Menu Content/Inhalt
Home arrow Atti, memorie e documenti arrow OSIMO NUOVE RIVELAZIONI
OSIMO NUOVE RIVELAZIONI

(L'Arena di Pola 22/09/2014)

Osimo: nuove rivelazioni
Paolo Radivo

Nel convegno sul Trattato di Osimo svoltosi in due sessioni il 21 e il 28 febbraio 2014 alla Biblioteca Statale di Trieste, l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia ha presentato il densissimo numero 2/2013 della propria rivista semestrale “Qualestoria”, incentrato sul tema: Osimo il punto sugli studi. Il volume (144 pagine) comprende un’introduzione del curatore Raoul Pupo e cinque brevi saggi che affrontano il tema sotto varie angolazioni: Una storia sbagliata? Uno sguardo al breve secolo dei rapporti italo-jugoslavi, dove lo stesso Pupo delinea le relazioni bilaterali dal 1918 al 1991; La politica estera italiana e la soluzione della questione di Trieste: gli accordi di Osimo del 1975, dove Massimo Bucarelli, basandosi su documenti segreti o riservati specie di parte italiana, spiega nel dettaglio la vicenda diplomatica; La Jugoslavia e il Trattato di Osimo, dove lo studioso serbo Saša Mišić fa altrettanto servendosi soprattutto di fonti jugoslave; Il dibattito pubblico sul Trattato di Osimo fra ragion di Stato e protesta locale, dove Diego D’Amelio illustra l’atteggiamento delle forze politiche nazionali e triestine e della stampa, nonché il terremoto politico suscitato a Trieste; L’Associazionismo adriatico: una risposta ad Osimo, dove Fabio Capano presenta in modo assai critico la linea seguita da Lega Nazionale, Unione degli Istriani, Associazione Nazionale Italia Irredenta e ANVGD. Infine Roberto Spazzali inquadra e trascrive una lettera indirizzata il 15 febbraio 1954 da Lino Sartori, direttore delle Finanze e dell’Economia della Zona A del Territorio Libero di Trieste, al presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi sull’ipotesi d’istituzione di una Zona franca per la città di Trieste.
I testi più innovativi sono quelli di Bucarelli e Mišić, che, svelando numerosi retroscena grazie a documenti inediti, danno risposta a tanti interrogativi finora insoluti. D’Amelio e Capano espongono invece dati in massima parte già noti.


Le fonti non sono tutte ancora consultabili
Nell’introduzione Pupo spiega come la monografia di “Qualestoria” anticipi alcuni primi risultati di un progetto scientifico internazionale promosso da Massimo Bucarelli e Luciano Monzali sul «processo di riavvicinamento e di riconciliazione tra Italia e Jugoslavia culminato negli Accordi di Osimo», che confluirà in un volume collettaneo in inglese.
Il nucleo documentario relativo all’attività diplomatica italiana conservato presso l’archivio del Ministero degli Esteri non è ancora consultabile per gli anni Settanta. Colmano in parte la lacuna altri fondi come le carte Moro presso l’Archivio Centrale dello Stato, quelle Andreotti presso l’Istituto Sturzo, quelle del consigliere di legazione Ottone Mattei, che affiancò il direttore generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone nelle trattative al castello di Strmol, quelle degli archivi di Belgrado (Carte Tito, fondi della Lega dei Comunisti e del Ministero degli Esteri jugoslavo), nonché quelle del negoziatore segreto jugoslavo Boris Šnuderl, più le testimonianze e i ricordi di altri diplomatici e uomini politici coinvolti.

L’Ostpolitik italiana era condivisa da Washington
«La stipula degli accordi di Osimo – osserva Pupo – è stata frequentemente considerata come una delle espressioni più evidenti della cosiddetta “piccola Ostpolitik” italiana, promossa soprattutto da Aldo Moro. E’ un giudizio che va accolto con una certa cautela, perché certamente il riavvicinamento italo-jugoslavo si inseriva bene nella strategia morotea volta a superare le rigidità della divisione dell’Europa in due blocchi, ma altrettanto sicuramente – a differenza della Ostpolitik tedesca – non si poneva fuori asse rispetto alle indicazioni della potenza egemone dello schieramento occidentale, gli Stati Uniti. Anzi, il governo di Washington condivideva in pieno le preoccupazioni di quello di Roma per il dopo Tito e non poteva che vedere con favore l’impegno italiano a consolidare quello Stato jugoslavo la cui autonomia da Mosca costituiva un elemento fondamentale degli equilibri strategici in Europa. E difatti, in un primo momento la stipula dell’accordo fra Italia e Jugoslavia fu accolta con una certa stizza al Cremlino, anche se poi i commenti ufficiali suonarono positivi».

Trattative riservate per evitare sorprese
Quanto al metodo negoziale attivato nell’estate 1974, Pupo rileva che «già la scelta dei due negoziatori, rispettivamente il direttore generale del ministero dell’Industria italiano ed il presidente del Comitato federale per i rapporti economici jugoslavo, indicavano la volontà dei due governi di privilegiare i temi della collaborazione economica rispetto a quelli del tracciato del confine». L’assoluta riservatezza dipendeva dalla necessità di «garantirsi il più possibile da eventuali sorprese, ben sapendo fra l’altro che non mancavano – perlomeno all’interno della società civile, delle forze politiche e forse della stessa diplomazia italiane – quanti avrebbero visto con favore l’ennesimo scacco negoziale». L’impressione di Pupo, sia pure «tutta da approfondire», è poi che «la dirigenza politica della Repubblica di Slovenia sia stata posta nelle condizioni di seguire meglio, se non di orientare, i passaggi conclusivi del negoziato, più di quanto non poté la dirigenza triestina e quella della regione Friuli Venezia Giulia».

La svolta negoziale
Pupo rammenta che la svolta negoziale avvenne quando il governo italiano sostituì alla linea «incarnata dall’ambasciatore Milesi Ferretti, che prevedeva richieste di compensazione territoriale – anche se minime e simboliche – in zona B», quella sostenuta da altri diplomatici, come l’ambasciatore Ducci, secondo cui le compensazioni avrebbero dovuto essere economiche, per rilanciare l’area frontaliera e soprattutto di Trieste. Fu questa la linea poi seguita da Carbone, «anche se il pacchetto messo a punto si sarebbe rivelato in parte inattuabile e, sul piano politico, addirittura controproducente». Dal canto loro, gli jugoslavi lasciarono cadere la richiesta di estendere alla provincia di Udine le forme di tutela per i cittadini di lingua slovena delle province di Trieste e Gorizia.

Un’opposizione assai modesta
Pupo giudica «assai modeste» le reazioni agli accordi in Italia. «In parlamento – ricorda – il Movimento sociale votò doverosamente contro, ma non tentò alcuna forma di mobilitazione. Del resto, l’Italia stava vivendo i suoi anni di piombo e tutte le forze politiche, da destra a sinistra passando per il centro, dovevano fronteggiare emergenze che si chiamavano strategia della tensione e terrorismo, per non parlare della crisi economica. Agli occhi degli italiani, il confine orientale era assai lontano ed anche quelli che sapevano, più o meno, dove si trovasse Trieste certo ignoravano, o avevano dimenticato, che cosa fosse la zona B».

L’ambiguità del Memorandum
Circa il Memorandum di Londra (5 ottobre 1954) Pupo rileva nel suo saggio che, «formalmente, il governo italiano poteva sostenere davanti alla propria opinione pubblica di non aver mai rinunciato a rivendicare la zona B»; «in realtà, la rivendicazione non esisteva e difatti non venne mai sollevata, anche se formalmente il governo italiano sostenne sempre di non voler rinunciare ai “legittimi interessi” nazionali, perché sia a Roma che a Belgrado si sapeva benissimo che il nuovo assetto del confine era definitivo». «L’ambiguità – osserva – era proprio il fondamento su cui si basava l’accordo, che aveva come scopo quello di far uscire il problema dei confini dalla visibilità delle rispettive opinioni pubbliche ed in particolare di quella italiana: una volta decantati i risentimenti, formalizzare lo status quo sarebbe stato certo più facile».

La Jugoslavia cuscinetto strategico dell’Italia
Negli anni ’60 la Jugoslavia divenne per l’Italia «il cardine della stabilità balcanica ed un essenziale cuscinetto strategico a protezione della frontiera orientale». Al contempo le amministrazioni di centro-sinistra giuliane e della neonata Regione Autonoma Friuli - Venezia Giulia promossero «l’integrazione della componente slovena nella classe dirigente locale e la collaborazione transfrontaliera con la Jugoslavia». «Alla barriera che divideva due mondi e due storie contrapposte – nota Pupo – si sostituì così nel volgere del decennio un “confine ponte” decisamente poroso, che facilitò un vero e proprio boom di traffici di frontiera su scala locale», incrementando pure l’interscambio economico generale. «Esistevano dunque – osserva – tutte le condizioni per un reciproco, sostanzioso interesse, e ciò costituì la base per il forte riavvicinamento avviatosi alla fine degli anni Sessanta».

Moro prudente, Jugoslavia in subbuglio
Come mai però ci vollero ben 7 anni per arrivare ad Osimo? «Moro – spiega Pupo – era certamente convinto che la situazione oramai creatasi sul terreno e consolidata dal memorandum non poteva venir in alcun modo modificata e che quindi quella dell’accordo globale era una via obbligata. Tuttavia, il metodo da lui seguito vuoi in politica interna che in politica estera escludeva le mosse rapide, privilegiando la lenta maturazione del consenso sui punti di maggior difficoltà, in modo da ottenere l’approvazione alle scelte più ardue anche da parte delle componenti meno convinte della necessità di un’intesa». Inoltre, «conciliare l’obiettivo strategico del consolidamento dello Stato jugoslavo con la preoccupazione tattica relativa ai costi politici di un accordo sui confini si rivelò per l’Italia sempre più difficile»; «il governo di Belgrado, pressato dalle tensioni fra le etnie che componevano il mosaico jugoslavo e che nella primavera del 1971 sembrarono sul punto di detonare, sentiva l’impellenza di tranquillizzare l’opinione pubblica slovena e croata attraverso la sanzione della definitività del confine; pertanto, dubitando dell’effettivo interesse del governo italiano a concludere la trattativa in tempi brevi, cercò di stimolarlo in vari modi, anche piuttosto bruschi». Tuttavia «un reale peggioramento dei rapporti bilaterali era proprio quanto i due paesi non desideravano, e nemmeno potevano permettersi: il negoziato quindi si sbloccò».

Compensazioni economiche: un boomerang
Le due compensazioni ottenute dall’Italia in cambio della rinuncia definitiva alla Zona B e ai Monti di Muggia si rivelarono però «poco spendibili sul piano politico». Infatti la mancata estensione alla provincia di Udine delle norme di tutela per la minoranza slovena suonò ovvia ai più. Quanto all’accordo economico, se «all’ipotesi del faraonico canale non credette giustamente nessuno», la zona industriale a cavallo del confine sul Carso «si rivelò un vero boomerang», che portò a «un inedito coagulo fra gli oppositori alla parte politica del trattato, gli ecologisti preoccupati dal prevedibile impatto ambientale dei nuovi insediamenti e quanti – trasversalmente alle diverse appartenenze politiche – temevano gli sconvolgimenti che un afflusso di manodopera prevalentemente slava avrebbe comportato per gli assetti nazionali e sociali di Trieste». Di fronte a tali incognite «anche la sovranità italiana su Trieste non sembrava a molti una garanzia sufficiente». La ZFIC infine non si fece «anche perché gli eventuali vantaggi connessi al suo regime fiscale di privilegio vennero rapidamente svuotati dai successivi accordi» Jugoslavia-CEE.

L’irrigidimento bipolare depotenziò gli accordi
Osimo, ben accolto a livello internazionale in quanto applicazione concreta degli accordi di Helsinki di pochi mesi prima», permise «un ulteriore sviluppo dei rapporti bilaterali», ma «il nuovo irrigidimento bipolare della fine degli anni Settanta circoscrisse la portata di un’intesa che, nelle speranze di Aldo Moro, avrebbe dovuto contribuire potentemente a fare dell’Italia un ponte fra l’Occidente e gli Stati neutrali e non allineati e gli stessi aderenti al blocco sovietico». «Nemmeno tutte le aspettative di un salto di qualità nella collaborazione economica – riconosce Pupo – trovarono rispondenza e, soprattutto, contrariamente alle speranze di entrambe le parti, la prima fase d’incondizionata e forte amicizia fra i due paesi non offrì un contributo sostanziale alla stabilizzazione della Jugoslavia». All’inizio degli anni ’90 «l’Italia, paralizzata dalla crisi di “tangentopoli” e dalle conseguenze della transizione fra prima e seconda repubblica, avrebbe assistito, incerta sulla strada da prendere e sostanzialmente impotente, alla dissoluzione di quello che si era trasformato da nemico storico in uno dei suoi maggiori investimenti politici del ventennio precedente, la Repubblica federativa di Jugoslavia».

La Zona B non era più recuperabile
Nel suo saggio Massimo Bucarelli rileva come la normalizzazione e intensificazione dei rapporti bilaterali italo-jugoslavi dopo il Memorandum si basasse sulla completa separazione dei temi economici da quelli politici. Solo con la nascita del primo governo di centro-sinistra nel dicembre 1963 si crearono le premesse per risolvere la vertenza confinaria. PSI e PSDI volevano rendere definitivo il compromesso del 1954. Il presidente del Consiglio e segretario DC Aldo Moro recepì l’idea di alcuni diplomatici italiani (Gianfranco Pompei, Alberto Berio, Roberto Ducci, Riccardo Giustiniani e Manlio Castronuovo), i quali condividevano la posizione jugoslava sulla definitività del Memorandum, poiché non si poteva «rimettere tutto in discussione o procrastinare la presa d’atto formale della spartizione del TLT, appoggiandosi ad un fatto di natura giuridica e formalistica, come la mancata nascita del Territorio libero e l’assenza di ogni riferimento a cessioni di sovranità da parte italiana nell’intesa del 1954». Non si poteva cercare di «vendere una seconda volta quello che già era stato venduto». E, senza il consenso jugoslavo, «non era neanche lontanamente ipotizzabile il tentativo di modificare l’assetto stabilito nel 1954 con la forza». Occorreva quindi accettare la perdita definitiva della Zona B. Gli interessi nazionali andavano salvaguardati tramite i commerci, la presenza economica e l’influenza culturale, proiettando stabilità e assicurando pace. Con gli jugoslavi occorreva intavolare trattative per la chiusura di ogni controversia e per una «soluzione globale» che prevedesse «concreti vantaggi economici per le popolazioni italiane di confine» e il rilancio dello sviluppo locale.

Moro cerca una soluzione globale
Moro era d’accordo, ma agì con estrema cautela, temendo contraccolpi nell’opinione pubblica. Giudicò prioritario migliorare e ampliare la collaborazione politico-economica, in modo da instaurare un clima che consentisse di giungere a un’equa soluzione delle vertenze territoriali. L’accordo andava presentato «non come una rinuncia italiana, perché non si poteva rinunciare a qualcosa che ormai non apparteneva più al paese dai tempi della guerra e del trattato di pace, ma come l’acquisizione definitiva di un vantaggio politico ed economico, attraverso una soluzione globale in grado di far tornare definitivamente Trieste all’interno dei confini nazionali e rilanciare la partnership italo-jugoslava». Nei primi mesi del 1965 l’ambasciatore Ducci rese nota alla dirigenza jugoslava la convinzione di Moro secondo cui la disputa territoriale andava affrontata «nel quadro della risoluzione di un pacchetto di questioni ancora pendenti». Solo così l’opinione pubblica italiana avrebbe «ingoiato la pillola amara» della perdita definitiva della Zona B. Belgrado acconsentì. Al viaggio di Moro in Jugoslavia (novembre 1965) seguì quello del capo del governo federale jugoslavo Mika Spiljak in Italia (gennaio 1968), ma in nessuno dei due furono affrontati temi confinari.

L’Italia teme l’invasione sovietica della Jugoslavia

La repressione sovietica della Primavera di Praga e l’enunciazione della “dottrina Breznev” sulla sovranità limitata degli Stati socialisti misero in allarme tanto Belgrado quanto Roma. Il 2 settembre 1968 Giuseppe Medici, ministro degli Esteri del governo Leone, informò Belgrado che «l’Italia non avrebbe tentato di trarre alcun vantaggio da eventuali spostamenti verso i confini orientali delle truppe jugoslave di stanza lungo la frontiera con l’Italia». Il timore era infatti che il Patto di Varsavia invadesse la Jugoslavia, riportando la cortina di ferro a Gorizia. Durante i loro viaggi a Belgrado, il ministro degli Esteri Nenni nel dicembre ’68 e il presidente Saragat nell’ottobre 1969 ribadirono la «necessità di aiutare la Jugoslavia socialista e non allineata a rimanere integra e indipendente, perché la vera frontiera orientale italiana era quella della Jugoslavia con le vicine democrazie popolari».
Nell’ottobre ’68 il governo Leone-Medici avviò «conversazioni esplorative segrete», condotte dagli ambasciatori Gian Luigi Milesi Ferretti e Zvonko Perišić. «Ribaltando in parte – scrive Bucarelli – l’impostazione dei precedenti governi italiani, l’esecutivo guidato da Leone accettò la connessione tra la delimitazione della frontiera, l’eliminazione delle sacche e la spartizione definitiva del mancato Territorio libero di Trieste, chiedendo però che da parte jugoslava si accogliesse la richiesta italiana di inserire il problema territoriale in un più ampio negoziato politico ed economico [...] nella speranza di ottenere benefici e vantaggi in cambio di un accordo che una parte dell’opinione pubblica nazionale avrebbe inevitabilmente percepito come una rinuncia. La proposta italiana, articolata in 18 punti (relativi a tutte le questioni pendenti: incippamento definitivo della frontiera settentrionale; restituzione delle sacche; trasformazione in confine di Stato della linea di demarcazione del 1954; accordo sulla questione dei beni italiani della zona B; cooperazione economica), venne accolta positivamente dal governo jugoslavo, divenendo la base e il punto di partenza delle trattative che avrebbero dovuto portare alla conclusione di un accordo definitivo tra i due paesi; negoziati lunghi e difficili, che, per forza di cose, il breve governo Leone-Medici, seguito dall’altrettanto breve esecutivo Rumor-Nenni, non riuscirono a portare a termine».
Paolo Radivo (1 - continua)

 (L'Arena di Pola 16/10/201)

(2° puntata)

 Osimo: nuove rivelazioni

Nel saggio La politica estera italiana e la soluzione della questione di Trieste: gli accordi di Osimo del 1975, apparso sul numero 2/2013 della rivista “Qualestoria”, Massimo Bucarelli spiega come solo nella seconda metà del 1969, dopo l’arrivo di Aldo Moro alla Farnesina, le conversazioni esplorative segrete italo-jugoslave sulla questione confinaria entrarono nel vivo. Per Moro l’assetto territoriale sancito dal Memorandum di Londra era «fuori questione» e «fuori discussione», ma occorreva renderlo giuridicamente definitivo trasformando in confine di Stato la linea di demarcazione tra la Zona A amministrata dall’Italia e la Zona B amministrata dalla Jugoslavia. Sapendo però che un riconoscimento rapido e improvviso della spartizione di fatto del TLT avrebbe suscitato reazioni sul piano sia triestino sia nazionale in una fase tumultuosa della vita politica italiana, il ministro degli Esteri continuò a perseguire con gradualità una soluzione globale.

Quale corrispettivo per la Zona B?

Dopo fasi alterne, i due incaricati conclusero i loro lavori il 21 novembre 1970 con una relazione che riportava i «pochi punti d’intesa» e i «molti di divergenza» tra le due posizioni. «Il punto di maggior contrasto – rileva Bucarelli – era rappresentato dalla pretesa italiana di legare il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla zona B a un corrispettivo politico e territoriale, che non fosse soltanto la restituzione delle sacche create dalle truppe jugoslave nel 1947; per Belgrado, invece, esisteva un rapporto di reciprocità tra il riconoscimento italiano per la zona B e quello jugoslavo per la zona A. Il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla zona B era ormai un semplice atto dichiarativo del suo diritto e non costitutivo di esso, e non poteva essere portato a giustificazione o preso a pretesto per la richiesta di eventuali contropartite».

Divergenze interne alla Farnesina

I diplomatici italiani coinvolti nelle trattative sostenevano linee diverse: il direttore degli Affari Politici Roberto Ducci (già ambasciatore a Belgrado dal 1964 al 1967) voleva accettare la situazione creatasi nel 1954 e ufficializzare le frontiere di fatto ormai esistenti, inclusa la linea di demarcazione tra le Zone A e B. Invece Milesi Ferretti, appoggiato del segretario generale della Farnesina Roberto Gaja, pensava che il riconoscimento della sovranità jugoslava sulla Zona B dovesse venir compensato non solo con la restituzione delle sacche, ma soprattutto con l’ampliamento verso sud della Zona A e l’assegnazione di due terzi del Golfo di Trieste all’Italia.

La cancellazione della visita di Tito

La notizia, trapelata il 28 novembre 1970 su “Il Tempo”, che durante l’imminente visita di Tito a Roma si sarebbe concluso un accordo sulla cessione della Zona B alla Jugoslavia suscitò proteste, polemiche e interrogazioni di parlamentari dell’MSI e della DC. Moro rispose che il governo non avrebbe preso in considerazione «alcuna rinuncia ai legittimi interessi nazionali», ma il ministro degli Esteri Mirko Tepavac comunicò all’ambasciatore italiano Folco Trabalza che le dichiarazioni di Moro erano «lesive» degli interessi jugoslavi, poiché non avevano preso le distanze da un’interrogazione «di carattere specificamente irredentistico»; dunque non esistevano più le condizioni «accettabili» per la visita di Tito in Italia.
In realtà, la cancellazione della visita tradiva il fallito tentativo di Belgrado di «operare una forzatura nei contatti segreti in corso». Nei colloqui preparatori, «di fronte alla richiesta jugoslava di inserire le questioni confinarie tra gli argomenti di conversazione, sia Moro che Ducci avevano chiarito che l’ufficializzazione delle conversazioni esplorative non sarebbe stata opportuna: le probabili reazioni della stampa e degli ambienti parlamentari inducevano i dirigenti italiani a mantenere un atteggiamento quanto mai prudente, nell’interesse del successo dell’incontro». Ma, «nell’imminenza della visita, i collaboratori di Tito tornarono a chiedere con insistenza l’inserimento del problema territoriale nei temi in discussione».

Belgrado condizionata da Lubiana e Zagabria

Nei due colloqui svoltisi a Milano il pomeriggio del 30 novembre e la mattina del 1° dicembre, il segretario aggiunto agli Esteri Anton Vratuša e l’ambasciatore Srđa Prica dissero a Ducci di «comprendere perfettamente le numerose difficoltà interne del governo italiano (impegnato contemporaneamente anche nella trattazione della questione altoatesina, “altro argomento del tutto impopolare”)»; però «anche il governo jugoslavo doveva fare i conti con la propria opinione pubblica, soprattutto di parte slovena e croata: a Lubiana e a Zagabria, infatti, mal si comprendevano le esitazioni italiane e si iniziava a sospettare che Roma avesse intenzione soltanto di “tirare il can per l’aia”, senza voler effettivamente concludere». E, «di fronte alle perduranti contestazioni bulgare per la questione macedone e alle mai sopite pressioni albanesi per il problema del Kosovo, il regime di Belgrado, sotto pressione anche per il riemergere di contrasti nazionali interni, voleva che almeno il confine adriatico venisse formalmente riconosciuto».

Si tenta di ricucire lo strappo

«Pur essendo disposti – riferisce Bucarelli – ad aspettare il momento più propizio per la soluzione della questione territoriale, i rappresentanti di Belgrado avevano bisogno di “una qualche forma di assicurazione”, con cui da parte italiana si ribadisse la non archiviazione del problema, accompagnata da “qualche prova concreta di buona volontà”». Vratuša e Prica avanzarono due proposte: o «un impegno – che avrebbe potuto essere preso dai due ministri degli Esteri durante la visita di Tito, attraverso uno scambio di note verbali o promemoria – per la prosecuzione delle conversazioni segrete finalizzate alla chiusura dei problemi confinari, premessa necessaria per qualsiasi soluzione globale delle questioni bilaterali»; o la «decisione dei due governi di studiare e predisporre, entro il 1971, una serie di misure atte a migliorare il benessere delle popolazioni di frontiera». Vratuša ventilò anche la «possibilità di concludere un trattato di amicizia e collaborazione, all’interno del quale il governo italiano avrebbe potuto riconoscere “con adeguate formulazioni” lo status quo territoriale esistente, senza giungere immediatamente alla stipulazione e alla registrazione di uno strumento formale».
Ai primi di dicembre ebbero luogo altri colloqui tra i rappresentanti jugoslavi e l’ambasciatore Trabalza, ma la risposta italiana rimase «sostanzialmente negativa, non andando incontro alla principale richiesta jugoslava, vale a dire la rapida formalizzazione delle conversazioni confidenziali tra i due paesi in corso ormai da quasi due anni: da parte italiana, infatti, si diede la piena disponibilità a continuare i contatti esplorativi tra gli esperti (che eventualmente avrebbero potuto essere affiancati anche dagli ambasciatori a Roma e a Belgrado) e a prendere in considerazione lo studio di quei provvedimenti applicabili anche prima dell’accordo finale, ma solo dopo la conclusione del viaggio del presidente Tito». Ma durante la visita «la disponibilità italiana non sarebbe andata oltre “l’ascoltare con doverosa cortesia” il punto di vista jugoslavo in merito alle varie questioni pendenti».

La fretta jugoslava, la prudenza italiana

Secondo Bucarelli, i dirigenti jugoslavi «approfittarono della risposta data da Moro in Parlamento per tirarsi fuori dalla situazione d’impaccio in cui si erano messi: bisognosi di un successo internazionale in una questione particolarmente sentita dalle popolazioni slovene e croate (quelle stesse popolazioni che sembravano voler mettere in discussione l’assetto interno del regime jugoslavo, chiedendo maggiore autonomia e l’attuazione di riforme liberali e democratiche), i rappresentanti di Belgrado avevano tentato di forzare i tempi e i modi del negoziato con Roma, subordinando la visita di Tito a condizioni che non erano state menzionate nel momento in cui l’invito stesso era stato accettato. Probabilmente, il rinvio della visita sembrò al governo jugoslavo la migliore via d’uscita non tanto per sottrarsi a un insuccesso diplomatico, quanto per evitare ulteriori complicazioni interne, riaffermando la ferma difesa degli interessi sloveni e croati, sentitisi minacciati dalle affermazioni di Moro».
Nelle settimane immediatamente successive, in un colloquio chiarificatore con Prica, Moro spiegò «che da parte italiana non si voleva assolutamente rimettere in discussione o contestare la situazione di fatto creata dal Memorandum del 1954; tuttavia, la definizione formale di tale situazione costituiva per il governo italiano un problema “complesso e difficile”, che poteva essere risolto solo nell’ambito di un negoziato globale in grado di produrre un accordo soddisfacente per entrambe le parti; proprio la complessità e la difficoltà del negoziato avevano spinto il governo di Roma a rifiutare ogni collegamento tra la visita del presidente Tito e la discussione delle questioni territoriali, che di certo non avrebbero trovato soluzione durante la sua breve permanenza in Italia».
«Dopo un lungo lavoro diplomatico finalizzato alla concertazione di un testo condiviso», il 21 gennaio 1971 Moro alla Camera dei deputati rese pubblici i chiarimenti dati all’ambasciatore jugoslavo, mentre il 28 gennaio Tepavac fece un intervento analogo davanti al Consiglio delle Nazionalità.

L’incontro Moro-Tepavac a Venezia

Il 9 febbraio 1971 i due ministri degli Esteri si incontrarono a Venezia. «Moro – spiega Bucarelli – ribadì il pieno rispetto del Memorandum di Londra, riconoscendo che l’intesa del 1954 non aveva più “alcun carattere di provvisorietà”; allo stesso tempo, però, precisò per l’ennesima volta che l’accordo avrebbe dovuto essere raggiunto senza provocare turbamenti nella vita pubblica italiana; per questo, riteneva necessario dare una soluzione globale a tutte le questioni ancora pendenti (sacche, rettifiche di confine, accordi economici e doganali) e non al solo problema di Trieste e Capodistria, attraverso un negoziato ampio, graduale e, soprattutto, segreto. Tepavac, al contrario, avendo la assoluta necessità di ottenere un successo internazionale da poter spendere di fronte all’opinione pubblica slovena e croata, tornò a premere per una rapida soluzione delle trattative o, almeno, per una loro ufficializzazione, affinché risultasse con chiarezza la volontà di entrambe le parti di giungere a un accordo finale; il ministro jugoslavo chiedeva, quindi, l’abbandono del documento italiano articolato in 18 punti e accettato fino ad allora da Belgrado come base negoziale, per stralciare invece alcune questioni minori di immediata risoluzione (strada sul Sabotino, bacino dell’Isonzo ecc.) a beneficio delle popolazioni di frontiera; le questioni pendenti più importanti (frontiere, beni della zona B, cittadinanza, Statuto speciale per le minoranze), invece, sarebbero state oggetto di negoziati ufficiali».
Moro e Tepavac «decisero che sarebbe stato opportuno proseguire le conversazioni esplorative segrete e, allo stesso tempo, concordare una serie di “pacchetti” equilibrati di pronta attuazione, per la soluzione dei problemi di più urgente interesse per le popolazioni locali». A Milesi Ferretti e a Perišić, «incaricati di riprendere le trattative sulla base di questi nuovi presupposti», si sarebbero affiancati l’ambasciatore a Belgrado Trabalza (sostituito nel giugno 1971 da Giuseppe Walter Maccotta) e l’ambasciatore a Roma Prica.

A Roma Saragat rassicura Tito

Il viaggio di Tito «fu preceduto da un’accurata preparazione diplomatica da parte italiana, affinché fosse ben chiaro ai dirigenti di Belgrado che non sarebbe stato il caso di tornare sui problemi già affrontati a Venezia “con franchi e particolareggiati scambi di vedute”, conclusisi con “intese reciprocamente soddisfacenti”; naturalmente – venne precisato dai rappresentanti italiani – non si aveva nulla in contrario a che Tito, ove lo avesse ritenuto opportuno, accennasse a tali questioni nel corso delle conversazioni riservate». Alla vigilia della partenza per Roma, il presidente jugoslavo fece sapere di conoscere le difficoltà del governo italiano e di volerne tenere conto, a «condizione che, “in conversazioni a quattr’occhi”, si esprimesse soddisfazione per i risultati ottenuti e si manifestasse la determinazione di raggiungere, appena possibile, le soluzioni auspicate». Durante la visita, il 25 e 26 marzo 1971, la questione delle frontiere e delle minoranze venne affrontata solo nei colloqui riservati tra Tito e Saragat, i quali «concordarono nel considerare definitiva la situazione territoriale».
Un’amicizia tra due realtà deboli e instabili
Secondo Bucarelli, la rinnovata amicizia italo-jugoslava era tra «due realtà politiche deboli e instabili, che avevano bisogno di reciproche concessioni per poter sopravvivere». «Attraversati entrambi – spiega – da profonde divisioni interne e turbati da gravi crisi politiche (di tipo etnico e nazionale in Jugoslavia, di carattere economico e sociale in Italia), i due paesi sembravano quasi volersi puntellare a vicenda o addirittura, in alcuni casi, rafforzarsi a spese dell’altro. Tito e i suoi collaboratori premevano per la rapida chiusura della questione territoriale, attraverso la spartizione del TLT, nella speranza di riconquistare il consenso sloveno e croato, sempre più incerto e oscillante. Moro, insieme a quanti ne condividevano il disegno politico di apertura nei confronti dei comunisti italiani, vedeva nella stretta collaborazione con la Jugoslavia, paese socialista, ma non allineato, un possibile terreno d’intesa per la creazione di un rapporto stabile e duraturo tra la DC e il PCI, unica via per superare la fase di estrema instabilità politica e di forte contrapposizione sociale vissuta nel paese in quegli anni; in quest’ottica, la collaborazione con Belgrado avrebbe potuto rappresentare uno dei banchi di prova (certamente non l’unico) per verificare la tenuta di una possibile intesa tra i due maggiori partiti italiani; un obiettivo però assai difficile da raggiungere per la presenza di un’estrema destra molto sensibile e attenta ai temi di Trieste e del confine orientale, e per le forti resistenze politiche locali, anche all’interno della stessa DC triestina; da qui l’esigenza – diametralmente opposta a quella del regime di Belgrado – di andare avanti gradualmente e senza clamori, nella speranza di trovare una soluzione globale, in grado di convincere l’opinione pubblica dell’importanza dell’amicizia e della collaborazione tra i due popoli anche a costo di qualche sacrificio».


Infruttuosi negoziati tra il marzo 1971 e il gennaio 1973

«Le riunioni del “gruppo a quattro”, inframmezzate da incontri preparatori tra Milesi Ferretti e Perišić», ebbero luogo tra il marzo del 1971 e il gennaio 1973, ma si rivelarono infruttuose perché, «dopo un inizio positivo, durante il quale furono concordati due “pacchetti” di misure riguardanti il settore di Gorizia», il governo jugoslavo non approvò le «poche misure di immediata attuazione predisposte dagli esperti». A pesare furono anche l’«instabilità governativa in Italia» e le «gravi tensioni nazionali in Jugoslavia».
La parte jugoslava «insisteva affinché la nuova intesa avesse decorrenza dalla data di entrata in vigore del Trattato di pace del 1947, per ottenere l’implicito riconoscimento della legittimità dell’annessione de facto della zona B ed eliminare, così, ogni pretesa italiana ad avere eventuali contropartite sulla base di un “titolo residuale negoziale”». Belgrado intendeva escludere la Zona B dal negoziato e calcolare gli eventuali indennizzi per i beni perduti dagli italiani in base al valore che avevano il 10 giugno 1940. La parte italiana invece, e in particolare Milesi Ferretti, voleva far decorrere le intese dalla data di entrata in vigore del futuro trattato, in modo da rivalutare gli indennizzi ed esigere un “prezzo” politico, economico e, secondo Milesi Ferretti, anche territoriale per la rinuncia alla Zona B. La richiesta jugoslava di strumenti di tutela e protezione per le minoranze slovene fuori dalla Zona A «incontrò la decisa opposizione dei negoziatori italiani, contrari a concedere a Lubiana la possibilità di allargare la propria influenza presso le comunità slovene» delle province di Gorizia e Udine. Non vi era accordo nemmeno sulla delimitazione delle acque territoriali nel Golfo di Trieste. Ne derivò un muro contro muro e un’interruzione delle trattative.


L’avvio di un canale segreto

Il 19 e 20 marzo 1973, nel vertice di Ragusa, i ministri degli Esteri Giuseppe Medici e Miloš Minić stabilirono di avviare un negoziato «segreto e possibilmente rapido», affidato agli stessi Milesi Ferretti e Perišić quali plenipotenziari e basato su una «piattaforma negoziale» che riprendeva in gran parte i 18 punti della proposta italiana del 1968. In caso di nuova rottura, il direttore generale del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone e il presidente del Comitato federale per i rapporti economici Boris Šnuderl (sloveno) avrebbero attivato un «canale segreto». (2 - continua)

Ultimo aggiornamento ( sabato 25 ottobre 2014 )