirituale-religiosa e gradualmente con le influenze romane è stata adeguata nelle costruzioni, nell’arte, nella cultura e nell’economia. Oltre che da Tito Livio, nei testi antichi Nesazio viene nominata anche da altri, come per esempio Plinio il Vecchio, poi da Tolomeo, e per ultimo dall’Anonimo Ravennate nel VI secolo.
Con il passare del tempo si perse memoria dell’esistenza o dell’ubicazione di Nesazio, però nella seconda metà dell’Ottocento diversi storici e altri studiosi Istriani si occuparono della questione (Luciani, Scampicchio, De Franceschi, Burton). Furono fatte ricerche sul territorio e poi ricerche nei documenti scritti, nei quali Pietro Kandler notò la somiglianza fra i toponimi Nesactium e VizaÄe, alla quale giunse attraverso le varianti trovate nei testi medievali, come Isacium, Isaccio, Campi Isacii, Isazii, relativi alla località vicina al villaggio di Altura, dove si scorgevano importanti resti architettonici e altre rovine.
Storia degli scavi
Prima dell’inizio degli scavi sistematici, nella zona furono fatti vari tentativi da diverse persone (Luciani, Scampicchio, Burton, Sottocorona, Cleva e diversi cercatori di tesori).
Nel 1898 la Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, su proposta di Bernardo Benussi, formò una commissione di 4 membri (dr. Cleva, prof. Puschi, prof. Sticotti, dr. Schiavuzzi), per analizzare, organizzare ed eseguire lavori sulla collina di VizaÄe presso Altura. Gli scavi sistematici iniziarono nell’anno 1900, dopo che la Giunta Provinciale e la Dieta Provinciale avevano acquistato alcuni terreni.
Il sito si trova a circa 11 km a NE di Pola e a meno di 2 km a N di Altura. Sorge sopra una collina di altezza media attorno ai 117 m sopra il livello del mare, mentre il punto più alto si trova all’estremità occidentale, quella di più facile accesso, e quindi protetta da un possente vallo. La collina si innalza sopra la valle Maddalena, che da sotto Momorano sbocca in mare con la valle di Badò, un porto ben protetto. Così Nesazio si ritrova in posizione nascosta, a circa 2 km dal mare, però con un sistema di collegamento tra piccoli castellieri (Kaštelir, Kitica e Sanapù) poteva controllare i traffici marittimi nel Quarnero e nell’Adriatico settentrionale. Con questo si è imposta come importante stazione di raccordo di contatti e scambi tra l’entroterra e l’Adriatico durante il I millennio a.C..
Durante gli scavi dell’anno 1901, fu scoperta la base del monumento dedicato a Gordiano III (238-244 d.C.), con l’iscrizione che contiene il nome di Nesazio nell’ultima riga: R(es) P(ublica) NES(actiensium). Significava che si stava scavando nel luogo giusto. La conferma si è ripetuta nel 2004, durante gli scavi del Museo archeologico dell’Istria, condotti da Kristina Džin nella zona nordest del foro, dove è stata trovata una seconda epigrafe sulla quale sono menzionati due funzionari Romani: Tito Prifernio Paeto e Settidiano Firmo, e dove è riportato anche il nome di Nesazio per intero: NESACTIVM.
La maggioranza degli scavi sono stati eseguiti nei primi anni del ’900, fino intorno al 1922, sotto la conduzione del prof. Alberto Puschi. Poi dal prof. Pietro Sticcotti e dal sempre presente dr. Bernardo Schiavuzzi furono scoperti la necropoli preistorica, quella romana, i resti di abitazioni, le terme e le basiliche paleocristiane.
Negli anni trenta del secolo scorso, Attilio Degrassi condusse le indagini lungo le mura tardoromane e le porte.
Nell’anno 1941 Mario Mirabella Roberti aveva iniziato lo scavo dei templi, che poi conclusero Giovanni Brusin e Giulia Fogolari della Soprintendenza alle antichità di Padova.
Dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo il dato che nel 1953 Boris Baćić eseguì dei saggi di scavo con i quali raccolse dati che documentano la presenza umana sulla collina di Nesazio già dal neolitico antico.
Negli anni ’60, Josip Mladin condusse delle ricerche nella zona a ovest dalla necropoli preistorica, scoprendo nuove costruzioni entro il vallo, interpretate come zone di culto.
Dal 1974 al 1977 Branko Marušić eseguì degli scavi di revisione delle basiliche paleocristiane, mentre dal 1978 al 1982 Vesna Girardi Jurkić revisionò la zona dei templi capitolini.
Nell’ambito di questi, Kristina Mihovilić poté eseguire dei saggi: nel 1977 davanti alla zona dell’altare della basilica settentrionale; nel 1981 e nel 1983 entro le fondamenta dei templi, quello mediano e quello settentrionale.
Nel 1984, nello scavo delle condutture per l’acqua, tra Altura e Nesazio fu scoperto un gruppo di tombe romane (scavo Kristina Mihovilić), pubblicate da Robert Matijašić nel 1996.
Nel 1990, dopo il crollo di parte del muro settentrionale della “Porta preistorica”, Kristina Mihovilić eseguì un saggio fino alla pietra di base, prima della ricostruzione.
Importanti analisi geomorfologiche, sondaggi geofisici e altri scavi furono condotti da Guido Rosada, con il gruppo dell’Università di Padova, tra il 1993 e il 1995. I risultati di questo sono stati pubblicati nel volume Oppidum Nesactium. Una città istro-romana.
Gli ultimi scavi furono quelli eseguiti tra il 2002 e 2006, nella zona del foro, condotti da Kristina Džin.
Nesazio protostorica
Nesazio è un castelliere tra i più vasti dell’Istria. La posizione era abitata, o soltanto frequentata già dal neolitico antico, poi sicuramente durante l’età del bronzo. Le mura del castelliere, secondo Degrassi, si trovano sotto le costruzioni delle mura tardoromane. L’estremità occidentale della collina è protetta da un alto vallo o terrapieno che copre diverse mura a secco, parallele e ricoperte da terriccio. Oggi questa costruzione ha circa 4 m di altezza, però in antico doveva essere molto più alta e difendeva l’accesso all’abitato. Dietro questa costruzione si trova la cosiddetta necropoli preistorica con tombe di incinerati. La presenza in Istria di nuovi abitanti con l’uso dell’incinerazione nel rito funebre, a differenza dell’inumazione usata durante l’età del bronzo, inizia nella fase del Bronzo finale, dal XII/XI sec. a.C.. I nuovi abitanti distrussero la necropoli precedente, della quale era rimasta soltanto una sepoltura di inumato in cassetta litica, mentre due costruzioni di tombe antiche furono riutilizzate per sepolture di incinerati: la tomba 3 della zona VI e la tomba 2 della zona IV.
Le tombe a incinerazione contengono i resti di ossa combuste raccolte nelle urne, o deposte anche senza urna, con oggetti di ornamento in bronzo e osso intenzionalmente danneggiati. Nelle fasi più antiche si riconoscono elementi tipici della cosiddetta cultura dei campi di urne, che prevalgono circa fino alla fine del X sec. a.C.. Verso la fine di questo secolo appaiono dei cambiamenti nella forma e nelle decorazioni delle urne, come anche nei tipi di ornamenti. Durante tutto il I millennio, le armi nelle sepolture degli Istri sono molto rare. La maggioranza delle sepolture sono multiple o di carattere famigliare, e spesso vengono riutilizzate attraverso più secoli.
Dalla fine del IX sec., iniziano ad apparire nelle tombe oggetti di importazione, prima di tutto dei vasi che provengono dall’Italia centrale e sudorientale, dall’Etruria meridionale e dalla Daunia.
Dal VIII sec., l’inizio dell’età del ferro in Europa, Nesazio rappresenta già uno dei centri più importanti dell’epoca.
Tra l’VIII e il VI sec., ma per alcuni autori forse anche molto prima, si formò il gruppo dei monumenti litici di Nesazio (sculture e rilievi), scoperti in situazioni secondarie, ragion per cui ancora oggi non è stato possibile datarli o determinare la loro vera funzione. Possono essere parti di monumenti tombali, come anche di qualche tempio funerario. Rappresentano un unicum lungo la costa orientale dell’Adriatico. La scultura più importante rappresenta una kourotrophos e il cavaliere. E’ stata definita dea della fertilità. Per i frammenti di torso si pensa che siano stati realizzati sotto gli influssi delle sculture etrusche, tramite quelle picene. A loro volta, le sculture di Nesazio e forse anche gli artigiani scalpellini influirono sull’apparizione della scultura nell’Europa occidentale (Hirschlanden).
La prova dell’importanza di Nesazio e dell’élite che la abitava è la tomba 12, della zona I, che raccoglie oggetti che si possono datare dal IX al IV sec. a.C.. Tra questi si trovano oggetti di prestigio che collegano i vari gruppi elitari europei: scettro, spiedi, situle istoriate, flabelli, ceramiche daune e greche. I diversi recipienti in ceramica o bronzo servivano per il consumo del vino nei simposia o banchetti che organizzava l’élite. Secondo i reperti raccolti finora, sembra che questo livello di vita a Nesazio continui fino alla caduta del 177. a.C..
Sono comunque rimaste sconosciute tuttora altre costruzioni o impianti dell’abitato protostorico.
Nesazio romana
Dopo la caduta descritta da Tito Livio, la vita di Nesazio continua, anche se sicuramente cambiata. Non sappiamo quando Nesazio sia diventata romana. Sicuramente quando è stata innalzata al rango di municipio dentro il territorio della colonia Pola.
La struttura urbana si formò verso l’inizio del I sec. d.C.. Racchiusa da mura, si entrava attraverso la Porta Polensis, che portava al centro della città, al foro.
Dalla parte occidentale del foro si trovano i tre templi capitolini, costruiti nella prima metà del I sec., dedicati forse a Giove, Giunone e Minerva. Le fondamenta del tempio meridionale sono costruite con blocchi megalitici lavorati a bugna. Ciò faceva pensare a una datazione più antica di questo tempio, e poi nelle vicinanze è stata trovata un’ara dedicata a Eia, una divinità Istrica che forse rappresenta una continuità dei culti protostorici.
A settentrione del foro si trovano le terme pubbliche, dagli scopritori definite come due costruzioni collegate: quella occidentale femminile, mentre quela orientale maschile. Nel IV sec., nella zona del praefurnium delle terme maschili fu installato il torchio per la lavorazione dell’uva e delle olive, che segna un periodo di declino e di ruralizzazione di Nesazio.
Nalla zona intorno al foro, circondato da porticato, sono state scoperte soltanto in parte varie abitazioni di tipo cittadino. La casa nr. 1 si trova a occidente dalle grandi terme, nella zona della casa del custode. Intorno alla cisterna centrale, nella quale si raccoglieva l’acqua piovana, tra le varie stanze si trovano anche le terme private.
La casa nr. 2, parzialmente scavata, si trova al margine meridionale del foro. L’ingresso si trovava al livello del foro, e dei gradini in pietra scendono allo scantinato costruito sul pendio.
Le case nr. 3 e 4 sono state scavate a oriente del foro. Sono divise tra loro tramite una strada che dal foro poteva portare verso una postierla nelle mura di difesa. Anche queste hanno delle cisterne di dimensioni minori costruite in opus cementizio.
Sotto le costruzioni delle basiliche paleocristiane si trovano i resti della casa nr. 5, nel centro della quale si trova una cisterna costruita con lastre di calcare monolitiche.
La necropoli degli abitanti di Nesazio romana si trova fuori le mura, davanti alla Porta Polensis e lungo la strada che collegava Nesazio con Pola. Le tombe più rappresentative e ricche si trovavano vicino all’entrata della città. Molte avevano la forma di edicole o piccoli templi. Contenevano i resti combusti dei defunti raccolti in urne di vetro e diversi oggetti di ornamento, specchi in argento, un sistrum in bronzo, una scatolina in cristallo di rocca, e poi le consuete lucerne, balsamari in vetro, incensieri e altro ancora.
Nesazio paleocristiana
Nel V sec., Nesazio è ancora un importante centro paleocristiano, segnato dalle due basiliche del tipo aquileiese, o istriano-norico. Sono delle costruzioni rettangolari, con il semicerchio del subselio nella zona orientale dell’altare. La basilica meridionale è più grande, e sembra che in una fase seguente fosse stata ristretta. La basilica settentrionale, di dimensioni minori, si spiega come costruzione che serviva per riti speciali, come per esempio il battesimo. Accanto al muro perimetrale settentrionale si trova un piccolo battistero con la vasca rettangolare. Le due basiliche inoltre erano collegate da un nartece lastricato. Con gli scavi sono stati trovati pochi resti di mosaici pavimentali e alcuni elementi di strutture in pietra decorati con rilievi vegetali.
Verso la fine del VI, o gli inizi del VII sec., le basiliche, come anche Nesazio, vengono distrutte dalle incursioni degli Avari assieme agli Slavi. Questo viene documentato da tracce di incendio trovate dentro le basiliche, e poi da due punte di frecce a tre spigoli, tipiche degli incursori.
Questi avvenimenti furono annotati dallo scrittore longobardo Paolo Diacono. Qui si ferma la storia di Nesazio.
Nuovi villaggi si sono formati intorno a Nesazio dopo le grandi epidemie del XIV e XV sec., e i resti di Nesazio sono serviti come materiale per la loro costruzione.
Kristina Mihovilić


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Paolo Radivo
Vergarolla: una strage su cui va fatta piena luce,
da “Fiume. Rivista di studi adriatici”, anno XXXV (nuova serie), n° 31, gennaio-giugno 2015, Roma 2015.
Cosa sappiamo oggi di certo sull’esplosione di Vergarolla?
Il 18 agosto 1946 a Pola, enclave di Zona A della Venezia Giulia sotto occupazione militare angloamericana, era una calda domenica di sole. L’Arena di Pola, ovvero il quotidiano edito dal Cln cittadino, aveva invitato la cittadinanza a partecipare a quella che avrebbe dovuto essere tanto una grande festa sportiva quanto una implicita manifestazione di italianità.
Il luogo prescelto era l’insenatura di Vergarolla, a sud-ovest della città, delimitata su un lato da un molo di pietra, da un pontile di legno e da baracche militari abbandonate. Al centro si trovava la sede della Società nautica «Pietas Julia» per le attività balneari e veliche, con alcuni capannoni e una tettoia. Sull’altro lato c’era invece una spiaggia e, pochi metri più all’interno, una pineta erbosa.
Sulla spiaggia, a poca distanza dal mare, giacevano abbandonati e incustoditi dal maggio 1945 una trentina di ordigni reclamati dalla Jugoslavia come preda bellica, ma sotto la responsabilità del Governo militare alleato (Gma) in attesa che la Commissione sui bottini di guerra ne decidesse la destinazione finale. Nessuna recinzione o custodia ne impediva l’accesso, e non vi era nemmeno un cartello che ne segnalasse la pericolosità. Così molti ci passavano tranquillamente vicino e i bambini erano soliti giocarci sopra.
Quella mattina erano in programma gare natatorie di tre tipi: la Coppa Scarioni sui 200 metri, la Leva dei tuffatori e il Meeting natatorio per il campionato istriano 1946. Nel pomeriggio si sarebbero dovuti tenere una gara di tiro alla fune in acqua e un torneo di pallavolo. La sera avrebbe infine dovuto svolgersi una Gran veglia danzante per festeggiare i 60 anni della «Pietas Julia», sodalizio sportivo di chiaro orientamento patriottico.
Il bel tempo e il servizio di trasporto via mare offerto dalla «Pietas Julia» tra la riva dell’Ammiragliato e Vergarolla favorì un notevole afflusso di persone: sportivi, spettatori, ma anche semplici bagnanti. Sia polesi che profughi della Zona B. Tutti italiani di tendenza filo-italiana. Molte le famiglie al gran completo. Numerosi dunque i bambini e gli adolescenti. I tornei della mattinata si svolsero regolarmente. Poi iniziò la pausa pranzo. Alle 14.15 nella pineta numerose persone stavano ancora mangiando o avevano appena finito. Altre sulla spiaggia prendevano il sole, passeggiavano, giocavano o correvano. Altre ancora si trovavano in acqua o sul molo. Il clima era disteso e sereno.
Improvvisamente molti degli ordigni deflagrarono. Si alzò una colonna di fuoco, presto trasformatosi in fumo nero, che provocò nella pineta un incendio poi sedato dai pompieri. Poco prima del boato assordante si avvertì una scossa di terremoto indotta che in città ruppe i vetri di tante finestre, divelse telai e imposte e fece tremare edifici e mobili. Intorno agli ordigni lo scoppio dilaniò numerose persone scagliandone i poveri resti anche a decine o centinaia di metri di distanza, in acqua, a terra o sugli alberi. I gabbiani se ne cibarono facendoli così sparire per sempre. Altri cadaveri risultarono orribilmente mutilati e/o bruciati. Le strutture edili vennero distrutte. Una barca si disintegrò. In una densa coltre di fumo i sopravvissuti correvano alla ricerca dei propri cari gridandone i nomi. Sul posto intervennero con notevole rapidità pompieri, agenti della Polizia civile e militare, rastrellatori di mine e personale della Croce rossa italiana, che soccorsero i tantissimi feriti e ne portarono diverse decine all’ospedale militare o all’ospedale civile «Santorio Santorio». Qui il dottor Geppino Micheletti, operando ininterrottamente, ne salvò diversi, pur avendo perso nell’esplosione i suoi due figlioletti, il fratello e la cognata. Le salme e i resti umani furono portati nella cappella mortuaria dell’ospedale o sul prato antistante.
La contabilità delle vittime fu fin dall’inizio carente e ballerina a causa della rapida polverizzazione di ogni traccia di non poche fra esse (quasi tutte con indosso i soli indumenti balneari), mentre di altre rimasero semplici brandelli insufficienti all’identificazione. Inoltre molti profughi della Zona B, generosamente ospitati nelle case, nelle cantine o nelle soffitte dei polesani, non erano registrati all’anagrafe. L’Arena di Pola pubblicò un elenco di 64 vittime identificate. Recentemente però, con verifiche incrociate, si è giunti a identificarne una in più. Circa due terzi erano residenti a Pola. 23 avevano meno di 21 anni. Ma i morti complessivi furono di più. Secondo il 13° Corpo britannico, risultavano dispersi 5 anonimi, residenti temporanei nel campo profughi di Pola. Non si sapeva se conteggiarli fra i cadaveri non identificati o fra quelli irriconoscibili o se invece non c’entravano nulla con Vergarolla. Ma il dottor Geppino Micheletti disse in presenza di testimoni che le vittime complessive dovevano essere fra le 110 e le 116.
Tra i feriti gravi vi furono anche due militari britannici. Altri due in libera uscita presenti al momento dell’esplosione riportarono lesioni leggere. Un necrologio su un giornale britannico segnalò tuttavia il decesso di un militare quel giorno a Pola.
A causa del massacro non si svolsero le gare del pomeriggio né la Gran veglia danzante serale.
I funerali ebbero luogo il 20 agosto a spese del Comune con la partecipazione di tutta la cittadinanza. Fu l’unico evento che fra il maggio 1945 e l’esodo del 1947 vide convergere soggetti di ambo i fronti contrapposti. Fabbriche, uffici e negozi rimasero chiusi per lutto. Ogni famiglia polese aveva perso almeno un congiunto, un amico, un conoscente o un collega. Il dolore e il cordoglio erano generali. I fiori disponibili non riuscirono a soddisfare le richieste. Sul prato davanti all’obitorio furono disposte anche 21 bare con salme non identificate e 4 con brandelli di corpi dilaniati e perciò irriconoscibili. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola mons. Raffaele Radossi, il quale criticò il Gma (che a Pola era a guida britannica) per non aver messo sul posto nemmeno una tabella indicante il pericolo.
Dopo le esequie si formarono due cortei, affiancati da fitte ali di folla: uno diretto al cimitero di Marina e l’altro al cimitero civico di Monte Ghiro, per la sepoltura delle salme. Nei primi mesi del 1947 i parenti ne dissotterrarono diverse portandole con sé in esilio. Attualmente la tomba della famiglia Saccon a Monte Ghiro ne custodisce 28, e lì ogni 18 agosto si svolge una cerimonia commemorativa ufficiale promossa dalla locale Comunità degli italiani e dal Libero comune di Pola in esilio.
Sia La Posta del Lunedì, settimanale del Cln, sia L’Arena di Pola, sia Il Nostro Giornale (di orientamento titino) accusarono il Gma di trascuratezza, chiesero l’individuazione dei responsabili (se di attentato si trattava) e reclamarono la rimozione e distruzione del munizionamento ancora presente. L’Arena di Pola invocò altresì le dimissioni di chi non aveva saputo evitare «un tale orrendo strazio di cittadini» malgrado le reiterate richieste dell’amministrazione comunale filo-italiana, mentre Il Nostro Giornale pretese che a dimettersi fosse quest’ultima. La Voce del Popolo di Fiume e il Glas Istre (entrambi quotidiani filo-jugoslavi) puntarono il dito contro il solo Gma.
A seguito di tali polemiche gli alleati non consegnarono agli jugoslavi gli esplosivi reclamati come bottino di guerra, ma li fecero brillare sul posto o li gettarono in mare. L’operazione avvenne tra l’11 settembre e i primi di dicembre del 1946.
Il 22 agosto il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio chiese sia al governo italiano che alla Commissione alleata di controllo sull’Italia di corrispondere un indennizzo ai familiari delle vittime. Il governo De Gasperi inviò subito 2 milioni di lire al presidente di Zona di Pola. Il Nostro Giornale avrebbe voluto anche una pensione a vita per le famiglie più povere colpite. La Presidenza di zona, con l’autorizzazione alleata, istituì un Comitato per l’assistenza dei feriti e delle famiglie delle vittime di Vergarolla, che il 25 agosto aprì un apposito ufficio per ricevere e vagliare le richieste, stabilendo inoltre i criteri per la quantificazione delle somme in base al danno sia patrimoniale sia morale. Il Comitato raccolse 2.269.885,40 lire: due milioni inviati dal governo italiano e il resto da enti e privati. In dicembre la Presidenza di zona iniziò a versare le somme alle “famiglie meno abbienti delle vittime” e a “coloro che hanno riportato ferite più o meno gravi”. Gli alleati pretesero che gli indennizzi assumessero la veste di meri contributi assistenziali, per allontanare da sé qualsiasi responsabilità legale circa l’esplosione e i conseguenti danni, da considerare come “atti di Dio”, ovvero disastri naturali. Del resto lo stesso governo italiano aveva negato le proprie responsabilità per un’esplosione di munizioni avvenuta a Torre del Greco.
Fu strage premeditata o incidente?
Sia le indagini, sia le testimonianze anche successive, sia la dinamica dei fatti ci portano a dire che fu una strage intenzionale.
La Polizia civile di Pola avviò subito un’indagine. Gli sminatori britannici e un ingegnere italiano conclusero il 24 agosto che gli ordigni, risultati privi di spolette e micce durante i controlli del febbraio e del maggio 1946, non sarebbero potuti esplodere senza l’intervento di un esperto.
Dieci testimoni affermarono di aver udito, 5-15 secondi prima dello scoppio, un rumore simile a un colpo di pistola. Doveva essere il colpo di attivazione di un detonatore a lungo ritardo chimico innescato da una miccia.
Un testimone ricordava una successione di scoppi; un altro uno sparo, quindi un forte spostamento d’aria e infine una decina di scoppi a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ciò non implica che le cariche vicine fossero esplose «per simpatia».
Alcuni testimoni parlarono di una miccia. Uno vide una scia di fumo biancastro provenire dal mare in direzione degli ordigni. Seguì uno “sparo” e, cinque secondi dopo, l’esplosione e un bagliore accecante. Un altro testimone vide una luce brillantissima fra il mare e gli ordigni e, subito dopo, un uomo che correva via terrorizzato. Dopo 4 secondi udì quattro grossi scoppi.
Altri testimoni videro una striscia di fumo blu procedere sul terreno verso le bombe e udirono una specie di colpo di pistola prima della detonazione.
Uno dei due soldati britannici feriti dichiarò di aver udito un certo “frizzare” prima dell’esplosione principale e visto un pezzo di miccia di sicurezza bruciare vicino agli ordigni.
Forse gli attentatori misero in opera almeno due cariche primarie, che provocano appunto il rumore dello sparo di un’arma leggera, e attivarono due o più spolette a tempo. Una di queste avrebbe fatto esplodere la sua carica primaria, ma non detonare la bomba cui era collegata. La seconda o le successive cariche primarie invece funzionarono.
La relazione finale di una Corte militare d’inchiesta, nominata dal Gma e operativa fra il 29 agosto e la metà di settembre, asserì che la deflagrazione era stata causata da 15 o 20 cariche marine di profondità di produzione tedesca o italiana, 3 testate di siluro, 4 cariche di profondità al tritolo o mine C e 5 bombe fumogene. Questi ordigni non sarebbero potuti esplodere se non muniti di detonatori. Dunque le esplosioni “furono causate dagli atti intenzionali di una o più persone ignote”. La Corte sentì quattro testimoni. Il capitano Cosimo Raiolo, ex ufficiale della Marina italiana, il tenente A. Ferroni e il comandante Emanuele Klotowsky, ufficiale artificiere del Gma, testimoniarono di aver ispezionato più volte le mine, l’ultima il 27 luglio, ritenendole sicure; non erano stati posti segnali e il luogo non era stato recintato proprio perché si riteneva non sussistessero pericoli. L’esperto navale francese Demaria dichiarò che a Vergarolla non c’erano esplosivi prodotti in Francia. E’ peraltro possibile che, se non dai tedeschi, fossero stati lasciati dalla X Mas, attiva in zona fino ai primi di maggio del 1945.
L’ipotesi di autoinnesco per calore, diffusasi a Pola in epoca prima jugoslava e poi croata, suona invece inattendibile e depistante.
Chi furono gli esecutori?
Tre testimoni interrogati dalla Polizia civile dichiararono di aver visto un uomo molto sospetto aggirarsi sulla spiaggia alle 13.30 del 18 agosto, guardarsi attorno, raccogliere una grande pietra, trasportarla da qualche parte, raggiungere la pineta dietro le bombe e accendervi una fiamma (un segnale per qualche complice?). Aveva un pesante completo di lana, un viso abbastanza allungato, i capelli ben pettinati e forse una scatola o una borsa. Inizialmente la Polizia civile pensò si trattasse del 31enne Giovanni Bichich, ex partigiano residente a Vines, ma poi lo scartò perché non segnalato a Pola da oltre due mesi. Allora diramò un avviso che invitava a mettersi in contatto con la Polizia chiunque avesse visto lì un uomo di 40-45 anni, alto 1,60-1,65 m, con viso sottile, naso aquilino, colorito abbronzato, capelli castani, vestito con abito grigio scuro, che prima dell’esplosione aveva trasportato un grosso sasso vicino alle mine.
Il 24 agosto fu arrestato e interrogato ma subito rilasciato Antonio Macci Radocchi, pittore 56enne con un alibi di ferro. Salvina Klatowskj, moglie del comandante, segnalò che alle 6 del 23 agosto era partito sulla motonave da Pola per Trieste un uomo corrispondente alla descrizione che, in stato confusionale, chiedeva ad alta voce perché la Polizia lo stesse cercando. Ma non venne trovato.
Eugenia Maraston rivelò di aver udito la mattina del 18 agosto un impiegato comunale ricevere una telefonata che lo avvertiva di non andare quel giorno al mare perché sarebbe successa “qualche disgrazia”. Altre quattro persone dissero di essere a conoscenza di tale episodio, ritenuto però poco credibile poiché di domenica il municipio era chiuso e la signora era notoriamente appassionata di dicerie.
Un altro testimone riferì di aver sentito un lavoratore prima dello scoppio dire: “Questa sarà una bella lezione per loro”. Ancora un altro testimone sentì dire il 17 agosto da uno sconosciuto: “Vedrai che bello spettacolo ci sarà domani a Vergarolla!”.
Un bagnante raccontò di aver visto una barca piccola e vecchia con una bandiera jugoslava sostare vicino alle bombe prima dell’esplosione, salvo sparire poi. Forse la stessa notata proprio lì da altri testimoni tre giorni prima.
Il prof. Giuseppe Nider, dell’Associazione partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio esercito, recatosi sul posto subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese, riscontrò nella vicina cava, al di là della strada che costeggiava la pineta, tracce di apparati per l’innesco a distanza di detonatori uguali a quelli usati nelle miniere dell’Arsa, allora sotto controllo jugoslavo. Dunque le micce sarebbero state due: una attivata dalla cava e l’altra da una barca.
Nei decenni successivi l’esule Claudio Bronzin ha raccontato di aver udito “una detonazione (tipo colpo di fucile)” e lo scoppio dopo una frazione di secondo. La zia Rosmunda Bronzin Trani disse alla Polizia civile e ripeté poi ai familiari che la mattina un uomo vestito bene, di grigio, già visto da qualche parte, aveva steso un “filo” attraverso la pineta; poi, tagliandolo con un coltello, lo aveva aggiuntato in più punti (come sono soliti fare gli elettricisti) e infine sparì. Più tardi si verificò lo scoppio.
L’esule Gino Salvador scrisse di un uomo venuto dal mare su una barchetta di idrovolante, che approdò alla banchina del vicino cantiere navale «Lonzar» al mattino dopo le dieci. Disse che veniva da Brioni, in Zona B, che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a prendere il largo. Aveva statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti e pantaloni di tela blu. Quando scoppiarono le bombe la barchetta d’idrovolante era ancora all’attracco.
Intorno al 1986, mentre l’esule Sergio Marini era in raccoglimento a Pola presso la tomba della sorella Liliana morta a Vergarolla, una persona gli si avvicinò e gli disse: “Ma lei lo sa che quello che ha fatto scoppiare le mine di Vergarolla è ancora vivo? Abita a Fasana”.
In un articolo sul quotidiano di Pola Glas Istre dell’agosto 1999 il giornalista David Fištrović osservò: “Forse qualche nuova luce verrà aperta sul caso in seguito alla ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto «lo ha fatto su ordine di Albona». Il fatto che i resti dei detonatori siano gli stessi che venivano adoperati dai minatori e che ad Albona dove c’erano le miniere si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titina forse potrebbe aiutare a risolvere il caso di Vergarolla”. Fištrović comunicò a Vivoda che a Vergarolla ci dovevano essere stati in tutto 116 morti e 211 feriti e che il polese suicidatosi si chiamava Ivan (Nini) Brljafa. Vivoda si offrì di comprare la lettera dal parente del defunto che la possedeva. Avrebbe dovuto presentarsi da solo a un appuntamento, ma vi rinunciò, temendo un agguato da parte degli epigoni dell’OZNA. Brljafa era infatti stato tra i primi membri del Partito comunista croato clandestino di Pola, durante la guerra aveva agito in città come gappista in coppia con Livio Šain, insieme a lui aveva compiuto il sanguinoso attentato alla mensa degli ufficiali tedeschi in via Smareglia, ed era stato membro con Tino Vitas, Mijo Pikunić e Livio Šain del gruppo dell’Ozna (la polizia politica jugoslava) operante tra Fasana e Peroi. Fu poi direttore del Cantiere «Scoglio Olivi» e nel 1963 presidente dell’Assemblea comunale di Pola. Nel 1979 si suicidò impiccandosi, probabilmente poiché disperato a causa di un tumore ai reni.
A suffragare la tesi dell’attentato fu il 18 agosto 2004 l’allora sindaco di Pola Luciano Delbianco, nel corso dell’annuale cerimonia commemorativa presso il cippo eretto nel 1997 accanto al duomo cittadino.
Durante una ricerca negli archivi nazionali di Londra per la realizzazione di una collana di libri su Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, Fabio Amodeo e Mario José Cereghino si imbatterono in un’informativa dei servizi segreti britannici datata 19 dicembre 1946 che riprende una notizia fornita dal controspionaggio italiano, ovvero il Battaglione 808° dei Carabinieri. Il 9 marzo 2008 Il Piccolo riportò il testo del documento inglese. “Uno dei sabotatori – vi si legge – è Kovacich Giuseppe. Si presume che la sua descrizione corrisponda con quella divulgata dagli Alleati, ovvero: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu. Si segnala che Kovacich è uno specialista in atti terroristici nonché responsabile di numerosi crimini. In passato si recava regolarmente da Trieste a Fiume tre volte alla settimana, a bordo di un’automobile targata “R”: agiva come messaggero per l’Ozna e riferiva in via Cicerone 2 a Trieste. Dopo l’esplosione non è stato più visto in città”. Di lui un’informativa del Battaglione 808° datata 6 luglio 1946 diceva che aveva trent’anni, era stato membro della Marina militare italiana e agiva dal febbraio 1944 a Fiume, dove ricopriva un ruolo importante nella vita politica ed era molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ora sappiamo inoltre che morì nel 1962 ed è sepolto nel cimitero di Fiume assieme ad altri partigiani jugoslavi. Però non si ha certezza di una sua presenza a Pola nel ’46. Dunque non possediamo elementi inoppugnabili per dire che fu tra gli attentatori.
Un signore residente a Pola ha rivelato a Claudio Bronzin di conoscere i nomi di due polesani che il giorno dopo l’eccidio avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner.
Toni Persich, un altro connazionale residente a Pola, confidò all’esule Sergio Rusich che quattordici polesi brindarono in un’osteria di Monte Grande dieci giorni dopo la strage. In seguito avrebbero ricevuto premi e doppia pensione dalle autorità jugoslave.
Su La Voce del Popolo del 6 marzo 2014 la polesana «rimasta» Ornella Smilovich dichiarò che molti degli attentatori erano comunisti italiani di Pola i cui nomi sarebbero noti in città.
Un anziano rovignese qualificato e attendibile ha riferito al sottoscritto che a Rovigno alcuni ferventi titoisti esultarono appena seppero della “lezione” data alla “reazione” italiana.
Chi furono i mandanti?
In assenza di prove certe, che si spera emergano da nuove ricerche, le testimonianze, gli indizi storici e la logica ci indicano come mandanti ed esecutori i servizi segreti militari jugoslavi.
I titoisti infatti continuarono la Seconda guerra mondiale anche dopo la sconfitta dei loro nemici, attuando le più cospicue stragi di massa nel maggio-giugno 1945. La costruzione dello Stato comunista richiedeva la violenza e il terrore, come nella prassi stalinista. Nella sola Slovenia si calcolano circa 100.000 militari e civili anticomunisti sterminati in modo industriale. Le 600 fosse comuni finora individuate contengono centinaia o anche migliaia di cadaveri. Dopo questa prima sistematica eliminazione dei prigionieri, la guerra interna contro i residui anticomunisti (ustascia, cetnici, domobranzi) continuò, sebbene a più bassa intensità, specie fino alla rottura Tito-Stalin.
Sinistramente simili alla strage di Vergarolla furono due mattanze compiute dagli jugoslavi nel maggio 1945 contro italiani, a guerra appena finita.
Nella prima decade del mese militari con la stella rossa fecero prigionieri alle Isole Brioni una quarantina di soldati della Milizia difesa territoriale istriana e della X MAS, li condussero a Val de Rio, presso Lisignano a est di Pola, li posizionarono intorno a una mina subacquea arenata sulla spiaggia e li trucidarono facendola esplodere. I brandelli straziati dei loro corpi rimasero per giorni appesi sui rami degli alberi e sulle siepi circostanti.
Il 21 maggio 1945 militari jugoslavi portarono (dolosamente?) la vecchia motocisterna “Lina Campanella”, carica di circa 350 prigionieri italiani prelevati dalle carceri di Pola e poi imbarcati a Fasana, in un campo minato marino fra l’Istria orientale e Cherso. Lo scoppio e il conseguente inabissamento della nave causarono la morte o il ferimento di molti prigionieri. Quanti finirono in mare furono maciullati dalle eliche o spietatamente mitragliati dai titini. Coloro che invece nuotarono fino a riva vennero trasferiti in campi di concentramento o ai lavori forzati. Solo pochi trovarono scampo.
Dopo gli infoibamenti, le fucilazioni e gli internamenti del maggio-giugno 1945, i comunisti jugoslavi continuarono in maniera più diluita e mirata gli atti ostili verso gli italiani filo-italiani.
Il 5 dicembre 1945 a Pola esplose un deposito di munizioni presso il Molo Carbone causando un morto, 15 feriti e tantissimi danni. Poco tempo dopo, due individui sospetti provenienti dalla Zona B furono sorpresi nel recinto del deposito di esplosivi del Forte San Giorgio con carte di identità non perfettamente in regola e privi di idonea giustificazione.
Il 12 gennaio 1946 un analogo scoppio di munizionamento alla polveriera di Vallelunga provocò un morto, 40 feriti e gravi danni. Secondo un’informativa dei Carabinieri, le autorità britanniche riconobbero come responsabili e licenziarono alcuni operai della Zona B che vi lavoravano. Il tenente colonnello Orpwood, responsabile del GMA per gli Affari civili a Pola, scrisse che, se per Vergarolla vi erano “forti basi di sospetto” circa un sabotaggio, vi erano «”delle possibilità” di un atto doloso anche per Vallelunga.
Dalla primavera 1946 cominciarono da parte jugoslava atti baldanzosi e violenti anche contro i militari anglo-americani, oltre che contro i filo-italiani della Venezia Giulia, nell’ambito di un disegno annessionistico della Zona A. Un’informativa dei Carabinieri del 14 marzo rivelava che quinte colonne filo-titine erano pronte ad insorgere per aiutare le truppe di invasione jugoslave, se la Conferenza della pace non avesse assegnato la Zona A alla Jugoslavia.
In Grecia, boicottate le elezioni politiche del 31 marzo 1946, i comunisti iniziarono, con l’appoggio jugoslavo, albanese e bulgaro, una guerra civile contro i nazionalisti monarchici sostenuti dai britannici (cui dal marzo 1947 subentrarono gli americani). Dopo aver contestato il referendum istituzionale del 1° settembre vinto dai monarchici, intensificarono le ostilità con l’appoggio soprattutto jugoslavo. La guerra civile si esaurì nel 1949 principalmente a causa della rottura fra Tito e Stalin, che non appoggiò i comunisti, i quali pure si erano schierati dalla sua parte perdendo così il sostegno jugoslavo.
Dal maggio 1946 un agente dei servizi italiani comunicò movimenti sempre più intensi di truppe titine e di materiali, nonché lavori fortificatori in Zona B, mentre lungo la linea Morgan si era intensificata la vigilanza terrestre ed aerea anglo-americana. Il 20 maggio il Dipartimento di stato USA trasmise al governo jugoslavo una nota di protesta che fra l’altro denunciava l’«attività criminale e terroristica» in Zona A di alcuni membri dell’esercito jugoslavo e di altre organizzazioni paramilitari controllate da Belgrado.
In giugno il questore di Udine giudicò imminente l’occupazione jugoslava di Trieste e Gorizia, visto il movimento di truppe jugoslave e russe a ridosso della linea Morgan. Da Cormons qualche famiglia facoltosa aveva già trovato preventivamente riparo a Udine. Da parte alleata si registrava un continuo afflusso di uomini e mezzi come mai prima, tanto che gli stessi ufficiali alleati residenti a Udine non ne facevano più mistero.
Il 30 giugno 1946 a Pieris militanti filo-jugoslavi interruppero la tappa del Giro d’Italia a colpi di pistola, ferendo un agente della Polizia Civile. Il 1° luglio a Trieste una bomba ferì 9 militari anglo-americani, mentre elementi filo-jugoslavi spararono contro manifestanti filo-italiani, che si scagliarono contro alcune sedi filo-titoiste.
Il 13 luglio il Battaglione 808° dei Carabinieri informò il Comando alleato che “Giuseppe Banco, 34 anni, comunista, ha recentemente distribuito una grande quantità di armi ai suoi compagni, alla periferia di Pola”. Ricercato dalla polizia, scappò da Trieste in Zona B, dove iniziò a lavorare per l’OZNA a Fasana agli ordini di «Timo», alias Ivan Vitašović.
A fine luglio soldati jugoslavi sconfinarono in Zona A presso Gorizia uccidendo un soldato americano. Alcuni giorni dopo militari jugoslavi spararono contro soldati inglesi al posto di blocco di Prebenico, presso Trieste. Il 31 luglio 1946 l’agenzia ANSA informò di un rastrellamento anglo-americano in corso nella zona di Monfalcone per sventare un atteso colpo di mano jugoslavo.
Il 9 agosto 1946 soldati jugoslavi assaltarono con bombe a mano una manifestazione filo-italiana a Gorizia, mentre caccia jugoslavi mitragliarono un aereo americano sconfinato nel loro spazio aereo costringendolo ad atterrare in un aeroporto dell’attuale Slovenia e sequestrandone l’equipaggio.
L’11 agosto una bomba fu rinvenuta a Barcola sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio, dopo che i filo-jugoslavi avevano espresso la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione, anche sportiva, italiana.
Il 19 agosto, all’indomani di Vergarolla, gli jugoslavi abbatterono in volo un aereo americano che stava nuovamente sorvolando il loro spazio aereo. I britannici accusarono la Jugoslavia di fomentare disordini e proteste in Zona A anche “sostenendo attività criminali e terroristiche”. Il 22 agosto l’ambasciatore statunitense consegnò un ultimatum a Tito, il quale però, timoroso del minacciato ricorso americano al Consiglio di sicurezza dell’ONU per far cessare la sua prepotenza, aveva appena liberato l’equipaggio del velivolo sequestrato e si scusò, come richiesto, per la morte degli aviatori e dei passeggeri dell’altro, sostenendo essersi trattato di un tragico equivoco e promettendo che non avrebbe mai più fatto sparare su aerei americani o inglesi. Il presidente Truman ritirò l’ultimatum e il 27 agosto 1946 una guardia d’onore jugoslava consegnò lungo la linea Morgan cinque bare contenenti le spoglie mortali delle vittime.
L’8 settembre il Counter Intelligence Corps americano comunicò che l’OZNA aveva messo in piedi una sezione specializzata in sabotaggi: la Polizia di sicurezza di Tito. Dal 9 settembre risultavano attive sei squadre di agenti sabotatori jugoslavi a Trieste, Monfalcone, Grado, Cervignano, Latisana e Pordenone volte a “promuovere atti terroristici”. Una squadra avrebbe fatto saltare le dighe di Sottosella e Canale d’Isonzo nel caso la Conferenza della pace le avesse assegnate all’Italia (cosa che poi non avvenne). Altri specialisti di demolizioni titini avrebbero operato a Trieste, Monfalcone e Gorizia. Anche unità d’assalto dei servizi segreti militari jugoslavi con base a Dignano, Gallesano, Fasana, Pola, Capodistria, Rovigno, Parenzo e Pisino avrebbero avuto l’incarico di compiere attività terroristiche e di sabotaggio in Zona A.
L’11 settembre i «poteri popolari» jugoslavi arrestarono e uccisero don Francesco Bonifacio, curato di Crassiza (Zona B destinata a far parte del TLT), facendone sparire il cadavere.
Il 14 settembre una bomba esplose di notte a Trieste in un ricreatorio comunale distruggendone due piani e la facciata. Il 24 settembre furono individuati quattro sabotatori dell’OZNA a Trieste: Oreste Perovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino, in possesso di esplosivo al tritolo. Il 25 settembre i servizi britannici trasmisero da Trieste a Londra la notizia che la Jugoslavia aveva sguinzagliato alcuni «squadroni del terrore» in Zona A. Ai primi di ottobre furono segnalati a Trieste una trentina di ex prigionieri tedeschi equipaggiati dagli jugoslavi con fucili ed esplosivi per compiere sabotaggi e attentati in Zona A contro gli anglo-americani.
Il 3 novembre 1946 elementi filo-jugoslavi assassinarono l’autista del sindaco filo-italiano di Monfalcone. Lo stesso giorno un’informativa dei servizi italiani riferiva che gli jugoslavi stavano ammassando truppe e materiali bellici in tutta la Zona B. Dall’Istria 5.000 uomini della Prima divisione proletaria, nucleo dei fedelissimi di Tito, avrebbero attaccato affiancati da due battaglioni russi con armi pesanti. Altri 2.000 uomini si sarebbero mossi più a nord verso Santa Croce. Ulteriori offensive sarebbero state sferrate da Fiume e Postumia. La quinta colonna jugoslava in Zona A risultava composta da 40.000 armati.
Nel marzo 1947 alla Prima brigata proletaria fu ordinato di prepararsi per un’azione su Trieste. Nel settembre 1947 le fu ordinato di entrare con la forza in città. Nella notte fra il 15 e il 16 settembre 1947 l’operazione fu avviata, ma all’ultimo momento Tito la bloccò. Si verificarono comunque scontri con gli anglo-americani. Gli jugoslavi occuparono stabilmente piccole sacche di territorio friulano e isontino assegnato dal Trattato di pace all’Italia. Un’informativa dei servizi italiani risalente al 28 novembre 1947 parla di un colpo di mano imminente su Trieste e Gorizia con il sostegno delle quinte colonne, che avrebbero promosso uno sciopero generale armato. La Prima Divisione Proletaria rimase alle spalle di Trieste fino ad allora.
In definitiva la strage di Vergarolla sembra perfettamente inquadrabile nella politica aggressiva, espansionistica e terroristica attuata da Tito sia contro i filo-italiani e gli stessi anglo-americani nella Venezia Giulia sia contro i filo-occidentali in Grecia. Si può configurare come un attentato in territorio nemico, tipico di quella lotta partigiana di cui i rivoluzionari comunisti jugoslavi erano esperti.
Il 3 luglio 1946 i Quattro grandi, ovvero Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, avevano annunciato di aver raggiunto un’intesa che avrebbe assegnato Pola e quasi tutta l’Istria alla Jugoslavia, mentre l’Istria nord-occidentale sarebbe rientrata nel Territorio libero di Trieste. Tra il 12 e il 28 luglio 28.058 dei 31.700 cittadini ufficialmente presenti in città (in realtà erano di più, visti i profughi dalla Zona B che non comparivano sui registri) risposero annunciando che in tal caso sarebbero esodati in Italia. Non avendo però ancora perso la speranza che Pola potesse, se non restare all’Italia, almeno venire inclusa nel previsto TLT, i polesi filo-italiani continuarono a fronteggiare i titini e a dimostrare il proprio sentimento nazionale.
La Conferenza della pace si aprì il 29 luglio a Parigi. Il 10 agosto Alcide De Gasperi tenne il suo celebre discorso davanti all’assise. Sabato 17 agosto si concluse la fase plenaria, in attesa che iniziasse il lavoro della Commissione politico-territoriale per l’Italia incaricata di prendere in esame la bozza di trattato proposta dai Quattro grandi.
Il 15 agosto l’Arena fu teatro della più imponente manifestazione di italianità di sempre: ben 20.000 cittadini parteciparono a un concerto patriottico promosso dalla Lega nazionale. Una città che così platealmente insisteva ad invocare l’Italia non poteva essere ceduta alla Jugoslavia senza qualche imbarazzo internazionale. Bisognava zittirla. E così avvenne.
A Vergarolla i morti furono tutti italiani che non volevano la Jugoslavia ed erano lì per assistere a gare sportive di orientamento filo-italiano, nel 60° anniversario di fondazione di una società nautica iper-patriottica. Quello del 18 agosto 1946 fu dunque un attentato anti-italiano. Il ferimento di quattro militari inglesi in libera uscita appare come un effetto collaterale imprevisto. Gli jugoslavi non potevano volere con l’eccidio di Vergarolla innescare la Terza guerra mondiale contro gli anglo-americani, come è stato ipotizzato. Se avessero voluto colpire gli anglo-americani anche a Pola, non avrebbero scelto Vergarolla come bersaglio. Tant’è che non imputarono mai al Gma alcuna responsabilità dolosa. Addirittura la stampa jugoslava al di fuori della Venezia Giulia non parlò affatto dell’evento, pur essendo attentissima alla disputa confinaria: probabile sintomo che aveva qualcosa da nascondere...
Sicuramente la strage turbò, spaventò e scoraggiò i polesi filo-italiani, tolse loro ogni volontà di resistenza inducendoli ad arrendersi e a deporre le residue speranze, proprio nel momento in cui la Conferenza della pace stava per dire l’ultima parola. Anche i più titubanti si rassegnarono all’esodo. Dunque la Jugoslavia ne ebbe un grosso vantaggio.
Il 28 agosto alcune delegazioni presentarono alla Commissione politico-territoriale per l’Italia della Conferenza della pace 14 emendamenti sul nuovo confine italo-jugoslavo e/o su quello del Territorio libero di Trieste, esaminati poi dal 3 settembre. Gli emendamenti brasiliano e sudafricano volevano estendere il TLT a tutta l’Istria occidentale, ma furono bocciati entrambi. Fino ad allora i polesi filo-italiani avrebbero avuto residui motivi di speranza. Ormai però il 18 agosto avevano gettato la spugna e non si mossero.
Qualcuno ha sostenuto che mandanti e attentatori avrebbero potuto essere elementi anti-comunisti italiani golpisti (fascisti, monarchici, ex partigiani “bianchi”, alti dirigenti militari e civili) o Crociati jugoslavi (ustascia, cetnici, domobranzi), desiderosi di far scoppiare la Terza guerra mondiale fra l’Est comunista e l’Ovest democratico-capitalista per scalzare le forze al potere nei rispettivi paesi e riaprire i giochi. Eppure né gli anticomunisti italiani né quelli jugoslavi fondarono su Vergarolla una campagna di propaganda contro i titoisti, addossando loro la responsabilità e invocando vendetta. Perché poi gli anticomunisti jugoslavi avrebbero dovuto scegliere Pola, dove mancavano di un’organizzazione?
Il Gma non aveva motivo di dar luogo a un simile massacro, che già gli costò molto in termini di immagine per la mancata messa in sicurezza preventiva degli ordigni. I britannici volevano semmai chiamarsi fuori da Pola quanto prima, liberandosi di un onere notevole considerato ormai inutile in vista dell’annessione alla Jugoslavia.
Tanto meno poteva essere implicato il governo De Gasperi, che mise la sordina all’evento senza additare colpevoli e si accollò gran parte delle spese per gli indennizzi ai parenti delle vittime e ai feriti. Il presidente del Consiglio aveva più volte cercato di dissuadere il Cln polese dal promuovere l’esodo. E nel governo c’erano anche i comunisti, contrari all’esodo. I 28.058 polesani che si erano già detti pronti a lasciare per sempre la loro città in caso di annessione non avevano certo bisogno che una terribile strage li convincesse a farlo.
Che poi a ordire un attentato così tecnicamente complesso e micidiale fosse stata qualche scheggia impazzita locale o qualche doppiogiochista suona inverosimile. Solo un servizio segreto efficiente, aggressivo e ben radicato in città avrebbe potuto farlo. E qual era a Pola durante il Gma questo servizio segreto? Quello jugoslavo, che – guarda caso – ne beneficiò politicamente.
In conclusione è senz’altro auspicabile che nuove indagini vengano compiute negli archivi. Se però tutte le carte più compromettenti fossero state distrutte e non emergessero nuove testimonianze attendibili sui colpevoli, quella di Vergarolla rimarrebbe una delle tante stragi impunite, senza una verità condivisa. Verosimilmente la più sanguinosa dell’Italia repubblicana.
Fonti archivistiche
Archivio Centrale dello Stato, Roma
Archivio del Comune di Pola presso il Comune di Gorizia, Gorizia
Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Roma
Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri, Roma
Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma
Arhiv Jugoslavije, Beograd
Hrvatski Državni Arhiv, Zagreb
Istituto Luigi Sturzo, Roma
Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste
National Archives and Record Administration, Washington DC
The National Archives, London
Fonti giornalistiche
Corriere della Sera
Giornale Alleato
Glas Istre
Grido dell’Istria
Il Nostro Giornale
Il Piccolo
La Posta del Lunedì
La Voce Libera
L’Arena di Pola
La Nuova Stampa
La Voce del Popolo
Ljudska pravica
L’Emancipazione
L’Unità
Messaggero Veneto
The Evening Star
The New York Times
The Times
The Times Weekly
Va’ Fuori Ch’è L’Ora
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LE STORIE ED IL DOLORE. IL DOLORE DELLA STORIA.
di Anna Maria Crasti
Esistono tante storie; ognuno ha la propria, personale. Poi, c'è la storia familiare ed, ancora, ogni famiglia ne può
avere tante.
C'è la storia di una comunità, piccola o grande, sia: paesana, cittadina, nazionale. Soprattutto la storia di una
Nazione diventa la Grande Storia.
Purtroppo, molte storie o Storie sono piene di dolore.
Ed eccone una personale, la mia, e quella familiare, della mia famiglia.
Avevo compiuto vent'anni, da pochi giorni, e pensavo che nulla di male potesse accadermi, potesse accaderci,
nonostante il lavoro difficile, pericoloso di papà.
Mamma e papà, dopo tanti anni, si amavano come da fidanzati ed il loro amore, per noi tre figli, ci è stato di
guida, uno dei punti di riferimento per le nostre vite. E' così dolce poter ricordare gli sguardi pieni di amore che si
scambiavano mamma e papà!
Secondo me, ragazza spensierata, estroversa, innamorata del giovane uomo che, dopo, è diventato mio marito, la
vita non poteva che serbare felicità a piene mani.
E' stata una telefonata, brevissima, all'alba. "Giovanni ha avuto un incidente, non è niente di grave."Alle tredici
papà era morto, solo, lontano da tutti noi; mamma e Franca in quel momento erano in viaggio, partite per andare
ad assisterlo.
La vita di papà stroncata, in un minuto; la vita di mamma spezzata: da quella volta, non si è mai più ripresa; la vita
di noi tre ragazzi ( io sono la più grande), in un attimo, completamente cambiata. La vita di prima si era dissolta,
non esisteva più.
E il dolore.Quel grande, immenso dolore che ha accompagnato mamma fino alla morte. Quello che proviamo
ancora noi tre dopo più di cinquant'anni.
Questa è la mia storia personale e familiare che, inesorabilmente, diventa dolore: da insopportabile diventa acuto
e, lentamente, si lenisce, ma non passa mai
C'è, poi, la storia di una piccola comunità. Anche questa ha tante piccole storie personali e familiari. Anche questa
piccola comunità sarà colpita da grandi dolori, dalla tragedia.
La comunità è quella del Paese dove sono nata: Orsera d'Istria.
Un paese che esisteva da sempre, dalla preistoria. L'Ursaria romana, l'Orsera veneziana, l'Orsera absburgica,
l'Orsera italiana, dolorosamente , la. Vrsar prima jugoslava ed, oggi, croata.
In duemila anni non ha cambiato nome, pur passando "di mano" a popoli che parlavano francese, tedesco. Solo da
quando la lingua ufficiale è diventata il Croato, ha cambiato nome.
Da sempre abbiamo parlato il nostro dialetto istro-veneto, con il suo morbido accento cantilenante.
Orsera, che, lentamente, nei secoli, cresce e si sviluppa su un colle; che, dolcemente, scendendo per "i rati", si
getta in mare. Con il mare scherza, giocando con "i scoi", gli isolotti, tanti, che ricamano il mare davanti al mio
paese.
Quel mare turchese, azzurro, cobalto, bianco, trasparente. Quando mi ci tuffo, mi sento abbracciare, "bentornata"
mi dice.
Quelle piccole case dei Pianisei "Via della Redenzione", una attaccata all'altra, che accompagnano alla Chiesetta
di Santa Fosca, che girano a destra e portano alla Chiesa di San Martin e dietro........una visione d'incanto.
In quella splendida tavolozza di tutti gli azzurri possibili galleggiano "i scoi" : tutt'intorno la terra ferma ricoperta
dal verde scuro dei pini e della macchia mediterranea che stupendamente si armonizza con il mare.
E, di sera, i tramonti rossi, arancione, oro. Cielo e mare hanno gli stessi colori: L'orizzonte non esiste più.
In quel paese da favola viveva una comunità come tante altre, dove si nasceva, si andava a scuola, si amava, si
moriva, si era felici e si soffriva. Come succede in tutti i luoghi del mondo, quando esiste la normalità.
C'è stato, però, un momento, dopo l'otto settembre 1943, di rottura.
Si continuava a nascere, a crescere, ad amare, ma, soprattutto, NON si era più felici. Si soffriva, molto, e si
moriva. Ma non di morte naturale. Perchè anche nel nostro paese abbiamo avuto parecchi morti...infoibati...presi a
fucilate...Tutte persone oneste, grandi lavoratori , persone semplici che avevano una grande colpa in comune:
l'essere Italiani. Tutti, circa una trentina, hanno fatto una morte orribile.
Ed ecco il dolore che si intreccia alle storie, alla Storia. Il dolore per i morti, per essere "portadi via", spesso a
morire, per non essere più padroni in casa tua, per la paura delle delazioni, che impediva di parlare anche con i
parenti; anche i muri di casa avevano orecchi.
E per questo, dopo la liberazione di papà dalla prigione di Parenzo, dopo la sua fuga a Trieste, una sera, mamma
mi ha preso per mano " vien, andemo a saludar nona Checa "E così. In una sera di aprile, lei incinta, io bambina di
sei anni, vestite solo di un abito non siamo andate dalla nonna, ma dritte in Marina, dove ci aspettava una piccola
barca che, di notte, una lunga eterna notte, ci ha portato a Trieste. Bisognava stare in silenzio, quasi non si fiatava,
se i "drusi" si fossero accorti di noi, ci avrebbero mitragliato.
Il dolore. Mi sono resa conto di questo genere di dolore poco più tardi, anche se ero piccola. Quando al
pomeriggio, ascoltando la radio, in casa c'era un grande, religioso silenzio.
"Fratelli giuliani e dalmati ! Vi chiama la Patria !" Ed echeggiavano le note del Nabucco.
In quel silenzio, le mani giunte, quasi in preghiera, gli occhi pieni di lacrime, i grandi ascoltavano ansiosamente,
quasi con avidità, le notizie dei parenti, degli amici, dei compaesani lontani ( ma lontani dove ?), sparsi per tutta
Italia ,soprattutto nei Campi Profughi. L'Italia- la Patria con noi mai madre, sempre matrigna.
Da allora ho capito che la fuga di papà, quella di mamma e mia, l'addio delle nonne ad Orsera erano stati un
dramma, che era comune a tutti i parenti, a tutti gli amici, a tutte le persone che non vedevamo più e che, nella
maggioranza, non avremmo mai più rivisto.
E' stata una tragedia che ha coinvolto tutta l'Istria, Fiume, Zara. E' stata una tragedia per le migliaia di morti, per i
350.000 che se ne sono dovuti andare, per i rimasti.
Quei 350.000 sono stati accolti in Patria come sappiamo: nell'indifferenza e nell'ignoranza generali, con sventolio
di bandiere rosse, con grida "fascisti", al suono di Bandiera rossa, tra insulti ed urla "tornate a casa vostra". Ma
quale casa, quella che non era più nostra ?
Per essere gettati, non accompagnati,nei Campi di Raccolta, nei Campi Profughi dove sono rimasti per anni ed
anni, qualcuno, e non sono pochi, anche quindici.
Nel migliore dei casi, per essere ignorati, spesso, trattati male. Per essere mal sopportati, quando, più tardi,
abbiamo tentato di raccontare la nostra Storia.
Non la volevano sentire, infastiditi dalle nostre parole, senza comprendere il bisogno, la necessità che avevamo di
essere capiti.
Mai accettati, solo tollerati, ma con astio.
E' durato per tanti, troppi anni.
Finalmente, è arrivato il Giorno del Ricordo. Anche noi abbiamo una data ufficiale da ricordare, un giorno ben più
triste del 1. novembre.
Ma, con il Giorno del Ricordo gli altri, quelli che non hanno vissuo il nostro dramma, hanno iniziato ad ascoltarci,
a credere a quello che raccontavamo.
Non si puo parlare delle Foibe e dell'Esodo partendo dal 1940; bisogna andare ben più indietro, dalla seconda
metà del 1800, quando sono incominciati gli "attriti" tra Italiani, Sloveni e Croati d'Istria e Dalmazia.
Poi, lentamente, in mezzo ad innumerevoli difficoltà ( talvolta la diffidenza nei nostri confronti è palpabile) il
velo, il sudario, come lo chiamo io, che avvolgeva la nostra Storia si è incominciato a squarciare.
C'è stato l'incontro a Padova tra Ass.Naz.Venezia Giulia Dalmazia ed ANPI di quella città, con le scuse a noi
rivolte da quell'ANPI.
C'è stato il 13 giugno 2014. il giorno della commemorazione della strage di Vergarolla. A Montecitorio, nella sala
Aldo Moro, con i rappresentanti relle Camere riuniti. E' la prima volta che, ufficialmente, si parlava di quella
strage.Oltre agli Istriani, chi in Italia ne sa qualcosa?
C'è il Presidente dell'ANPI di Segrate che, incontrandomi, ha ribadito che non tutte le Associazioni di Partigiani
nutrono sentimenti ostili nei nostri confronti, ma di grande comprensione.
C'è stato l'abbraccio liberatorio tra il Prof.Todero e me, ad una celebrazione del Giorno del Ricordo, a Seregno. Il
Prof. Todero (Istituto Storia della Resistenza del Friuli-Venezia Giulia), con grande obiettività storica ha rievocato
la Storia, la nostra, del Confine Orientale.
Quella Storia che è stata, nei nostri confronti, sorda e crudele, aggiungendo al dolore per la perdita del TUTTO :
dei parenti, dei morti, degli amici, della casa, del Paeae, del lavoro, della tua vita, aggiungendo, dicevo, il dolore
del rifiuto e dell'oblìo.
Ma noi non abbiamo dimenticato.
Tenacemente amiamo la nostra terra perduta, tenacemente ricordiamo la dolcezza della vita passata nei nostri
paesi, tenacemente ricordiamo i nostri anziani, come le mie nonne morte di crepacuore, Nonna Checa e Nonna
Anna, morte di dolore dopo l'addio ad Orsera che non hanno mai più rivisto, tenacemente, ora, cerchiamo di far
sapere la nostra storia.
Gli episodi succitati dimostrano la volontà, la buona volontà di capire da parte di persone o associazioni, episodi
che alimentano la speranza, sempre più forte, di essere compresi da chi non ci voleva, non dico comprendere, ma
neppure ascoltare.
Da Annamaria che appartiene "ad una comunità che avrebbe potuto continuare ad essere e che non lo è stata mai
più : Orsera."
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(Arena di Pola del 20/11/2014)
Lo strappo Stalin-Tito indebolì l’Italia verso la Jugoslavia
A metà pomeriggio di venerdì 17 ottobre 2014 lo storico Gaetano Quagliariello, impossibilitato a presenziare all’ottava edizione della Bancarella – Salone del libro dell’Adriatico orientale in corso a Trieste, ha letto in videoconferenza una relazione sul rapporto tra la “questione di Trieste”, il contesto internazionale e la situazione dell’Italia fra il 1945 e il 1954.
La riportiamo quasi integralmente.
[…] Quando, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, il dialogo fra le superpotenze cessa definitivamente, al suo posto subentra quella che il giornalista americano Walter Lippmann ha efficacemente battezzato “guerra fredda”: non guerra guerreggiata, ma irriducibile e continua ostilità tra due blocchi. Da una parte Stalin e la strategia di allargare sempre più il suo “impero” attraverso la comunistizzazione dell’Europa dell’Est, andando a creare un “cordone sanitario” di servili Stati cuscinetto, tutto in giustificazione del fatto di dover costruire una barriera difensiva contro una rinata Germania; dall’altra parte l’amministrazione americana di Truman, che interpreta la strategia staliniana come il primo passo di una campagna volta ad acquisire il controllo dell’intero continente europeo.
Per evitare ciò, gli Stati Uniti inaugurano un nuovo corso di politica estera. Il 12 marzo del 1947 Truman tiene uno storico discorso al Congresso americano, dove esprime quella che sarebbe stata presto battezzata “dottrina Truman”: l’impegno incondizionato da parte degli Stati Uniti, attraverso la concessione di aiuti d’emergenza, di «sostenere tutti i popoli liberi che resistono all’asservimento da parte di minoranze armate o da pressioni esterne».
Soltanto gli Stati Uniti, usciti dalla Seconda Guerra Mondiale con il definitivo rango di superpotenza, avevano la possibilità di porre un limite all’espansione della potenza russa, ma non potevano farlo in modo diretto e aperto attraverso l’utilizzo della forza militare, bensì in modo discreto e indiretto attraverso la promozione di prosperità, sicurezza e stabilità delle nazioni a rischio. Questo tipo di politica prendeva il nome di “politica del contenimento”, nella convinzione che l’obiettivo principale della politica estera sovietica fosse il conseguimento dell’egemonia sulla metà occidentale non comunista dell’Europa.
La politica del contenimento viene applicata attraverso il Piano Marshall, ossia attraverso una massiccia iniezione di aiuti finanziari statunitensi per far rinascere l’agonizzante economia europea.
Uno degli Stati europei considerati in maggiore pericolo dagli americani è proprio l’Italia, Stato di cerniera tra i due blocchi, che decide presto di far parte del blocco atlantico: dall’adesione allo European Recovery Program alla firma del Trattato Nord Atlantico nel ‘49, ma che presenta, allo stesso tempo, un Partito comunista molto forte, in rapporto diretto con l’Unione Sovietica di Stalin e visto con grande preoccupazione dall’Ambasciata statunitense a Roma.
Per questo motivo, gli angloamericani dalla fine del secondo conflitto bellico mondiale in poi controllano con particolare attenzione la penisola italiana, perché suscettibile dell’influenza comunista presente a pochi chilometri dai nostri confini e perché esposta a possibili invasioni dall’esistenza di un “corridoio” che vede la sua porta d’ingresso proprio in Trieste. È in questo contesto, allora, che bisogna considerare la peculiarità della questione di Trieste.
Dopo la crisi politica internazionale del maggio 1945 che scoppia, innescata quando la Jugoslavia di Tito aveva messo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di fronte al fatto compiuto dell’annessione di Trieste, e i successivi accordi di Belgrado e Duino del giugno 1945, che avevano fatto sì che le truppe jugoslave fossero costrette ad evacuare Trieste e a rimanere oltre la “linea Morgan”, il Trattato di pace di Parigi del 1947 aveva previsto la formazione del Territorio Libero di Trieste (TLT), diviso in due zone: Zona A, che comprendeva la città di Trieste ed era sotto l’amministrazione angloamericana; Zona B, gestita dalla Jugoslavia comunista di Tito.
Gli angloamericani consideravano la Zona A come l’ultimo baluardo contro il dilagare del comunismo in Italia e nel resto dell’Europa occidentale. In questa prospettiva, come ricorda Marina Cattaruzza nel suo libro L’Italia e il confine orientale, essa rappresentava una trincea importante per impedire l’espansione del sistema sovietico oltre la sua sfera di influenza in Europa orientale e nella zona di occupazione sovietica della Germania, verso una terza fascia di Stati. La politica del containment, quindi, trovava la sua realizzazione in Trieste, che diveniva una vera e propria muraglia contro il pericolo del comunismo in Italia.
La situazione cambia nel giugno del 1948. A quel tempo, pochi mesi dopo che gli italiani avevano scelto da quale parte stare, si realizza il cosiddetto “scisma di Tito”. In seguito alla resistenza da parte di Tito ad adeguarsi ai piani staliniani di divisione del lavoro all’interno del blocco sovietico, Stalin accusa la Jugoslavia di “deviazionismo” e di collusione con l’imperialismo, decidendo di escluderla dal Cominform. In una situazione di totale isolamento, Tito resiste alle pressioni sovietiche e vara una inedita linea di politica estera, fondata sull’autonomia, sul non allineamento, e dunque sull’equidistanza fra i due blocchi. Con tale avvenimento la città di Trieste perde la sua qualità originaria di “zona di confine” tra i due blocchi e di contenimento dell’avanzata comunista, divenendo, secondo la definizione di Giampaolo Valdevit, “un’area di conflitto periferico”.
Il depotenziamento della questione di Trieste ha due conseguenze, dal punto di vista dell’interesse italiano, contradditorie: da un canto apre nuovi spazi di intervento per il governo italiano, che cerca di sviluppare una maggiore iniziativa al fine di integrare la Zona A all’Italia e, in generale, di portare a casa il miglior risultato possibile per una questione, quella triestina, che agita sempre più l’opinione pubblica nazionale. Dall’altro canto però lo strappo tra Tito e Stalin apre anche altre prospettive, e in particolare quella dell’interesse dimostrato dagli Stati Uniti di voler attuare una politica di concessioni al potenziale nuovo alleato, per cercare di coinvolgerlo nel campo occidentale. Tentare di riallineare dalla propria parte la Jugoslavia non allineata, infatti, rappresentava un’occasione proficua di risposta all’espansione sovietica e ciò, inevitabilmente, indeboliva la posizione italiana nel contesto atlantico.
Se si considera un secondo elemento, e cioè quello della “piccola distensione” che si verifica con la fine del conflitto in Corea, e che si concretizza nell’apertura di Churchill nei confronti di Stalin, si capisce bene che, di fronte a una complessiva riclassificazione delle relazioni internazionali, il ruolo dell’Italia a livello internazionale subisce un significativo indebolimento. Da Stato di frontiera, determinante negli anni più accesi della guerra fredda, il nostro Paese si va a collocare in un’area balcanica che presenta al suo interno una nuova Jugoslavia, meno pericolosa in assoluto, perché non più sovietica, ma proprio per questo più sconveniente per l’Italia appunto perché suscettibile di rendere gli alleati più accondiscendenti rispetto alle tendenze espansionistiche di Tito, anche in merito al Territorio Libero di Trieste.
Questo contesto internazionale si rafforza ulteriormente con la morte di Stalin, nel marzo del 1953, e con le successive aperture della dirigenza sovietica, andando a produrre una più forte distensione, che inevitabilmente influisce sull’ordine degli interessi di politica estera da parte degli Stati Uniti.
Non è casuale, in questo contesto, il discorso che Pella, presidente del Consiglio italiano dall’agosto ’53 al gennaio del ’54, tiene al Campidoglio il 13 settembre del 1953, in risposta alla dichiarazione di Tito di pochi giorni prima, tramite la quale chiedeva l’internazionalizzazione della città di Trieste, dando pressoché per scontata la volontà di annettere la Zona B al territorio jugoslavo. Il discorso del Campidoglio di Pella, oltre ad avere un contenuto marcatamente nazionalista, nello stile e nei contenuti rappresentò una rottura rispetto a quello impostato negli anni dal suo predecessore Alcide De Gasperi. Il ragionamento di Pella verteva sostanzialmente su una minaccia, consistente nel sostenere che la ratifica del trattato CED – la Comunità Europea di Difesa che avrebbe dovuto rappresentare il passo successivo alla CECA nel processo di integrazione europea e nella cui progettazione, di iniziativa francese, aveva avuto un ruolo fondamentale proprio l’Italia di De Gasperi – sarebbe avvenuta da parte dell’Italia solo in seguito alla risoluzione della questione di Trieste. Trieste, quindi, diveniva merce di scambio.
Se si ha anche solo una minima conoscenza del pensiero politico di De Gasperi, non è difficile capire quanto profonda sia stata la rottura in politica estera tra la linea che De Gasperi aveva impostato e quella del suo successore. Mentre il leader trentino aveva operato per rimettere in asse atlantismo ed europeismo, ricercando attraverso quest’opera l’acquisizione di una posizione vantaggiosa nella trattativa su Trieste, Pella si era mostrato disponibile a sacrificare sull’altare di Trieste la ratifica italiana della CED. Ciò rischiò di provocare un irrigidimento nei rapporti transatlantici e, nel contempo, la perdita in ambito europeo della specificità conquistata da De Gasperi.
Il discorso di Pella riflette, dunque, implicitamente l’indebolimento del ruolo del Paese al variare dello schema delle relazioni internazionali, motivo per cui alla strategia diplomatica si sostituisce quella offensiva, pur sapendo di non avere la forza per poter isolare l’Italia dal sistema occidentale.
Dopo la parentesi dell’esecutivo Pella, durante il quale il governo arriva a sfiorare la crisi diplomatica con gli Stati Uniti, il ripristino di una formula centrista con il varo del governo Scelba avrebbe favorito il ritorno di un europeismo declinato in piena sintonia con la prospettiva atlantica. Questo momento di relativa stabilizzazione porta nel giro di pochi mesi alla risoluzione, per quanto non definitiva, della questione di Trieste, che si compie pochi mesi dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa, avvenuto nell’agosto ‘54.
Con il Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 - il protocollo d’intesa sottoscritto da Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Jugoslavia - si stabiliva che la Zona A del Territorio Libero di Trieste sarebbe passata all’amministrazione provvisoria civile italiana e la Zona B a quella jugoslava. Il passaggio dei poteri dall’amministrazione militare alleata a quella civile italiana avveniva il 26 ottobre 1954, in un clima di festa, ma la provvisorietà dell’accordo, che sarà definitivo solo nel 1975 con il trattato di Osimo, e le modifiche a favore della Jugoslavia per quel che concerne i comuni di Muggia e di San Dorligo della Valle, rappresentano un ulteriore simbolo della relativizzazione del ruolo italiano a livello internazionale.
E proprio l’obiettiva relativizzazione del ruolo dell’Italia nel contesto Atlantico che la ricostruzione della “Questione di Trieste” nel decennio cruciale 1945-1954 riflette spinge a ripensare l’ultimo atto della politica estera degasperiana: quella che si concluse con la sconfitta della CED.
La storiografia ha riconosciuto con precisione l’impegno di De Gasperi a favore della CED nel periodo nel quale ricoprì l’incarico di presidente del Consiglio. Il progetto CED nasce dall’idea originaria del 1950 del primo ministro francese René Pleven, secondo il quale, per stemperare il problema del riarmo tedesco, si sarebbe dovuta creare un’organizzazione europea sovranazionale di forze armate comuni, seguendo il felice esempio della CECA, la Comunità del Carbone e dell’Acciaio.
La perplessità maggiore da parte di De Gasperi in merito a questo piano era alimentata da una ragione logico-teorica: la difficoltà di immaginare un esercito integrato senza l’esistenza di un nucleo di potere politico comune. In seguito, però, all’ufficializzazione dell’appoggio americano alla costruzione dell’esercito europeo, ma soprattutto al già ricordato cambio di prospettiva internazionale dovuto alla rottura tra Stalin e Tito, De Gasperi, di ritorno da una visita degli Stati Uniti, si trova ad avere tutte le carte in mano per rendersi conto che, nelle circostanze date, l’Italia non potesse permettersi di frapporre ostacoli all’esercito europeo.
Ed è in questo momento che lo statista trentino capisce l’opportunità che la storia dà a un’Italia indebolita come nazione perché all’interno di un’Europa con equilibri differenti: l’Italia avrebbe dovuto dire sì all’esercito europeo, ma assumendo la leadership dell’iniziativa e modificandone laddove possibile i termini, al fine di poter riguadagnare quel prestigio e quella capacità contrattuale nel contesto internazionale che la rottura tra Stalin e Tito inevitabilmente gli aveva sottratto.
L’Europa, dunque, come risorsa strategica per la politica estera italiana, a patto però che si tratti di un’Europa vera.
De Gasperi, dalla fine del ’51, evidenziò l’obbligatoria correlazione tra esercito europeo e costituzione di un nucleo di potere politico comune. E nel marzo ’52 l’asse De Gasperi - Schuman riesce a far inserire nel trattato CED il famoso articolo 38, con il quale i sei paesi che avevano dato vita alla CECA accettavano, per la prima volta, il principio della costituente europea.
Lo statista trentino aveva capito che, avendo un ruolo di primo piano in una Comunità politica europea, l’Italia avrebbe poi potuto avere un ruolo determinante nei vari processi politici che la riguardavano, compresa la questione di Trieste.
Egli evitò sempre di stabilire una diretta correlazione tra l’adesione alla CED e la soluzione del problema di Trieste, proprio perché l’obiettivo era invece quello di inserire Trieste in un quadro di problemi di sicurezza riguardanti l’intera alleanza, facendo così immaginare la possibilità di strappare un accordo migliore.
Come si sa, i suoi successori e alcuni suoi colleghi europei non ebbero per motivi diversi la stessa lungimiranza. Nell’agosto del 1954 la Conferenza di Bruxelles iniziava con un cattivo presagio: l’annuncio della morte di De Gasperi. In quella conferenza lo statista francese Mendés France rendeva nota l’indisponibilità della Francia a proseguire verso la ratifica del trattato CED. L’Italia, dal suo canto, aveva aspettato che la Francia si pronunciasse prima di prendere una decisione definitiva sulla ratifica di un trattato che sembrava sempre più lontano nella sua realizzazione. Con De Gasperi, dunque, moriva anche la CED, e il processo d’integrazione europea subiva una decisa frenata.
Quello che non fu capito in Italia riguardava il fatto che chiedere un’Europa politica significava, prima di tutto, un’Italia più forte nel contesto atlantico. Il fatto che la “questione Trieste” abbia trovato una prima soluzione fuori da tale contesto non deve trarre in inganno. La risoluzione di Trieste, infatti, non ci consegnava un’Italia nazionalisticamente più forte.
La CED avrebbe potuto rappresentare una variante in un’unità atlantica nella quale l’Italia aveva avuto in passato un ruolo importante in quanto Paese di frontiera, ma che in seguito alle vicende che abbiamo ripercorso era uno Stato di frontiera che scontava la vicinanza di una realtà, quella jugoslava, che agli occhi degli americani aveva perso dal 1948 la sua originaria pericolosità, perché non più allineata al sistema sovietico e che, dunque, godeva di un particolare status geopolitico. […]