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Settembre 1943, fuga dalle carceri di Pola
Settembre 1943, fuga dalle carceri di Pola
La Signora Edda Molinari Fròsini ha letto le tre versioni della fuga dei detenuti dalle carceri di Pola nel settembre 1943 che sono state riportate sul numero di settembre 2013 de “L’Arena di Pola” e mi ha riferito una sua personale testimonianza, al meglio di quanto può ricordare, autorizzandomi a pubblicarla. Chi avesse ulteriori notizie sull’argomento è invitato a scrivere alla redazione.
Tito Lucilio Sidari

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Presentata a Milano " Cantata profana"
Luigi Donorà e Nevia Gregorovich presentano a Milano “Cantata profana”

“Non di solo pane” è un progetto pluriannuale multidisciplinare ideato da Susanna Vallebona, storica grafica milanese, e dal suo spazio culturale SBLU_Spazio al bello nell’ambito di EXPO 2015.
“Nutrire il pianeta, energia per la vita” è il tema di EXPO 2015 e molti sono gli approfondimenti di carattere scientifico e tecnologico proposti. Il progetto “Non di solo pane” è un’iniziativa volta a spostare e allargare la riflessione all’ambito culturale, dando spazio a varie forme di espressione artistica, che concorrano a ridefinire un comune senso del bello.
La Bellezza è il cibo della mente e la ricerca artistica diventa motore di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi dell’alimentazione e in particolare sull’alimento principe del sostentamento: IL PANE.
Ad oggi vi hanno aderito 150 artisti delle più varie discipline, affermati ed emergenti, che si sono impegnati a creare un’opera dedicata al tema, sviluppata secondo la propria poetica personale.
Il progetto, che ha ottenuto il patrocinio di EXPO 2015, è stato presentato nel corso di una conferenza stampa il 12 settembre 2013 presso la sala Merini dello Spazio Oberdan. Alla presentazione hanno partecipato, oltre a un nutrito pubblico e ai rappresentanti della Provincia di Milano e della stampa, esponenti delle autorità cittadine e personalità del mondo culturale e produttivo.

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NOTIZIE DI OTTOBRE A CURA DEL DIRETTORE PAOLO RADIVO

Inaugurata la sede degli italiani di Visignano

L’attesa è stata lunga, ma finalmente venerdì 20 settembre la Comunità degli Italiani “Dott. Silvio Fortuna” di Visignano ha potuto inaugurare in un clima festoso la propria agognata sede alla presenza di tanti compaesani e di alcuni esuli. Si trova lungo la strada principale, conta 400 metri quadri, si caratterizza per il bianco dei muri e la le ampie vetrate, si articola su due livelli e comprende una sala per riunioni e spettacoli, una biblioteca, un ufficio di segreteria e presidenza, un bar, nonché alcune stanze. E’ costata 650.000 euro, stanziati dal Ministero degli Esteri italiano tramite l’Università Popolare di Trieste e l’Unione Italiana. Il salto di qualità è notevole, considerando che per 21 anni i connazionali visignanesi si sono dovuti accontentare di uno stanzino di 20 metri quadri messo a disposizione dal Comune. Il trasloco ha perciò equivalso a un netto rafforzamento dell’italianità in un territorio dove per quarant’anni dal 1953 era stata bandita dalla segnaletica, dall’uso pubblico e dall’insegnamento. Lo stesso Circolo Italiano di Cultura era stato sciolto per dare corso a una sistematica croatizzazione.

La banda della CI ha accompagnato il taglio del nastro suonando gli inni nazionali croato e italiano. Il presidente della CI Erminio Ferletta ha ringraziato sia l’Italia che l’UPT per il sostegno e ha rivolto un pensiero ai suoi predecessori Pietro Declich e Vittorio Zaninich. Il sindaco Milan Dobrilović ha dichiarato che la sede costituirà un punto d’incontro e collaborazione per tutti i cittadini della zona, indipendentemente dalla nazionalità, e in particolare per le nuove generazioni.

Il presidente dell’UPT Silvio Delbello ha spiegato che il merito del completamento dell’edificio dopo le lungaggini degli anni scorsi va alla nuova amministrazione comunale e al presidente Ferletta, e ha chiesto un applauso all’Italia per l’appoggio ai connazionali malgrado le ristrettezze di bilancio.

Il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul, dopo essersi rallegrato per il fatto che la nuova sede consentirà alla vivace CI di svolgere al meglio le proprie attività, ha esortato l’amministrazione comunale a riaprire un asilo e una scuola elementare italiana, visto che i giovani connazionali devono recarsi a Parenzo oppure rinunciare a un’educazione nella propria madrelingua. Spetta ora alle istituzioni italiane del territorio fare sistema per ottenere una piena attuazione dei diritti dei connazionali: l’applicazione integrale del bilinguismo, il ripristino di tutti i toponimi, nonché la valorizzazione della cultura e della storia degli italiani d’Istria. «Come la Costa Concordia – ha detto – anche noi, decenni fa, siamo spiaggiati sugli scogli di un’ideologia che tradendo gli ideali dell’antifascismo, cacciava i nostri fratelli, ci divideva e decimava come mai prima accaduto nel corso della storia, quasi a voler cancellare con un colpo di spugna il nostro apporto dato alle arti, alle lettere e alle scienze, la nostra stessa permanenza. Ma più di vent’anni fa, con la nascita della nuova Unione Italiana, abbiamo compiuto l’operazione di ridare dignità al nostro essere italiani qui, ideatori in modo affatto originale di cultura, lingua, identità, ispirati al valori della convivenza e del dialogo interculturale».

Il presidente della Regione Istriana Valter Flego ha descritto la CI come un luogo di amicizia, collaborazione, comprensione e tolleranza delle differenze, un investimento per il futuro di tutti. Gli italiani hanno contribuito a quella fruttuosa convivenza che è stata per secoli la caratteristica dell’Istria e che ne costituisce oggi la sua ricchezza e forza.

Il presidente dell’UI e deputato al Parlamento Furio Radin ha definito le CI come una rete di realtà morali autonome, verso le quali l’UI è chiamata a svolgere un’azione di servizio e difesa verso l’esterno. Da un lato dunque servono collaborazione e solidarietà interne, dall’altro forza e sicurezza verso l’esterno. Niente a che vedere perciò con la sottomissione e la pratica di potere tipiche del periodo comunista.

Il ministro plenipotenziario della Farnesina Francesco Saverio de Luigi ha ricordato come la civiltà italiana sia precedente alla nascita dello Stato unitario, ha confermato l’impegno del Governo per i connazionali di Croazia e si è compiaciuto dell’ulteriore miglioramento dei rapporti tra i due Paesi emerso dal vertice di Venezia.

Il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani ha voluto vedere nell’inaugurazione dell’edificio un premio all’operosità della CI visignanese.

Dopo le allocuzioni, i minicantanti connazionali hanno interpretato canzoni italiane, mentre il coro “Arpa” ha eseguito brani tradizionali e il Va, pensiero.

 

Ristrutturata l’elementare di Rovigno

Festa grande lunedì 30 settembre alla Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” di Rovigno per l’inaugurazione dell’edificio ristrutturato e delle sue aree attigue riqualificate.

Nella prima fase dei lavori, durata due anni, i muri sono stati coibentati e i serramenti sostituiti per evitare dispersioni di calore e ridurre i consumi energetici, sono stati rifatti sia il tetto che la cucina, la biblioteca è stata ricollocata al piano terra e un’aula multimediale ha preso il posto del vecchio spogliatoio al primo piano. Per tali opere edili, rese necessarie dall’inagibilità di gran parte dello stabile, il Ministero degli Esteri italiano ha erogato 810.000 euro tramite l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste. Nei due anni di cantiere alcune classi erano state accolte nella locale CI.

Durante la seconda fase, ultimata la scorsa estate a spese della Città di Rovigno, si è realizzato un collettore delle acque piovane dalla scuola e dal vicino Giardino d’Infanzia Italiano “Naridola” alla rete fognaria cittadina, risistemato il cortile ed eretto un muro protettivo che impedisce l’accesso agli estranei, spostato l’ingresso per le automobili, realizzato un ampio terrazzo vicino alle aule del doposcuola e dato un nuovo assetto alle aree verdi ricavando un piccolo parco giochi, un piccolo orto per le piantine mediterranee degli studenti e alcuni sentieri di collegamento fra l’ingresso secondario, il campo sportivo e la palestra.

In agosto ignoti avevano lanciato sassi frantumando i vetri di due piccole finestre dell’aula di informatica al piano terra e della grande finestra dell’ottava classe al primo piano. L’atto vandalico era stato interpretato come una reazione di qualche giovane o proprietario di cani impossibilitato a frequentare di sera il cortile della scuola dopo l’innalzamento del muro.

Alla festa di inaugurazione c’erano tutti i 130 alunni e i loro docenti. E’ stato eseguito l’inno scolastico, sono state inscenate recite di benvenuto in italiano, croato, inglese, tedesco, rovignese, istroveneto e ciacavo, eseguito un programma di canzoni rovignesi, interpretato un divertente bozzetto folcloristico in rovignese e proposto un quiz - caccia al tesoro, mentre gli alunni della sezione periferica di Valle hanno offerto balli della loro tradizione locale.

La direttrice Gianfranca Šuran ha ringraziato finanziatori, persone ed enti che hanno aiutato la scuola durante i lavori.

Il vicesindaco italiano Marino Budicin ha rilevato come questa sia stata solo l’ultima di una serie di ristrutturazioni delle scuole rovignesi: il giardino d’infanzia “Naridola” con sue sezioni di nido, la nuova palestra scolastica e la ristrutturazione del palazzo del ginnasio.

Il presidente dell’Università Popolare di Trieste Silvio Delbello ha sottolineato la necessità dei lavori.

La vicepresidente italiana della Regione Istriana Giuseppina Rajko ha osservato che l’opera assicura la migliore qualità possibile per le attività didattiche e la formazione.

Il presidente dell’UI Furio Radin ha sostenuto che Rovigno e gli italiani della città hanno meritato l’impegno dell’Italia per le sue scuole italiane.

Il presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul ha rilevato che negli ultimi due anni l’UI ha stanziato due milioni di euro per attrezzature e arredi delle scuole italiane in Croazia.

 

Inaugurato l’asilo italiano di Zara

Ci sono voluti 60 anni (gli ultimi 10 spesi in estenuanti trattative) perché a Zara potesse riaprire i battenti una Scuola Italiana dell’Infanzia. Si chiama “Pinocchio” ed è sia la prima in Dalmazia sia la prima privata della rete scolastica della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia. L’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo (ADIM) - Libero Comune di Zara in Esilio sosterrà i costi di una delle educatrici; la Regione Veneto cofinanzierà le attività dell’asilo; l’Unione Italiana, titolare dell’edificio, farà altrettanto tramite la collaborazione con l’Università Popolare di Trieste e grazie alle risorse dello Stato Italiano per la CNI; la Città di Zara si è impegnata a pagare le educatrici a partire dal 2014.

La festosa inaugurazione ha avuto luogo sabato 12 ottobre con i bambini, le educatrici, i genitori, gli attivisti della locale Comunità degli Italiani e diverse autorità. Dopo gli inni nazionali croato e italiano eseguiti dal quartetto d’archi diretto dal presidente della CI di Spalato Damiano D’ambra, è stato tagliato il nastro tricolore, sono stati liberati in cielo dei palloncini colorati e un sacerdote ha benedetto l’edificio.

La direttrice Snježana Šuša ha rotto il ghiaccio dicendo: «Chiamatemi Gianna».

La presidente della Comunità degli Italiani di Zara Rina Villani ha ringraziato tutti coloro che si sono adoperati per l’apertura dell’istituzione prescolare: UI, UPT, Ministero degli Esteri, Regione Veneto, esuli e Città di Zara.

Il sindaco Božidar Kalmeta ha affermato che l’apertura dell’ente prescolare italiano rappresenta un successo per Zara, rilevando che la Città destina il 10% del proprio bilancio al finanziamento degli asili pubblici e un 3-4% al sostentamento di quelli privati e nel 2014 verserà gli stipendi alle due educatrici del “Pinocchio”. «È una bella coincidenza – ha aggiunto – che l’asilo italiano venga inaugurato dopo che la Croazia è entrata a pieno titolo nell’Unione Europea. È un’ulteriore testimonianza della possibilità di un percorso comune, che in tale contesto europeo vede unite Italia e Croazia».

Ha preso quindi la parola Giorgio Varisco in rappresentanza dell’ADIM. «Siamo qui oggi – ha dichiarato – a celebrare un importante atto di civiltà. Atto storico, di grande significato, perché questa, consentitemi, “nostra” città ha fatto un passo avanti sulla strada della democrazia e della libertà. Nessuno può impedire agli italiani esuli da Zara di amare questa città e di sentirci “a casa nostra”, come ci disse il Presidente Ivo Josipović a Pola il 3 settembre 2011, e questo asilo ne è prova tangibile. Gli “zaratini” di sessant’anni fa capiscono i sentimenti di orgoglio e di fierezza dei croati di oggi che hanno conquistato l’indipendenza della loro patria nella guerra patriottica del 1991-1996 a prezzo di tante giovani vite. Uguale rispetto chiediamo per l’orgoglio e la fierezza di noi dalmati italiani, minoranza sì, ma di un popolo che per generazioni ha animato calli e campielli ed amato la sua patria, l’Italia, fino all’estremo sacrificio, con la vita e l’abbandono della città natale. Centinaia i dalmati caduti nelle guerre italiane. Zara è stata la provincia italiana col maggior numero di decorati al valore; nel 1943-44 oltre 2.000 gli zaratini morti sotto i bombardamenti anglo americani e ancora manca una lastra di pietra dalmata che li ricordi. La fierezza è il tratto comune dei dalmati per l’amore appassionato per la Patria – anche se diversa – e la fedeltà agli ideali. Le guerre e le ideologie ci hanno diviso: nazionalismi e sciovinismi contrapposti hanno lacerato le nostre famiglie e le nostre città. Ma qui siamo in mezzo a bambini, non trasmetteremo loro sentimenti di rivalsa e di frustrazione, ma fiducia nell’avvenire di un’Europa più giusta e civile. Ecco perché oggi qui si celebra un grande atto di civiltà del quale ringraziamo le rappresentanze diplomatiche italiane e gli zaratini croati di oggi che, combattendo per la libertà delle proprie opinioni, hanno aiutato a realizzare questo asilo. Questo è il fiore che oggi noi piantiamo insieme e, ne siamo certi, negli anni futuri diverrà un bell’albero».

Il vicepresidente dell’UPT Fabrizio Somma ha offerto all’asilo una copia d’epoca del Pinocchio di Collodi, ribadito l’attenzione dell’UPT verso la minoranza e auspicato percorsi formativi che vadano nel senso di una “pedagogia europea”.

«Per secoli – ha dichiarato l’assessore della Regione Veneto Roberto Ciambetti – noi veneti e voi dalmati abbiamo avuto la stessa bandiera, il Leone di San Marco. E oggi ci troviamo qui per guardare al futuro attraverso gli occhi di questi bambini che parlano italiano e che sono europei. Le istituzioni croate che hanno permesso la realizzazione e l’apertura di quest’asilo hanno fatto una scelta europea».

Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva di quell’Unione Italiana cui è intestato l’asilo, ha chiesto l’estensione dei diritti della CNI a tutto il territorio di insediamento storico sulla base del Trattato italo-croato del 1996, l’adozione di criteri non vessatori per l’iscrizione alle scuole medie superiori italiane, l’equipollenza integrale dei titoli di laurea conseguiti all’estero e una legge d’interesse permanente dell’Italia per la sua unica minoranza autoctona all’estero.

«Non è stato facile – ha dichiarato il presidente dell’Unione Italiana Furio Radin – realizzare questo progetto, ma ora abbiamo una splendida struttura che avremmo voluto fosse pubblica, ma che per il momento è privata. Zara merita l’asilo infantile italiano, anzi merita molto di più per la sua storia che è stata italiana e in cui la lingua di Dante non può, non deve essere considerata straniera. Insieme con Kalmeta abbiamo negoziato il bilinguismo sulla Ipsilon istriana. Sono sicuro che con Kalmeta sindaco intavolerò a breve un altro negoziato sulla valorizzazione dell’apporto dato attraverso la storia dalla lingua e dalla cultura italiane a Zara».

Sabina Glasovac, sottosegretario alla Scienza, Educazione e Sport della Repubblica di Croazia, ha affermato che l’asilo italiano, dando un contributo al sistema educativo-formativo di Zara e all’insegnamento della lingua italiana, farà crescere le nuove generazioni in uno spirito europeo di convivenza, amicizia e rispetto delle reciproche identità.

Ha preso infine la parola il viceministro degli Esteri italiano Marta Dassù. «L’italiano – ha osservato – è cruciale, è la lingua della cultura, ed è importante non solo per la comunità autoctona, poiché la lingua è fattore d’identità, ma perché è una delle cinque lingue più studiate nel mondo. I bambini di Zara che verranno a studiarlo qui, italiani o croati, avranno uno strumento in più per la loro vita futura. Studiare l’italiano è non solo un contributo alla memoria, ma consente anche di vivere nel mondo di oggi, le sfide del futuro. E all’asilo dovrà fare seguito altro, la scuola elementare, il liceo. Il piccolo progetto del futuro sarà riuscire ad avere l’italiano anche nel percorso successivo di studi. Dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, possiamo dire che abbiamo fatto l’Europa e che ora dobbiamo fare gli europei. E quest’asilo serve proprio a ciò, a fare dei cittadini europei».

Tutti i discorsi sono stati tradotti in croato o italiano a voce o per iscritto e intervallati da brani di Puccini, Vivaldi e Pergolesi ad opera del quartetto, nonché dai bambini che hanno cantato facendo un girotondo, ballato e recitato poesie dell’autunno. Nonna Giuliana Riggio ha letto una sintesi tra la favola di Collodi e la storia dell’asilo con sottofondo musicale.

C’erano anche il presidente della Regione di Zara e il vicesindaco Zvonimir Vrančić, che nella scorsa consigliatura da sindaco non aveva certo favorito la nascita dell’asilo.

Prima della cerimonia il viceministro Dassù ha visitato la sede della Comunità degli Italiani di Zara, accolta dalla presidente Rina Villani e dagli attivisti e accompagnata dall’ambasciatore Emanuela D’Alessandro, dal console generale Renato Cianfarani, dal ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, presidente del Comitato di coordinamento per la minoranza italiana in Croazia e Slovenia, dai presidenti Furio Radin e Maurizio Tremul, dalla titolare dei Settori Cultura e Teatro, Arte e Spettacolo dell’UI Marianna Jelicich Buich, dal vicepresidente dell’UPT Fabrizio Somma, dal direttore generale della stessa Alessandro Rossit, nonché dai rappresentanti degli esuli e della Regione Veneto.

Rina Villani ha ringraziato l’Italia, l’UI, l’UPT, gli esuli e la Regione Veneto per il sostegno fornito fin dal 1991, anno di ricostituzione della CI, e ha registrato con soddisfazione il miglioramento del clima verso i connazionali in Dalmazia e l’atteggiamento più disponibile di Città e Regione. I prossimi obiettivi sono una ricerca sulle tombe italiane dal Medioevo a oggi e la professionalizzazione della segreteria della sede.

«Vi trasmetto i saluti del ministro degli Affari esteri Emma Bonino, che vi segue con grande attenzione», ha esordito il vice-ministro Dassù, che poi, rimandando ai discorsi pronunciati il 3 settembre 2011 all’Arena di Pola dai presidenti Napolitano e Josipović e il 12 settembre 2013 al vertice trilaterale di Venezia, ha esortato a far prevalere ciò che unisce, senza dimenticare il tragico passato ma senza nemmeno indulgerci troppo sopra. Le generazioni più giovani porteranno a un’Europa sempre più unita e integrata nelle sue molteplici tradizioni e identità. Riaffermare l’identità italiana a Zara è possibile guardando al domani. «E non c’è modo migliore per farlo – ha concluso – che rivolgerci a questi bambini che parleranno italiano. Spero saranno felici come lo sono io oggi».

Furio Radin si è augurato che la Croazia dimostri maggiore apertura in queste terre verso la cultura italiana, il cui peso e valore è ben maggiore della sua presenza numerica.

Maurizio Tremul ha espresso la sua esultanza per la «bellezza di questa giornata, che vede la ritrovata unità di un popolo lacerato dalla Storia».

La giovane zaratina Carmen Bevanda ha quindi letto una testimonianza dell’esule Caterina Fradelli Varisco, maestra di scuola materna a Zara negli anni della guerra, commuovendosi e suscitando commozione in sala. La clapa della CI ha infine cantato alcuni motivi tradizionali.

Durante la sua audizione alla Commissione Esteri della Camera il viceministro aveva definito l’asilo «uno strumento di difesa dei diritti, della memoria e dei simboli della storia».

«E’ con grande soddisfazione – ha commentato al termine delle cerimonie il presidente di FederEsuli Renzo Codarin – che abbiamo partecipato a questa giornata intensa ed emozionante. Abbiamo toccato con mano una realtà che è diversa da quella istriana, ma proprio per questo da seguire con attenzione, passo passo, per amore di una ricomposizione che avviene attraverso il contributo delle nuove generazioni sulle quali dobbiamo investire tutto il nostro impegno».

Il presidente nazionale dell’ANVGD Antonio Ballarin ha definito il 12 ottobre 2013 «una data epocale che cambia il corso della nostra storia». «Quell’asilo – ha commentato – è un piccolo tributo a diritti ancora negati, un buon auspicio per la ricomposizione di una dolorosa frattura e la strada per la ricostruzione di una presenza che sia segno di civiltà. Ora quell’asilo parla di futuro e prospettiva».

La Delegazione triestina dell’ADIM non era invece presente per «dissenso su alcuni aspetti essenziali del come l’Unione Italiana di Fiume ha gestito la costituzione dell’Asilo italiano privato di Zara “Pinokio”». Il presidente Renzo de’ Vidovich ricorda di aver curato per 22 anni l’istituzione della scuola materna e di aver dovuto imporsi nel Comitato MAE-UPT per ottenere l’acquisto dell’immobile, intestato in proprietà «all’associazione privata croata denominata UI di Fiume». «Inoltre – aggiunge – l’asilo ospita solo 25 allievi, la metà della capienza, perché non si è trovato un finanziatore per le maestre del secondo gruppo. Ho visitato in questi ventidue anni tre o quattro asili italiani privati di Zara, che hanno avuto vita breve perché i costi di gestione erano troppo elevati. Sono certo che “Pinokio” durerà almeno un paio d’anni, con il contributo volontario e non obbligatorio della Città di Zara, della Regione Veneto, della Fondazione Rustia Traine, di altre organizzazioni degli esuli e di singoli dalmati».

 

 

Interrogazione parlamentare su Vergarolla

L’on. Laura Garavini ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al ministro degli Esteri Emma Bonino sulla strage di Vergarolla per chiedere «se il Governo non ritenga opportuno, per quanto di competenza, istituire una commissione di esperti indipendenti, incaricata di approfondire e studiare ulteriormente le cause della strage, anche alla luce delle testimonianze dei superstiti e dei documenti ritrovati recentemente», «inviare a Pola una delegazione ufficiale per commemorare le vittime della strage il prossimo 18 agosto 2014» ed «assumere adeguate iniziative perché l’opinione pubblica italiana prenda coscienza dell’importanza di questa tragedia nella storia nazionale».

Laura Garavini, sociologa emiliana residente in Germania, eletta alla Camera nella Circoscrizione Estero-Europa e membro dell’ufficio di presidenza del gruppo del PD, ha annunciato l’interrogazione nella seduta del 2 ottobre. Quali co-firmatari si sono poi aggiunti altre tre deputati del suo partito: Ettore Rosato (Trieste), Gianni Farina (Estero-Europa) e Marco Fedi (Estero-Asia-Oceania-Antartide). Ecco il testo:

Garavini, Rosato, Gianni FarinA, Fedi. Al Ministro degli affari esteri. – Per sapere – premesso che:

il 18 agosto 1946 si verificò sulla spiaggia di Vergarolla (Pola, odierna Croazia) una violenta esplosione provocata dalla detonazione di alcune mine; si riteneva fossero inoffensive dal momento che artificieri incaricati dalle forze alleate occupanti ne avevano precedentemente asportato il detonatore;

sulla spiaggia era in corso una manifestazione sportiva e conviviale, la «Coppa Scarioni», cui partecipavano centinaia di persone;

l’esplosione causò la morte e il ferimento di un numero imprecisato di individui, quasi tutti di nazionalità italiana. I cadaveri riconosciuti ammontarono a cinquanta. I resti umani non riconosciuti vennero posti in ventuno bare. Secondo alcune fonti il numero delle vittime sarebbe stato di almeno ottanta morti, fra i quali molti bambini;

una successiva inchiesta condotta dal comando inglese e terminata nel febbraio 1947 concluse che «l’esplosione fu causata da una o più persone sconosciute»;

la storiografia si è finora occupata raramente, spesso indirettamente e tardivamente, dell’esatta dinamica della carneficina.

Alcuni documenti pubblicati nel 2008 e ritrovati nel «Public Record Office» inglese fanno riferimento al possibile autore della strage, tale Giuseppe Kovacich, che viene citato come agente del servizio segreto jugoslavo Ozna;

dichiarazioni di testimoni oculari dell’esplosione pubblicate recentemente accennano alla presenza di una o più persone sospette nelle immediate vicinanze del luogo dell’attentato poco prima dell’esplosione;

se l’ipotesi dell’attentato terroristico fosse confermata, si tratterebbe di una fra le più gravi stragi di connazionali del secondo dopoguerra;

nel corso degli anni da parte italiana il Governo non ha mai inviato a Pola un proprio rappresentante al fine di commemorare la strage e per dimostrare la vicinanza dell’Italia ai parenti delle vittime;

l’opinione pubblica italiana mediamente non risulta essere a conoscenza dell’avvenuta strage di Vergarolla;

se il Governo non ritenga opportuno, per quanto di competenza, istituire una commissione di esperti indipendenti, incaricata di approfondire e studiare ulteriormente le cause della strage, anche alla luce delle testimonianze dei superstiti e dei documenti ritrovati recentemente;

se il Governo non ritenga opportuno inviare a Pola una delegazione ufficiale per commemorare le vittime della strage il prossimo 18 agosto 2014;

se il Governo non ritenga opportuno assumere adeguate iniziative perché l’opinione pubblica italiana prenda coscienza dell’importanza di questa tragedia nella storia nazionale.

Negli ultimi anni alle cerimonie polesi non sono mai intervenuti esponenti diretti del Governo e del Parlamento. Si continuano quindi ad usare due pesi e due misure rispetto ad altre stragi più rinomate. Il 9 ottobre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato per il 50° anniversario del disastro del Vajont, ha dichiarato: «Quell’evento non fu una tragica e inevitabile fatalità». Le Vittime innocenti di Vergarolla meritano di sentirsi ripetere parole analoghe.

 

 

Il Consolato di Spalato chiuderà il 1° dicembre

Niente da fare. Il Consolato d’Italia a Spalato chiuderà i battenti il 1° dicembre 2013 insieme a quelli di Tolosa (Francia), Mons (Belgio), Scutari (Albania), Alessandria d’Egitto, nonché Sion, Neuchâtel e Wettingen (Svizzera). Le sue competenze passeranno al Consolato generale d’Italia a Fiume, benché già sotto organico. Al 28 febbraio 2014 è slittata invece la chiusura dei Consolati di Newark (USA), Brisbane e Adelaide (Australia) e Timişoara (Romania). A giugno infine dovrebbe chiudere il Consolato di Amsterdam (Olanda).

A darne notizia è stato il 20 settembre in una conferenza stampa il ministro degli Esteri Emma Bonino. «Noi – ha spiegato – vogliamo molto bene alla comunità italiana a Spalato, ma forse 42 passaporti all’anno li possiamo fare anche per via telematica, mentre in intere province cinesi, così come in altre parti, non ci siamo proprio». Il vice-ministro Marta Dassù ha aggiunto che esistono anche «altri modi per difendere diritti, memoria e simboli della storia», come l’avvenuta apertura dell’asilo italiano di Zara.

Le dismissioni delle strutture consolari rientrano in un più generale piano definito dalla Farnesina di «riorientamento». Presentandolo pochi giorni dopo alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, Marta Dassù ha affermato che gli obiettivi sono quattro: puntare al risparmio economico dovuto alla revisione della spesa (tagliare cioè all’estero i cosiddetti “rami secchi” che non rendono economicamente all’Italia), razionalizzare le risorse umane (dal 2006 i diplomatici italiani sono calati del 10%, costituendo la metà di quelli francesi, tedeschi e britannici), liberare le risorse per aprire nuove sedi diplomatiche in Stati emergenti come Cina, Vietnam e Turkmenistan (dove favorire l’esportazione e da dove attrarre investimenti), e offrire servizi sostitutivi agli italiani residenti nelle circoscrizioni dove chiuderanno le sedi. Il piano di modernizzazione si intreccia con l’altro, Destinazione Italia, promosso dalla Presidenza del Consiglio d’intesa con il Ministero degli Esteri.

Non sono dunque servite le oltre 3.000 firme raccolte dagli Italiani di Spalato insieme ai connazionali di Zara, Sebenico e Lesina su una petizione contro la chiusura.

«La soppressione della sede consolare a Spalato – avevano scritto i connazionali in una lettera al ministro Bonino – ha suscitato grande rammarico e preoccupazione nella Comunità italiana, ma anche nella popolazione locale, perché non si tratta di una semplice sede italiana all’estero, ma di un punto di riferimento per la comunità italiana che vive in loco e va quindi trattata in modo diverso da altre minoranze. Oltre a rispondere alle esigenze locali, il ruolo principale del Consolato d’Italia a Spalato è prestare i propri servizi ai numerosi turisti italiani (ogni anno circa 600.000 persone da giugno a settembre) con un incremento quest’anno del 23 per cento; ai marittimi, pescatori e ai pellegrini che vanno a Međugorje. Questo Consolato, in funzione, con brevi interruzioni, dal lontano periodo austro-ungarico, svolge un’attività essenziale nella difesa della cultura italiana in tutta la Dalmazia, tutela gli interessi degli esuli e dei dalmati residenti in questa zona, fornisce elementi indispensabili ai numerosi imprenditori, investitori e commercianti italiani operanti sulla costa orientale dell’Adriatico. Il Consolato di Spalato coordina, inoltre, l’attività del Consolato onorario a Dubrovnik e dei corrispondenti consolari di Zara, Sebenico e Lesina».

«In questa antica città romana, fondata dall’imperatore Diocleziano, orgogliosa del proprio passato e delle proprie origini, è di vitale importanza – aggiungevano gli autori della missiva – mantenere la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana. La lingua italiana a Spalato non viene studiata soltanto all’Università o alla scuola media superiore: qui l’italiano si studia già dalla quarta elementare! La chiusura del Consolato d’Italia a Spalato significherebbe un passo indietro nelle prestazioni dei servizi ai cittadini, soprattutto per il supporto che attualmente viene dato agli italiani in seguito agli incidenti stradali, agli incidenti in mare, o nel caso di decesso o ricovero ospedaliero, smarrimento o furto di documenti, e assistenza nei processi legali. I connazionali residenti in quest’area apprezzano molto le facilitazioni che grazie alla presenza del Consolato hanno avuto nel corso delle elezioni». «Il Consolato d’Italia a Spalato – proseguiva la lettera – è l’unico consolato europeo di carriera non solo a Spalato, ma in tutta la Dalmazia. E mentre i connazionali residenti in questa circoscrizione saranno costretti a viaggiare per 400 km da Spalato, o 600 chilometri da Dubrovnik, per farsi rilasciare i documenti dal Consolato Generale di Fiume, attraversando, in quest’ultimo caso, anche la dogana europea con la Bosnia a Neum, i connazionali residenti a Capodistria in 20 minuti possono raggiungere Trieste. Tenendo presente i legami storici, commerciali e culturali tra la Dalmazia e l’Italia, la crescita nell’interscambio economico e negli investimenti in seguito all’adesione della Croazia all’UE, riteniamo che, a difesa degli interessi nazionali, sia assolutamente indispensabile mantenere i servizi in questa area di tradizionale presenza italiana».

Ai primi di settembre il senatore Aldo Di Biagio aveva rivolto al ministro degli Esteri un’interrogazione auspicando che esaminasse «il rapporto tra costi e benefici del mantenimento rispetto alla chiusura» e valutasse caso per caso «le criticità che la chiusura potrebbe comportare in termini di resa dei servizi consolari, sotto il profilo economico, sociale e commerciale e della qualità della promozione e della valorizzazione dell’italianità sul territorio di riferimento». «Il Consolato di Spalato – evidenziava Di Biagio – rappresenta un riferimento anche per tutte le numerose isole presenti lungo la costa dalmata, dove si registra un picco di attività durante i mesi estivi nei quali vi è un turismo massiccio di nostri connazionali. Attualmente le spese di funzionamento ed i relativi canoni risultano essere alquanto irrisori: l’affitto dei locali ammonta a circa 20.000 euro all’anno. Piuttosto che procedere con una chiusura, con gli ovvi e deleteri riflessi che questa comporterebbe, sarebbe stato auspicabile ragionare su un eventuale declassamento della sede ad Agenzia Consolare con un conseguente ridimensionamento dell’organico».

La conferma della chiusura ha suscitato grande rammarico nel presidente dell’Unione Italiana Furio Radin e nel presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul, i quali hanno chiesto che la decisione venga riconsiderata alla luce dell’importanza di tale sede diplomatica sia per gli italiani rimasti sia per gli esuli.

«A Spalato – ha commentato il senatore Carlo Giovanardi – c’è un futuro da ricostruire: si tratta di una comunità che ha una storia completamente diversa da quelle delle altre dove si stanno chiudendo i relativi consolati. A Spalato esiste la necessità di un’attività consolare che non interrompa quel circolo virtuoso che si stava innestando con l’entrata della Croazia in Europa».

«Sembra – ha dichiarato la segretaria della CI di Spalato Antonella Tudor Tomaš – che sia nel nostro destino rimanere emarginati e isolati. Ora non ci resta che sperare che a Spalato l’Italia nomini perlomeno un console onorario».

Il senatore Francesco Maria Amoruso (PDL) ha presentato un’interrogazione al ministro degli Esteri chiedendo «di conoscere quali ragioni abbiano portato alla decisione di chiudere il consolato d’Italia a Spalato» e se «ritenga di avviare un’ulteriore istruttoria in merito». Amoruso sostiene la «necessità di mantenere a Spalato una presenza istituzionale dell’Italia di fronte ai contenziosi (in alcuni casi sfociati in sequestri da parte delle autorità croate) che periodicamente coinvolgono i pescherecci del nostro Paese nel Basso Adriatico».

L’ambasciatore d’Italia in Croazia Emanuela D’Alessandro, visitando sabato 5 ottobre la sede della CI spalatina insieme al console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, ha confermato la chiusura. «La decisione – ha spiegato – è definitiva. Il Ministero degli Affari esteri ha optato per tagli finanziari, dettati dalla crisi che investe il Paese». Basti pensare che nel 2012 a fronte di oltre mille pensionamenti di diplomatici non è avvenuta alcuna assunzione. «Dobbiamo sacrificare la rappresentanza consolare spalatina – ha chiarito – perché ha una piccola mole di lavoro, attività che in futuro saranno sbrigate dal Consolato generale a Fiume». I cinque dipendenti si trasferiranno a Fiume e a Zagabria. «Abbiamo in piano – ha aggiunto – di nominare il console onorario italiano di Spalato. Inoltre voglio ricordare che i documenti si possono inviare anche tramite posta o grazie ad Internet». Il timore dei più anziani è invece quello di venir deprivati di un servizio e di doversi recare a Fiume per le stesse pratiche, non essendo pratici del computer. Ai connazionali spalatini l’ambasciatore ha però mosso un velato rimprovero dicendo di attendersi «un ruolo più attivo della locale Comunità degli Italiani per la futura collaborazione culturale tra questa città e l’Italia».

Negativo il giudizio di Renzo de’ Vidovich, presidente della delegazione triestina dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio. «La ventilata chiusura del Consolato italiano di Spalato – afferma – è la riprova della sottovalutazione da parte del Governo italiano della centralità della Dalmazia, che costituisce il ponte principale dei contatti dell’intera costa occidentale dell’Italia con le città e le isole dalmate ed i territori interni di Croazia, Bosnia ed Erzegovina. Anziché potenziare la rete consolare italiana in Dalmazia, che già conta sul volontariato del Consolato onorario di Ragusa-Dubrovnik e dei Corrispondenti consolari di Zara, Sebenico e Lesina, si vuole risparmiare sull’unica struttura professionale del Ministero degli Esteri, che ha finora supportato il rifiorire delle antiche radici venete nelle numerose iniziative culturali di non poco conto e valore». «Il Consolato di Spalato – conclude de’ Vidovich – costituisce l’unica presenza dello Stato italiano nell’intera Dalmazia, il cui territorio ha un’estensione quasi pari alla costa occidentale dell’Italia da Venezia a Brindisi e che non può essere gestita da un console residente a Fiume, per bravo ed efficiente che sia, ma che avrebbe competenza fino al confine con il Montenegro, per oltre 1.000 km di costa ed isole, dove numerosi imprenditori italiani, per non contare le centinaia di migliaia di turisti, di diportisti estivi e di pellegrini italiani a Medjugorje, hanno costante bisogno di informazioni, contatti e aiuto».

Il vice-ministro Dassù, durante il vertice dell’11 ottobre a Trieste sulla Regione Adriatico-Ionica, rispondendo a una domanda dei giornalisti ha assicurato: «L’Italia non abbandonerà le comunità italiane dell’Adriatico orientale. Il nostro dovere è dare loro servizi, e questo non verrà certo meno con la chiusura del Consolato di Spalato».

 

 

Norma e Licia Cossetto commemorate a Trieste

Ha avuto una partecipazione superiore a quella degli anni scorsi e un tono ancora più commosso le cerimonia per il 70° anniversario del martirio di Norma Cossetto svoltasi sabato 5 ottobre a Trieste nella via dedicatale nel 2003 davanti al cippo che dal 2009 la commemora. L’area verde, spesso ricettacolo di cani, era stata debitamente ripulita e restituita al suo decoro. Ha promosso l’iniziativa il comitato provinciale dell’ANVGD in collaborazione con il Comune di Trieste.

Il cerimoniere Fulvio Sluga ha subito accostato al ricordo di Norma Cossetto quello della sorella Licia, che avrebbe dovuto partecipare alla manifestazione commemorativa ma che è invece mancata solo poche ore prima durante il viaggio verso Trieste. La banda del comitato provinciale dell’ANVGD ha poi eseguito l’Inno all’Istria in un clima di mestizia.

Il presidente di FederEsuli Renzo Codarin ha quindi ricordato Norma e letto il comunicato emesso dopo la morte di Licia. «Stava raggiungendo Trieste – ha ricordato Codarin – per la cerimonia dedicata al settantesimo dal martirio della sorella: il suo viaggio si è fermato a metà strada, mentre tutti l’attendevano per abbracciarla e testimoniarle il proprio affetto. Licia Cossetto è mancata oggi e lascia nel dolore tutta una comunità che è stata al suo fianco nella lotta di una vita intera dedicata al ricordo di Norma, quella sorella ventitreenne che nel 1943 venne prelevata da casa, imprigionata e seviziata e poi precipitata in una foiba in località Surani. Il commento commosso di tutti è stato di incredulità: nello stesso giorno in cui era scomparsa la sorella, sorte ha voluto che anche Licia se ne andasse quasi fondendole in un’unica storia quale in effetti è stata. Norma ha sempre vissuto nel quotidiano della sorella, che ne ha fatto una ragione di vita tanto da affidare al nome di Norma il ricordo della sofferenza di un popolo intero. “Io rispetto tutti i morti – aveva dichiarato in un’intervista – di qualunque appartenenza o ideale, però avrei voluto che rispettassero anche i nostri. Da insegnante posso attestare come nessun libro di scuola abbia mai parlato delle nostre tragedie”».

«Poi – ha aggiunto Codarin – è venuto il Giorno del Ricordo, l’intitolazione di vie e piazze alla giovane istriana colpevole di essere italiana in una terra sconvolta da un nazionalismo slavo travestito da lotta di liberazione. Il Presidente della Repubblica le ha consegnato la medaglia d’oro al ricordo e l’Università di Padova ha corretto in parte la dicitura di una targa ricordo che non rendeva ragione alla fine terribile di quella ragazza che era tornata in Istria per la sua tesi di laurea dedicata alla sua terra rossa. Anche Santa Domenica stava aspettando Licia per la messa di domani e l’omaggio alla tomba di famiglia. Ora il pensiero va alle due sorelle, unite per sempre. Le associazioni degli Esuli hanno accolto con le lacrime la notizia, rimbalzata in un momento in tutto il Paese con un tam tam di cordoglio e commozione. Licia non era solo una testimone ma un’amica, una persona da abbracciare, da salutare ai convegni ed ai raduni, la personificazione di una vicenda collettiva».

Ha quindi preso la parola la presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat. «Questa ricorrenza – ha rilevato – si vela di tristezza per la morte di Licia, la quale però, se avesse potuto, avrebbe probabilmente scelto proprio una circostanza simile per raggiungere la sorella. «Gli ultimi testimoni delle tragedie della nostra terra stanno scomparendo. A tutte le amministrazioni pubbliche spetta il compito di trasmettere valori di pace alle nuove generazioni, senza odio, senza rivendicazioni, ma anche senza dimenticare».

«Mi piace ricordare Norma Cossetto – ha aggiunto l’assessore comunale Antonella Grim – mentre girava in bicicletta l’Istria per raccogliere informazioni utili alla sua tesi di laurea sull’“Istria rossa”. Frequentava la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova e alternava lo studio alle supplenze a Pisino e Parenzo. Sperava che il disordine si sarebbe dissolto. Invece non fu così. Con coraggio rifiutò di aderire al movimento partigiano». E per questo pagò con la vita. «Rivolgo – ha concluso – un affettuoso pensiero a Licia, che ha raggiunto Norma e il padre».

Dopo la deposizione delle corone e dei mazzi di fiori la banda del comitato provinciale dell’ANVGD ha eseguito l’Inno di Mameli, a rappresentare – ha affermato Sluga – il legame che unisce le genti di questa terra e tutti coloro che si riconoscono nella patria Italia.

Alla celebrazione erano presenti i labari dell’ANVGD, dell’Associazione delle Comunità Istriane e della Comunità di Visignano, nonché uno striscione del movimento Trieste pro Patria, che ha sventolato bandiere italiane e dell’Istria. In prima fila vi erano il presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico, il vice-presidente nazionale dell’ANVGD e consigliere regionale Rodolfo Ziberna, nonché Giuseppe e Maria Cossetto, cugini di Norma e Licia. Hanno inoltre assistito esponenti del Libero Comune di Pola in Esilio, della Fameia Capodistriana, della Famiglia Montonese, qualche consigliere comunale, nonché Rossana Mondoni e Daniele Vittorio Comero, che stavano conducendo Licia Cossetto da Ghemme a Trieste quando lei, fermatasi a una stazione di servizio vicino a Cessalto, è morta per un improvviso malore. La costernazione palpabile fra gli astanti per l’inatteso decesso ha rispecchiato il cielo grigio e la malinconica pioggerellina battente.

 

 

 

Esuli in pellegrinaggio a Santa Domenica

Avrebbe voluto esserci anche Licia Cossetto. Ci teneva moltissimo. Ma il Cielo l’ha chiamata a sé il giorno prima. Così il pellegrinaggio a Santa Domenica nel 70° anniversario del martirio della sorella Norma si è svolto accomunando entrambe, su iniziativa dell’Associazione delle Comunità Istriane e della Comunità di Santa Domenica, che ne fa parte.

La mattina di domenica 6 ottobre è partito da Trieste un pullman pieno zeppo di esuli non solo sandomenicani (tra cui il direttore de “L’Arena di Pola” e segretario del Libero Comune di Pola in Esilio Paolo Radivo), oltre che di familiari, amici e sostenitori. Altri hanno invece viaggiato con la propria auto. In totale una sessantina di persone ha raggiunto la piccola località dell’entroterra parentino, che un tempo si chiamava «Santa Domenica di Visinada» poiché faceva parte di quel Comune, mentre oggi è co-capoluogo del Comune di Castellier - Santa Domenica, formato da frazioni rurali. Secondo il censimento del 2011 gli italiani residenti ne costituiscono appena il 4,78%, mentre i croati sono il 68,97% e gli “istriani” il 19,62%. La conoscenza dalla nostra lingua e dell’istroveneto rimane comunque diffusa malgrado l’esodo, i decenni di assimilazione e l’afflusso di nuove genti dall’ex Jugoslavia.

In paese il primo appuntamento ha avuto luogo nel salone della Comunità degli Italiani, dove una tavola era stata infiorata e imbandita con dolci tradizionali. Il giovane presidente Roberto Bravar ha dato un cordiale benvenuto agli ospiti e donato al presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico un orologio in legno d’ulivo raffigurante l’Istria, con una dedica incisa. Braico lo ha omaggiato con il libro del compianto etnologo triestino Roberto Starec Coprire per mostrare, che illustra l’abbigliamento tradizionale istriano.

Il presidente emerito dell’Associazione Lorenzo Rovis ha sottolineato l’importanza dell’evento. «Già l’anno scorso – ha detto – siamo stati accolti in modo commovente da Bravar. Oggi ancora, e nuovamente con segni visibili. Non è un fatto da poco. Gli eventi storici hanno diviso noi che siamo dovuti andare via e la comunità rimasta, la quale non è stata immune da problemi. E’ toccante ritrovarci. Qualcuno fra gli esuli non vuole tornare, ma non può nemmeno pretendere che la storia si fermi. Sono le persone a farla. Quello di oggi è un ottimo segno di continuità positiva. La nostra Erminia Dionis Bernobi ha creato le premesse per questo ambiente propizio. Siamo qui per ricordare uniti alcuni momenti tragici. Superata la contrapposizione di un tempo, ora siamo amici». Rovis ha accostato il martirio di Norma Cossetto a quello di don Francesco Bonifacio e di don Miroslav Bulešić, recentemente beatificato.

«Anche Licia Cossetto – ha voluto far presente Manuele Braico – doveva essere con noi. Malgrado il suo decesso abbiamo tuttavia pensato di tenere lo stesso la manifestazione sia ieri a Trieste sia oggi qui».

Ha quindi preso la parola la prof.ssa Rossana Mondoni, figlia di un deportato a Mauthausen, docente di storia in un liceo milanese, amica di Licia Cossetto e autrice di due libri su Norma. «E’ stata lei – ha raccontato – ad aprirmi le porte sulla vostre sofferenze, che sono uguali a quelle del popolo ebreo. Hitler ha rappresentato per loro ciò che Tito ha rappresentato per voi. Licia non aveva odio, ma nemmeno peli sulla lingua. Diceva che bisognava dare un nome agli assassini per arrivare alla rappacificazione, alla riconciliazione, per andare avanti. Lei sarebbe stata molto felice di parlarvi qui, ma le cose sfuggono alla razionalità umana e rispondono a un disegno divino. Tra le 11 e le 11.15 di ieri, durante una sosta nella stazione di servizio autostradale di Cessalto (Treviso), è stata colta da malore. Nonostante un massaggio cardiaco è spirata e il medico del 118 non ha potuto far altro che constatarne la morte. La Polizia Stradale ha raccolto le testimonianze e la documentazione ed ha infine autorizzato il trasporto della salma a Ghemme. Io e mio marito abbiamo deciso di venire ugualmente. Non potevamo rinunciare. Ringrazio in particolare Erminia Dionis Bernobi e la famiglia Cossetto».

Manuele Braico si è unito nel ringraziamento aggiungendo: «L’orologio va avanti anche per noi. Il mondo cambia. Voi siete entrati in Europa. Noi ci eravamo già. Dobbiamo essere al passo tutti assieme. Finora la nazione italiana di noi si è dimenticata. Dell’esodo si deve parlare nelle scuole, e per fortuna il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca si sta impegnando in tal senso».

Roberto Bravar ha donato un mazzo di fiori alla sua parente Erminia Dionis Bernobi e consegnato a Giuseppe Cossetto quello predisposto per Licia Cossetto.

Dopo un rinfresco che ha dato modo di fraternizzare, la comitiva si è recata nel locale cimitero soffermandosi davanti alla tomba di Norma, infoibata a Surani il 5 ottobre 1943, e del padre Giuseppe Cossetto, ucciso proditoriamente due giorni a Castellier dopo da elementi filo-titoisti mentre era all’affannosa ricerca della figlia e poi gettato nella vicina foiba di Treghelizza. Ai piedi della loro lapide sono stati deposti numerosi mazzi di fiori. C’erano ben sei Cossetto appartenenti a quel ramo della famiglia: Giuseppe, Maria, Loredana, Dino, Diana e Bruna. Manuele Braico ha espresso riconoscenza a Norma per la sua fede e la sua coerenza.

La tappa successiva è stata alle 13.30 nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Malgrado la maggior parte dei paesani residenti avesse già partecipato a una delle messe della mattina, tutti i posti a sedere erano occupati. Il coro “Arpa” della CI di Visignano ha degnamente accompagnato la cerimonia. Le coriste portavano tutte una sciarpa arancione e i coristi una farfallina dello stesso colore, regalo della sarta provetta Erminia Dionis Bernobi, cugina di Norma e Licia. Due sacerdoti istro-croati hanno concelebrato la funzione religiosa: il parroco di Santa Domenica Marijan Kancijanić e quello di Visinada Alojzije Baf. Il primo ha subito rivolto il benvenuto agli ospiti ringraziandoli per la generosa colletta volta al restauro dell’organo, uno dei più antichi dell’Istria. Il presidente Braico ha ringraziato i sacerdoti, il coro, Rossana Mondoni e la famiglia Cossetto. «Siamo contenti – ha detto – di essere nelle terre dove siamo nati e speriamo di tornare anche in futuro». Ne è scaturito un applauso.

«Lo stesso Spirito che ci ha portato qui – ha osservato don Baf – ci unisce. Ricordiamo i nostri cari defunti vittime della guerra e dell’odio. I vivi sono uniti nell’eucarestia».

Alcuni esuli si sono alternati nelle letture. Davvero pertinente il passo del libro del profeta Abacuc, che chiede a Dio perché gli facesse vedere l’iniquità e la repressione e riceve come risposta che «il giusto vivrà per la sua fede», a differenza di chi non agisce rettamente.

Durante l’omelia don Baf ha spiegato che compito dei «servi inutili del Signore» citati dal Vangelo è quello di amare e sacrificarsi per Dio e per gli altri. Successivamente ha accostato le fulgide figure dei Beati istriani Miroslav Bulešić, di cui fu studente al seminario di Pisino, e Francesco Bonifacio, che – ha detto – poco più di un anno prima venne infoibato non si sa dove.

La giovane soprano Patricia Žudetić con la sua voce nitida e possente ha interpretato l’Ave Maria di Schubert e il Panis Angelicus di Franck. Al termine della messa il coro, postosi fra l’altare e i fedeli, ha cantato il motivo in dialetto ciacavo Ma poglej tu zemlju e il Va, pensiero, seguito da tutti gli astanti in piedi. Manuele Braico, commuovendosi vistosamente, ha ringraziato tutti i coristi e il direttore Marko Ritoša, il quale ha contraccambiato in particolare Erminia Dionis Bernobi dando l’arrivederci al prossimo anno.

Il pellegrinaggio si è concluso al ristorante Žardin (in dialetto ciacavo = Giardino) di Castellier per un lungo pranzo collettivo con piatti tradizionali. Qui il coro ha eseguito informalmente nuovi brani, chiudendo in bellezza con l’Inno di Mameli. Ha commentato una esule: «Se lo cantavimo quaranta ani fa, finivimo tuti in foiba!». Oggi invece è diventato normale: come cambiano i tempi…

 

 
 

Una stele a Bolzano

Sabato 4 ottobre il Comune di Bolzano ha deciso di erigere una stele in memoria di Norma Cossetto, nel 70° anniversario del martirio. Verrà collocata in un angolo verde a ridosso del parco giochi, dove si intendono ricordare tutte le donne vittime della violenza politica (e non) in tutti i continenti. Il capoluogo alto-atesino ha già dedicato alla martire la strada del quartiere “Don Bosco” tra via Gutenberg e via del Ronco.

 

 

Il “testimone” di Licia

Eravamo gioiosi tutti e tre: tu, Daniele ed io, quando percorrevamo l’autostrada quel mattino del 5 ottobre, felici di andare a Trieste, a pranzo dalla cugina Erminia che, per l’occasione, aveva allestito una tavola da sposi. Ci attendeva, ci attendevano in tanti: il cugino Pino e la sua numerosa famiglia, tanti altri parenti e amici, le autorità del Comune, della Provincia e della Regione, per la commemorazione del 70° del martirio di Norma, prevista nel pomeriggio, poi la visita al cimitero di Santa Domenica il giorno successivo e l’incontro con la Comunità istro-veneta locale. Alle 11, all’autogrill di Cessalto, a meno di un’ora dalla meta, mi hai chiamato per sorreggerti. All’improvviso accade tutto: senza dire nulla, hai salutato con un sorriso e ti sei accasciata tra le mie braccia. Il tuo viaggio terreno è finito. Confesso che non ero pronta.

Ora, guardo il feretro davanti all’altare della chiesa dell’Assunta, a Ghemme, sopra al quale sono stati posati dei fiori e una piccola scatola contenente la terra rossa d’Istria, davanti un piccolo tuo ritratto. Sono la testimonianza che tu cara Licia, piena di energia e di voglia di vivere, sei passata alla Storia.

In giovane età sei stata trascinata nella tragedia di tua sorella Norma, di tuo padre Giuseppe e di molti altri familiari, dopo di che sei diventata portavoce e testimone di quella storia del confine orientale che alla fine della seconda guerra mondiale ha coinvolto centinaia di migliaia di italiani, strappati dalle loro terre solo perché volevano rimanere italiani e non accettavano il regime comunista del maresciallo Tito.

La chiesa è gremita di persone, davanti sul lato sinistro sono schierati i labari delle ANVGD provinciali di Novara, Monza e Varese, seguito da quello del Movimento nazionale Istria Fiume Dalmazia. Rassicura la presenza del grande gonfalone della città di Pola tenuto dritto da Tito Lucilio Sidari, vicesindaco in esilio, che non manca mai, accorso un’ultima volta per abbracciarti. Davanti a tutti il gonfalone del Comune di Ghemme. Nei primi banchi, tua figlia Norma con gli amati nipoti, seguiti dalle fasce tricolori del presidente del consiglio comunale di Arona e del sindaco di Ghemme, che ha proclamato il lutto cittadino a rimarcare l’affetto  della comunità e la solennità del momento. Il celebrante don Piero ha parole toccanti nella sua predica. Tutti i presenti rendono onore alle battaglie che hai condotto per far emergere la verità dei fatti contro chi tende a confondere e sminuire gli eventi storici. Vengono alla mente i tuoi racconti di quei terribili giorni di fine settembre del 1943 quando, insieme a tuo cugino Pino, andavi in bicicletta all’ex caserma di Visignano prima e poi in quella di Parenzo a cercare Norma, per portarle qualcosa da mangiare, qualche indumento per la notte sperando che qualcuno dei feroci carcerieri dal berretto con la stella rossa provasse pietà e te la lasciassero portare a casa. Invano.

Sei stata una donna molto forte e saggia, sapevi ricordare senza odiare: «Rispetto tutti i morti, so bene che di angherie e crimini di guerra ce ne sono stati sia da una parte che dall’altra, allora non sapevamo degli orrori dei campi di sterminio nazisti, vorrei che venissero riconosciute anche le foibe e la sofferenza che ha dovuto patire  il popolo giuliano, fiumano, istriano e dalmata».

Hai dimostrato coraggio, così quando tua madre te lo chiese, col cuore in gola, acconsentisti a lasciare la tua amata Istria e a partire di notte con una zia, passando attraverso i boschi, alla volta di Trieste lasciandoti alle spalle la casa di famiglia, che non avresti mai dimenticato. Anticipasti di oltre due anni quello che sarebbe stato l’esodo di 350mila italiani verso una patria, l’Italia, che si dimostrò poco ospitale.

«Sono stata fortunata – mi dicevi – perché non sono finita in un campo profughi, grazie a mio marito che mi ha dato una casa e tutto quello che mi era stato strappato, compreso il calore di una famiglia». Il marito Guido Tarantola, pilota dell’aeronautica, conosciuto a Gorizia a casa di parenti nel settembre 1944, ti ha portato in Piemonte, a Novara e a Ghemme, dove dopo vicende alterne ti sei stabilita definitivamente negli anni Settanta. E’ lì che ci siamo incontrate quando la mia vicenda si è intrecciata con la tua e ho scoperto, non senza rammarico, che i miei studi di storia all’università di Milano erano stati condizionati da molta ideologia. Con delicatezza, per non offendere la mia suscettibilità, mi hai aperto la strada del mondo degli esuli, facendomi conoscere molti testimoni e leggere i loro scritti. Insomma, ho imparato ad affacciarmi alla storia, quella vera, priva di pregiudizi ed io, figlia di deportato civile nel campo di Mauthausen, ho appreso quello che non immaginavo fosse accaduto, della tragedia delle foibe avvenuta  per mano dei partigiani comunisti di Tito aiutati spesso da partigiani italiani. Mi raccontavi di non festeggiare il 25 aprile, perché al confine orientale quella data non rappresenta la “liberazione”, ma l’inizio di atroci sofferenze. Bisogna raccontare questo pezzo della storia italiana, senza aver paura della verità. Questo è stato l’intento del nostro primo libro, pubblicato da Marco Pirina nel 2007, dal titolo La verità per la riconciliazione, e del successivo Nel nome di Norma, di riconciliare gli animi senza dimenticare di rendere onore a chi ha sofferto. Un compito che è stato pesantissimo. Hai bussato a tutte le porte, scritto a ministri e politici di ogni colore, fino a quando nel 2004 è stata finalmente riconosciuta la tragedia del tuo popolo, con la legge istitutiva del Giorno del Ricordo e nel dicembre del 2005 sono state assegnate le prime onorificenze, tra le quali la medaglia d’oro al merito civile a Norma, che esibivi orgogliosamente sul petto in tutte le manifestazioni ufficiali.

La stessa che ora porta tuo nipote Vittorio, salito al pulpito al termine della messa a leggere la toccante preghiera dell’Esule che previdentemente avevi lasciato in consegna.

La preghiera è molto bella, mi spinge con decisione a  raccogliere il Tuo “testimone”, morale e storico, proseguendo sulla strada che hai indicato.

Rossana Mondoni

 

 

Si intitoli a Norma una scuola della capitale

Gli esponenti romani di Fratelli d’Italia Fabrizio Ghera, Andrea De Priamo e Laura Marsilio chiedono al sindaco di Roma Ignazio Marino e all’assessore Cattoi di «proseguire nel solco ispirato ad una Legge italiana sulla “Giornata del Ricordo” votata da tutto il Parlamento e di procedere all’’intitolazione di una scuola romana, il cui iter è già stato avviato attraverso una mozione da parte dell’’assemblea capitolina, a Norma Cossetto». «Negli anni precedenti – aggiungono – l’amministrazione di centrodestra alla guida della nostra città, grazie all’attività portata avanti dall’assessorato alla Scuola, per prima ha ideato e promosso, in Italia, un progetto strutturato che ha portato centinaia di studenti romani nei luoghi delle foibe e dell’esodo. Come testimone fu scelta proprio Licia Cossetto, cui seguirono le sorelle Bucci, fiumane di nascita, sopravvissute ad Auschwitz, e dunque due volte vittime delle tragedie del Novecento, perché al termine della seconda guerra mondiale, miracolosamente scampate al campo di sterminio, non poterono tornare nella loro Fiume, occupata dagli iugoslavi e sottoposta alla dittatura comunista titina».

 

 

Beatificato a Poladon

Miroslav Bulešić, vittima dei titini

L’Arena di Pola ha fatto da degna cornice sabato 28 settembre alla solenne cerimonia di beatificazione del martire istriano don Miroslav Bulešić.

Nato il 13 maggio del 1920 a Zabroni (Čabrunići), un villaggio ciacavo dell’interno in comune di Sanvincenti, il giovane Miro frequentò la scuola elementare nella vicina Roveria (Juršići) e già a dieci anni sentì la vocazione sacerdotale. Frequentò per un anno l’istituto “Alojzevišče” di Gorizia, poi il seminario inter-diocesano di Capodistria. Conseguita la maturità nel 1939, andò a studiare filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma su invito del vescovo di Parenzo-Pola Trifone Pederzolli e con il sostegno dell’arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac. La sua ordinazione sacerdotale avvenne l’11 aprile 1943 nella chiesa parrocchiale di Sanvincenti. Nominato nel terribile autunno successivo parroco di Mompaderno, villaggio dell’entroterra parentino di impronta italo-slava, vi operò con coraggio, linearità e imparzialità a favore di tutti i parrocchiani, subendo tuttavia da parte titina denigrazioni, accuse di collaborazionismo con i nazi-fascisti e minacce di morte. Nell’autunno 1945 divenne parroco di Canfanaro, dove perseverò nella sua limpida opera pastorale malgrado le crescenti pressioni subite dai partigiani. Aiutò i bisognosi e fu amato dai suoi parrocchiani. In alternativa al culto della personalità del maresciallo Tito, Bulešić continuò a proporre la devozione al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore immacolato di Maria.

Nell’anno scolastico 1946/47 fu promosso professore di filosofia e vicerettore del seminario vescovile di Pisino. Nonostante gli ulteriori avvertimenti ricevuti, non rinunciò ad operare in difesa della libertà della Chiesa anche come segretario dell’Associazione Sacerdotale di San Paolo. Nel marzo 1947 fece riposizionare nell’atrio del seminario, con canti e preghiere, un grande crocifisso rimosso da alcuni giovani titini scalmanati. Le autorità jugo-comuniste non gli perdonarono il suo coerente attivismo cristiano e il 24 agosto 1947 lo fecero uccidere a bastonate e coltellate nell’ufficio parrocchiale di Lanischie, in Ciceria, dopo aver impedito ad alcuni cresimandi di raggiungere le chiese dove lui avrebbe dovuto assistere il delegato della Santa Sede mons. Jakob Ukmar nell’impartire il sacramento, e dopo che alcuni fanatici titini avevano fatto irruzione nel duomo di Pinguente, dove lui si era posto a difesa del tabernacolo.

Invano la polizia politica di Tito (l’UDBA) tentò di costringere alcuni medici a dichiarare che era deceduto per arresto cardiaco. I suoi resti mortali, inizialmente sepolti a Lanischie, dovettero aspettare fino al 1958 per essere traslati davanti alla chiesa cimiteriale di Sanvincenti, con la limitazione però che la lastra tombale fosse anonima. Ma il 24 agosto 1987, ancora in pieno regime, vi fu inciso il suo nome e le circostanze della sua morte. Nel 2003 le sue ossa furono traslate nella chiesa dell’Annunciazione di Maria. La causa di canonizzazione iniziò dal 1956. Il 10 agosto 1992 fu proclamato Servo di Dio. Fra il 1997 e il 2004 la Diocesi di Parenzo e Pola condusse il processo informativo sulla vita e il sacrificio del sacerdote in odore di santità. Nel 2010 la positio super virtutibus fu consegnata alla Congregazione per le Cause dei Santi a Roma. Il 20 dicembre 2012 Papa Benedetto XVI firmò il decreto attestante che l’uccisione del Servo di Dio Miroslav Bulešić avvenne in odio alla fede. Il 12 febbraio 2013 Benedetto XVI stabilì come data della beatificazione il 28 settembre 2013 e come luogo la diocesi parentino-polese.

La mattina del 28 settembre l’anfiteatro di Pola era gremito da 17.000 fedeli giunti da ogni parte dell’Istria, dal resto della Croazia, dalla Bosnia-Croazia e dalla Slovenia. Mons. Vilim Grbac, vicario generale della Diocesi di Parenzo e Pola, ha invitato a considerare don Bulešić una figura cristallina da imitare e un protettore dei sacerdoti. Quindi cori provenienti da varie zone dell’Istria e della Croazia hanno eseguito, con l’accompagnamento di un’orchestra, motivi sacri tradizionali. Numerosi autori hanno letto le proprie riflessioni sulla persona e l’opera di don Miro.

Il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei Santi e rappresentante di Papa Francesco, ha presieduto la successiva funzione insieme a più di 670 ministri officianti, tra cui il cardinale Josip Božanić, presidente della Conferenza episcopale croata, una trentina di arcivescovi e vescovi e altri ecclesiastici. Mons. Amato ha definito Bulešić un «vero eroe della chiesa in Croazia», la quale subì pesanti persecuzioni nella Jugoslavia degli anni ’40, tanto che furono uccisi ben 434 sacerdoti e altri 24 perirono a causa di condizioni detentive disumane. Il 17 per cento del clero dell’attuale Croazia finì martirizzato. Appena il cardinale ha concluso la lettura della bolla pontificia in latino, ripetuta poi in croato, si è levato un applauso spontaneo e irrefrenabile. E’ seguita la scopertura di un’immagine del Beato, l’erezione di un vessillo in suo onore, l’esecuzione di un canto a cori riuniti e la recita di preghiere.

La cerimonia si è svolta all’insegna del motto “Pace e perdono”, in sintonia con lo spirito di don Miro, il quale ebbe a dire: «la mia vendetta è il perdono». Gli elementi coreografici sono stati il rosso, simbolo del martirio, dell’amore e del perdono, e il giglio, simbolo di purezza e innocenza. Tra le autorità presenti in platea c’erano l’inviato del presidente della Repubblica Stephen N. Bartulica, l’ambasciatore di Croazia in Vaticano Filip Vučak, il presidente della Regione Istriana Valter Flego, il sindaco di Pola Boris Miletić e il vicesindaco Fabrizio Radin, i quali prima della cerimonia avevano accolto mons. Amato in municipio.

Don Bulešić è il secondo sacerdote di nazionalità croata a venir beatificato. Lo si celebrerà il 24 agosto, giorno del suo martirio.

 

 

Cerimonie per l’annessione dell’Istria alla Croazia: nessun accento anti-italiano

Il 25 settembre è stato celebrato in Croazia il Giorno dell’Adozione delle Decisioni sull’Unione dell’Istria, di Fiume, di Zara e delle isole alla Madrepatria Croazia. La ricorrenza, istituita da una legge del 2005 in contrapposizione ideale al Giorno del Ricordo e in sintonia con quella contemporaneamente introdotta in Slovenia, ricorda la seconda Decisione di Pisino, presa durante una riunione dei vertici partigiani svoltasi il 25 e 26 settembre 1943 in quella città allora controllata dai titini. Il 26 settembre il neo-nominato Comitato Popolare Provvisorio di Liberazione dell’Istria, il cui nome già ne tradiva la precarietà, emanò questo proclama:

I rappresentanti dell’Istria risorta, riuniti per la prima volta dopo 25 anni di schiavitù a Pisino liberata, nell’esprimere la volontà del popolo istriano, dopo aver reso onore a tutti i combattenti caduti per la libertà e portato i propri ringraziamenti all’Esercito Popolare di Liberazione della Croazia per l’aiuto prestato, stabiliscono all’unanimità le seguenti decisioni:

1. Vengono abolite tutte le leggi fasciste che, sia in ambito politico, sia in quello sociale ed economico, ebbero come fine la snazionalizzazione e la rovina del nostro popolo.

2. Tutti gli italiani che dopo il 1918 immigrarono in Istria allo scopo di snazionalizzare e sfruttare il nostro popolo devono ritornare in Italia; sui casi singoli deciderà un’apposita commissione.

3, La minoranza italiana dell’Istria godrà di tutti i diritti nazionali (libertà di lingua, d’istruzione, d’informazione e di sviluppo culturale).

4. Tutti i cognomi personali, i nomi delle località, delle vie e in genere le denominazioni italianizzate forzatamente verranno sostituiti con i vecchi termini croati.

5. Nelle chiese verrà introdotta la lingua croata e alla minoranza italiana verrà riconosciuto il diritto di usare nelle stesse la propria lingua.

6. L’apertura delle scuole croate verrà assicurata entro breve tempo.

7. Si invitano tutti gli istriani ad aderire alla mobilitazione nell’EPL e ad offrire il proprio aiuto all’esercito popolare.

8. Tutti gli istriani vengono invitati a dare il proprio contributo al Prestito popolare di liberazione bandito dallo ZAVNOH.

9. E’ stato eletto il Comitato Popolare Provinciale Provvisorio di Liberazione quale unico rappresentante politico del popolo istriano atto a guidarlo nella lotta per la definitiva liberazione.

Si mirava in tal modo a legittimare la brutale e sanguinosa occupazione titoista compiuta grazie al campo libero lasciato dall’implosione del Regno d’Italia dopo l’8 settembre 1943.

In realtà la decisione di annettere alla «nuova fraterna Federazione Democratica dei Popoli della Jugoslavia» l’Istria, Fiume, Zara, Cherso, Lussino, Lagosta, Pelagosa e i territori acquisiti dal Regno d’Italia nell’aprile 1941 era stata già presa il 20 settembre dal Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Croazia (ZAVNOH), il parlamentino partigiano croato. Il 13 settembre un sedicente Comitato Popolare di Liberazione dell’Istria aveva emanato da Pisino un proclama «Al Popolo Istriano» in cui annunciava che l’Istria, «che è terra croata e che resterà croata», «si unisce alla madrepatria e proclama l’unificazione con gli altri fratelli croati».

Quella del 25 settembre è una delle cinque feste nazionali “patriottiche” stabilite per legge in Croazia. Il presidente del Sabor Josip Leko l’ha celebrata con un messaggio di maniera. «Settant’anni fa – ha scritto – vennero definiti i confini occidentali della Croazia e gettate le basi del moderno Stato croato, che apprezza e tutela tutte le varietà culturali del popolo croato e le minoranze nazionali. Questo è l’anniversario della conservazione dell’unità del territorio croato, un giorno degno di ricordo, memoria e orgoglio. Nel Proclama che precedette le decisioni di Pisino sull’unione era stato rilevato come il popolo croato avesse dimostrato che l’Istria è terra croata e che tale resterà». Leko, riassumendo le Decisioni del 25-26 settembre 1943, ha aggiunto che l’Istria, Fiume, Zara e le isole quarnerino-dalmate annesse all’Italia dopo la Prima guerra mondiale si erano opposte all’italianizzazione e alla snazionalizzazione e che il Comitato di Liberazione Popolare dell’Istria aveva garantito autonomia alla minoranza italiana.

Il 25 settembre nella Casa memoriale di Pisino si sono riunite in seduta solenne congiunta l’Assemblea Regionale Istriana e la Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascista per celebrare sia il 70° anniversario delle decisioni annessionistiche sia il coincidente Giorno della Regione Istriana. Dopo la proiezione di fotografie e documenti tratti dal fondo del Museo Storico e Navale dell’Istria (Pola), sotto il titolo L’Istria nella lotta di liberazione nazionale e sociale, il presidente dell’Assemblea Regionale Valter Drandić ha messo in evidenza che «l’antifascismo è un orientamento permanente dell’uomo istriano» e che l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea rappresenta per l’Istria la creazione del diritto a un territorio unico transfrontaliero, «perché l’Istria croata, slovena e italiana sono oggi più vicine che mai».

Il ministro del turismo Darko Lorencin ha detto che, come nel settembre 1943 si arrivò alle Decisioni di Pisino «poiché sapevamo tutti dov’è il nostro posto», così oggi «occorre serrare le fila e focalizzarsi nella riuscita dell’economia».

Il rappresentante del presidente del Sabor Luka Denona ha evidenziato come l’Istria abbia promosso l’autonomia locale e costruito solidi legami con l’Europa e si è impegnato affinché nei libri di testo di storia si parli maggiormente di coloro che portarono alle Decisioni di Pisino.

Il presidente regionale della Lega Tomislav Ravnić si è soffermato sul periodo del regime fascista in Istria e sulla snazionalizzazione degli slavi, evidenziando però che «il nemico non era il popolo italiano, bensì il fascismo, che in Istria non smise di operare neanche dopo la capitolazione dell’Italia e l’offensiva di Rommel». Ha aggiunto che, «se non ci fossero stati i terribili massacri nell’offensiva di Rommel del 1943, in Istria non ci sarebbero state nemmeno le foibe». Ravnić ha rimproverato il precedente Governo dell’HDZ per l’abiura dell’antifascismo e per la mancata Dichiarazione sull’antifascismo al Sabor. Riferendosi poi all’imminente beatificazione di don Miroslav Bulešić, ha dichiarato: «Non possiamo permettere che i nostro combattenti vengano definiti delinquenti, come nel film della Radio-Televisione Croata su Bulešić. Coloro che parlano così dovrebbero sapere che in occasione di questo omicidio sulla chiesa di Lanischie era stato affisso un manifesto secondo cui i partigiani non potevano fare da padrini. Se non ci fosse stato questo manifesto, non ci sarebbe stato nessun omicidio, che non fu attuato dal sistema di governo, bensì da un singolo che per questo venne giudicato nel tribunale di Pisino».

Il presidente della Regione Istriana Valter Flego ha definito le Decisioni di Pisino «l’evento più limpido» nella storia dell’Istria e ha sostenuto che le odierne generazioni sono orgogliose del patrimonio che ricevono dalle generazioni precedenti. Dopo aver accennato alle sfide economiche del presente e ribadito che «la storia non si può cambiare», ha lanciato un avvertimento a Zagabria: «Alla decentralizzazione non rinunceremo e desideriamo che l’Istria sia una Regione autonoma a statuto speciale. Vogliamo salvaguardare il diritto all’istrianità come nostra espressione regionale particolare. La nostra identità e lo status dell’Istria non si possono mettere in discussione».

Il discorso finale, in rappresentanza del presidente della Repubblica Ivo Josipović, lo ha tenuto il suo predecessore Stjepan Mesić, presidente onorario della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti della Croazia e cittadino onorario della Regione Istriana. «Lo spettro del revisionismo – ha detto – si aggira per la Croazia e dobbiamo fermarlo, perché ciò che è successo nella storia non si può cambiare. Ci sono oggi delle fantasie secondo cui Ante Pavelić ha restituito l’Istria... Pensate un po’! Che guardino questo film [quello presentato a inizio seduta - ndr] e che vedano chi ha restituito l’Istria!». Mesić ha augurato all’Istria di continuare ad essere prospera e ha sostenuto le richieste di decentralizzazione della Croazia, «lo Stato più centralizzato d’Europa».

Sono quindi stati premiati con la medaglia «All’ordine di Stjepan Radić» quattordici ex partigiani istriani.

Il 25 settembre a Zara il sindaco, il vice-sindaco, il presidente del Consiglio cittadino e il capo del Dipartimento amministrativo per l’Assistenza sociale e la Salute hanno deposto una corona d’alloro presso il monumento in piazza del Popolo. Il primo cittadino Božidar Kalmeta (HDZ) ha inneggiato alla moderna Repubblica di Croazia senza citare mai l’Italia.

La mattina del 27 settembre, nella Casa memoriale di Pisino, la Cattedra del Sabor Ciacavo per la Storia dell’Istria ha tenuto un convegno per ricordare alcuni Personaggi illustri della vita dell’Istria del XX secolo: Ernest Radetić, Tone Peruško, Zvane Črnja, Ante Tentor, Ante Ciliga, Petra Starešine, Luka Kirac, Božo Milanović, «Egidije Bulešić», mons. Antun Hek, Rudolf Zafran, Slavko Zlatić, Nello Milotti e Šime Vidulin. Tutti croati salvo Nello Milotti ed Egidio Bullessich-Bullesi, croatizzato d’imperio. Nel pomeriggio sono poi stati commemorati tre personaggi del movimento partigiano: Šime Balen, Joakim Rakovac e Antun Cerovac-Tončić.

 

 
 Vittime del comunismo onorate a Vratišinec

L’8 ottobre, Giorno dell’Indipendenza della Repubblica di Croazia, i membri dell’Associazione per la Segnalazione delle Sepolture delle Vittime del Comunismo di Čakovec e Varaždin hanno organizzato una cerimonia in memoria delle vittime della persecuzione comunista, della liquidazione successiva alla Seconda guerra mondiale e dei fedeli della parrocchia di Vratišinec, al confine con Slovenia e Ungheria, morti a causa delle guerre del secolo scorso, nonché dei perseguitati dai regimi totalitari. Tale commemorazione si tiene dal 2008, quando il vescovo di Varaždin mons. Josip Mrzljak benedì il monumento eretto di fronte al cimitero e celebrò una messa nella chiesa parrocchiale.

Accanto ai membri dell’Associazione e ai familiari delle vittime hanno partecipato i rappresentanti dell’Associazione dei Difensori delle vicine Petrijanec e Goričan e dell’Associazione dei Volontari della Regione del Međimurje, della Città di Zrin (al confine con la Bosnia), della Fratellanza Petar Zrinski e dell’Associazione del Domobrano Croato di Varaždin-Čakovec.

Don Pavao Mesarić ha celebrato nella chiesa parrocchiale di Vratišinec una messa cantata. Presso il monumento di Vratišinec sono poi state deposte corone e accese candele. Josip Kolarić, presidente dell’Associazione per la Segnalazione delle Sepolture delle Vittime del Comunismo di Čakovec, ha ricordato tutti coloro che diedero la loro vita per le basi dello Stato croato. E’ seguito un minuto di silenzio e la recita delle strofe della canzone Rose per le tombe scritta in ricordo delle vittime.

Franjo Talan, presidente dell’Associazione per la Segnalazione delle Sepolture delle Vittime del Comunismo, ha poi evidenziato che nel territorio della parrocchia di Vratišinec nella Seconda guerra mondiale e dintorni morirono centinaia di persone. La prima vittima fu don Mađarić, parroco di Križovljan, ammazzato dai tedeschi il 10 aprile 1941. Ne seguirono numerose altre, morte nei lager o in guerra. Talan ha ricordato anche i perseguitati dal comunismo, tra cui il parroco martire Hinko Kroder, e l’ex parroco Josip Horvat, recentemente sepolto nel cimitero di Nedelišće. L’oratore ha inoltre evidenziato che sabato 28 settembre è stato beatificato a Pola don Miroslav Bulešić, perseguitato sia dai fascisti, sia dai nazisti, sia dai comunisti, i quali lo uccisero il 24 agosto 1947. Il 17 luglio 1943 i partigiani comunisti uccisero anche don Žigrović, parroco di Jesenj nella regione della Krapina e dello Zagorje. «Il sistema comunista – ha rilevato Talan – eliminò diverse centinaia di sacerdoti e suore. Tutti loro, tutte le vittime delle guerre e dei regimi totalitari, nazismo, fascismo e comunismo, possano godere dell’eterno riposo. Oggi, nel Giorno dell’Indipendenza, commemoriamo anche i difensori croati caduti che, difendendo la patria, hanno avuto pietà delle vittime dell’ideologia comunista sotto la quale siamo vissuti per mezzo secolo».

 

 
 

Il vescovo di Sisak denuncia i crimini titoisti

Si sono svolte sabato 28 settembre sul monte Čavić, nella Croazia centrale, le cerimonie per il 72° anniversario del primo giuramento di 188 partigiani di Sisak e della Banovina. Milovan Bojčetić, consigliere della Regione di Sisak e della Moslavina nonché rappresentante della presidente Marina Lovrić Merzel e presidente della sezione regionale del Partito Socialista nonché membro della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti, ha accusato la destra croata, a suo parere capitanata dalla Chiesa cattolica e in particolare dal vescovo della Diocesi di Sisak Vlado Košić, di criminalizzare l’antifascismo. «Ciò – ha affermato – è triste e catastrofico».

L’Ordinariato diocesano ha risposto il 30 settembre che il vescovo «ha condannato a più riprese, in occasione delle sue prediche e dei suoi discorsi pubblici tutti i regimi totalitari e autoritari del XX secolo, ovvero il fascismo, il nazismo e il comunismo». Mons. Košić aveva ricordato i crimini partigiani parlando nel villaggio di Zrin, da loro distrutto il 9 settembre 1943. L’Ordinariato si chiede «come mai Bojčetić, citando le parole del vescovo, non abbia precisato che a Zrin non venne rasa al suolo solo la chiesa parrocchiale, bensì tutti gli edifici pubblici e le case, e soprattutto che furono uccise oltre 200 persone, ossia un terzo della popolazione, che erano civili e desideravano unicamente vivere nella loro località, ma furono incolpati solo di essere cattolici e croati». E ancora: «I partigiani, comandati dai comunisti, commisero anche molti altri crimini, come testimoniano tristemente le numerose fosse comuni di massa, come quelle di Bleiburg, Macelj, Jazovka o della regione di Sisak e della Moslavina, dove secondo le indagini della Polizia ce ne sarebbero addirittura 119. Non sono forse state recentemente trovate ossa in via Zagabria a Sisak, le quali forniscono indizi per cui anche tra gli antifascisti c’erano dei criminali che non sono stati chiamati a rispondere dei loro crimini perché protetti dal regime jugoslavo e criminale? Ora la nostra speranza è l’Unione Europea, che tratta ugualmente tutti i crimini, affinché, sia pure tardivamente, anche i criminali comunisti debbano pagare il conto delle loro azioni».

Ad un congresso tenutosi a metà luglio a Sisak il vescovo Košić aveva rilevato che quella di Sisak e della Moslavina sarebbe la regione della Croazia con il maggior numero di fosse comuni attribuibili ai titoisti rispetto alle 700 complessive stimate nell’intero Paese. Vi avrebbero stati occultati ben 45.000 «nemici del popolo».

 

 

I partigiani dalmati onorano 32 loro vittime

La Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti ha celebrato mercoledì 2 ottobre il 70° anniversario di fondazione della 11a Brigata Partigiana d’Assalto Dalmata dell’Esercito di Liberazione Nazionale della Croazia. La cerimonia si è svolta prima dove la brigata si costituì, presso il villaggio di Kozica (Còsizza), e poi nel capoluogo municipale Vrgorac (Vèrgoraz). Queste località si trovano nell’immediato entroterra a sud di Spalato, al confine con la Bosnia-Erzegovina.

Krešimir Sršen, presidente della Lega per la Regione Spalatino-Dalmata ed ex capo dell’UDBA di Spalato, ha rammentato che la brigata in 600 giorni di attività ebbe tra le sue fila circa 3.500 combattenti originari dei distretti di Macarsca, Imoschi e della Narenta, di cui 533 caduti, 69 decorati con la più alta onorificenza partigiana e 3 assurti ad «eroi popolari». Combatté dapprima nella zona del monte Biokovo, nel litorale di Macarsca e sulle isole della Dalmazia centrale, quindi nell’area di Knin (Tenìn), in Erzegovina, nella Lika, intorno a Fiume e a Trieste e infine nella Slovenia settentrionale. Dopo aver condannato il revisionismo, ribadito l’attualità dell’antifascismo come fondamento della Repubblica di Croazia nonché dell’Europa «civile e democratica» e commemorato le vittime civili dei nazi-fascisti, degli ustascia e dei cetnici, Sršen ha pronunciato inedite parole autocritiche: «Ma anche per mano partigiana si è sofferto in questa città. Il 15 giugno 1942, in occasione della liberazione di Vrgorac, vennero fucilati trenta civili innocenti. Perciò, a nome della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti della Croazia, prego con espressione profonda di condoglianze le famiglie e i discendenti delle vittime di voler accettare le scuse». Ai presenti Sršen ha chiesto di osservare un minuto di silenzio in segno di pietà per queste vittime. «Fatti così terribili – ha aggiunto – avvengono in ogni guerra. I crimini partigiani contro dei criminali sono guerra, ma un crimine contro dei civili non si può mai giustificare».

Nel suo intervento il sindaco Boris Matković (HDZ) si è compiaciuto di tali inattese affermazioni: «Mi entusiasma – ha dichiarato – ciò che sento per la prima volta, ovvero una richiesta di perdono per gli avvenimenti del 15 giugno 1942. Mi congratulo con il prof. Krešimir Sršen per aver avuto il coraggio e la forza di dare una mano alla pacificazione. Infatti la pacificazione e la pace ci sono necessari come non mai per poter realizzare l’unità e la concordia del popolo croato. Non è assolutamente necessario dividersi e litigare, e ciò soprattutto in una tale circostanza. È bello evocare simili ricordi nel Giorno della Lotta popolare di Liberazione, alla quale parteciparono i nostri padri e nonni. La Guerra patriottica è la vera continuazione anche della tradizione libertaria del popolo di questo territorio».

La sezione di Vrgorac dell’HDZ ha qualificato le parole del sindaco come sue opinioni personali, controbattendo che l’11a Brigata fu responsabile della morte di migliaia di croati «lungo la via crucis da Bleiburg», nonché di frati francescani a Široki Brijeg nell’Erzegovina occidentale. Attacchi a Matković sono giunti anche da altri partiti di destra. Fra Miljenko Stojić, capo dell’Apostolato francescano di Široki Brijeg, ha replicato: «Altro che glorificazioni! Questa brigata va condannata e spedita nel dimenticatoio della storia. Si sono scordati volutamente di dire che nel dopoguerra prelevarono anche un centinaio di civili da Novo Groblje, Ljubuski e Široki Brijeg per fucilarli sul monte Biokovo».

 

Messa per gli Infoibati di Parenzo

Una messa in suffragio degli Infoibati di Parenzo è stata celebrata a Trieste nella chiesa della Beata Vergine del Rosario per iniziativa della Famiglia Parentina, aderente all’Unione degli Istriani. La cerimonia religiosa è avvenuta nel 70° anniversario del brutale eccidio titoista, che ai primi di ottobre del 1943 costò la vita a decine di parentini e di altri italiani residenti in città massacrati dai partigiani titoisti nell’imminenza dell’arrivo dei tedeschi.

 

Esuli e rimasti ricordano assieme i 10 capodistriani uccisi dai nazisti

Il 2 ottobre 1943, durante un rastrellamento, le truppe di occupazione tedesca da poco sopraggiunte scambiarono per “ribelli” titoisti dieci civili capodistriani che stavano vendemmiando nella vicina località campestre di Salara. Erano i fratelli Ermanno e Michele Apollonio, Giovanni Bussani, Erminio Colmo, i fratelli Santo e Narciso Favento, Nicolò Gavinel, Andrea Parovel, Francesco Urbani e Santo Zettin. I militari li arrestarono, li condussero alla soprastante Crosera di Monte Toso e infine li uccisero tutti, dopo che due di questi avevano cercato di fuggire. Riconosciuto tardivamente l’errore in seguito alle proteste dei familiari, le autorità naziste permisero la degna sepoltura delle vittime nel cimitero cittadino di San Canziano in tombe affiancate e dello stesso tipo.

Nel 70° anniversario dell’eccidio questi dieci italiani innocenti sono stati commemorati in due cerimonie.

Mercoledì 2 ottobre nella chiesa di San Gerolamo, “Tempio dell’Esule”, in via Capodistria a Trieste, è stata celebrata una messa su iniziativa di Santo Favento, figlio e nipote di due delle vittime, in collaborazione con la Fameia Capodistriana (aderente all’Unione degli Istriani).

Giovedì 3 ottobre, nel cimitero di San Canziano, la Fameia Capodistriana e la Comunità degli Italiani di Capodistria hanno assieme deposto corone di fiori sulla tomba collettiva, che è stata benedetta da Don Vincenzo Mercante. Alla commemorazione hanno assistito anche il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul e il vice-sindaco italiano di Capodistria Alberto Scheriani.

«C’è – ha commentato il presidente della locale CI Mario Steffè – un’idea di riconciliazione e condivisione di valori di pace, una volontà di riaffermare una memoria comune rivolta verso un doloroso passato, ma anche speranzosa verso quello che può essere un percorso comune nel presente e nell’immediato futuro».

«Su tale tragedia – ha osservato il presidente della Fameia Capodistriana Piero Sardos Albertini – ci si può ritrovare tutti uniti nel desiderio di ricordare questi morti e accomunando a loro tutte le altre vittime della guerra. La presenza qui di capodistriani esuli e rimasti è molto significativa ed è uno spunto per continuare anche in altre occasioni».

Maurizio Tremul ha auspicato un restauro delle tombe di queste povere vittime incolpevoli.

Ad entrambe le cerimonie ha presenziato il console d’Italia a Capodistria Maria Cristina Antonelli.

 

Estradizioni: Zagabria capitola

Il 4 ottobre il Parlamento di Zagabria (Sabor) ha approvato con 83 sì, 28 no e 6 astenuti l’emendamento proposto dal Governo alla Legge sulla collaborazione giudiziaria con i Paesi membri dell’Unione Europea. Dal 1° gennaio 2014, e non dal 15 luglio 2014 come previsto, le estradizioni di cittadini croati su cui pendono mandati di cattura di altri Paesi comunitari saranno possibili anche per crimini di guerra od omicidi politici commessi prima del 7 agosto 2002. La maggioranza di centrosinistra ha invece bocciato sia la proposta dell’HDZ (centro-destra) di eliminare tutte le modifiche introdotte alla legge il 28 giugno (cioè tre giorni prima dell’ingresso nell’UE), riportando in vigore la normativa varata nel 2010 dalla precedente maggioranza di centro-destra, sia la proposta dell’ex premier Jadranka Kosor di far entrare subito in vigore i mandati di cattura europei senza limitazioni temporali.

Il risultato è ambiguo, poiché non è stata toccata la norma secondo cui i tribunali croati devono respingere ogni richiesta di estradizione per i reati caduti in prescrizione, ovvero quelli commessi più di 30 anni fa. E’ il caso dell’ex dirigente dei servizi segreti jugoslavi Josip Perković, sul quale la Procura federale tedesca ha spiccato un mandato di cattura europeo imputandogli l’omicidio del dissidente croato Stjepan Đureković compiuto in Germania nel 1983.

Il Sabor ha dato il via libera anche ad una Commissione parlamentare d’inchiesta, proposta dai socialdemocratici, per indagare sulle circostanze, i mandanti, gli esecutori e il movente dell’omicidio di Đureković e di altri dissidenti croati, ma anche sul perché i sospetti non abbiano mai subito processi.

Il 7 ottobre la vice-presidente della Commissione Europea e commissaria alla Giustizia Viviane Reding, soddisfatta, ha dichiarato che la procedura di infrazione contro la Croazia sarà sospesa all’entrata in vigore della legge. Si è dunque concluso il lungo braccio di ferro sia tra Governo croato e Commissione Europea sia all’interno del Governo di centro-sinistra, dove è prevalsa la linea morbida di Vesna Pusić, vice-premier, ministro degli Affari esteri ed europei e presidente del Partito Popolare, su quella intransigente del premier e leader Partito Socialdemocratico Zoran Milanović.

Il 16 settembre, giorno in cui la Commissione Europea aveva iniziato le consultazioni con i Paesi membri per la procedura infrattiva, il Governo inviava a Bruxelles un documento informale esprimendo rammarico, visto che da parte croata si intendeva osservare tutti gli obblighi assunti, non difendere gli assassini comunisti. Zagabria contestava inoltre la liceità del ventilato congelamento dei fondi per l’accesso nell’area Schengen in base all’art. 39 del Trattato di adesione. Lo stesso giorno Milanović parlava al telefono con il presidente Barroso, cominciando le trattative per lo sblocco della vertenza. Pubblicamente però dichiarava che sulla Lex Perković era in corso una guerra mediatica dove i popolari europei osteggiavano il Governo croato, sostenuto da socialisti e democratici europei. Al Sabor dal 18 settembre divampava la polemica fra centro-destra e socialdemocratici. Intervenendo il 24 settembre, Milanović proponeva una riforma costituzionale contro la prescrizione degli omicidi aggravati e una Commissione parlamentare d’inchiesta. «L’unico motivo che ci ha guidati nella nostra azione – diceva – era tutelare i difensori [della guerra 1991-95] da possibili processi penali avviati in un Paese dell’UE. Noi non tuteliamo i malviventi e i criminali. Tuteliamo i più deboli, coloro che sono in minoranza numerica».

Il 25 settembre, allo scadere dei 10 giorni previsti per l’avvio della procedura infrattiva, a Bruxelles il ministro Orsat Miljenić e la commissaria Reding raggiungevano un compromesso per cui «Zagabria provvederà a modificare con procedura d’urgenza la legge sulla collaborazione giudiziaria con gli altri Paesi dell’UE, facendo in modo che il mandato di cattura europeo valga anche per i reati commessi prima del 7 agosto 2002». «L’entrata in vigore e l’applicazione degli emendamenti – aggiungeva il ministro – non saranno limitati da nessuna clausola. Noi cambiamo la Costituzione perché vogliamo cancellare la prescrizione e ciò non è legato a questo procedimento. Abbiamo tanti casi di omicidi a sfondo politico avvenuti nel passato, compresi quelli commessi all’epoca del regime comunista jugoslavo. Vogliamo impedire che i responsabili di questi misfatti vengano tutelati dalla prescrizione».

Il 26 settembre il Governo trasmetteva al Sabor sia l’emendamento alla legge, poi approvato, sia la proposta di modifica costituzionale per cancellare la prescrizione degli omicidi aggravati, compresi quelli politici, in modo da consentire anche l’estradizione di Josip Perković. Il 16 ottobre il Sabor ha iniziato il dibattito su tale emendamento alla Costituzione.

 

TV e Radio Capodistria sono salve

Scampato pericolo. Il 1° ottobre TV e Radio Capodistria non hanno seguito il destino degli altri programmi della RTV Slovenia trasferiti sul satellite Eutelsat 16°, ma sono rimasti sul satellite HotBird di Eutelsat in posizione orbitale 13 gradi Est e nella piattaforma digitale italiana TivùSat, dove si trovano dal 2009 grazie al contributo del Ministero degli Esteri italiano per il tramite dell’Unione Italiana e dell’Università Popolare di Trieste. Contro il trasferimento si era espressa la Redazione dei programmi in lingua italiana dell’emittente.

In sostegno era sceso il vicecapogruppo del PDL in Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia Rodolfo Ziberna il 10 settembre con un’interpellanza alla presidente della Regione e all’assessore regionale competente. «Si tratta – scriveva – di un grave danno per TV Capodistria, che si troverà improvvisamente priva del grande bacino di telespettatori che sinora in Italia, ma soprattutto in Istria, Quarnero e Dalmazia, seguivano le trasmissioni attraverso quello che era il segnale satellitare più diffuso (Hotbird appunto). Segnale che consente, oltre a TV Capodistria, anche la ricezione delle principali emittenti italiane (Rai e Mediaset) e che permette anche la ricezione della stessa TV Capodistria anche attraverso la piattaforma italiana TV-Sat. Per passare ad Eutelsat (che consente la ricezione dei programmi dell’Europa centro-orientale e meridionale, ma non dei programmi italiani) i telespettatori di TV Capodistria saranno costretti a spostare la parabola di 4 gradi, oppure ad installare una nuova parabola per non perdere gli altri programmi italiani (ed avvalendosi comunque del costoso intervento di un antennista)».

«Con il trasferimento su Eutelsat – sottolineava Ziberna – si rischia, quindi, di ridurre in modo significativo la visibilità dei programmi e di cancellare la presenza dell’emittente televisiva di lingua italiana su gran parte del territorio. Questo perché nell’Istria croata e nel Quarnero, dove vive la componente più numerosa della comunità nazionale italiana, i connazionali seguono TV Capodistria prevalentemente attraverso il segnale Hotbird (sia per le difficoltà di ricezione con il digitale terrestre che per l’abitudine di abbinare la ricezione di TV Capodistria a quella satellitare delle principali reti italiane). Un danno enorme che va a vanificare il ruolo della Regione FVG a sostegno della diffusione della lingua, della cultura e della presenza della Comunità Nazionale Italiana, ma anche la sua funzione di valorizzazione dei rapporti di collaborazione transfrontalieri e transnazionali e delle televisioni delle minoranze (vista la palese riduzione della visibilità anche nel FVG, nel Veneto e nel resto d’Italia, dove la ricezione satellitare è quasi tutta su Hotbird)».

Con ciò – concludeva il consigliere regionale – «si metterebbero in discussione non soltanto anni di impegno al servizio dei connazionali e tutti gli sforzi tesi a migliorare ed a mantenere la visibilità dei programmi di TV Capodistria, ma anche lo stesso significato della sua esistenza».

Alberto Scheriani, presidente sia della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana del Capodistriano sia del Comitato per i programmi italiani di Radio e TV Capodistria, aveva scritto alla premier slovena, al ministro della Cultura, all’Ufficio governativo per le nazionalità, al direttore generale della RTV di Slovenia e alla Commissione per le nazionalità del Parlamento di Lubiana affinché si individuasse una soluzione tecnica che permettesse al segnale del programma italiano di TV Capodistria di continuare ad essere captato dai telespettatori della Comunità Nazionale Italiana in Slovenia e Croazia e della Repubblica Italiana.

Il deputato italiano al seggio specifico del Parlamento sloveno Roberto Battelli aveva scritto una lettera al ministro della Cultura sloveno. «I danni per i programmi italiani – aveva affermato – saranno irreparabili, poiché in un attimo saranno perduti tutti i telespettatori in Italia e Croazia che seguono i programmi di Capodistria esclusivamente attraverso Hotbird, la piattaforma satellitare più diffusa. Il trasferimento del segnale su Eutelsat ridurrebbe drammaticamente la visibilità e la presenza dei nostri programmi. Di conseguenza sarebbe cancellato il loro ruolo per mantenere viva la nostra lingua e per diffondere la cultura della nostra comunità, ma sarebbe reso impossibile anche il nostro contributo a favore della collaborazione europea transfrontaliera e internazionale, che rappresenta di fatto la missione dell’emittenza di una comunità nazionale nell’Europa contemporanea. Per salvaguardare l’esistenza, l’ampiezza, il ruolo e la visibilità dei programmi per la Comunità Nazionale Italiana di TV Capodistria, è urgente garantire almeno l’attuale livello dei finanziamenti per i programmi minoritari dal bilancio nazionale».

Il 26 settembre dava la lieta novella Antonio Rocco, vicedirettore generale per la Radio e la TV per la Comunità nazionale italiana in Slovenia. Continua intanto la sensibilizzazione delle autorità croate onde permettere la diffusione del segnale nella rete digitale terrestre della RTV pubblica croata a beneficio dei connazionali ivi residenti, sulla scorta di un’auspicabile futura intesa trilaterale tra Slovenia, Croazia e Italia.

 

Sito e coro giovanile alla CI di Pola

Nell’ultima decade di settembre la Comunità degli Italiani di Pola ha partorito due belle “creature” attese da tempo.

Su Internet è apparso il sito www.circolo.hr, realizzato da Marko Voštan. Si può consultare sia in italiano che in croato. «Circolo» è il nome comunemente dato sia alla sede di via Carrara sia alla stessa CI. La veste grafica è semplice: con sfondo arancione nella fascia superiore e bianco per il resto. La prima pagina presenta un menu composto dalle rubriche «Notizie», «Comunità», «Foto galleria», «Documenti» e «Contatti». La voce «Comunità» si articola in «Storia CI» e «Attività», dove si possono trovare gli orari della biblioteca, del gruppo di pittura, del gruppo di mosaico, del gruppo di ceramica, del gruppo di filodrammatica, del coro giovanile e dei minicantanti. La voce «Documenti» presenta lo statuto della CI, le delibere di Giunta e Assemblea, nonché l’elenco dei rispettivi componenti. La voce «Contatti» contempla poi l’indirizzo della CI, la mail del presidente, i recapiti della segreteria e gli orari di apertura della stessa e dell’ufficio di iscrizione dei soci. C’è anche un motore di ricerca interno. Chi lo desiderasse può iscriversi alla newsletter.

Lunedì 23 settembre si è svolto il primo provino per il nuovo Coro giovanile, cui ne sono seguiti altri fino all’inizio di ottobre. Poi sono iniziate le prove vere e proprie. Non vi partecipano solo adolescenti o ventenni, ma anche trentenni e quarantenni finora non coinvolti nelle attività comunitarie. A lanciare l’idea di un gruppo canoro-musicale era stato in una riunione della Giunta esecutiva il presidente Fabrizio Radin. Samanta Stell, responsabile del settore Arte, Teatro e Spettacolo, aveva cominciato a metterla in pratica organizzando l’orchestra Musicittà, esibitasi alle serate danzanti Ritrovarsi in agosto presso l’estivo di via Carrara 1. Il “secondo genito” è ora il coro, affidato alla Ma Irena Vladisavljević. Laureata in pianoforte, direzione d’orchestra e musicologia, suona il corno inglese nell’Orchestra cittadina di fiati, parla l’italiano e per il coro giovanile della CI ha arrangiato un repertorio di brani classici e moderni. Il coro si ritrova ogni lunedì e giovedì dalle 17 alle 19. Pur partendo in sordina, l’obiettivo è di cantare in tutte le manifestazioni che si svolgeranno nella sede sociale anche in abbinata all’orchestra Musicittà.

 

Ex Tempore di Grisignana

Si è svolta dal 26 al 29 settembre a Grisignana la XX edizione dell’Ex Tempore, realizzato grazie alla sinergia tra Unione Italiana di Fiume, Università Popolare di Trieste, Comunità degli Italiani e Comune di Grisignana con il contributo del Ministero degli Affari Esteri italiano. Alla competizione artistica principale si sono affiancate numerose iniziative culturali e letterarie collaterali nonché rappresentazioni musicali.

Il concorso di pittura prevedeva l’esecuzione sul posto con tecnica libera di dipinti sul tema “Grisignana - Paesaggio Istriano” dal formato non superiore ai 100x120 cm. Vi hanno partecipato 419 autori, in prevalenza italiani, croati e sloveni, ma anche ungheresi e austriaci. 608 le tele bollate, 409 quelle consegnate; 44 i giovani fra i 15 e i 18 anni, con 55 tele bollate e 38 consegnate. A causa della pioggia, domenica 29 le opere sono state esposte, invece che in piazza Grande e lungo le vie principali, nelle numerose gallerie cittadine e in altri luoghi chiusi.

La cerimonia di premiazione ha avuto luogo domenica pomeriggio alla terrazza Belvedere. La triestina Fabiola Faidiga ha vinto il primo premio (2.500 €), i triestini Simone Flaborea e Leandra Bucconi il secondo (1.500 €), la parentina Tereza Pavlović il terzo (1.000 €) e l’abbaziana Melita Sorola Staničić il premio Città di Grisignana (1.000 €). I premi “sponsor”, tutti da 1.000 euro, sono andati a Ivanka Ruk Ražo di Rovigno, Nicola Tomasi di Gorizia, Nevio Altin di Grisignana e Radovan Unić di Mattuglie (Croazia).

Per la categoria “Giovani” ha vinto il primo premio (200 €) l’ungherese Zsofia Janocsik, il secondo (150 €) David Naglić di Fiume, il terzo (100 €) Matea Roknić di Fiume, il premio Città di Grisignana Andrea Maiello di Trieste.

La mattina di sabato 28 settembre si sono svolti dei tornei sportivi. Nel pomeriggio è stata inaugurata una mostra antologica delle opere delle precedenti edizioni. La locale Comunità degli Italiani ha quindi offerto uno spettacolo animato dai membri dei corsi di musica e dalle filodrammatiche, cui si sono aggiunti i minicantanti della CI di Visinada e il coro “San Martino” della CI di Torre-Abrega. Il rovignese Sergio Preden “Gato” ha poi intrattenuto il pubblico. Sempre nel pomeriggio è stata inaugurata l’installazione di Walter Macovaz (Trieste) di un modellino in legno della ferrovia “Parenzana” con un pezzo di binario autentico.

Domenica pomeriggio, prima della premiazione, la Rodolfo Vitale Swing Orchestra e il percussionista napoletano Tullio De Piscopo hanno suonato brani di Sinatra, Luttazzi, Buscaglione, Piscopo stesso e un omaggio a Piazzolla.

 

 

Ipsilon Pisino-Lupogliano: rinviato il raddoppio

Non partiranno entro fine ottobre, come annunciato, i lavori per il raddoppio della Ipsilon istriana fra Pisino e Lupogliano, ora a corsia unica per senso di marcia. Infatti la società di gestione dell’autostrada, la Bina Istria, non è ancora riuscita a ottenere dal Ministero dei Trasporti e Comunicazioni, da quello delle Finanze e dall’Agenzia per la competitività del mercato di farsi prolungare la concessione di altri cinque anni, dal 2027 al 2032.

I lavori dovrebbero costare 160 milioni di euro, durare tre anni e concludersi nel 2016. In tutto i chilometri da coprire saranno 35. Mentre però il tratto nella valle del fiume Foiba sarà di agevole realizzazione, più difficoltoso risulterà quello collinare a Nord-Est verso il Monte Maggiore, dove si dovranno innalzare diversi viadotti. Il cantiere impiegherà un migliaio di operai e parecchi mezzi meccanici. Al termine l’intera autostrada istriana sarà a due corsie per senso di marcia più quella di emergenza. Solo dopo si potrà parlare della seconda, costosa galleria sotto il Monte Maggiore per collegare l’Istria croata a Fiume.

 
 

Capodistria-Dragogna pronta entro il 2015?

Dell’ancora mancante collegamento autostradale fra la Ipsilon e Capodistria si è discusso il 7 settembre a Pisino in una riunione convocata dal presidente della Regione Istriana Valter Flego, cui hanno preso parte il ministro dei Trasporti e Comunicazioni croato Siniša Hajdaš-Dončić, quello sloveno Samo Omerzel e il ministro del Turismo croato Darko Lorencin. Omerzel ha reso noto che il progetto per i 17 chilometri da realizzare è in fase di pianificazione ambientale e che i lavori dovrebbero concludersi già entro il 2015. Ciò consentirà di raggiungere da Trieste il confine croato in mezz’ora al massimo. Attualmente ci sono due viabili: quella interna, più breve ma collinare e tortuosa, e quella costiera, più lunga e transitante vicino a centri abitati. Per il collegamento con il confine di Dragogna-Castelvenere verrà realizzata una strada a scorrimento veloce di tre corsie per senso di marcia, mentre per velocizzare quello con il confine di Sicciole-Plovania una di due corsie da Capodistria a Isola. Ma ben difficilmente il nuovo segmento costiero potrà essere completato entro il 2015, visto che è di nuovo slittata l’ultimazione del traforo del Monte San Marco fra Capodistria e Isola, di cui costituisce l’elemento cruciale. Nella prima decade di agosto infatti la società austriaca Alpine Bau, appaltatrice dei lavori e ora in curatela fallimentare, ha informato di voler rinunciare per mancanza di risorse. La società autostradale slovena DARS ha così dovuto emettere un nuovo bando di gara. A questo punto l’opera non potrà certo essere ultimata entro il primo semestre 2014, come previsto solo pochi mesi fa. Ciascuna delle due canne del traforo misurerà 2,2 km. Le opere edili sono già finite, ma ora manca la fornitura, l’installazione e la manutenzione dell’attrezzatura elettromeccanica interna. Una volta ultimate le gallerie, bisognerà comunque realizzare il collegamento fra queste e la circonvallazione di Isola. Ora ci si sta occupando appena dell’acquisto dei terreni e della progettazione preliminare.

 

Valico di Socerga:lavori costosi ma effimeri

Il Ministero degli Interni sloveno ha fatto una corsa contro il tempo per mettere finalmente a norma uno dei tre valichi internazionali in Istria: quello di Sočerga (detta in italiano Socerga, San Quirico o, come nel censimento del 1931, Castel San Quirino). In settembre doveva ispezionarlo una commissione di esperti di Bruxelles. Già nel 2007 il Fondo per i confini esterni dell’Unione Europea aveva stanziato ben 712.500 euro per riqualificare il posto di blocco, ritenuto inidoneo a fare da porta d’accesso all’area Schengen, in cui la Slovenia entrò il 21 dicembre 2007. Il Governo aveva aggiunto a tale cifra altri 237.000 euro. Ma i lavori, partiti con il consolidamento di alcune pareti di roccia e l’avvio delle opere per la canalizzazione e i collegamenti elettrici, si arenarono causa il fallimento della ditta appaltatrice Primorje e la difficoltà a inserire nel bilancio statale la relativa posta. Ora quella cifra è stata trovata e a fine luglio i lavori sono ripartiti di gran lena. Nel frattempo però è stato modificato il progetto originario: niente più demolizione dell’intera obsoleta struttura, ma costruzione di un nuovo edificio in legno di 300 metri quadri per la Polizia di frontiera, che operava in container dai tetti forati. Ciò ha naturalmente causato disagi alla circolazione proprio nel periodo dell’anno in cui più intenso è il traffico veicolare per la presenza dei vacanzieri. L’opera verrà rimossa quando la Croazia entrerà nell’area di libera circolazione delle persone, una volta che si sarà adeguata a tutti i parametri richiesti.

Intanto a fine settembre è stato riconfermato da parte slovena il blocco del passaggio ai valichi di Socerga-Posane di autocarri dal peso superiore alle 7,5 tonnellate, in vigore dal 1° marzo 2008. La causa sarebbe l’insufficiente capacità di carico della strada sul lato sloveno, che non verrà migliorata a breve. La decisione ha prodotto una levata di scudi di Comuni e associazioni economiche e di autotrasporto di ambo le parti del confine per il danno arrecato all’economia locale.

 
 

Porto di Fiume: ampliato il terminale contenitori

In luglio sono terminati i lavori di ampliamento del terminale contenitori del porto di Fiume. La banchina operativa è stata allungata di 320 metri, per un totale di 550, cosicché ora può accogliere due navi madre. L’area di stoccaggio e immagazzinamento è stata allargata di ulteriori 50.000 metri quadri. Sono state collocate due nuove enormi gru di banchina Post Panamax, sei gru a portale su gomma per l’impilaggio dei container e due gru a portale per ferrovia. Queste ultime hanno velocizzato le operazioni di trasbordo nave-ferrovia. Lo scopo è spostare su rotaia il 60% del trasporto merci da e per lo scalo quarnerino. Grazie a lavori di pulizia dei fondali, il pescaggio è stato poi aumentato da 10,70 a 14 metri. Si è in tal modo consentito l’accesso delle grandi navi portacontainer, prima costrette a fare scalo a Capodistria per alleggerirsi di parte del carico. E’ stata anche costruita la futura stazione per il controllo dell’entrata e uscita delle merci quando la Croazia entrerà nell’area Schengen.

L’operazione è stata portata a termine tramite un investimento di 30 milioni di euro fornito dalla Banca Mondiale nell’ambito del progetto Rijeka Gateway. Il porto di Fiume aumenta così la propria concorrenzialità nei confronti di Trieste, Capodistria e Venezia. Obiettivo è raggiungere i 600.000 TEU di movimentazione entro il 2016. Il terminale, gestito dal gruppo filippino International Container Terminal Services, si trova nel rione di Braidizza (Brajdica), vicino a Porto Baross, nella zona Est che un tempo apparteneva all’attigua città di Sussak.

Per il 2017 è previsto il completamento di un secondo terminale container, in riva Zagabria. Complessivamente i due dovrebbero movimentare 1.200.000 TEU.

 

 Esuli dalmati e fiumani a raduno in Veneto

Ha avuto luogo ad Abano Terme (Padova) da sabato 28 a domenica 29 settembre il 60° Raduno annuale degli Esuli dalmati, promosso come sempre dall’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio.

La mattina di sabato al teatro congressi “Pietro d’Abano” l’assessore Adriana Ivanov ha presentato i ben 59 libri scritti da dalmati o di argomento dalmata editi nell’ultimo anno (quasi tutti in italiano). Nel pomeriggio si è riunito il Consiglio comunale del sodalizio. Dopo la cena di gala è andato in scena Un calicetto con Suppé, spettacolo musicale comico realizzato dall’Associazione Internazionale dell’Operetta del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con il CDM (Centro di Documentazione Multimediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata di Trieste). Protagonista è il compositore dalmata Francesco Ezechiele Ermenegildo Cav. di Suppé-Demelli (Spalato 1819 - Vienna 1895), in arte Franz von Suppé, italiano per nascita e cultura, che a Trieste frequentava l’“Osteria al Pappagallo”, dove è ambientata la scena.

La mattina di domenica 29 i radunisti hanno assistito prima alla santa messa nella chiesa del Sacro Cuore e poi all’esibizione della fanfara dei Bersaglieri in largo Marconi. Quindi si sono riuniti in Assemblea. Nella sua relazione il sindaco/presidente Franco Luxardo ha ricordato con affetto e gratitudine la limpida figura dell’esule dalmata Ottavio Missoni, già presidente e infine presidente onorario dell’associazione. Luxardo ha chiesto alle autorità italiane l’effettivo conferimento della già prevista e poi ritirata medaglia d’oro all’ultimo gonfalone italiano di Zara, la definitiva risoluzione del contenzioso sui beni espropriati, il mantenimento del Consolato d’Italia a Spalato e l’istituzione di una fondazione che garantisca in futuro finanziamenti pubblici certi alle organizzazioni della diaspora.

Fra gli ospiti hanno portato il loro saluto il presidente di FederEsuli Renzo Codarin, il sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio Guido Brazzoduro, il presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico e il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Tullio Canevari, mentre il presidente nazionale dell’ANVGD Antonio Ballarin ha inviato un significativo messaggio. E’ seguito il dibattito. Particolare soddisfazione è stata espressa da molti per l’apertura del primo asilo italiano a Zara dopo 60 anni. L’esule zaratino sen. Lucio Toth, presidente nazionale onorario dell’ANVGD, ha illustrato, con un’esposizione coinvolgente, il rapporto di Gabriele d’Annunzio con Zara e la Dalmazia proiettando le immagini storiche tratte dalle cartoline di Giorgio Giadrini e dal libro di Tullio Vallery e Guido Calbiani Zara e la Dalmazia nel pensiero e nell’azione di Gabriele d’Annunzio.

Durante l’assise il sindaco/presidente Franco Luxardo ha consegnato il 17° Premio “Niccolò Tommaseo” al prof. Ulderico Bernardi, docente emerito dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, per aver «studiato con passione le caratteristiche del gruppo nazionale di Istria, Fiume e Dalmazia, esaminando i processi di sviluppo e l’importanza del protrarsi nel tempo di fattori culturali rispetto al mutamento sociale». Luxardo ha ricordato in particolare il bel volume dell’illustre sociologo veneto Istria d’amore (edizioni Santi Quaranta, 2012).

Il 4, 5 e 6 ottobre si è svolto invece a Montegrotto Terme (Padova), con base all’Hotel delle Nazioni, il 51° Raduno annuale del Libero Comune di Fiume in Esilio. L’afflusso è stato inferiore alle volte precedenti poiché non pochi esuli avevano partecipato nel giugno scorso all’Incontro mondiale “Sempre fiumani” svoltosi per la prima volta nella città d’origine. I connazionali residenti erano rappresentati da Silvana Zorich, della Comunità degli Italiani di Fiume, dalla prof.ssa Ingrid Sever, preside della Scuola Media Superiore Italiana, e da Ugo Jerončić, storico custode della sede della CI.

Nel pomeriggio di venerdì 4 ottobre si è cominciato con la visita al Museo dell’Aria nel vicino castello di San Pelagio nel comune di Due Carrare. Si è quindi rientrati in albergo per assistere allo spettacolo Un calicetto con Suppé, prodotto dalla Associazione Internazionale dell’Operetta del Friuli Venezia Giulia e offerto dal CDM di Trieste.

La mattina di sabato nella piazza del Municipio di Montegrotto è stata deposta una corona d’alloro al monumento ai Caduti, presenti l’assessore comunale Valter Belluco e la collaboratrice del sindaco Rossella Varetto.

Nel pomeriggio si è riunito in una sala dell’albergo il Consiglio comunale. Dopo un ampio confronto si è deciso a maggioranza di confermare il voto per corrispondenza per il rinnovo delle cariche sociali previsto nel 2014, in modo da conservare il legame con la diaspora. Non è passata invece la proposta di consentire l’esercizio di tale diritto solo ai partecipanti all’Assemblea, evitando le spese di spedizione postale delle schede.

Domenica mattina l’esule fiumano mons. Egidio Crisman ha celebrato una messa nella chiesa del convento delle Suore di S. Chiara esortando a continuare sulla strada della riunificazione fra esuli e residenti.

A seguire, nella sala della biblioteca del convento stesso, si è riunita l’Assemblea cittadina. Nella sua relazione il sindaco Guido Brazzoduro ha riassunto l’operato dell’ultimo anno con particolare riguardo all’Incontro mondiale, frutto di reiterate richieste ed esperimento per futuri raduni nel luogo natio, e al bimestrale “La Voce di Fiume”, collante dei fiumani nel mondo che nel prossimo numero uscirà per la prima volta in abbinata al periodico della CI di Fiume “La Tore”. Ingrid Sever ha poi ricordato i 125 anni del Liceo di Fiume e Marino Micich i 90 anni della Società di Studi Fiumani.

Tra gli ospiti è intervenuto il presidente dell’ANVGD Antonio Ballarin, il quale ha esortato ad «operare per una ricomposizione attraverso iniziative che ci portino nelle terre dei padri non solo per le vacanze con la famiglia, ma per un’idea di nuova società di esuli e rimasti nell’amore per la nostra terra». Hanno inoltre portato il loro saluto Giorgio Varisco, dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, Silvana Zorich, della CI di Fiume, che ha portato in dono un dipinto della sezione d’arti figurative della CI, Italia Giacca, dell’ANVGD di Padova, e Franco Pizzini, fiumano dell’Associazione Nazionale Alpini. Sono poi stati letti i messaggi del presidente onorario dell’ANVGD Lucio Toth, del presidente di FederEsuli Renzo Codarin, del presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico, dell’ambasciatore Roberto Pietrosanto, del senatore Carlo Giovanardi e del console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani.

Una targa di benemerenza è stata consegnata al genovese Giorgio Traverso per la sua vicinanza ai fiumani sia esuli che residenti e per il suo impegno nel far conoscere ai giovani la storia di Fiume.

Il raduno si è concluso con un pranzo conviviale.

 
 FederEsuli ricevuta alla Farnesina

I presidenti di FederEsuli Renzo Codarin, dell’ANVGD Antonio Ballarin, dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico, del Libero Comune di Fiume in Esilio Guido Brazzoduro, di Coordinamento Adriatico Giuseppe de Vergottini, nonché i rappresentanti dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo Lucio Toth e Giorgio Varisco sono stati ricevuti martedì 3 settembre alla Farnesina dal viceministro degli Affari esteri Marta Dassù e dal ministro plenipotenziario Francesco Saverio de Luigi.

Si è appreso che il Ministero ha sollecitato la Presidenza del Consiglio a riunire il Tavolo di coordinamento tra Governo e Associazioni degli esuli istituito dall’ultimo Governo Prodi e convocato l’ultima volta durante il passato Governo Berlusconi.

«Il viceministro – riferisce Braico – ha espresso il suo interessamento per le nostre questioni ed ha rimarcato il fatto che il presidente della Repubblica Napolitano si sente molto vicino e partecipe delle problematiche del confine orientale d’Italia, come è dimostrato dall’incontro di Trieste coi presidenti di Slovenia e Croazia e dalla sua visita a Pola. Questo interesse l’ha indotto a sollecitare il presidente del Consiglio Letta a riaprire il tavolo di lavoro con le associazioni degli esuli per discutere le tematiche che li riguardano. Inoltre il presidente Napolitano ha manifestato al viceministro la volontà che all’Altare della Patria sia allestita una mostra permanente sulle vicende della Venezia Giulia e della Dalmazia. La riunione si è conclusa con la comunicazione, da parte dei rappresentanti del Governo, che saremmo stati convocati quanto prima alla Presidenza del Consiglio per trattare le nostre problematiche».

I rappresentanti degli esuli hanno rammentato le principali fra quelle ancora irrisolte: i beni, i metodi di finanziamento delle associazioni e i documenti anagrafici.

Constatato che tutti gli indennizzi previsti dalla legge 137 del 2001 sono stati finalmente erogati dopo dodici anni, resta in ballo l’inosservanza da parte di Slovenia e Croazia dell’Accordo di Roma firmato dalla Jugoslavia nel 1983. Oltre al debito monetario verso l’Italia, nel frattempo rivalutato, i due Paesi non hanno ancora restituito ai legittimi proprietari i beni allora previsti «in libera disponibilità». Resta irrisolto poi anche il problema della restituzione dei numerosi beni non coperti dai trattati.

FederEsuli ha riproposto di costituire una fondazione che, riunendo tutti i sodalizi e i centri studi stabiliti dalla legge 72/2001, possa beneficiare dei finanziamenti statali finora assegnati da questa ai singoli soggetti con l’aleatoria procedura del rifinanziamento triennale. Secondo FederEsuli, parte del debito in dollari dovuto da Slovenia e Croazia all’Italia ai sensi dell’Accordo di Roma potrebbe essere devoluto dal Governo a tale fondazione. Sarebbe questa una forma di compensazione indiretta, considerando che l’Accordo del 1983 non obbligava il nostro Governo a trasmettere agli espropriati aventi diritto la cifra percepita dall’allora Jugoslavia.

Gli esponenti istriano-fiumano-dalmati hanno inoltre lamentato che troppe amministrazioni pubbliche e para-pubbliche continuano a violare la legge 54/89 sulla corretta indicazione dei luoghi di nascita degli esuli giuliano-dalmati nei documenti ufficiali senza alcun riferimento alla successiva appartenenza statuale.

Quanto all’apertura o riapertura di nuovi tavoli tematici di lavoro, Braico ha fatto notare che in precedenza ce ne sono già stati diversi, ma tutti piuttosto deludenti, se si esclude quello con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, poiché «non hanno portato ad alcun risultato concreto in merito ai problemi dei beni abbandonati, del contenzioso con Slovenia e Croazia, ecc.». «Il tempo passa – ha rilevato – e la gente dell’esodo invecchia senza ottenere quanto le spetta».

 

 Luciano Petech dall’Istria al Tibet

L’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI) ha tenuto nel pomeriggio di venerdì 27 settembre al quarto piano del palazzo di via Torino 8 a Trieste sede del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata la giornata Dall’Istria al Tibet, in ricordo del grande orientalista Luciano Petech.

Nato nel 1914 a Trieste da genitori appena trasferitisi da Pisino e imparentati con il patriota irredentista Fabio Filzi, il giovane Petech frequentò il Ginnasio-Liceo classico “Dante Alighieri”, dove ebbe come insegnante Giani Stuparich. Nel 1932, conseguita la maturità, si trasferì a Roma per gli studi universitari e da allora non tornò più stabilmente a Trieste. Fra le innumerevoli lingue straniere coltivate si concentrò prima sull’arabo e poi su quelle orientali e in particolare sul tibetano, grazie al felice incontro con il tibetologo prof. Giuseppe Vincenzo Tucci (1894-1984), di cui fu allievo. Nel 1938 fu inviato quale lettore d’italiano all’Università di Allahabad, nell’India britannica. L’entrata in guerra dell’Italia contro l’impero inglese lo trasformò in un nemico, ragion per cui fu rinchiuso in un campo di concentramento civile. Lì studiò la letteratura tibetana e scrisse sul sistema cronologico degli Annali blu (XV secolo).

Rientrato in Europa nel 1947, insegnò con incarichi provvisori prima all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e poi all’Università “La Sapienza” di Roma. Dal 1958 al 1984 fu ordinario di Storia e Geografia dell’Asia orientale (poi Storia dell’Asia orientale) nella Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza”. Sull’Asia pubblicò 14 libri (tra cui Central Tibet and the Mongols e I Missionari italiani nel Tibet e nel Nepal) e più di 100 articoli, per un totale di oltre 200 pubblicazioni sempre ben informate, spesso scritte in inglese e a volte tradotte pure in cinese. Dopo Tucci fu il massimo orientalista italiano. Oltre a quasi tutte le lingue europee (latino incluso), parlava tibetano, cinese, giapponese, arabo, hindi, urdu (attuale lingua ufficiale del Pakistan e una delle tre dell’India) newari (una delle lingue nepalesi) e sanscrito. Ricevette molti incarichi e nomine d’onore. Tra l’altro fu presidente dei corsi dell’IsMEO (l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente), della Fondazione “Caetani” e dell’International Association for Tibetan Studies, nonché membro dell’Accademia dei Lincei. Morì a Lecco nel 2010 a 96 anni.

In concomitanza con la manifestazione commemorativa è stata allestita una Saletta in onore di Luciano Petech con i cimeli donati dalla sua famiglia all’IRCI e che d’ora in poi arricchiranno l’offerta espositiva permanente del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata. Alle pareti e in alcune teche si possono ammirare volantini, cartoline, lettere, fotografie e ritagli di giornale appartenuti a Fabio Filzi o – e sono la maggioranza – relativi alle lotte patriottiche durante gli ultimi anni del dominio asburgico, alla Prima guerra mondiale, ai martiri giuliani irredenti, alle commemorazioni e all’inaugurazione di un monumento a Filzi nel primo dopoguerra, alle battaglie del secondo dopoguerra per il ritorno della Venezia Giulia all’Italia e alla commemorazione dei 50 anni dalla morte di Filzi nel 1966. Da segnalare il materiale inerente la tragica situazione degli italiani d’Istria sotto il tallone titoista e in particolare un volantino dell’Associazioni Partigiani Italiani contro la firma del Trattato di pace e uno del CLN dell’Istria di poco successivo alla Nota Tripartita (20 marzo 1948).

All’incontro commemorativo sono intervenute la presidente dell’IRCI Chiara Vigini, Giacomella Orofino (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”) e Diana Petech. Chiara Vigini ha ringraziato i familiari per il dono del fondo Petech, ora messo a disposizione dei visitatori del museo. L’orientalista Giacomella Orofino ha parlato del suo maestro Luciano Petech come di uno degli storici dell’Asia più attenti, rigorosi e colti, allergico a teorie, banalizzazioni, paradigmi e strumentalizzazioni, che considerava pericolosi fantasmi da esorcizzare. Un intellettuale finissimo, un professore capace di suscitare interesse fra gli studenti, uno studioso apparentemente distaccato e riservato, ma in realtà pieno di profonda passione per la storia, la cultura e l’arte dei popoli che indagava, primo fra tutti quello tibetano. Un uomo che soffriva per la triste sorte di quei pacifici e religiosissimi “montanari” soggiogati dall’imperialismo comunista cinese, che ha tentato di sopprimermene l’anima. Un italiano che amava tanto queste genti lontane da lasciare una cospicua eredità per l’istituzione di un collegio nel Tibet orientale, nel frattempo divenuto uno dei più prestigiosi.

Diana Petech ha tracciato – a momenti con commozione – la figura del padre, un viaggiatore appassionato che parlava 12 lingue ma che ogni anno tornava a Trieste e che nel 1998 effettuò un viaggio in Istria toccando, oltre a Pisino, anche Pirano, Parenzo e altre località costiere per far conoscere ai suoi familiari la propria terra d’origine e che da giovane ebbe il coraggio di scegliere studi non in sintonia con la propria tradizione familiare. Una persona di valore che celava la timidezza dietro un brillante umorismo. Il rammarico principale è che i libri da lui donati all’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente sono divenuti inaccessibili da quando, nel 2012, il Governo l’ha chiuso quale «ente inutile».

 
 

Vele dell’Adriatico

Venerdì 4 ottobre è stata inaugurata nella sede dell’Associazione delle Comunità Istriane in via Belpoggio 29/1 a Trieste la mostra Vele dell’Adriatico, visitabile fino a martedì 5 novembre. Promossa dal sodalizio stesso in collaborazione con l’Associazione Marinara “Aldebaran”, espone alcuni splendidi modellini autoprodotti dai soci di quest’ultima. Sono dettagliatissimi esemplari unici, quasi tutti in scala 1:50, di imbarcazioni a vela tradizionali di ambo le sponde adriatiche, ma anche di barche da regata e di alcune navi più grandi protagoniste di episodi cruciali della nostra storia come il “Toscana” e il “Pola”, che trasportarono migliaia di esuli da Pola rispettivamente a Venezia o Ancona e a Trieste, e il “Novara”, che condusse l’arciduca Massimiliano in Messico. Il suggestivo materiale è articolato per sezioni.

L’inaugurazione è stata allietata dal coro dell’Associazione delle Comunità Istriane che, diretto e accompagnato alla tastiera dal M° David Di Paoli Paulovich, ha eseguito tre canzoni marinare tradizionali nostrane (di cui due rovignesi) e infine Madonnina del mare.

Manuele Braico, presidente dell’Associazione, ha quindi spiegato che la mostra è stata allestita in concomitanza con la regata velica Barcolana per aprire il mondo degli esuli a Trieste, alla contemporaneità e alla sinergia con altre realtà cittadine, per «guardare avanti ed essere propositivi». Si è voluto rappresentare la cultura tecnica marinara di entrambe le sponde dell’antico Golfo di Venezia al fine di esserne parte attiva escludendo ogni logica localistica e autoreferenziale. E’ questa la prima mostra realizzata d’intesa con l’Associazione Marinara “Aldebaran” e la seconda ospitata negli ultimi mesi dall’Associazione, dopo quella sulle opere artistiche degli studenti di alcune scuole triestine inerenti il Giorno del Ricordo. L’ottica è sempre quella di interazione con la città.

L’assessore regionale alla cultura Gianni Torrenti si è complimentato con gli organizzatori, riflettendo poi sul fatto che l’autoghettizzazione è stata una forma di autodifesa e di sopravvivenza tipica di queste terre, che però oggi sta venendo superata dalla disponibilità al confronto e all’integrazione. «Del resto – ha osservato – siamo tutti un po’ bastardi a Trieste, in Istria e oltre, siamo elementi complessi di storie complicate in un’area dove le genti si sono sempre mosse moltissimo. Oggi il mare torna ad unire invece che a dividere e non c’è più bisogno di gelosie di separatezza».

Dario Tedeschi, presidente dell’Associazione Marinara “Aldebaran”, si è rallegrato di questo primo bel frutto della collaborazione con un’importante realtà di esuli istriani come quella di via Belpoggio. Ciò dimostra che anche a Trieste «possiamo fare». La sua Associazione è un ente privato senza fini di lucro fondato nel 1951 per divulgare e promuovere la cultura marinara, nonché studi e documentazione navale ed ogni tipo di attività connessa. Dispone di un ricco patrimonio formato da un archivio di documenti tecnico-storici, da una biblioteca specializzata con oltre 4.000 volumi, da una raccolta di disegni tecnici navali, da un archivio fotografico, da un archivio di filmati riguardanti l’attività dei cantieri di Trieste e Monfalcone, da una raccolta di disegni artistici e navali, oltre che da una collezione di oltre 600 modellini, eseguiti dai soci, di navi mercantili e militari costruite nei cantieri di Trieste, Muggia e Monfalcone dal 1840, di navi della Marina Militare Italiana, di imbarcazioni tipiche e storiche dell’Adriatico, di imbarcazioni da regata e di grandi navi mercantili e militari straniere.

Alla cerimonia era presente il consigliere regionale e vice-presidente nazionale dell’ANVGD Rodolfo Ziberna.

Il 5 ottobre una scolaresca dell’Istituto Nautico di Trieste ha visitato la mostra. Per informazioni: 040 314741.

 

Si riconierà la medaglia di Nazario Sauro trafugata

Il direttivo della Fameia Capodistriana, aderente all’Unione degli Istriani, ha deciso di far riconiare la medaglia d’oro all’eroe irredento Nazario Sauro trafugata nel marzo scorso dal Museo del Risorgimento presso il Vittoriano. Subito dopo il furto il sodalizio degli esuli capodistriani aveva contattato la Zecca di Stato, la Federazione Grigioverde di Trieste e altri esperti del settore onde poter avere una copia esatta dell’originale da far rifondere fedelmente. Il presidente Piero Sardos Albertini spera che l’operazione venga condotta dalla Zecca dello Stato, che conserva lo stampo originale. Così la riproduzione sarebbe perfetta. Il direttivo della Fameia dovrà ora decidere se finanziare solo con i propri fondi il nuovo conio o aprire a tal fine una colletta interna o nazionale, che assumerebbe un significato morale. La decorazione sarà donata al museo, auspicando che ne sia accresciuto il livello di sicurezza. Nazario Sauro è una delle cinque Medaglie d’Oro al Valor Militare di Capodistria, la città che nelle due guerre mondiali ne ottenne il numero più alto per numero di abitanti in Italia.

 
 

Lussinpiccolo festeggia mons. Mario Cosulich

Lussinpiccolo ha tributato il proprio affetto al concittadino esule mons. Mario Cosulich per il suo 70° anniversario di ordinazione sacerdotale. E l’ha fatto in quello stesso duomo dove nel 1943 il vescovo di Zara mons. Pietro Doimo Munzani lo ordinò sacerdote. Il 1° ottobre mons. Cosulich ha concelebrato una messa propiziatrice insieme al parroco decano di Lussinpiccolo mons. Ivan Brnić e a don Mate Polonio, rettore di San Nicolò. Tutti nella nostra lingua i canti liturgici, tra cui quelli eseguiti dal coro femminile “Vittorio Craglietto” della locale Comunità degli Italiani. Quest’anno il monsignore era già stato festeggiato prima a Roma presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore, presente Papa Benedetto XVI, poi a Genova presso l’Istituto delle Piccole Suore della Carità, presente il presidente onorario della Comunità dei lussignani non più residenti mons. Nevio Martinoli, e a Trieste nella chiesa dei Santi Rita e Andrea in concomitanza con il ritrovo degli esuli lussignani per la Madonna Annunziata.

 

 Esuli e rimasti celebrano Giuseppe Kaschmann

nella sua città natale

Le Giornate di Giuseppe Kaschmann, svoltesi a Lussinpiccolo dal 14 al 16 luglio, hanno costituito una nuova occasione d’incontro fra conterranei esuli e residenti. L’ottava edizione dell’iniziativa in onore del celebre baritono lussignano è stata promossa dall’Università Popolare Aperta di Lussinpiccolo e dall’Associazione Kirhes di Zagabria con il sostegno dell’Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, della locale Comunità degli Italiani, della Biblioteca civica e Sala di lettura, nonché della Comunità di Lussinpiccolo, aderente all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste. Quest’ultima ha presentato la sera di domenica 14 al Teatro estivo “Vladimir Nazor” il libro biografico Giuseppe Kaschmann signore delle scene, scritto dalla pronipote Giusy Criscione, edito nel 2012 dalla stessa Comunità unitamente alla propria Associazione madre e già presentato a Trieste e a Roma. Il volume, dotato di un ricco repertorio iconografico e documentario, ripercorre la vita e la carriera del talentuoso cantante-attore nato a Lussinpiccolo nel 1850 e morto a Roma nel 1925. L’annesso dvd, sempre di Giusy Criscione, è stato proiettato con i sottotitoli in croato a cura di Daria Garbin.

Contestualmente è stata inaugurata l’omonima mostra a cura di Rita Cramer Giovannini degli Ivancich, rimasta visitabile fino a fine agosto e articolata in due sezioni: la prima comprendente dodici pannelli sulla vita e l’opera dell’artista, la seconda comprendente i suoi cimeli donati da Giovanna Stuparich Kaschmann nel 1989, nonché cinque registrazioni su dischi a 78 giri dei primi del ’900 (con arie tratte dalle opere Ernani, Don Carlo e Otello di Verdi, dai Medici di Leoncavallo e dall’Amleto di Thomas), tre costumi di scena e ancora documenti, ritratti e riconoscimenti. L’esposizione era già stata allestita al Civico Museo Teatrale “Carlo Schmidl” di Trieste dal 19 novembre 2012 al 3 febbraio 2013.

Il baritono Saša Matovina, accompagnato al pianoforte dal M° Igor Vlajnić, ha cantato alcune arie operistiche in croato, italiano e tedesco. Fra il folto pubblico si sono distinte numerose autorità locali.

Lunedì 15 luglio, nel giardino antistante la cappella di Sant’Antonio sulla Riva cittadina, è stata deposta una corona di fiori davanti al busto in memoria di Kaschmann. Dedicatogli dai lussignani nel 1927, fu rimosso dagli jugoslavi e, ritrovato negli anni ’60, venne restaurato, fuso in bronzo e integrato sulla fronte con una stella rossa poi cancellata. La sera di lunedì, nuovamente nel Teatro estivo, è stata inscenata l’opera comica di Joseph Haydn Il farmacista.

Martedì 16 luglio, ancora al Teatro estivo, si è tenuto un concerto conclusivo con arie tratte da opere e operette particolarmente amate dal baritono concittadino.

Occorre stigmatizzare il fatto che troppi croati continuano a spacciare Giuseppe Kaschmann per un loro connazionale, chiamandolo «Josip Kašman». Eppure era un italofono che specie grazie alla madre Eugenia Ivancich, ma anche al padre Giuseppe, coltivò fin da bambino sentimenti di italianità, studiò a Padova, Trieste e Udine e nel 1878 venne considerato disertore dalle autorità militari austro-ungariche per essere rimasto a Milano invece di arruolarsi nelle truppe destinate ad occupare la Bosnia-Erzegovina. Tale reato gli costò il bando dai territori dell’Impero fino al 1909. Gli fu quindi riconosciuta la cittadinanza italiana. Si esibì a Zagabria, Torino, Venezia, Trieste, Roma, Milano, Napoli e riscosse notevole successo anche all’estero: Nord e Sud America, Germania, Russia, Portogallo ed Egitto. Parlava ben sette lingue.

 
 

ANVGD di Grado ad Abbazia

Una rappresentanza della Delegazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Grado (Gorizia) ha visitato venerdì 27 settembre la sede della Comunità degli Italiani di Abbazia nella restaurata Villa Antonio. A fare gli onori di casa è stato il presidente dei connazionali abbaziani Pietro Varljen, che ha accolto i graditi ospiti illustrando storia, caratteristiche e attività del sodalizio, ricostituito nel 1971 dopo la chiusura imposta nel 1953. Lo scopo principale – ha chiarito Varljen – è tutelare la lingua e la cultura italiana nella “Perla del Quarnero”. «Si sono ritrovate in nome della loro patria comune – ha osservato la presidente della Delegazione gradese dell’ANVGD Alda Devescovi – le persone che sono andate via per mantenere l’italianità con quelle che hanno avuto il coraggio di rimanere». L’attore Tullio Svettini, esule rovignese residente a Grado, ha recitato la poesia Te vogio ben di Biagio Marin. Dopo il cordiale incontro nella sede comunitaria, l’attivista della CI abbaziana Giulia Šantić ha fatto da guida turistica nelle località di Abbazia, Volosca, Moschiena e Castua.

 

Ultimo aggiornamento ( lunedě 21 ottobre 2013 )
 
LICIA COSSETTO sorella di NORMA

 

La Signora LICIA COSSETTO, sorella di NORMA, M.O. al merito civile, è morta il 05 OTT 2013 a Latisana UD, mentre si recava a Trieste per la celebrazione del 70° anniversario della morte di NORMA, che fu infoibata nella notte fra il 4 e il 5 OTT 1943. 

Grande folla all'ultimo abbraccio con Licia Cossetto - 08ott13

Chiesa gremita per l’addio all’istriana Licia Cossetto, testimone della tragedia delle foibe.


"Terra rossa di Istria, roccia di Istria, sassolini della tomba di papà e Norma". Una piccola scatola con riportate a mano, sul coperchio, queste parole è stata posta dai familiari di Licia Cossetto sulla sua bara, nella camera ardente allestita all’interno della raccolta chiesa di San Rocco, in piazza Castello, a Ghemme. L’istriana, che ha vissuto sulla sua pelle la tragedia delle foibe, è scomparsa sabato 5 ottobre, all’età di 90 anni, a causa di un malore, che l'ha colpita a Latisana (Udine), mentre si recava a Trieste per partecipare alla commemorazione del 70° anniversario del martirio della sorella Norma.


In molti a Ghemme, nel giorno del suo funerale, hanno voluto essere presenti per non dimenticare una pagina nera della storia. Il Comune ha indetto il lutto cittadino, gli esercizi commerciali hanno abbassato le serrande ed, all’esterno della chiesetta di San Rocco si è radunata una grande folla di persone; innanzitutto la figlia di Licia Cossetto, Norma Tarantola, ed i nipoti ma anche molti amici, conoscenti e rappresentanti istriani.

Sono stati innalzati anche i gonfaloni di "Pola - Comune in esilio", del "Movimento nazionale Istria, Fiume e Dalmazia" e di diversi Comitati provinciali ANVGD. Il corteo ha raggiunto la chiesa parrocchiale Maria Vergine Assunta, dove ha avuto luogo la funzione funebre. Tra coloro che invece non hanno potuto presenziare ma che si sono comunque uniti al dolore della famiglia, pure il prefetto di Novara Francesco Paolo Castaldo, che ha inviato una lettera di cordoglio.


(fonte Novara Today 8 ottobre 2013)

 

Ultimo aggiornamento ( martedě 08 ottobre 2013 )
 
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