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A JAN BERNAS LA BENEMERENZA "ISTRIA TERRA AMATA"


La sera di sabato 17 maggio 2014 la sala congressi dell'Hotel Brioni era piena di radunisti e di alcuni residenti desiderosi di ascoltare il 36enne giornalista e scrittore Jan Bernas, autore del libro "Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani" (Mursia, 2010) e coautore con Simone Cristicchi sia dello spettacolo teatrale sia del libro Magazzino 18 (Mondadori, 2014).

Il sindaco Tullio Canevari ha  consegnato a Jan Bernas il premio “Istria terra amata” 2014 quale piccolo segno duraturo della profonda riconoscenza per la sua opera. La splendida targa in argento raffigurante l'Arena di Pola è opera del socio Leonardo Bellaspiga. A Bernas è stata anche donata una spilla con l'emblema di Pola. «Vi ringrazio tutti di cuore - ha concluso - per ciò che mi avete donato, per tutte le volte che avete avuto il coraggio di riaprire le ferite del vostro cuore, per avermi regalato le vostre storie e il vostro passato, che spero di aver trasmesso ai giovani, in modo da liberarci da questa oppressione di silenzio durata per troppi anni».

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Serata con Jan Bernas e intervista di Lucia Bellaspiga

All'inizio è stata proiettata una parte dell'esibizione, trasmessa da Rai 1 il 15 agosto 2013, che Cristicchi inscenò il 26 luglio sul palcoscenico del festival Folkest a Spilimbergo. L'artista romano, accompagnato dalla FVG Mitteleuropa Orchestra, iniziò con la commovente 1947 del suo amico Sergio Endrigo, proseguì con un monologo che riassumeva il “musical civile” Magazzino 18 (allora in gestazione) e concluse con la commovente canzone omonima. I convenuti in sala congressi, sentendosi compresi e riscattati da un loro connazionale come forse mai prima, hanno tributato un lungo applauso a Cristicchi, impossibilitato a essere con noi.
«Senza Jan Bernas - ha commentato il sindaco dell'LCPE Tullio Canevari - questo spettacolo non si sarebbe potuto vedere».

Ha condotto la serata Lucia Bellaspiga, giornalista di “Avvenire”, scrittrice e consigliere dell'LCPE. «Fino a qualche anno fa - ha esordito - non tutti gli esuli avevano il coraggio di venire a Pola. Ora abbiamo appena ascoltato proprio qui Simone Cristicchi cantare e parlare con coraggio di questi temi. “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani” è confluito in Magazzino 18 contribuendo a cambiare il corso della storia».

Gli esuli? «Fascisti in fuga»
«Ogni volta - ha detto Bernas - che incontro voi esuli e i vostri sguardi, è un'emozione enorme. Sono riuscito a fare miei i vostri drammi, le vostre lacrime. Tutto è iniziato quando al liceo chiesi alla mia professoressa di storia perché eravate scappati dalla vostra terra. Mi rispose con tono sprezzante che eravate tutti fascisti in fuga. Quella è una ferita che mi è rimasta e da lì è nato il titolo del libro. La mia superiore sul posto di lavoro, cui avevo detto di volerlo scrivere, mi disse: “Mah, auguri, eh! Vedrai che successone: venderà tantissimo!”. Quando avevo già iniziato le mie ricerche, andai da una scrittrice istriana importante per chiederle con molta deferenza di aiutarmi. Ma lei non mi diede alcun aiuto, dicendomi che si trattava di cose già scritte e che, non essendo istriano, non conoscevo la vostra storia e la vostra gente. Uscii mesto da quel portone chiedendomi se era il caso di andare avanti.
Capii che non era una cosa tanto semplice».

«Credo - ha commentato Lucia Bellaspiga - che proprio l'essere tu e Cristicchi due “foresti”, lontanissimi da questa realtà, sia stata la carta vincente, perché un conto è se qualcuno parla della nostra vicenda dall'interno e un altro è se a farlo è qualcuno da fuori, che la sdogana. Tanto più se è una persona di sinistra come te. Questo è molto bello».

Non volevamo scrivere una pagina di storia

«Magazzino 18 - ha risposto Bernas - è stata un'operazione molto complessa sul piano sia tecnico sia umano. Lui romano, io salernitano... Ma questa è stata la nostra forza. Sento spesso da voi e dai rimasti discorsi molto accalorati, frutto delle ferite che avete vissuto. Simone e io invece abbiamo potuto scrivere Magazzino 18 scevri dal peso del rancore e del dispiacere per come sono andate le cose. Il nostro obiettivo non era scrivere una pagina di storia (l'avevano già fatto molto meglio storici e professori), ma cercare di spiegare quanto veramente è successo ai giovani, alle persone che non sapevano. Io invitavo Simone, che rispetto a me era an¬cora più fresco, a fare attenzione perché ogni parola ha un peso specifico, ogni aggettivo non è casuale, ma dev'essere pensato. Il nome è identità, è riconoscere una cultura, una storia, un dramma. Perciò gli ho sempre detto: “Attenzione! «Pola» e non «Pula»! «Capodistria» e non «Koper»!”. Ho incontrato italiani che mi dicevano: “Sai, sono andato a Pula, a Dubrovnik, a Rigeca”. E io rispondevo: “Magari se dici «Fiume» ti viene più semplice e capisci quello che vuol dire”».

«Un giorno - ha raccontato - apro Facebook, vedo la foto di uno che mi ha scritto e mi chiedo: “Chi è questo con tutti 'sti capelli?”. E chiudo lì. Dopo 2-3 settimane apro di nuovo e mia moglie, che come cantante lirica si intende di musica molto più di me, mi dice: “Ma questo è Cristicchi!”. “Chi?!”. “Quello che ha vinto Sanremo nel 2007 con Ti regalerò una rosa!”. Mi scriveva che a Milano aveva comprato il libro, gli era piaciuto tanto e dovevamo fare qualcosa insieme. Ho risposto: “Obbedisco”. Poi ci siamo visti e scritti. E' sempre stato molto carino. E' una persona timida, di grande cultura e soprattutto di grande sensibilità. L'esperienza insieme a lui è stata veramente molto bella e mi ha arricchito. Con lui e con la sua famiglia è nata una bella amicizia e spesso ci sentiamo».

Lucia Bellaspiga ha rammentato come al Teatro “Verdi” di Gorizia Cristicchi si fosse fermato un'ora e mezza dopo lo spettacolo a prendersi gli abbracci di tutti e a fare la foto con ciascuno, dimostrando un'umiltà e un'amicizia uniche nel mondo dello spettacolo. «Il tuo nome - ha poi rilevato - compare sulla copertina del libro Magazzino 18 in piccolo e solo in aggiunta al suo, benché tu ne sia l'autore al 90%. Capita a noi, che scriviamo libri con nomi famosi, che il nostro lavoro “sporco” passi in secondo piano.».
«Purtroppo - ha confermato Bernas - dietro le parole c'è anche il marketing. Mondadori mi ha spiegato che vendeva il “prodotto Cristicchi”. Io invece mi ero illuso scioccamente che stavamo vendendo un libro di parole e sentimenti. Senza il mio nome l'operazione sarebbe riuscita ancora meglio.».
«Io - ha aggiunto Bernas - sono stato all'Aquila poco dopo il terremoto e ciò che mi colpì più di tutto fu il silenzio in quella città completamente vuota e diroccata, dove i cittadini per protesta lasciarono le chiavi di casa appese, perché tanto erano diventate inutili. Quello fu lo spunto per andare in Istria.

Ogni volta che la visito provo rabbia per questi meravigliosi posti. Mi immagino come sarebbero diversi oggi i volti che incontrerei, le parole che ascolterei, i colori che vedrei, gli odori che percepirei. A volte osservo grandi storture: negozi o edifici che sono una violenza rispetto alla cultura del posto. E mi viene da pensare che non se li sono meritati, che avrebbero dovuto avere più rispetto per quello che hanno avuto».

Ho intervistato esuli, rimasti e “controesodati”
«Il fatto di non essere istriano - ha continuato - mi ha permesso di intervistare sia esuli, sia rimasti, sia “controesodati”, perché a chi leggeva volevo ricostruire tutto il mosaico di una storia molto complessa e difficile. Ho voluto sottolineare che non tutti gli esuli sono partiti perché avevano paura degli slavi e non tutti i rimasti sono rimasti perché ferventi comunisti. Il Controesodo fu una vicenda incredibile: un sogno, un ideale, e poi la delusione di sentirsi traditi. Una tragedia nella tragedia. Una signora rimasta a Fiume mi ha raccontato: “Per noi l'italiano non ci è stato donato nella culla: ce lo siamo dovuti conquistare giorno per giorno, dopo che la bandiera italiana ha smesso di sventolare. Sapevo che mi sarebbe rimasta solo la mia lingua”. E' stata una lotta quotidiana per l'identità. Non era più permesso parlare italiano in pubblico: bisognava parlare croato. E se non lo si conosceva bisognava impararlo. Per i rimasti parlare italiano era respirare Italia, respirare se stessi».

Lucia Bellaspiga ha letto da Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani alcuni significativi passi tratti dalla testimonianza dello scrittore polese “rimasto” Claudio Ugussi.

«La maggior parte dei “controesodati” - ha fatto presente Bernas - aveva dentro di sé un forte senso di colpa per essere stati la concausa del vostro esodo, per essere stati usati come utili idioti. Avevano creduto, vedevano che per le strade venivano cambiate le insegne, ma solo poi si resero conto. Si sentirono figli reietti dello stesso popolo, portandosi dietro la sofferenza dei propri concittadini. Nei rimasti ho trovato un senso di rabbia per la scelta che avete compiuto: “Ormai non contiamo più niente, siamo una goccia in un mare slavo, destinati ad essere assimilati. Se fossero rimasti anche loro, se fossimo stati di più, avremmo avuto una forza maggiore, una capacità maggiore di incidere durante la Jugoslavia”. Tra gli esuli mi ha colpito soprattutto il grande amore per la loro terra, nutrito di tanti ricordi. Ne parlavano a volte con le lacrime, a volte con il sorriso, a volte con una bellissima leggerezza. E' un amore amaro per aver perso tante cose».

Cristicchi e io abbiamo mostrato ciò che avete vissuto
«Magazzino 18 - ha proseguito l'ospite - è riuscito dove tanti libri molto migliori del mio non erano arrivati, per la capacità di Simone, per la forza del teatro e forse perché non abbiamo fatto un'opera di storia. Con Simone ci dicevamo: “Noi non dobbiamo raccontare. Dobbiamo portare il pubblico lì. Dobbiamo far vedere quello che gli altri hanno vissuto”. Questo è stato forse il segreto. E il messaggio è passato. Molti dicono: “Ma veramente è successo? Io non sapevo. Nessuno me l'aveva detto. Ma come mai? Com'è possibile?”. Neanche a me nessuno aveva raccontato questa storia. Sono dovuto andare a cercare le cose, sono dovuto venire qui per conoscervi.
Adesso le cose sono cambiate. Tutte le contestazioni che ci sono state mi hanno fatto piacere perché hanno dimostrato ancora una volta la stupidità delle ideologie, di chi ha la verità in tasca e si crede superiore, inarrivabile e inscal-fibile nelle proprie certezze rispetto all'opera di revisionismo che noi abbiamo fatto. Se revisionismo vuol dire mettere in discussione le verità precostituite, preconcette, calate dall'alto per motivi anche politici, allora sì: siamo stati fortemente revisionisti. Noi abbiamo un'infinità di punti interrogativi. Chi ha solo punti esclamativi lascia i morti per strada».

Lucia Bellaspiga ha apprezzato la prefazione di Valter Veltroni a Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani e le lacrime di Occhetto durante lo spettacolo, ma non la sua presunta ignoranza dei fatti. Quando lei vent'anni fa scriveva di foibe, i correttori di bozze gliele correggevano con “fobie”, pensando ad un errore di battitura.

«In questi nostri incontri - ha rilevato Tullio Canevari - anni addietro magari ci ponevamo meno il problema di approfondire e diffondere. Era il piacere di rivedersi. Adesso invece questi nostri incontri si sono molto trasformati. Il piacere di ritrovarsi c'è sempre e continuerà ad esserci, però anche noi lavoriamo per questo. E siamo convinti che il nostro ruolo non sia vano. Sul municipio di Pola c'è la bandiera italiana, e questo è un grosso passo avanti per il quale dobbiamo continuare a lottare insieme ai rimasti non solo qua, ma soprattutto in Italia, perché tutto ciò venga saputo e riconosciuto».

Far riconoscere gli italiani d'Italia e d'Istria
«Ho riscontrato sia nei professori sia nelle persone comuni -ha ripreso Bernas - la voglia di capire. Purtroppo le nostre scuole versano in condizioni pessime. A volte i professori hanno a che fare con problemi ben più concreti: il toner, la carta igienica, i pennarelli. E' difficile fare cultura per chi ha bisogno di sopravvivere. E' importante parlare ai giovani, e sono contento che tantissime scolaresche siano venute a vedere lo spettacolo. Uno dei miei crucci è far riconoscere le nuove generazioni di italiani con quelle degli italiani dell'Istria, per non rimanere due famiglie separate, ognuno con la propria storia e con le proprie ragioni, chiuso nel proprio ghetto. Purtroppo oggi i giovani italiani non sanno neanche che esiste una minoranza italiana fuori dai confini».

Fare squadra
Silvio Mazzaroli ha chiesto a Bernas se abbia riscontrato tra esuli, residenti e “controesodati” chiusure verso gli altri e quale ritenga essere la chiave per la ricucitura. «Chiusure e ragioni - ha risposto Bernas - sicuramente ci sono da ambo le parti. A me, come giovane italiano, interessa che si trovi il motivo per cercare di andare avanti, per sentirsi ancora una comunità di istriani. Bisognerebbe donarsi a vicenda una cultura rimasta fuori dai confini. Un altro dei miei crucci è dover mangiare qui in Istria un gelato che fa schifo o i cevapcici e dormire in un albergo croato o sloveno. Bisognerebbe cercare di fare squadra, di fare sistema e di permettere ai tanti italiani che durante l’estate (e non solo) vengono in Istria di avere la possibilità di conoscere tutte le attività prodotte dagli italiani, in modo da poter mangiare italiano, bere italiano e alloggiare italiano. E' un modo questo per ricucire, per riconoscersi, affinché non ci sia più un italiano che va a “Pula”, ma nell'hotel “Da Tullio” e nel ristorante con prodotti tipici».

Claudio Rosolin ha chiesto il significato di quel brano letto nello spettacolo da una bambina slovena, che gli sembrava non pertinente.
«E' stato - ha ammesso l'ospite - un passaggio piuttosto discusso. Mi rendo conto che dietro quei 40 secondi ci sia un valore simbolico forte, profondo. Ma perché non è pertinente raccontare anche il “Balkan”?
Abbiamo avuto pressioni sullo spettacolo da destra e da sinistra, da italiani e da sloveni. Tutti cercavano di indirizzarlo dalla propria parte. Abbiamo cercato di estraniarci da tutte le pressioni e scegliere di testa nostra quello che andava e quello che non andava fatto. I collettivi ci hanno contestato di aver raccontato una storia parziale, falsa e tendenziosa. Sì, abbiamo raccontato una storia assolutamente parziale. Non volevamo fare uno spettacolo di storia, ma “arpionare” l'interesse e i sentimenti delle persone, di quelli che non sapevano neanche dov'è l'Istria. Mettere il “Balkan” o la bambina slovena aveva lo stesso peso di raccontare il “treno dei fascisti” a Bologna. Era importante dare sproni affinché tutti sentissero che quella storia gli appartiene. Non volevamo escludere nessuno. Ma in questo non c'è del buonismo democristiano, bensì la volontà di raccogliere e arrivare a tutti quanti».

Lucia Bellaspiga ha ricordato come a Fiume lo spettacolo sia stato applaudito anche dai croati e come lì l'episodio della bambina sia stato sostituito con uno attinente alla loro storia.

Mio nonno, esule polacco
Lucio Sidari ha chiesto se le origini polacche abbiano aiutato Bernas a raccontare altri terribili movimenti di popoli. «Io - ha risposto - sono nipote di esuli. Mio nonno, di Cracovia, a 18 anni lasciò la Polonia invasa dai tedeschi a ovest e dai russi a est. Fuggì senza poter salutare né la madre né la sorella unendosi all'armata polacca prima in Grecia, poi in Africa, quindi in Italia, dove conobbe mia nonna e dove si fermò. Non è mai potuto tornare in Polonia. Questa mia storia familiare mi ha spinto a cercare di risarcire le ferite che altri esuli avevano vissuto, a far conoscere l'altra storia. Ora sto lavorando a un nuovo spettacolo proprio sui polacchi in Italia».

Magda Rover, profuga dall'Istria nel 1943, ha parlato dell'emarginazione, dei sensi di colpa vissuti in Italia e della paura di tornare, cosa che ha fatto appena l'anno scorso grazie al nostro Raduno. «Sono felicissima - ha detto commossa - di esser qua. Mi sento di aver riacquistato una famiglia».

Roberto Hapacher Barissa ha ringraziato Cristicchi e Bernas «eroici portabandiera della nostra causa» e rimarcato quanto sia difficile essere minoranza sulla terra che ti appartiene e vivere in sordina conservando l'italianità.

Liana Biasiol ha chiesto se sono lecite le critiche malevole di certi storici, visto che il teatro non è il loro campo. «Tutto - ha risposto Bernas - è lecito, anche se non è il mestiere dello storico inerpicarsi a fare critiche teatrali. Però mi sono anche divertito a leggere le loro baggianate. Sono un nucleo limita¬to, ristretto, ben conosciuto. Non sono né la maggioranza né la zona grigia dell'indifferenza, ma piccoli nuclei di squadristi organizzati che operano a testuggine in più direzioni».

Claudio Deghenghi ha chiesto notizie su Magazzino 18 all'Arena di Pola il giorno di Vergarolla. «C'era stato - ha risposto Bernas - un tentativo, ma la risposta è stata un po' vaga. Hanno accampato la scusa che era complicato. Non so se la cosa si potrà mai realizzare. Forse è troppo simbolica e anche troppo bella per noi, ma me lo auguro di cuore».

Bernas ha ringraziato Claudia Millotti per avere, da presidente dell'Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola, organizzato la presentazione di Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani a Pola.

Sergio Giacich ha richiamato un libro di Stefano Tomassini, mentre Antonio Incani ha reso noto che, dopo aver letto i libri di Bernas, un gruppo di giovani ha allestito uno spettacolo su foibe ed esodo.
Paolo Radivo

Ultimo aggiornamento ( luned́ 30 giugno 2014 )