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Il caso Paride Mori infanga il Giorno del Ricordo

Il caso Paride Mori infanga il Giorno del Ricordo

«Dal Governo una medaglia al repubblichino»
“Repubblica” ha scritto il 15 marzo nell’edizione di Bologna che il 10 febbraio alla Camera l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio aveva consegnato l’insegna metallica e il diploma previsti dalla legge 92/2004 sul Giorno del Ricordo ai figli di Paride Mori, ufficiale parmense del Battaglione bersaglieri volontari “Benito Mussolini”. Il giornale lo definiva «un reparto che all’inizio era aggregato alle “Waffen SS” e successivamente inquadrato nell’esercito della Repubblica di Salò che combatté a fianco dei nazisti». «Mori – continuava il quotidiano – fu ucciso in uno scontro coi partigiani il 18 febbraio del ’44 e quindi l’episodio non c’entra niente con le vendette post belliche delle milizie di Tito nei confronti degli italiani». Così «il “Giorno del ricordo” diventa il giorno dell’amnesia». «Alcuni anni fa – aggiungeva l’articolo – la giunta di centro sinistra del Comune parmense di Traversetolo, suo paese natale, intitolò una via proprio al repubblichino suscitando l’obiezione dell’Istituto storico della Resistenza provinciale il quale fece presente il passato imbarazzante dell’ex bersagliere. La giunta ritirò l’intitolazione». Ma i figli si rivolsero alla Commissione presso la Presidenza del Consiglio preposta dall’art. 5 della legge al vaglio delle domande, che ha dato il via libera «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria». Ora i figli «chiedono con forza che la via nel paese natale del padre sia finalmente a lui intitolata».

La Presidente della Camera Laura Boldrini ha subito chiarito che la Commissione aveva consegnato il riconoscimento in una specifica cerimonia nella sala “Aldo Moro� della Camera, a margine di quella svoltasi nella Sala della Regina. Sinistra Ecologia e Libertà, affermando che «Paride Mori combatté al fianco dei nazisti e fu ucciso in combattimento dai partigiani», ha chiesto che il Governo «si scusi, quella medaglia venga ritirata e i membri di quella Commissione siano destituiti». Delrio ha risposto: «Se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato». «Paride Mori cadde in un attentato» Bruno e Renato Mori hanno precisato in una lettera: «Nostro Padre, il Capitano Paride Mori, comandava una Compagnia del leggendario Ottavo Reggimento, impegnata nell’impervio comprensorio dell’Alto Isonzo, a monte di Tolmino. Quel 18 febbraio, nostro Padre scendeva, assieme al suo motociclista Costantino Di Marino, dai presidi della Val Baccia al Comando di Santa Lucia, quando cadde in un attentato ad opera di chi non volle accontentarsi di uccidere, ma infierì sulle Vittime in modo tanto vile quanto inumano». Carlo Smuraglia, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha dichiarato: «Occorre chiarezza al più presto. Il 25 aprile festeggeremo il 70° anniversario della Liberazione e non si possono certo riconoscere meriti a chi militò dalla parte della dittatura e del fascismo». I deputati Patrizia Maestri e Giuseppe Romanini (PD) nonché Giovanni Paglia (SEL) hanno rivolto un’interpellanza urgente al Governo. «Mio padre – ha replicato Renato Mori – era sicuramente un fascista, ma fascista non significa delinquente. Si era opposto ai rastrellamenti ordinati dai tedeschi: lui combatteva i titini, non gli italiani». Anche il sindaco di Traversetolo (di sinistra) che inizialmente gli dedicò una via disse che «pur combattendo dalla parte sbagliata era caduto per la Patria». «Insigniti anche criminali di guerra» Il 17 marzo “il manifesto� ha cavalcato la vicenda. «Di errori di questa natura – ha scritto – il giorno del ricordo ne ha annoverati in questi anni davvero molti altri. Nel 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì la medaglia come infoibato a Vincenzo Serrentino. Capo della “provincia di Zara� durante la repubblica sociale fu presidente del tribunale speciale fascista in Jugoslavia e responsabile di decine di condanne a morte eseguite contro partigiani e civili. Arrestato e processato dal governo jugoslavo venne condannato a morte da un tribunale il 15 maggio 1947. Sempre tra il 2009 ed il 2011 altri tre italiani accusati di crimini di guerra dal governo di Belgrado furono insigniti dell’onorificenza del 10 febbraio, Giacomo Bergognini, Luigi Cucè e Bruno Luciani, quest’ultimo collaboratore della famigerata Banda Collotti. Il giorno del ricordo, già contraddittorio nella sua indicazione calendaristica nonché nella sua natura omissiva sui crimini di guerra italiani nei Balcani, si è configurato come una leva contro-narrativa della storia che finisce per rilegittimare il fascismo regime e persino quello repubblichino». Lo stesso martedì 17 marzo “Repubblica� è tornata sul tema con un titolo devastante: Giorno del ricordo o giorno della riabilitazione?. L’articolo affermava: «Il dieci febbraio, data che il centrodestra volle dedicare alle vittime innocenti delle foibe nel drammatico dopoguerra sul confine orientale, pare essersi trasformato in un’occasione per premiare con tanto di medaglia della Repubblica anche ex fascisti che combatterono affinché quella Repubblica non nascesse». Tra i fascisti insigniti vi sarebbero «vari esponenti della famigerata “Mdt�, la Milizia difesa territoriale, quali Mario Nardini ucciso a Trieste nel ’45, Egidio Patti, vicebrigadiere della stessa Mdt infoibato nel ’45, e Polonio Balbi Michele, scomparso nello stesso anno da Fiume». E ancora: «Giuseppe Cossetto, già segretario fascista di Santa Domenica di Visinada», «Giovanni Morassi, già vicepodestà della provincia di Gorizia, e Domenico Muiesan, legionario e squadrista». Mori sarebbe morto in «un normale evento di guerra che con le foibe non c’entra nulla anche se la legge è assai generica e si presta a forzature». Pertanto «chi combatteva come Mori al fianco dei nazisti e alle loro dipendenze, ha potuto ricevere un riconoscimento nell’anno del Settantesimo anniversario della Liberazione». “Repubblica� annunciava che «Delrio ha riaperto il caso e riconvocato per lunedì prossimo la commissione che istruisce le pratiche con all’ordine del giorno il caso-Mori». «Da palazzo Chigi – aggiungeva – arrivano notizie di un Delrio molto irritato per la situazione imbarazzante a cui è stato esposto e di un confronto col presidente della commissione stessa al fine di ottenere un report dettagliato». «300 fascisti di Salò ricevono la medaglia» Il “Corriere della Sera� del 23 marzo ha titolato: Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo. Tra i commemorati decine di repubblichini, di cui 5 accusati di uccisioni, torture e saccheggi. Questi cinque «secondo i documenti conservati a Belgrado, presso “l’Archivio di Jugoslavia�, sono “criminali di guerra»: «gente che – anche prima dell’8 settembre, raccontano quelle carte – a seconda dei casi ha ucciso e torturato civili italiani e jugoslavi, ammazzato a sangue freddo, incendiato case, saccheggiato, ordinato fucilazioni di partigiani e segnalato gente da spedire nei lager in Germania». «Si tratta – affermava il “Corriere� – del carabiniere Giacomo Bergognini, del finanziere Luigi Cucè, dell’agente di polizia Bruno Luciani, dei militi Romeo Stefanutti e Iginio Privileggi e del prefetto Vincenzo Serrentino». Dei 300 insigniti «il 90 per cento apparteneva a formazioni armate al servizio dei nazisti», ovvero militari inquadrati nelle formazioni di Salò, nonché carabinieri, poliziotti e finanzieri confluiti nella RSI. «Solo alcuni – affermava il giornale – sono civili spariti nelle Foibe perché vittime di rappresaglie titine». I riconoscimenti a tali personaggi controversi sarebbero stati assegnati a causa delle «maglie assai larghe» della legge. FederEsuli: «attendere i risultati delle nuove ricerche» Il 25 marzo FederEsuli ha comunicato che, «prima di poter esprimere un giudizio ed intraprendere iniziative su tale vicenda, attende i risultati che emergeranno dalle risoluzioni dell’apposito “gruppo di lavoro� convocato dall’Ufficio competente del Dipartimento per il Coordinamento Amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri e di cui fa parte la Federazione stessa, insieme ad altre entità istituzionali ed associative». «I complessi eventi storici e la negazione dei fondamentali diritti umani avvenuti in Venezia Giulia e Dalmazia durante e dopo il secondo conflitto mondiale – proseguiva la nota – devono essere interpretati alla luce delle nuove ricerche in corso, sulla strada segnata dalla legge n. 92/2004, nonché nel clima di riappacificazione nazionale e internazionale ormai in atto sin dal simbolico crollo del Muro di Berlino». FederEsuli auspica «ad ogni livello della vita pubblica, mediatica e culturale l’abbandono di una superata e inesatta lettura ideologica dei fatti storici riguardanti la tragedia delle foibe ed il dramma, taciuto per anni, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e, in definitiva, ogni strumentalizzazione ai fini politici delle vittime dell’odio e dell’intolleranza». «Non si può escludere qualcuno solo perché della RSI» In una nota del 28 marzo il vicepresidente di FederEsuli e presidente onorario dell’ANVGD Lucio Toth ha sostenuto che il caso Mori «discende semplicemente dall’ignoranza dello spirito e della lettera della legge, alla luce anche dei lavori parlamentari ai quali ho personalmente collaborato». «Durante la discussione nelle commissioni parlamentari competenti circa l’estensione dell’onorificenza – rilevava – si pose il problema di escludere quanti avessero commesso “crimini di guerra� accertati dai tribunali italiani, che come si sa operarono da subito dopo la Liberazione del 1945. Si ritenne quindi, anche dai parlamentari del PD, che non potessero escludersi a priori i combattenti della RSI per il solo fatto di essere tali. L’esclusione di chi “avesse combattuto contro l’Italia� voleva invece evitare che dell’onorificenza potessero fregiarsi cittadini italiani arruolati nelle forze armate del III Reich, come purtroppo ve ne erano provenienti da tutte le regioni italiane. Affermare che i militari dei reparti della RSI che combatterono sul confine orientale contro formazioni straniere, quali erano quelle iugoslave, proprio al fine di difendere quel confine del territorio nazionale definito, dopo la Grande Guerra, dal trattato italo-iugoslavo di Rapallo del 1920, avessero combattuto “contro l’Italia� apparve alla coscienza politica e morale della stragrande maggioranza del nostro Parlamento come un criterio iniquo e discriminatorio, contrario ad ogni principio di solidarietà umana e di riconciliazione nazionale». Aggiungeva Toth: «Il conferimento dell’onorificenza ai parenti del singolo militare, caduto non in combattimento, ma ucciso dopo la cattura – in violazione delle norme elementari del diritto internazionale di guerra – non significava affatto riconoscere legittimità alla sedicente Repubblica Sociale Italiana, ma riconoscere semplicemente il sacrificio di una persona che aveva perso la vita nelle stragi di cittadini italiani, comunque collegate alla illegittima invasione del territorio metropolitano italiano da parte dei partigiani di Tito, al di là dei confini della Iugoslavia del 1940. Si sono così rispettati rigorosamente i principi del diritto e della legalità internazionali, come si confà ad un paese civile, come riteniamo essere la nostra Repubblica. Il fatto che alcune di queste persone (sotto le due cifre) possano figurare nelle “liste dei criminali di guerra fascisti� indicati dai libelli della propaganda della Iugoslavia comunista (regime non certo rispettoso dei diritti umani) non è stato ritenuto dirimente dalla Commissione esaminatrice, dato il carattere faziosamente politico di tali liste, alle quali non è mai stata data alcuna rilevanza giuridica nelle sedi internazionali. Se poi questa propaganda straniera di un regime defunto debba valere di più delle sentenze dei tribunali italiani emesse dopo la Liberazione o delle libere decisioni del nostro Parlamento democratico, lo lascio al giudizio onesto e sereno di qualsiasi italiano, che si senta parte della nazione e riconosca il sacrificio di chi per questa patria ha dato la vita, anche se si trovava dalla parte “sbagliata� della storia. Una cosa è il giudizio storico sulla dittatura fascista e sui danni irreparabili che ha recato al nostro paese, altro è disprezzare le persone che in contingenze difficili hanno comunque perso la vita nella convinzione di servire il proprio paese». Toth ricordava altresì che «il 90% delle vittime delle Foibe e dei Gulag iugoslavi erano civili delle province italiane invase dall’esercito partigiano iugoslavo (Pola, Zara, Fiume, Gorizia e Trieste), compresi partigiani di nazionalità italiana, comunisti e non comunisti, resistenti antifascisti e membri dei CLN di quei territori che, ritenendo esorbitanti le pretese annessioniste iugoslave (fino alla pianura friulana), speravano in un’equa definizione dei nuovi confini, conforme ai principi dell’autodeterminazione, secondo gli stessi accordi intervenuti fra Tito e gli Alleati prima della fine delle ostilità». L’ANPI: «si sospenda l’applicazione della legge» Il 2 aprile la Segreteria nazionale dell’ANPI ha dichiarato di ritenere che «rispetto al caso della medaglia al repubblichino Paride Mori – oltre che delle altre 300, a quanto si legge sulla stampa, concesse nel corso degli ultimi anni – ci si trovi di fronte ad una applicazione della legge 92/2004 in netto contrasto con valori, princìpi e norme della Costituzione». «Stante la gravità e inammissibilità di quanto accaduto, si chiede con forza alla presidenza del Consiglio – continuava la nota – di sospendere temporaneamente l’applicazione della legge suddetta e di dar luogo ad una indagine accurata, non solo sulla medaglia concessa di recente a Paride Mori (per la quale esistono già, comunque, elementi più che sufficienti per imporne la revoca), ma anche a quelle concesse negli anni precedenti a persone ritenute meritevoli del riconoscimento previsto dalla legge citata e che, invece, risulterebbero assolutamente in contrasto con le norme e lo spirito della legge e della Costituzione. In ogni caso, nessun riconoscimento – né per questa legge né per altre – può essere attribuito a chi militò per la Repubblica Sociale Italiana, in nome di una presunta pacificazione. Non c’è nulla da “pacificare�; c’è solo da rispettare la storia e la Costituzione, nata dalla Resistenza». Nessun riconoscimento a combattenti e criminali In realtà la Commissione prevista dall’art. 5 ha cessato di operare un anno fa in base all’art. 4, secondo cui le domande andavano presentate entro 10 anni dall’entrata in vigore della legge, ovvero entro il marzo 2014. Da allora si riunisce presso la Presidenza del Consiglio un gruppo informale di lavoro incaricato di esaminare le ultime 200 istanze pervenute. L’art. 3 della legge esclude «quanti morirono in combattimento o furono soppressi mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia». Ora: sarebbe ingeneroso dire che il Battaglione bersaglieri volontari “Benito Mussolini� non fosse «a servizio dell’Italia». Si può invece asserire che il capitano fu ucciso «in combattimento», nel senso di scontro a fuoco in area di operazioni belliche tra formazioni nemiche a conflitto in corso. Il riconoscimento a Mori sembra pertanto disattendere lo spirito della legge e, oltre che inopportuno, risulta improprio. Un errore da correggere. Diverso è il caso dei militari repubblichini, finanzieri e poliziotti fatti prigionieri a guerra appena finita senza che opponessero resistenza e poi trucidati a freddo. Siamo effettivamente in una zona grigia, ma non si può parlare di “combattimento�. Se poi la Commissione avesse conferito riconoscimenti anche a «criminali di guerra», avrebbe violato l’art. 5, che esclude le vittime «per le quali sia accertato, con sentenza, il compimento di delitti efferati contro la persona». In caso di conferma (che ormai potrà essere solo storiografica, ove mancasse quella giudiziaria interna) degli addebiti, l’insegna metallica e il diploma andrebbero revocati. Altrimenti si rischierebbe di snaturare, infangare e screditare il Giorno del Ricordo, demolendo il lavoro compiuto finora e facendo un regalo ai negazionisti-giustificazionisti-minimalisti, che non aspettano di meglio per dire: «il 10 Febbraio è il Giorno della riabilitazione del fascismo». Guai se ciò dovesse accadere!
 

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