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EDITORIALE DEL MESE DI MAGGIO DEL DIRETTORE PAOLO RADIVO

Revocata la medaglia a Mori

(L'Arena di Pola maggio 2015)

Il Gruppo di lavoro presso la Presidenza del Consiglio che ha preso il posto della disciolta commissione incaricata dall’art. 5 della legge 92/2004 sul Giorno del Ricordo di esaminare entro il 2014 le domande per la concessione delle medaglie ai familiari delle vittime italiane dei titoisti ha revocato quella conferita ai figli di Paride Mori, ufficiale del Battaglione Bersaglieri volontari “Benito Mussolini” ucciso il 18 febbraio 1944 da partigiani jugoslavi mentre scendeva dai presidi della Val Baccia al comando di Santa Lucia, nell’alto Isontino oggi sloveno, assieme al suo motociclista Costantino Di Marino. La consegna era avvenuta il 10 febbraio ad opera dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio nella sala “Aldo Moro” della Camera dei Deputati durante una cerimonia precedente a quella per il Giorno del Ricordo. Mori era originario di Traversetolo (Parma), dove tempo fa la Giunta comunale di centro-sinistra gli aveva dedicato una via, salvo poi fare retromarcia.



Dal 15 marzo 2015 numerosi organi di informazione avevano alimentato una furibonda polemica mediatica, lamentando altresì l’impropria consegna negli scorsi anni di medaglie a numerosi combattenti della Repubblica Sociale Italiana, alcuni dei quali avrebbero pure commesso crimini di guerra.

“La Repubblica” aveva scritto che il Giorno del Ricordo era diventato il «giorno dell’amnesia» o addirittura il «giorno della riabilitazione», ovvero «un’occasione per premiare con tanto di medaglia della Repubblica anche ex fascisti che combatterono affinché quella Repubblica non nascesse». “Il manifesto” aveva asserito che «il giorno del ricordo, già contraddittorio nella sua indicazione calendaristica nonché nella sua natura omissiva sui crimini di guerra italiani nei Balcani, si è configurato come una leva contro-narrativa della storia che finisce per rilegittimare il fascismo regime e persino quello repubblichino». Il “Corriere della Sera” aveva titolato: Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo. Tra i commemorati decine di repubblichini, di cui 5 accusati di uccisioni, torture e saccheggi.
La presidente della Camera Laura Boldrini aveva subito declinato ogni responsabilità. I deputati parmigiani Patrizia Maestri e Giuseppe Romanini (PD) e il ravennate Giovanni Paglia (SEL) avevano chiesto al Governo la revoca della medaglia perché Mori era un fascista di Salò che avrebbe militato al fianco dei nazisti e sarebbe caduto in combattimento. Il presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) Carlo Smuraglia aveva dichiarato che «non si possono certo riconoscere meriti a chi militò dalla parte della dittatura e del fascismo». «Se la commissione che ha vagliato centinaia di domande – aveva risposto Delrio – ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato».

FederEsuli aveva spiegato di voler attendere i risultati del gruppo di lavoro, auspicando «l’abbandono di una superata e inesatta lettura ideologica dei fatti storici riguardanti la tragedia delle foibe ed il dramma, taciuto per anni, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e, in definitiva, ogni strumentalizzazione ai fini politici delle vittime dell’odio e dell’intolleranza».

Il 2 aprile la Segreteria nazionale dell’ANPI aveva chiesto alla Presidenza del Consiglio di «sospendere temporaneamente l’applicazione della legge e di dar luogo ad una indagine accurata non solo sulla medaglia concessa di recente a Paride Mori (per la quale esistono già, comunque, elementi più che sufficienti per imporne la revoca), ma anche a quelle concesse negli anni precedenti a persone ritenute meritevoli del riconoscimento previsto dalla legge citata e che, invece, risulterebbero assolutamente in contrasto con le norme e lo spirito della legge e della Costituzione».

Il 24 aprile i deputati Patrizia Maestri e Giuseppe Romanini  hanno diffuso la notizia che la medaglia a Paride Mori è stata revocata. «Finalmente – commentava la Maestri – è stata riportata chiarezza nella ricostruzione storica del conferimento della medaglia a Mori. E’ una decisione che condividiamo a pieno, ma ci teniamo che non sia letta come un mancanza di rispetto per l’uomo, bensì come un riconoscimento della verità e delle tante vittime del fascismo. Ringraziamo il governo che ha prontamente risposto alle nostre richieste. Il fatto che questa decisione arrivi a poche ore dal settantesimo anniversario della Liberazione lo riempie ancora più di significato».
“Repubblica” ha aggiunto che la revoca dell’onorificenza sarebbe stata caldeggiata sia dalla Presidenza del Consiglio sia dall’ora ministro Graziano Delrio.

«Ciò che non va proprio – ha obiettato l’on. Giovanni Paglia – è la motivazione. L’onorificenza non viene infatti revocata a Paride Mori perché repubblichino, ma solo perché morto in combattimento e non in un agguato. Si mantiene così in essere l’inaccettabile modus operandi della Commissione presieduta dal presidente del Consiglio, di considerare i combattenti della Repubblica di Salò al servizio e non nemici dell’Italia, e si mantengono le onorificenze concesse a oltre 300 altri fascisti, fra cui almeno 5 criminali di guerra. E’ questo che deve essere cambiato, se non si vuole essere complici del peggiore revisionismo. Probabilmente dalle parti di Palazzo Chigi o del Ministero della Difesa qualcuno non ascolta neanche le parole del presidente della Repubblica, chiare e nette. Torniamo a chiedere che la commissione storica cambi modus operandi, lo chiediamo nell’anniversario della Liberazione e torneremo a chiederlo tutti i giorni, per rispetto della nostra storia e della memoria».

«Mi dispiace – ha lamentato all’opposto il presidente dell’Associazione Reduci e Familiari del 1° Battaglione Bersaglieri volontari “Benito Mussolini” Giorgio Verbi – per i figli di Paride Mori se se ne avranno a male, ma non dimentichino mai di avere avuto un Papà Eroe nella difesa della propria Patria. In ogni caso, quanti hanno chiesto, promosso e deciso la revoca dell’onorificenza possono andare fieri di aver confermato la loro condizione di miserabili, neppure in grado di vergognarsi di cotanta bassezza».

Il “Giornale d’Italia” ha definito i Battaglioni M «i soli a difendere i territori del Friuli dalle truppe del maresciallo Tito: a costui, infoibatore di tanti italiani, l’onorificenza non si può togliere perché ormai è morto». Mori «cadde mentre si batteva per la Patria». La Nazione «dovrebbe andare fiera di aver avuto nella sua storia» uomini come lui. Invece «resta avviluppata dall’odio di fazione, che puzza di muffa».

Ma, opinioni a parte, cosa stabilisce la legge? L’art. 3 prevede la concessione, «a domanda e a titolo onorifico senza assegni», di un’apposita insegna metallica con relativo diploma «al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado» di coloro che, «dall’8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947, in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale», furono «soppressi e infoibati». A costoro «sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati». Ed ancora: «Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento». Sono invece esclusi quanti furono «soppressi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia». L’art. 5 esclude poi «le vittime perite ai sensi dell’articolo 3 per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona».

Il Gruppo di lavoro ha valutato che Mori morì «in combattimento» quale ufficiale operante in un teatro di operazioni belliche e ben consapevole di rischiare la vita in ogni istante. Non gli ha invece imputato di far «volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia» quali la Wehrmacht o le SS, né tantomeno di aver commesso crimini. La revoca pare dunque giustificata ai sensi della legge, che non vuole certo premiare su larga scala quanti al confine orientale caddero combattendo nelle formazioni della RSI contro i titoisti.

La polemica sul caso Mori aveva screditato tanto la legge 92/2004 quanto lo stesso Giorno del Ricordo, indicandolo come mero pretesto per la riabilitazione e la glorificazione dei caduti della RSI. Così, in men che non si dica, una ricorrenza concepita per far conoscere a tutti gli italiani le sofferenze e l’esodo dei giuliano-dalmati stava venendo snaturata agli occhi dell’opinione pubblica. L’attenzione stava slittando dagli esuli ai soldati di Salò, con il rischio di mandare in fumo anni di lavoro in cui si era pazientemente spiegato che solo alcuni infoibati erano fascisti, che quasi tutti erano innocenti e che tutti erano stati uccisi senza regolare processo. Fatto ancor più grave è che, sull’onda mediatica, si stesse ricomponendo il falso binomio esuli=fascisti gravato per decenni su di noi come uno spettro. In poco tempo l’“operazione Mori” aveva dunque prodotto effetti disastrosi, ponendoci sulla difensiva.
La revoca della medaglia all’ufficiale emiliano ha stemperato le polemiche e sventato danni ancor più gravi, togliendo argomenti ai detrattori sia degli infoibati sia degli esuli. In definitiva ha contribuito a “salvare” il Giorno del Ricordo, messo sotto attacco come mai prima d’ora. Il problema tuttavia potrebbe riaffacciarsi se un domani qualcuno accusasse altri insigniti di non possedere i requisiti di legge. Sarà compito del Gruppo di lavoro vagliare attentamente tali casi, correggendo eventuali leggerezze compiute in passato.
Paolo Radivo
 

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