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VERGAROLLA: UNA STRAGE SU CUI VA FATTA PIENA LUCE DI PAOLO RADIVO
Paolo Radivo
Vergarolla: una strage su cui va fatta piena luce,
da “Fiume. Rivista di studi adriatici”, anno XXXV (nuova serie), n° 31, gennaio-giugno 2015, Roma 2015.

Cosa sappiamo oggi di certo sull’esplosione di Vergarolla?
Il 18 agosto 1946 a Pola, enclave di Zona A della Venezia Giulia sotto occupazione militare angloamericana, era una calda domenica di sole. L’Arena di Pola, ovvero il quotidiano edito dal Cln cittadino, aveva invitato la cittadinanza a partecipare a quella che avrebbe dovuto essere tanto una grande festa sportiva quanto una implicita manifestazione di italianità.
Il luogo prescelto era l’insenatura di Vergarolla, a sud-ovest della città, delimitata su un lato da un molo di pietra, da un pontile di legno e da baracche militari abbandonate. Al centro si trovava la sede della Società nautica «Pietas Julia» per le attività balneari e veliche, con alcuni capannoni e una tettoia. Sull’altro lato c’era invece una spiaggia e, pochi metri più all’interno, una pineta erbosa.

Sulla spiaggia, a poca distanza dal mare, giacevano abbandonati e incustoditi dal maggio 1945 una trentina di ordigni reclamati dalla Jugoslavia come preda bellica, ma sotto la responsabilità del Governo militare alleato (Gma) in attesa che la Commissione sui bottini di guerra ne decidesse la destinazione finale. Nessuna recinzione o custodia ne impediva l’accesso, e non vi era nemmeno un cartello che ne segnalasse la pericolosità. Così molti ci passavano tranquillamente vicino e i bambini erano soliti giocarci sopra.

Quella mattina erano in programma gare natatorie di tre tipi: la Coppa Scarioni sui 200 metri, la Leva dei tuffatori e il Meeting natatorio per il campionato istriano 1946. Nel pomeriggio si sarebbero dovuti tenere una gara di tiro alla fune in acqua e un torneo di pallavolo. La sera avrebbe infine dovuto svolgersi una Gran veglia danzante per festeggiare i 60 anni della «Pietas Julia», sodalizio sportivo di chiaro orientamento patriottico.

Il bel tempo e il servizio di trasporto via mare offerto dalla «Pietas Julia» tra la riva dell’Ammiragliato e Vergarolla favorì un notevole afflusso di persone: sportivi, spettatori, ma anche semplici bagnanti. Sia polesi che profughi della Zona B. Tutti italiani di tendenza filo-italiana. Molte le famiglie al gran completo. Numerosi dunque i bambini e gli adolescenti. I tornei della mattinata si svolsero regolarmente. Poi iniziò la pausa pranzo. Alle 14.15 nella pineta numerose persone stavano ancora mangiando o avevano appena finito. Altre sulla spiaggia prendevano il sole, passeggiavano, giocavano o correvano. Altre ancora si trovavano in acqua o sul molo. Il clima era disteso e sereno.

Improvvisamente molti degli ordigni deflagrarono. Si alzò una colonna di fuoco, presto trasformatosi in fumo nero, che provocò nella pineta un incendio poi sedato dai pompieri. Poco prima del boato assordante si avvertì una scossa di terremoto indotta che in città ruppe i vetri di tante finestre, divelse telai e imposte e fece tremare edifici e mobili. Intorno agli ordigni lo scoppio dilaniò numerose persone scagliandone i poveri resti anche a decine o centinaia di metri di distanza, in acqua, a terra o sugli alberi. I gabbiani se ne cibarono facendoli così sparire per sempre. Altri cadaveri risultarono orribilmente mutilati e/o bruciati. Le strutture edili vennero distrutte. Una barca si disintegrò. In una densa coltre di fumo i sopravvissuti correvano alla ricerca dei propri cari gridandone i nomi. Sul posto intervennero con notevole rapidità pompieri, agenti della Polizia civile e militare, rastrellatori di mine e personale della Croce rossa italiana, che soccorsero i tantissimi feriti e ne portarono diverse decine all’ospedale militare o all’ospedale civile «Santorio Santorio». Qui il dottor Geppino Micheletti, operando ininterrottamente, ne salvò diversi, pur avendo perso nell’esplosione i suoi due figlioletti, il fratello e la cognata. Le salme e i resti umani furono portati nella cappella mortuaria dell’ospedale o sul prato antistante.

La contabilità delle vittime fu fin dall’inizio carente e ballerina a causa della rapida polverizzazione di ogni traccia di non poche fra esse (quasi tutte con indosso i soli indumenti balneari), mentre di altre rimasero semplici brandelli insufficienti all’identificazione. Inoltre molti profughi della Zona B, generosamente ospitati nelle case, nelle cantine o nelle soffitte dei polesani, non erano registrati all’anagrafe. L’Arena di Pola pubblicò un elenco di 64 vittime identificate. Recentemente però, con verifiche incrociate, si è giunti a identificarne una in più. Circa due terzi erano residenti a Pola. 23 avevano meno di 21 anni. Ma i morti complessivi furono di più. Secondo il 13° Corpo britannico, risultavano dispersi 5 anonimi, residenti temporanei nel campo profughi di Pola. Non si sapeva se conteggiarli fra i cadaveri non identificati o fra quelli irriconoscibili o se invece non c’entravano nulla con Vergarolla. Ma il dottor Geppino Micheletti disse in presenza di testimoni che le vittime complessive dovevano essere fra le 110 e le 116.
Tra i feriti gravi vi furono anche due militari britannici. Altri due in libera uscita presenti al momento dell’esplosione riportarono lesioni leggere. Un necrologio su un giornale britannico segnalò tuttavia il decesso di un militare quel giorno a Pola.

A causa del massacro non si svolsero le gare del pomeriggio né la Gran veglia danzante serale.
I funerali ebbero luogo il 20 agosto a spese del Comune con la partecipazione di tutta la cittadinanza. Fu l’unico evento che fra il maggio 1945 e l’esodo del 1947 vide convergere soggetti di ambo i fronti contrapposti. Fabbriche, uffici e negozi rimasero chiusi per lutto. Ogni famiglia polese aveva perso almeno un congiunto, un amico, un conoscente o un collega. Il dolore e il cordoglio erano generali. I fiori disponibili non riuscirono a soddisfare le richieste. Sul prato davanti all’obitorio furono disposte anche 21 bare con salme non identificate e 4 con brandelli di corpi dilaniati e perciò irriconoscibili. Le esequie furono celebrate dal vescovo di Parenzo e Pola mons. Raffaele Radossi, il quale criticò il Gma (che a Pola era a guida britannica) per non aver messo sul posto nemmeno una tabella indicante il pericolo.

Dopo le esequie si formarono due cortei, affiancati da fitte ali di folla: uno diretto al cimitero di Marina e l’altro al cimitero civico di Monte Ghiro, per la sepoltura delle salme. Nei primi mesi del 1947 i parenti ne dissotterrarono diverse portandole con sé in esilio. Attualmente la tomba della famiglia Saccon a Monte Ghiro ne custodisce 28, e lì ogni 18 agosto si svolge una cerimonia commemorativa ufficiale promossa dalla locale Comunità degli italiani e dal Libero comune di Pola in esilio.

Sia La Posta del Lunedì, settimanale del Cln, sia L’Arena di Pola, sia Il Nostro Giornale (di orientamento titino) accusarono il Gma di trascuratezza, chiesero l’individuazione dei responsabili (se di attentato si trattava) e reclamarono la rimozione e distruzione del munizionamento ancora presente. L’Arena di Pola invocò altresì le dimissioni di chi non aveva saputo evitare «un tale orrendo strazio di cittadini» malgrado le reiterate richieste dell’amministrazione comunale filo-italiana, mentre Il Nostro Giornale pretese che a dimettersi fosse quest’ultima. La Voce del Popolo di Fiume e il Glas Istre (entrambi quotidiani filo-jugoslavi) puntarono il dito contro il solo Gma.
A seguito di tali polemiche gli alleati non consegnarono agli jugoslavi gli esplosivi reclamati come bottino di guerra, ma li fecero brillare sul posto o li gettarono in mare. L’operazione avvenne tra l’11 settembre e i primi di dicembre del 1946.

Il 22 agosto il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio chiese sia al governo italiano che alla Commissione alleata di controllo sull’Italia di corrispondere un indennizzo ai familiari delle vittime. Il governo De Gasperi inviò subito 2 milioni di lire al presidente di Zona di Pola. Il Nostro Giornale avrebbe voluto anche una pensione a vita per le famiglie più povere colpite. La Presidenza di zona, con l’autorizzazione alleata, istituì un Comitato per l’assistenza dei feriti e delle famiglie delle vittime di Vergarolla, che il 25 agosto aprì un apposito ufficio per ricevere e vagliare le richieste, stabilendo inoltre i criteri per la quantificazione delle somme in base al danno sia patrimoniale sia morale. Il Comitato raccolse 2.269.885,40 lire: due milioni inviati dal governo italiano e il resto da enti e privati. In dicembre la Presidenza di zona iniziò a versare le somme alle “famiglie meno abbienti delle vittime” e a “coloro che hanno riportato ferite più o meno gravi”. Gli alleati pretesero che gli indennizzi assumessero la veste di meri contributi assistenziali, per allontanare da sé qualsiasi responsabilità legale circa l’esplosione e i conseguenti danni, da considerare come “atti di Dio”, ovvero disastri naturali. Del resto lo stesso governo italiano aveva negato le proprie responsabilità per un’esplosione di munizioni avvenuta a Torre del Greco.

Fu strage premeditata o incidente?
Sia le indagini, sia le testimonianze anche successive, sia la dinamica dei fatti ci portano a dire che fu una strage intenzionale.

La Polizia civile di Pola avviò subito un’indagine. Gli sminatori britannici e un ingegnere italiano conclusero il 24 agosto che gli ordigni, risultati privi di spolette e micce durante i controlli del febbraio e del maggio 1946, non sarebbero potuti esplodere senza l’intervento di un esperto.

Dieci testimoni affermarono di aver udito, 5-15 secondi prima dello scoppio, un rumore simile a un colpo di pistola. Doveva essere il colpo di attivazione di un detonatore a lungo ritardo chimico innescato da una miccia.

Un testimone ricordava una successione di scoppi; un altro uno sparo, quindi un forte spostamento d’aria e infine una decina di scoppi a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro. Ciò non implica che le cariche vicine fossero esplose «per simpatia».

Alcuni testimoni parlarono di una miccia. Uno vide una scia di fumo biancastro provenire dal mare in direzione degli ordigni. Seguì uno “sparo” e, cinque secondi dopo, l’esplosione e un bagliore accecante. Un altro testimone vide una luce brillantissima fra il mare e gli ordigni e, subito dopo, un uomo che correva via terrorizzato. Dopo 4 secondi udì quattro grossi scoppi.

Altri testimoni videro una striscia di fumo blu procedere sul terreno verso le bombe e udirono una specie di colpo di pistola prima della detonazione.

Uno dei due soldati britannici feriti dichiarò di aver udito un certo “frizzare” prima dell’esplosione principale e visto un pezzo di miccia di sicurezza bruciare vicino agli ordigni.

Forse gli attentatori misero in opera almeno due cariche primarie, che provocano appunto il rumore dello sparo di un’arma leggera, e attivarono due o più spolette a tempo. Una di queste avrebbe fatto esplodere la sua carica primaria, ma non detonare la bomba cui era collegata. La seconda o le successive cariche primarie invece funzionarono.

La relazione finale di una Corte militare d’inchiesta, nominata dal Gma e operativa fra il 29 agosto e la metà di settembre, asserì che la deflagrazione era stata causata da 15 o 20 cariche marine di profondità di produzione tedesca o italiana, 3 testate di siluro, 4 cariche di profondità al tritolo o mine C e 5 bombe fumogene. Questi ordigni non sarebbero potuti esplodere se non muniti di detonatori. Dunque le esplosioni “furono causate dagli atti intenzionali di una o più persone ignote”. La Corte sentì quattro testimoni. Il capitano Cosimo Raiolo, ex ufficiale della Marina italiana, il tenente A. Ferroni e il comandante Emanuele Klotowsky, ufficiale artificiere del Gma, testimoniarono di aver ispezionato più volte le mine, l’ultima il 27 luglio, ritenendole sicure; non erano stati posti segnali e il luogo non era stato recintato proprio perché si riteneva non sussistessero pericoli. L’esperto navale francese Demaria dichiarò che a Vergarolla non c’erano esplosivi prodotti in Francia. E’ peraltro possibile che, se non dai tedeschi, fossero stati lasciati dalla X Mas, attiva in zona fino ai primi di maggio del 1945.

L’ipotesi di autoinnesco per calore, diffusasi a Pola in epoca prima jugoslava e poi croata, suona invece inattendibile e depistante.

Chi furono gli esecutori?
Tre testimoni interrogati dalla Polizia civile dichiararono di aver visto un uomo molto sospetto aggirarsi sulla spiaggia alle 13.30 del 18 agosto, guardarsi attorno, raccogliere una grande pietra, trasportarla da qualche parte, raggiungere la pineta dietro le bombe e accendervi una fiamma (un segnale per qualche complice?). Aveva un pesante completo di lana, un viso abbastanza allungato, i capelli ben pettinati e forse una scatola o una borsa. Inizialmente la Polizia civile pensò si trattasse del 31enne Giovanni Bichich, ex partigiano residente a Vines, ma poi lo scartò perché non segnalato a Pola da oltre due mesi. Allora diramò un avviso che invitava a mettersi in contatto con la Polizia chiunque avesse visto lì un uomo di 40-45 anni, alto 1,60-1,65 m, con viso sottile, naso aquilino, colorito abbronzato, capelli castani, vestito con abito grigio scuro, che prima dell’esplosione aveva trasportato un grosso sasso vicino alle mine.
Il 24 agosto fu arrestato e interrogato ma subito rilasciato Antonio Macci Radocchi, pittore 56enne con un alibi di ferro. Salvina Klatowskj, moglie del comandante, segnalò che alle 6 del 23 agosto era partito sulla motonave da Pola per Trieste un uomo corrispondente alla descrizione che, in stato confusionale, chiedeva ad alta voce perché la Polizia lo stesse cercando. Ma non venne trovato.

Eugenia Maraston rivelò di aver udito la mattina del 18 agosto un impiegato comunale ricevere una telefonata che lo avvertiva di non andare quel giorno al mare perché sarebbe successa “qualche disgrazia”. Altre quattro persone dissero di essere a conoscenza di tale episodio, ritenuto però poco credibile poiché di domenica il municipio era chiuso e la signora era notoriamente appassionata di dicerie.

Un altro testimone riferì di aver sentito un lavoratore prima dello scoppio dire: “Questa sarà una bella lezione per loro”. Ancora un altro testimone sentì dire il 17 agosto da uno sconosciuto: “Vedrai che bello spettacolo ci sarà domani a Vergarolla!”.

Un bagnante raccontò di aver visto una barca piccola e vecchia con una bandiera jugoslava sostare vicino alle bombe prima dell’esplosione, salvo sparire poi. Forse la stessa notata proprio lì da altri testimoni tre giorni prima.
Il prof. Giuseppe Nider, dell’Associa­zione partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio esercito, recatosi sul posto subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese, riscontrò nella vicina cava, al di là della strada che costeggiava la pineta, tracce di apparati per l’innesco a distanza di detonatori uguali a quelli usati nelle miniere dell’Arsa, allora sotto controllo jugoslavo. Dunque le micce sarebbero state due: una attivata dalla cava e l’altra da una barca.

Nei decenni successivi l’esule Claudio Bronzin ha raccontato di aver udito “una detonazione (tipo colpo di fucile)” e lo scoppio dopo una frazione di secondo. La zia Rosmunda Bronzin Trani disse alla Polizia civile e ripeté poi ai familiari che la mattina un uomo vestito bene, di grigio, già visto da qualche parte, aveva steso un “filo” attraverso la pine­ta; poi, tagliandolo con un coltello, lo aveva aggiuntato in più punti (come sono soliti fare gli elet­tricisti) e infine sparì. Più tardi si verificò lo scoppio.

L’esule Gino Salvador scrisse di un uomo venuto dal mare su una barchetta di idrovolante, che approdò alla banchina del vicino cantiere navale «Lonzar» al mattino dopo le dieci. Disse che veniva da Brioni, in Zona B, che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a prendere il largo. Aveva statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti e pantaloni di tela blu. Quando scoppiarono le bombe la bar­chetta d’idrovolante era ancora all’attracco.

Intorno al 1986, mentre l’esule Sergio Marini era in raccogli­mento a Pola presso la tomba della sorella Liliana morta a Vergarolla, una persona gli si avvicinò e gli disse: “Ma lei lo sa che quello che ha fatto scoppiare le mine di Ver­garolla è ancora vivo? Abita a Fasana”.

In un articolo sul quotidiano di Pola Glas Istre dell’agosto 1999 il giornalista David Fištrović osservò: “Forse qualche nuova luce verrà aperta sul caso in seguito alla ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto «lo ha fatto su ordine di Albona». Il fatto che i resti dei detonatori siano gli stessi che venivano adoperati dai minatori e che ad Albona dove c’erano le minie­re si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titi­na forse potrebbe aiutare a risolvere il caso di Vergarolla”. Fištrović comunicò a Vivoda che a Vergarolla ci dovevano essere stati in tutto 116 morti e 211 feriti e che il polese suicidatosi si chiamava Ivan (Nini) Brljafa. Vivoda si offrì di comprare la lettera dal parente del defunto che la possedeva. Avrebbe dovuto presentarsi da solo a un appuntamento, ma vi rinunciò, temendo un agguato da parte degli epigoni dell’OZNA. Brljafa era infatti stato tra i primi membri del Partito comunista croato clandestino di Pola, durante la guerra aveva agito in città come gappista in coppia con Livio Šain, insieme a lui aveva compiuto il sanguinoso attentato alla men­sa degli ufficiali tedeschi in via Smareglia, ed era stato membro con Tino Vitas, Mijo Pikunić e Livio Šain del gruppo dell’Ozna (la polizia politica jugoslava) operante tra Fasana e Peroi. Fu poi direttore del Cantiere «Scoglio Olivi» e nel 1963 presidente dell’Assemblea comunale di Pola. Nel 1979 si suicidò impiccandosi, probabilmente poiché disperato a causa di un tumore ai reni.

A suffragare la tesi dell’attentato fu il 18 agosto 2004 l’allora sindaco di Pola Luciano Delbianco, nel corso dell’annuale cerimonia commemorativa presso il cippo eretto nel 1997 accanto al duomo cittadino.

Durante una ricerca negli archivi nazionali di Londra per la realizzazione di una collana di libri su Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, Fabio Amodeo e Mario José Cereghino si imbatterono in un’informativa dei servizi segreti britannici datata 19 dicembre 1946 che riprende una notizia fornita dal controspionaggio italiano, ovvero il Battaglione 808° dei Carabinieri. Il 9 marzo 2008 Il Piccolo riportò il testo del documento inglese. “Uno dei sabotatori – vi si legge – è Kovacich Giuseppe. Si presume che la sua descrizione corrisponda con quella divulgata dagli Alleati, ovvero: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu. Si segnala che Kovacich è uno specialista in atti terroristici nonché responsabile di numerosi crimini. In passato si recava regolarmente da Trieste a Fiume tre volte alla settimana, a bordo di un’automobile targata “R”: agiva come messaggero per l’Ozna e riferiva in via Cicerone 2 a Trieste. Dopo l’esplosione non è stato più visto in città”. Di lui un’informativa del Battaglione 808° datata 6 luglio 1946 diceva che aveva trent’anni, era stato membro della Marina militare italiana e agiva dal febbraio 1944 a Fiume, dove ricopriva un ruolo importante nella vita politica ed era molto zelante nel perseguitare gli italiani. Ora sappiamo inoltre che morì nel 1962 ed è sepolto nel cimitero di Fiume assieme ad altri partigiani jugoslavi. Però non si ha certezza di una sua presenza a Pola nel ’46. Dunque non possediamo elementi inoppugnabili per dire che fu tra gli attentatori.
Un signore residente a Pola ha rivelato a Claudio Bronzin di conoscere i nomi di due polesani che il giorno dopo l’eccidio avrebbero festeggiato insieme ai due attentatori in una trattoria di Monte Castagner.

Toni Persich, un altro connazionale residente a Pola, confidò all’esule Sergio Rusich che quattordici polesi brindarono in un’osteria di Monte Grande dieci giorni dopo la strage. In seguito avrebbero ricevuto premi e doppia pensione dalle autorità jugoslave.

Su La Voce del Popolo del 6 marzo 2014 la polesana «rimasta» Ornella Smilovich dichiarò che molti degli attentatori erano comunisti italiani di Pola i cui nomi sarebbero noti in città.
Un anziano rovignese qualificato e attendibile ha riferito al sottoscritto che a Rovigno alcuni ferventi titoisti esultarono appena seppero della “lezione” data alla “reazione” italiana.

Chi furono i mandanti?
In assenza di prove certe, che si spera emergano da nuove ricerche, le testimonianze, gli indizi storici e la logica ci indicano come mandanti ed esecutori i servizi segreti militari jugoslavi.

I titoisti infatti continuarono la Seconda guerra mondiale anche dopo la sconfitta dei loro nemici, attuando le più cospicue stragi di massa nel maggio-giugno 1945. La costruzione dello Stato comunista richiedeva la violenza e il terrore, come nella prassi stalinista. Nella sola Slovenia si calcolano circa 100.000 militari e civili anticomunisti sterminati in modo industriale. Le 600 fosse comuni finora individuate contengono centinaia o anche migliaia di cadaveri. Dopo questa prima sistematica eliminazione dei prigionieri, la guerra interna contro i residui anticomunisti (ustascia, cetnici, domobranzi) continuò, sebbene a più bassa intensità, specie fino alla rottura Tito-Stalin.
Sinistramente simili alla strage di Vergarolla furono due mattanze compiute dagli jugoslavi nel maggio 1945 contro italiani, a guerra appena finita.

Nella prima decade del mese militari con la stella rossa fecero prigionieri alle Isole Brioni una quarantina di soldati della Milizia difesa territoriale istriana e della X MAS, li condussero a Val de Rio, presso Lisignano a est di Pola, li posizionarono intorno a una mina subacquea arenata sulla spiaggia e li trucidarono facendola esplodere. I brandelli straziati dei loro corpi rimasero per giorni appesi sui rami degli alberi e sulle siepi circostanti.
Il 21 maggio 1945 militari jugoslavi portarono (dolosamente?) la vecchia motocisterna “Lina Campanella”, carica di circa 350 prigionieri italiani prelevati dalle carceri di Pola e poi imbarcati a Fasana, in un campo minato marino fra l’Istria orientale e Cherso. Lo scoppio e il conseguente inabissamento della nave causarono la morte o il ferimento di molti prigionieri. Quanti finirono in mare furono maciullati dalle eliche o spietatamente mitragliati dai titini. Coloro che invece nuotarono fino a riva vennero trasferiti in campi di concentramento o ai lavori forzati. Solo pochi trovarono scampo.

Dopo gli infoibamenti, le fucilazioni e gli internamenti del maggio-giugno 1945, i comunisti jugoslavi continuarono in maniera più diluita e mirata gli atti ostili verso gli italiani filo-italiani.
Il 5 dicembre 1945 a Pola esplose un deposito di munizioni presso il Molo Carbone causando un morto, 15 feriti e tantissimi danni. Poco tempo dopo, due individui sospetti provenienti dalla Zona B furono sorpresi nel recinto del deposito di esplosivi del Forte San Giorgio con carte di identità non perfettamente in regola e privi di idonea giustificazione.

Il 12 gennaio 1946 un analogo scoppio di munizionamento alla polveriera di Vallelunga provocò un morto, 40 feriti e gravi danni. Secondo un’informativa dei Carabinieri, le autorità britanniche riconobbero come responsabili e licenziarono alcuni operai della Zona B che vi lavoravano. Il tenente colonnello Orpwood, responsabile del GMA per gli Affari civili a Pola, scrisse che, se per Vergarolla vi erano “forti basi di sospetto” circa un sabotaggio, vi erano «”delle possibilità” di un atto doloso anche per Vallelunga.

Dalla primavera 1946 cominciarono da parte jugoslava atti baldanzosi e violenti anche contro i militari anglo-americani, oltre che contro i filo-italiani della Venezia Giulia, nell’ambito di un disegno annessionistico della Zona A. Un’informativa dei Carabinieri del 14 marzo rivelava che quinte colonne filo-titine erano pronte ad insorgere per aiutare le truppe di invasione jugoslave, se la Conferenza della pace non avesse assegnato la Zona A alla Jugoslavia.

In Grecia, boicottate le elezioni politiche del 31 marzo 1946, i comunisti iniziarono, con l’appoggio jugoslavo, albanese e bulgaro, una guerra civile contro i nazionalisti monarchici sostenuti dai britannici (cui dal marzo 1947 subentrarono gli americani). Dopo aver contestato il referendum istituzionale del 1° settembre vinto dai monarchici, intensificarono le ostilità con l’appoggio soprattutto jugoslavo. La guerra civile si esaurì nel 1949 principalmente a causa della rottura fra Tito e Stalin, che non appoggiò i comunisti, i quali pure si erano schierati dalla sua parte perdendo così il sostegno jugoslavo.

Dal maggio 1946 un agente dei servizi italiani comunicò movimenti sempre più intensi di truppe titine e di materiali, nonché lavori fortificatori in Zona B, mentre lungo la linea Morgan si era intensificata la vigilanza terrestre ed aerea anglo-americana. Il 20 maggio il Dipartimento di stato USA trasmise al governo jugoslavo una nota di protesta che fra l’altro denunciava l’«attività criminale e terroristica» in Zona A di alcuni membri dell’esercito jugoslavo e di altre organizzazioni paramilitari controllate da Belgrado.

In giugno il questore di Udine giudicò imminente l’occupazione jugoslava di Trieste e Gorizia, visto il movimento di truppe jugoslave e russe a ridosso della linea Morgan. Da Cormons qualche famiglia facoltosa aveva già trovato preventivamente riparo a Udine. Da parte alleata si registrava un continuo afflusso di uomini e mezzi come mai prima, tanto che gli stessi ufficiali alleati residenti a Udine non ne facevano più mistero.

Il 30 giugno 1946 a Pieris militanti filo-jugoslavi interruppero la tappa del Giro d’Italia a colpi di pistola, ferendo un agente della Polizia Civile. Il 1° luglio a Trieste una bomba ferì 9 militari anglo-americani, mentre elementi filo-jugoslavi spararono contro manifestanti filo-italiani, che si scagliarono contro alcune sedi filo-titoiste.

Il 13 luglio il Battaglione 808° dei Carabinieri informò il Comando alleato che “Giuseppe Banco, 34 anni, comunista, ha recentemente distribuito una grande quantità di armi ai suoi compagni, alla periferia di Pola”. Ricercato dalla polizia, scappò da Trieste in Zona B, dove iniziò a lavorare per l’OZNA a Fasana agli ordini di «Timo», alias Ivan Vitašović.
A fine luglio soldati jugoslavi sconfinarono in Zona A presso Gorizia uccidendo un soldato americano. Alcuni giorni dopo militari jugoslavi spararono contro soldati inglesi al posto di blocco di Prebenico, presso Trieste. Il 31 luglio 1946 l’agenzia ANSA informò di un rastrellamento anglo-americano in corso nella zona di Monfalcone per sventare un atteso colpo di mano jugoslavo.

Il 9 agosto 1946 soldati jugoslavi assaltarono con bombe a mano una manifestazione filo-italiana a Gorizia, mentre caccia jugoslavi mitragliarono un aereo americano sconfinato nel loro spazio aereo costringendolo ad atterrare in un aeroporto dell’attuale Slovenia e sequestrandone l’equipaggio.

L’11 agosto una bomba fu rinvenuta a Barcola sotto la tribuna della giuria di una gara internazionale di canottaggio, dopo che i filo-jugoslavi avevano espresso la volontà di boicottare qualsiasi manifestazione, anche sportiva, italiana.
Il 19 agosto, all’indomani di Vergarolla, gli jugoslavi abbatterono in volo un aereo americano che stava nuovamente sorvolando il loro spazio aereo. I britannici accusarono la Jugoslavia di fomentare disordini e proteste in Zona A anche “sostenendo attività criminali e terroristiche”. Il 22 agosto l’am­basciatore statunitense consegnò un ultimatum a Tito, il quale però, timoroso del minacciato ricorso americano al Consiglio di si­curezza dell’ONU per far cessare la sua prepotenza, aveva appena liberato l’equipaggio del velivolo sequestrato e si scusò, come richiesto, per la morte degli aviatori e dei passeggeri dell’altro, sostenendo essersi trattato di un tragico equivoco e promettendo che non avrebbe mai più fatto sparare su aerei americani o inglesi. Il presidente Truman ritirò l’ultimatum e il 27 agosto 1946 una guardia d’onore jugoslava consegnò lungo la linea Morgan cinque bare contenenti le spoglie mortali del­le vittime.
L’8 settembre il Counter Intelligence Corps americano comunicò che l’OZNA aveva messo in piedi una sezione specializzata in sabotaggi: la Polizia di sicurezza di Tito. Dal 9 settembre risultavano attive sei squadre di agenti sabotatori jugoslavi a Trieste, Monfalcone, Grado, Cervignano, Latisana e Pordenone volte a “promuovere atti terroristici”. Una squadra avrebbe fatto saltare le dighe di Sottosella e Canale d’Isonzo nel caso la Conferenza della pace le avesse assegnate all’Italia (cosa che poi non avvenne). Altri specialisti di demolizioni titini avrebbero operato a Trieste, Monfalcone e Gorizia. Anche unità d’assalto dei servizi segreti militari jugoslavi con base a Dignano, Gallesano, Fasana, Pola, Capodistria, Rovigno, Parenzo e Pisino avrebbero avuto l’incarico di compiere attività terroristiche e di sabotaggio in Zona A.

L’11 settembre i «poteri popolari» jugoslavi arrestarono e uccisero don Francesco Bonifacio, curato di Crassiza (Zona B destinata a far parte del TLT), facendone sparire il cadavere.

Il 14 settembre una bomba esplose di notte a Trieste in un ricreatorio comunale distruggendone due piani e la facciata. Il 24 settembre furono individuati quattro sabotatori dell’OZNA a Trieste: Oreste Perovel, Marco Lipez, Silvano Picorich e Guido Fiorino, in possesso di esplosivo al tritolo. Il 25 settembre i servizi britannici trasmisero da Trieste a Londra la notizia che la Jugoslavia aveva sguinzagliato alcuni «squadroni del terrore» in Zona A. Ai primi di ottobre furono segnalati a Trieste una trentina di ex prigionieri tedeschi equipaggiati dagli jugoslavi con fucili ed esplosivi per compiere sabotaggi e attentati in Zona A contro gli anglo-americani.

Il 3 novembre 1946 elementi filo-jugoslavi assassinarono l’autista del sindaco filo-italiano di Monfalcone. Lo stesso giorno un’informativa dei servizi italiani riferiva che gli jugoslavi stavano ammassando truppe e materiali bellici in tutta la Zona B. Dall’Istria 5.000 uomini della Prima divisione proletaria, nucleo dei fedelissimi di Tito, avrebbero attaccato affiancati da due battaglioni russi con armi pesanti. Altri 2.000 uomini si sarebbero mossi più a nord verso Santa Croce. Ulteriori offensive sarebbero state sferrate da Fiume e Postumia. La quinta colonna jugoslava in Zona A risultava composta da 40.000 armati.

Nel marzo 1947 alla Prima brigata proletaria fu ordinato di prepararsi per un’azione su Trieste. Nel settembre 1947 le fu ordinato di entrare con la forza in città. Nella notte fra il 15 e il 16 settembre 1947 l’operazione fu avviata, ma all’ultimo momento Tito la bloccò. Si verificarono comunque scontri con gli anglo-americani. Gli jugoslavi occuparono stabilmente piccole sacche di territorio friulano e isontino assegnato dal Trattato di pace all’Italia. Un’informativa dei servizi italiani risalente al 28 novembre 1947 parla di un colpo di mano imminente su Trieste e Gorizia con il sostegno delle quinte colonne, che avrebbero promosso uno sciopero generale armato. La Prima Divisione Proletaria rimase alle spalle di Trieste fino ad allora.

In definitiva la strage di Vergarolla sembra perfettamente inquadrabile nella politica aggressiva, espansionistica e terroristica attuata da Tito sia contro i filo-italiani e gli stessi anglo-americani nella Venezia Giulia sia contro i filo-occidentali in Grecia. Si può configurare come un attentato in territorio nemico, tipico di quella lotta partigiana di cui i rivoluzionari comunisti jugoslavi erano esperti.

Il 3 luglio 1946 i Quattro grandi, ovvero Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, avevano annunciato di aver raggiunto un’intesa che avrebbe assegnato Pola e quasi tutta l’Istria alla Jugoslavia, mentre l’Istria nord-occidentale sarebbe rientrata nel Territorio libero di Trieste. Tra il 12 e il 28 luglio 28.058 dei 31.700 cittadini ufficialmente presenti in città (in realtà erano di più, visti i profughi dalla Zona B che non comparivano sui registri) risposero annunciando che in tal caso sarebbero esodati in Italia. Non avendo però ancora perso la speranza che Pola potesse, se non restare all’Italia, almeno venire inclusa nel previsto TLT, i polesi filo-italiani continuarono a fronteggiare i titini e a dimostrare il proprio sentimento nazionale.

La Conferenza della pace si aprì il 29 luglio a Parigi. Il 10 agosto Alcide De Gasperi tenne il suo celebre discorso davanti all’assise. Sabato 17 agosto si concluse la fase plenaria, in attesa che iniziasse il lavoro della Commissione politico-territoriale per l’Italia incaricata di prendere in esame la bozza di trattato proposta dai Quattro grandi.
Il 15 agosto l’Arena fu teatro della più imponente manifestazione di italianità di sempre: ben 20.000 cittadini parteciparono a un concerto patriottico promosso dalla Lega nazionale. Una città che così platealmente insisteva ad invocare l’Italia non poteva essere ceduta alla Jugoslavia senza qualche imbarazzo internazionale. Bisognava zittirla. E così avvenne.

A Vergarolla i morti furono tutti italiani che non volevano la Jugoslavia ed erano lì per assistere a gare sportive di orientamento filo-italiano, nel 60° anniversario di fondazione di una società nautica iper-patriottica. Quello del 18 agosto 1946 fu dunque un attentato anti-italiano. Il ferimento di quattro militari inglesi in libera uscita appare come un effetto collaterale imprevisto. Gli jugoslavi non potevano volere con l’eccidio di Vergarolla innescare la Terza guerra mondiale contro gli anglo-americani, come è stato ipotizzato. Se avessero voluto colpire gli anglo-americani anche a Pola, non avrebbero scelto Vergarolla come bersaglio. Tant’è che non imputarono mai al Gma alcuna responsabilità dolosa. Addirittura la stampa jugoslava al di fuori della Venezia Giulia non parlò affatto dell’evento, pur essendo attentissima alla disputa confinaria: probabile sintomo che aveva qualcosa da nascondere...
Sicuramente la strage turbò, spaventò e scoraggiò i polesi filo-italiani, tolse loro ogni volontà di resistenza inducendoli ad arrendersi e a deporre le residue speranze, proprio nel momento in cui la Conferenza della pace stava per dire l’ultima parola. Anche i più titubanti si rassegnarono all’esodo. Dunque la Jugoslavia ne ebbe un grosso vantaggio.
Il 28 agosto alcune delegazioni presentarono alla Commissione politico-territoriale per l’Italia della Conferenza della pace 14 emendamenti sul nuovo confine italo-jugoslavo e/o su quello del Territorio libero di Trieste, esaminati poi dal 3 settembre. Gli emendamenti brasiliano e sudafricano volevano estendere il TLT a tutta l’Istria occidentale, ma furono bocciati entrambi. Fino ad allora i polesi filo-italiani avrebbero avuto residui motivi di speranza. Ormai però il 18 agosto avevano gettato la spugna e non si mossero.
Qualcuno ha sostenuto che mandanti e attentatori avrebbero potuto essere elementi anti-comunisti italiani golpisti (fascisti, monarchici, ex partigiani “bianchi”, alti dirigenti militari e civili) o Crociati jugoslavi (ustascia, cetnici, domobranzi), desiderosi di far scoppiare la Terza guerra mondiale fra l’Est comunista e l’Ovest democratico-capitalista per scalzare le forze al potere nei rispettivi paesi e riaprire i giochi. Eppure né gli anticomunisti italiani né quelli jugoslavi fondarono su Vergarolla una campagna di propaganda contro i titoisti, addossando loro la responsabilità e invocando vendetta. Perché poi gli anticomunisti jugoslavi avrebbero dovuto scegliere Pola, dove mancavano di un’organizzazione?
Il Gma non aveva motivo di dar luogo a un simile massacro, che già gli costò molto in termini di immagine per la mancata messa in sicurezza preventiva degli ordigni. I britannici volevano semmai chiamarsi fuori da Pola quanto prima, liberandosi di un onere notevole considerato ormai inutile in vista dell’annessione alla Jugoslavia.
Tanto meno poteva essere implicato il governo De Gasperi, che mise la sordina all’evento senza additare colpevoli e si accollò gran parte delle spese per gli indennizzi ai parenti delle vittime e ai feriti. Il presidente del Consiglio aveva più volte cercato di dissuadere il Cln polese dal promuovere l’esodo. E nel governo c’erano anche i comunisti, contrari all’esodo. I 28.058 polesani che si erano già detti pronti a lasciare per sempre la loro città in caso di annessione non avevano certo bisogno che una terribile strage li convincesse a farlo.
Che poi a ordire un attentato così tecnicamente complesso e micidiale fosse stata qualche scheggia impazzita locale o qualche doppiogiochista suona inverosimile. Solo un servizio segreto efficiente, aggressivo e ben radicato in città avrebbe potuto farlo. E qual era a Pola durante il Gma questo servizio segreto? Quello jugoslavo, che – guarda caso – ne beneficiò politicamente.
In conclusione è senz’altro auspicabile che nuove indagini vengano compiute negli archivi. Se però tutte le carte più compromettenti fossero state distrutte e non emergessero nuove testimonianze attendibili sui colpevoli, quella di Vergarolla rimarrebbe una delle tante stragi impunite, senza una verità condivisa. Verosimilmente la più sanguinosa dell’Italia repubblicana.

Fonti archivistiche
Archivio Centrale dello Stato, Roma
Archivio del Comune di Pola presso il Comune di Gorizia, Gorizia
Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri, Roma
Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri, Roma
Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma
Arhiv Jugoslavije, Beograd
Hrvatski Državni Arhiv, Zagreb
Istituto Luigi Sturzo, Roma
Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste
National Archives and Record Administration, Washington DC
The National Archives, London

Fonti giornalistiche
Corriere della Sera
Giornale Alleato
Glas Istre
Grido dell’Istria
Il Nostro Giornale
Il Piccolo
La Posta del Lunedì
La Voce Libera
L’Arena di Pola
La Nuova Stampa
La Voce del Popolo
Ljudska pravica
L’Emancipazione
L’Unità
Messaggero Veneto
The Evening Star
The New York Times
The Times
The Times Weekly
Va’ Fuori Ch’è L’Ora

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