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Antonio Santin

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Categoria: Atti, Memorie e Documenti
Pubblicato: 05 Luglio 2020
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Qui di seguito viene riproposta l’omelia del vescovo Antonio Santin nella Basilica di San Marco a Venezia il 9 ottobre 1977 
Parole che sono ancora attuali.
La curatrice Maria Rita Cosliani
Antonio Santin (1895-1981), nato a Rovigno, in Istria, e ordinato sacerdote nel 1918, divenne vescovo di Fiume nel 1933 e vescovo di Trieste e Capodistria nel 1938, Rimase a capo della sua diocesi fino al 1975, per un totale di trentasette anni: gli anni più difficili, quelli della seconda guerra mondiale, della guerra civile, dell’occupazione jugoslava, della guerra fredda. Fu il vescovo di tutti e per tutti. La sua parola per chi si era incamminato sulla via dell’esilio, era forza, conforto e motivo per rimanere fedele alla propria identità, alla fede cristiana e al patrimonio di storia e cultura ereditato dai padri.
“Nel trentennio dalla pace e dall’esodo”
A trent’anni da una pace che poneva fine a una guerra non voluta dal popolo e disperdeva in tutto il mondo una popolazione divelta dalle sue zolle e dalle sue case, siamo qui riuniti a ricordare. La ferita che allora si scavò nel cuore rimane aperta perché al violento dolore che l’esodo provocò, vi si aggiungeva l’ingiustizia.
Sono trent’anni da quando voci libere e alle quali quelle di Luigi Sturzo, di Benedetto Croce, di Vittorio Emanuele Orlando gridavano di non firmare, e una situazione oscura e paurosa come un fortunale spingeva riluttanti e coperti di vergogna coloro che firmavano un trattato che fa disonore agli uomini.
Sono trent’anni da quando una nave solcava il mare fra le nostre sponde e le terre che stanno di fronte freddamente ospitali, portando nel suo capace scafo uomini avviliti, senza speranza e le loro povere cose strappate alle vecchie case.
Mi rivedo a Pola in una fredda giornata invernale del 1947. Attraccata alle rive la “Toscana” e una lenta processione fatta di povera gente, triste e silenziosa muoveva verso la nave con i poveri e pochi mobili che poteva portare. Dietro lasciavano le case, con porte e finestre aperte. Il deserto e la disperazione. Io ero impietrito dal dolore.
Sono trent’anni. E noi siamo qui a meditare.
Perché questa secreta pena, che ci portiamo dietro, qualche volta vuole uscire dal cuore e mostrare il suo pianto.
Siamo qui per pregare per coloro che usciti dalla nostra terra, alla sofferenza dell’esilio unirono anche la morte che li ha colti lontano dalle loro case. E a capo di questi fratelli, che Dio ha chiamato alla pace poniamo i vescovi di Zara, di Parenzo e Pola e di Fiume, che terminata la loro difficile navigazione sono arrivati al porto.
Siamo a Venezia splendente nelle sue chiese, nei suoi palazzi, nei suoi canali, anche nella sua parlata così simile alla nostra, perché abbiamo voluto oggi portare qui con i memori ricordi le nostre rive e il nostro mare aperto verso orizzonti infiniti, raccogliere qui le case e le strade e le piazze del nostro lavoro, del nostro riposo, ma anche della nostra gioia serena. Abbiamo voluto riunire in questa basilica d’oro che è tutta un canto di storia e di bellezza tutte le nostre chiese grandi, luminose, sonanti di canti, e di preghiere e quelle piccole occhieggianti tra casa e casa o appollaiate sui monti, ma anche le nostre terre rosse, lavorate dalla nostra fatica, ricche di viti e di oliveti, noi che a Venezia abbiamo dato la nostra bella pietra bianca per le sue chiese e i suoi palazzi.
Qui a Venezia oggi, per qualche momento.
Poi riprenderà la vita con la consolazione dell’odierno fraterno incontro e la volontà salda di conservare come ricchezza che nessuno può rubarci, gli antichi ricordi.
Noi pensiamo anche a quanti staccati come foglie da una funesta tempesta, portati in tutto il mondo, non sono qui, ma idealmente formano il nostro popolo che oggi qui si ritrova. In tutto il mondo.
Non vi è parte ove essi non vi siano, a vivere, a lavorare, a ricordare. Due anni fa fui nel Canada. Ne trovai tanti, tanti che sembravano appena usciti dalle loro terre, così vivi e dolorosi erano i ricordi. E ovunque così. A trent’anni di distanza diciamo – con la calma che dà il lungo dolore – che quelle città erano da sempre nostre e solo nostre, che ci fu negato di esprimerci con un plebiscito, ci fu tolto ogni elementare diritto, che fu creato e disfatto uno staterello come i bambini giocano con le loro case che compongono e scompongono.
E si trattava del destino di un popolo! Prevalse il diritto della rapina, senza che coloro che avevano conclamato durante la guerra gli inviolabili diritti umani alzassero un dito.
Ma oggi a queste calamità passate si è aggiunto un atto che ci ha tutti sconvolti. Capodistria, il suo mare e la nobile terra che la circonda furono ceduti. E’ un’infelice, ignobile decisione, che distrugge inviolabili diritti e sentimenti. Solo chi è indifferente alla nostra tremenda tragedia poteva farlo. Una nuova tristezza che si aggiunge a tristezza e questo per opera di fratelli. Anche questo oggi ricordiamo.
Queste cose dovevamo dirle. Le dobbiamo alla nostra dignità e alla storia. Ma – è triste dirlo – continuando con la massima dimenticanza e negazione dei principi di giustizia, di fraternità, di libertà, vediamo dove il mondo oggi è finito. Perché all’origine di questo pauroso disordine che regna oggi non vi sono solo problemi di amministrazione o di petrolio, ma soprattutto principi morali conculcati.
Noi ricordammo inutilmente allora al Governo che il diritto quando crolla su di un punto, si eclissa su tutta la terra. Vi è una tragica solidarietà.
Ci siamo qui incontrati per rivedere sì nei nostri volti i nostri cieli e i nostri mari, ma anche per guardare al domani.
E dirci qui nella basilica, che vide tanti secoli di storia, che la nostra storia non è finita. Vogliamo essere e rimanere noi stessi, quali siamo usciti dai nostri luoghi piccoli e grandi, noi e i nostri figli e i figli dei nostri figli. Un popolo che continua.
Noi col nostro carattere, i nostri ricordi, le nostre tradizioni, come ci ha formati il nostro passato. Noi portiamo un patrimonio che non dobbiamo disperdere. Siamo uomini di fede, di onestà, uomini che ci tengono al loro onore e alla loro dignità, uomini di lavoro, d’impegno che non si fermano ma procedono oltre. Una nostra città riassunse questi concetti in un motto aspro e semplice: Rovigno pien d’ingegno spacca il sasso come il legno. Ma i concetti chiari e umani che questo gioco di parole contiene sono comuni a tutta la nostra gente: vigore, volontà coraggio. Assieme a questa tradizione umana nobilissima, un’altra che è cristiana.
La nostra fede in Dio e nel Cristo. Come i nostri sguardi spaziano su mari e cieli senza limiti, così lo spirito cerca l’infinito e l’eterno. Abbiamo trovato Dio nel gaudio e nella sofferenza della nostra anima, nelle vicende dure della nostra vita, nel nostro cuore affamato d’infinito. E questo Dio, che dà senso e luce alla vita ci ha parlato nelle nostre chiese e nelle nostre case, ma ci ha anche accompagnati pellegrini sulla terra del nostro esilio. Certo la fede è un dono di Dio. Ma a tutti esso è dato. Siamo noi che dobbiamo accoglierlo e coltivarlo e conservarlo in un’atmosfera di amore e di vita onesta e buona, perché la fede rimanga la grande luce e forza della vita nel cammino verso l’eternità.
Cristiani dunque, fedelmente cristiani, ieri, oggi e domani.
La nota soave che ci accumuna è l’amore alla Madonna. Maria fu la dolce Madre che ci accolse battezzati, che ci accompagnò e ci accompagnerà sempre.
Vorrei dire anche che questa nostra vita di fede deve essere viva in noi anche perché nelle nostre povere terre essa è soffocata. Manca nonostante ogni apparenza, la libertà religiosa. Maestri e professori devono sposarsi in chiesa di notte ancora oggi con paura e non osano andare a Messa per non perdere il posto e il pane. Cose di questi giorni colà, ove noi siamo stati battezzati in piena libertà.
Siamo dunque uomini di carattere, uomini di fede e di vita cristiana.
In quest’ora di barabba per tanti versi, nella quale si spara a chi la pensa diversamente, noi, forti della nostra dolorosa storia, mostriamo che quello che conta non è la violenza, la vita facile, l’accumulare beni con l’inganno, arrivare ai buoni posti per vie traverse e senza competenza, collezionare diplomi senza studio e fatica, ma porre a base della vita il diritto, il disinteresse, il senso del dovere, concepire la vita sociale come servizio degli uni verso gli altri. Se non daremo questo indirizzo al nostro cammino non usciremo dalla babele nella quale stiamo vivendo. Penso che questo sia un servizio che gli esuli possono offrire al nostro Paese (…)
Antonio Santin Parole agli esuli, a cura di don Ettore Malnati e don Paolo Rakic, CDM Trieste 2006
 
 
 

SENTITE CELEBRAZIONI PER IL 90° DEL VENERABILE EGIDIO BULLESI

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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SENTITE CELEBRAZIONI HANNO CORONATO IL 90° DEL VEN. EGIDIO BULLESI


In finis velocior. L’adagio latino ha fotografato bene l’attività dei frati in Barbana delle ultime settimane della loro secolare permanenza sull’isola della Madonna, intense di rievocazioni e celebrazioni francescane. Diversi e solenni sono stati in particolare i momenti che hanno coronato le celebrazioni del 90° dalla morte del Venerabile Egidio.

GRADO, intitolazione del ponte pedonale “Egidio Bullesi”, 24 agosto, ‘compleanno’ di Egidio

Indimenticabile la giornata nella quale è stato intitolato sulle rive di Grado, a cura dell’amministrazione comunale, il ponte pedonale, un tempo detto bianco, “Egidio Bullesi giovane istriano venerato all’isola di Barbana” (così la tabella scoperta per l’occasione), con i gesti e i sentimenti manifestati in primis dal sindaco Dario Raugna.

 Questi ha tenuto in mattinata, alla gradinata d’accesso al ponte, un significativo discorso che ha preceduto la lettura della motivazione, la scopertura e la benedizione impartita dal postulatore generale delle cause dei santi curate dai Frati Minori, padre Giovangiuseppe Califano, intervenuto a questo atto ufficiale da Roma, lieto di poter non solo visitare per la prima volta la splendida, unica, Barbana, ma di ri-aprire prospettive per la causa. Alla cerimonia, animata dalla corale parrocchiale “Sacro Cuore/Immacolata” di Pordenone che ha eseguito l’inno “Sono sempre felice”, ha preso parte pure una folta delegazione giunta da Pola: essa ha restituito al Comitato Ven. Egidio la visita fraterna dello scorso 26 aprile e sigillato l’amicizia “senza confini” che deve caratterizzare francescanamente (e cattolicamente) sempre più il cammino di attenzioni attorno alla splendida figura di Egidio.

 

 

Tutti sono quindi saliti in barca (una non è bastata!) e, passati proprio sotto il ponte “Egidio Bullesi” invocandone il celeste patrocinio, si sono poi subito diretti alla cappella dell’urna per l’omaggio floreale della città di Grado che vede Egidio “ospite” da 45 anni. Significativo il momento della messa in santuario (ricorreva l’anniversario della nascita di Egidio nella festa dell’apostolo San Bartolomeo) con l’omelia di padre Califano, il quale ha poi preso parte in convento a una riunione di rilancio delle collaborazioni attorno alla causa egidiana, che da questo 90° deve trarre nuova forza per compiersi.

Grazie a Dio non sono mancate né le adesioni, anche di frati minori e di sacerdoti venuti a questa giornata solenne dalla diocesi di Gorizia come da quelle di Parenzo-Pola, Trieste e Concordia-Pordenone. Da citare la presenza di mons. Marijan Jelenic, parroco di Dignano d’Istria, latore anche di una mostra, da lui stesso montata per l’occasione e prima preparata in Istria: dopo l’apertura alla presenza del sindaco, è stata visitata a Barbana per venti giorni e in queste e nelle prossime settimane è “pellegrina” in diversi santuari e luoghi di presenza nel NordEst dei cari Frati Minori, recando a molti il messaggio di positività evangelica del giovane Egidio.


Pubblichiamo qui il testo motivante l’intitolazione letto al ponte il 24 agosto e le sentite parole pronunciate dal sindaco di Grado, al quale di cuore dicono ancora grazie i frati e il Comitato ven. Egidio che l’ha proposta con la sezione goriziana e gradese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

IL VENERABILE OSPITE DI GRADO


Il 25 aprile di ogni anno si celebra con solennità sull’isola di Barbana l’anniversario del Transito di Egidio Bullesi, la cui urna si conserva nella cappella dell’Apparizione dal 1974, quando fu qui traslata da Pola in coincidenza dell’avvio della causa di beatificazione e canonizzazione di questo giovane istriano nato a Pola il 24 agosto 1905 e vissuto soli 23 anni. Dopo avere sofferto da piccolo la profuganza in Ungheria e Stiria negli anni della prima guerra, egli innamorò alla fede cristiana il difficile ambiente dei marinai (per due anni, 1925-1927, fu di leva nella nave della Marina Italiana “Dante Alighieri”) e lavorò come operaio nei cantieri di Pola (1918-1925) e poi di Monfalcone (1927-28), offrendo una forte testimonianza di coerenza ai grandi princìpi in cui credeva e svolgendo un’azione sempre improntata alla solidarietà umana. L’iter processuale, che ha segnato nel 1997 la dichiarazione della “eroicità delle virtù” di Egidio (venerabile), è curata dai Frati Minori custodi da 118 anni del celebre santuario in cui, dall’epoca della Chiesa Madre di Aquileia, si onora la Vergine.


Egidio è degno di riconoscimento: di culto pubblico come beato dalla Chiesa, e anche da parte dell’autorità civile. Questo giovane infatti fece breccia nei cuori dei coetanei e li trascinò sulle vie della testimonianza evangelica, conquistandoli, grazie a grande ascendente su essi, a una condotta credibile di vita morale. Brillò per generosità e impegno a Pola anche come catechista in parrocchia (qui ebbe direttore spirituale mons. Antonio Santin poi vescovo di Fiume e a lungo arcivescovo di Trieste e Capodistria, che ne promosse con convinzione la causa) e per l’adesione entusiasta alle aggregazioni laicali cattoliche: fu fondatore del Circolo aspiranti di Azione Cattolica della città e iniziatore degli Scout, aderì al Terz’Ordine Francescano, profuse infine tutto se stesso nella carità ai poveri a Monfalcone nelle file della “San Vincenzo”. Soprattutto fu un seminatore di pace e gioia, vero imitatore di San Francesco, a cominciare dalla sua famiglia (nove fratelli, e tre si fecero sacerdoti), tutta poi esule con i genitori al pari della gran parte dei cittadini di Pola. Figura, quella di Egidio, esemplare e positiva per la gioventù pure di oggi, bisognosa di solidi riferimenti educativi e morali.

Una figura semplice e profonda da far conoscere e amare a molti: ai numerosi pellegrini che si recano sull’isola sacra di Barbana, come agli ospiti che Grado accoglie d’estate. L’“isola d’oro”, dopo 45 anni dal suo “arrivo” e nel 90° anno dalla morte in concetto di santità (25 aprile 1929), può oggi sentire definitivamente suo il giovane Egidio, al cui nome la città opportunamente intitola questo ponte pedonale sul canale della Schiusa sotto il quale transitano le imbarcazioni dirette al santuario della Madonna, e così pure al venerabile Egidio Bullesi.


TRIESTE, Tempio di Monte Grisa, 1° settembre, Sant’Egidio


La celebrazione in ricordo del Venerabile Egidio nel Tempio Mariano Nazionale di Monte Grisa che domina Trieste, ove si conservano gli altari dei santi patroni delle comunità degli esuli da Istria, Fiume e Dalmazia, è stata presieduta dall'arcivescovo Giampaolo Crepaldi il 1° settembre, onomastico del nostro venerabile: una figura profumata di semplicità e umiltà, da proporre in particolare ai giovani e a quanti vogliono trasmettere soprattutto a loro i valori della fede. Alla preghiera dei fedeli della messa sono risuonate per questo intenzioni preparate per l'Azione Cattolica, per i Francescani secolari, per le Conferenze di San Vincenzo per i poveri, che insieme agli Scouts furono - come sappiamo - le aggregazioni di laici nelle quali il giovane polesano testimoniò Cristo negli ambienti di parrocchia e di lavoro, come ha sottolineato il presule che ha concelebrato con il rettore del Tempio padre Luigi Moro, servo del Cuore Immacolato di Maria, convintissimo propulsore di questo momento, alla presenza anche del rettore dei frati minori di Barbana, fra Stefano, accompagnato da membri del Comitato promotore della causa, mentre nell'assemblea siedevano, fra gli altri, il presidente dell'AC triestina e mons. Furio Gauss, particolarmente legato alla famiglia Bullesi e al fratello di Egidio mons. Giovanni.

Al termine, commovente la piccola processione esterna fino alla chiesa inferiore dove è stata collocata un'immagine del "venerabile giovane" offerta dall’Associazione Italiani di Pola e Istria-Libero Comune di Pola in Esilio e voluta in particolare dalla vicepresidente Maria Rita Cosliani, attiva anche nel Comitato Ven. Egidio.

Aperto da labari delle associazioni di esuli presenti e anche del Centro Stella Maris "E. Bullesi" del porto di Monfalcone, il corteo si è prima fermato per la benedizione dell'immagine davanti alla statua bronzea di mons. Antonio Santin, alla vista della terra d'Istria del Bullesi. Qui mons. Ettore Malnati, pure concelebrante e che di Santin fu segretario, ha letto quanto l'arcivescovo, già parroco dei Bullesi a Pola, "profetizzò" nel momento della sepoltura di Egidio: "Ma non spargiamo lacrime per lui perché più che pianto, Egidio deve essere invidiato e imitato. Non preghiere per lui, ma bensì attendiamo una pioggia di grazie per sua intercessione. Non fiori, perché fiori sorgeranno spontanei sulla terra che lo ricopre e sulla via da lui percorsa, seminati dalla sua eletta virtù, dal suo mirabile esempio. E non suoni profanazione al nome santo di Nostro Signor Gesù Cristo il dire che Gesù, nella persona di Egidio, passò ancora una volta sulla terra facendo del bene".


Tutti anche a Trieste si augurano la beatificazione (sede diocesana della causa è d’altronde proprio quella di Trieste!) di una figura bellissima di cristiano da proporre alle parrocchie oltreché alle associazioni laicali. Di lui si è parlato in diretta dal capoluogo giuliano, il pomeriggio del 16 settembre, dalla sede RAI nella rubrica “Sconfinamenti”.


Di seguito il testo della significativa omelia dettata da monsignor Crepaldi.

IL VESCOVO DI TRIESTE PER IL VENERABILE EGIDIO BULLESI

Carissimi fratelli e sorelle,
1.Sono particolarmente lieto di celebrare questa santa Eucaristia in devoto ricordo di Egidio Bullesi che, con l’esemplarità della sua vita e con l'eroicità nella pratica delle virtù riconosciuta dalla Chiesa nel 1997, è riuscito nel tempo a raccogliere attorno alla sua amata figura di cristiano tanti estimatori e discepoli, alcuni dei quali sono qui presenti. Sono veramente molti gli aspetti della vita di questo giovane che attirano la nostra attenzione, sollecitando anche la nostra devozione e, soprattutto, l’accoglienza dei suoi insegnamenti. Nacque nel 1905 e morì nel 1929: una vita breve, ventiquattro anni, vissuta in un periodo storico complesso e difficile, ma tutta segnata da una scelta di fondo: quella di essere tutto di Dio, quella di fare tutto per Dio. È in questa singolare prospettiva spirituale che possiamo compendiare la vita del venerabile Egidio Bullesi, perché fu Dio, amato sopra ogni cosa, l’energia e la forza che alimentarono la sua breve e giovane esistenza.

2.Carissimi fratelli e sorelle, alcuni aspetti della vita del venerabile Bullesi risultano poi particolarmente ricchi di profondi insegnamenti anche per la nostra vita. In primo luogo, ci insegna a vivere seguendo una stella. Da bravo marinaio era solito ripetere: “La mia vita segue una stella”. Di che stella si trattava? Egidio Bullesi guardava costantemente al Vangelo e a Maria, le due stelle della sua vita. Così deve essere anche per noi. In secondo luogo, ci insegna ad affrontare con coraggio e fiducia le avversità della vita. Il nostro Venerabile, ancora bambino, dovette fare i conti con discriminazioni, angherie, fame e disperazione. Eppure non si perse d'animo: cercò lavoro, cominciò a studiare e, in un contesto sociale torbido e doloroso, riuscì anche a portare Gesù nel posto di lavoro per farlo conoscere e farlo amare. In terzo luogo, ci insegna ad amare la Chiesa con una dedizione totale. Egli fu tutto preso da un irrefrenabile desiderio di annunciare e testimoniare la fede cristiana; prese parte alle attività del Terz’Ordine francescano e della Conferenza di San Vincenzo; operò come catechista e animatore caritativo; diede vita all'Azione Cattolica e alla Gioventù Cattolica. Con impareggiabile dedizione, spesso affermava: “Sento che è necessario infiammare i giovani e avviarli all'apostolato".

3.Carissimi fratelli e sorelle, c'è un ultimo aspetto della testimonianza del venerabile Egidio Bullesi che desidero sottolineare, perché rappresenta un invito quanto mai attuale e necessario sia per la Chiesa sia per il mondo. Si tratta della grande lezione che ci lasciò sulla gioia cristiana. Affermava: “Questa vita è tanto bella e quindi perché rattristarci? Allegria, sempre allegri, ma nel Signore”. Queste mirabili parole riecheggiano la spiritualità di san Francesco, santo amatissimo dal nostro venerabile. Infatti, il Santo di Assisi, pur nella spogliazione estrema, ormai quasi cieco, poté cantare l'indimenticabile Cantico delle creature, la lode di frate sole, della natura intera, divenuta per lui come trasparente, specchio immacolato della gloria divina, e perfino la gioia davanti alla venuta di sora nostra morte corporale. Quella del venerabile Bullesi è stata una vita intensa, tutta spesa in un gioioso e appassionato slancio di amore per Dio e per il prossimo, ben espressa da questa sua affermazione: “Se vivo, Gesù è la mia felicità. Se muoio, vado a godere il mio Gesù”. Nella devota considerazione della figura del venerabile Egidio Bullesi, vogliamo invocare la Vergine Maria, pregandola di sostenere, con la sua materna protezione, la nostra volontà di ripercorrere la strada della sua esemplare santità di vita.
+Giampaolo Crepaldi, arcivescovo-vescovo
Trieste, Monte Grisa, 1° settembre 2019



Ramuscello di Sesto al Reghena (PN), 29 settembre


In questa località del Pordenonese (vicina a San Vito al Tagliamento) vennero esuli i genitori di Egidio al seguito del fratello don Eugenio, giunto qui parroco e ivi morto 30 anni fa (25 settembre 1989) dopo 38 anni di presenza. Come molti sanno, pure un altro fratello sacerdote di Egidio, don Oliviero, dalla natale Pola fu accolto nella diocesi di Concordia (oggi Concordia-Pordenone) e fu parroco di Vito d’Asio, piccolo paese situato nella valle dell’Arzino sopra Spilimbergo. Una storia di esilio, questa, che non toccò direttamente Egidio, morto ancora nel 1929, ma l’intera sua famiglia sì. A Ramuscello essa ha la propria tomba: papà Francesco, mamma Maria Diritti e, per ora, i due figli preti don Eugenio e don Oliviero (don Giovanni, mancato giusto 40 anni fa, è ancora sepolto a Trieste ove operò dopo l’esodo), più anche una zia materna di Egidio, Eufemia, vissuta coi Bullesi insieme alle sue due figlie, Lucia ed Eufemita, quest’ultima mancata, sempre a Ramuscello, a inizio estate alla bella età di 105 anni. E proprio in cimitero ci si è portati con il caro parroco don Rosario Gozzo, che tanto crede alla santità proponibile a tutti di Egidio, al termine di una mattinata densissima di eventi con i quali questa semplice comunità friulana ha voluto inserirsi nelle celebrazioni del 90°.

Nella chiesa, completata e fornita anche di ampi affreschi dal parroco don Bullesi, nella quale sostò un anno, prima di essere deposta a Barbana nel 1974, la cassetta dei resti di Egidio esumati da Pola, si sono succeduti: la messa domenicale concelebrata e predicata da mons. Marijan Jelenic, gentilmente venuto da Dignano d’Istria (e vi era già stato in visita a don Eugenio) per condividere la mostra proveniente da Barbana anche qui allestita; la collocazione presso il fonte battesimale di un ritratto di Egidio, dono del Comitato e dei frati di Barbana; quindi, all’esterno della chiesa, presente il sindaco di Sesto al Reghena, la sentita intitolazione del “Sagrato fratelli Bullesi” (che nella tabella scoperta fa esplicito riferimento pure a Egidio) con l’inaugurazione e benedizione dei lavori eseguiti per la gradinata che corre attorno al tempio, opera rifatta dopo che a essa tanto aveva lavorato don Eugenio. Una giornata intensa, dunque, anche insolita per questa piccola frazione che onorata fra i suoi figli adottivi un prossimo beato della Chiesa.


Egidio Bullesi ha fatto sosta in quest’anno speciale anche nella piccolissima Vito d’Asio sopra ricordata. Auspice il Comitato Beato Marco d’Aviano, si è tenuto nella località montana un pellegrinaggio estivo il 4 agosto: esso ha fatto sosta in serata nella chiesa parrocchiale, scrigno di fede e arte posto in meravigliosa posizione panoramica, per la benedizione e la consegna al parroco don Italico e ai presenti dello stesso ritratto di Egidio. Con piacere abbiamo visto che in sacrestia se ne conserva uno a olio di don Oliviero che qui si fece amare tantissimo nel suo lunghissimo ministero parrocchiale durato 55 anni sino alla morte nel 2003.

Ecco quanto il Comitato “Ven. Egidio” ha scritto sotto il pannello ritratto per Ramuscello:

 

Venerabile EGIDIO BULLESI
apostolo dei giovani – fiore di santità francescana in Istria
1905  POLA  1929

A Ramuscello esule poi venne il parroco don Eugenio suo fratello con i genitori
In questa chiesa sostò nell’anno 1973-1974 l’Urna delle sue reliquie
Qui preghiere la comunità parrocchiale eleva


Walter Arzaretti

ORAZIONE PUBBLICA DI LUCIA BELLASPIGA 25 aprile 2016

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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PRIMO GIUBILEO DEGLI ESULI AL SANTUARIO DI BARBANA (GRADO-GORIZIA)
25 APRILE 2016

L'ORAZIONE PUBBLICA DI LUCIA BELLASPIGA
«Abbiamo perdonato, ma vogliamo ricordare»

Il grande esodo dei giuliano dalmati dalle loro terre di Istria, Fiume e Dalmazia è stato il primo racconto epico della mia vita. I miei Ulisse e i miei Enea, lontani da casa e con lo struggimento sempre nel cuore, io li avevo in famiglia, non occorreva cercarli nei libri. Erano genitori e nonni, amici e parenti, e parlavano di mondi lontani eppure tanto vicini, di tesori perduti che non erano forzieri carichi di ricchezze, ma valevano molto di più, perché erano il colore del Quarnaro, il profumo della bora, il candore dell’Arena, il sapore degli asparagi selvatici, le merende in Bosco Siana, le parole del dialetto… le cose semplici, e insostituibili, che costituiscono la vita di un uomo. Quell’insieme di emozioni ed esperienze i cui racconti immancabilmente iniziavano con un “e ti te ricordi?”.

 


Nella Milano in cui sono nata io, ma anche nei luoghi d’esilio dei nostri parenti sparsi tra l’Italia e l’Australia, quel ripetuto “ti te ricordi” dava il via a concitati dialoghi in dialetto, che sempre esordivano con gioia eccitata, per poi proseguire con crescente mestizia e terminare immancabilmente nel pianto. Fin da allora mi ha sempre colpito la parte del distacco, l’addio alla casa, la chiusura definitiva della porta, perché in una tragedia che è comune e collettiva quello è il momento del dolore personale, l’evento che ognuno racconta a modo suo.      

   
Ho sempre in mente le immagini famose di un Film Luce che riprendono una partenza da Pola della nave Toscana carica di esuli: a bordo una donna anziana velata di nero, con un fiocco tricolore sul petto, lo sguardo immobile sulla sua città che si allontana, sulla sua casa sempre più piccola. Lei sa che è per sempre e la guarda fino all’ultimo; nulla riuscirebbe a distrarla mentre si imprime indelebile quell’immagine nell’anima. Accanto a lei una donna giovane che la tiene abbracciata e guarda nella stessa direzione, ma sorride, ha davanti un futuro e forse anche un’illusione, quel “torneremo” che qualcuno aveva scritto sui muri della città fantasma.


La giovane e l’anziana sono solo due delle infinite sfumature del dolore che ha segnato gli ultimi settant’anni di storia dei nostri esuli. Così come tante e diverse sono state le loro storie – le vostre storie – all’arrivo, accolti o scacciati, compresi o non creduti, riconosciuti come fratelli d’Italia o scambiati per stranieri, magari proprio per via di quel loro dialetto o dei loro strani cognomi, sintesi di una storia millenaria fatta di incroci ed etnie, sovrapposizioni linguistiche e vivacità culturali. Negli stessi giorni del ’45 in cui il resto d’Italia festeggiava per le strade con gli angloamericani la fine della seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazifascismo, in Istria, Fiume e Dalmazia invece la guerra continuava, più feroce di prima; come “liberatori” entravano i comunisti del maresciallo Tito e i nostri cari anziché festeggiare cercavano di sfuggire alla mattanza.    

Per questo, mentre proprio oggi, 25 aprile, il resto d’Italia celebra la Liberazione, noi dobbiamo ricordare ben altre vicende. In pochi rimasero, per i più disparati motivi, e per decenni sopportarono una sorta di esilio in casa propria, calpestati in quanto italiani ma forti nel conservare fino ad oggi la nostra lingua e la nostra cultura oltre confine. Gli altri partirono, in 350.000: pur di restare italiani abbandonarono tutto e affrontarono l’ignoto. I più fortunati avevano un parente lontano da raggiungere e presso il quale ricostruirsi una vita, ma gli altri? Dove andare? Chi seguire? Bolzano o Bari o Torino o Palermo, era lo stesso, cioè il niente da cui provare a ripartire, improvvisamente nullatenenti, sradicati e senza un lavoro.

Ed è qui che l’anima profondamente religiosa del popolo giuliano dalmata viene allo scoperto, insieme alla forza civile oltre che morale dei suoi sacerdoti: spesso furono loro a prendere la guida e condurre intere comunità verso una nuova terra promessa. Molte famiglie mi hanno raccontato di essersi fermate in un paese o nell’altro solo per aver seguito il parroco, partito come loro esule ma da subito consapevole di essere un pastore con la responsabilità del gregge.    
Per me sono solo nomi eroici, ma per molti di voi sono volti, persone vere, ricordi vivi. Indimenticabili – uno tra tutti padre Flaminio Rocchi – per aver difeso fin quasi ai nostri giorni l’identità del nostro popolo sempre a rischio di estinzione. Hanno predicato il perdono ma preteso la giustizia, raccomandato la pace ma rifiutato l’oblio.

Impossibile non ricordare subito l’arcivescovo Antonio Santin, nato a Rovigno e morto a Trieste nel 1981. Si batté come un leone per la dignità di ogni uomo e contro l’arroganza di tutti i potenti. Forte con i forti e tenero con i deboli, è giovane vescovo di Trieste e Capodistria quando nel ’38 affronta Mussolini sul sagrato di San Giusto in difesa degli ebrei, ma anche si spende con fervore quando il regime vieta di pregare in sloveno e croato nelle chiese della diocesi. Nel ’45 tratta personalmente con i tedeschi in ritirata, convincendoli da solo a desistere dalla già iniziata distruzione della città. Nel ’47, nonostante le ripetute minacce dei titini, non teme di recarsi a Capodistria per dare le cresime, ma è ridotto quasi in fin di vita dai partigiani comunisti in un vile agguato.    Gli esuli dei 109 campi profughi allestiti in tutta Italia, soggetti a privazioni e accampati per anni in ex caserme o manicomi dismessi, ricevevano spesso le sue accorate visite. Sua è la preghiera che si recita sull’orlo della foiba, che descrive come “un calvario col vertice sprofondato nelle viscere della Terra”, e che ci addita giustizia e nell’amore le vie della pace”.    

Cinquanta furono anche i preti trucidati o perseguitati in odium fidei, ovvero proprio in quanto rappresentanti di Cristo. Morti perdonando i loro assassini. Grazie ai loro fulgidi esempi acquisisce un senso profondo e sincero questo Giubileo dei Giuliano Dalmati che oggi celebriamo in un tempo (il periodo pasquale) e in un luogo (l’isola santa di Barbana) per noi emblematici.     
Questo non è il Giorno del Ricordo, celebrato già il 10 Febbraio di ogni anno: se oggi siamo qui in tantissimi è per aderire alla precisa proposta che i Frati minori di Barbana hanno rivolto a tutte le associazioni di istriani, fiumani e dalmati, e tutte hanno risposto sì. La proposta cioè – cito i frati – “di convenire, nel Giubileo della Misericordia, sull’isola che guarda alla struggente terra dei vostri natali. Il vostro popolo dal volto nobile e generoso settant’anni fa ha abbracciato la croce del martirio ma non ha rinunciato a essere cristiano oltreché italiano! Oggi siete invitati dalla Storia e dalla fede dei padri a compiere gesti di misericordia, cioè alla riconciliazione e al perdono”. Una misericordia, voglio sottolinearlo, connaturata nella nostra gente, che all’odio altrui ha opposto solo la mitezza, alla barbarie la forza della civiltà.

Ma perché qui? E perché oggi?   

Il merito è di un ragazzo, Egidio Bullesi, accanto alla cui urna ho l’onore commosso di parlarvi, morto a Pola proprio il 25 aprile del ‘29, a 23 anni, e già dichiarato dalla Chiesa venerabile. Lasciatemi raccontare un curioso aneddoto che mi riguarda personalmente. Io di Egidio non sapevo nulla fino a dicembre, quando con mio marito sono capitata a Gallesano, in Istria. Volevamo visitare la chiesa ma era chiusa. In quel momento sono apparse alcune donne del paese con una felce da porre sull’altare e così ci hanno aperto. Subito ho notato il grande ritratto di un giovane e ho chiesto chi fosse. “Lei è una giornalista di Avvenire? Allora metta una buona parola per lui con il Papa, è da tanto che aspettiamo che diventi beato”, mi ha risposto una di loro. Ovviamente ho riso. Una volta uscita, ho raccontato a mia madre di quel ragazzo morto giovanissimo, e lei con entusiasmo: “Era il catechista di tuo zio Ezio, erano amici! Un santo vero”. Poi, tornata a Milano, ho trovato l’invito a celebrare questo Giubileo dedicato… ad Egidio Bullesi, proprio nel giorno della sua morte, lo stesso giorno in cui mia madre, esule da Pola e qui presente, compie 90 anni… Coincidenze? Per inciso, il cognome di mio marito è Pola, ma è di Trento ed è solo un caso. Da parte di sua madre, però, il nonno era stato trasferito da Trento come maestro elementare proprio… a Gallesano e lì suo figlio aveva sposato Ida Tarticchio, sorella del famoso don Angelo, il martire delle foibe. Insomma, un destino incredibile sembrava accerchiarmi da più parti e chiamarmi qui, come a un appuntamento cui non potevo mancare.

Egidio Bullesi – o Bullessich (come si firmò tutta la vita; il suo cognome fu mutato in Bullesi due mesi prima della morte) – nella sua vita breve ha bruciato tutte le tappe, come sapesse di avere poco tempo. Nel 1905 nasce nella Pola ancora austriaca, terzo di nove fratelli, e frequenta la scuola italiana. A dieci anni, durante la prima guerra mondiale, in quanto italiano conosce la dura condizione di profugo in Ungheria e Austria. Nel 1918 torna nella Pola ormai italiana e lavora nel cantiere navale, dove si impegna già nell’apostolato, nel pur difficile contesto socialista dei colleghi: ha solo tredici anni. A quindici, durante uno sciopero rosso, si inerpica sulla gru più alta e innalza il Tricolore. Si iscrive al terz’ordine francescano e diventa guida dei giovani di Azione Cattolica di Pola. A sedici anni fonda il locale reparto Scout. A venti si imbarca sulla corazzata “Dante Alighieri” e durante i due anni di servizio militare letteralmente travolge i commilitoni: anche i più atei ne restano segnati, qualcuno prenderà i voti francescani e partirà missionario. A ventidue anni lavora nel cantiere di Monfalcone, mentre continua con passione la sua opera di catechista tra i ragazzi: “Si tratta di dare alla nostra Italia la giovinezza di domani, forte, colta e pia”, scriveva. Proprio nelle sue opere di carità contrae la tisi, di cui muore nell’ospedale di Pola. Il funerale, in un Duomo affollatissimo, è aperto dai bambini dell’orfanotrofio cui ha sempre dedicato il suo magro salario, ed è celebrato proprio da don Antonio Santin, suo padre spirituale e primo promotore della causa di beatificazione, poi perorata da padre Antonio Vitale Bommarco di Cherso, arcivescovo di Gorizia, e tuttora in corso.

Voi, che siete arrivati da Pola, da Fiume, da Zara, ricorderete poi i tre vescovi, esuli con voi o con i vostri padri. Veniva da Cherso Raffaele Radossi, vescovo di Parenzo e Pola. Affrontò minacce ed attentati. Visitò tutte le foibe e lottò con coraggio perché le salme fossero riconosciute e avessero sepoltura. Imprigionato dai nazisti, minacciato di morte dai titini, molti di voi lo ricorderanno ai piedi della nave Toscana che nel 1947 portava via ad ogni viaggio migliaia di esuli, svuotando l’Istria: Radossi non è mancato una volta, sempre presente a consolare chi partiva e chi restava. Alla fine si imbarcò pure lui con la sua gente. Morirà a Padova nel ‘72 lasciando tutto ai poveri.    

Esule fu anche il veneziano Ugo Camozzo, ultimo vescovo diFiume italiana, la città detta Olocausta. Partendo con i 54.000 fiumani che prendevano la via dell’esodo, tagliò in tre pezzi il Tricolore e lo nascose in tre diverse valigie per aggirare i controlli jugoslavi. È sepolto a Pisa con una bandiera di Fiume sul petto.
Pietro Doimo Munzani, arcivescovo di Zara, fu arrestato nel 1944 dai partigiani di Tito e deportato sull’isola di Lagosta. Nel dopoguerra continuò a visitare in tutta Italia i suoi dalmati, ma ebbe poco tempo: morì presto di crepacuore.
Dei nostri tanti martiri cito brevemente cinque figure esemplari.

Don Angelo Tarticchio di Gallesano, giovane parroco di Villa di Rovigno. Nel 1943 i partigiani di Tito, tra percosse e bestemmie, lo rinchiudono nel castello di Pisino, dove rivive la passione di Cristo. Il suo corpo verrà riesumato poco dopo in una cava a Lindàro insieme ad altre 43 vittime legate col fil di ferro: don Angelo era stato straziato, evirato e il capo incoronato di spine. Aveva lasciato scritto il suo testamento: “Chiedo perdono a tutti e a tutti perdono di vero cuore”.
Padre Placido Cortese, oggi servo di Dio, nato a Cherso. Per aver salvato tanti ebrei, nel 1944 è trucidato dalle SS nel carcere di Trieste e bruciato nel forno crematorio della Risiera di San Sabba.    

Don Marco Zelco, parroco di Canfanàro, è vittima insieme dei nazisti e dei comunisti. È impiccato nel 1944 dai tedeschi con la falsa accusa di nascondere armi per un attentato, in realtà la trappola tesa da alcuni partigiani comunisti. Zelco sa bene chi sono i veri responsabili, ma la sua coscienza di prete gli vieta di fare i nomi. L’unico che il giorno dopo ha il coraggio di staccare il suo corpo dall’albero cui è appeso davanti alla chiesa è il vescovo Radossi.     
È già beato l’istriano italiano don Francesco Bonifacio, nato a Pirano e parroco a Villa Gardossi di Buie. Nel ‘46 è arrestato da sicari comunisti e scompare nel nulla, a soli 34 anni. “Tempi pericolosi – aveva scritto giorni prima – la morte può essere a ogni piè sospinto…”.    

E beato è anche l’istriano croato don Miroslav Bùlesić di Sanvincenti, sgozzato nella canonica di Lanischie nel 1947 dai partigiani di Tito, a 27 anni. La sua colpa? Tramite il vescovo Radossi aveva ottenuto la liberazione di alcuni croati, prigionieri dei tedeschi, evitandone la deportazione. Ma proprio questo atto di coraggio ha indotto i partigiani ad accusarlo di essere amico dei tedeschi. “Condannato” – è scritto nelle carte del processo farsa – “perché agiva contro il popolo”.    
Tra i martiri laici nomino     simbolicamente gli istriani Norma Cossetto, giovanissima figlia, sorella e madre di tutti noi, e il dottor Geppino Micheletti, medico eroe di Vergarolla. I fiumani Mario Blasich, detto “il medico dei poveri”, e Nevio Skull, limpido autonomista. I fratelli dalmati Nicolò e Pietro Luxardo e il prefetto di Zara Vincenzo Sorrentino: persone che a tutto hanno rinunciato fuorché ai loro valori cristiani e alla dignità.
   
Sono figli – siete figli – della terra d’Istria, Fiume e Dalmazia che vi ha partoriti e della millenaria cultura che vi ha forgiati: un popolo può essere ricordato per le conquiste violente e la crudeltà dei suoi capi, il nostro lo sarà sempre per gli artisti, i naviganti, i santi, i letterati, le oneste persone che ha offerto alla storia di Venezia e poi d’Italia; ma anche per la forza d’animo con cui voi siete stati capaci di risorgere dopo la caduta, di farvi valere e stimare ovunque la vostra diaspora sia approdata, di portare alto il nome dell’Italia, un po’ madre e un po’ matrigna, ma da voi sempre amata fino all’ultimo sacrificio. Solo voi avete pagato i danni di una guerra scellerata che tutta Italia ha combattuto. Solo voi avete portato il peso di una sconfitta non vostra. E nessuno vi ha detto grazie. Oggi finalmente il vostro sacrificio è riconosciuto e in parte risarcito da grandi eventi, come il Giorno del Ricordo o questo primo straordinario Giubileo a voi dedicato, grazie ai cari frati di Barbana.

In questi giorni, in cui la coscienza del mondo è scossa dai terribili eventi che Papa Francesco chiama “la terza guerra mondiale a pezzi” e dai nuovi disumani drammi di popoli in fuga, la vostra condotta diventa esempio e patrimonio sapienziale da tramandare. Concludo con le parole sagge di don Cornelio Stefani di Lussino, testimone degli ingiustificati bombardamenti che rasero al suolo la sua amata Zara: “Il nostro paradiso si trasformò in un inferno. Noi non abbiamo ricambiato odio con odio, non esiste altra alternativa al perdono, alla pacifica convivenza. Noi dunque abbiamo perdonato, ma abbiamo il sacrosanto diritto di ricordare”. Facile è perdonare se si dimentica, difficile quando il cuore ancora sanguina, come il vostro. Anche per questo meritate l’onore e il rispetto d’Italia tutta! Grazie!

Santuario di Barbana (Grado-Gorizia) 25 aprile 2016

MONSIGNOR MARCELLO LABOR VENERABILE

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Pubblicato: 05 Luglio 2020
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VENERABILE MONSIGNOR MARCELLO LABOR
per vent’anni medico dei poveri a Pola
sacerdote santo a Trieste e Capodistria
1890 – 1954

Nacque l’8 luglio 1890 a Trieste da famiglia israelita originaria dell’Ungheria. All’età di sette anni perdette la madre, morta di parto, e rimase orfano con il fratello Ferruccio. Il padre, Carlo Loewy, supplì alla mancanza della madre con un’educazione attenta e affettuosa, ed essendo estimatore del carattere della gente triestina ne assimilò lo spirito, scelse la cultura italiana come la propria cultura e in essa educò i figli.  Marcello frequentò le superiori a Trieste dove incontrò compagni e amici molto cari, come Scipio Slataper e Giani Stuparich.
Fin da giovanissimo fu votato alla scrittura, come si può evincere dai Diari (cinque quaderni iniziati nel 1907), dalla corrispondenza con Scipio Slataper, dalla traduzione di Judith di Friedrich Hebbel per i Quaderni de «La Voce» (1910). Frequentò l’Università di Vienna e Graz, dove si laureò in medicina nel 1914. Nel 1912 cambiò il nome in Labor e sposò Elsa Reiss con rito ebraico, ma dopo due anni la coppia si convertì al cattolicesimo. Dall'unione nacquero Maria (morta prematuramente), Giuliana e Livio.  

 

Lo stesso anno della laurea fu richiamato come ufficiale medico nell’esercito austro-ungarico e assegnato dapprima a Lubiana e infine a Leopoli in Galizia, dove venne fatto prigioniero dai russi. Con la rivoluzione bolscevica del 1917 la Russia si ritirò dal conflitto e Marcello ritornò in libertà. Al termine della prima guerra mondiale si stabilì a Pola esercitando la professione medica come direttore della cassa mutua e come medico delle ferrovie. Aprì un ambulatorio privato e si fece apprezzare da tutti per la sua serietà e professionalità, per l’affabilità nei modi e l’apertura verso i più poveri.

Proprio curando un’ammalata, avvenne l’incontro con don Antonio Santin e tale incontro fu determinante per un cammino di fede che fino a quel momento era mancato. Sotto la sua guida il dottor Marcello approfondì con solide letture lo studio della teologia e della spiritualità cristiana, raggiungendo felicemente la pratica fervente di vita cristiana, la frequenza ai sacramenti, la dedizione all’apostolato. Fu affascinato dalla figura di San Francesco e si fece terziario francescano. Anche la figura di San Vincenzo attirò il suo interesse tanto che volle far parte della società sorta nel suo nome offrendo la sua assistenza ai poveri.   

Attento alla parola del papa, si dedicò all’apostolato, fondando a Pola il centro dei laureati cattolici e prestò la sua opera nell’Azione Cattolica, divenendo presidente della giunta diocesana. Percorse le parrocchie della diocesi e si prodigò con la parola e gli scritti a illustrare il pensiero e la spiritualità cristiana.  

 La casa del dott. Labor a Pola, nel rione dei "giardinetti", dove il Servo di Dio aveva l’ambulatorio e la residenza di famiglia, dove morì il padre Carlo e la diletta sposa Elsa. Le autorità la espropriarono per farne la sede della Banca d’Italia (Archivio fotografico di famiglia).

Negli anni della professione medica a Pola, dopo la prima guerra mondiale e prima della sua conversione alla pratica del cattolicesimo, Marcello fu impegnato nell’assistenza ai lavoratori poveri. Furono gli anni della ricerca, allora pionieristica, nel campo della geriatria e degli studi sulla tubercolosi.

     La tragedia colpì nuovamente la sua casa: la moglie amatissima morì nel gennaio 1934. Pur nel grandissimo dolore, egli conservò una dignitosa forza e un abbandono sereno nella volontà di Dio. Maturò piano piano la chiamata a dare la sua vita totalmente al servizio di Dio. Scrisse centinaia di articoli su argomenti di fede sulla stampa cattolica. Quando i figli fattisi adulti trovarono la loro strada, egli chiuse il suo ambulatorio medico, donò i suoi beni   ai poveri, privatosi di tutto si risolse alla vita religiosa e a monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste, offrì se stesso alla Chiesa tergestina.      
Santin lo inviò, a quarantotto anni, a studiare teologia nel seminario patriarcale di Venezia. Dopo il primo anno di teologia, che superò con esiti brillanti, il vescovo lo tenne presso di sé come segretario, curandone nel contempo la formazione. Assolse in un anno gli studi di tre anni di teologia, superando brillantemente tutti gli esami. Il 21 settembre 1940 venne ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Giusto proprio da monsignor Santin. Fu poi rettore del Seminario di Capodistria fino al 1947.

                                                        L’arcivescovo di Gorizia monsignor Carlo Margotti lo nominò nel 1948 padre spirituale del Seminario teologico centrale di Gorizia, e nell’estate venne nominato canonico teologo del Capitolo Cattedrale di San Giusto e parroco della medesima cattedrale. Con vita austera, pietà intensa e ricca attività apostolica, riorganizzò la parrocchia e la migliorò. Diede vita al gruppo di anime oranti, dette Lampade viventi, che avviò all’adorazione del Santissimo Sacramento, scrivendo le tracce di riflessione. Curò la predicazione, anche trasmessa radiofonicamente agli ammalati, e con la Salus Infirmorum la cura e assistenza degli ammalati poveri. Dopo cinque anni di intenso e proficuo ministero parrocchiale, che costituiva la sua gioia, il vescovo gli chiese il sacrificio di rinunciare alla parrocchia per assumere la direzione del Seminario vescovile aperto a Trieste. Nella sua pronta obbedienza, pur con lo schianto nel cuore, aderì immediatamente alla sua volontà e presto risollevò la vita del Seminario, impostandola in un clima di serietà, ma anche di serenità.

 Il Seminario Teologico Centrale di Gorizia, dove nel 1948, appena liberato dalla prigionia da parte dei comunisti di Tito, esercitò la funzione di Padre Spirituale (Archivio fotografico della Curia Arcivescovile di Gorizia).


Il 29 settembre 1954, morì santamente, stroncato da un infarto. Chiuse la sua giornata terrena dopo essersi fatto leggere il capitolo quindicesimo del Vangelo di San Giovanni, mormorando: “Tutto per la Chiesa”. Lasciò un cordoglio immenso e un ricordo incancellabile. Sepolto nel cimitero comunale di Sant’Anna, nel 1997 le sue spoglie esumate furono sistemate nella chiesa di Sant’Antonio Nuovo a Trieste in un’urna di bronzo, sopra un monumento di pietra e marmo, dove i fedeli si recano a pregare.

Il processo diocesano di beatificazione iniziò a Trieste il 26 maggio 1996; la documentazione fu trasmessa alla Congregazione delle Cause dei Santi nel giugno 2000. Monsignor Marcello Labor è stato dichiarato venerabile con il decreto sull’eroicità delle virtù del 5 giugno 2015.

L’Arena di Pola, 24 dicembre 2018, p 4
                                  


La celebrazione della Prima Messa il 22 settembre 1940 nella Cattedrale di S. Giusto alla presenza del Vescovo, mons. Antonio Santin (Archivio fotografico di famiglia).


Marcello Labor canonico teologo del Capitolo Cattedrale e parroco di S. Giusto, assiste il Vescovo, mons. Antonio Santin, durante la processione del Corpus Domini. E’ alla destra del Vescovo (Archivio fotografico di famiglia).


In seguito all’occupazione tedesca del territorio nel 1943, per le sue origini ebraiche subì persecuzioni da parte dei nazisti. Sotto la minaccia di deportazione e di morte dovette lasciare precipitosamente Capodistria. Venne destinato come cappellano nella parrocchia di Fossalta di Portogruaro. La popolazione di quei luoghi si rese presto conto di avere un santo prete dalla predicazione semplice ma penetrante. Si accorreva a lui da molti paesi per la confessione e la direzione spirituale e per ascoltare le sue prediche. Un giorno, a rischio della sua vita, usando la preghiera e approfittando della conoscenza della lingua tedesca, riuscì a salvare dalla fucilazione quattro giovani che i tedeschi avevano catturato. Molto ricercato come conferenziere e direttore spirituale, continuò a scrivere il quinto quaderno dei Diari, dove abbondano schemi di conferenze e appunti di lavoro.   

 
Terminata la guerra, riprese il suo posto come rettore del Seminario di Capodistria con il giubilo dei suoi seminaristi. Capodistria, intanto, era stata occupata dai comunisti di Tito, cui faceva gola il complesso del Seminario. Pur nelle difficoltà, non cessò il suo ardente apostolato e la sua franchezza nel predicare lo pose subito in antitesi con gli uomini di Tito. Requisito il Seminario con il pretesto di una scorta di viveri fatta passare per accaparramento, venne arrestato, processato e condannato ad un anno di carcere che, per le sue precarie condizioni di salute, scontò in parte venendo liberato il 31 dicembre 1947.



 Il Seminario Teologico Centrale di Gorizia, dove nel 1948, appena liberato dalla prigionia da parte dei comunisti di Tito, esercitò la funzione di Padre Spirituale (Archivio fotografico della Curia Arcivescovile di Gorizia).



L’urna di bronzo con le spoglie di Marcello Labor nella chiesa di Sant’Antonio


Bibliografia
Santi e martiri nel Friuli e nella Venezia Giulia, promosso dall’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco a cura di Walter Arzaretti, Padova 2001, pp.300-303 (scheda di Vittorio Cian)
Antonio Santin, Alzatosi lo seguì, Trieste 1958    
Vittorio Cian, Siloe, l’avventura spirituale di Marcello Labor, Milano 1997    
Marcello Labor Servo di Dio. Epistolario vol.1, a cura di Vittorio Cian, EMP 2009
Marcello Labor  Servo di Dio. Epistolario vol. 2, a cura di Vittorio Cian, EMP 2011
Marcello Labor, I diari del Servo di dio Marcello Labor inediti EMP 2007
Ranieri Ponis, Medico d’anime. La vita di Marcello Labor MGS PRESS 2004
Pietro Zovatto, Il giovane Marcello Labor (con lettere inedite a Elody Oblath Stuparich e amiche. Luglio Editore 2015
Archivio Marcello Labor consegnato il 13 febbraio 1996 dalla figlia Giuliana Labor ved. Guarnero alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Trieste . Oltre a svariato materiale biografico, il fondo archivistico comprende l'autografo dei cinque quaderni di note detti Diari e circa 600 lettere scritte da Marcello Labor.

VENERABILE SUOR TARSILLA OSTI ANIMA EUCARISTICA

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VENERABILE SUOR TARSILLA OSTI
anima eucaristica

1895 – 1958

 

La Venerabile suor Tarsilla Osti è ammirevole per il suo amore a Gesù Crocifisso e all’Eucaristia, manifestato nella concretezza della vita quotidiana, specialmente nella sua dedizione ai malati. Non ha realizzato opere grandiose, ma ha fatto diventare grandi le piccole azioni di ogni giorno, per l’amore con cui le realizzava e per la fortezza interiore che le faceva sopportare con gioia ogni sorta di sacrificio e difficoltà. Una suora semplice, totalmente aperta all’azione della grazia di Dio, che la portava ad una crescita spirituale sempre più profonda, ad una ricerca costante nel compiere la volontà divina e ad una fiducia sconfinata nella preghiera.

suor Maria Lidia Rosmarino

superiora generale delle Suore Missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria

 

La famiglia Osti viveva a Pola, al tempo in cui quelle terre erano sotto l’Impero austro-ungarico. Anna Osti nacque proprio a Pola il 6 dicembre 1895 da Pietro Osti (Host-Ivessich) e da Maria Maraspin. Ebbero sette figli, ma solo tre giungeranno all’età adulta. La professione di famiglia era la sartoria. Anna crebbe nell’affetto dei suoi familiari e sin da piccola iniziò a manifestare alcune sue buone qualità, come la disponibilità a fare piccoli sacrifici e sempre pronta e servizievole verso i suoi familiari.       

Quando iniziò a frequentare la scuola, cercava di aiutare le compagne che avevano più difficoltà nell’apprendimento, particolarmente attratta nell’aiutare le più povere. Frequentò fino ai dodici anni e quando dovette concludere fu assai dispiaciuta, come in seguito annotò nel suo diario: “Desideravo tanto di continuare, ma la mia mamma non mi acconsentì perché aveva bisogno di mia sorella per la sartoria (questa non aveva voglia di studiare). Così non mandò neppure me, perché sembrava brutto, secondo lei: dovevamo essere eguali. Quanta pena per me, quando si riaprivano le scuole! Invece di guardare i negozi di moda mi fermavo innanzi alle vetrine di libri, quaderni. Per più anni mi continuò questa pena, ma in casa non dicevo nulla a nessuno. Mi tenevo custoditi i miei libri e quaderni dell’ultimo anno con gelosia”.

Nel giro di pochi anni vennero a mancare tre fratellini. Nel 1915, a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, la famiglia Osti dovette riparare nel campo profughi a Pottendorf-Landegg in Ungheria; lì rimasero alcuni mesi. Il papà divenne responsabile della sartoria del campo, aiutato dalla moglie. La morte visitò nuovamente la famiglia Osti che avrà altri due lutti. Anna, mentre cresceva, sentiva sempre più forte la voce di Dio che l’attirava a sé: ma quando e dove? Sentiva sempre più il desiderio di donarsi a Dio. Una mattina, mentre era in chiesa – così annotò nel suo Diario –, inginocchiata ad un banco, “dall’altare, dalla parte del Vangelo, come fosse stato ritto in piedi, senza però vederlo, mi giunse una voce dolce e soave che disse: ti ricordi l’idea di farti suora?”. Era il segno che la sua vita stava cambiando.     
   
Così il 15 gennaio 1925 fece ingresso nella casa di Pola delle Suore dei Sacri Cuori e il 15 agosto 1925 fece la vestizione, mutando il nome in suor Tarsilla del Crocifisso. Da dove veniva un nome così inusuale? La storia racconta che Santa Tarsilla era la zia di San Gregorio Magno, ricordata nel calendario il 24 dicembre, e le note caratteristiche della sua vita erano state lo spirito di penitenza e di preghiera, quasi presagio anticipato di ciò che sarà la vita della giovane suora.    
  
Le Suore dei Sacri Cuori, fondate a Roma da suor Rosa Rosato e suor Rosa D’Ovidio, dopo complesse vicende storiche, avevano aperto una seconda presenza proprio a Pola, curando tre opere assistenziali della città:  l’ospedale della Regia Marina Militare, l’asilo e il collegio convitto dove si trovava suor Tarsilla. In tutto vi erano una trentina di suore. Nel primo anno di noviziato rimpiazzò all’ospedale della Marina una suora che voleva ritornare a Roma. Qui si fece ben presto notare per la sua dedizione agli ammalati. Il suo segreto dell’amore caritatevole verso gli infermi era vedere nel malato il volto di Gesù e quindi servirlo con

La comunità di Piedimonte d’Alife. Suor Tarsilla è seduta

mille delicatezze e attenzioni. Il 13 febbraio 1929 ottenne il diploma di infermiera. Essere devoti e consacrati al Sacro Cuore e al Cuore di Maria significava mettere al centro della propria vita l’amore di Gesù, compassionevole e misericordioso, che trovava il culmine nella presenza eucaristica; significava guardare al mistero d’amore e di passione consumato sulla croce di Gesù; significava offrirsi ed offrire la propria vita accanto a Gesù, in spirito di immolazione e di riparazione. Come un angelo si aggirava nelle corsie dell’ospedale e alcuni malati, dopo le sue cure e preghiere, guarivano prodigiosamente. Il suo sguardo mite e luminoso sapeva conquistare ogni cuore.

Nel mezzo del secondo conflitto mondiale, per l’Istria e Pola si prospettarono giorni tristissimi di profonde sofferenze. Sotto i bombardamenti, gran parte dell’ospedale venne risparmiato ma il lavoro dei medici e delle suore era interminabile. In quel frangente, gli italiani in Istria dovettero via via lasciare il territorio per l’avanzata dei comunisti del maresciallo jugoslavo Tito. Anche le suore dell’ospedale dovevano prepararsi ad abbandonare il loro posto a servizio dei ricoverati. Stesso destino stavano avendo le altre case dell’Istituto, così suor Tarsilla dovette lasciare definitivamente Pola e approdare a Roma dove arrivò il 22 agosto 1945. Qui rimase poche settimane perché venne destinata a Lanciano in Abruzzo. Da esperta infermiera fu assegnata all’assistenza dei malati a domicilio. Nel gennaio del 1948 venne eletta superiora della comunità delle suore che prestavano servizio all’ospedale di Piedimonte d’Alife, in provincia di Caserta. Qui rimase una decina d’anni, non totalmente sereni perché ebbe a soffrire tante prove interiori e anche problemi di salute. Offrì a Dio quelle sofferenze e il 17 agosto 1958 si mise a letto e non poté più rialzarsi. I fratelli la portarono a Napoli per maggiori cure e poi a Roma. Ogni giorno riceveva la Comunione in camera ed era l’unica sua forza interiore per affrontare le lunghe giornate di dolore. Intanto giunse il Natale e suor Tarsilla si aggravò notevolmente; sul suo volto le consorelle notarono un sorriso ancor più sereno del solito, preludio dell’imminenza dell’ingresso della suora nel regno dei cieli! Nel giorno di Santo Stefano come una candelina si spense piano piano. Era il 26 dicembre 1958 alle ore 20,50.

Chi la conobbe non ebbe alcun dubbio nel riconoscerne la santità di vita; già dopo tre anni dalla morte uscì una sua biografia perché molte persone desideravano conoscere più a fondo la sua vita semplice e nello stesso tempo eroica. La sua vita religiosa fu permeata di fede nell’esercizio più generoso dell’umiltà, dell’obbedienza, della carità, e il suo ministero ospedaliero a favore degli ammalati rifulse di virtù celestiale. Pregava, invocava, talora vedeva Gesù, correndo al capezzale dei fratelli sofferenti. Essi la rimiravano stupefatti, toccati dal suo candore e da quel prodigio di trasparenza divina che promanava dalla sua angelica figura. Sin dalla sua tenera età fu angelo di pace e di riscatto, mediante la parola o il silenzio, la presenza o il nascondimento, la preghiera, il pentimento, la riparazione. Amore e candore, amore e riparazione, Dio e i fratelli, immolazione e servizio. Il Cuore di Cristo e il Cuore di Maria, vissuti da suor Tarsilla, sono oggi più che mai attuali, anche se nell'aspetto esistenziale vanno quotidianamente rivisitati e riscoperti per viverli con atteggiamenti sempre nuovi, credibili e propositivi.                

S. Messa di ringraziamento per il Decreto di Venerabilità di suor Tarsilla. Casa Generalizia Roma

Nel 1977 avvenne un fatto prodigioso e inspiegabile. Un ragazzino di undici anni, Paolo Nepa, il 2 aprile venne ricoverato nell’ospedale pediatrico di Chieti. La diagnosi era terribile: meningite acuta batterica e vi erano poche speranze. Così il ragazzino testimoniò: “Nonostante tutti gli sforzi dei dottori, le mie condizioni rimasero disperate. Durante la prima notte, la madre superiora delle Suore Missionarie dei Sacri Cuori portò al mio capezzale il ritratto di suor Tarsilla e subito i miei congiunti cominciarono a rivolgere a lei le loro preghiere. Anch’io, in un momento di lucidità, trovai la forza d’invocare il Signore e suor Tarsilla. Ora, grazie all’aiuto del Signore, di suor Tarsilla e all’opera dei professori sono perfettamente guarito”. I dottori riconobbero un intervento soprannaturale nella veloce guarigione del piccolo paziente. Il primario ne lasciò una relazione scritta il 17 maggio 1977.
Il 23 febbraio 1987 venne aperto il processo diocesano in vista della beatificazione. Il 15 marzo 2008 per disposizione di papa Benedetto XVI fu promulgata l’eroicità delle virtù della serva di Dio, ora così venerabile.   

Ha scritto nel 1960 il vescovo monsignor Arrigo Pintonello, che fu cappellano all'Ospedale della Marina di Pola: “Soltanto due cose salveranno il mondo: il pensiero e la preghiera”, ed ha ricordato quanto fece suor Tarsilla per i sofferenti, marinai e soldati, in pienezza di apostolato; e il particolare biografico, di così tenera, forse anche poetica, convinzione, di quando giovanetta, ricevuta la Comunione, “indugiava ingenuamente tra la gente del mercato, pensando di recare così Gesù alle anime”.         

Ora i resti mortali di suor Tarsilla riposano nella chiesa del Sacro Cuore della Casa Generalizia dell’Istituto a Roma. La fama di santità di suor Tarsilla Osti si è diffusa rapidamente in quattro continenti, particolarmente nei paesi dove le Missionarie dei Sacri Cuori sono presenti: Italia, Brasile, Corea, Tanzania, Guatemala e Vietnam. Molti fedeli, tra cui laici, sacerdoti e seminaristi, ne richiedono biografie, preghiere, immagini e reliquie.

L’Arena di Pola, 26 settembre 2018, p. 12

 
 

 Quadro della Venerabile.     
La S. Messa è stata celebrata dal Padre Postulatore P. Cristiano Massimo Parisi e concelebrata dal Parroco D. Alessandro Cavallo il 26 dicembre 2018, nel 60° della morte.

Bibliografia

Santi e martiri nel Friuli e nella Venezia Giulia, promosso dall’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco a cura di Walter Arzaretti, Padova 2001, pp. 307-308 (scheda di Maria Luisa Salvatore)

C. Naselli, Amore e candore: Suor Tarsilla Osti, Teramo 1982

Massimiliano Taroni, Venerabile suor Tarsilla Osti anima eucaristica, Roma 2016 

  
Per informazioni e segnalazioni di grazie ricevute, contattare: Casa Generalizia Istituto Suore Missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, via del Trullo 372 - 00148 Roma - tel 06. 6530612; fax 06. 6535644
– Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.istitutosacricuori.it


 

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