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Rassegna stampa n. 904 del 01/02/2014

 

MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE

a cura di Maria Rita Cosliani – Eufemia G.Budicin – Stefano Bombardieri

N. 904 – 01 Febbraio 2014
    
Sommario



55 - L'Eco di Bergamo 29/01/14 Scomparsa del Prof.Parenzan, gli istriani: «Orgoglioso delle sue radici»
56 - La Voce del Popolo 27/01/14 Fiume - Settant'anni fa la distruzione della Sinagoga
57 - Il Tempo 27/01/14 L' Editoriale - L’orrore degli Ebrei infoibati (Marino Micich)
58 - Il Piccolo 01/02/14 Arriva anche nelle librerie “Magazzino 18” di Simone Cristicchi. (Simone Cristicchi)
59 – Libero 01/02/14 Scandicci (Firenze): Centri sociali assaltano Cristicchi
60 - Il Tirreno 28/01/14 Pisa: Martiri delle foibe, distrutta lapide
61 -  Europa 28/01/14 Federico Orlando : Alla memoria non servono leggi (Federico Orlando)
62 – Mailing List Histria Notizie 31/01/14 Lettera - In merito all'articolo di Federico Orlando "Alla memoria non servono leggi" del 28 u.s. in «Europa» (Marino Micich)
63 - Avvenire 30/01/14 Foibe, i Giorni del non Ricordo (Lucia Bellaspiga)
64 -  Giornale d'Italia.it  31/01/14 Gorizia: Teatro, visite guidate, soggiorni, commemorazioni: perché il dolore degli esuli e dei Martiri delle foibe non sia dimenticato (Emma Moriconi)
65 - L'Eco di Bergamo 29/01/14 Bergamo:  Profughi istriani le iniziative per il Ricordo (Diana Noris)
66 - La Voce del Popolo 25/01/13  Del sì, del da, dello ja - Istria, la trina (Milan Rakovac)
67 – Avvenire 28/01/14 Lettere – Esodo dall’Istria: Orrore da ricordare (Anna Rismondo)
68 - Il Piccolo 30/01/14 Pamich: 80 anni (e tre vite) attraversati a passo di marcia (Roberto Degrassi)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


55 - L'Eco di Bergamo 29/01/14 Scomparsa del Prof.Parenzan, gli istriani: «Orgoglioso delle sue radici»
Gli istriani: «Orgoglioso delle sue radici»

«Il mondo degli esuli di Ber­gamo e del mondo piange oggi la scomparsa di un caro amico. Lucio era infatti orgoglioso delle sue radici istriane cui si sentiva profondamente legato da vincoli di affetto e di amore».

Con queste parole gli esuli da Fiume, dall’Istria,dalla Dalma­zia di Bergamo e l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dal­mazia hanno voluto ricordare ieri Lucio Parenzan, di origini istriane.
La presidente Maria Elena Depetroni, in una nota, ricorda in particolare quanto Parenzan si fosse emozionato, nel marzo 2009, in occasione del Concerto del ricordo che gli fu dedicato in Sala Greppi. «Fu una serata indimenticabile in cui la città tutta di Bergamo, l’allora sinda­co avvocato Boberto Bruni in primis - racconta la Depetroni -, si strinse attorno al proprio benemerito concittadino per ringraziarlo di quanto aveva fatto per la sua città d’adozione. Lucio era amato per tutto il be­ne che ha compiuto nella sua vita dedicata agli altri, per il sorriso gioviale che sapeva tra­smettere serenità. Grazie Lu­cio, per l’affetto che ci hai dato e per averci onorato del dono della tua amicizia preziosa»



56 - La Voce del Popolo 27/01/14 Fiume - Settant'anni fa la distruzione della Sinagoga
Settant’anni fa la distruzione della Sinagoga

Oggi tutto il mondo commemora le vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell’Olocausto e coloro che, a rischio della propria vita, hanno protetto i perseguitati. Alla fine del gennaio 1944, con la distruzione della Sinagoga fiumana in via Pomerio 31 (era il 25 gennaio), alla quale fece seguito, due settimane dopo, l’azione della Guardia di Finanza volta ad accertare la loro presenza e il patrimonio di quelli rimasti, prese inizio il pogrom degli ebrei di Fiume.
Furono deportate 243 persone – la stragrande maggioranza di queste transitate per San Sabba e da qui deportate ad Auschwitz –, delle quali fecero ritorno solo 19. Altre 96 furono arrestate in altre province italiane e finirono nei campi di ster­minio, dove si salvarono 16, mentre 7 morirono in stato di deten­zione. Su oltre settanta ebrei mancano informazioni pre­cise.
Dal Litorale Adriatico, sottoposto all’autorità tedesca, l’ultimo treno della morte partì indisturbato il 24 febbraio 1945. La triste dimensione nota – i dati sono frammentari – della Shoah fiumana è, dunque, di 412 depor­tati e 380 vittime, tra cui 30 bambini, alcuni di pochi mesi, i più grandi di 14 anni. Una cifra notevole per cui tra le città italiane Fiume si colloca ai primi posti di questa triste graduatoria dopo Roma, Trieste e Cuneo.

A proposito della Sinagoga, l’opera devastante iniziata dai nazisti – l’esplosivo e quindi l’incendio non rasero al suolo l’edificio, ma lo danneggiarono gravemente, lasciando praticamente in piedi la cupola e l’interno – fu completata dalle autorità comuniste. Un po’ come avvenne per la Chiesa del Redentore in Mlaka (dissero che ostacolava il nuovo regime di regolazione del traffico) trovarono un motivo per abbatterla definitivamente: sarebbe costato troppo restaurarla, circa 9 milioni di lire. E l’Unione delle comunità di confessione israelitica, con sede a Belgrado, nelle vesti di erede legale, nell’agosto 1948 vendette la parcella catastale e quello che.restava della grande sinagoga al nuovo potere popolare del distretto di Fiume come materiale edile.

Fiume, oasi di tranquillità

Fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Fiume dev’essere stata una vera e propria oasi di tranquillità per gli israeliti che vi affluirono nel corso dei secoli. Ogni ghetto era inimmaginabile e ogni violenza che non avesse motivo d’interesse era punibile. In soli sette anni (dal 1938 al 1945) si arriverà alla cancellazione di quanto era maturato in cinquecento anni. Infatti, le prime notizie sulla presenza di una comunità ebraica a Fiume si hanno intorno al XV secolo: si trattava di gruppi di com­mercianti che avevano dato origine a un piccolo quartiere, detto “Ziecha” o “Zudecca”, Giudecca. Molti giungevano da Pesaro e dalle Marche (i cosiddetti Marchigiani, 1441), altri dalla Spagna, sempre nel ‘400, e in seguito altri ancora arrivarono dall’Austria, dall’Italia e soprattutto da Trieste (tra il 1835 e il 1850); dopo lo storico compromesso del 1868 a Fiume s’insediarono ebrei che arrivavano da villaggi della Russia, della Galizia, della Bessarabia, dell’Ungheria settentrio­nale e orientale. Se nel Settecento il numero degli israeliti fiumani si aggirava sulle 60 unità, negli ultimi decenni dell’Ottocento contava 1.600 persone e 250-260 soci di una Comunità organizzata – nata il 26 settembre 1781 – e ben inserita nel tessuto sociale, eco­nomico e culturale della città. A Fiume troviamo diversi cognomi di origine ebraica: ricordiamo le famiglie Piazza, Valenzin, Kohen, Pardo, Jesurum, Jachia, Bemporath, Penso, Ventura e Mandolfo. Nella vita quotidiana e nei riti usavano di rego­la la lingua italiana.

Progetto di architetti di Vienna e Budapest

Con il tempo la consistenza della Comunità ebraica di Fiume aumentò sensibilmente, tanto che una prima, vecchia sinagoga in via del Tempio (Cittavecchia), diventata troppo piccola per le celebrazioni delle feste, venne sostituita da una uova sinagoga, costruita nel 1903, su progetto degli architetti W. Stiassny, di Vienna, e Leopold (Lipot) Baumhorn, di Budapest, mentre i lavori di costruzione vennero eseguiti dall’ingegnere fiumano Carlo Conighi.

I dati del 1910 parlano di 2.148 persone residenti che professano la religione ebraica (su una popolazione di 49.722 persone), comprendenti però anche quelli di Abbazia, mentre 1.696 sono i fiumani. Un incremento della popolazione ebraica si ebbe nel 1924, per le aspettative positive in seguito all’annessione di Fiume all’Italia (e la soluzione del loro status, dopo l’abbandono di Fiume da parte degli ungheresi, dissolta la Monarchia Duplice). Mentre i problemi economici di Fiume si aggravano ulteriormente, in seguito alla crisi economica del porto, del commercio, della perdita dell’entroterra, degli anni Venti e ulteriormente con la recessione generale, l’arrivo di ebrei dall’Europa Centrale rimase costante, in modo particolare poi con l’avvento del nazismo in Germania.
La presenza della Comunità ebraica ortodossa, una comunità ben distinta (come era a Trieste) rispetto al resto dell’Italia, diventa nel 1931 un pretesto per le autorità fasciste per lo scioglimento, cioè l’integrazione di questa Comunità in quella neologa (o riformata) più numerosa nel 1932. Anche all’interno di quella neologa, gli ortodossi proseguiranno nelle loro attività separate, come anche nei riti ben distinti. Lentamente, e in periodi diversi, le autorità – prefettura e questura –, cominciarono a stendere relazioni dettagliate non solo sui dati personali riguardanti i membri della comunità ebraica, ma anche descrivendo minuziosamente le loro attività economiche, le loro condizioni finanziarie, dunque viene preparato quell’insieme di documentazione che condurrà poi all’organizzazione della deportazione. Le autorità avevano intanto provveduto all’espulsione degli ebrei “stranieri”, fonte di preoccupazione per le autorità italiane in modo particolare dopo l’ascesa al potere di Hitler.

Il censimento del 1938

Nel 1938, anno dell’entrata in vigore delle leggi razziali, secondo i censimenti, a Fiume c’erano solo 1.635 ebrei schedati (851 famiglie). I dati statistici del censimento del 22 agosto 1938 posero le basi per le campagne antisemitiche già in atto e che servirono come tappa fondamentale per le persecuzioni razziali a venire.
L’allontanamento dal lavoro di persone ebree si ebbe già a partire del 1939. Con il deterioramento delle condizioni di vita approssimativamente 350 persone lasciarono il territorio del Carnaro. Quelli rimasti cercarono ancora di far funzionare le strutture di una volta e sostituire quelle negate in seguito alle leggi razziali come la frequentazione della scuola: nell’anno scolastico 1938-1939 un Istituto Autonomo di Istruzione Media mantenne tutti i corsi delle varie scuole medie e quelli delle scuole di avviamento. La solidarietà si sentiva non solo fra gli ebrei fiumani o di Abbazia, ma in casi di internamento, come quelli di Verona o di Ferrara, anche in quelle città.

Nel 1941 a Fiume, Abbazia e Laurana il numero delle persone considerate ebree ammonta a 1.362. Circa 1.200 ebrei fiumani, tolti dagli internati in Italia, avreb­bero abbandonato volontariamente il territorio tra il 1938 e il 1943. Di con­tro, tra il 1941 e il 1943, vi fu un’im­migrazione dalle zone dei Balcani e dell’Europa centrale occupate dai nazisti, dove le leggi razziali veni­vano applicate con il massimo rigore. Ce ne erano, ad esempio, in fuga dalla Croazia, che cercavano a ogni costo di arrivare a Fiume, per lo più in barca. Fiume, del resto, come viene osservato, è crocevia anche “legale” di ebrei internandi, diretti verso l’Italia.

Tra i presenti a Fiume e Provincia, nel febbraio del 1944, non si registrano più di 150 nominativi che non appaiono negli elenchi e nelle fonti al fine di poter stabilire la cittadinanza e la nazionalità. Il prefetto di Fiume, Temistocle Testa, si rivelò particolarmente intento a eseguire ogni ordine alla perfezione. Secondo le denunce del prefetto a Fiume c’erano 216 uomini e 359 donne ebree.

Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, alcuni degli ebrei fiumani che si trovavano in Italia centro-meridionale sperarono di poter ritornare nelle proprie case finalmente liberi, ma l’illusione fu di breve durata. Poco dopo l’armistizio i nazisti occuparono tutta la Venezia Giulia, che fu incorporata nel cosiddetto “Adriatisches Kuestenland”, posto sotto giurisdizione del Gauleiter Friedrich Reiner (austriaco), che si insediò a Trieste.

Sorti condivise con gli esuli

Si avvicinava la “soluzione finale”. La polizia tedesca, avvalendosi dei registri del municipio, con i rispettivi nominativi, ebbe un compito facile nel ritrovamento delle persone che voleva arrestare. Prese sotto la propria direzione il sequestro dei beni degli ebrei, dando disposizioni alle banche di eseguire. Si calcolano 243 deportati in Germania dalla Provincia del Carnaro. Di essi 170 furono arrestati a Fiume, 40 ad Abbazia, 5 a Sušak, 3 ad Arbe, 2 a Laurana. Secondo la testimonianza di Arminio Klein, presidente della Comunità ebraica di Fiume, sopravvissuto all’Olocausto, 16 persone di origine ebraica superarono la guerra a Fiume. Secondo l’attuale amministrazione della Comunità, 406 ebrei perirono nell’Olocausto.

Alla fine del conflitto gli ebrei fiumani sopravvissuti alla tragedia della Shoah, contrariamente a quanto avveniva nelle altre comunità ebraiche d’Italia, non poterono far ritorno alle loro case perché tutta la provincia del Quarnero era stata nel frattempo occupata dalle truppe del maresciallo Tito e annessa alla Jugoslavia. Qualcuno tentò di metter piede in zona per cercare di recuperare i beni abbandonati, ma sparì dalla circolazione e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri condivisero le sorti degli esuli fiumani, istriani e dalmati, che con notevoli sacrifici si sistemarono in varie località d’Italia o emigrarono in altri Paesi d’Europa, nelle Americhe, in Palestina/Israele, in Australia o altrove.





57 - Il Tempo 27/01/14 L' Editoriale - L’orrore degli Ebrei infoibati
L'EDITORIALE di Marino Micich
L’orrore degli Ebrei infoibati
Oggi ricorre la Giornata della Memoria, con la quale anche la Repubblica italiana vuole rendere un doveroso ricordo alla Shoah, quella «tempesta devastante» provocata dal regime nazista che colpì il popolo ebraico prima e durante la seconda guerra mondiale. Queste mie parole vogliono far presente ai lettori de Il Tempo che anche per le associazioni degli esuli giuliano-dalmati presenti nella Capitale e nel resto d’Italia oggi è un giorno di grave lutto. Perché molti ebrei - in pochi lo sanno - furono infoibati. Dopo la prima guerra mondiale a Spalato, a Trieste e a Fiume gli ebrei erano di casa e fino al giorno dell’emanazione delle leggi razziali nessuno mai si era posto veramente il problema di una incombente questione ebraica. Nel 1939 Lionello Lenaz, medico fiumano e legionario con D’Annunzio, rifiutò decisamente di tenere una conferenza sulla razza ebraica richiestagli dall’Istituto di cultura fascista di Fiume. Nella stessa città il circolo dei combattenti fu intitolato nel 1924 a Bruno Mondolfo, ebreo fiumano ucciso nel giugno del 1921 durante una manifestazione antigovernativa contro la cessione del porto Baross. Il letterato ebreo goriziano Enrico Rocca fu tra i fondatori del Fascio di Roma. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Nel 1939 a Fiume e provincia vivevano poco meno di 2.000 appartenenti alla religione ebraica e per loro, dopo le prime persecuzioni subite dal regime fascista, le cose si complicarono drammaticamente dopo l’armistizio e l’instaurazione da parte tedesca della zona militare di operazioni del Litorale Adriatico (Adriatisches Kustenland). L’arrivo dei nazisti mise temporaneamente fine agli infoibamenti , ma dall'altro canto diede inizio a una feroce persecuzione contro gli ebrei di Trieste, Fiume e Abbazia. A nulla valsero le azioni di alcuni italiani, come il questore di Fiume Giovanni Palatucci.
A Fiume i tedeschi diedero fuoco al bell'edificio della Sinagoga e iniziarono la deportazione sistematica di circa un migliaio di ebrei. Lo stesso Palatucci morì a Dachau. A Trieste operò per lungo tempo anche il famigerato campo di internamento di San Sabba, ideato dal nazista sloveno Odilo Globocnik, che diventò centro di eliminazione dei partigiani sloveni, croati e italiani e luogo di smistamento degli ebrei versi i lager tedeschi, diventati nel frattempo veri e propri campi di sterminio. Noi giuliano-dalmati conosciamo bene questa tragica storia, alla quale molte ricerche sono state dedicate anche dalla Società di Studi Fiumani. Tale istituzione, sorta nel 1960 a Roma, oggi presieduta da Amleto Ballarini, vide tra i suoi soci fondatori molti ebrei fiumani, che dopo aver subito le persecuzioni da parte italiana e tedesca vennero allontanati anche dal regime comunista jugoslavo. Ebbene, per conservare la memoria della città perduta, esuli fiumani italiani assieme agli esuli fiumani ebrei si unirono in un progetto di conservazione della memoria che si concretizzò proprio nella costituzione dell'Archivio-Museo di Fiume, che oggi ha sede nel Quartiere Giuliano Dalmata di Roma (zona EUR-Laurentina). Ricordo tra i primi il senatore a vita Leo Valiani (nome originario Leo Weiczen), che fu per molti anni presidente onorario della Società di studi fiumani. Da questi brevi cenni si può comprendere una realtà molto ricca e complessa che lega il mondo ebraico alle terre fiumane, triestine e dalmate, insomma a quelle terre che furono poi sottoposte a un'altra barbarie dopo la sconfitta tedesca, quella riconducibile all'azione di repressione genocida messa in atto dai partigiani comunisti di Tito contro gli italiani. Insieme alle migliaia di italiani infoibati possiamo annoverare anche molti ebrei. A Fiume scomparve l'intera famiglia Wilhelm; fece analoga fine l’antifascista ebreo fiumano Angelo Adam insieme a tutta la famiglia e così si potrebbe continuare per molto citando casi analoghi avvenuti a Spalato, a Zara, a Gorizia o a Trieste. Ricordo che la Società di Studi Fiumani ha pubblicato in questi anni diversi studi sulle comunità ebraiche di Fiume e Abbazia e che il comitato provinciale dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Roma ha promosso in più occasioni gemellaggi con la Comunità ebraica di Roma. Infine, tengo anche a sottolineare che durante le ultime edizioni del Viaggio nella civiltà istriana e dalmata, organizzate per oltre 200 studenti dal Comune di Roma abbiamo sempre voluto con noi le due sorelle ebree fiumane Tatiana e Andra Bucci, testimoni della duplice ingiustizia della deportazione e dell'esilio, alle quali dedico un pensiero particolare in questa triste e mesta Giornata.
Marino Micich, direttore Archivio Museo storico di Fiume












58 - Il Piccolo 01/02/14 Arriva anche nelle librerie “Magazzino 18” di Simone Cristicchi.

Simone Cristicchi, quando l’Istria una terra a forma di cuore finì prigioniera di odio e violenza
 
Arriva anche nelle librerie “Magazzino 18” di Simone Cristicchi.

di SIMONE CRISTICCHI
 
Mondadori pubblica “Magazzino 18”, il libro tratto dallo spettacolo del musicista che ha debuttato con grande successo al Politeama Rossetti di Trieste
 
 Viaggio doloroso e intenso dentro le violenze del ’900 che hanno portato gli italiani di quelle terre a dover abbandonare in massa le proprie case
 
 E la Rai lo trasmetterà nel Giorno del ricordo Non è sparito dal palinstesto della Rai per il Giorno del ricordo, come qualcuno temeva. Anzi, “Magazzino 18” di Simone Cristicchi avrà due momenti interamente dedicati a sé. Il primo è precvisto per lunedì 10 febbraio, su Raiuno, all’interno del programma di Bruno Vespa “Porta a porta”, che presenter-à lo spettacolo. A seguire, verrà trasmesso “Magazzino 18”. Dopo il debutto, con grande successo, al Politeama Rossetti di Trieste, Cristicchi, che è stato contestato l’altra sera in scena al Teatro Aurora di Scandicci, ritornerà nel Friuli Venezia Giulia il 7 aprile. Il suo “Magazzino 18” è stato inserito nel cartellone del Teatro Nuovo di Udine.
 

Pubblichiamo la parte iniziale dell’introduzione, “Una terra a forma di cuore”, per gentile concessione della casa editrice Mondadori.

 


 

Chissà se anche voi, attratti dall’annuncio di un’agenzia di viaggi, siete andati a trascorrere una vacanza sulle coste della Slovenia e della Croazia. Un paradiso: mare splendido, tramonti da sogno, città antiche. Pochi però sanno che quelle terre settant’anni fa erano italiane. La regione nelle cui acque avete fatto il bagno si chiama Istria, e Novigrad è il nome croato di Cittanova d’Istria. Così come Rovinj è Rovigno, Koper è Capodistria, Pula è Pola, Rijeka è Fiume, e Zara è il nome italiano di Zadar, e non quello di una famosa marca di abbigliamento. Ma l’Italia non è solo in questi nomi, lo possiamo vedere con i nostri occhi. Provate a passeggiare per i borghi antichi, entrate nelle chiese, osservate l’architettura, i monumenti, e vi renderete conto che lì, come dice una vecchia canzone, «anche le pietre parlano italiano». L’Istria, a guardarla dall’alto, sembra un cuore che si sporge sul mare, una grande conchiglia. Un lembo di terra che, nell’interno, cambia forma col passare degli anni. E delle guerre. E dei trattati di pace. Una linea sposta i confini, e sposta le vite delle persone. Per questo fazzoletto di terra sono passati tutti: italiani, austriaci, francesi, ungheresi, slavi. I territori di confine sono così: multilingue, multietnici. Le culture si incontrano, si mescolano, e magari provano a capirsi. Oppure si fanno la guerra. Nel 1915, a un anno dallo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Italia entra nel conflitto. L’Istria, Fiume e Zara sono sotto l’Impero austro-ungarico, eppure moltissimi giovani istriani, fiumani e dalmati disertano dall’esercito austriaco e si arruolano in quello italiano. Come fa Nazario Sauro. Oggi non c’è città in Italia che non abbia una via intitolata a questo patriota e martire, uno dei tanti istriani che si sentiva anzitutto italiano. Alla fine della guerra il Tricolore viene issato non solo a Trento, a Gorizia e a Trieste, ma anche a Zara, Pola e in tutta l’Istria, oltre che nelle isole del Quarnaro. Qualche anno dopo, anche Fiume si ricongiunge all’Italia e il processo di riunificazione nazionale si conclude. Per poco. Tanti sacrifici, tanti sforzi, tanti sogni vengono spazzati via dal fascismo, che incrina il delicato equilibrio tra le etnie della regione. Già nel 1920, quando Mussolini visita Pola, mette subito in chiaro le sue idee: «Di fronte a una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». La tensione comincia a salire. Ci sono manifestazioni antitaliane a Spalato e nel resto della Dalmazia, e moti antislavi a Trieste, Pola, Fiume. Non mancano i morti e le azioni clamorose, da una parte e dall’altra. A Spalato vengono uccisi due militari italiani. Sempre nel 1920, a Trieste i fascisti danno alle fiamme l’Hotel Balkan, che per gli slavi è la Narodni Dom, la «Casa del popolo», il cuore culturale della minoranza slovena. L’incendio dell’Hotel Balkan diventa il simbolo dell’odio e delle persecuzioni. Forse la prima grande frattura tra gli italiani della Venezia Giulia e le popolazioni slovene e croate. Dopo la Marcia su Roma e la presa del potere, proprio con sloveni e croati il fascismo mostra il suo lato peggiore, totalitario, razzista: viene proibito l’uso dello sloveno e del croato nei tribunali, negli uffici, nelle chiese; si rimuovono le insegne con scritte in slavo nei luoghi pubblici. L’unica lingua ammessa nelle scuole è l’italiano. Vengono italianizzati molti cognomi slavi, i nomi delle strade e delle piazze. Gradualmente gli spazi culturali, economici e sociali degli slavi vengono soppressi. Nel 1926 è istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con la finalità di spazzare via ogni forma di opposizione politica. Il risultato di questa volontà di italianizzazione forzata è che tra sloveni e croati cresce inevitabilmente il risentimento e il rifiuto di tutto ciò che è italiano. «Italiano» uguale «fascista».
 
Una convivenza salda nei secoli si trasformò in persecuzione
«Da noi, italiani e slavi vivevano insieme da secoli, soprattutto da quando Venezia aveva incoraggiato nuove immigrazioni per ripopolare la penisola dopo una serie di pestilenze». Sono parole di Fulvio Tomizza. Lo scrittore di Materada che nella “Trilogia istriana”, e in altri suoi libri importanti come il Premio Strega “La miglior vita”, ricordava che quella convivenza si incrinò per colpa di «una sorta di processo di precisazione della propria identità etnica: io sono italiano, io sono croato». Parole che ritornano, adesso, nella bella prefazione di Gian Antonio Stella, giornalista del “Corriere della Sera” e scrittore, al “Magazzino 18” di Simone Cristicchi che Mondadori pubblica adesso in volume (pagg. 180, euro 16,50) e che arriva nelle librerie martedì. E se Tomizza, che per lunghi anni ha vissuto a Trieste, diceva di avere dedicato la propria vita «a cercare di ricucire le due parti di me stesso», quella italiana e quella slava, lo stesso ha fatto Cristicchi. «Di ricucire, lui che è nato “dopo” e lontano da Trieste e dalle terre contese - scrive Stella - i pezzi della storia. Gli errori, più o meno involontari, più o meno prepotenti, più o meno feroci, dell’una e dell’altra parte». Ancora oggi, a ripercorrere le testimonianze di chi è scappato, di chi ha perso amici e parenti nelle foibe, di chi ha dovuto lasciare la casa, la terra, gli animali, non si può evitare di emozionarsi. Perché l’opera di espulsione degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia fu portata avanti senza il minimo tentennamento. La stampa titina descriveva gli esuli come «tarati cronici dello sciovinismo», «infetti dal virus della superiorità della stirpe». Diceva che se ne andavano perché «il nostro sistema sociale non offre prospettive di grandi profitti e facili arricchimenti». Stella ricorda anche il destino dei pochi italiani che decisero di rimanere. Divisi, come raccontava Antonio Borme, tra quelli che professavano una fede cieca nel comunismo di Tito, oppure nell’Unione Sovietica. Ben presto si trovarono a fare i conti con la contrapposizione feroce di quelle due vie al marxismo. Tanto da veder partire, spesso senza ritorno, molti “compagni” verso l’inferno di Golj Otok




59 – Libero 01/02/14 Scandicci (Firenze): Parla delle foibe, centri sociali assaltano Cristicchi

Lo spettacolo a Scandicci
Parla delle foibe, centri sociali assaltano Cristicchi
GIUSEPPE POLLICELLI
Utilizzando un`espressione che acquisì un sfumatura lugubre ai tempi del fulgore del terrorismo brigatista, si potrebbe dire che i contestatori di Magazzino 18, lo spettacolo di Simone Cristicchi sull`esodo istriano del 1947, abbiano compiuto giovedì sera un «salto di qualità».
Se finora, infatti, si erano limitati a critiche, minacce e improperi diffusi per lo più attraverso il web, l`altroieri a Scandicci, vicino a Firenze, si sono resi protagonisti di un`azione ben più eclatante. Pochi istanti prima che lo spettacolo avesse inizio, una cinquantina di aderenti ai collettivi «Firenze antifascista» e «Noi saremo tutto» sono penetrati nel Teatro Aurora e, preso possesso del palcoscenico, hanno srotolato uno striscione con la scritta «La storia non è una fiction», contemporaneamente inneggiando alla Resistenza per mezzo di un megafono. Accolti dalle bordate di fischi degli spettatori, gli esponenti dei centri sociali non se ne sono andati fino a quando, dopo circaventiminuti, la polizia non li hanno allontanati con la forza.
L`ottusa intolleranza di alcune frange dell`estrema sinistra torna dunque a prendere di mira un` opera teatrale che ha il merito di avere contribuito a far conoscere uno degli episodi più dolorosi della storia italiana del Novecento. «Non ero presente a Scandicci ma da quanto mi ha raccontato Simone Cristicchi, e anche da quel che si vede in un filmato recuperatile su YouTube, la cosa più confortante è stata la reazione del pubblico», dice il giornalista Jan Bemas, coautore dei testi diMagazzino 18 (spettacolo che prende le mosse proprio da un libro di Bemas pubblicato da Mursia nel 2010, Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani).
«La disapprovazione e l`insofferenza verso questo assurdo blitz organizzato dai centri sociali sono state immediate e unanimi. Costoro si ritengono purtroppo i custodi di verità assolute che sono, in realtà, la negazione della verità e vengono troppo spesso usate come clave. Mi è stato riferito che alcuni spettatori anziani, forse perché particolarmente scossi in quanto toccati in prima persona dalla vicenda dell`esodo istriano, si sono messi a piangere nei minuti in cui il teatro è stato occupato».
Bemas ha le idee chiare su ciò che spinge i militanti dei centri sociali a portare avanti una negazione così odiosa e sfacciata della verità storica: «Flaiano diceva che in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Questi individui hanno bisogno di darsi un`identità e, per rinsaldarla, non solo si autoingannano, ma pretendono di impone a tutti le loro menzogne. Sugli esuli istriani e sulla tragedia delle foibe la sinistra ha una grande colpa: ha taciuto troppo a lungo intorno a questi argomenti e, quando ha iniziato ad affrontarli, lo ha fatto in modo troppo blando. È un rimprovero che può essere mosso a Occhetto come aViolante e allo stesso Veltroni». Il prossimo 10 febbraio, Giornata del ricordo dedicata proprio alla commemorazione dell`esodo giuliano-dalmata, Magazzino 18 verrà trasmesso su Rai Uno in seconda serata, dopo uno speciale di Porta a porta sulle foibe. E a breve Mondadori pubblicherà un libro in cui sarà raccolto il testo dello
spettacolo assieme ad altro materiale inedito. Iniziative che, si spera, rafforzeranno
la conoscenza di verità storiche troppo a lungo negate. Perché è vero: la storia non è una fiction. Purtroppo per i fanatici dei centri sociali.





60 - Il Tirreno 28/01/14 Pisa:  Martiri delle foibe, distrutta lapide
Martiri delle foibe, distrutta la lapide
Al suo posto compare un cartello: “Pisa antifascista”. Il sindaco condanna
 Nel giorno della commemorazione della persecuzione degli ebrei per mano dei nazi-fascisti, un gesto ignobile ha mandato in frantumi la lapide della rotonda all'incrocio tra via Lucchese e  via Paparelli dedicata ai "Martiri delle foibe". Al posto dell'intestazione "Martiri delle foibe" è comparso il cartello "Pisa antifascista".
Avvertita da un cittadino, la polizia municipale si è recata sul posto per fare i rilievi e rimuovere il cartello. Nei prossimi giorni i vigili urbani faranno denuncia contro ignoti.
Il sindaco di Pisa Marco Filippeschi ha sottolineato la volgarità e l'ignoranza degli autori del gesto: «Proprio nel Giorno della Memoria non si sentiva alcun bisogno sul paragone sottointeso tra i caduti della shoah (zingari, ebrei, omosessuali, rom, malati di mente, comunisti, partigiani) e i martiri delle foibe indicati da alcuni come fascisti. Così si semplifica e si travisa una vicenda dolorosa. Inutile spiegare a costoro la storia del dramma delle popolazioni giuliano-dalmate in un momento terribile come quello della fine della guerra nell’ex Jugoslavia. I fatti della rotonda meritano un giudizio duro e deciso: Pisa è il luogo in cui, nella tradizione di una città di studio e ricerca, si riflette con spirito libero sugli avvenimenti del Novecento. Per ricordare le vittime della violenza da qualunque parte esercitata».


61 -  Europa 28/01/14 Federico Orlando : Alla memoria non servono leggi
 Alla memoria non servono leggi    
 Federico Orlando
Come diceva Renzo Piano, la civiltà di un popolo si misura dalla cultura concreta, non accademica, in cui vive
Impegnatissimi nelle grandi cose d’attualità, a riformare la repubblica, ci siamo disimpegnati dal pensare come attuali anche i fatti che sono successi e che il calendario ci riporta ogni anno. Così, alla vigilia del 27 gennaio, Giorno della Memoria, mentre qualcuno imbratta i muri di Roma con scritte contro gli ebrei e spedisce teste di maiale nel Tempio, fioriscono posizioni eccentriche, talune sofferte, altre nobili.
Elena Loewenthal auspica di abolire il ricordo e sostituirlo con l’oblio, che «non è un vuoto ma è un troppo pieno» (di dolore); e denuncia che il Giorno si sia trasformato nello spettacolo della memoria (quasi che da millenni lo spettacolo non tenga viva la memoria dei fatti). La senatrice Silvana Amati (Pd), con un disegno di legge che domani va in aula al senato, torna a prevedere il reato di negazionismo.
Il sindaco Ignazio Marino, che ha le casse vuote e pensa di risparmiare un po’ d’euro, conferma i viaggi dei giovani ad Auschwitz ma non quelli sul Carso, dove croati, sloveni e italiani con la stella rossa infoibarono migliaia di nostri connazionali, in una pulizia etnica e politica durata due anni.
Si continua a tirare la storia, e con essa il paese e le generazioni che non sanno (gli Sdraiati di Michele Serra) da una parte o dall’altra. Perché anche la banalità del male ha distintivi diversi (croce uncinata, falce e martello, fascio littorio, per restare in zona).
Forse il sindaco Marino crede che il distintivo distingua il delitto, e siccome al Giorno della Memoria, introdotto dall’Ulivo nel 2000, segue dopo due settimane il Giorno del Ricordo, calendarizzato dalla destra nel 2004 su richiesta di dalmato-giuliani e familiari di infoibati, il sindaco coglie l’occasione per dare un taglio alla spesa capitolina: non lineare, ma mirato. Niente Carso.
Una folla di eventi ha ricordato l’olocausto e ha contraddetto l’auspicio di oblio della Loewenthal. Alla quale chiediamo se non tema che l’insofferenza al ricordo possa incoraggiare la smemoratezza, mentre attiva è la propaganda contro la “menzogna delle camere a gas”.
E alla senatrice Amati chiediamo se un paese evoluto, per scoraggiare le negazioni della storia, debba colpirle come reato. Il dibattito sul negazionismo già si è svolto anche su questo giornale in anni non lontani, per episodi molto eclatanti, e nello scorso ottobre per la morte di Priebke. Allora Carlo Ginzburg definì «inaccettabile» la persecuzione penale del negazionismo e «dilettantesco» il modo in cui i politici lo stavano riproponendo: nessuno può dimenticare, tanto meno una moderna cultura di sinistra democratica, che il reato d’opinione è dei regimi totalitari e non può essere anche nostro.
Anni fa, si scambiò per negazionismo il revisionismo del più grande storico tedesco vivente, Ernst Nolte, che aveva sottoposto a revisione, appunto, i giudizi sui totalitarismi europei del Novecento. Con sorpresa, proprio nel nostro paese, impregnato della convinzione crociana che ogni storia veramente nuova è revisionista, polemizzò con Nolte un intellettuale non fazioso, come Gian Enrico Rusconi.
Dimenticava che la storia non può essere codificata per sempre. Tuttavia Rusconi contrapponeva una sua filosofia a quella di Nolte. Ma se a qualche magistrato saltasse in testa di considerare negazionismo, cioè reato, anche il revisionismo? Stiano attenti i legislatori a non dare armi improprie a chi potrebbe usarle anche peggio di loro, a non confondere tra cultura politica e giustizia, tra documento storico e codice penale. La civiltà di un popolo, diceva l’altra sera in tv Renzo Piano, si misura dalla cultura concreta, non accademica, in cui vive.




62 – Mailing List Histria Notizie 31/01/14 Lettera - In merito all'articolo di Federico Orlando "Alla memoria non servono leggi" del 28 u.s. in «Europa»

In merito all'articolo di Federico Orlando "Alla memoria non servono leggi" del 28 u.s. in «Europa»
 
 Egregio Direttore, con riferimento al suo articolo apparso il 28.1 u.s. riguardante l'uso delle leggi per la Memoria, pur condividendo il fatto che una Repubblica democratica quale quella italiana dovrebbe ricordare normalmente alcuni fatti ed episodi storici che fanno parte del proprio patrimonio identitario nazionale, ho notato alcune affermazioni non veriterie da lei riportate e relative all'istituzione della Legge n.92/2004, nota come legge del ricordo in memoria delle foibe e dell'esodo dei giuliano-dalmati. Rispondo a questa sua affermazione:
 
"... e siccome al Giorno della Memoria, introdotto dall’Ulivo nel 2000, segue dopo due settimane il Giorno del Ricordo, calendarizzato dalla Destra nel 2004 su richiesta di dalmato-giuliani e familiari di infoibati".
 
Ebbene, in realtà tale legge ha avuto un primo firmatario esponente di Alleanza Nazionale, l'on. Roberto Menia; ma è stata successivamente presentata per la votazione alle Camere dopo aver ottenuto l'assenso delle più importanti forze politiche di allora. Cito solo questi dati:
 
votazione finale alla Camera per l'Istituzione della Giornata del Ricordo: 521 presenti; votanti 517, 4 astenuti, maggioranza richiesta 259. Esito della votazione: hanno votato SI 502 deputati, hanno votato NO 15.
Il fronte dei SI era costituito da Forza Italia, Democratici di Sinistra-L'Ulivo, Alleanza Nazionale, Margherita-L'Ulivo, Unione Democratici Cristiani, Lega Nord, Gruppo Misto Udeur-Alleanza Popolare e Misto Socialisti Democratici, Misto Verdi-L'Ulivo, Repubblicani, Nuovo PSI e Misto Minoranze Linguistiche. Il fronte dei NO era composto da: una parte di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e una parte del Movimento dei Verdi.
 
In conclusione, vorrei ricordare che tale legge assegnava 100.000 euro alla Società di Studi Fiumani e all'IRCI di Trieste. Dal 2008 sono iniziate inesorabili decurtazioni del 75% e fra due anni ogni tipo di sostegno a queste Istituzioni cesserà se non si pone rimedio in qualche modo. La Storia non si fa senza l'adeguata documentazione. Le consiglio di visionare il nostro sito www.fiume-rijeka.it per comprendere anche le iniziative culturali di valore europeo da noi realizzate in questi anni sempre condotte avanti con grandi sacrifici personali.
La ringrazio per l'attenzione che vorrà dare a questa mia.
 
Il Direttore dell'Archivio Museo-Storico di Fiume - Società di Studi Fiumani
Dr. Marino Micich




63 - Avvenire 30/01/14 Foibe, i Giorni del non Ricordo
Foibe, i Giorni del non Ricordo
Nessun negazionismo targato Rai: il Giorno del Ricordo s’ha da fare e si farà. Dopo giorni di polemi­che, annunci e smentite, sono i vertici della tivù di Stato a riferire la decisione definitiva: 'Magazzino 18', il musical ci­vile di Simone Cristicchi dedicato alle Foibe e all’esodo dei 350mila giuliano­dalmati, sarà trasmesso il 10 febbraio, Giorno (appunto) del Ricordo. In secon­da serata, è vero, ma su Rai1, la rete am­miraglia. D’altra parte lo spettacolo di Cristicchi si è guada­gnato un quarto d’o­ra di applausi inin­terrotti alla prima di Trieste e il tutto e­saurito nei teatri d’I­talia che la tournée sta toccando. «È uno spettacolo che ha la presunzione dell’e­quilibrio e l’intenzio­ne di pacificare, do­po decenni di scon­tri ideologici», ci ha detto il cantautore romano, da sempre vicino alla sinistra eppure deciso a rac­contare per la prima volta con una po­derosa opera teatrale la pagina più di­menticata della storia d’Italia, la strage di italiani da parte del dittatore comunista Tito dopo la seconda guerra mondiale.

DALLA RAI NESSUNA CENSURA. «La messa in onda di 'Magazzino 18' il 10 febbraio non era mai in dubbio – sostie­ne il direttore di Rai 1, Giancarlo Leone –. I palinsesti si chiudono di venerdì, ec­co perché non l’avevamo ancora an- nunciato». Ma a far sapere che la Rai a­veva «fatto dietro front» era stato proprio Cristicchi, che sulla pagina Facebook i giorni scorsi esprimeva il suo dispiace­re «per tutte quelle persone che, non a­vendo visto lo spettacolo nella propria città, aspettavano il 10 febbraio per po­terlo vedere in tv». Immediata la prote­sta del pubblico, che ha lanciato in rete una petizione alla Rai cui hanno aderi­to migliaia di persone. «Non ce n’era bi­sogno », rimarca però il direttore Leone, «prima andrà in onda un’anteprima di 'Porta a Porta' di venti minuti dedicata al Giorno del Ricordo, poi 'Magazzino 18'...». Seconda se­rata, dunque. Sem­pre meglio dello scorso anno, quando la Rai per celebrare la ricorrenza mandò in onda la solita fiction (stravista) 'Il cuore nel pozzo' alle 3.20 del mattino. «È un programma colto, raffinato, non gli fa­remmo un bel servi­zio a mandarlo in prima serata», spiega Leone. Esprime sollievo Cristicchi, che già in passato aveva affrontato temi come il manicomio o la guerra di Russia, e ora si cimenta in quella che definisce un’ope­ra di «educazione alla memoria» attra­verso «la magia del teatro, la potenza del­l’orchestra e una scenografia imponen­te », tra le masserizie dei 350mila istriani in fuga abbandonate dal 1947 nel Ma­gazzino 18 di Trieste. Va notato che Cri­sticchi il 27 gennaio, Giornata della Me­moria, è stato protagonista su Rai Scuo­la insieme a Moni Ovadia e alla storica Anna Foa di un programma sulla Shoah: «Odio tutti i negazionismi da qualsiasi parte arrivino, li trovo ugualmente diso­nesti ».

A MONZA IL PALCO AI NEGAZIONI-STI. Non lo stesso si può dire di alcu­ne iniziative camuffate da celebrazio­ni per ricordare l’orrore delle foibe. A Monza è invitata Alessandra Kersevan, persona nota per le sue posizioni ne­gazioniste, secondo le quali nelle foibe furono gettati «quasi tutti adulti, e co­munque compromessi con il fasci­smo »: se ci è finito anche qualche bam­bino e qualche donna, magari anche le centinaia di sacerdoti, fu per «vendet­te personali» o addirittura si trattò di casi di suicidio. Comprensibile l’indi­gnazione degli esuli monzesi, che chie­dono l’annullamento dell’incontro: «Vi immaginate per la Giornata della Me­moria se invitassero chi deride la Shoah?».

LUCCA: LA STRAGE COMUNISTA DIVENTA NAZIFASCISTA. Va anche peg­gio a Lucca, il cui Comune (a differenza di Roma, dove la giunta Marino ha can­cellato tutti i Viaggi del Ricordo) porterà i suoi studenti in visita guidata... Pecca­to che il programma sembri uno scher­zo: 'Per l’approfondimento delle vicen­de degli esuli istriani', ovvero delle vitti­me del comunismo, i ragazzi verranno portati 'a Gonars e all’Isola di Rab' (che poi è Arbe, ma si preferisce il nome croa­to a quello italiano), 'nei luoghi che fu­rono teatro della repressione fascista de­gli Slavi'. «È vero che Gonars e Arbe fu­rono i due campi di internamento in cui il fascismo deportò sloveni e croati tra il 1942 e l’8 settembre del 1943, durante la guerra – spiega Paolo Radivo, direttore di 'L’Arena di Pola', il periodico degli e­suli istriani –. A Gonars (Udine) moriro­no 453 civili su 6.000 internati e nel mu­sical di Cristicchi c’è anche una bambi­na slovena che legge la lettera autentica di un internato di Arbe, ma la sua è un’o­perazione onestissima. Altro invece è creare apposta confusione alimentando l’antica equazione infoibati=fascisti, fal­sa e superata da tempo, anche perché in foiba morirono cittadini comuni, tra cui anche tanti antifascisti ed ebrei. Ferisce tanta malafede e faziosità».

VIVA LE FOIBE! Non sorprende a que­sto punto che, dopo dieci anni di pacifi­cazione (la legge istitutiva del Giorno del Ricordo è del 2004), atti di violenza ri­portino la storia indietro di decenni: gior­ni fa a Pisa la lapide per i Martiri delle Foibe è stata distrutta, mentre ad Alba­no Laziale i giovani dei centri sociali han­no indossato magliette con la scritta 'I love foiba'. 10 Febbraio Sciolta la querelle di Rai1 Leone: «In onda Magazzino 18 di Cristicchi» (ma in seconda serata). Esauditi gli appelli del pubblico Il cantautore romano Simone Cristicchi nel Magazzino 18 al porto di Trieste, tra le masserizie abbandonate nel 1947 dagli italiani in fuga. Scappavano dal genocidio operato dal maresciallo Tito in Istria, Fiume e Dalmazia.

Lucia Bellaspiga


64 -  Giornale d'Italia.it  31/01/14 Gorizia: Teatro, visite guidate, soggiorni, commemorazioni: perché il dolore degli esuli e dei Martiri delle foibe non sia dimenticato
Teatro, visite guidate, soggiorni, commemorazioni: perché il dolore degli esuli e dei Martiri delle foibe non sia dimenticato
Anche Gorizia commemora il Giorno del Ricordo. L'opera sul territorio dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e della neo-presidente Maria Grazia Ziberna è intensa e il programma per le manifestazioni della ricorrenza del 10 febbraio è molto fitto.
Domenica 9 febbraio al Teatro Impiria alle 18 va in scena 'Giulia', la storia di una bimba che si trova in vacanza con i genitori in Croazia e che scoprirà presto che non si tratta di una vacanza qualunque. La madre, trent'anni prima, aveva fatto lo stesso viaggio, nell'allora Jugoslavia, un viaggio nella terra delle loro origini, per non dimenticare. Attraverso la piccola Giulia rivivono così le vicende della bisnonna, Giulia anche lei, fuggita con la famiglia esuli in Italia. Lo spettacolo, suggestivo e toccante, è stato scritto dalla giornalista Michela Pezzani ed è diretto da Andrea Castelletti. Messo in scena dalla Compagnia Terzo Teatro con la collaborazione dell'ANVGD.
Nel giorno della ricorrenza, il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, presso la Sala della Torre della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, l'ANVGD, insieme al Comune di Gorizia ed in collaborazione con la Prefettura, deporrà un omaggio floreale ai Martiri delle Foibe ai piedi della statua bronzea di Cesare Ottaviano Augusto, in Largo Martiri delle Foibe. Interverranno il sindaco Ettore Romoli, la presidente dell'ANVGD Maria Grazia Ziberna, il Presidente Nazionale della storica associazione, il Prefetto Zappalorto che conferirà i riconoscimenti ai discendenti delle Vittime delle foibe. Seguirà una testimonianza di Lino Vivoda, esule da Pola e residente in Liguria, storico e giornalista. Infine verrà proiettato il filmato, prodotto dall'ANVGD ed usato anche dal MIUR contenente spezzoni significativi di filmati prodotti dall'Istituto Luce. La manifestazione sarà preceduta da altri momenti commemorativi promossi in collaborazione con l'ANVGD: alle 8,45 a Gradisca d'Isonzo, alle 9,45 a Cormons, alle 10,30 all'Ara Pacis di Medea ed alle ore 12,00 in Piazzetta Vittime delle Foibe a Grado, promossi dalle rispettive Amministrazioni comunali, fatta eccezione per il caso di Cormons.
Venerdì 21 febbraio presso la Sala della Torre della Fondazione Cassa Risparmio Gorizia lo storico Gianni Oliva ed il giornalista Rai Andrea Romoli presentano 'L'Ultimo Testimone', storia dell'agente segreto Conci e di una generazione perduta di istriani, di Andrea Romoli, Gaspari Editore. Oliva è molto noto come scrittore e storico, autore di molti testi sulla storia del confine orientale, e sarà lui a presentare questo volume, scritto a quattro mani da Sergio Cionci e dal giornalista Rai Andrea Romoli. Si tratta di una straordinaria testimonianza della battaglia di spie che segnò l'inizio della guerra fredda sul confine orientale italiano.
Lunedì 24 febbraio, presso la sala dell'ANVGD, in Passaggio Alvarez 8 a Gorizia, alle 17,30 verrà presentato il libro 'Istria d'amore' di Ulderico Bernardi, presentato dal prof. Fulvio Salimbeni ed introdotto dalla presidente, prof.ssa Maria Grazia Ziberna. 'Tutta l'opera - si legge sulla brochure informativa - è attraversata da un'elegia umanissima , dal sentimento del viaggio come metafora, dal paesaggio percepito come forza e geografia dell'anima; da un'Istria, terra veneziana e slava, mischiata di tante culture, piccolo specchio dell'universo'.
Il 13 marzo presso il Teatro Verdi di Gorizia, alle 20.45, andrà in scena lo spettacolo 'Magazzino 18' di Simone Cristicchi, di cui abbiamo ampiamente parlato sul Giornale d'Italia e che è un'opera grandiosa che omaggia la memoria di un dolore immenso, quello degli italiani che hanno lasciato tutto, terre, case, mobili, effetti personali, e tanto cuore nei luoghi di origine, partiti verso lidi sconosciuti e verso l'incertezza del futuro.
Il 21 marzo alle 17,30 presso il Grand Hotel Entourage di Gorizia si terrà poi la tavola rotonda dal tema 'I beni abbandonati dagli esuli'. 'A meno di un anno dall'ingresso della Croazia nell'Unione Europea - si legge sull'opuscolo informativo delle manifestazioni - la situazione relativa ai cosiddetti 'beni abbandonati' conosce, ancora oggi, una situazione di impasse di difficile giustificazione e comprensione soprattutto per coloro che hanno vissuto e vivono la tragedia dell'esodo e le conseguenze drammatiche, anche da un punto di vista patrimoniale, di questa triste pagina di storia nazionale. La tavola rotonda - continua l'opuscolo - che, sotto la direzione scientifica del professore emerito Giuseppe de Vergottini, coadiuvato dall'avv. Davide Lo Presti, in questa sede si propone ambisce ad affrontare - grazie agli interventi e contributi di studiosi italiani e stranieri - con gli occhiali della modernità e del diritto non solo interno, ma soprattutto comunitario, tali tematiche per cercare di comprendere motivi e prospettive che nei mesi, negli anni a venire coinvolgeranno le vite di molti esuli e loro discendenti. Pochi sanno infatti che l'Italia ha pagato i debiti di guerra con i cosiddetti 'beni abbandonati' dei 350mila esuli dall'Istria, Fiume e Dalmazia'. Interessante il fatto che la tavola rotonda sarà trasmessa in streaming, in diretta televisiva, visibile in tutto il mondo a mezzo internet e youtube. Sarà inoltre scaricabile successivamente all'evento dal sito www.anvgd.it/beniabbandonati .
Sabato 17 e domenica 18 maggio è in programma una visita guidata ad Albona, Arsia, Fianona, Pedena e San Pietro in Selve.
Interessante anche la proposta di soggiorno a Pola da sabato 14 a sabato 21 giugno: una proposta che ha registrato molto successo negli anni scorsi e che quest'anno viene ripresentata.
Emma Moriconi




65 - L'Eco di Bergamo 29/01/14 Bergamo:  Profughi istriani le iniziative per il Ricordo
Profughi istriani le iniziative per il Ricordo

Bergamo sarà il cuore delle iniziative organizzate per il «Giorno del Ricordo», il 10 febbraio, in memoria dette vittime delle foibe e dell’esodo di istriani e dalmati nel secondo dopo­guerra, istituita dal Governo nel 2004. Per il decennale, l'amministra­zione comunale e l’associazione nazionale Venezia Giulia-Dalmazia sezione Bergamo, hanno organizzato ulteriori iniziative «per ricordare il vero senso della giornata», ha spiegato Maria Elena Depetroni, presidente dell’as­sociazione (e vicepresidente na­zionale).
Il programma è stato presen­tato dal sindaco Franco Tentorio, che ha sottolineato lo spirito d’accoglienza della comunità bergamasca: «È motivo d’orgo­glio aver accolto gli esuli con af­fetto e spirito di amicizia a diffrenza di altre città italiane dove furono trovati in difficoltà perché non vicini alle amministrazioni dal punto di vista politico - affer­ma Tintorio Quest’anno, oltre al tradizionale momento alla Rocca, con la deposizione di co­rone d’alloro al monumento de­dicato alle vittime delle foibe, verrà piantato un ulivo nel giar­dino pubblico dedicato al “Gior­no del ricordo”, in via Sempione. Nel quartiere, gli esuli trovarono accoglienza, con i primi campi profughi».
Anche l apresidente dell'asso­ciazione Maria Elena Depetroni ricorda l’arrivo dei profughi a Bergamo: «Dai nostri registri e dalle cartelle della Prefettura ri­sultano 1.600 persone arrivate dalla Dalmazia, di cui le prime 47 sono state accolte proprio davan­ti al parco, vicino ad una via inti­tolata a Pola. Per la sensibilità dimostrata da questa ammini­strazione abbiamo pensato che Bergamo meritasse una valoriz­zazione a livello nazionale, per questo sono stati organizzati de­gli eventi importanti, insieme a quelli che si svolgeranno a Roma, in Senato. Ringrazio Tullia Vec­chi dello staff del sindaco, senza la quale non sarebbe stato possi­bile realizzarli».
Oltre alla commemorazione del 10 febbraio, con la deposizio­ne della corona alla Rocca (ore 10) e la piantumazione dell’ulivo al parco di via Ponchielli (ore 11), Sono stati organizzati due eventi: lo spettacolo teatrale in musica «Magazzino 18», acura di Simone  Cristicchi dedicato alla memoria degli esuli, in programma al tea­tro Sociale lunedì 3 febbraio alle 20,30 (posti esauriti) e la Tavola Rotonda «Riflessioni, emozioni» ricordi a dieci anni dall’istituzio­ne del giorno del ricordo», mar­tedì 10 alle 18, al Teatro Sociale. All'incontro interverranno gli onorevoli Lucio Violante e Lucio Toth (promotori dell’istituzione della Giornata del ricordo) e Ca­terina Spezzano, dirigente Miur.
Dopo la tavola rotonda, il «Concerto del Ricordo», della Filarmonica del Festival pianistico internazionale di Brescia e Ber­gamo: «Il Festival, attraverso la musica, ha sempre portato mes­saggi di speranza - spiega Silvio Galli, consigliere del Festival pia­nistico Fondamentale il coin­volgimento dei giovani, con l’or­chestra giovanile, per anni non si è parlato di queste problemati­che, la musica deve esserne am­basciatrice. Stiamo individuando risorse per produrre musica che ricordi le vittime delle foibe e gli esuli, perché a differenza dì altre vicende, per questi fatti c’è po­chissima musica del ricordo». ■

Diana Noris










66 - La Voce del Popolo 25/01/13  Del sì, del da, dello ja - Istria, la trina
Del sì, del da, dello ja     

Istria, la trina

Milan Rakovac

L’Istria va avanti. Lo fa con delicatezza, ma sapendo molto bene dove va. È sicura della sua gente, de “la mia gente”, come usava dire con sentimento Guido Miglia. L’Istria transfrontaliera, multiculturale, plurilinguistica. Ora lo fa con due progetti concreti: la malvasia e la Parenzana. Entrambe transfrontaliere. E in modo tradizionalmente inadeguato invece di dedicare le prime righe alla creazione dell’euro-Istria io finisco col pensare a una mia parente, a Nine Rakovac, sposata Pesaro, che vive a Genova, esule per forza delle leggi brutali – in nome del comunismo, a suo marito venne tolto il peschereccio. Doveva andarsene anche se non avrebbe voluto…

Ogni tanto, un po’ anca privatizzar un po’, po’? La mia zermana Nina de Genova, nata a villa Jurići, comun de Mompaderno, la ga fato novant’anni... Auguri, auguroni. Pochi ‘riva a ‘sta età beata, e, po’, un no ga novant’anni ogni giorno. Complimenti. I disi che xe la crisi. Ma per i nostri genitori e noni, e noi pici del dopoguera, la crisi la iera sempre: lardo e pan, acqua e asedo – e fila a scola – un kilometro, ti e mi, a piè, gnanca tanto!

Diseva i nostri avi: “Co l’arte e co l’inganno se vivi mezzo ano, co l’inganno e co l’arte se vivi l’altra parte”, ma iera più importante esser omini: “Se te eri cativo che’l diavolo te magni, se te eri bon che Dio te compagni”...Il titolo non è altro se non una parafrasi di un verso di Laura Marchig, e per questo di seguito propongo i suoi versi a mo’ di saluto e di augurio a tutti gli istriani in Istria e nel mondo che scrivono necrologi e annunci nei quali cercano i propri parenti.

I LOVE ALL ISTRIANS, recita il post di un’istriana che scrive dalla Svezia. “Su la strada de fughe, de le scelte/vedo arpioni de lagrime e medaglie/tuti che me zuca/conceti e comozioni./Ma se straparme provo de ‘sta tera/resta striche de pele e sangue amaro./Lechime alora le feride, insegna/a rispetar la piera, el oro, el zolfo/e la maniera de intuir la quieta/doglia che scava e che ne fa contente.”

In verità non so se usare righe per rivolgere un augurio, mi pone in “conflitto d’interessi”. Nina è – soltanto una metafora, dolorosa, ma dolce. L’ho già descritto, ma lo farò ancora e poi ancora perché la Nuova Istria nasce nelle nostre idee, nei nostri gesti, nei nostri perdoni, nella nostra consistenza. Siamo rimasti seduti per un’ora sul suo balcone a Genova. Eravamo soli, Nina ed io, mentre i parenti in casa si chiedevano di che cosa mai stessimo parlando tanto a lungo su quel balcone. Semplicemente, guardavamo il mare e la Tripolitania sull’altra sponda, il luogo dove hanno perso la vita i nostri padri, fratelli e figli. E poi… le montagne fiamminghe dove scavavano il carbone, la Pennsylvania dove estraevano il ferro, Flossenburg dove erano rinchiusi nei campi…

Perché la mia famiglia allargata conta più membri all’estero che in casa: Italia, Australia, Argentina, Brasile, USA, Canada, Germania… Molti sono scappati per rimanere quello che sono, ma la maggior parte fuggiva – dalla crisi! Miseria, povertà, guerre, disoccupazione malattie: nei secoli sono state le nostre sorelle… È di questo che parlavamo Nina ed io sul balcone a Genova…

Al diamine i sentimenti! Ho dedicato queste righe ai sentimenti – e questi non ci aiuteranno a fare di noi e della nostra terra natale quell’arcadia che è sempre stata. Nemmeno quando i tempi erano davvero difficili il vicino non mancava di offrirti un bicchiere di bevanda, pane e formaggio e un materasso sul quale passare la notte. E quando ci si sposava venivano una trentina di loro – maestri e manovali – e in un battibaleno la casa era costruita.

Ora i tempi sono cambiati, ma ci rimangono i ricordi e la consapevolezza che possiamo tornare di nuovo in sella.  Probabilmente ho esagerato, privatizzando e poetizzando, ma penso che siamo tutti oramai saturi di brutte notizie. Un tempo l’uomo che mordeva il cane era una notizia, ma oggi è soltanto un dettaglio banale, perché soltanto un po’ più in là falliscono una fabbrica dopo l’altra, un uomo dopo l’altro, uno Stato dopo l’altro. Per questo è un vero sollievo incappare in una buona notizia e capire che l’uomo può fare tutto, ma proprio tutto quello che vuole. Basta che si organizzi. E noi istriani lo facciamo sempre più spesso e sempre meglio…




67 – Avvenire 28/01/14 Lettere – Esodo dall’Istria: Orrore da ricordare

ESODO DALL’ISTRIA: ORRORE DA RICORDARE

Gentile direttore, so che lei è particolarmente sensi­bile alla tematica che il 10 febbraio vuole ricordare a tutti gli italiani. A­bito in provincia di Verona ma so­no nata a Rovigno d’Istria e sono stata uno di quei bambini che l’i­conografia del tempo ritrae infa­gottati, impauriti e con gli occhi sbarrati, aggrappati alla mano di un adulto che non sa cosa lo aspetta, affrontando l’esilio e abbandonan­do tutto: la propria terra, il proprio passato, gli affetti e tutti gli averi. Si fuggiva dalla paura per la propria vita, dallo spettro delle foibe, dal­l’imposizione ostile di una lingua estranea, insieme a una miriade di vessazioni e violenze: tutto per non voler rinunciare alla propria italia­nità. All’intemo dell’associazione nazionale che riunisce gli esuli giu­liano-dalmati, da moltissimi anni mi incarico di parlare nelle scuole, nei Comuni, nelle associazioni. L’i­stituzione del Giorno del Ricordo mi ha aiutata molto a farmi ascol­tare, prima era piuttosto difficile, molta ignoranza e molti precon­cetti. Invece, ora, ho uditori molto attenti quanto racconto di me e del­la mia famiglia, della mia giovane e bella mamma terrorizzata che ogni notte dormiva in una casa diversa con me in braccio, nel terrore che venissero a prelevarla quelli con la stella rossa sul berretto e tante al­tre cose. Mi ascoltano quando ri­cordo un viaggio orribile, dentro un carro bestiame sigillato, durato più di due giorni per fare 400 chilome­tri, al buio, al freddo e tanta pau­ra... E l’arrivo a Verona, allo scalo merci, dove nessuno veniva a tirar­ci fuori, per poi affrontare un per­corso difficile, irto di tanti ostacoli
sia materiali che morali. Caro di­rettore, le file di chi, come me, può testimoniare si stanno assottiglian­do sempre più, e chi negli orribili anni 43-45 era adulto, ormai se ne è già andato, passando a noi, che allora eravamo bambini, il peso del­la testimonianza. Ma anche noi co­minciamo a sentire gli anni e gli ac­ciacchi: fra non molto non saremo più in grado di tenere desto il ri­cordo di una tragedia di italiani in Italia, delle migliaia e migliaia di morti annegati, infoibati, scom­parsi non si sa dove... E del dolore infinito e dignitoso di più di 300mi- la esuli, in una Italia spesso matri­gna. A allora spetta anche a lei, ca­ro direttore, come a tutti quelli che fanno informazione, raccogliere il testimone e trasformare quelli che sono ricordi e testimonianze in sto­ria. Storia abbastanza recente da es­sere ancora dolorosa, ma già suffi­cientemente lontana da essere guardata senza preclusioni menta­li e inquinamenti ideologici. La pre­go, non dimentichi. Con stima.

Anna Rismondo – Saline di Negrar (VR)

Chi dimentica gli orrori, li ripete. Chi dimentica le ingiustizie, le con­tinua. Questo so, cara e gentile si­gnora Anna. E posso dirle che da cronisti e da uomini e donne di co­scienza, anche nel ricordo della tragedia delle foibe e del violento sradicamento di un popolo intero dalla Venezia Giulia e dalla Dal­mazia, proveremo a essere all’al­tezza di tutti quei testimoni che ci hanno fatto sentire e capire il pe­so delle assolute disumanità del Novecento. La saluto, con gratitudine (mt)






68 - Il Piccolo 30/01/14 Pamich: 80 anni (e tre vite) attraversati a passo di marcia

Pamich: 80 anni (e tre vite) attraversati a passo di marcia

L’oro nella 50 chilometri alle Olimpiadi di Tokyo ’64 sarà tra i premiati del gala di venerdì sera alla Tripcovich

di Roberto Degrassi

 TRIESTE. Ha attraversato la giovinezza di corsa, suo malgrado, e ha conquistato il mondo a passo di marcia. A 80 anni Abdon Pamich riannoda i fili del passato e delle sue tre vite con la pazienza della saggezza. Venerdì sera alle 20 sarà a Trieste per venir premiato alla Sala Tripcovich nella manifestazione “Trieste onora i suoi campioni ricordando Giordano Cottur”.

Abdon Pamich, nato a Fiume il 3 ottobre del 1933. Si dice che tra gli antenati ci fosse stato anche un doge.
Così pare. I nonni materni erano veneti, Salomon. Mio nonno paterno invece era di Albona. La famiglia veniva da Gimino, dove erano quasi tutti Pamich.

 Una terra lasciata, con dolore, a nemmeno 14 anni. Il 23 settembre 1947. E una lunga corsa verso un futuro migliore.

Mio padre era andato a Milano a cercare lavoro. Io e mio fratello Giovanni quel giorno abbiamo deciso: «Basta, qui non si può più stare. Si taglia la corda». Il mattino era scivolato via come tanti altri: ricordo un bel sole, l’ultima giornata al mare. La svolta quando siamo tornati a casa. Lasciamo la mamma, mia sorella e il fratello più piccolo, Raoul. Partiamo, a piedi. Arriviamo fino a San Pietro del Carso, cerchiamo di stare nascosti e attendere il primo treno diretto a Ovest. Passa un treno. Una parte deve finire a Trieste, un altro convoglio è destinato a Fiume. Non ci pensiamo su e saliamo a bordo. Il treno si muove e ci rendiamo conto che è quello sbagliato. Stiamo tornando a Fiume, saltiamo giù alla prima stazione, scappiamo di corsa lungo i binari e torniamo ad aspettare il treno buono.

 Le traversie non sono ancora finite.

Scendiamo a Divaccia. Nella stazione ci sono persone in fila con i permessi per andare a Trieste. Ci uniamo a un gruppo. Arriva il treno, chiamano i passeggeri e noi approfittiamo del trambusto per “imbucarci”, grazie alla complicità di una coppia di triestini che ci fanno passare per i loro figli. Arrivati a Trieste ci danno 500 lire, che per l’epoca era una sommetta. Non ho mai potuto ringraziarli.

 Chiusa una pagina se ne apre un’altra. I campi profughi.

Milano, Udine, Novara. In Piemonte, dove nel frattempo io, mio fratello e mio padre veniamo raggiunti dagli altri familiari, ci aspetta un alloggio...di lusso. Non ci sono le finestre, la porta è scassata. Un inverno terribile. L’ultima tappa è Genova e le cose vanno meglio.

 

A questo punto entra in scena lo sport. In precedenza, a Fiume, solo qualche timido approccio con la boxe.

A Fiume c’era una buona tradizione. Penso a Ulderico Sergo, oro alle Olimpiadi di Berlino. Mio zio era arbitro di pugilato, io e Giovanni seguivamo i match a bordo ring e sognavamo. Ma mi dissero: prima dei 13 anni non puoi combattere.

 

Una leggenda vuole che abbia cominciato a marciare nei cortili dei campi profughi.

Falso. Inizio spinto dall’esempio di mio fratello e dall’insistenza di un compagno di studi. Avevamo visto le immagini di una 100 chilometri alla “Settimana Incom”. Un colpo di fulmine. Nel frattempo c’è chi cerca di conquistarmi al canottaggio. «Tu e tuo fratello potreste gareggiare nel due senza, magari arrivate alle Olimpiadi di Melbourne...».

 E in Australia ci arriva. Marciando, però.

La prima delle mie cinque Olimpiadi. A Roma quattro anni vinco il bronzo.

 A Tokyo 1964 il trionfo.

Una gioia unica. Ma quanta sofferenza. Corro il rischio che mi sfumi anche quella vittoria. Bevò un tè ghiacciato. Piove, fa freddo. Per farla breve, mi ritrovo a combattere contro l’inglese Nihill e una colica. Dopo 38 chilometri non ce la faccio più e devo liberarmi.

 

E qui la storia tramanda due versioni: dietro una siepe o coperto dai militari che presidiavano il percorso.

Buona la seconda. Macchè siepi, mica potevamo uscire dalle transenne. Mi sento meglio e vado a vincere.

 E diventa una leggenda sportiva. Al punto che una sua vittoria nella Roma-Castelgandolfo venne annunciata persino dal Papa...

Questa è vera. Papa Paolo Sesto è nella residenza di Castelgandolfo per le vacanze estive. Durante l’Angelus si rivolge ai fedeli: «Stamani c’è stata una gara di marcia e sapete chi ha vinto? Abdon Pamich!». Nella mia carriera ho conosciuto tre Pontefici. Con 5 Olimpiadi le occasioni non sono mancate...

 Altri tempi. L’ultima immagine in Italia legata alla marcia sono le lacrime di Schwarzer che ammette il doping.

Adesso lo sport è un mestiere. Non so se, nascendo 20 anni fa, sarei riuscito a fare l’atleta. Il mio era un mondo più semplice: si vinceva, si perdeva, il rivale fuori dalla gara diventava un amico. Ora la marcia la fanno in pochi: in una 50 km sono partiti in sei e arrivati in 4. La gente preferisce le maratone. Ma io dico: cosa c’è di più naturale del camminare?

 Laureato in sociologia e psicologia, è stato anche psicologo della nazionale di pallamano.

Nello sport c’è ancora molta diffidenza per figure come la mia. Ricordo che gli azzurri erano allenati da Cervar e ogni tanto lo sorprendevo a curiosare il mio lavoro. Uno psicologo non ruba il lavoro all’allenatore, semmai appiana i problemi e mette gli atleti nelle condizioni di esprimersi con serenità. Stranamente proprio gli sport più ricchi sono i più retrogradi. Nel calcio quanti psicologi incontrate?



Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it