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RIVOLGIAMOCI A UN UDITORIO PIU' VASTO DI SILVIO MAZZAROLI
Rivolgiamoci a un uditorio più vasto

Un altro Giorno del Ricordo, il decimo dalla sua istituzione, è stato celebrato. Si è così raggiunto un traguardo importante in merito al quale è opportuno spendere qualche parola.
È innegabile che qualche passo avanti è stato compiuto. Le Istituzioni ed il Paese vi hanno dedicato una maggiore attenzione, non solo per il numero delle celebrazioni tenute in tante località bensì anche per le forme e per i contenuti di talune di esse. Difficile dire se si sia trattato di un effettivo processo di maturazione dell’opinione pubblica nazionale, come indubbiamente è nelle nostre aspettative, o solo dell’esito, senz’altro positivo ed assai apprezzabile ma di incerta durata, del particolare momento mediatico promosso dallo spettacolo di Simone Cristicchi che ha acceso i riflettori sulle vicende del Confine orientale e sulla nostra storia. Lo stesso passaggio della celebrazione “principe” dal Quirinale al Senato, percepita da qualcuno come una diminutio, può essere interpretata come una crescita, ovvero come segno che la considerazione nei nostri confronti non è più individuale, del solo Presidente della Repubblica, bensì collettiva, dell’intera Nazione e dei suoi rappresentanti popolari. Anche gli “spazi” dedicatici dalla TV di Stato sono stati meno discutibili che in passate edizioni; Vespa, a Porta a porta, pur non brillando per calore nei nostri confronti, è risultato meno contraddittorio e gli interventi dei suoi ospiti, esclusivamente esuli tra cui la nostra Lucia Bellaspiga, hanno conferito spessore alla trasmissione. Indicativo anche il fatto che la RAI, ravvisando la deprecabile gaffe dell’aver trasmesso “Magazzino 18” quasi in “notturna” ma ciò nonostante con un elevatissimo indice d’ascolto, abbia già annunciato che lo riproporrà più avanti (probabilmente in tarda estate) in “prima serata”, con un edizione speciale avente per location lo stesso magazzino. Infine, anche le scontate, odiose contro-celebrazioni sono sembrate aver un impatto minore sull’opinione pubblica e sono risultate perlopiù “ghettizzate” nei ben noti ambienti dell’estrema sinistra e dei cosiddetti centri sociali, perché certe verità non si possono più negare e certe giustificazioni si possono addurre solo se si è ottusamente di parte.
Ciò premesso, è doveroso sottolineare che la gran parte degli atti formali non è uscita dalla consueta ritualità, da tempi e modalità esecutive che risultano ormai inadeguati. A ricordare non bastano più i giorni a cavallo del solo 10 febbraio. I tempi devono essere dilatati sino a coprire, possibilmente, l’intero arco dell’anno. I riferimenti temporali non mancano: marzo, fine dell’esodo da Pola; aprile e maggio, i terribili giorni di occupazione titina di Trieste, Gorizia e Pola; agosto, la strage di Vergarolla; settembre e ottobre, mesi cruciali dei primi infoibamenti, dell’effettiva cessione dell’Istria alla Jugoslavia e del ritorno di Trieste all’Italia; novembre e dicembre, firma del Trattato di Osimo e secondo esodo, tanto per citarne alcuni. Di certo, a fornire utili spunti di approfondimento, di confronto e di dialogo ci sono anche altri momenti inclusi quelli che, in un’ottica di obiettività storica, potrebbero essere proposti da quanti oggi risulterebbe più costruttivo considerare interlocutori piuttosto che “nemici”. Lo stesso accento sulle nostre vicende dovrebbe gradualmente essere spostato dalle foibe, oggi decisamente facenti parte del passato, all’esodo ed alle sue conseguenze tuttora d’attualità anche in considerazione del fatto che, quasi estintasi la prima generazione di esuli, i loro discendenti, in particolare quelli che hanno vissuto le tristi esperienze dei campi profughi e le difficoltà, dovute alla propria “profuganza”, dell’integrazione nel nuovo contesto nazionale o della successiva emigrazione, hanno un’età con ancora davanti un discreto  orizzonte di vita.
Anche il modo di ricordare dovrebbe essere in qualche misura modificato. I testi scritti non sono più il solo, o comunque il migliore, sistema di comunicare, di tramandare la storia e di fare cultura; ci sono altre espressioni come la televisione, il cinema, il teatro… e la stessa “rete”, per quanto da “prendere con le pinze” per le sue tante intemperanze, che inducono conoscenza, non solo attraverso il nozionismo bensì, soprattutto, attraverso l’emozione; quella tempesta di sentimenti che fa sì che ciò che si apprende si radichi nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ancora, non dovendo solo più squarciare la cappa di silenzio che per troppo tempo ci ha oppressi, bensì piantare dei saldi “paletti”, ovvero far emergere “verità” incontestabili, con cui riscrivere una certa storia sarebbe opportuno passare dalla memorialistica, basata sulle testimonianze dei protagonisti di allora, alla ricerca e pubblicazione di una probante documentazione in merito ai tanti fatti che sono tuttora oggetto di contestazione.
Tutto questo il nostro “Libero Comune di Pola in Esilio” l’ha capito da tempo ed è in questa innovativa ottica che si è mosso per dare corpo alle sue ultime iniziative. In ordine di tempo: la ristampa anastatica delle Arene ’45-’47 che intende far rivivere le atmosfere in cui i fatti che vi sono descritti si sono svolti aiutandone la comprensione; il filmato Istria addio che, rivolto alle scuole, non vuole essere una lezione di storia bensì provocare emozione per indurre docenti e studenti ad approfondire la materia del Confine orientale avviando così un processo di autoformazione idoneo a radicare in essi la consapevolezza di ciò che è stato; la ricerca in atto, presso gli archivi di Belgrado, di documenti riguardanti i fatti di Vergarolla che è volta a fare, per quanto possibile, chiarezza sulle responsabilità di quel tragico episodio e porre fine alle illazioni che ancora lo connotano.
Ma non è tutto. C’è ancora una cosa che bisogna fare: smetterla di essere autoreferenziali e di parlarci addosso. Non solo i tempi, come suddetto, vanno dilatati, ma anche il numero di chi ci presta ascolto dev’essere ampliato rivolgendoci in primis ai giovani. Il nostro uditorio principale dev’essere costituito dalle scuole. Entrarci non è mai stato facile ma oggi lo è un po’ di più; il farlo dipende anche da noi, anzi soprattutto da noi, dalla nostra determinazione e da quanto siamo in grado di proporre che, per essere coinvolgente, dev’essere attualizzato e proiettato nel futuro. Ed ancora non basta. Se andiamo ad una nostra manifestazione o partecipiamo ad una nostra iniziativa non dobbiamo andarci da soli, portiamoci anche un amico, un conoscente che non sia “gente nostra” soprattutto se scettico nei confronti di ciò che ci riguarda. Se comperiamo un libro che parla di noi, prendiamone anche un altro da regalare a chi non sa. Può sembrare poca cosa ma non lo è affatto; servirebbe quantomeno a raddoppiare il numero di coloro che sanno.
Silvio Mazzaroli
 

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