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Senato della Repubblica XIV Legislatura Istituzione del "Giorno del Ricordo"
SENATO DELLA REPUBBLICA  --    XIV LEGISLATURA

561a SEDUTA PUBBLICA   RESOCONTO STENOGRAFICO
GIOVEDÌ 11 MARZO 2004     (Antimeridiana)
Presidenza del vice presidente DINI, indi del presidente PERA e del vice presidente FISICHELLA
  CUT
Seguito della discussione dei disegni di legge:
(2752) Deputato MENIA. – Istituzione del "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati (Approvato dalla Camera dei deputati)
(2189) STIFFONI ed altri. – Istituzione della "Giornata della memoria e dell’orgoglio dedicata agli esuli istriano-dalmati"

(2743) BORDON. – Istituzione del "Giorno della memoria" dell’esodo di
istriani, fiumani e dalmati
(Relazione orale)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 2752, 2189, e 2743.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 4 marzo il relatore ha svolto la relazione orale ed è stata dichiarata aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Servello. Ne ha facoltà.
SERVELLO (AN). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, l'istituzione di un "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe e del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati rappresenta un atto di grande valore etico e civile. Finalmente le istituzioni riconoscono una verità storica a lungo negata dagli interessi politici e dalle rigidità ideologiche di un passato non tanto remoto.
È anche significativa la vasta convergenza bipartisan su un capitolo così doloroso della nostra storia. Questa circostanza dimostra che l'esigenza di valori condivisi rimane forte nel mondo politico italiano, a dispetto delle asprezze che registriamo nel dibattito quotidiano.
Devo però anche rilevare che considero l'approvazione di questo disegno di legge non un punto di arrivo, bensì un punto di partenza. Rimane, infatti, sul tappeto una serie di problemi morali e politici che impegnano Governo e Parlamento ad azioni finalmente risolutive; ma su questo mi soffermerò più avanti.
Al momento, tengo a sottolineare il significato storico di questa legge. Questo significato si condensa nel fatto che la Repubblica non rende oggi omaggio a una memoria di parte, né tanto meno ad una memoria d'odio, ma a una memoria d'amore, una memoria capace di unire la comunità nazionale come solo può unire l'esperienza del dolore collettivo.
In questo senso devo esprimere il mio apprezzamento, come parlamentare della destra, per la civiltà e la maturità dimostrate da quei larghi settori dell'opposizione che hanno deciso di appoggiare questo provvedimento. So che non era facile, soprattutto per i colleghi del Gruppo dei Democratici di Sinistra, scegliere la via del riesame di consolidate versioni della storia. Mi sembra comunque significativo il fatto che una tale svolta sia maturata sull'onda del dibattito che si è svolto negli ultimi anni nel Paese intorno all'anomalo rapporto tra storia e politica che abbiamo conosciuto nei decenni passati.
Il riconoscimento della responsabilità che in tale anomalia ha svolto il vecchio PCI è venuta, almeno per quello che riguarda le foibe e l'esodo, dagli stessi vertici della Quercia. Non è privo di significato che il presidente dei deputati DS, Luciano Violante, abbia dichiarato, nei giorni che hanno preceduto alla Camera il voto sul disegno di legge, che Botteghe Oscure ha avuto "sicuramente le sue gravi responsabilità" nella rimozione del dramma di tanti italiani.
Tornando al significato complessivo del "Giorno del ricordo", l'elemento decisivo mi sembra consistere nel fatto che la data prescelta sia il 10 febbraio, giorno del Trattato di Parigi che impose all'Italia la mutilazione delle terre adriatiche. Se invece, come avevano inizialmente proposto i vertici DS, fosse stata scelta la data del 20 marzo, giorno in cui partì da Pola l'ultimo piroscafo con la nostra gente, gran parte del significato storico-politico del "Giorno del ricordo" sarebbe probabilmente andato perduto.
Il dramma dell'esodo fu, infatti, la conseguenza del fatto che l'Italia fu trattata, nonostante la cobelligeranza decisa dal Governo Badoglio l'8 settembre 1943, senza alcun riguardo dai vincitori anglo-americani. Senza il ricordo del diktat di Parigi non si intenderebbe il motivo dell'umiliante trattamento riservato ai profughi italiani, che furono pressoché occultati allo sguardo dei loro connazionali. I ferrovieri di Bologna, manovrati dal Partito Comunista Italiano, arrivarono persino a decretare lo sciopero per l'arrivo di un treno carico di esuli, asserendo che si trattava di fascisti.
A determinare le sofferenze della nostra gente fu anche un calcolo cinico e tutto politico. Gli esuli erano i testimoni della sconfitta e della mutilazione territoriale, due cose che le classi dirigenti dell'epoca volevano a tutti i costi nascondere. Il motivo stava nel fatto che quelle stesse classi, in cerca di legittimazione storica e politica, tendevano a presentarsi al Paese con il rango dei vincitori.
Secondo tale rappresentazione, la guerra l'aveva persa non l'Italia intera, ma solo il fascismo. In questo senso il mito della Resistenza fungeva da alibi e da mito autoassolutorio, come ha ben scritto lo storico Gianni Oliva in un libro uscito qualche mese fa, di cui cito brevemente un passo, che mi pare illuminante: "La Resistenza ha offerto a tutti l'alibi della vittoria ed è stata usata come strumento per una rielaborazione della storia parziale, impropria, ipotecata da rimozioni e censure". Tale è il pensiero dello storico.
Vorrei sottolineare che contro quella manipolazione si levò la voce di Benedetto Croce in un memorabile discorso tenuto alla Costituente nei giorni della ratifica del Trattato di Parigi. Il filosofo liberale indicò il rischio che l'Italia perdesse la pienezza della consapevolezza storica e difese con decisione la necessità di mostrare la verità in tutta la sua durezza e crudeltà.
Altri popoli hanno avuto la forza di vivere una nuova vita, nella libertà e nella democrazia, partendo dalla consapevolezza della tragedia e della sconfitta. Pensiamo alla Spagna, lacerata dalla guerra civile; pensiamo alla Germania, divisa in due per quasi cinquant'anni; pensiamo al Giappone, unico Paese al mondo ad aver sperimentato direttamente gli effetti tremendi della bomba atomica. Oggi sono tutte democrazie moderne e coese. Perché solo l'Italia ha voluto, invece, ricominciare a vivere nascondendo a se stessa tutta la verità sulla propria condizione?
Risiede probabilmente in quella lontana "furbizia" una delle cause della debolezza del nostro Paese in fatto di memoria comune. Forse è in quel rifiuto di accogliere degnamente i 300.000 istriani, dalmati e fiumani che non avevano più casa il primo eloquente sintomo dell'identità lacerata, il segno che l'Italia ha perso per una lunghissima stagione la percezione del destino comune e del dolore che affratella i cittadini di una Nazione.
Come dicevo all'inizio del mio intervento, l'istituzione del "Giorno del ricordo" è anche un atto che impegna politicamente il Governo e il Parlamento. Se vogliamo essere moralmente coerenti, dobbiamo anche risolvere innanzitutto la questione della restituzione agli esuli o ai loro eredi dei beni confiscati dal regime di Tito. Sarebbe un atto riparatorio che non risarcirebbe certo la nostra gente delle tante angherie e delle umiliazioni subite, ma sarebbe almeno un atto di giustizia che i tanti anni passati da quei dolorosi fatti non rendono comunque inutile. È bene che nelle trattative bilaterali con Zagabria e con Lubiana la questione venga nuovamente sollevata.
Come pure va sollevato il problema delle minoranze italiane al di là del confine. Il problema riguarda anche la restituzione alle città slavizzate della loro memoria storica. È doloroso, ma doveroso, ricordare che nei cimiteri di diversi paesi istriani sono state slavizzate persino le iscrizioni funerarie.
La situazione è drammatica. Come risulta dal censimento del 2002, la popolazione di lingua italiana si è ridotta in dieci anni del 26 per cento nell'Istria slovena e dell'8 per cento nell’Istria croata. Vi sono diminuzioni demografiche del 40 per cento, come a Piranio, o del 30 per cento, come a Capodistria. Non è un fenomeno naturale, ma il risultato della politica nazionalistica ed etnocentrica di Lubiana e Zagabria. Una legge slovena mette in seria difficoltà con l'anagrafe ben 14.000 cittadini sloveni di lingua italiana.
Il mio rammarico è che la questione non è stata fatta pesare dai vari Governi italiani mentre Slovenia e Croazia chiedevano l'ingresso nell'Unione Europea. Era doveroso da parte nostra ricordare a questi due Governi che entrare nell'Unione Europea significa anche condividere princìpi di umanità, di libertà, di tutela delle minoranze linguistiche e di rispetto dell'identità storica dei popoli. Tutte cose sancite dalla Carta dei diritti del cittadino europeo presentata al vertice di Nizza del dicembre 2000.
L'Italia democratica può impartire, da questo punto di vista, lezioni a tutti. In nessun Paese come nel nostro le minoranze sono riconosciute e garantite. Proprio per questo abbiamo titolo per chiedere reciprocità di trattamento quando si tratta di rispettare la dignità, i sentimenti storici degli italiani e l'identità dei luoghi passati sotto la sovranità di altre entità statuali. E questo non in nome di alcun rancore nazionalistico, ma in virtù dei valori di amicizia e collaborazione tra i popoli. Così si è, ad esempio, regolata Atene quando ha posto il problema della tutela della comunità greca di Cipro e nessuno l'ha accusata di nazionalismo, ponendo il problema della minoranza greca. Nessuno potrà lanciarci un'accusa simile se solleveremo il problema davanti alla Corte di giustizia europea. Ne abbiamo il diritto e l'obbligo morale.
L'Italia ha fatto fino in fondo il suo dovere. Ha riconosciuto onestamente e umilmente i torti arrecati ad altri popoli. Ma la riconciliazione e il pentimento non possono essere atti a senso unico. Anche i Paesi che hanno causato ingiuste sofferenze alla nostra gente devono fare la loro parte. Chiediamo atti dal valore politico e simbolico. Si tratta di atti fondamentali per costruire proficue relazioni internazionali: deve esserci pari dignità tra tutti i soggetti che fanno parte delle organizzazioni europee.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, gli interessi commerciali sono importanti, ma non sono tutto. C'è anche la dignità fondata sulla verità. L'Italia non ha più nulla da farsi perdonare. E proprio per questo non deve dimenticare. (Applausi dai Gruppi AN, LP e del senatore Gubetti. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pagliarulo. Ne ha facoltà.
PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, onorevoli senatori, vorrei chiedere alla Presidenza di assumere agli atti il mio intervento integralmente, ove superassi il tempo assegnato.
Come si sa, stiamo oggi discutendo un disegno di legge che istituisce il "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe. Questo disegno di legge è stato approvato l’11 febbraio dalla Camera e vorrei ricordare che su 517 votanti i favorevoli sono stati 502 e i contrari 15.
Dunque, anche la grandissima maggioranza dell'opposizione ha votato per questo provvedimento. Ma proprio nel dibattito alla Camera hanno avuto conferma tutti gli elementi in base ai quali noi Comunisti Italiani avevamo già deciso di votare no a tale provvedimento.
Vede, signor Presidente, nella replica del 4 febbraio il sottosegretario di Stato per la difesa Berselli, dunque il rappresentante del Governo, che per definizione esprime non un punto di vista personale ma il punto di vista del Governo della Repubblica, ha fra l'altro affermato che è giusto ricordare le foibe, così come è giusto ricordare gli eccidi che furono commessi allora. "I fratelli Cervi" - ha affermato - "ma anche i fratelli Govoni; le Fosse Ardeatine e Marzabotto, ma anche gli eccidi del Triangolo della Morte; don Minzoni e Matteotti, ma anche Giovanni Gentile". Ed ha concluso dicendo che questa operazione di equiparazione dei morti rappresenta il recupero della memoria storica dell'Italia intera. Non solo: il Sottosegretario ha affermato che questa legge consentirebbe di dar vita ad un clima di vera riconciliazione nazionale, che solo così potrà portare a fare del 25 aprile una data in cui gli italiani si trovino finalmente uniti.
Ebbene, noi respingiamo alla radice questo ragionamento, perché in apparenza attiene ad un generale ripudio della violenza nelle sue forme più efferate, ma nella sostanza annega le responsabilità del Ventennio e della guerra mondiale con una "equa", e perciò del tutto inaccettabile, distribuzione delle colpe. Sono le equiparazioni che hanno sempre fatto i fascisti in Italia per giustificare gli orrori del Ventennio.
Noi respingiamo alla radice questa impostazione, che annulla in ogni modo ragioni e torti, ignora il contesto in cui sono avvenuti i singoli episodi, propone una radicale riscrittura della storia d'Italia durante, prima e dopo la guerra. Noi respingiamo alla radice tutto ciò perché è iscritto nel tentativo di chiudere la parentesi di questo cinquantennio democratico, di riabilitare il fascismo, di dare allo Stato italiano nuovi fondamenti ideali e, come si vede dai dibattiti di queste settimane, istituzionali.
Sempre nel dibattito alla Camera si è ricordato che nella relazione che illustra la proposta di legge vi era il riferimento ai meriti della X Mas e del Battaglione bersaglieri Mussolini, come è parso in alcuni interventi alla Camera che la legge di cui stiamo discutendo fosse dipinta in qualche modo come un completamento dell'introduzione della Giornata per la memoria dell'Olocausto.
Le foibe sono state una vicenda terribile, ma foibe e Shoah non sono paragonabili. Sono stati sottolineati toni di tipo irredentistico che mi paiono fuori dalla storia ed inopportuni politicamente. La Slovenia entrerà a far parte dell'Unione Europea il 1° maggio, la Croazia dovrebbe in breve tempo entrare in Europa. Non mi sembra proprio il momento di una recrudescenza irredentistica, né mi pare il momento di aprire contenziosi con questi Paesi.
Si è respinto un emendamento, tra i tanti, che avrebbe escluso dal riconoscimento previsto dalla legge i congiunti di coloro che tennero un comportamento efferato fra appartenenti e collaboratori di organi come l'Ispettorato speciale di pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, il Centro per lo studio del problema ebraico (come si sa, era un eufemismo), i membri delle squadre di azione protagonisti dei pogrom antiebraici.
Si è sottolineato che l'elemento ideologico di fondo del dramma delle foibe fu il comunismo, anzi che la Giornata della memoria di cui stiamo discutendo sarebbe la giornata della memoria della vergogna del comunismo italiano. Si è detto che la guerra ai confini orientali era motivata dal fatto che bisognava impedire che il nostro Paese fosse invaso dal comunismo; si è asserito che i combattenti della RSI salvarono migliaia di italiani dall'odio tedesco.
Ebbene, signor Presidente, mi è parso stupefacente che tutto ciò sia avvenuto nell'Aula della Camera dei deputati del Parlamento della Repubblica e mi permettano gli amici e in particolare i compagni dell'opposizione di dire che trovo assai grave che questa legge abbia trovato il voto favorevole della stragrande maggioranza dei deputati dell'opposizione. Le foibe - ripeto - sono state un fenomeno drammatico e gravissimo, ma precedenti e cause non possono essere rimossi, pena una visione metastorica di parte e funzionale ad una tesi che, in ultima analisi, è quella della storiografia fascista.
Né si può ignorare tutto ciò che avvenne nei territori conquistati dal 1941 nella Iugoslavia. Posso ricordare qualche episodio come, ad esempio, il rastrellamento nel villaggio di Kragulevak, ove sarebbero state fucilate 2.300 persone; nella zona occupata della Slovenia si stimano in 4.000 gli ostaggi fucilati dagli italiani, in 1.903 quelli torturati ed arsi vivi, in 7.000 i deportati; nel campo di concentramento della sola isola di Arbe sono state calcolate 1.500 vittime.
Gli storici sloveni stimano in 11.000 i morti fra gli internati iugoslavi nei campi italiani. 15.000 slavi furono internati ad Arbe, 4.000 a Gonars, 4.000 a Visco, 1.000 a Sdraussina, tanti altri in provincia di Arezzo, Treviso, Padova, Frosinone. Dal 1941 al 1943 furono colpiti gli ebrei in quei territori; proprio a Trieste, il 16 settembre 1938 (l’anno delle leggi razziali), Mussolini pronunciò un duro discorso contro quello che lui chiamava l’ebraismo mondiale.
Fu il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d'armata nel 1942 a decretare l’invio in campi di prigionia di tutti i maschi fra i diciotto e i cinquantacinque anni trovati in località isolate nella regione di Lubiana, internando tutti gli sloveni e mettendo al loro posto gli italiani. Fu sempre lui a inviare una circolare in cui scriveva testualmente che "si ammazza troppo poco".
Fu il generale Umberto Fabbri nell'estate del 1942 a ordinare la fucilazione di centinaia di croati e sloveni residenti nella parte della Croazia annessa alla provincia di Fiume. Fu il generale Gastone Gambara, succeduto al generale Robotti, ad affermare testualmente: "logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo". Lo affermava a proposito del campo di concentramento di Arbe, soprannominato "l'isola della morte".
Fu il generale Emilio Grazioli a scrivere, in un dispaccio riservato: "estensione delle rappresaglie agli abitati situati in prossimità dei luoghi ove si verificassero rappresaglie, attentati, atti di sabotaggio".
Fu il tribunale militare di guerra insediato a Lubiana a decretare, nella seduta del 7 marzo 1942, la pena capitale per 28 abitanti di Borovnika, e il plotone d'esecuzione era composto da elementi dell’VIII Battaglione M. E "M", sapete, voleva dire Mussolini. I più gravi crimini furono commessi proprio dai reparti delle camicie nere. Perché? Lo scriveva in una lettera la camicia nera Guglielmo Ricci che si trovava a Spalato. Ricci scriveva: "facciamo la guerra al comunismo e non gli diamo pace, poiché, escluso gli italiani, sono tutti comunisti". Continua la lettera: "si fece il plotone di esecuzione e se ne fucilò 26 e con buona soddisfazione a me toccò proprio il capo di tutti i comunisti della Croazia".
Ricordo che, su un calcolo approssimativo, di 45.000 deportati da tutta l'Italia nei lager nazisti, i soli deportati dal territorio della Adriatisches Kunstenland, cioè della Venezia Giulia, secondo gli storici, furono 8.822, uno su cinque. Da altri studi si evince che, su 123 convogli partiti da tutta Italia verso i campi di sterminio, 74 partirono dalla Adriatisches Kunstenland. Su 43 convogli a livello nazionale di soli deportati ebrei, 22 partirono dallo stesso territorio.
Il documento della commissione bilaterale italo-slovena afferma che il fascismo cercò di snazionalizzare le minoranze slovene e croate presenti nella Venezia Giulia con l'intento di arrivare a una bonifica etnica della regione e aggiunge un severo giudizio sulle violenze gravissime compiute dopo l’8 settembre dai partigiani iugoslavi ai danni degli italiani.
Ricostruisce poi l'esodo degli italiani dall’Istria nel dopoguerra. In particolare, il documento sottolinea l'azione del regime fascista che aveva l'intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia; la commissione citata ricorda la repressione attuata nei confronti del clero attraverso vari episodi. Stime iugoslave calcolano in 105.000 gli sloveni e i croati che andarono via dalla Venezia Giulia. Tutto ciò determinò un fortissimo sentimento antitaliano.
Mi pare che gli elementi che ho riassunto o citato siano il punto di partenza per qualsiasi ragionamento su ciò che avvenne successivamente, e cioè le foibe e le sparizioni e gli orrori ad esse collegati. Foibe e sparizioni, ho detto. Ma attenzione: perché il senatore Magnalbò ha affermato che con questa legge si rimedia alla memoria di quelle vittime, che fino ad ora sono state considerate diverse rispetto a quelle di altri genocidi? Perché ha utilizzato la parola "genocidio"?
È la vecchia tesi dell'estrema destra italiana, quella del "genocidio nazionale"? Non fu un genocidio, per l'eterogeneità dell'origine territoriale delle vittime: esse furono giuliani e dalmati, prevalentemente, ma anche sloveni, croati e italiani di altre regioni. Non fu un genocidio per il numero: nel 1943, secondo le stime delle stesse autorità della Repubblica sociale italiana, oscillarono da 500 a 700; nel 1945 furono, forse, alcune migliaia (4.000-5.000, secondo alcune stime). Cifre terribili, certo, ma lontanissime da qualsiasi definizione di genocidio. Parlare di genocidio, ancora, da un lato cambia il segno di quello che avvenne e dall’altro avvicina le foibe, come ho già detto, alla Shoah.
Dunque le foibe del 1943, dopo l’8 settembre, furono causate dall’oppressione di un ventennio, da deportazioni, esecuzioni, arresti, distruzioni di villaggi; quelle del 1945, alla fine di una guerra di aggressione da parte dell’Italia fascista, si spiegano in modo analogo, con l’aggiunta della vendetta del nazionalismo slavo, che otteneva la sua terribile rivincita contro gli italiani.
Ecco perché questa legge è sbagliata e pericolosa. Perché parla di memoria ma cancella la memoria. Perché registra un evento senza un "prima" e un "dopo", perché riduce il "dove" ignorando tutto il resto di ciò che avvenne in quei territori e nei territori slavi, e in questo modo mistifica il "perché", quando non imbroglia, come quando si afferma, come è avvenuto alla Camera, che le foibe sono state determinate dalla "ideologia comunista".
Perché la resistenza che si sviluppò in Istria, sul Carso, nelle stesse città di Trieste e Gorizia vide spesso uniti croati, sloveni, italiani. Perché con le autorità tedesche collaborarono tanti vecchi fascisti, nonostante la Venezia Giulia fosse stata staccata dalla stessa Repubblica sociale e annessa al Terzo Reich. Perché sotto il comando tedesco operarono l’Ispettorato di pubblica sicurezza, la Guardia di finanza, i collaborazionisti italiani, i "domobranci" sloveni, i "centini" serbi, i cosacchi a cui i nazisti avevano dato la Carnia per farne il Kosakenland dopo aver cacciato gli abitanti e bruciato i villaggi. E fu nel contesto della Adriatisches Kustenland che nacque il forno crematorio alla Risiera di San Sabba. Perché si è calcolato che i partigiani iugoslavi uccisi durante la Resistenza e la seconda guerra mondiale sono stati circa 1.700.000. O tutto ciò non ha avuto alcuna importanza?
Eppure - aggiungo - la Germania ha subìto terribili eventi alla fine della guerra, ma non è mai stata istituita alcuna Giornata della memoria. Né si può dimenticare, a proposito di chi per pura propaganda di destra parla di giornata della vergogna dei comunisti italiani, che più volte, ed in particolare nella risoluzione del Cominform del 1948, il Partito Comunista Italiano e la Lega dei comunisti iugoslavi si collocarono su fronti opposti.
Né si possono dimenticare i tanti comunisti italiani, a cominciare da Palmiro Togliatti, che hanno lavorato per anni per superare contrapposizioni e per creare in quelle terre una condizione di convivenza duratura e ragionevole.
Né si può sottacere che la legge di cui stiamo discutendo oggi, ben oltre gli scopi a cui essa è deputata, di fatto può rinfocolare e dividere proprio in un momento in cui nuovi membri entrano nella Comunità europea.
Né si può dimenticare lo scenario durante e al culmine del quale avvengono i terribili episodi cui si riferisce la legge, e cioè la guerra, che fu guerra di aggressione, che la Germania di Hitler e l'Italia di Mussolini hanno iniziato in Europa, causando - assieme alla Grande guerra, definita dal Pontefice "l’inutile strage" - la più grande ecatombe della storia dell’umanità.
Altro che, come è stato affermato alla Camera, dire che con tale provvedimento potremmo superare le conseguenze della tragica guerra del 1940-1945! Come se quella guerra fosse caduta dal cielo, o come se non vi fosse alcuna differenza fra aggrediti ed aggressori!
Noi Comunisti Italiani non condividiamo questo disegno di legge, che corre il rischio di rinfocolare tensioni e rancori. Ed è significativo che proprio alla Camera parole di verità siano state pronunciate da un uomo con il quale in passato i comunisti sono sovente entrati in polemica, Ugo Intini, quando ha affermato: "I fascisti hanno oppresso l'Italia, i comunisti no; i fascisti hanno perseguitato gli ebrei italiani e tanti cittadini italiani, i comunisti no. Anzi, i comunisti hanno lottato per la libertà dell’Italia assieme ai socialisti, ai democristiani e ai liberali".
Vedete - mi rivolgo agli amici e ai compagni dell'opposizione - io ho molto rispettato ed apprezzato le parole di Ugo Intini, perché ha detto cose che ritengo giuste ed ovvie, sia pure nell'ambito di un’opinione, anche su questo testo di legge, diversa dalla nostra. Ma mi sarei francamente aspettato di non ascoltare solo dall’onorevole Intini quelle parole nell'ambito della cosiddetta sinistra moderata.
Il giudizio su questa legge e sulla tragedia delle foibe, come su tante vicende, è iscritto in un giudizio più ampio che riguarda la storia del nostro Paese, le responsabilità del fascismo, il rapporto fra comunisti e democrazia, la costruzione dell'Italia, che, come tutti voi, cari colleghi dell’opposizione, sostenete, come tutti noi sosteniamo, è nata dalla Resistenza. E fu essenziale il ruolo del PCI nel dopoguerra proprio sulla questione di Trieste e in particolare nel 1946, quell’anno cruciale in cui i comunisti erano al Governo.
Se oggi vedo un oblio, lo vedo verso tutte le avventure coloniali del fascismo in Africa, lo vedo verso l’invasione della Iugoslavia, lo vedo in generale verso i misfatti, le stragi, le violenze perpetrate in patria e all’estero dal fascismo.
Nella storia della guerra di liberazione nazionale e del dopoguerra, una storia che è anche la nostra e la vostra, che è la storia degli italiani, uno dei più importanti protagonisti è stato il Partito Comunista Italiano, che ne ha segnato le tappe in ogni modo con lotte inenarrabili, con il sacrificio dei militanti, con l’abnegazione dei dirigenti.
La storia delle battaglie di libertà in Italia è anche la storia del Partito Comunista Italiano. Oggi quella storia e quelle libertà sono messe in discussione da un Governo che, in modo diretto o in modo surrettizio, cerca di trasformare i connotati della Repubblica anche attraverso una riabilitazione parziale o totale del fascismo ed anche attraverso un'ignobile campagna di menzogne verso il Partito Comunista Italiano.
Badate, l'attacco al Partito Comunista Italiano è anche un attacco alla democrazia, a quella democrazia che abbiamo costruito in questo mezzo secolo insieme: comunisti, socialisti, laici, cattolici.
Di quella storia, di quei militanti, di quei dirigenti noi andiamo orgogliosi e ne rivendichiamo - noi comunisti - l’eredità ideale. Grazie a quella storia abbiamo appreso una visione critica delle cose ed anche della nostra stessa storia, ma questa visione critica non è mai rimozione e tanto meno pentimento. È una storia che ci ha insegnato a non levarci il cappello né davanti ai potenti, né davanti ai prepotenti. I comunisti del nostro Paese sono sempre andati, vanno e andranno a testa alta! (Applausi dai Gruppi Misto-Com, DS-U e Misto-RC. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedrizzi. Ne ha facoltà.
PEDRIZZI (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, fino a qualche minuto fa non sapevo ancora come avrei impostato il mio intervento; non sapevo cioè se utilizzare gli usuali e canonici schemi, riflettendo sull’importanza di quanto stiamo decidendo, di quello su cui stiamo legiferando, con considerazioni di carattere personale, ovvero se tentare di far comprendere a quest’Aula la dimensione soprattutto spirituale, oltre che fisica, della tragedia dei giuliano-dalmati leggendo alcuni scritti di un mio carissimo amico, Claudio Antonelli, profugo e figlio di profughi istriani, oggi residente in Canada.
Solo ora, negli ultimi minuti, sapendo che avrebbe presieduto lei, signor Presidente, e confidando nella sua comprensione e disponibilità, ho deciso che cercherò di fare l’una e l’altra cosa, se lei me lo consentirà, svolgendo cioè il mio intervento e le mie considerazioni e chiedendole poi di lasciare agli atti gli scritti di Claudio che avrei voluto leggere, cosa che non posso fare per motivi di tempo, ma che i colleghi o che gli interessati ai nostri dibattiti potranno trovare domani nella nostra documentazione, commuovendosi, sicuramente commuovendosi, come è capitato a me.
Onorevoli colleghi, esiste una verità che per sessant’anni è stata nascosta agli italiani, una pagina di storia strappata dai libri, rimossa dalla memoria collettiva, negata a tutte le giovani generazioni del dopoguerra. L’oblio a cui si è voluto condannare l’olocausto degli italiani trucidati, infoibati, dai comunisti slavi e l’esodo di decine di migliaia di giuliano-dalmati è una delle vergogne più grandi a cui noi come classe politica, come italiani, ma direi anzitutto come uomini, abbiamo il dovere di porre rimedio.
E, certo, ad assolvere ad un simile impegno, che è storico e sacro per chi crede nella verità ultima e vera e non alla verità ideologica, non basterà certamente l’istituzione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe e degli esuli istriani perché non è sufficiente - anche se è evidentemente necessario - dedicare un giorno dell’anno alla memoria del genocidio e dell’esodo che gli italiani istriano-dalmati hanno subito e per cancellare forse la nostra più grande vergogna nazionale.
Per mezzo secolo, per viltà e opportunismo, ci siamo dimenticati i nostri fratelli infoibati e cacciati dalle loro terre, per aver accettato e soggiaciuto al ricatto del Partito comunista, soprattutto alla sua egemonia sulla cultura, al suo potere di pressione; abbiamo evitato di guardare dentro quelle foibe dove erano stati gettati i nostri fratelli ma dove precipitò anche la nostra dignità, il nostro coraggio e - se a qualcuno la parola non fa paura - anche il nostro onore.
Revanscisti, nazionalisti, fascisti erano chiamati quelli che per tutti gli anni di questo lungo interminabile dopoguerra - il "passato che non vuole passare" lo ha definito qualcuno - nelle scuole e nelle piazze, nei Consigli comunali e nelle Aule parlamentari, nell’indifferenza generale e circondati dall’ostilità più ottusa e fanatica, non hanno mai smesso di ricordare il sacrificio di quegli italiani scientificamente eliminati dalle fazioni partigiane di Tito, benedette da Tito, il maresciallo a cui anche i moderati italiani - lo dobbiamo riconoscere, democristiani, socialisti, liberali - guardavano come al leader illuminato di un Paese socialista non allineato.
Revanscisti, nazionalisti, fascisti ci chiamavano per chiuderci così la bocca e per farci e far chiudere gli occhi sulla tragedia della Venezia Giulia, per non sentire più i nomi dell’orrore (Basovizza, Monrupino, Opicina), per non ricordare cosa accadde, per non rivivere le scene dell’orrore.
I nostri fratelli condotti, dopo atroci violenze e sevizie, nei pressi della foiba, i polsi, le caviglie, legati con il filo di ferro stretto con le pinze e poi legati l’uno all’altro fino a farne una fila da dieci per essere gettati nel baratro, dopo che al primo della cordata - pensate, era il più fortunato - il piombo comunista aveva tolto la vita; poi, chi non trovava subito la morte dopo un salto di decine e decine di metri, restava lì, nel fondo della foiba, ad agonizzare tra sofferenze indicibili.
Oggi per la destra, per noi che non abbiamo mai smesso di averle davanti agli occhi quelle scene, per noi che da ragazzi frequentavamo le sedi degli esuli giuliano-dalmati oscure e abbandonate dove si rifugiavano questi nostri fratelli, per noi che ai nostri giovani non abbiamo mai smesso di raccontare quanto avvenne, che mai abbiamo smesso, neppure per un attimo, di ricordare agli italiani quanto ha sofferto il popolo istriano, quanto ingiusto è stato ed è il suo esilio, quanto feroce fu la slavizzazione di quelle terre, ebbene, per noi oggi è un giorno particolare ed importante: e, guardate, non perché dopo tanti anni, tante incomprensioni e tante accuse questa è una vittoria politica, sarebbe veramente meschino se lo pensassimo, ma perché la nostra battaglia oggi è patrimonio condiviso della stragrande maggioranza del Paese.
Oggi le foibe non sono più una battaglia della destra, ma una ferita che tutta la Nazione avverte nel suo corpo e con tanta più sofferenza ed acutezza quanto lungo è stato il tempo della sua rimozione per mezzo di quelle che lo storico Courtois chiama le "amnesie-amnistie" della storia. Amnesie clamorose che si tingono di surreale quando, come è stato ricordato, cercando su un vocabolario il termine foiba si trova generalmente questa definizione: "Dal friulano foiba e in latino fovea, fossa; in geografia fisica: uno dei tipi di dolina; in particolare, nella regione istriana sono indicate con il nome di foiba le grandi conche chiuse derivate da doline fuse assieme, al fondo delle quali si apre un inghiottitoio più o meno profondo". Questo recita il vocabolario; nessun riferimento, evidentemente, all’uso che i partigiani comunisti iugoslavi del maresciallo Tito ne fecero tra il 1943 e il 1945.
Amnesie storiche clamorose, appunto, e grottesche. Amnesie che costituiscono l’antecedente ideologico alle amnistie politiche, perché quando si parla di Istria e di foibe non si può dimenticare un’altra tappa di questo lungo percorso di infoibamento della memoria e della dignità nazionale.
Non si può nemmeno dimenticare, per carità di Patria, nemmeno per opportunità o meglio opportunismo politico la grave responsabilità della classe politica dirigente italiana nella rinuncia alla Zona B del mai nato territorio di Trieste. Questione che nel 1974 l’allora Presidente della Repubblica sbrigò con questa battuta: "Non faremo la guerra certamente per cinquecento metri di terreno" laddove si trattava di oltre cinquecento chilometri quadrati di terra italiana.
Senza il Trattato di Osimo del 1975, infatti, oggi quelle terre sarebbero automaticamente italiane. Sarebbe bastato solamente che la nostra diplomazia di Governo avesse avuto il senso della Nazione oltre ad un minimo di lungimiranza politica in grado di farle intuire che qualcosa sarebbe cambiato…
BASSO (DS-U). Non dovevate andare in guerra con la Germania! Ma questa è altra storia. (Richiami del Presidente).
PEDRIZZI (AN). …e che nessun dato della storia è eterno, per evitare di svendere e tradire la nostra storia, il nostro territorio, la nostra gente. La nostra storia, signor Presidente, il nostro territorio; una storia ed un territorio italiani.
Anche su questo punto è necessario essere chiari e rimettere le cose a posto rispondendo una volta per sempre a coloro i quali ancora oggi non si vergognano di continuare a mentire affermando incredibilmente che l’orrore delle foibe fu una nemesi dolorosa, una ritorsione iugoslava per le atrocità commesse dall’esercito italiano in territorio iugoslavo durante l’occupazione fascista.
Una tesi che gli stessi fatti si incaricano di smentire. Se da un lato, infatti, la storiografia inglese in particolare ed israeliana hanno dato atto ai comandi italiani nei territori occupati (Iugoslavia, Grecia, Ucraina) di aver svolto un’importante opera di moderazione, dall’altro, bisognerebbe chiedersi perché, se le truppe italiane erano così odiate, le popolazioni della Iugoslavia avrebbero soccorso e protetto i militari italiani sbandati e ricercati dai tedeschi e perché la resistenza iugoslava avrebbe accettato che le divisioni italiane fedeli al Governo del Sud combattessero al loro fianco in Bosnia tra il 1943 e il 1945.
La verità è che l'ondata di massacri che si abbattè sull'Istria, su Trieste e su Gorizia faceva parte di un disegno preordinato di pulizia etnica per spaventare e cacciare dalla Venezia Giulia la popolazione di lingua veneta italiana; un disegno che si servì della retorica e della maschera dell'antifascismo come pretesto per ingannare l'opinione pubblica italiana e i Governi occidentali; un disegno che vide complice - lo dobbiamo ricordare - il Partito comunista disposto a cedere un'intera Venezia Giulia, fino a Trieste, Gorizia e Monfalcone, alla Iugoslavia di Tito.
Del resto Palmiro Togliatti, di cui oggi Cossutta e Rizzo, ma anche altri colleghi, rivendicano coerentemente l'eredità, tra il 16 e il 17 ottobre 1944, dopo l'incontro con i rappresentanti del maresciallo Tito, Edvard Kardelj e Milovan Gilas, scriverà al suo inviato nella Venezia Giulia Vincenzo Bianco: "L'occupazione della Iugoslavia è un fatto positivo di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo in tutti i modi favorire perché significa che in questa Regione non vi sarà una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana".
Dunque, non fu un errore del PCI di allora, come oggi dicono i DS accusati di revisionismo dai loro alleati di estrema sinistra, ma come ha giustamente scritto Alberto Indelicato su "Il Giornale": "La condotta dei comunisti italiani rispondeva ad una logica impeccabile, ad una posizione di soggezione a Stalin e al suo disegno di estendere l'egemonia sovietica in tutta Europa. Di quel disegno le bande di Tito costituivano una pedina indispensabile perché l'URSS mirava ad affacciarsi sull'Adriatico in preparazione di altre conquiste".
Questa è la verità storica, l'unica vera verità che dobbiamo finalmente tramandare alle generazioni future per ricordare loro, non un giorno l'anno ma ogni giorno e in qualsiasi occasione, cosa è stato e cos'è il comunismo, cosa è stata la tragedia dei nostri fratelli uccisi nelle foibe, quanto grande la sofferenza degli italiani cacciati dalle terre istriano-dalmate, esuli in una Patria che per decenni li ha dimenticati. Dobbiamo ricordare la verità, raccontarla, difenderla, perché come è scritto nel Vangelo, è la verità che rende liberi, liberi come uomini, liberi come Nazione. (Applausi dal Gruppo AN e del senatore Forlani).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malabarba. Ne ha facoltà.
MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, mi chiedo: la vicenda delle foibe può essere semplicemente liquidata come il frutto avvelenato delle imprese del generale Robotti, ossia dei massacri di sloveni e croati da parte dell'esercito italiano ai tempi del regime fascista? Questa è sicuramente una verità storica incontrovertibile, come ha ricordato puntigliosamente prima di me il senatore Pagliarulo e che in troppi - e non solo nella maggioranza, purtroppo - dimenticano.
Noi vogliamo scavare più a fondo o almeno lo vorremmo, ma probabilmente anche questa occasione di discussione sul doveroso riconoscimento ai congiunti degli infoibati non solo è andata persa dal punto di vista della restituzione della dignità alle vittime di una tremenda vicenda legata alla guerra e all'immediato dopoguerra, ma ha rappresentato un ulteriore passaggio molto negativo e preoccupante nel processo di revisionismo storico che punta a cambiare la natura del nostro patto fondativo costituzionale.
Per questa ragione, e nonostante l'accoglimento di alcuni nostri emendamenti nel corso della discussione presso la Camera dei deputati, abbiamo votato contro e voteremo contro il disegno di legge anche al Senato.
Soprattutto vogliamo denunciare ancora una volta la strumentalità da parte della maggioranza e del Governo rispetto ad un terreno come questo. Lo facciamo con grande convinzione proprio perché il nostro partito è nato - mi riferisco proprio alla ragione della sua esistenza, del suo atto costitutivo - dalla rottura esplicita con lo stalinismo e con i regimi autoritari e repressivi dell'Est europeo.
Pur non essendo il solo problema di una vicenda come questa - è ovvio - lo stalinismo e i regimi da questo prodotti fanno da sfondo ideologico, politico e sociale con conseguenze tanto chiare quanto drammatiche.
Già nel dibattito sull'istituzione della cosiddetta "Giornata della libertà", legata alla caduta del Muro di Berlino, ci siamo sentiti rinfacciare da parte della destra crimini dell'Unione sovietica o dei regimi staliniani di cui non si capisce dove la destra debba sentirsi vittima. Colgo così l'occasione per rivendicare, al contrario, qualcosa che sento particolarmente mio.
Le purghe staliniane degli anni Trenta in Unione Sovietica e, a cascata, in tutti i partiti comunisti del mondo, riguardavano soprattutto gli oppositori di sinistra, che si opponevano alla controrivoluzione operata dal regime, sia nei loro gruppi dirigenti massimi sia tra i milioni di militanti e di simpatizzanti che li seguivano.
Per fare un esempio, a venti anni dal 1917, dei membri del Comitato centrale del Partito bolscevico che diresse la Rivoluzione, quasi nessuno era morto nel suo letto, mentre tutti gli altri erano stati fucilati, (tranne Trotsky, in esilio in Messico, che fu picconato da un sicario di Stalin nel 1940). Così fu per il Partito polacco in cui aveva militato Rosa Luxembourg, che fu liquidato, alla vigilia della II Guerra mondiale, in nome del Patto Ribbentrop-Molotov, che portò alla spartizione della Polonia. E così, peraltro, fu in tutte le successive rivolte popolari represse dai carri armati sovietici.
La destra si è richiamata alla Berlino del 1953, dove gli operai avevano dato vita ai Consigli, ai vituperati Soviet. Vorrei ricordare che chiedevano il socialismo e non il potere della burocrazia e non inneggiavano, certo, alle borghesie occidentali. Che c'entrate, voi, colleghi della destra, con quelle rivendicazioni esplicite e con quegli obiettivi? Così è stato per Budapest nel 1956, per Praga nel 1968, Stettino e Danzica nel 1970, dove gli operai uscivano dai cantieri Lenin con le bandiere rosse e al canto dell'"Internazionale" e ancora contro Jaruzelsky nel 1980-1981 in Polonia, dove Solidarnosc nasceva su una splendida piattaforma per la democrazia socialista. Che c'entrate voi? Queste sono le nostre lotte per la democrazia e per il socialismo, contro la dittatura staliniana di cui è figlia la mia generazione politica e culturale. Quella repressione e le sconfitte di quelle lotte hanno portato al crollo dei regimi e alla crisi sociale acutissima che oggi attraversano.
Ma veniamo alle foibe. Nel 1943 la violenza fu spontanea, come vendetta dei contadini slavi per le tante violenze fasciste (che usavano nel 1921-1922, signor Presidente, proprio le foibe per gettare le vittime): qualcuno se ne ricorda? Se il senatore Pedrizzi lo vuole scrivere nel dizionario, sappia che qualcuno ha inaugurato la serie. Gli slavi avevano rappresentato una percentuale molto alta tra i condannati a morte dai tribunali speciali ed erano stati trattati ferocemente durante il ventennio, ma ancor più dopo la spartizione della Iugoslavia tra Italia e Germania nazista.
Tutte le testimonianze dirette, oltre a ricondurre quegli episodi a una rivolta contadina, con tutti gli strascichi di "giustizie fatte da sé" ai danni di coloro che per vent'anni erano stati i padroni, vale a dire non solo i fascisti ma gli italiani in genere, parlano di poche centinaia di vittime.
Nel 1945, invece, c'è stata una politica feroce di eliminazione degli avversari. Qui ritorna prepotentemente lo stalinismo, per capire cosa facevano le ben organizzate truppe di Tito. Ci sembra che vada ricordato un aspetto di solito ignorato: nel corso della guerra, la sinistra parte internazionalista e arriva nazionale, cosa che avrà ricadute devastanti. La questione fondamentale è che i comunisti iugoslavi avevano assimilato a fondo il recupero del nazionalismo che stava dietro al socialismo in un solo Paese e a tutta l'impostazione dei fronti popolari. Faccio un riferimento simbolico.
Uno degli scontri tra comunisti iugoslavi e parte di quelli italiani di Trieste e dell’Istria fu legato all’uso della bandiera rossa, vietata dagli iugoslavi al pari di quella italiana durante l’occupazione di Trieste. La guerra, iniziata come antifascista, divenne antitedesca e antitaliana, analogamente a quanto avveniva su scala maggiore con la grande guerra patriottica, come in URSS fu chiamata e vissuta la Resistenza.
Al tempo stesso, l’analoga impostazione nazionale data dal CNL italiano, con una piena corresponsabilità del Partito Comunista Italiano, creava tensioni nelle zone di contatto, che in qualche caso si tradussero anche in scontri armati o, peggio, in esecuzioni a freddo.
La contraddizione finì per lacerare, con strascichi che rimasero a lungo, lo stesso Partito Comunista Italiano, diviso in quella zona tra un PCI giuliano, che pubblicava un giornale che si chiamava "Il lavoratore", apertamente a favore dell’annessione alla Iugoslavia, e un Fronte comunista italiano, divenuto successivamente PCI della Venezia Giulia ad opera di dissidenti contrari alla soluzione annessionistica, non in chiave nazionalistica italiana ma contrapponendo piuttosto la bandiera rossa a quella iugoslava.
Le tensioni di quegli anni facilitarono poi l’impegno duramente antititoista (ma di fatto antiugoslavo) del Partito comunista del Territorio Libero di Trieste guidato da Vittorio Vidali.
Nella vicenda di quel periodo si intrecciarono dunque l’espansionismo iugoslavo e le comprensibili vendette che accompagnano ogni crisi politica e sociale. Alcuni commentatori hanno sottolineato il carattere prevalentemente non etnico delle violenze, ricordando che ad esempio in Slovenia i comunisti fucilarono circa 12.000 compatrioti collaborazionisti (o presunti tali, cioè anticomunisti o anche solo non comunisti), mentre in tutta l’area che va da Zara a Gorizia le vittime italiane secondo gli alleati (cioè gli Stati Uniti d’America) furono da 4 a 6.000.
Dare numeri attendibili non vuol dire giustificare ma essere storicamente onesti; distinguere tra quelli che sono atti inevitabili in un conflitto ancora aperto e la repressione successiva a freddo è importantissimo.
L’atto di fucilare, che in un momento dato della lotta può essere una dolorosa necessità, come hanno raccontato tanti comandanti partigiani e in alcuni casi lo stesso presidente della Repubblica Sandro Pertini, diventa in assoluto inaccettabile quando è rivolto a vinti ormai inermi e per motivi ideologici.
Non è possibile dunque alcuna giustificazione di quel che avvenne a Trieste nel 1945, perché veniva fatto quando non c’era più incertezza sull’esito della guerra antifascista: era semplicemente una logica staliniana di eliminare fisicamente e preventivamente i possibili oppositori all’annessione.
Per giudicare non ci serve contare i morti dell’una e dell’altra parte, ma vedere come l’ansia di cambiamento di quegli anni sia stata distorta, provocando un comprensibile rigetto in chi, invece degli ideali emancipatori e internazionalisti che avevano caratterizzato fin dal suo sorgere il movimento operaio, si trovava di fronte una ripresa di antichi nazionalisti.
Tra l’altro, non solo i fascisti ma anche la maggior parte di quelli che scrivono sulla questione ignorano tutto della crisi che il complesso rapporto del PCI con la Iugoslavia innescò negli anni successivi, provocando lacerazioni, espulsioni e partecipazione di ottimi militanti perfino ad attività terroristiche contro il Partito comunista iugoslavo e Tito in particolare, in nome della fedeltà incondizionata a Mosca. Oppure l’appoggio offerto dal PCI alla mobilitazione nazionalista del Governo di centro-destra di Pella contro la Iugoslavia. Quindi parliamo delle foibe e giudichiamole pure senza reticenze, ma anche senza strumentalizzazioni.
Le foibe sono state un passaggio drammatico nella storia della Venezia Giulia. Non possono essere liquidate, come qualcuno ancora oggi fa, come se si trattasse della giusta punizione di qualche residualità fascista. L’ho detto: la violenza che gli oppressori avevano precedentemente dispiegato non può assolvere l’orrore che vi fu dopo.
La nostra critica è netta. È uno dei capisaldi su cui si basa la nostra rifondazione. Se si fosse trattato di affermare queste dolorose verità e concedere un giusto riconoscimento ai parenti delle vittime non avremmo negato il nostro assenso.
Ma la verità è che si è colto a pretesto cinicamente la vicenda delle foibe per produrre un'altra devastante operazione di destrutturazione dell’assetto culturale e democratico del nostro Paese.
Se si propone, come avviene con questo provvedimento, una giornata di memoria al pari del 25 aprile o dell’Olocausto, si vuole in realtà affermare che sono tutte sullo stesso piano e finalmente riscoprire la gioia della riconciliazione nazionale, come qualcuno l’ha chiamata.
Non scherziamo. Noi combattiamo questa strumentalità, frutto di un preciso disegno politico che ha allontanato i riflettori dalla vicenda concreta e drammatica delle foibe, per proiettarli su quella vicenda ideologica che punta a gettare discredito sulla storia antifascista del Paese, e contemporaneamente ad alimentare la tesi che c'era del buono nel fascismo.
Questa tesi infondata è alla base - lo ripeto - di un revisionismo che vuole cancellare l'antifascismo dalla storia del Paese per soppiantarlo con un nuovo collante: l'apologia del mercato e l'anticomunismo. È contro questa operazione che noi ci opponiamo.
La nostra scelta strategica e culturale è quella di far vivere, al contrario, l'attualità della religione civile dell'antifascismo, con le lotte sociali e democratiche che caratterizzano questa fase della vita politica e sempre più il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, DS-U e dei senatori Mancino e De Zulueta).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Budin. Ne ha facoltà.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, questa è una legge con cui vogliamo rendere onore al ricordo di quei tragici e drammatici avvenimenti. E allora, tanti altri effetti pratici questa legge non ne ha: vuole rendere onore ed io credo che l'onore lo rendiamo essendo presenti quando si discute di questa legge. Non trovo molto felice che ci sia questa scarsa presenza nell'Aula del Senato e non trovo per niente felice che i banchi del centro-destra siano completamente vuoti!
Questa è una legge importante, è un atto doveroso per tanti aspetti; è un atto doveroso del Parlamento verso tutti coloro che sono portatori di quella memoria, perché quelle vicende le hanno vissute in maniera più o meno diretta, o perché sono portatori di quella memoria avendola ereditata.
Come si sa, la memoria storica, soprattutto quando questa è legata a vicende dolorose e ad ingiustizie subite è un patrimonio che si eredita più o meno spontaneamente da parte delle nuove generazioni. E chi è portatore di quella memoria è soggetto ad una sensibilità particolare, che merita ed esige rispetto e riconoscimento.
Con questa legge, quelle vicende vengono acquisite alla storia italiana come fatti che diventano, assieme al resto della storia nazionale, parte del patrimonio della memoria di tutti, non solo di una parte degli italiani. E venendo acquisite - e lo dimostra il voto pressoché unanime alla Camera dei deputati - da parte di tutti nella memoria collettiva e condivisa, non sono più materia controversa, né oggetti del contendere politico, e perciò non sono più vicende usabili o, peggio, strumentalizzabili politicamente.
Questa legge, poi, è un atto doveroso per la sinistra ed è giusto che siamo noi a sottolinearlo, per quella sinistra che noi rappresentiamo, per quello che essa è oggi ed anche per ciò che è stata nel passato. È un atto doveroso per una sinistra che ha mantenuto su queste vicende per decenni un atteggiamento giustificazionista e/o reticente.
È stato giustificazionista perché ci si è nascosti dietro le vicende e le ingiustizie precedenti, quelle prodotte dal fascismo, altrettanto criminose e condannabili ovviamente, ma che in alcun modo possono giustificare né atti di vendetta - e non si trattò soltanto di questa -, né possono esonerare, secondo me, in alcun modo chicchessia da una chiara ed inequivocabile condanna delle vicende trattate da questa legge.
E oltre che giustificazionista è stato un atteggiamento reticente, perché ci si è rifugiati in ragioni ideologiche oppure dietro alle "ragioni di Stato", del realismo politico, ragioni che - come noto - hanno la "doverosa" forza di imporsi e prevalere e costituiscono titolo di merito per chi pratica con equilibrio appunto il realismo politico e le ragioni di Stato: ma siccome implicano, anche sostenute in buona fede, un’adeguata dose di cinismo, non consentono di superare o cancellare le memorie pregne di dolore e sofferenza.
Questi atteggiamenti hanno così contribuito o - per lo meno - non hanno impedito che il dolore e il rancore fossero oggetto di facile dominio e strumentalizzazione politica. Questi atteggiamenti non hanno cioè consentito che si affermassero la verità storica e, in primo luogo, i valori che fondano la democrazia, da cui dipende la convivenza civile nella società democratica.
Eppure, sul fatto che il rispetto dei diritti umani è condizione per la democrazia non ci dovrebbero essere dubbi, in nessun campo, schieramento o partito politico! Anzi, questo dei diritti umani è stato un motivo fondante ed un obiettivo del movimento antifascista.
Eppure, vedete, nell'area dell'Alto Adriatico, quello nordorientale, in cui sono avvenute le vicende di cui stiamo trattando, lo stesso movimento antifascista ebbe scontri e lacerazioni al proprio interno anche nel campo che attiene ai diritti umani. Ma di questo fra un po’.
Vorrei prima sottolineare che la legge che stiamo approvando richiede forse un nuovo atteggiamento da parte di tutti noi verso l'intera complessa vicenda del confine orientale.
Certo, ognuno risponde per sé, ognuno si assume le responsabilità che ritiene, ma io credo che noi tutti dovremmo giustamente considerare questa legge e questo atto politico, nonché culturale, anche come un contributo della politica e delle istituzioni per il presente e per il futuro; un contributo volto a far sì che in quell'area plurale si superi ciò che ha diviso e contrapposto e che per certi aspetti ancora continua a dividere.
La nostra ambizione, ma anche il nostro dovere dev’essere quello di contribuire a far sì che quell'area dell'Adriatico nordorientale, la quale, nella sua qualità di territorio plurilingue e pluriculturale, analogamente ad altri simili in Europa, è stata un'area di scontri e guerre, si consolidi invece oggi come un'area che produce convivenza (anche di lingue e culture) nella democrazia.
Stiamo parlando di un territorio con una vicenda storica molto complessa, un'area detta del confine mobile, che in soli quattro decenni, tra l'inizio della Prima Guerra mondiale e il 1954, vide 14 linee di confine prodotte dalla comunità internazionale, di cui ben 7 furono realizzate (ripeto, parliamo di quarant’anni), ciascuna per un tempo più o meno lungo.
Un'area caratterizzata quindi, al fondo, dalla lotta e da guerre per il confine interstatale, lotta con aspirazioni legittime ma anche esagerate e illecite e lotta condotta troppo spesso, anche per aspirazioni legittime, con mezzi illegittimi, con la conseguenza di un’infinità di vittime di tutti i tipi. Una contesa di lunghi decenni in cui si scontrarono tra loro anche schieramenti dello stesso segno politico soltanto perché di appartenenza o riferimento etnico diverso o perché, su basi ideologiche, parteggiavano per soluzioni statuali diverse.
Non abbiamo né il tempo né la competenza (né soggettiva, personalmente, ma credo nemmeno come parlamentari) e neppure abbiamo bisogno di descrivere oggi qui quella vicenda nei suoi particolari. Questo è un compito che spetta agli storici.
Ci è sufficiente però constatare che si è trattato di una lotta, di uno scontro lungo e devastante che ha visto protagonisti il fascismo, il nazismo, il comunismo e i nazionalismi, ovviamente contrapposti.
Si è trattato di una contesa che ha inciso anche all’interno della stessa Resistenza, all’interno del grande movimento di lotta di liberazione dal nazifascismo. Lotta che ha ricevuto in quell'area dell'Adriatico nord-orientale un grandissimo contributo, con una partecipazione che fu proporzionalmente tra le più forti in Europa, ma che pur tuttavia non era riuscita ad evitare lo scontro al proprio interno dettato dalla contesa di fondo, quella per il confine.
Tenendo ben presente il valore della lotta di liberazione dal nazifascismo, che ha liberato l'area di cui stiamo parlando dal nazismo dell'Adriatisches Kunstenland e della risiera di San Sabba e dal fascismo della X Mas e della RSI, non possiamo non considerare tutto quel complesso di dati e vicende che ci fanno comprendere come quelle pagine di storia nella Venezia Giulia, a Istria, a Fiume, in Dalmazia e anche in Slovenia (occupata nel 1941) hanno finito per sedimentare memorie diverse e contrapposte, sensibilità differenti e rancori che ancora dividono la nostra società in quell'area.
Oggi abbiamo davanti la realizzazione dell'Unione Europea ampliata e rafforzata e abbiamo l’ambizione di consolidare l’area dell'Adriatico nord-orientale come un'area che produca convivenza nella democrazia, un’area che rimanga plurilingue, in cui ciascuno, anche grazie alla disponibilità delle istituzioni, possa conservare e coltivare la propria identità.
Per fare ciò con successo, per governare al meglio la pluralità e la multiculturalità (nel Friuli-Venezia Giulia per quanto ci riguarda), ma anche i buoni rapporti con la Slovenia e la Croazia, per mandare avanti con successo in quell'area il processo di integrazione europea, è indispensabile che il nostro impegno politico, istituzionale e culturale quotidiano sia accompagnato dalla manifesta volontà di tutti noi di fare chiarezza nel nostro rapporto con il passato, tanto più perché quel passato è ancora presente!
E per questo non sono ammesse amnesie, né ci aiutano le rimozioni; non si può saltare nessuna delle pagine di quella storia, pena l'effetto opposto di quello che vorremmo ottenere con atti come la legge di oggi.
Certo, questa legge, questo riconoscimento era un gesto doverosissimo, come sottolineato sopra, per tutti noi e in primo luogo per la sinistra, ma sul piano politico - io credo - siamo tutti eredi di qualche patrimonio politico precedente (nel bene e nel male) e dobbiamo essere capaci di assumercene le responsabilità - siamo chiamati a farlo - soprattutto quando questo serve per superare le divisioni ancora presenti.
Io credo che ciò valga per tutti noi o - schematizzando e semplificando - per tutte le parti "legate" all’ampia e complessa vicenda del confine orientale. Oggi noi della sinistra vogliamo riconoscere il dramma dell'esodo e delle foibe ed assumerci le nostre responsabilità in proposito anche perché - voglio fare una citazione - "abbiamo troppo a lungo accettato, in nome di una giustificazione storico-politica che non poteva essere accettata, un dramma che invece avrebbe dovuto essere contrastato e combattuto".
Sono le parole che il segretario Fassino ha usato nella sua dichiarazione di voto alla Camera per sottolineare con chiarezza la nostra posizione, per sottolineare la nostra ammissione di responsabilità, appunto, rispetto a vicende che per noi costituivano la cosiddetta memoria negativa, quella che veniva da noi puntualmente rimossa.
Ma la rimozione è un atteggiamento che non si riscontra soltanto nel nostro rapporto con il passato. Anzi, è noto che tutte le memorie nazionali si fondano su una selezione/invenzione di fatti e valori da tramandare ai posteri e che ci sono perciò sistematiche rimozioni di fatti che costituiscono la memoria scomoda.
Questo vale per il nostro Paese, di sicuro in relazione alle vicende del confine orientale, e vale anche per gli altri Paesi che si affacciano sull'Adriatico nord-orientale. Parlo di Nazioni e Paesi vicini non per volontà di intromissione, ma perché si tratta di storia, di passato comune.
E ciò che segnerà la vera svolta in questo campo sarà, credo, il riconoscimento da parte di tutti - anche di tutti i Paesi che si affacciano sull’Adriatico - di questo passato come passato comune, compresi i suoi lati negativi, tutti: dalla repressione fascista degli sloveni e croati della Venezia Giulia all'aggressione del regime fascista alla Slovenia con relative deportazioni e delitti, dal regime comunista nella Venezia Giulia con relative deportazioni e infoibamenti all'esodo dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
Vorrei citare un passaggio di uno scritto recente di uno studioso, del politologo Segarti, relativo alle memorie collettive legate a questi fatti. Scrive Segarti fra l’altro: "Da quanto sinora si è visto, a me pare si sia aperta un’opportunità di riflettere su un problema comune.
Parlando di espansionismo slavo, Fassino ha implicitamente chiesto all’opinione pubblica slovena (e anche croata) di riconoscere che nemmeno il diritto degli italiani di Istria e Dalmazia di rimanere, come italiani, sicuri nelle loro case fu allora rispettato.
Nel contempo, è altrettanto evidente che l’opinione pubblica slovena chiede a noi italiani qualcosa di simile, di riconoscere che anche il diritto degli sloveni e dei croati di esprimere la loro identità non fu rispettato dallo Stato italiano liberale né a maggior ragione dal regime fascista, che anzi si rese responsabile di una guerra di aggressione. Ambedue le domande" scrive Segarti "vengono ora espresse attraverso le diverse memorie collettive".
A queste domande siamo chiamati a dare risposte come forze politiche e come istituzioni; e dobbiamo farlo senza rinviare a quando lo avrà fatto anche l’altro.
Oggi lo facciamo per le foibe e l’esodo, due delle pagine dolorose di quella vicenda, approvando una legge. C’è bisogno anche di altri atti per le altre pagine dolorose di quella complessa vicenda. Possiamo e dobbiamo farlo oggi, a tanti decenni di distanza, quando il confine, quel confine che in quarant’anni è stato spostato innumerevoli volte, con il prossimo primo maggio verrà superato diventando confine interno all’Unione Europea. E dobbiamo farlo oggi, quando gli Stati - che con il confine iniziano e terminano - non si fondando più sull’identità etnica, ma sui diritti di cittadinanza che contemplano anche le identità linguistiche e culturali.
Voglio concludere con un riferimento personale. Ho l’ambizione di condividere le sensibilità della comunità slovena del Friuli-Venezia Giulia di cui faccio parte ed è facile immaginare quali sono in proposito le sensibilità di una comunità a cui il regime aveva tolto nel Ventennio il diritto alla madrelingua, reprimendo con forza ogni resistenza.
È facile comprendere anche la reazione diffidente, per esempio, di fronte alle esagerazioni inutili e controproducenti cui purtroppo troppo spesso si è ricorso nella nostra discussione e sui media in queste settimane a proposito di numeri, di cifre, riguardanti le vittime, solo perché mai finora accertati (esagerazioni inutili, perché non aumentano i motivi di condanna e di denuncia: questa c’è o non c’è); perché una tragedia è tale anche a prescindere dalla quantità. Ed è comprensibile anche la reazione suscettibile degli sloveni di fronte ad alcune espressioni più dirette e più forti che sono state usate in questa discussione.
Ma vedete, colleghi, con la mia responsabilità pubblica, con il mio dovere di razionalizzare le sensibilità emotive, penso di interpretare bene il pensiero diffuso tra i cittadini di lingua slovena se dico che l’atteggiamento guardingo, quasi diffidente, verso questo atto del nostro Parlamento esprime comunque la consapevolezza che da questo atto legislativo e politico si potranno trarre utili benefici per una convivenza costruttiva, anche in quanto questo atto verrà accompagnato da altri che completeranno il riconoscimento dell’intero contesto storico del confine orientale, con tutte le sue pagine buie. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-SDI. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Data l’ora, rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.
 SENATO DELLA REPUBBLICA     XIV LEGISLATURA

563a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO  STENOGRAFICO
MARTEDÌ 16 MARZO 2004  (Antimeridiana)
Presidenza del vice presidente SALVI, indi del presidente PERA
CUT
Approvazione del disegno di legge n. 2752
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 2752, 2189, e 2743.
Ricordo che nella seduta antimeridiana dell’11 marzo è iniziata la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Stiffoni. Ne ha facoltà.
STIFFONI (LP). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, per il dizionario della lingua italiana di De Mauro, ex ministro della cultura per la sinistra nella scorsa legislatura, il termine "foiba" deriva dal friulano "foibe": "depressione carsica a forma di imbuto costituita dalla fusione di più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici".
Fino al 1984 una cartina stradale, edita da una delle più importanti case editrici del nostro Paese, indicava le foibe come "grandi tombe piene di fascisti", un’offesa che è durata fino alla metà degli anni Novanta quando cominciarono a trapelare i particolari, consentendo agli italiani di conoscere la realtà storica di quel periodo.
Dopo la rottura con Stalin, Tito per molti anni temette la reazione sovietica, sia attraverso tentativi di destabilizzazione del suo potere all'interno, sia con un attacco militare. In quel periodo Tito, proprio per queste sue preoccupazioni, iniziò un rapporto particolare con gli inglesi, che alla fine della guerra occupavano Trieste e altre città della Dalmazia.
Proprio i socialisti di Trieste denunciarono questi contatti e pagarono con la vita nelle foibe. Centinaia, forse migliaia di persone, civili e militari, morirono tra il 1943, appena dopo l'arresto di Mussolini, e il 1946, gettate nelle foibe del Carso triestino e istriano.
Fu uno degli ultimi rigurgiti di odio della Seconda guerra mondiale che nella Venezia Giulia, divenuta per la sua posizione geografica una delle aree più delicate degli equilibri post-bellici, ebbe conseguenze particolarmente dolorose. Fu un rigurgito di pura bestialità. Altri popoli europei già nei primi anni Cinquanta hanno saputo compiere atti di pace chiari e coraggiosi, ritrovandosi e dimostrandosi fratelli nei luoghi di lutti ben più immani.
Le foibe con la Resistenza non c'entrano, sono invece il prodotto del comunismo staliniano e la ricerca della verità deve andare avanti anche mettendo all'indice le colpe di chi allora occupava militarmente Trieste.
Come evidenziato da una ricerca agli archivi nazionali di Washington, fra i documenti dell'OSS, l'allora Servizio segreto americano, risulta evidente che gli alleati, americani ed inglesi, fin dall'autunno 1944 ebbero notizia delle foibe ma preferirono non intervenire per non irritare Tito che consideravano un alleato sul fronte antinazista.
In un rapporto della SI (Special Intelligence) del 30 novembre 1944 si legge che i partigiani iugoslavi dapprima arrestarono i fascisti ma più tardi operarono arresti indiscriminati di centinaia di italiani che furono legati ed imprigionati nel carcere di Pisino; ogni notte i prigionieri venivano portati via a gruppi e di loro non si seppe più nulla. Il documento segnala inoltre che le forze di Tito non tolleravano alcuna interferenza straniera, tranne quella della Russia.
Qualche mese prima, il Capo della Special Intelligence in Italia aveva informato gli Stati Uniti che i comunisti titini avevano massacrato centinaia di persone nelle caverne del Carso, solo perché italiani, e a Trieste avevano compilato liste di proscrizione con migliaia di nomi. Si informavano anche le autorità americane che Tito aveva dato l'ordine di eliminare chi si era trovato, sotto il regime fascista, fra le truppe italiane in Iugoslavia. Nel rapporto veniva anche menzionata una strage di 300 italiani a Spalato.
In un libro pubblicato nel 1993 lo storico Richard Lamb, ex ufficiale dell'8a armata inglese in Italia, accusa esplicitamente il comandante britannico Alexander ed il generale Freyberg di non aver fatto abbastanza per difendere la popolazione quando i titini incominciarono il ritiro da Trieste dando la caccia a chi si rifiutava di seguirli. In quaranta giorni, dal 3 maggio al 12 giugno 1945, i titini fecero scomparire 4.768 civili che furono fucilati quasi tutti di notte ed i cui corpi furono fatti sparire.
Lo storico Lamb scrive inoltre che l’Ambasciata inglese a Roma, il 12 maggio 1945, evidenziò che le esecuzioni e le deportazioni di massa erano destinate ad eliminare l’influenza italiana nella Venezia Giulia e gli inglesi ne avevano forte responsabilità. Il generale Alexander, rivela lo storico, ne era consapevole e si tirò da parte mentre il generale Freyberg lasciava fare agli slavi ciò che volevano. Lamb responsabilizzò delle stragi anche il presidente americano Truman, sordo agli inviti di Churchill di adottare una linea dura nei confronti di Tito.
Il procedimento di alcune procure negli anni scorsi è valso a provocare una discussione certamente utile sul piano storico; che tale discussione valga a realizzare le condizioni favorevoli a una generale presa di coscienza dell’estrema gravità di quei fatti e dell’esigenza di fare luce sulle relative responsabilità secondo quanto le esigenze di giustizia e di legge impongono.
Non dimentichiamo Ivan Màtitka, conosciuto all’epoca dei fatti come "il giudice" perché a Zagabria aveva svolto proprio quella professione, l’uomo che avrebbe dato gli ordini per fare "eliminare" gli italiani che vivevano in Istria e Dalmazia.
Nel 1996 un magistrato di Roma, Giuseppe Pititto, titolare dell’indagine sul genocidio avvenuto in Istria e Dalmazia tra il 1943 e il 1947, chiese un ordine di custodia cautelare contro Màtitka. Stessa sorte toccò ad un altro indagato, Oskar Piskulic. Ma l’assenza di interesse dello Stato italiano sull’inchiesta ferì quel magistrato che, il 15 giugno del 1996, nell’aula del Tribunale dove si svolgeva il processo espresse il suo disappunto:
"Mi chiedo" disse Pititto "perché lo Stato italiano per cinquant’anni non ha fatto questo processo; mi chiedo perché lo Stato italiano non sorregga il magistrato che in questo momento finalmente fa questo processo. Mi chiedo perché la stampa italiana voglia mantenere il silenzio su questa che è certamente una vergogna per il nostro Paese". Era un chiaro atto di accusa verso le istituzioni che fino allora avevano "pilotato" gli eventi storici per paura di dover toccare episodi che potessero in qualche modo cambiare l’ordine della storia d’Italia.
Fu lo stesso Piskulic, indagato per omicidio plurimo ai danni della popolazione italiana dell’Istria, Fiume e Dalmazia, ad ammettere il sostanziale genocidio e l’eliminazione di massa degli italiani.
Quali le differenze tra chi è responsabile di queste uccisioni di massa e i campi di sterminio? Non c’è alcuna differenza, se non per il modo con cui diversa è stata l’eliminazione. Anche con le foibe l’uomo ha superato la bestia, perché le bestie uccidono per ragioni di sopravvivenza, mentre qui si è ucciso perché non si voleva che sopravvivessero migliaia di persone per il solo fatto che erano italiane; ciò è stato l’odio contro l’italianità. Non esistono infatti massacri di seria A o di serie B. Non esistono morti che gridano vendetta e morti e basta.
Non è certo con simili comportamenti palesemente discriminatori che si possono ricercare e costruire quei comuni valori fondanti la nostra coscienza nazionale, ai quali più di qualche collega anche in quest’Aula si è richiamato così solennemente.
Ma le foibe rimangono ancora un mistero per quanto riguarda il loro numero e la loro posizione geografica. Appena quattro anni fa fu individuata in Slovenia una nuova foiba, chiamata Giardino d’Andrea, di cui la popolazione locale avrebbe evitato di parlare per tutto il periodo del regime di Tito. In questa cavità sarebbero morti anche parecchi sloveni. E un militare italiano, tale Umberto Bertuccioli, che era stato guardia frontaliera nel 1943, nel 1998 rivelò che lungo la ferrovia che porta a Fiume potrebbero nascondersi decine di altre foibe in cui sono finiti migliaia di civili italiani massacrati dai comunisti dopo l’8 settembre. E chissà quante ancora.
Ma a questo punto quanto è importante il numero? Quanto questo Stato vuole ancora misurare il dolore di tale scempio? Appare oggi evidente che quella delle foibe fu una sorta di epurazione preventiva, diretta ad eliminare tutti gli oppositori, anche solo potenziali, al disegno di Tito di annettere alla Iugoslavia il territorio della Venezia Giulia.
Ragioni politiche, anche in Italia hanno relegato queste atrocità nell'ombra e nel silenzio. Queste vergognose vicende di pura pulizia etnica sono rimaste pressoché ignorate per tutto questo tempo e, purtroppo, ancora oggi non è stata fatta piena luce.
Il ricordo delle vittime delle foibe deve suonare come memoria e monito affinché questi massacri non abbiano più ad avvenire. Affinché il dolore, ancora vivo nei familiari degli infoibati possa essere riconosciuto, perpetuato e questo tristissimo periodo storico possa essere esteso alla conoscenza collettiva, appare necessario commemorarlo con un atto ufficiale: il "Giorno del ricordo".
È strumentale, ideologica e incomprensibile la posizione dei comunisti di allora e di adesso che esprimono la loro contrarietà a questo disegno di legge. A volte il silenzio ed il rifiuto del ricordo pesano più delle oppressioni e della violenza ed impediscono una serena valutazione storica degli avvenimenti.
Il riconoscimento formale ai familiari delle vittime è un atto che farà luce su un capitolo triste e importante della nostra storia e condannerà per sempre i crimini compiuti dai comunisti titini.
Ciò appare ancora più grave quando queste formazioni politiche affermano di essere sorte per difendere la democrazia e la libertà. È ora che anche nei testi scolastici vengano ricordati con verità quei tristi avvenimenti e che finalmente il colpevole silenzio che fino ai nostri giorni ha coperto quei fatti venga sconfitto.
Deve essere sconfitta anche l'ideologia che ha tentato di nascondere quello che accadde in quegli anni, anche con la colpevole connivenza del comunismo italiano. Non dobbiamo dimenticare gli esuli fiumani, istriani e dalmati cacciati dal comunista Tito, diretta conseguenza della cultura dell'odio e della violenza che ha provocato i massacri delle foibe.
Non possiamo dimenticare la posizione che i comunisti italiani assunsero in quegli anni, quella di contrastare gli esuli, costretti a lasciare tutti i loro beni e le loro case.
Quella che sarà "la Giornata della memoria" sarà anche la giornata della vergogna per il comunismo italiano ed il voto contrario alla Camera ed anche qui in Senato, come preannunciato, su questo provvedimento, da parte dei comunisti, è la prova che la presa di coscienza e la condanna per quei fatti, per una parte del Parlamento italiano non è ancora avvenuta. (Applausi dal Gruppo LP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G2. Ne ha facoltà.
FORLANI (UDC). Signor Presidente, vorrei dire innanzi tutto che ho apprezzato molto l'intervento del collega Stiffoni, di cui condivido la forte passione e i giudizi espressi e vorrei rilevare come ciò dimostri che, al di là di qualche incomprensione che talvolta intercorre tra le nostre diverse forze politiche, c'è questo comune sentimento nazionale che ci unisce, questo grande attaccamento alla nostra gente, alle nostre terre e alle nostre tradizioni, questo grande rigore sulle vicende più drammatiche della nostra storia.
Questa delle foibe, dei massacri che avvennero alla frontiera nord-orientale del nostro Paese durante e dopo la Seconda Guerra mondiale è tra le vicende più inquietanti non soltanto per la dimensione di violenza, di efferatezza, di gratuita crudeltà ricordata dal collega Stiffoni, ma anche per la tendenziale successiva rimozione, amnesia e omissione di approfondimento, di censura e di indagine rispetto a queste vicende, che è l'aspetto forse più difficile da spiegare.
C'erano congiunture politiche, problemi di alleanza e di strategie internazionali, ma anche elementi di viltà e di tendenziale omologazione culturale che caratterizzavano allora alcuni settori delle classi dirigenti culturali e politiche del nostro Paese. Ed è per questo che, al di là delle singole e pure importanti disposizioni di carattere patrimoniale e di sostegno ad iniziative di divulgazione, credo molto nella valenza simbolica del provvedimento in discussione.
L'istituzione del "Giorno del ricordo" costituisce, a mio avviso, un atto doveroso per ricordare e rendere onore a tante vittime innocenti (il testo licenziato dalla Camera menziona 17.000 vittime, ma il numero esatto non è mai stato accertato per l'obiettiva difficoltà legata alle modalità secondo le quali si è sviluppata la vicenda), vittime di una violenza barbara, efferata, frutto di odio etnico e politico.
Si tratta sicuramente di una delle tragedie più inquietanti che ha caratterizzato quella terribile vicenda che è stata la Seconda Guerra mondiale. Il provvedimento, sia pure tardivamente, costituisce un atto di testimonianza e di consapevolezza che dovrà rimanere costantemente presente nello Stato italiano e nella comunità dei cittadini.
È un modo per onorare non solo la memoria di coloro che sono stati soppressi tra atroci sofferenze - non dimentichiamo le modalità con cui questi massacri sono stati effettuati - ma anche per concorrere ad una pubblica attestazione di rispetto, che anch'essa talvolta è mancata, nei confronti di tutti i cittadini italiani i quali sopravvissero ma furono costretti a lasciare le loro terre e a riparare altrove sia per evitare le persecuzioni sia per non sottostare al nuovo regime dittatoriale che avrebbe impresso forti limitazioni alla salvaguardia della loro peculiarità etnica, delle loro tradizioni, della loro cultura, della loro lingua.
Questa attestazione non può avere purtroppo natura risarcitoria né compensativa di quanto le persone hanno perduto in termini morali, di legami affettivi, di legami alla propria terra e in termini economici perché la questione della restituzione dei beni e della riparazione economica non è mai stata affrontata con la sufficiente efficacia.
Nonostante le molte proteste, rivendicazioni e richieste delle associazioni deputate a rappresentare questi interessi, ben poco si è fatto sul piano nazionale e internazionale. Nel momento in cui si parla dell'imminente ingresso della Slovenia nell'Unione Europea e la scadenza per la Croazia è stata differita, l'Italia avrebbe dovuto forse, in termini di trattativa, porre qualche condizione legata a queste vicende e a queste istanze.
Sono cresciuto, per una casualità, in un quartiere romano che ospitava una parte della comunità degli istriani, dei dalmati e dei giuliani che avevano lasciato l'Istria e la Dalmazia; un quartiere costruito dai profughi e per i profughi, dove si è insediata quella comunità. Ho acquisito perciò molto presto nella mia infanzia la consapevolezza di queste tragedie, di queste rivendicazioni, di una sottovalutazione dei problemi scaturiti da queste vicende, della sensibilità e dello stato d'animo di queste popolazioni. Ricordo le bandiere abbrunate a lutto issate nelle finestre delle abitazioni durante una visita ufficiale del maresciallo Tito a Roma.
È per questo che, pur non avendo origini di quelle parti, mi sento integrato in quella comunità, con la quale poi ho avuto contatti in sede politica.
Ritengo dunque che le disposizioni del provvedimento rivestano una notevole importanza, soprattutto ai fini della divulgazione tra i giovani della memoria di queste vicende, di quel che è successo, delle vittime e delle tragedie. Bisogna ricordarle ai più anziani, che spesso hanno dimenticato; bisogna renderle note, attraverso attività di diffusione della conoscenza nelle scuole, ai giovani che non le conoscono.
Proprio il comma 2, dell’articolo 1 parla di iniziative per diffondere la conoscenza di questi eventi, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende e valorizzare il patrimonio culturale degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate. L’articolo 2 prevede poi gli stanziamenti necessari.
È un modo per far sì che gli italiani non dimentichino quelle vicende, quei compatrioti, quelle sofferenze e per evitare che si riproducano ideologie o culture che successivamente possano determinare vicende analoghe. E purtroppo, in altre aree del mondo e dell’Europa, non mancano esempi, anche recenti e contemporanei, di vicende di questo tipo.
Colgo l’occasione per dichiarare il mio appoggio, e invito i colleghi a fare lo stesso, all’ordine del giorno G2, in qualche modo integrativo del provvedimento, che: "impegna il Governo ad individuare idonei strumenti affinché, come è avvenuto per il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, (…) il medesimo riconoscimento, nei medesimi termini, venga attribuito anche al Centro di Ricerche Storiche, con sede a Rovigno (Croazia)…".
Dobbiamo, infatti, divulgare la valorizzazione della memoria e la conoscenza delle vicende non soltanto per onorare le vittime e per rendere testimonianza a coloro che si sono rifugiati nel nostro Paese, ma anche per gli istriani, i dalmati e i giuliani rimasti nel territorio di quella che poi è diventata la Federazione delle Repubbliche iugoslave sotto la dittatura comunista, che hanno vissuto esposti a continue vessazioni e limitazioni, soprattutto al tentativo di cancellazione della loro specificità etnica e nazionale ma che sono stati, nonostante tutto, capaci di conservare e valorizzare la memoria della propria cultura e tradizione.
Ritengo, quindi, opportuno assicurare questo riconoscimento e questo supporto anche ad un Centro costituitosi e sviluppatosi in terra straniera, oggi della Repubblica di Croazia, prima della Federazione delle Repubbliche iugoslave, a doveroso sostegno delle comunità dei nostri fratelli che vivono oltre frontiera. (Applausi dai Gruppi UDC e AN).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Basso. Ne ha facoltà.
BASSO (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, intervengo sul provvedimento "Istituzione del "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati", perché turbato dalla lettura dei Resoconti pervenutici dalla Camera dei deputati; perché scosso dal fatto che negli interventi dei deputati, ma anche dei senatori, della destra non ci sia alcun riferimento alla guerra di aggressione dell’Italia fascista e della Germania nazista alle popolazioni della Iugoslavia, anche da parte di chi, lo voglio dire, autorevole rappresentante della Lega, andava in tempi assolutamente recenti in pellegrinaggio da Milosevic; perché scandalizzato dal fatto che nella relazione al provvedimento l'onorevole Menia citi in positivo l'opera dei reparti della X MAS e del Battaglione bersaglieri Mussolini sul confine orientale; scorato, altresì, dal fatto che non emerga sforzo alcuno per capire il contesto storico che ha originato la grande tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata; preoccupato - anche questo voglio dire - da talune recrudescenze irredentiste. Si parte, magari come fa in senatore Servello, dalla richiesta della restituzione dei beni agli esuli, per poi magari pretendere la restituzione dei territori.
Sono queste le ragioni per le quali ho deciso di riaprire qualche libro di storia e di riascoltare le versioni ed i racconti di alcuni rappresentanti dell'Associazione nazionale partigiani. Da questo punto di vista è senz'altro utile - lo suggerisco - la lettura dei "Quaderni della Resistenza" pubblicati da parte del Comitato regionale dell'ANPI del Friuli-Venezia Giulia.
La memoria storica va sottratta alla speculazione. Quando parliamo di Seconda Guerra mondiale, di fascismo e di Resistenza vi è un'unica storia. Questa storia riguarda tutti gli italiani ma - direi - anche tutti gli europei. È una storia che non può essere né ignorata né oltraggiata. È incontestabile, allora, che la Germania nazista e l'Italia fascista, scatenando la Seconda Guerra mondiale, si macchiarono della responsabilità di causare all'umanità oltre 50 milioni di morti, la metà dei quali, circa 25 milioni, civili.
Tra il 1940 e il 1945 si verificò un vero e proprio scontro di civiltà. La libertà e la democrazia alla fine prevalsero, ma il prezzo pagato fu senz'altro immane. Né la "riconciliazione" di cui oggi si parla può comportare il riconoscimento di valori comuni fra chi combatté per restituire il mondo alla libertà e alla democrazia e chi propugnò la cosiddetta civiltà dei cimiteri, dei reticolati e del cono d'ombra dell'Olocausto.
A quasi sessant'anni di distanza, guardiamo con sentimento di cristiana pietà a tutti i morti. Di fronte alla morte, il giudizio si interrompe! La morte rende tutti uguali! Ma fermo e dirimente rimane il giudizio sulle vite consumate. Quelle vite possiamo continuare a giudicare: le vite per la libertà e le vite per il regime. "Tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia", scrisse Italo Calvino.
E ancora, possiamo interrogarci non sulle ragioni, ma sulle motivazioni di chi quasi per un soffio o per un impennamento dell'anima, scelse, giovanissimo, di stare dall'altra parte della barricata. Rispondere a queste motivazioni significa trovare una spiegazione storica, non una giustificazione. E comunque nessuna revisione storica potrà mai cancellare gli orrori di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e della risiera di San Sabba. Nessuna revisione storica potrà mai cancellare i campi di sterminio di Dachau, di Auschwitz e le tante altre stazioni di un'interminabile via crucis di dolore e di vittime innocenti.
La nuova Europa, della quale l'Italia è parte importante e integrante, e che andrà via via comprendendo gran parte dei Paesi dell'Est europeo, nasce dalla Resistenza e dalla liberazione dal nazismo e dal fascismo. Dobbiamo avvertire in modo forte la necessità di ravvivare il ricordo di una storia di cui si rischia di perdere traccia.
Ai giovani andrebbe spiegato che c'è una differenza sostanziale tra dittatura e democrazia e che la forza di una Nazione come la nostra, ma direi la forza dell'intera Europa, sta proprio nella sua memoria storica, non come eredità di un odio e di una vendetta, ma come memoria costitutiva della sua vita civile e politica. L'Europa unita non potrà permettere che rinascano gli orrori del passato.
La nuova Europa ha davanti a sé grosse responsabilità: i problemi enormi di interi popoli che devono riorganizzare il loro futuro sulla democrazia e sulla libertà, affermando il valore universale della pace e della convivenza tra gli uomini come attuale e vitale esigenza, ricostruendo una cultura che sappia ascoltare e che sia in grado di considerare le diversità come una ricchezza.
Nelle zone della frontiera orientale, nelle terre istriane e dalmate, per secoli italiani e slavi hanno vissuto in pace, senza violenza alcuna. L'equilibrio tra le diverse etnie fu mantenuto prima, e per diversi secoli, dalla Repubblica di Venezia, successivamente dalla stessa Austria.
A rompere questo equilibrio è stato il nazionalismo fascista, che introdusse ogni sorta di violenza, compreso un vero e proprio genocidio culturale. Si può dire che la spirale d’odio fu innescata dal discorso di Mussolini a Pola, già nel 1920: "Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica dello zuccherino, ma quella del bastone".
Fu così! All'avvento del fascismo seguì una politica di "snazionalizzazione" nei confronti di oltre mezzo milione di slavi incorporati nel Regno d'Italia dopo la Prima Guerra mondiale. Il fascismo proibì a queste popolazioni di parlare la loro lingua e di stampare i propri giornali; si chiusero le loro scuole, si sciolsero le loro organizzazioni culturali, sportive e ricreative; si bruciarono le loro sedi.
Si volle, in questo modo, italianizzare e fascistizzare tutta la Venezia Giulia, eliminando ogni espressione politica e culturale slava. Si italianizzarono persino i cognomi. Si trattò di una sistematica opera di colonizzazione dei territori slavi della Venezia Giulia; molti contadini slavi furono cacciati e le loro terre affidate a contadini italiani. Il tribunale speciale emanò sentenze di condanna a morte anche nei confronti degli sloveni, colpevoli - si dice - di cospirazione per l'abbattimento delle istituzioni italiane.
Il 5 aprile 1941 l'Italia dichiarò guerra al Regno di Iugoslavia. Fu un'aggressione, come si sa, assolutamente immotivata. La Iugoslavia soccombette alle 56 divisioni italiane, tedesche, ungheresi e bulgare. Fu l'inizio di una violenza inaudita, di massacri di civili, di fucilazioni di partigiani. Lo Stato iugoslavo fu smembrato e diviso tra la Germania e l'Italia. In Croazia il Governo fu affidato ad un fascista croato, Ante Pavelic, e agli ustascia. Vennero armati cetnici e ustascia, che iniziarono una lunga lotta intestina che causò quasi 800.000 morti.
Iniziarono anche le deportazioni di massa: decine di migliaia di civili, vecchi donne e bambini, vennero rinchiusi in tanti lager gestiti da italiani, come quello di Arbe, l’attuale Rab. È questa un’altra pagina vergognosa dell’occupazione italiana della Slovenia che contribuì ad allargare la spirale d'odio.
Dopo l'8 settembre il Friuli e la Venezia Giulia escono dalla sovranità italiana per essere affidati a un commissario nazista. Con ordinanza di Hitler si costituì la "Zona d'operazioni Litorale Adriatico", comprendente le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana; territori destinati a diventare una marca del Terzo Reich tedesco, qualora la Germania avesse vinto la guerra.
Le formazioni fasciste della Repubblica Sociale vennero usate per l’attività poliziesca, delatoria e anti-partigiana sotto il comando delle SS. Questo fu il vero ruolo dei fascisti, del Battaglione bersaglieri volontari "Benito Mussolini" e dei battaglioni della X MAS, tanto cari all'onorevole Menia da citarli - come dicevo - nella relazione al provvedimento in esame!
La resistenza iugoslava agli aggressori fascisti e nazisti iniziò già nel luglio del 1941; come si sa, fu guidata dai comunisti di Tito unitamente alle diverse espressioni del nazionalismo iugoslavo. Si fece valere l'equazione "italiano uguale fascista", equazione che le migliaia di italiani che morirono combattendo al fianco delle formazioni partigiane slave riuscirono solo in parte a mettere in discussione. Del resto, tale equazione era stata introdotta e diffusa proprio da Mussolini.
Qui va ricercata la ragione per cui le foibe del 1943 in Istria furono la tomba anche di qualche innocente che aveva il torto di essere italiano.
Dopo l’8 settembre molte regioni iugoslave insorsero contro gli invasori perpetrando persecuzioni particolarmente violente. Le vittime furono, a volte, semplici impiegati comunali, simbolo del potere dominante italiano, commercianti e piccoli gerarchi locali, sacrificate sull'altare di vendette personali che poco c'entravano con la politica e la guerra.
Tristemente esemplare - lo voglio ricordare - è l'uccisione della studentessa universitaria Norma Cossetto, colpevole unicamente di chiedere notizie del padre arrestato dai partigiani. L'allora rettore dell'Università di Padova, il grande antifascista professor Concetto Marchesi, volle apporre una targa in ricordo della studentessa presso la sua Università.
È indubbio che tra gli insorti vi fu anche la presenza di autentici criminali. La vicenda delle foibe è stata, sicuramente, una grande tragedia. È comunque da rifiutarsi, perché aberrante, un accostamento tra foibe da una parte e Shoah dall’altra che, con la risiera di San Sabba, visse sul confine orientale una pagina particolarmente drammatica. Quest’ultima fu il frutto razionale e scientifico dell’ideologia nazista, la stessa che produsse Auschwitz, Mathausen e Dachau.
I partigiani slavi e italiani non hanno mai avuto tra le loro finalità la purezza della razza, così come risulta fra l’altro dalla relazione finale della commissione mista italo-slovena che recentemente ha concluso i propri lavori.
Diversamente i nazisti avevano programmato lo sterminio dei popoli da loro considerati inferiori: ebrei, slavi, zingari. Stessa sorte era ovviamente riservata agli oppositori politici. Il metodo adottato dai nazisti era il ricorso agli eccidi di massa, alle stragi, alle rappresaglie contro ostaggi innocenti. Ecco allora che usare le foibe come contraltare dell’Olocausto per dimostrare che tutti sono stati ugualmente colpevoli e operare, così, una indiretta rivalutazione del fascismo è un esercizio da evitarsi.
Rimane la gravità degli infoibamenti anche come conseguenza dello scoppio di odi e rancori collettivi a lungo repressi.
Alle foibe del 1943 seguirono le foibe dell’aprile-maggio 1945. Anche in questo caso vi furono coinvolti non solo fascisti e nazisti, ma altresì persone che con il fascismo non c’entravano: è ragionevole pensare, allora, che qualcuno c’entrasse in quanto italiano. Fu sicuramente la conseguenza dell’odio che permeava il confine orientale; fu la conseguenza dell’imbarbarimento dei costumi, dello stravolgimento dei valori, degli odi nazionali.
Nelle foibe finirono anche esponenti del CLN che si opponevano all'annessione dei territori italiani di confine da parte di Tito, il quale, sul finire del conflitto, assunse l'antico comportamento di tutti i vincitori di guerra: annettere parti, anche consistenti, del territorio degli sconfitti, proprio nella logica del nazionalismo espansionistico.
E, infine, è possibile collegare le foibe con l'esodo, è possibile, cioè, considerare l'esodo come la conseguenza della paura delle foibe?
Un illustre istriano, il professor Diego de Castro, autore di due pubblicazioni ("La questione di Trieste" e "Memorie di un novantenne") lo esclude. Se si fosse trattato di pulizia etnica i morti sarebbero dovuti ammontare a centinaia di migliaia. Le motivazioni erano, piuttosto, politiche e non etniche.
Si può dire, in riferimento all'esodo, che solo le persone fuggite nel maggio 1945 lo fecero per paura dell'infoibamento: si trattava di persone compromesse con i fascisti e con i nazisti. Sicuramente i grandi esodi, da Fiume nel 1946 e da Pola nel 1947, non sono ascrivibili a questa paura.
Non è certamente ascrivibile alla paura delle foibe l'ultimo esodo, quello del 1955, conseguente all'Intesa di Londra dell'ottobre 1954 che definì la spartizione del territorio libero: Trieste all'Italia e la zona B, comprendente fra le altre le cittadine di Pirano, Umago, Porto Rose, Isola e Capodistria alla Iugoslavia. L'esodo fu la conseguenza di una precisa scelta di libertà: vivere sotto il regime comunista di Tito, con un confine chiuso e una frontiera invalicabile, o, invece, scegliere l'Italia.
Si trattava di optare per la cittadinanza italiana o per quella iugoslava. Per la grande maggioranza degli istriani era impensabile vivere separati da Trieste, considerata la vera capitale dell'Istria.
Questa è stata la vera tragedia dell’Istria, assieme, ovviamente, a quella degli infoibati, che vanno ricordati con pietà e ai familiari dei quali è doveroso conferire una medaglia in ricordo, escludendo coloro i quali hanno compiuto efferati delitti contro la persona e hanno giurato fedeltà e volontaria sudditanza al supremo commissario del Terzo Reich.
L'esodo è stato un'immane tragedia umana. Una ferita che, così come è stato scritto, inciderà fino alla morte nell'animo di tutti coloro i quali abbandonarono la propria terra. Per questo l'abbandono non rappresentò l'ultimo momento del dolore, ma soltanto il suo inizio.
Una tragedia, dicevo, immane che, come sostiene Mario Bonifacio, istriano, classe 1928, antifascista, andatosene con la famiglia da Pirano nel 1955, e che oggi vive a Venezia ed è attivo nell’Istituto storico della Resistenza di quella città, determinò la scomparsa dei cosiddetti istro-veneti, la popolazione veramente autoctona dell’Istria, almeno da 2.500 anni. Si tratta dei discendenti degli Istri, affini ai Venetici e, al pari degli altri veneti, culturalmente latinizzati da Aquileia.
Questa è storia! Io voterò questo provvedimento! Lo farò perché ritengo giusto ricordare chi è morto in modo orrendo nelle profondità delle foibe carsiche. Lo farò perché ritengo sia inderogabile ricordare il dramma dell'esodo istriano-dalmata; vorrò farlo, però, nella chiarezza più assoluta.
Delle nefandezze e delle violenze perpetrate anche dall'esercito italiano in Iugoslavia mi ha parlato a lungo un artigliere, mio padre. La sua divisione, nel Sud della Iugoslavia, dopo l'8 settembre 1943, si riscattò combattendo non contro, ma assieme alle partigiane e ai partigiani di Tito; non facendosi prendere dai tedeschi, ma facendo prigioniera un'intera divisione tedesca. Poi, gli artiglieri italiani si imbarcarono per Bari e da lì, assieme agli Alleati, parteciparono alla liberazione totale dell’Italia. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e del senatore Colombo).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, trattandosi di un provvedimento affidato ai sentimenti, alla memoria, alla coscienza e alla lettura della storia di ognuno, non intendo replicare.
Direi solamente che forse sarebbe meglio chiudere le porte del Novecento, non trattare più di comunismo, nazismo e fascismo, ma guardare tutti insieme al futuro per fronteggiare l’emergenza di oggi: un terrorismo che sta devastando il mondo.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, quello al nostro esame è un disegno di legge di iniziativa parlamentare che, anche attraverso l’ampia discussione svolta alla Camera e al Senato, è condivisibile da parte del Governo, che intende il "Giorno del ricordo" come la memoria di una tragedia della guerra, ed è il caso di dire "senza se e senza ma". Quando l’orrore è tale, non può avere giustificazione alcuna ed è opportuno che non ricada nell’oblio delle convenienze dell’una o dell’altra parte.
PRESIDENTE. Do lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti: "La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di competenza, parere di nulla osta nel presupposto che non derivino nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica dall’attuazione degli articoli 1 e 5 e che anche la partecipazione di esperti e studiosi all’attività della Commissione di cui al citato articolo 5, comma 2, avvenga a titolo gratuito.
La Commissione, esaminati inoltre i relativi emendamenti, trasmessi dall’Assemblea, esprime parere di nulla osta, ad eccezione delle proposte 3.100, 3.101, 3.102 e 3.1, sulle quali il parere è contrario, ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione".
Passiamo all’esame degli ordini del giorno, che si intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, per quanto riguarda l’ordine del giorno G1, dei senatori Bordon e Budin, il relatore ritiene accoglibili i primi tre paragrafi dell’impegno e non accettabili il quarto e il quinto, perché fanno riferimento a date, vicende e situazioni temporali che non debbono trovare ingresso in questo provvedimento.
Per quanto riguarda l’ordine del giorno G2, presentato dai senatori Forlani e Budin, il relatore ritiene che possa essere accolto.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, con le stesse considerazioni del relatore il Governo accetta come raccomandazione, i primi tre paragrafi dell’ordine del giorno G1 mentre esprime parere contrario sul quarto e quinto, anche per i riferimenti temporali citati.
Accoglie, infine, l’ordine del giorno G2, dei senatori Forlani e Budin.
PRESIDENTE. Senatore Budin, come ha sentito, il Governo accoglie come raccomandazione i primi tre paragrafi dell’impegno, mentre non accoglie gli ultimi due paragrafi.
BUDIN (DS-U). Ne prendo atto, signor Presidente, e non insisto per la votazione.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l’ordine del giorno G2 non sarà posto in votazione.
Procediamo all'esame degli articoli del disegno di legge n. 2752.
Passiamo all'esame dell'articolo 1, sul quale è stato presentato un emendamento che si intende illustrato.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tale emendamento.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, esprimo parere contrario.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 1.100, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 1.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 2.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 3, sul quale sono stati presentati emendamenti che s’intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tali emendamenti.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, esprimo parere contrario su tutti gli emendamenti.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, anch’io esprimo parere contrario.
PRESIDENTE. Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, gli emendamenti 3.100, 3.101 e 3.102 sono improcedibili.
Passiamo all'emendamento 3.1, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario, ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione.
BUDIN (DS-U). Ne chiediamo la votazione.
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione, avanzata dal senatore Budin, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta non risulta appoggiata).
L'emendamento 3.1 pertanto è improcedibile.
Metto ai voti l’articolo 3.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 4.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 5, sul quale sono stati presentati emendamenti che s’intendono illustrati.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi su tali emendamenti.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, invito il senatore Pedrizzi a ritirare l'emendamento 5.101.
Esprimo parere contrario su tutti gli altri emendamenti.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, concordo con i pareri espressi dal relatore.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 5.1, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
L'emendamento 5.100 è stato ritirato.
PEDRIZZI (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDRIZZI (AN). Signor Presidente, ritiro l'emendamento 5.101 e lo trasformo in un ordine del giorno.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunciarsi sull’ordine del giorno testé presentato.
MAGNALBO', relatore. Esprimo parere favorevole.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, lo accolgo come raccomandazione.
PRESIDENTE. Poiché il presentatore non insiste per la votazione, l’ordine del giorno G5.100 non verrà posto ai voti
Passiamo alla votazione dell’emendamento 5.2.
BUDIN (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, dispiace che i primi due emendamenti che ho presentato insieme ad altri senatori non siano stati accolti, perché avrebbero potuto migliorare e precisare la normativa che stiamo per approvare.
L’emendamento 5.2 propone di aggiungere tra i componenti della Commissione un esperto designato dall’Istituto regionale per la Storia del movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, istituto che si è occupato e si occupa delle vicende di cui al provvedimento in esame, in merito alle quali verrà chiamata a pronunziarsi la citata Commissione. Credo non si possa prescindere dal contributo degli esperti di questo Istituto quando si tratta questa materia; quindi, invito i colleghi senatori a sostenere la mia proposta.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 5.2, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 5.102, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l'emendamento 5.103, presentato dal senatore Turroni e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 5.
È approvato.
Passiamo all'esame dell'articolo 6, sul quale è stato presentato un emendamento che invito i presentatori ad illustrare.
BUDIN (DS-U). Signor Presidente, con l’emendamento 6.1 proponiamo di sopprimere, al comma 1 dell’articolo 6, la parola "annualmente". Riteniamo infatti impegnativo prevedere che il Presidente della Repubblica consegni l’insegna metallica e il diploma annualmente con cerimonia collettiva.
Le cerimonie collettive si svolgono quando vi sono le condizioni. Auspichiamo tutti che tali condizioni si avverino il prima possibile, ma non ritengo molto conveniente vincolarsi ad una cadenza annuale; qualora tali condizioni si verificassero prima, le cerimonie si potrebbero svolgere anticipatamente. Certo, si può anche prevedere che si svolgano annualmente, ma in tal modo si è quasi vincolati ad una gara di regolarità, mentre questo è un impegno che attiene la sensibilità delle persone e che quindi dovrebbe essere svolto con estrema cura e rispetto.
Ritengo pertanto inutile un vincolo di questo tipo.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sull’emendamento in esame.
MAGNALBO', relatore. Signor Presidente, pur apprezzando il ragionamento del senatore Budin, visto che andiamo verso un monocameralismo, cerchiamo di evitare un terzo passaggio. Esprimo pertanto parere contrario.
VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Esprimo parere contrario sull’emendamento 6.1. Infatti, trattandosi di un ricordo, di un evento dedicato alla memoria, credo che il motivo del disegno di legge in esame non sia tanto consegnare l’insegna metallica, quanto far ricordare, soprattutto ai giovani, quel che è successo.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 6.1, presentato dal senatore Budin e da altri senatori.
Non è approvato.
Metto ai voti l’articolo 6.
È approvato.
Passiamo all’esame dell’articolo 7.
Lo metto ai voti.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
PELLICINI (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PELLICINI (AN). Signor Presidente, signori senatori, ho seguito attentamente i lavori della Camera e il dibattito in Senato. Si può dire finalmente, e non soltanto per il disegno di legge in esame, che sta emergendo la volontà precisa del Parlamento italiano di consegnare alla storia una serie di passaggi estremamente importante anche se a volte in ambiti diversi. Alludo, ad esempio, al giorno dedicato alla caduta del Muro di Berlino, a quella parte di storia che ha riguardato l’area di Europa occupata dal comunismo sovietico fino a quando, appunto, non crollò il Muro, simbolo dell’occupazione.
 Alludo anche ad un’altra pagina importante, ossia alla costituzione della Commissione di indagine per i mancati processi e le cause dell’occultamento dei fascicoli relativi ad alcune stragi nazifasciste, del cui disegno di legge sono stato relatore in Senato. Tutto ciò dimostra la volontà di far luce in tutte le direzioni e in tutti i campi.
Finalmente, si perviene oggi, in seconda lettura, all’esame di questo disegno di legge.
Comincerò con il dire che non si tratta, in generale, di una volontà di riscrivere la storia, ma molto più semplicemente e giustamente di scrivere la storia, perché, per motivi diversi, di tutti questi episodi, addirittura per cinquant’anni, non si è parlato e su di essi non si è fatta luce.
Quindi, una volontà precisa da parte del Senato, da parte delle forze di centro-destra e di una parte di quelle dell'opposizione di dire finalmente la verità su quello che è accaduto.
Nel disegno di legge che ci riguarda si richiamano fatti estremamente dolenti che riguardano tre passaggi precisi. Prima gli infoibamenti del 1943, quindi quelli del 1945 e, successivamente, l'esodo degli istriani e dei dalmati quando con il Trattato di Parigi abbandonarono le loro terre.
Seguendo quanto hanno detto le opposizioni, si colgono alcuni aspetti differenti, perché a seconda degli oratori e dei partiti si nota una diversa sensibilità rispetto al problema.
Bisogna dare atto ai democratici di sinistra, e alla Margherita di aver giustamente impostato il problema. L'onorevole Fassino alla Camera ha dichiarato testualmente di fare ammenda del comportamento del Partito comunista di quegli anni perché fecero male a fare quello che fecero e a tacere quello che avevano fatto. Sono dichiarazioni dell'onorevole Fassino che hanno fatto onore ad una parte della sinistra che ha riconosciuto - e qualche volta bisogna pur farlo nella vita - i propri torti.
A far fronte di queste dichiarazioni ve ne sono però altre, assolutamente diverse e a senso unico del senatore Pagliarulo e in parte del senatore Malabarba, i quali hanno giustificato la questione delle foibe, dell'occupazione dei nostri territori e della cacciata dei nostri esuli, semplicemente come la conseguenza dei torti del fascismo e del nazismo, per cui ci fu un'insurrezione spontanea e consequenziale dei titini che si rivalsero sulle popolazioni civili.
Questa impostazione purtroppo, lo devo dire con malinconia, va a sostenere le ragioni del comportamento di allora, ancora oggi. Quel comportamento sarà stato anche frutto della guerra vinta per Tito ma tutto questo si poteva concepire durante la guerra: quello che è successo dal 1945 in poi è capitato in danno di popolazioni civili inermi a guerra terminata. Questo è il punto di fondo. Un conto è quando si combatte, e certamente la guerra fu sanguinosa, fu una guerra nella quale ricordo che anche i partigiani di Tito non facevano prigionieri, una guerra dura difficile e complicata da tutte le etnie presenti in Serbia e in Croazia, ma certamente quando la guerra ebbe termine sarebbe stato normale attenderci la fine di questi massacri.
Viceversa, questi massacri iniziati nel 1943 continuarono perché sono stati la conseguenza logica di una reazione o sono invece il frutto di una precisa decisione di Tito di annettere questi territori dell'Isonzo cacciando completamente ogni vestigia italiana? In altre parole, ci fu una volontà tale da costringere gli italiani ad andarsene perché dovevano andare via?
Questo è il punto che in qualche modo vorrei qui evidenziare. Lo dico non tanto per polemica; mi sarebbe piaciuto seguire in qualche modo il senatore Budin quando ha detto che ci sono stati fatti nefandi dall'una e dall'altra parte, che c'è stato il dramma delle foibe, ma che dobbiamo guardare avanti ed oggi, che l'Europa unita ci permette di convivere, dobbiamo gettare un ponte verso il futuro, verso la convivenza delle civiltà.
Avrei voluto volentieri seguire questa tesi perché in definitiva è la più importante in quanto investe anche il futuro delle nostre popolazioni attuali che si trovano ancora in quei luoghi e sono in calo perché la popolazione italiana sia in Slovenia che in Croazia non ha una situazione di diritti paritetici e si sta allontanando quindi anche l'ultima residua presenza italiana dall'Istria e dalla Dalmazia.
Gli stessi diritti riconosciuti alle popolazioni di lingua slovena in Italia avrebbero dovuto essere riconosciuti agli italiani in Istria e in Dalmazia. Su questo tema, caro senatore Budin, siamo tutti d'accordo e speriamo che il futuro rimargini le ferite, ma non si può accettare il tentativo, purtroppo riuscito, di fare piazza pulita di vicende concernenti gli italiani nel periodo dal 1940 al 1945. Vorrei leggere alcuni passi tratti dal libro, citato anche dal senatore Servello, "L'alibi della Resistenza" di Gianni Oliva, che è scrittore di sinistra, non incline a dare una visione edulcorata o filofascista di quanto è accaduto.
Nel 1944 Togliatti scriveva: " Il nostro partito deve partecipare attivamente, collaborando con i compagni iugoslavi nel modo più stretto, all'organizzazione di un potere popolare in tutte le regioni liberate dalla truppe di Tito in cui esista una popolazione italiana. Questo vuol dire che i comunisti devono prendere posizione contro tutti gli elementi italiani che si mantengano sul territorio e agiscano a favore dell'imperialismo e del nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli. Quello che dobbiamo fare, d'accordo con i compagni slavi, nella particolare situazione che si sta creando in quella regione, è portare il popolo di Trieste a prendere nelle sue mani la direzione della vita cittadina, garantendo che alla testa della città ci siano forze democratiche e antifasciste più decise, disposte alla collaborazione più stretta con il movimento slavo e con l'esercito e l'amministrazione di Tito".
Ciò significa che nel 1945 c'era perfetta identità di vedute tra le truppe di Tito e i comunisti italiani sul fatto che il confine dovesse spostarsi all'Isonzo e anche Trieste dovesse cadere. La città di Trieste pagò con quaranta giorni tragici di occupazione titina e quasi cinquemila morti e scomparsi.
Vogliamo dire che questa fu sic et simpliciter una reazione al periodo precedente? Assolutamente no; vi fu il tentativo, purtroppo portato fino in fondo, di arrivare a una soluzione drastica del problema, donde le foibe e l'esodo italiano. Ben venga questa legge che ricorda una tragedia che fu occultata dopo la guerra perché nel 1948, a seguito dello strappo con Mosca, Tito diventò un alleato dell'occidente e anche per questo non si poté più dire nulla.
Alleanza Nazionale voterà a favore del disegno di legge.
FRANCO Vittoria (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCO Vittoria (DS-U). Signor Presidente, siamo stati chiamati nelle settimane scorse a parlare di un'altra tragedia del Novecento. Ormai da tempo la parola foiba non descrive più semplicemente il territorio carsico triestino e giuliano, ma è diventata termine atroce, simbolo di una tragedia che si è consumata al confine orientale e che ha come sfondo la Seconda Guerra mondiale, il fascismo, il totalitarismo. Migliaia di italiani uccisi dall'esercito di liberazione iugoslavo e gettati nelle foibe, veri e propri inghiottitoi; circa 350.000 italiani costretti, dopo il Trattato di pace, che a causa della sconfitta assegnò l'Istria alla Iugoslavia, ad abbandonare le terre delle origini e a disperdersi nel mondo come emigranti.
Consideriamo la proposta di istituire il giorno del ricordo come un segnale di ulteriore pacificazione e di riconciliazione dell'Italia repubblicana. Si è trattato, è vero, di una tragedia a lungo rimossa; ricordarla ora, nelle forme che il disegno di legge prevede, ci rende tutti più forti e credibili nella difesa e nell'affermazione dei valori fondamentali sui quali è nata e si è costruita la nostra Repubblica; i valori della libertà, della tolleranza, della convivenza pacifica, del rispetto della dignità umana e della persona.
E noi sappiamo quanto il valore della dignità umana e del rispetto della persona sia cresciuto nella coscienza e nella cultura del Paese, nelle cittadine e nei cittadini. Nessuna violenza che mortifichi quei valori può essere giustificata, neanche come risposta a violenze subite. Non può essere negato infatti - ed è stato qui a lungo ricordato - che il fascismo italiano, con l'occupazione militare, abbia esercitato contro le popolazioni istriane, soprusi, misfatti e violenze che produssero ritorsioni.
Gli studiosi sono ancora alla ricerca di documenti, di dati e non vi sono conclusioni condivise sulle ragioni della ferocia dei combattenti titini, ma non vi è dubbio che quella fu una tragedia con tante facce. Le foibe furono il prodotto di odi diversi, irriducibili ad un unicum; c’era l’odio etnico, nazionale, ideologico. Secondo alcuni storici si trattò di un fenomeno dovuto sia alla politica di italianizzazione forzata da parte del fascismo, che mirava all’annullamento dell’identità nazionale delle comunità slovene e croate, sia alla politica espansionistica di Tito per annettersi Trieste e il goriziano.
Lo storico Gianni Oliva sostiene che: "Affinché al tavolo delle trattative di pace venisse riconosciuta la sovranità di Belgrado sul territorio giuliano, occorreva che nessuna forma di opposizione contrastasse l’annessione. E dunque bisognava contrastare i movimenti antiannessionistici anche con l’eliminazione fisica di tutti coloro, fascisti o antifascisti, in grado di organizzare e dirigere quei movimenti".
La lunga notte della Guerra fredda ha impedito per troppo tempo una lettura meno ideologica di quelle vicende, a destra e a sinistra. Ora quella contrapposizione frontale è, almeno per quanto ci riguarda, alle spalle. È possibile una elaborazione condivisa che consenta analisi più serene e obiettive. A questa vogliamo dare il nostro contributo.
Come ha dichiarato il presidente Ciampi: "La tragedia delle foibe fa parte della memoria di tutti gli italiani". La tragedia delle foibe fa parte della storia del Paese. Vogliamo dare il nostro contributo per ristabilire il dovuto riconoscimento di quelle vicende tragiche e dolorose e per consentire la costruzione della grande Europa su basi di condivisione che rendano più estesi e radicati i valori fondamentali della convivenza tra diversi, del multiculturalismo, del pluralismo etnico e religioso.
Claudio Magris, con l’efficacia retorica di cui è maestro, ha sostenuto: "Sulle frontiere si sono da sempre scatenate e si scatenano le passioni scioviniste più furibonde, con il loro bagaglio di violenze, provocatrici a loro volta di cieche vendette foriere anch’esse di feroci rappresaglie". Vogliamo lavorare perché così non sia più. Vogliamo che le frontiere diventino incroci di ricchezza culturale e di scambio positivo per un futuro pacifico e democratico di tutta l’Europa.
Infatti, quella che fu la frontiera della divisione in due dell’Europa si sta sempre più proponendo come luogo di scambio e di integrazione culturale, oltre i nazionalismi. È caduto anche un altro muro. Quell’area può svolgere un ruolo importante di cerniera e di dialogo.
Voteremo a favore del provvedimento anche perché cambiamenti positivi sono stati introdotti nella discussione alla Camera. L’approdo che ne è risultato è lontano dal testo originario. Come ricordava poco fa il senatore Basso, nella relazione del disegno di legge dell’onorevole Menia venivano persino espressi apprezzamenti per l’opera della X MAS e del Battaglione Bersaglieri Mussolini, che avevano come unico obiettivo quello di contrastare il processo di liberazione dal nazismo e dal fascismo.
Se si vuole rendere onore a quelle persone e alla loro dignità umana non si può neanche adombrare la volontà di riconoscere una dittatura, sia pure contro un’altra dittatura. Per noi la giornata del ricordo costituisce un contributo alla conoscenza, alla riflessione, senza confondere le date e i contesti storici.
Agli storici il compito di continuare a ricercare documenti e testimonianze per portare alla luce fatti ed eventi, che aggiungano ulteriori pezzi alla verità storica; alle istituzioni, a noi e alla politica il compito di creare una memoria critica e solidale, di creare le condizioni per una verità come valore civile condiviso, secondo un ordine di valori che tutti consideriamo fondanti. Innanzitutto, la democrazia nata dalla lotta contro il fascismo e il nazismo, la condanna di ogni forma di totalitarismo, di razzismo, di nazionalismo sciovinista. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).
ANDREOTTI (Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI (Aut). Signor Presidente, intervengo per una brevissima dichiarazione di voto a favore di questo disegno di legge, del quale do una lettura di superamento di una lunga stagione nella quale il problema delle foibe aveva rappresentato un motivo, sia pure aggiuntivo, di polemica politica.
E, con una impostazione non condivisa, almeno da parte mia, si creava a volte una contrapposizione per cui si rilevava che, se da una parte c'erano le foibe, dall'altra c'era la risiera San Sabba, e si proponeva di cancellare entrambe le cose per una sorta di compensazione.
Mi sembra che lo spirito, se non ho capito male, di questo disegno di legge sia di poter fare una ricostruzione di carattere storico, ma non appesantita da considerazioni politiche aggiuntive o di altro momento, ricordando che certamente la nostra posizione nell'immediato dopoguerra era una posizione di estrema debolezza, perché eravamo internazionalmente isolati.
Se fu possibile, attraverso l'accordo con l'Austria, togliere dal tavolo delle trattative dei vincitori della guerra il problema del Brennero, fu perché l'Unione Sovietica non era affatto interessata all'Austria, né in senso favorevole, né in senso contrario, laddove invece, in quel momento, Tito godeva di una protezione e di una - possiamo dirlo - fraternità assoluta, per cui certamente noi eravamo in una situazione di estrema debolezza. Io ritengo che il ricordo non deve avere solo una valenza di tipo simbolico e morale, ma anche di approfondimento di carattere storico.
Ho sentito poc'anzi ricordare un libro del professor De Castro; sono molti utili studi come questi. Io stesso tra qualche settimana andrò a commemorare Diego De Castro all'Università di Torino. Sono studi utili perché da parte nostra mancò per un certo periodo la possibilità di consultazione piena degli archivi, laddove la parte iugoslava, attraverso molti storici, si fu in grado di dare tutta una impostazione che non era certamente obiettiva e che comunque trascurava completamente l'aspetto che riguardava l'Italia.
Successivamente le cose cambiarono, Tito si distaccò dall'Unione Sovietica e in una delle occasioni - dato che siamo in fase di ricordi è bene completarli - nelle quali Tito temeva di essere aggredito dall'Est, prese contatti con il Governo italiano per assicurarsi che da parte nostra non ci sarebbero state delle manifestazioni anche di carattere militare che lo indebolissero, e che consentivano invece a lui di poter concentrare per difendersi all'Est le sue forze militari.
Io credo che, quindi, non solo per manifestazione nei confronti dei parenti, ma per una necessità di aiutare ricostruzioni precise di anni di storia, vada favorito in ogni occasione uno spunto per essere specialmente obiettivi e documentati. Io non ho voluto partecipare al dibattito sugli emendamenti, ma certamente c'è nel testo una frase che non mi piace, là dove si escludono i parenti di coloro che erano stati autori di delitti efferati contro la persona. Qui è la recidiva del testo dell'amnistia Togliatti, che sbiancò tutti tranne gli autori di "efferate sevizie"; quindi, ad un po' di sevizie si può passare sopra, purché non siano efferate.
È una frase estremamente sbagliata, però mi rendo conto che in questa fase non è possibile cancellarla; mi pare tuttavia piuttosto avvilente dover fare sia questa discriminazione, e poi farla soltanto per coloro che si sono macchiati di efferate manifestazioni delittuose contro la persona. È questo un particolare, se volete, anche un po' pignolesco, forse non all'altezza di una discussione che, sia pure fatta in un'Aula non affollatissima, mi sembra che abbia però un profondo significato storico e morale. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e FI).
ALBERTI CASELLATI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTI CASELLATI (FI). Signor Presidente, signori senatori, Forza Italia voterà a favore di questo disegno di legge, convinti come siamo che oggi sia maturo il momento per una giornata della memoria che renda onore alle vittime della tragedia delle foibe.
L'Italia, che ha bisogno di valori e che su di essi deve edificare senza reticenze il proprio futuro, non può continuare ad avere visioni parziali della sua storia e cancellare dalla propria memoria gli episodi sanguinosi che la sinistra italiana ha ritenuto troppo a lungo "scomodi" per essere riletti in chiave critica.
Le foibe sono state la tomba di migliaia di italiani prelevati dalle loro case di Trieste e dell’Istria dalle milizie del maresciallo Tito. Ricordare tante vittime e l'esodo forzato cui furono costretti 350.000 nostri connazionali è una "operazione verità" e non una rievocazione di parte. Per avere un’idea minima di quella tragedia, basti pensare che nella fossa di Basovizza ci furono 18 metri di corpi umani ammassati gli uni sugli altri: un vero genocidio.
Gli italiani di Istria subirono la pulizia etnica ed ancora non si sa quanti di loro furono sacrificati alla furia del comunismo titoista.
Di loro poco si è parlato nei testi scolastici, quasi fossero da considerare vittime di serie B a fronte di altre che pagarono per la violenza nazifascista.
Ora si fa qualche passo in direzione dell'allargamento della memoria, affinché essa sia viva non più e non solo nelle zone del nostro Nord-Est, ma anche nella coscienza dell'intera comunità nazionale, che non ha finora avuto abbastanza strumenti storici e rievocativi per comprendere la gravità e gli orrori di quelle vicende.
Il fatto che da parte della sinistra democratica si mostrino segnali di disponibilità ad ammettere le responsabilità comuniste di quegli eventi, apre qualche speranza nella direzione di una ricostruzione della nostra storia che sia "comune" e che respinga come indifendibili eventi che difendibili, in effetti, non sono, a prescindere da chi ne porta le responsabilità.
Migliaia e migliaia di italiani furono gettati nelle foibe solo perché erano italiani. I partigiani di Tito li portavano sull'orlo delle fosse e li spingevano, facendoli precipitare giù, vivi, a spegnersi in quell'orrore. Non si contano violenze e stupri perpetrati con una bestialità straordinaria, al di là di ogni possibile umana pietà.
Da allora, le popolazioni colpite aspettano giustizia, almeno quella della storia, rispetto, onore, affinché quel sacrificio sia infine ricordato in maniera degna.
Dunque: ricordare è giusto e sacrosanto.
E tuttavia, affinché la memoria dia frutti positivi per il futuro del nostro Paese, io credo che, una volta ripristinata la verità dei fatti, il nostro obiettivo non debba essere quello di valutare quale parte politica, nel nostro passato, ha contato più morti.
Celebrare, con solennità, le vittime delle foibe è un atto di onestà intellettuale indispensabile che l'intero Paese può permettersi grazie al nuovo clima politico aperto e liberale che spinge le coscienze di ogni colore ad interrogarsi. Soltanto i deboli possono temere di confrontarsi con la realtà.
Il sentimento di unità nazionale lo si rafforza dando alla stampa anche i capitoli che alcuni, sotto l'influsso di passate ideologie, ritengono "non confacenti", facendo così crescere una generale coscienza democratica che respinge la violenza e il sopruso sempre e comunque come metodo di battaglia politica. (Applausi dai Gruppi FI e AN).
STIFFONI (LP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
STIFFONI (LP). Signor Presidente, per le motivazioni espresse in discussione generale, peraltro riassunte nel disegno di legge, presentato dal Gruppo della Lega Nord, connesso al testo al nostro esame e recante: "Istituzione della "Giornata della memoria e dell’orgoglio dedicata agli esuli istriano-dalmati"", dichiaro il voto favorevole del mio Gruppo al provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo LP).
BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, intervengo non solo per dichiarare, come è ovvio, il voto favorevole del Gruppo della Margherita al provvedimento in esame, ma anche per svolgere alcune riflessioni e, se mi è permesso, anzitutto per esternare alcune sensazioni.
La prima è di estrema positività per il modo in cui finalmente arriviamo, con larghissima adesione politica, all’approvazione di un provvedimento che non soltanto formalizza una Giornata della memoria e del ricordo, ma per la prima volta consente, con queste modalità e con questi toni, di affrontare uno degli episodi più tragici del nostro passato non tanto remoto e uno dei drammi più bestiali della storia dell’umanità.
Questa sensazione di positività è un po’ attenuata da due elementi.
Il primo - l’ho già fatto presente alla Presidenza del Senato - concerne la maniera un tantino sotto tono e scontata con cui in quest’Aula si affrontano tali questioni. Già alcuni colleghi hanno fatto rilevare in discussione generale come in questa fase, non ritenendosi che venga richiesta la verifica del numero legale, la presenza sia, per così dire, immemore.
Il secondo elemento riguarda il fatto che vedo ritornare ancora una volta - e questa sì è una malapianta - in determinate riflessioni, pur positive, la radice della lettura ideologica ed il tentativo di utilizzare questo dramma (che, torno a dire, non ha forse che pochi eguali nella storia dell’umanità) per piccole ragioni di parte.
Io che mi onoro di avere nel sangue le radici delle popolazioni - starei per dire di tutte le popolazioni - di quelle terre prima di tutto vorrei che non procedessimo ad una sorta di operazione a posteriori. Vedete, la memoria è una cosa straordinaria, ma spesso è selettiva: man mano che si allontana dal luogo degli accadimenti, non soltanto rischia di vederli attraverso la traccia delle proprie motivazioni odierne di carattere ideologico, ma tende, proprio perché selettiva, a rimuovere quelle parti del passato che meno le piacciono.
Guai a noi se dovessimo, tutti assieme, proprio nel momento in cui ricordiamo questi episodi, rimuovere la tragedia complessiva di quel periodo e di quelle zone; faremmo il maggior torto possibile a quelle popolazioni che tra l’altro, nella loro stragrande maggioranza, del tutto fuori da ogni accadimento politico, spesso sono state vittime dello scatenamento del più bestiale, generale odio nazionalistico e non soltanto - lo voglio ribadire, ahimè - ad iniziare dal secolo che abbiamo appena lasciato; odio nazionalistico che ha inquinato terre nelle quali quelle popolazioni (italiane, slovene e croate) convivevano pacificamente e tranquillamente, creando tra l’altro una delle zone che forse più di ogni altra poteva essere di esempio culturalmente e socialmente all’Europa che oggi noi tendiamo a riunificare, ad unire.
Vi è stata disattenzione totale e lo ricordava prima il presidente Andreotti. Io voglio ricordare una fonte, presidente Andreotti, inoppugnabile: è di qualche settimana fa un articolo pubblicato da "Civiltà cattolica", la rivista dei Gesuiti, che ricordava queste popolazioni e questi episodi, dalle foibe agli esuli. Io ho ricordato in Commissione - voglio che ne rimanga traccia anche nei Resoconti dell’Assemblea - che ci fu un secondo esodo, non soltanto quello dell’immediato dopoguerra.
Infatti, nel momento in cui il Memorandum di Londra divenne efficace, una parte delle popolazioni della cosiddetta "Zona B" - era il 1954, esattamente nove anni dopo che nel resto del Paese quegli avvenimenti erano, per fortuna, ormai una traccia abbastanza lontana - fu costretta ad abbandonare tutto da una notte al giorno dopo e il comune di Muggia, di cui ho avuto l’onore di essere sindaco, fu tagliato a metà e fu costretto a vivere in una condizione - che durò anni - di catastrofe naturale oltre che umanitaria.
Dicevo dunque che quella operata fu una rimozione che pagò degli scotti alla realtà politica dell’epoca. Ricordava "Civiltà cattolica" che questo, purtroppo, fu un elemento che unì tutti, De Gasperi, Togliatti, ma anche, all’interno del panorama internazionale, le grandi potenze. Dimenticati - si potrebbe quasi dire - veramente da tutti gli uomini e, per chi crede, sperabilmente, non da Dio, ma abbandonati davvero da tutti, dimenticati e reietti questi uomini hanno atteso per troppo tempo, anche perché vittime delle rispettive strumentalizzazioni, di essere finalmente riconosciuti.
Oggi noi, per qualche verso, lo facciamo. Devo però dire al Governo, che ha accolto, e ne sono lieto, una parte del mio ordine del giorno, che non vorrei - nel concludere questo intervento - che lo facessimo soltanto ancora una volta per liberarci di un peso del passato, che non lo facessimo soltanto per una vuota retorica, ma lo facessimo, tra l’altro, tentando di dare risposte concrete a coloro che sono ancora in vita o ai figli di coloro che hanno pagato questi prezzi.
Dico questo perché è aperta la questione degli indennizzi, come sa il Sottosegretario non è stata ancora risolta. Ho già detto che voglio rimanere fuori da ogni tentativo di strumentalizzare questa vicenda, per cui lungi da me ricordare quello che a volte avviene quando si presentano emendamenti alla legge finanziaria che tendono a rivalutare gli indennizzi per coloro che hanno dovuto abbandonare tutto.
Se, però vogliamo davvero evitare che tutto questo sfumi - lo dico al sottosegretario Ventucci che ringrazio per aver accolto l’ordine del giorno - non soltanto nella memoria selettiva ma anche nel vuoto della retorica di un periodo, di un tempo, magari di una sola giornata, non dobbiamo dimenticare che ci sono atti concreti che le associazioni degli esuli si attendono, da noi tutti e non solo dal Governo, ai quali dobbiamo essere in grado di corrispondere concretamente.
Da ultimo, ricordo che ci sono ancora degli italiani che sono rimasti in Slovenia e in Croazia e che hanno anche loro pagato. Non voglio ovviamente fare la classifica di chi ha pagato di più o di chi ha pagato di meno, credo che abbandonare quelle terre, abbandonare tutto sia il dramma peggiore, credo che piangere i propri familiari infoibati sia il dramma peggiore.
Molti pagarono e - ve lo posso assicurare - pagarono trasversalmente: quando nel 1954 il mio Comune fu tagliato in due, il sindaco, che era comunista, espose la bandiera italiana a lutto e fu per questo addirittura denunciato e perseguitato. Quindi, al di là delle scelte politiche, quelle popolazioni pagarono trasversalmente, spesso anzi per quella divisione bestiale, nazionalistica ed internazionale, non dimentichiamolo, anche per le scelte che successivamente fece il maresciallo Tito, che in qualche modo incrinarono il campo comunista e che furono un altro degli elementi che in qualche modo fecero sì che quelle popolazioni venissero "sconsiderate" fastidiose per l’universo mondo.
Come dicevo, però, ci furono degli italiani che rimasero: alcuni perché non poterono andarsene, perché poi non era facilissimo, alcuni rimasero per scelta. Dobbiamo a quegli italiani, in un periodo difficilissimo, se oggi le tracce di una grande cultura, quella italiana, istriana, veneta, romanica in quei territori non è del tutto scomparsa, perché non c'è soltanto la cultura orale, c’è anche la cultura scritta, la cultura musicale, la cultura archeologica, la cultura complessiva delle nostre tracce e delle nostre tradizioni.
Oggi quegli uomini, ovviamente nel contesto di un’Europa che si allarga e che dal 1° maggio comprenderà la Slovenia, ma spero che saranno rimossi gli ostacoli e possa comprendere anche la Croazia e quindi tutte le zone che una volta furono insediamento così importante delle nostre popolazioni, si attendono di avere tutto il collegamento con quella che giustamente definiscono la loro nazione madre; un collegamento reale - lo so che in parte già avviene - rafforzato, che è importante e che, se mi è permesso, dovrebbe intervenire ed esserci ancor di più, perché solo in questa maniera riusciremo a fare un’operazione fondamentale: quella non soltanto di ricordare quei periodi ma di ripristinare - certo in avanti, quindi in una condizione incomparabilmente diversa da quella di quel periodo - le condizioni di una multiculturalità unitaria in quelle zone come fondamento oggi di una nuova Europa pacifica e democratica. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U, della senatrice D’Ippolito e del senatore Passigli).
FORLANI (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FORLANI (UDC). Signor Presidente, mi sembra di avvertire nelle varie dichiarazioni che oggi ho ascoltato come nel provvedimento venga colta da più parti una valenza particolarmente positiva al di là del disposto del provvedimento stesso, sul quale mi sono prima già soffermato: la tendenza a considerarlo come un atto che concorra ad un processo in atto di riconciliazione storica, di superamento di steccati tradizionali che a lungo ci hanno diviso, non soltanto nell’interpretazione delle contingenze della politica, delle vicende del presente, ma anche nell’interpretazione della nostra storia e dei tragici episodi del passato.
Siamo stati effettivamente divisi, per decenni, in modo lacerante sulle vicende della II Guerra mondiale, del fascismo e delle conseguenze drammatiche che essi hanno prodotto, con un atteggiamento ed una linea di tendenza che era un po’ quella che caratterizza i rapporti tra vincitori e vinti. Per molto tempo, anche nella propaganda, nella cultura e nell’educazione delle giovani generazioni, si sono focalizzate maggiormente certe vicende, che giustamente andavano stigmatizzate, celebrate e ricordate, e se ne sono sottovalutate e accantonate altre, che a volte involgevano anche le responsabilità di parte dei vincitori.
Questa condizione anche di carattere culturale, a mio avviso, ha minato per molto tempo la nostra convivenza civile e in taluni casi ha prodotto effetti aberranti, non escluse alcune esacerbazioni dell’estremismo violento che abbiamo vissuto in certe fasi della nostra storia, a volte legate a suggestioni che hanno ispirato determinate parti delle giovani generazioni in passato.
Credo che questa divisione tra italiani sull’interpretazione della nostra storia fino al Secondo Dopoguerra si vada progressivamente attenuando; credo vi sia un superamento che va valutato positivamente, perché sta portando ad una riconciliazione su quelle tematiche e vicende. Ciò avviene in parte per effetto naturale del trascorrere del tempo, per l’avvicendamento e la successione tra generazioni, ma accade anche per un’opera che è stata impropriamente chiamata, con un’accezione vagamente negativa, di "revisionismo" da parte degli storici; si è data, appunto, una valenza negativa a questo termine, mentre io parlerei di "riequilibrio" della definizione delle verità storiche con una certa letteratura che ha messo in evidenza alcune di quelle che erano state, fino a quel momento, le contraddizioni dominanti dell’interpretazione. Mi riferisco, in particolare, a tutta una letteratura che si è sviluppata a partire da Renzo De Felice, fino al più recente libro di Gianpaolo Pansa, "Il sangue dei vinti". Parlo quindi di uomini che hanno un’estrazione di sinistra, ma che sono riusciti, senza rinnegare la condanna più volte ribadita di alcuni fatti, ad evidenziare anche i torti e gli orrori parziali che vi erano stati dall’altra parte.
Credo che questo provvedimento vada in quella direzione. Esso non deve essere letto - come devo dire non ho sentito fare da gran parte degli interventi - come un atto di rivalsa di una parte che voglia tornare ad accusare l’altra, bensì come un atto di riconciliazione, il riconoscimento comune e generalizzato di alcuni eccessi che sono stati compiuti, la condanna di quelle violenze efferate e, soprattutto, il riconoscimento e la valorizzazione del sacrificio delle popolazioni che ne sono state vittima.
Ricordare quindi questo sacrificio, valorizzarlo anche ai fini della divulgazione culturale e della prevenzione, rendere onore ai morti e alle loro famiglie, ai profughi, a coloro che hanno sofferto, favorire la conoscenza di questi fatti e superare, appunto, queste divisioni che ci caratterizzano rispetto al passato.
Credo che a questo, in termini politici, abbia concorso in modo rilevante, almeno a mio giudizio, anche la nuova fase bipolare che da circa un decennio caratterizza il sistema politico italiano. Il bipolarismo, ossia l'alternanza tra i due schieramenti, così come è stato applicato nel nostro Paese, può anche essere soggetto a qualche critica o a qualche esigenza di correzione, ma sicuramente se un merito lo ha avuto è stato quello di superare le pregiudiziali di carattere esistenziale che denotavano prima tra loro gli schieramenti.
Bipolarismo significa abitudine a confrontarsi, a rispettarsi reciprocamente, a legittimarsi, a collaborare, ad accettare di stare all'opposizione rispetto al Governo dell'altro. Tutto questo ha riportato ad una capacità di dialogo tra certe parti politiche che per decenni è mancato proprio in virtù delle vicende drammatiche della guerra e del secondo dopoguerra.
È quindi anche rispetto a questa valenza che mi sembra venga individuata nel provvedimento, che su di esso con convinzione, a nome del Gruppo dell'UDC, dichiaro il voto favorevole. (Applausi dal senatore Gubetti).
CREMA (Misto-SDI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CREMA (Misto-SDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei pronunciare alcune parole per esprimere il voto favorevole sul provvedimento in esame, senza retorica e senza propaganda. Penso sia giusto dire parole di verità sul passato, parole espresse con generosità nei confronti degli sconfitti dalla storia.
I socialisti lo hanno fatto da decenni e voglio ricordare che l'"Avanti!" diretto da Ugo Intini aprì le porte alla collaborazione di un fascista intellettuale repubblichino come Giano Accame. Non abbiamo aspettato il libro di Pansa per denunciare i crimini commessi in nome della Resistenza, potevamo farlo perché Sandro Pertini che era presidente della Repubblica approvava e perché noi celebravamo il 25 aprile il sacrificio di Matteotti insieme ai nostri compagni che furono maestri per noi ma anche protagonisti della Resistenza.
Abbiamo ricordato per anni il martirio della popolazione italiana in Istria, i giornali e i libri, per la verità scrivevano poco ma al riguardo ci hanno insegnato tanti cari compagni ed amici. Ne voglio ricordare due, Guelfo Zaccaria, socialista partigiano in Istria e Pio De Berti Gambini, direttore di Raidue, intellettuale esule da Fiume scacciato dalla violenza titina. Suo padre era sindaco socialista di quella città e fu poi stretto collaboratore di Saragat e maestro di socialismo per il figlio. Facevamo battaglie di libertà e di verità, spesso isolati nella sinistra.
Certo il Partito comunista del tempo ha avuto grandi responsabilità, ma esse furono molto inferiori a quello dei grandi giornali indipendenti, dei mass media e della cultura italiana. Non dimenticheremo che alla fine degli anni Settanta non "l'Unità" ma il "Corriere della Sera" predicava l'ortodossia marxista-leninista.
Questo Paese ha sofferto per i ritardi dei partiti della sinistra, però ha sofferto molto di più per la viltà, il conservatorismo e la faziosità di quella che avrebbe dovuto essere la guida culturale della sinistra del Paese, quella che ancora oggi - non è un caso - frappone ostacoli al suo rinnovamento in senso riformista. Si tratta dell'unica cultura marxista-leninista sopravvissuta al mondo. Questa cultura non è il medico ma la malattia della sinistra.
Per tutte queste ragioni ho apprezzato la posizione che è stata assunta dall'onorevole Fassino e dal Partito dei Democratici di Sinistra, una posizione coraggiosa e chiara.
Ciò detto, non mi sono piaciute e non mi piacciono le strumentalizzazioni e gli eccessi polemici che si sono colti anche in questo dibattito. Un Paese che si divide e dibatte continuamente sul passato preoccupa; è un Paese invecchiato e invecchiato male, senza sufficiente identità storica, ove la politica strumentalizza il passato anziché progettare il futuro.
La politica riempie e giornali e consuma le sue energie guardando indietro anziché guardare avanti. Diciamo la verità, parliamo di cose concrete: sessanta anni fa o nel 1968 mai si sarebbe potuto immaginare un aspro dibattito sugli orrori della guerra del 1915-1918.
Un altro aspetto che non mi piace è che la destra tenta evidentemente di mettere sostanzialmente sullo stesso piano fascismo e comunismo. Non voglio addentrarmi in un argomento complesso ma, lasciando da parte il piano internazionale, è certo che non si può mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo in Italia. I comunisti italiani hanno avuto il torto di appoggiare Mosca sul piano politico e propagandistico, hanno avuto una responsabilità ideologia, questo è vero, ma occorre aggiungere ciò che suggeriscono, in modo evidente a tutti, l'esperienza e il buon senso: i fascisti hanno oppresso l'Italia, hanno perseguitato gli ebrei italiani e tanti cittadini italiani, i comunisti hanno lottato per la libertà dell'Italia insieme ai socialisti, ai democristiani e ai liberali.
I vecchi socialisti lo hanno sempre saputo: Nenni, Saragat, Pertini, Craxi, cari colleghi, non hanno mai trattato i comunisti come dei nemici e come dei fascisti. Tutti hanno collaborato con i comunisti ove era possibile, nei comuni, nelle regioni, nei sindacati, nelle cooperative. Nenni, Saragat e Bettino Craxi hanno avuto tutti l'obiettivo di governare l'Italia con dei comunisti che abbandonassero finalmente l'ideologia comunista. Anche questo ha aiutato, a mio avviso, il rinnovamento del vecchio Partito Comunista Italiano e anche per questo, signor Presidente, è oggi maturo il tempo per una grande, leale aggregazione tra riformatori socialisti, cattolici, ex comunisti e liberali. L'unità che oggi si crea a sinistra ha anche questo valore e questo significato molto importante: non ci divide più il passato, ci uniscono il presente e il futuro. Con queste motivazioni i socialisti voteranno a favore del presente disegno di legge. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e del senatore Occhetto).
PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge n. 2752 nel suo complesso.
E' approvato.
Restano pertanto assorbiti i disegni di legge nn. 2189 e 2743.
Prima di passare al punto all'ordine del giorno così come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, sospendo brevemente la seduta.
(La seduta, sospesa alle ore 11,55, è ripresa alle ore 12,03).
FINE