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ITALIANI DI CROAZIA E SLOVENIA: NON C'E' PIU' NIENTE DA FARE

(Arena di Pola marzo 2015)

Italiani di Croazia e Slovenia: non c’è più niente da fare, è stato bello sognare?

di Nelida Milani

Con la conduzione di Manuela Gherardi Seppi e la partecipazione di Daniela Paliaga Janković, Christian Poletti, Marco Gregorič, Felice Žiža, Andrea Bartole, Diego Samsa è andata in onda il 16 febbraio su TV Capodistria, come ogni lunedì in prima serata, la rubrica Meridiani. Veramente – ha detto bene Daniela Paliaga Janković – troppa carne al fuoco. Nella grigliata c’era di tutto: assenza di base economica della Comunità Nazionale Italiana, latitanza o assenza di bilinguismo negli organi di governo e nelle istituzioni della pubblica amministrazione locale, nella sanità, nella giustizia, nella polizia, nell’ignavia degli stessi connazionali, nell’indifferenza dei non-connazionali, nella società. E qua e là, a più riprese, è spuntata la parola vergogna. Vergogna dei giovani di parlare l’italiano fuori della famiglia e fuori della scuola.


La Paliaga ha sostituito eufemisticamente vergogna con disagio. Ma il disagio è di ordine soggettivo, psicologico. Io parlerei piuttosto di incertezza. I giovani sono particolarmente sensibili all’atmosfera culturale dell’ambiente ed è l’ambiente a dettar loro un costante senso dell’inadeguatezza del proprio esprimersi. Sentono l’assottigliarsi degli spazi di socializzazione della loro lingua, sentono le strettoie del monolinguismo, sentono un bilinguismo minimale della sola parte italofona che non ha alcun significato strategico né per la qualità  della loro vita, né tanto meno per lo sviluppo di quelle capacità di relazione e professionali che il mondo attuale esigerebbe.
Dunque, il disagio del “dentro” proviene dall’incertezza indotta del “fuori”. L’insicurezza del giovane riguarda il rapporto che lui ha tra la propria lingua e la norma sociale esterna. Il problema nasce dal divario tra l’opinione che il giovane si fa della norma che vige in società e l’auto-valutazione che lui si fa della sua lingua rispetto a quella norma. Nel rapporto con altre persone del suo ambiente, sconosciute, sapendo più o meno inconsapevolmente che non è lecito parlare la propria lingua, il giovane si autocensura e ricorre alla “moda” corrente parlando la lingua slovena rispettivamente croata che, quanto a forma, lascia a desiderare. Tale insicurezza formale è tanto maggiore quando gli succede di comunicare con persone che arrivano dall’Italia.
Non avendo una chiara autopercezione della propria abilità comunicativa per la mancanza di contatto diretto e attivamente partecipato con la lingua italiana d’Italia, per la mancanza di esperienze vissute in lingua italiana, per la mancanza di rinforzo e di rinnovamento necessari per usare l’italiano in modo spontaneo e automatico, il ragazzo manifesta una più o meno vistosa e spesso penosa deviazione dalla norma dell’italiano parlato nel Bel Paese. E purtroppo chi troppo “zoppica” e mescola le lingue non è troppo rispettato. Senso di inferiorizzazione e frustrazione non mancano.
Da questa prima insicurezza discende l’insicurezza identitaria. Essa risulta dal fatto che la lingua e il dialetto istroveneto che il giovane pratica a scuola e/o in famiglia non corrisponde alla lingua/dialetto della comunità italiana cui lui si crede di appartenere o vorrebbe appartenere. Non ci sono i modelli da imitare, i modelli in cui rispecchiarsi, riconoscersi. Intorno a sé osserva l’assuefazione pavida rispetto alla lingua slovena o croata, un’assuefazione che è stata forgiata nei decenni jugoslavi e che viene accettata oggi, in democrazia,  come se fosse la cosa più naturale al mondo rinunciare alla propria lingua/dialetto e convertirsi sempre, ovunque e comunque  all’uso dell’altra lingua. Non si capisce per quale ragione noi che parliamo uno dei dialetti più belli d’Italia e che siamo eredi di un immenso patrimonio artistico, della grande lingua di Dante, di Petrarca, di Machiavelli, di Manzoni, dovremmo abbandonare la nostra lingua. I giovani non hanno più gli esempi che una volta fornivano i tanti Borme, i tanti Pellizzer, i tanti Radossi, quando la coscienza critica degli intellettuali era luogo di resistenza all’assimilazione. Oggi rarissimi sono gli esempi, più unici che rari. La coscienza degli intellettuali connazionali – politici, professionisti, docenti, ricercatori, giornalisti – è luogo di legittimazione del disastro, di questa follia organizzata. E c’è del metodo in questa follia. Un metodo che ci ha portati all’ultima spiaggia e non c’è arca che stia ad aspettarci.
Gli intellettuali – generalizzo, ma ho ben presenti le poche eccezioni – con il loro comportamento sono oggi luogo di riproduzione simbolica del potere dominante e non certo della sua contestazione. Tanto di cappello alla giovane Valentina Petaros Jeromela di Scoffie che poco tempo fa ha denunciato apertamente l’episodio di intolleranza linguistica nei suoi confronti. Segnasse almeno l’inizio di un agire civile coraggioso in tempi di viltà generalizzata, di perdita dell’Ideale e del Futuro. Ecco, Valentina Petaros Jeromela ci ricorda cos’è l’insicurezza statutaria, quella che nasce dalla discontinuità territoriale del bilinguismo e rende consapevoli i parlanti che l’italiano nell’Istro-quarnerino è un codice molto secondario rispetto allo sloveno o al croato. Quando ci si muove per le contrade dell’Istria si percepisce la propria lingua come illegittima, perché non si sa mai se il suo status è riconosciuto, non è riconosciuto, quanto e come è riconosciuto: a Rovigno c’è bilinguismo, sparisce a Pola, ritorna a Valle, sparisce a Pisino, ritorna a Buie, sparisce altrove, ecc..
Tutti gli Statuti comunali promettono mari e monti, dicono che il cittadino è libero di esprimersi nella sua lingua, però nei fatti è tutt’altra cosa, apri bocca e ti dicono subito che la tua città o località non è tra quelle ufficialmente bilingui. Rimani con un pugno di mosche in mano. Gli appartenenti alla minoranza hanno bisogno di ben altro che di uno stradario bilingue e di uno sportello agli Affari Interni che sia presidiato da chi conosce bene o male la lingua italiana. Tale tipo di bilinguismo, interrotto sul territorio, produce incessante insicurezza, è come la pantera odorosa di Dante che fa sentire il suo profumo dappertutto ma che non trova la sua piena realizzazione da nessuna parte.
L’insicurezza attiva un’inferiorità risentita, rappresentata, incorporata. Ci si sente al di sotto di ciò che si vorrebbe essere, di come si vorrebbe parlare, mentre loro – gli altri – sono capaci di farlo. L’insicurezza è il prodotto dell’interazione sociale d’ineguaglianza. L’insicurezza è costruita, appresa, indotta, socialmente trasmessa di generazione in generazione. All’inizio essa è circostanziale, si manifesta cioè in una data circostanza, in un dato momento, con un dato interlocutore. E poi, da circostanziale che era all’inizio, finisce per diventare permanente e quasi costitutiva, pienamente interiorizzata, assimilata, caratteristica del bilingue che si è cadavericamente adattato.
E’ chiaramente un portato ideologico del passato totalitarismo quello che sta dietro a questa messa in congedo della nostra lingua. E che siamo ancor sempre ideologicamente innervati lo riveliamo attraverso comportamenti comunicativi abituali e sconfortanti. Non viviamo la democrazia – che è stata inventata per tutelare le opposizioni e le minoranze; le maggioranze non hanno bisogno di democrazia per governare. Come uscire dal groviglio di passioni tristi del passato – sconforto, rassegnazione, disincanto – dominante ancora nel nostro presente?
I giovani sono arrivati al bivio: o avanzare blindati dietro la maschera e cambiare piuttosto i propri desideri che l’ordine delle cose, oppure sottrarsi alla presa mortifera con ottimismo militante contro le asimmetrie tetragone e la logica della rassegnazione al colonialismo linguistico.
Nelida Milani
 

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