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SI "RICORDINO" ANCHE I DEBITI DELL'ITALIA

Editoriale di gennaio del direttore Paolo Radivo

Si “ricordino” anche i debiti dell’Italia

Ci apprestiamo a celebrare il decennale dell’applicazione della legge sul “Giorno del Ricordo”, dopo che nel 2014 avevamo festeggiato il decennale della sua approvazione. Tale normativa ha riconosciuto gli esuli istriano-fiumano-dalmati e i loro discendenti come parte integrante della nazione italiana, li ha fatti uscire dalle catacombe in cui erano stati relegati dal silenzio istituzionale, li ha reintegrati con piena dignità nel consesso sociale, li ha riabilitati agli occhi dei connazionali ignari. Dopo lunghi decenni di esclusione ed incomprensione, abbiamo finalmente cominciato a sentirci inclusi e capiti.


La legge n° 92 del 30 marzo 2004 reca nel titolo: «Istituzione del “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati». Il comma 2 stabilisce che in tale giornata «sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado». E’ «altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende». Infatti, per ricordare bisogna prima... sapere. Il Giorno del Ricordo non dovrebbe dunque essere una noiosa “festa comandata”, un fastidioso adempimento burocratico da parte delle istituzioni o uno stanco rituale da parte dei nostri sodalizi.
L’auspicio è che anche questo 10 Febbraio sia un volano di iniziative interessanti, una seria opportunità per trasmettere a più italiani possibile la conoscenza sia di quei fatti sia delle ragioni che li determinarono. Senza giustificazionismi, senza riduzionismi e senza nulla togliere ai torti subiti sia dalle minoranze croate e slovene entro i confini del Regno d’Italia durante il regime fascista sia dalle popolazioni croate, slovene e montenegrine soggette per quasi due anni e mezzo all’occupazione italiana durante la Seconda guerra mondiale. Torti che per fortuna vennero poi in larga misura sanati. Ogni ingiustizia va condannata, senza sminuirla o ingigantirla prendendone a pretesto altre non strettamente connesse. In caso contrario si perderebbe di vista il concetto di fondo, ovvero che responsabile delle foibe e dell’esodo fu la spietata dittatura comunista jugoslava, sia pure con molte complicità internazionali. E si perderebbe un’occasione preziosa per condannare quella, come ogni altra dittatura di ieri e di oggi.
Ma il 10 Febbraio dovrebbe servire a “ricordare” anche i debiti che lo Stato italiano ha tuttora verso tanti esuli, avendone venduti i beni alla Jugoslavia per saldare i debiti di guerra dell’intera nazione e per consentire il ritorno di Trieste all’Italia. Tutto ciò in violazione del Trattato di pace, ma con l’esplicito impegno a indennizzare le vittime di quella duplice beffa: l’esproprio da parte jugoslava prima e la vendita forzata da parte italiana poi. Finora il Governo ha corrisposto agli istriani, fiumani e dalmati aventi diritto che hanno fatto richiesta di indennizzo poco più del 5% del valore reale dei beni loro illecitamente sottratti, mentre ai profughi italiani dalle ex colonie ha dato in proporzione molto di più. Urge dunque rivalutare i nostri coefficienti di indennizzo non solo per mantenere la promessa fattaci da Roma oltre 60 anni fa, ma anche per porre fine a ingiustificabili discriminazioni tra cittadini italiani. E non si continui a dire che lo Stato ha le casse vuote, poiché ciò o vale per tutti coloro che si ritrovano nella medesima condizione o non vale per nessuno.
Altro compito dello Stato italiano finora inevaso è pretendere da Slovenia e Croazia l’attuazione dell’art. 4 dell’Accordo di Roma del 1983 (attuativo del Trattato di Osimo), il quale sanciva che la Jugoslavia avrebbe lasciato agli aventi diritto la “libera disponibilità” di 500 beni nei territori ceduti e di 179 nella Zona B dell’incompiuto Territorio Libero di Trieste. Visto però che la “libera disponibilità” è un regime giuridico non più esistente in Slovenia e Croazia, queste dovrebbero restituire in piena proprietà tali beni o, se indebitamente alienati, dei beni equivalenti. Il Governo italiano dovrebbe inoltre negoziare con quello croato e sloveno un accordo che consenta anche ai cittadini italiani la riacquisizione delle loro proprietà in tutti i numerosi casi non coperti dai trattati internazionali.
Nulla c’entra con tutto ciò la Fondazione proposta dal Ministero degli Esteri per preservare la cultura istriano-fiumano-dalmata di matrice italiana valendosi di parte degli oltre 90 milioni di dollari dovuti in solido da Slovenia e Croazia all’Italia secondo l’Accordo di Roma e altrimenti destinati all’erario.
Il decennale dell’attuazione della legge 92/2004 si abbinerà al centenario dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, che causò l’immediata deportazione coatta nei campi di internamento austro-ungarici di quasi tutti gli abitanti dell’Istria meridionale e di molti altri sudditi italofoni dell’Impero considerati infidi, oltre che l’espulsione dei “regnicoli”. Questo 10 Febbraio sarà una valida occasione per ricordare anche le loro sofferenze, a lungo dimenticate.
Il comma 2 della legge aggiunge che le iniziative per il Giorno del Ricordo «sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero».
Dunque non bisogna solo ricordare le tragedie passate, come se gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia fossero ormai estinti e meritevoli tutt’al più di un de profundis, ma conservare il loro inestimabile patrimonio ed evitare la scomparsa definitiva del popolo che ne è stato portatore in oltre due millenni di storia. Per scongiurare il compimento di tale genocidio culturale è imprescindibile coinvolgere nelle iniziative anche gli italiani rimasti nell’Adriatico orientale e i loro discendenti. Infatti, solo nei territori d’origine quella grande eredità culturale potrà ancora persistere, benché ridimensionata dalle burrasche della storia. Senza la sia pur tardiva ricomposizione di quanto resta di un popolo frantumato, disperso e in parte assimilato, ogni nobile sforzo profuso si rivelerà insufficiente.
Paolo Radivo
 

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