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POESIE DI BRUNO PECCHIARI

 

 

 OMAGGIO
 ALL'ISTRIA e AL FRIULI

Poesie di Bruno Pecchiari nato a Pola vive a Udine

 

POLA


 ( 24 - 25 Dicembre 1992 )
 
Soffro per i tuoi tanti mali,
povera, mia piccola Pola...
Oggi, ho portato l'aiuto dei bravi friulani,
a questa nuova gente,
parte integrante della mia Città,
e anch'essa cara al mio cuore.

Un giovane prete della Caritas Croata,
dovendo darmi dei riferimenti per la consegna,
mi ha chiesto:
- Sa dove è la chiesa di Sant'Antonio?-
Mi si è strozzata la voce in gola.
- M'hanno battezzato... là! - ho ansimato.

Nulla poi mi ha più chiesto!
E nulla si son chiesti i suoi padri,
quando, entrati in Città e nel mio Paese,
 ne hanno preso possesso.

Non si sono chiesti il perché di quelle case vuote,
di quei campi, di quei vigneti abbandonati,
di quegli archi e di quelle colonne
di quegli epitaffi su tombe antiche
di quei monumenti…
 che i loro avi non avevano eretto...

Non si sono chiesti il perché di quelle strade,
di quelle piazze, vuote e tristi,
senza giochi di bimbi,
senza canti di donne ai balconi...

Hanno marciato, petto in fuori, gioiosi, superbi,
 e tuttavia intimoriti da cotanto nobile,
 nuovo possesso...

Una gloriosa bimillenaria eredità,
che hanno banalizzata, negata,
    in parte scalpellata via e gettata in mare.

Ma ciò che resta di quegli archi, di quelle rovine,
 e di quelle epigrafi, sono stati la loro trappola!
Siamo Istrocroati! O Istrosloveni!
O ancora... siamo Istriani!

Dice ora, con orgoglio, la nuova progenie dei vincitori.
Noi, vecchi esuli guardiamo ancor diffidenti,
questi rudi e incolpevoli nipoti, che la Storia,
complici uno sciagurato ed un folle*, ci ha assegnato.

 
Sulle loro giovani spalle grava, oggi, il compito
 di riparare torti ed errori dei nostri e loro padri.

 
E quando le ultime candele per noi accese,
 si saranno spente sui nostri dispersi sepolcri,
 e alcun ginocchio su di essi più si piegherà,
 solo in loro potrà ancora rivivere il sogno,
e il nostro amore per l'Istria Eterna.
 
 
 
 
 

ERRANDO, GUARDO...
 
Errando, nei mattini azzurri e luminosi,
per sentieri che s'allungano tra filari di gelsi e pioppi,
   guardo questi monti erti, le salubri verdi colline,
e guardo i laghi d'inverno ghiacciati,
e le foreste di pini, abeti, larici, faggi...
e gli alti campanili, e le case attorno raccolte,
i campi pettinati con cura dall'aratro,
i rigogliosi vigneti distendersi senza fine,
e le limpide acque di ruscelli tortuosi...
E le meraviglie ho negli occhi,
di questa piccola Patria, lieta e tranquilla,
che bene, la mia inquietudine ha accolto.
E' il paese delle vilotis plene di malincunie,
che ti fan tremare di commozione il cuore.
Qua, alla fine benigna, mi portò la sorte!
E finalmente s'appaga la brama di una pace,
da troppo tempo attesa, ma spesso,
solo vagamente pregustata...
Qui, non più straniero ed esule ramingo,
ma gradito e rispettoso ospite mi scopro.
Qui vivono gli amici miei più cari.
Qui vivono le tenaci genti friulane,
che possiedono la saggezza delle cose,
e sanno come abbracciarne l'essenza.
Qui vivono i carnici duri, come il legno,
che sapientemente lavorano ed intagliano.
 Qui vivono laboriosi veneti, slavi e tedeschi,
e giuliani dalla sciolta parlata,
e ugualmente tutti amo e rispetto...

Ma l'anima mia, che sa come sottrarsi al corpo,
vola lontano oltre il confine degli occhi,
e vede onde rigonfie, crespate di spuma,
ergersi, e frangersi contro scogliere di granito,
e vede cieli azzurri, e grandi bianchi gabbiani,
che volano nella pallida luce dei tramonti,
e vede una terra rossa, dura e aspra,
come dura e aspra è la gente che là vi abita...
Io porto sempre con me una piccola conchiglia,
plumbea, ma che ha tutti i colori dell'arcobaleno,
come il mare, di notte, quando è quieto,
e pare solo nero, ma poi se lo osservi bene,
ti restituisce vivi e lucenti, tutti i colori del giorno.
A chi, trarla fuor di tasca, sorpreso mi guarda,
posso così raccontare che io vengo dal mare,
e che la mia pelle sa di sale,
e sa di salvia, di timo e rosmarino...
Io vengo dal mare e dalla frontiera!
La mia gente, è gente di mare.
La mia gente, è gente di frontiera.
E vorrei cantare i canti del mare e della frontiera,
come alcun cantore li ha mai cantati.
E stille di vera poesia vorrei saper distillare,
per questa mia gente fiera e aristocratica,
anche nelle sue categorie più umili...
Ma è ben poca cosa questo mio scribacchiar,
questo vano tentar di comporre versi perfetti...
e ahimè... quale generosa e paziente Musa,
potrebbe mai colmare questa mia pochezza?
 
Ma è tanto l'ardire che preme cuore e mente,
e si gonfia, e avanza impetuosa la mia presunzione,
come d'estate, in mare, si gonfia e avanza la tempesta,
che oso, oso... e alcuna Musa mi beffeggi,
o aggrotti su di me lo sguardo suo severo,
né mi rimproveri, ma benevola perdoni il mio ardir...
E per l'amore che mi amalgama a questa gente,
oso affermar, senza arroganza alcuna,
che per quanti essi siano, sono tutti me,
e io, per quanti essi siano, sono tutti loro.
Io… io sono...
io sono il minatore dell'Arsia, faccia nera,
e pieni ho i polmoni di polvere di carbone,
e sempre m'angosciano quelle cavità senza sole.
Io sono il contadino di una stirpe recente,
piegato su questa terra rossa e pietrosa.
che rifiuta il vomere, respinge la vanga,
e spacca, e storce i denti del rastrello,
e messe sempre scarsa mi da...
Io sono il muratore, mani larghe e disseccate,
capaci solo a spaccar sassi e tirar su case.
Io sono il pescatore, braccia e volto cotti,
e giù al porto ho la barca mia di me,
e sono il vecchio marinaio ciondolante,
là, sul molo, nostalgia aguzza di mare e di terra.
Io sono il tornitore specializzato, mani untuose,
del vecchio silurificio di Fiume,
e sono il gruista dello Scoio Olivi,
e imprigionato lassù, a trenta metri d'altezza,
impreco in croato, ma bestemmio solo in italiano.

Io sono il buon Martino di Carnizza,
e ho gli occhi di mare, quando è azzurro il mare.
Io sono Pelizzer… il professore, e l'oste arguto,
e il piccolo Goran, lo scugnizzo di Rovigno...
Io sono uno di Pola, son nato drio l'Arena
( che le fate slave eressero in una sola una notte! ),
e sono anche uno di Cherso, e uno di Lussino...
Io sono il vecchio Robinson dalmata,
e su una solitaria scogliera, ho la mia casa,
sbattuta dal mare, e scossa dalla bora.
Io sono il buon Felice, fabbro fuligginoso,
e bruciacchiata è sempre la mia barba e i capelli,
ma ho solido il torso e braccia ben robuste,
e sono il bambino sulla soglia di quella fucina,
intimorito dal fuoco che arde, sprizza e divampa.
Io sono la ghignosa strega dell'interno, e furtiva,
nelle notti senza luna, mi aggiro tra nere rovine,
e gracido orribili profezie contro sperduti viandanti.
Io sono un profugo, uno dei tanti,
esule sono partito, con null'altro di proprio,
mie solo do lagrime, una per ocio...
E sono un infoibato, uno dei tanti,
sparidi drento una foiba,
ancora a bocca averta,
increduli de tanta cativeria...
E sono uno dei rimasti, pochi e ostinati,
tenacemente radicato all'essenzialità delle cose.
Io sono il partigiano, vittima e carnefice,
di un odio antico, e senza tempo.
Io sono il giovane soldato, con giberne e fucile,
che parte senza tante storie,

e sono sua madre ( sola parvenza ormai ),
e un sinistro presagio mi scuote tutta.
Io sono la ragazza, trecce bionde, di Trieste,
e piango un amore durato solo un mese,
e credetemi, che vero amore fu…
Io sono l'allegro gelataio-giocoliere di Parenzo,
e l’ubriaco morto, senza mai esser vissuto.
Io sono tutti e due gli amanti disperati,
nella loro fredda stanza di periferia.
Io sono Barba Ive, capelli di neve,
e berretto calcato in testa, dentro e fuori casa,
e sono sua moglie, Comare Maria, santa donna,
da una vita al faticoso traino del burbero beone.
Io sono Dino, denti e cuore d'oro,
figlio d'Istria, e fratello d'infanzia di Bruno.
Io sono la vecchietta di Sansego,
che ti ha venduto il vino bianco o nero,
o un cesto di fichi, o il formaggio di pecora,
e la sera, in chiesa, davanti al Veliki Bog,
il Grande Dio di legno venuto dal mare,
prego pure per te...
Io sono la mendicante di quell'isola di tufo,
non tendo la mano, ma solo vergognosa chiedo:
... mah, se gavè qualcosa che ve vanza?
E sono l'uomo che cerca sempre quel che gli manca,
o che gli è negato ( ma nemmeno io so cosa! ),
e tanto ho vagato per strade remote e tormentose...
Io sono Nevio, e ho lo sguardo azzurro e limpido,
rivolto sempre in alto, e così talvolta inciampo...
Io sono Fernanda di Cividale, ma vivo a Nerezine,
perché laggiù, la mia casa ha le finestre sul mare,
e quando la brezza salina gonfia e scosta le tende,
l'azzurro m'abbaglia gli occhi e il cuore.
 
Io sono l'elettrico di Unje, murginante e sbrindellato,
e mi basta un cavetto, due capicorda... se ci sono,
ed il mio tester, e in una barca so far miracoli.
Io sono questi, ma per questi pochi che canto,
tanti altri ricordo, che urgono nella mente,
e tutti ugualmente vorrei cantare...
Oh... nostalgia, da una vita fedele compagna,
che pure ora, con repentino languore, sorgi,
e l'anima m'afferri e là, sempre là,
la trascini.
 
 
6 MAGGIO 1976.
  IL QUARTO CAVALIERE

(Colloredo di Monte Albano )
 
 6 Maggio1976.
Il quarto cavaliere dell'Apocalisse,
sul suo giallastro cavallo,
 nella prima notte, ha cavalcato sul Friuli,
portando ovunque Devastazione e Morte.
...
La mattina, fuori dello Stabilimento, chiuso,
alcuni dipendenti, ammutoliti e sgomenti,
non se la sente di rimanere inerte.
Carichiamo le nostre attrezzature e partiamo.
La piccola colonna deve portarsi a Buia,
uno dei centri di coordinamento zonali.
Transitiamo per Colloredo di Monte Albano.
...
E' il primo terribile impatto con il terremoto!
Ovunque, case e edifici crollati o lesionati,
cavi elettrici penzolanti tra facciate in bilico,
e strade ingombre di ruderi e macerie. 
Del vecchio e imponente castello...
solo mura e torrioni sbriciolati.
Come un sonnambulo alienato, che s'aggira,
 in un pauroso incubo e né se ne può liberare,
spio le abitazioni sventrate che, impudiche,
 svelano squarci di intima quotidianità...
letti, armadi, sedie... gli arredi di una vita.

 E poi, ancora appesi a brandelli di pareti,
 quadri, foto incorniciate, Marie, crocefissi...
...
Uomini e donne, polverosi, dignitosi e composti
già si aiutano e si muovono in questo scempio.
 Scavano, scostano, cercano i sopravvissuti,
 e traggono all'esterno ciò che di utile è rimasto.
Occhi arrossati, volti sgomenti, contratti,
e ancora increduli di tanta distruzione.
Grava sul paese e sulla campagna attorno,
 un silenzio surreale, senza voci, senza suoni,
che strazia il cuore e ghiaccia le mani.
Un silenzio che punge, acuto e salmastro,
fin dentro la radice del naso.
Un silenzio senza pianti, né rituali di sofferenza,
senza mani levate al cielo per supplicare,
 o, perché no, anche per imprecare.
Sono inorridito, sconvolto, ammutolito,
 e ammirato, ma anche arrabbiato...
 oh sì, arrabbiato, contro questa gente ferita,
mansueta, umile e aristocratica,
 così simile alla mia antica gente.
Vorrei buttarmi giù dal camion,
e afferrare qualcuno di quelli, per le spalle,
 scrollarlo e urlargli in faccia:
- Maledizione, perché non piangete?
 Perché non imprecate? Ne avete ben diritto!
Perché non urlate il vostro dolore? -
Poi, vorrei abbracciarlo forte, e dirgli:
- Coraggio! Dai, che ce la faremo!-
...

Mi sporgo fuori dal finestrino,
per dare indicazioni al compagno che guida,
su come evitare rovine ed ingombri...
In realtà, non voglio che quell'amico,
scorga il mio pianto angosciato,
e s'avveda dell'urlo mio, senza voce,
 per questa gente,
questa mia nuova e splendida gente,
 che non piange e non urla.
 

OMAGGIO AI PROFUGHI ISTRIANI E DALMATI
( Dedicata a chi non ha avuto vergogna
 nel definire Bettino Craxi, un “profugo”)
 
Quanto ci è stato dato,
né di più poteva esserci dato,
con gratitudine e riconoscenza,
mansueti e dignitosi,
 l'abbiamo accettato.
 
Nell'estremo bisogno,
un tetto, una branda a castello,
pur in una caserma dismessa,
in un angolo del Paese,
ci sono stati dati
 
Del pane e del cibo,
delle coperte R.A.M.* e dei cuscini,
in cui affondare il nostro pianto,
silente e disperato,
ci sono stati dati.
 
Dignitosi indumenti,
per ricoprire le nostre nudità,
e perché non morissimo di freddo,
... e di vergogna,
ci sono stati dati.
 
Medicine e balsami,
 per illuderci di sanare così,
 il nostro dolore e le nostre ferite,
da giovani medici,
ci sono stati dati.
 
E mai nulla abbiamo mendicato,
rivendicato, o preteso!
 
 
*R.A.M. Sta per Regia Aeronautica Militare.
L'aeronautica non era più Regia.
Vi era quindi abbondanza di tali coperte.
 
 CHE IMPORTA L'APPRODO
 
- Andiamo, dunque! - Dicemmo.
E gemendo, e piangendo, trascinammo via,
noi e le nostre povere cose.
Inutile pregare, inutile più sperare...
Altra terra, altro mare, e altro cielo migliori,
di certo, la sorte non ci assegnerà.
- Andiamo, dunque! - Dicemmo.
Ma perché il Signore non ci ha concesso
di vivere quieti in questo nostro paese?
- Andiamo, dunque! - Dicemmo.
Ora, il nostro cuore giace là sepolto,
e senza il cuore...
che importa l'approdo!
 
QUALCUNO CHE INCONTRO...
 
Qualcuno che incontro, talvolta mi dice:
- Ma come è bello quel tuo Paese! -
Gli occhi del cuore subito mi si sciolgono,
in invisibili lacrime.
M'illudo così, che finalmente,
un po’ di quel nostro doloroso andare,
sia stato compreso...
che sia stata compresa quella velata,
e solitaria malinconia, che da sempre,
alieni e superstiti ci rende.
- Sì, è proprio bella la tua terra! -
Aggiunge quel qualcuno, e precisa:
- Siamo stati a Krk, a Porec, al mare...
Da quelle parti si mangia bene,
e non si spende poi molto! -
Allora sorrido d'intesa,
e lascio complice l'equivoco.
 
 AUTUNNO IN CARNIA
 
Il sole indora le ultime foglie delle betulle,
dei noccioli, dei faggi e delle querce.
Filamenti di raggi setosi trafilano,
tra il verde smeraldino degli abeti, dei pini…
S'arresta assorta la natura!
Fiduciosa, pare attendere l'urto invernale.
Appallottolato come un riccio,
ravvolto nell'intreccio di brividi e tepori,
che terra e cielo azzurro si scambiano,
ho trattenuto il respiro,
e come un vecchio indiano,
ho teso l'orecchio contro l'erba vizza,
per sentire la tanta vita che là sotto,
nel tepore del grembo materno,
si raggomitola, s'assesta,
e piano, piano… s'appisola.
 
 
 FIORI DI CAMPO
 
 
LA FANFARA DELLA JULIA
(Udine)
 
Come marcia bene la fanfara della Julia!
 
Comparirà a breve, in fondo al vialone...
dopo il passaggio dei vecchi reduci,
 giunti qua, nella mia città, da ogni regione d'Italia,
 e dal Canada, dall'Argentina, dall'Australia...
 
Già da ore, i veci stanno sfilando,
con passo disinvolto, discretamente cadenzato,
talvolta un po' traballante, più che per l'età,
credo, per le bisbocce notturne...
E la piccozza, in tali circostanze, li aiuta..
 
La mia gente, per prima, aveva aperto la parata:
 gli alpini d'Istria e di Dalmazia!
Innalzavano uno striscione con scritto:
Pochi, ma buoni!
Mi s'era stretto il cuore!
 
I veci, passando, salutano i paesani tra la folla,
 e, sornioni, sorridono alle belle signore.
Le loro penne nere sono antiche,
e un po' incurvate all'ingiù.
Ma dritte sono quelle schiene!
C'è chi ritrae in dentro una vistosa pancetta,
altri invece la ostentano...
Arrancando, passano i veterani della Russia,
dell'Africa, della Grecia e l'Albania...
gravati, ma non oppressi, da anni,
e da medaglie e nastrini di quelle campagne. 
Lise, scolorate, sdrucite, sformate...
sono le vecchie divise e i cappellacci.
 
Ma ecco, inquadrate nei gloriosi battaglioni,
avanzare le giovani leve, i bocia,
le armi impugnate strette, petto in fuori,
passo lento e solenne, passo da montagna...
 
E davanti a tutti, ecco irrompe la fanfara della Julia!
Ragazzotti orgogliosi, seri, i volti abbronzati, 
gli occhi aggrottati, attenti a tutto!
Apre la marcia il mazziere!
La mano sinistra ben salda al fianco,
e la destra che rotea precisa la lunga mazza.
Egli non si lascia distrarre dagli applausi della folla,
e dai vezzi delle ragazze, di lui subito innamorate.
Alto, solido, bellissimo, la divisa perfetta,
i cordoni, i gradi, le verdi mostrine, le stellette...
il giovane mazziere svetta su tutti,
maestoso come una cima alpina!
E' tremendo quel suo incedere!
 
Imperioso, dà finalmente l'attacco!
E tutti partono, all'unisono,
trombe, ottoni, pifferi, tamburi...
 
Oh, quanto mi piace il possente rullar dei tamburi!
E' incredibile come possano reggere le peli tese,
al vigoroso percuotere di quei montanari!
Colpi robusti, terribili... che squassano l'aria!
Che rabbie represse mai scatenano?
 
E come luccicano le trombe, i piatti e gli ottoni!
 
Non sono per deboli di cuore, le prime file di spettatori!
Non reggerebbero a quel furioso tuonare temporalesco!
 
Riconosco subito le note della Marcia degli Alpini!
Il 33!
Non v'è marcia più bella al mondo!
 
E gli alpini la sentono e sanno come interpretarla!
 
Ma ugualmente il gigantesco mazziere, per un istante,
 si volge verso i compagni...
una smorfia gli altera la bocca, digrignano i denti,
da cane rabbioso è il suo occhieggiare.
Ha udito, lui solo, un attacco anticipato,
o un calo di potenza in una nota bassa...
Ricerca, e vorrebbe incenerire il colpevole!
 
E' davvero irresistibile la fanfara della Julia!
 
 NAUFRAGO SOLITARIO
 
S’imporpora il cielo a ponente.
Rosati nembi di nubi incespicano, si sfilacciano,
e travalicano le dentellate, grigio-azzurre creste dei monti.
Sottili ruscelletti d’argento fluiscono, s’incurvano,
e si sperdono tra colli incantati e campi smeraldini.
A fondovalle,
una nebbia leggera vela le case del paese,
la chiesa e il cimitero.
S’addolciscono i colori…
S’affievolisce la brezza…
Tace ogni rumore,
e s’ingentilisce l’imbrunire di mute armonie.
Appare un fragile, vetroso quarto di luna,
e, più in là, già sfavilla il primo astro.
Quest’aria dolce e cristallina m’inebria…
trattengo il respiro, a lungo,
e subito s’invola lontano l’anima mia!
Vi è sempre un appiglio remoto,
che ridesta in me il richiamo del mare.
 
Chi incrocio, mi saluta,
e non sa d’aver appena salutato…
 un naufrago solitario!
 
 
UN MATERASSO CHIAMATO SISSI’
 
A fianco al letto, dal lato del nonno,
ad un palmo sopra la testiera,
stava appeso il ritratto di Francesco Giuseppe,
imperatore d'Austria e Ungheria,
e delle nostre Vecchie Province.
Ma ben sopra l'Asburgo, al centro della parete,
in una pregevole stampa, ben incorniciata,
imperava su tutti e tutto, la Madonna Celeste,
glorificata da quattro Serafini, o Cherubini,
dai volti seri, rubicondi e le alucce aperte.
Quella era gerarchia!
Né l'indiscussa autorità del burbero vecchio,
sulla casa e su quanti in essa abitavano, né altro,
l'avrebbe mai messa in discussione.
E steso sull'alta lignea struttura del letto,
… c’era il materasso Sissì!
Così, tutti in famiglia, chiamavano quel materasso,
che pareva cantare ad ogni lieve movimento di chi,
sopra vi si distendeva...
Il materasso, ogni anno, dopo la spannocchiatura,
veniva riempito con nuove foie de frumento,
ben essiccate dal sole e da brezze estive.
Che meraviglia!
... si allungava un piede, ci si girava di fianco,
si rannicchiava un braccio sotto il capo...
e sissì... sissì… cantava allegro il materasso.
E tutto l'anno durava il gioioso concerto!
 
 E altra meraviglia ancora, quella camera,
pure d'inverno, profumava sempre di granoturco.
E su quel materasso, la sera, nel buio della stanza,
la nonna m'insegnava le prime piccole preghiere,
che in ore penose ancor ripeto,
e allora, di lei, in me, sempre riaffiora la sua Fede...
una Fede semplice e concreta...
Cade a terra il pane!
E' il corpo di Cristo che cade a terra!
Subito lo si deve raccogliere, baciare,
e riporre al centro del tavolo!
Mai, e poi mai si butta via il pane!
Sul Sissì, paziente e amorevole, lei mi cullava,
cantandomi sugli occhi le filastrocche e le nenie,
nel nostro dolce dialetto istriano, che pure oggi,
emergendo da quelle nebbiose memorie,
canto a mio figlio, nato carnico (ne sono orgoglioso!)
e tenero di una manciata di mesi.
E mi trapassano il cuore di commozione,
quelle brevi ninne nanne, e mi rimprovera Tizi,
per le inevitabili mie stonature,
ma senza quel sissì… sissì delle foie di frumento,
di meglio, non mi riesce di fare.
 
 IL GREMBIULE

 
Lei aveva lunghi capelli d'argento.
La mattina presto, con cura, li pettinava,
separandoli al centro con una dritta scriminatura,
e componendoli poi in due belle trecce,
che, attorcigliate e raccolte, fissava alla nuca.
La nonna aveva occhi di mare... umidi e dolci.
E sempre la ricordo intenta a far qualcosa.
Di rado, per qualche istante, si riposava su una panca,
all'ombra dei due grandi gelsi, di lato all'ingresso,
nel cortile della casa di Bussoler...
Mi sedevo allora al suo fianco, e sulle sue ginocchia,
su quel nero grembiule, appoggiavo la testa,
accaldato, ansante e stanco di corse e giochi...
Poco prima, con il suo allegro piooo... pioo... pioo...
là attorno aveva richiamato chiocce e pulcini,
e manciate di chicchi di grano aveva a loro sparso,
afferrati a pugno dal grembiule, sorretto a sacca.
E di grano allora profumava l'umile indumento...
E con quel grembiule aveva già pulito le mie mani,
o asciugato il sudore del mio viso,
o le lacrime mie disperate, per un qualche nonnulla,
e persino fazzoletto per il mio naso era stato...
Aggrappato stretto a quel ruvido tessuto,
con la nonna che dolcemente mi accarezzava i capelli,
ogni guaio, ogni timore non aveva più senso alcuno.
( Oh, potessi oggi, vanificare così le mie paure! )
E di cose di casa, sempre, odorava quel grembiule.
 
Sapeva di pane, il giorno che lei cuoceva il pane,
di caffè tostato, il giorno che lo tostava,
di bucato, il giorno del bucato, e di frasche da ardere,
quando portava le frasche in cucina...
E di vino, e di acre fumo di osteria maleodorava,
la sera tardi, quando il vecchio tornava a casa,
ubriaco, e sfatto di fatica, e lei in ginocchio, paziente,
gli sfilava le scarpe, lo ripuliva e lo metteva a letto.
E si illanguidiva il burbero beone, fino alle lacrime,
e vecia... vecia mia... grato e pentito, piagnucolava.
E profumava il grembiule, di fiori dell'orto,
e di viole e ciclamini raccolti nella folta pineta,
il giorno che preparava e portava al mercato,
per pochi spiccioli, gli eleganti mazzetti.
E a Pasqua, oh… a Pasqua, che aromi emanava...
di pinze, e di titole intrecciate con uova variopinte,
che fin dall'alba, madre e figlie preparavano...
Così trascorreva e s'arricchiva la mia breve infanzia,
a Bussoler, nella grande casa dei nonni,
tra galline razzolanti, conigli appallottolati,
ed oche starnazzanti e sempre incollerite...
Quella casa tranquilla, ben protetta e riparata,
dagli urti invernali, da una vasta e frusciante pineta,
era il mio Eden, e ancor oggi, quella casa...
la casa dei sogni e delle lacrime della mia infanzia,
dei primi amori, dei disincanti e le piccole ferite,
la casa-castello delle disfide eroiche,
con spade di legno, principesse e cavalieri…
nell'anima, indissolubilmente m'appartiene!
E proprio alla nonna rivolgevo i miei perché...
Perché questo?
Perché quello?
 
Lei, inconscia delle sue belle e forti virtù,
ma semplice e piena di antica saggezza,
alzando al cielo le mani scarne e provate,
mi spiegava quei misteri...
- Il mare e il cielo sono azzurri,
il bosco e i prati sono verdi,
perché così li ha voluti e dipinti,
Gesù Cristo, Nostro Signore. -
E di meravigliato stupore mi si empivano gli occhi.
Oggi, mio figlio Marco, laureato, che in tutto
scorge un preciso ordine scientifico,
mi dice che non è così...
Certo!
Ma ugualmente mi dispiace...
Poi, penso che sia solo un'altra verità.
 
 
 QUAL'E' IL NOME...
 
Qual'è il nome di quei monti erti?
E di quei paesi che biancheggiano sui loro fianchi?
E di quelle alte vette innevate, scintillanti al sole,
 che si intravvedono oltre la chiostra prealpina?
E di quelle foreste di pini e faggi,
 che verdeggiano su quei dossi lontani?
E qual'è il nome di quei laghi smeraldini,
  e di quei torrenti che tumultuosi scendono a valle,
E come si chiamano quelle ombrose vallate?
E quei fiumi che lenti solcano la vasta pianura?
Dove portano quelle strade,
 e quei tortuosi sentieri?
Quali le fiabe, le poesie, le leggende,
e i canti che qui si cantano?
Qual'è la storia di questo Paese?
Quali le arti e i mestieri della gente?
Chi sono i suoi eroi e i suoi poeti?
...
Qui ho trovato gli amici più cari.
Li amo e loro amano me,
 ma non possono comprendere,
( il mio fardello è pesante, ma invisibile!)
 la contorta sofferenza del profugo,
ed il perché, così sovente,
io mi volga verso la Patria perduta?
 
 

 
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( domenica 31 agosto 2014 )