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GIORNO DEL RICORDO 2015 INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE

 

Intervento del Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati ANTONIO BALLARIN
alla cerimonia della Camera dei Deputati per il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata

10 Febbraio 2015

Signor Presidente della Repubblica,
Signora Presidente della Camera,
Signor Presidente del Senato,
Signori Rappresentanti del Parlamento e del Governo,
Autorità,
Amici Istriani, Fiumani e Dalmati,
Signore e Signori.



Quest’anno la ricorrenza del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo degli Italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia coincide con due grandi eventi del secolo scorso: l’entrata in guerra nel primo Conflitto Mondiale e la fine della seconda Guerra Mondiale.
L’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 diede seguito all’annessione dell’Istria, del Quarnaro e di parte della Dalmazia. A cavallo tra il ‘14 ed il ‘18 molta nostra gente di lingua italiana, suddita dell’Impero austro-ungarico, venne deportata nei lager di internamento oppure arruolate a forza nelle truppe da destinare ai fronti più sanguinosi. Molti altri diedero prova di grande attaccamento ad una Nazione italiana, non propria patria per ragion politica ma per appartenenza ideale, storica e culturale, offrendo l’esempio coraggioso dei volontari giuliano-dalmati nelle forze armate italiane.
Settant’anni fa, invece, aveva termine il devastante secondo conflitto mondiale. Dopo la fine di questa guerra e nei decenni successivi nelle zone dell’Adriatico Nord-Orientale si consumava un dramma a lungo deliberatamente taciuto: la pulizia etnica, operata dalle armate di Tito della popolazione autoctona di lingua italiana presente, da secoli, nella Venezia-Giulia, nell’Istria, nel Quarnaro e nella Dalmazia.
Per quella delicatissima area geografica, il Trattato di Pace siglato a Parigi il 10 febbraio del ‘47 non stabiliva il ritorno ad un periodo di serenità e di prosperità, ma, nell’indifferenza di ogni Governo europeo, segnava la data di un periodo di ferocia disumana in tempo di pace.
Le conseguenze di tali violenze furono catastrofiche: migliaia di persone trucidate brutalmente, lo svuotamento del 90% dei territori di storico insediamento e, per centinaia di migliaia di profughi, la condanna ad una vita di stenti e sacrifici
Vennero semplicemente annullati i diritti umani più elementari per una generazione intera, per una classe di persone che si sentiva davvero parte di una comunità nazionale, ma che non fu riconosciuta come tale.
La ‘questione adriatica’, dunque, si trova al centro degli eventi che segnarono l’entrata in guerra dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale e la sua sconfitta nella Seconda. E sempre la ‘questione adriatica’ ha segnato, giusto quarant’anni fa, il recente passato altrettanto nefasto: la firma del Trattato di Osimo del ‘75, imposto al governo italiano da pressioni straniere, ma che fu interpretato dagli esuli giuliano-dalmati e da buona parte dell’opinione pubblica, come un’ennesima censura della nostra stessa esistenza.
In tutte queste tragiche vicende le violazioni dei fondamentali diritti umani subite dalla nostra gente furono molteplici.
Furono violati i diritti circa l’autodeterminazione dei popoli e della loro forma di governo (Carta Atlantica, Yalta, Statuto delle Nazioni Unite ed Helsinki), così come il diritto alla vita, garantito per: “i gruppi umani, nazionali, religiosi, politici” (Nazioni Unite sul Crimine di Genocidio)
Furono violati i diritti stabiliti dall’articolo 9 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che vieta l’arbitrario arresto, la detenzione o l’esilio forzato.
Furono violati i dritti previsti dal Trattato di Pace di Parigi ribaditi, anche dalla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, dove veniva esplicitamente dichiarato che i beni e gli interessi dei cittadini italiani residenti nei territori ceduti avrebbero dovuto essere rispettati.
Non venne osservata la Dichiarazione di Vancouver del ’76 (Report Habitat I), che prevede “il ritorno delle persone alle loro case”.
L’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sancisce che: “ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale ed internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati […] possano essere pienamente realizzati”.
Per questo diritto, ampiamente profanato, gli esuli ed i loro discendenti ancora oggi intendono ‘fare memoria’ ed impegnarsi per il pieno rispetto della propria dignità, con azioni che vanno dalla richiesta della consegna, non ancora avvenuta, della Medaglia d’Oro al Valor Militare al Gonfalone della città di Zara (capoluogo di provincia d’Italia più distrutto durante la seconda Guerra Mondiale), all’esplicita inclusione dell’argomento ‘Trattato di pace e sue conseguenze per l'Italia’ nei programmi ministeriali di storia. Così come riteniamo opportuno che nelle celebrazioni del 2 giugno sia citata, nei discorsi ufficiali celebrativi di quell'evento, il sacrificio della popolazione della Venezia-Giulia come uno dei fatti significativi della costruzione dell'Italia repubblicana.
Infatti, gli accordi siglati sulla nostra pelle hanno imposto, con le nostre proprietà private costruite nel corso di generazioni, il pagamento dei danni dovuti dall’intero Paese alla ex-Jugoslavia. E per segnare un atto di onestà in questa tormentata storia ancora non conclusa, noi continueremo a chiedere e ad impegnarci per quel ‘giusto ed equo indennizzo’, morale e materiale, senza il ristoro del quale, per una parte di società civile, verrebbe una volta di più sfregiata la nozione stessa di giustizia ed umanità.
 

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