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EDITORIALE DI APRILE DEL DIRETTORE PAOLO RADIVO
Indennizzi: l’Europa rigetta il ricorso

L’Europa non imporrà all’Italia di corrispondere agli esuli istriano-fiumano-dalmati indennizzi più vicini al valore reale dei beni sottratti loro dalla Jugoslavia. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, composta dalla sola giudice macedone Mirjana Lazarova Trajkovska assistita da un relatore, ha infatti dichiarato irricevibile, dopo averlo esaminato tra l’8 e il 20 gennaio, il ricorso “Defilippi e altri contro l’Italia” patrocinato dall’avvocato veronese Gian Paolo Sardos Albertini.
«Tenuto conto – ha scritto il 29 gennaio la referendaria Elena D’Amico – dell’insieme degli elementi di cui dispone, e nell’ambito della sua competenza a conoscere delle circostanze esposte, la Corte ha ritenuto non soddisfatte le condizioni di ricevibilità previste dagli articoli 34 e 35 della Convenzione». «La decisione della Corte – ha aggiunto – è definitiva e non può essere oggetto di ricorsi davanti alla Corte, compresa la Grande Camera, o altri organi. La Cancelleria della Corte non sarà in grado di fornirVi altre precisazioni sulle deliberazioni del giudice unico e nemmeno di rispondere alle eventuali lettere che Voi potreste inviare riguardo alla decisione resa nel presente ricorso».
L’art. 34 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali citato dalla referendaria stabilisce: «La Corte può essere adita per ricorsi presentati da ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppo di individui che pretenda di essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti dalla Convenzione o dai suoi Protocolli. Le Alte Parti contraenti si impegnano a non impedire in alcun modo l’esercizio effettivo di questo diritto». L’art. 35 recita: «1. Una questione può essere rimessa alla Corte solo dopo l’esaurimento di tutte le vie di ricorso interne, qual è inteso secondo i principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti, ed entro un periodo di sei mesi dalla data della decisione interna definitiva. 2. La Corte non prende in considerazione alcun ricorso individuale presentato in virtù dell’articolo 34 quando: a. è anonimo, o b. è sostanzialmente uguale ad un ricorso precedentemente esaminato dalla Corte o è già stato sottoposto ad un’altra istanza internazionale di inchiesta o di composizione e non contiene fatti nuovi. 3. La Corte dichiara irricevibile ogni ricorso individuale presentato in virtù dell’articolo 34 qualora lo ritenga incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, o manifestamente infondato o abusivo. 4. La Corte respinge tutti i ricorsi irricevibili ai sensi del presente articolo. Può pro­cedere in tal senso in ogni fase della procedura». L’avvocato ha definito la sentenza «incredibile e spaventosa», esprimendo tutto il suo «sdegno». «Tale decisione, già di per sé intollerabile, è resa anche più straziante – ha sostenuto – dalla circostanza che la Corte medesima non si cura di esplicitare i motivi per i quali ha deciso di determinarsi in tal senso: decenni di angherie e soprusi liquidati con una lettera di poche righe che dichiara irricevibile il ricorso senza fornire la benché minima giustificazione. La circostanza che desta maggiore scandalo è che la normativa permette alla Corte di atteggiarsi in siffatta maniera». Ha osservato ancora Gian Paolo Sardos Albertini: «Lo Stato italiano, quale parte contraente della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950 e del suo Protocollo addizionale del 20 marzo 1952, è tenuto a riconoscere e tutelare ad ogni persona soggetta alla sua giurisdizione il diritto al rispetto dei suoi beni e a non essere privata della sua proprietà, salvo le eccezioni specificamente stabilite (art. 1 della Convenzione e art. 1 del Protocollo). In questa prospettiva nel 2006 ho intrapreso una lunga battaglia legale, partita dal Tribunale di Trieste e culminata in sede europea dinanzi alla Corte di Strasburgo. In Italia coltivavo poche speranze di ottenere risultati positivi: un organo dello Stato (l’ordine giudiziario) avrebbe dovuto condannare un altro organo del medesimo Stato (l’ordine esecutivo) al risarcimento dei danni patiti dagli esuli. Ha prevalso ovviamente la logica conservatrice a discapito della giustizia». Così il 25 marzo 2014 la Corte Suprema di Cassazione a Sezioni Unite, confermando le precedenti sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello di Trieste, respinse il ricorso che imputava alla Presidenza del Consiglio e al Ministero dell’Economia di aver finora corrisposto indennizzi tardivi e irrisori. La Cassazione riconobbe un «diritto soggettivo della parte nei confronti della pubblica amministrazione». Tale diritto però «non limita le scelte del legislatore nel determinare la misura dell’indennizzo», che è «ispirato a criteri di solidarietà della comunità nazionale» e non ad «un obbligo di natura risarcitoria per un fatto illecito, non imputabile allo Stato italiano». «La privazione dei beni dei cittadini italiani – precisava la sentenza – si è verificata ad opera di uno Stato straniero, al quale il territorio su cui essi si trovavano è stato ceduto dall’Italia, soccombente nel conflitto bellico». Sardos Albertini confidava nella sentenza Bronioski, con cui nel 2004 la Corte di Strasburgo aveva giudicato incongrui gli indennizzi versati dalla Polonia a 80.000 cittadini polacchi esuli dai territori ceduti all’URSS. La Cassazione aveva però sentenziato che il caso degli esuli italiani è diverso, poiché la Corte di Strasburgo si richiamava a un accordo tra due Stati vincitori della guerra sulla loro nuova frontiera comune «con l’assunzione, da parte dello Stato polacco, di una specifica obbligazione di risarcimento nei confronti dei propri cittadini». L’avvocato sperava inoltre che la Corte si richiamasse a una sua precedente sentenza, dove aveva condannato l’Italia per procedure espropriative non adeguate in quanto stabilivano indennizzi molto inferiori al valore venale dei beni. La strada da battere è quella politica Il presidente di FederEsuli Antonio Ballarin ha definito la sentenza «dolorosa perché colpisce la nostra gente». «Mi metto nei panni – ha affermato – di tutte le persone che hanno sperato di avere giustizia e non hanno ottenuto nulla. L’azione fatta in questi anni partiva dal presupposto illusorio per cui basta presentarsi davanti a una Corte per veder riconosciuti i propri diritti. Bisogna invece che dall’altra parte ci sia qualcuno disposto a leggere le norme in modo adeguato». Ciò ha creato un «muro contro muro» che «ha illuso la nostra gente». «La strategia di coloro che hanno scelto questa strada – ha argomentato Ballarin – ha condotto non solo gli interessati diretti alle cause intraprese ma tutta la nostra gente ad un’altra, ennesima, umiliante batosta che ci indebolisce una volta di più ed una volta ancora. L’Europa è fatta di tanta gente che vede la nostra Terra come una torta su cui abbuffarsi e dove viene malmenato con disprezzo il proprietario di quella torta che cerca di riprendersela. Ma come si fa a pensare alla buona fede di un giudice della ex-Jugoslavia?! L’avventura di invocare la Corte Europea dei Diritti Umani sulle nostre questioni si è rivelata una storia catastrofica, purtroppo. E la soluzione per mettersi in tasca almeno un briciolo di giustizia morale (nota bene, molto diversa dalla giustizia raccontata nei testi teorici scritti da chi ha vinto una guerra) è la strada politica, quella che faticosamente richiede giorno dopo giorno il trattare, il trattare ed ancora il trattare con chi ha il coltello dalla parte del manico e non lo ha mai deposto, e farlo ragionare sulla scelleratezza dell’annientamento di un popolo che non ha nessuna intenzione di sparire dalla propria Terra». «Purtroppo – ha commentato il presidente dell’ANVGD Renzo Codarin – mi aspettavo l’esito negativo. Si spera sempre in questi ricorsi, ma non ho mai creduto fino in fondo alla via giudiziaria. Mi dispiace, perché come esuli abbiamo subito un abuso dei diritti umani. La strada da percorrere è quella politica. Dobbiamo cercare di convincere gli Stati coinvolti a riconoscere i torti degli esuli. Il fatto che la Croazia sia entrata in Europa apre uno spiraglio importante per la trattativa. Il realismo politico forse aiuta di più a ottenere risultati». Il presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico ha manifestato perplessità per la sentenza. D’altro canto il suo sodalizio non ha mai perseguito la linea giudiziaria. «Noi – ha spiegato – abbiamo sempre puntato all’equo e definitivo indennizzo, che lo Stato italiano ci deve. Ai nostri associati abbiamo sempre detto che potevano liberamente perseguire la via di Strasburgo, entrata in voga soprattutto con l’avvicinamento di Slovenia e Croazia all’UE, ma il nostro interlocutore è sempre stata Roma». «E’ andata – ha dichiarato il presidente dell’Unione degli Istriani Massimiliano Lacota – come ci si poteva aspettare che andasse. Io non voglio criticare l’avv. Gian Paolo Sardos Albertini, ma si sapeva che un ricorso contro una sentenza della Corte di Cassazione italiana non sarebbe stato preso neanche in considerazione». Peraltro «è abbastanza normale che la Corte non motivi nel caso in cui rigetta un ricorso». Ma la questione «non si chiude qui». «Noi ad esempio – ha rammentato Lacota – abbiamo promosso e sostenuto con i nostri legali cinque azioni diverse di cittadini per casi di esproprio attraverso diverse leggi jugoslave e mancato risarcimento da parte dell’Italia». A suo giudizio «è chiaro però che le sentenze emesse in passato hanno un valore politico». Ed è proprio la strada politica quella da battere. L’on. Sandra Savino (FI) ha chiesto in un’interrogazione al Governo «se non ritenga doveroso farsi sentire presso gli organismi internazionali competenti per chiedere le ragioni dell’evidente inopportunità relativa al fatto che ad aver rigettato il ricorso sugli indennizzi alla Corte di Strasburgo sia stata una giudice proveniente proprio da un Paese dell’ex Jugoslavia, dove è cresciuta fino ai 30 anni, e che quindi porta in dote una formazione giuridica e professionale appartenente ad una realtà che è parte in causa nella vicenda». «La questione indennizzi – ha rilevato l’europarlamentare del PD Isabella De Monte – non si può esaurire nelle aule di tribunale: per riconoscere a istriani, fiumani e dalmati un equo risarcimento si devono percorrere tutte le strade consentite, inclusa quella politica, che è anche la più pertinente a livello nazionale ed europeo». Paolo Radivo
 

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