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Ricordo dei “Martiri” di Vergarola

 

 VERGAROLA

Quel pomeriggio d’agosto,
tanti giovani gioiosi
nell’incanto del mare,
tesi, con vigorose bracciate,
a ricercare la vittoria.
Un attimo rapido,
uno scoppio improvviso,
un presagio di morte.
Povere, innocenti vittime,
stroncate dalla rabbia
di esseri senza cuore,
di individui senza senno,
con predeterminata volontà
di intimidire una gente,
per natura, fiera e indomabile,
amante della propria terra,
della sua storia,
delle antichissime tradizioni.
Dopo tanti anni,
quei cari, nostri Martiri
sono ancora tra noi
a ricordarci dall’Alto
che il sacrificio supremo
mantenga intatto l’amore
per il nostro mondo perduto,
che i nostri figli
non dimentichino le nostre origini,
che la vita di ognuno di noi
sia degna sempre del loro esempio.
            Aldo Vallini

Il figlio di Pola

Tu che riposavi nella pineta dove l’aria di pace
era magica ascoltando il rumore del mare,
il suono della grande conchiglia curioso,
felice e innamorato, stanco delle nuotate
vedevi correre i fanciulli sulla spiaggia
e poco lontano i genitori felici che con
il canto e l’allegria allontanavano i brutti
ricordi della guerra sotto il sole d’agosto
che scaldava Pola rinata!
Era un giorno di festa per tutti
prima che un tuono non mandato dal cielo,
ma dalla vile mano dell’odio portasse via
la luce di vita, la speranza e la gioia,
i sogni dei Polesani, di una città con le sue
contrade, in una terra appena libera di nuovo
sporca di sangue.
E hai visto la morte, la carne a pezzi, l’orrore,
quel maledetto fumo nero e denso che copriva
i corpi di quei piccoli angeli, dei martiri d’ogni
età, la roccia bianca di Vergarolla, con i tuoi occhi
innocenti, tutto in un attimo!
E poi il silenzio, la ferita nell’anima che sanguina
nel tempo con il frastuono e le urla impresse
nella mente, il tempo che non ti ha ancora portato
via nel sonno eterno. E così tu puoi raccontare tutto
ascoltato da tutti, anche con un solo filo di voce,
e forse oggi sei qui in chiesa a messa o davanti
al cippo, ma rimani ignoto come un reduce, come
il figlio di Pola, e per te che sei così importante
parla la storia, quella del nostro
Popolo.
        Roberto Hapache Barissa (Pola)


Quel giorno

Quel dopopranso afoso
la cità ga tremà
fin le fondamenta
e la Rena,
grande cuor de sasso,
se ga strento per la disperassion.
Scopi ripetudi,
fumo,
urli e sangue
ga invaso strade
e canisele,
vicoli, piasse e clivi.
Vissin el mar,
sui respiri de agonia,
cocai sigaloni,
vose de brividi
sui lamenti dei feridi
e sul silensio dei morti,
girava in streti
macabri baleti.
Verto el vaso de Pandora,
se ga sparpaiado
fra la povera gente
tuti i mali del mondo
e la cità no ga podù
e no ga volù
esser più la stessa.
Cascava lagrime de sangue
sui martei che bateva,
ciodi per sprangar
casse,
porte
e finestre
e iera come vender de novo
Gesù Cristo
sensa pena né colpa
e meterlo de novo in crose.
Speta che te speta,
la giustissia dei omini
no xe rivada.
Mai.
Ma co sarà l’ora
rivarà quela de Dio,
perché Lui no se dimentica,
e al’anagrafe dela Storia,
quel giorno ga un nome
e una data:
Vergarolla,
18 agosto del ’46!
        Ester Sardoz Barlessi (Pola)