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LA CISTERNA RAPPRESENTATA A ROVIGNO
La Cisterna rappresentata a Rovigno
di Paolo Radivo
Il sogno covato per anni si è finalmente avverato. Dopo 36 rappresentazioni in Italia la compagnia “Grado Teatro” ha messo in scena il dramma teatrale dell’esule rovignese-polese Bruno Carra Nascimbeni Istria terra amata. La Cisterna nel luogo da cui ha tratto origine: Rovigno. Lo spettacolo è stato offerto dalla Comunità degli Italiani “Pino Budicin” e dalla stessa compagnia “Grado Teatro” nello storico Teatro-cinema “Gandusio”. Circa una sessantina gli spettatori: in maggioranza connazionali rovignesi, ma anche pisinoti e torresani, alcuni croati simpatizzanti, nonché esuli giunti dall’Italia.
Introducendo la serata, il presidente della CI rovignese Gianclaudio Pellizzer ha ringraziato per la loro presenza fra il pubblico in particolare Bruno Carra Nascimbeni, le presidenti delle CI di Pisino e Torre Gracijela Paulović e Roberta Stojnić e l’assessore del Libero Comune di Pola in Esilio Silvio Mazzaroli. Rilevando con soddisfazione come per la prima volta La cisterna passi il confine italiano, si è detto contentissimo di ospitare gli attori di “Grado Teatro” ed ha spiegato che lo spettacolo racconta «la storia del nostro passato travagliato, che ha lasciato segni in tutti noi».
L’esponente dell’LCPE Silvio Mazzaroli si è rivolto a tutti gli spettatori chiamandoli «amici» e dichiarandosi emozionato nel presentare lo spettacolo proprio nel luogo in cui le vicende narrate si svolsero. «E’ – ha aggiunto – una storia vera, la storia di tutti noi, sia di chi se ne andò sia di chi decise di rimanere, scritta da uno di noi e interpretata fra gli altri dal rovignese Tullio Svettini, che ha già calcato questo palcoscenico varie volte. Diversi di voi, specie quelli con un fardello cospicuo di anni, non avranno difficoltà nel ritrovare qualcosa del vostro vissuto. Nel primo atto gli attori intoneranno La viecia batana, ormai diventata praticamente l’inno della comunità italiana di Rovigno: sarebbe bello se la cantassimo tutti». E così è stato, con un inedito coinvolgimento del pubblico, che in generale ha dimostrato grande attenzione e interesse applaudendo al termine di non poche scene nonché alla fine.
Non è difficile capirne il motivo, visto che il dramma teatrale racconta con franchezza, con equilibrio e senza alcuna reticenza la storia di una famiglia rovignese sconquassata dalla bufera che sconvolse l’Istria nei decenni centrali del ’900. Nel farlo riassume le vicende consimili di tante altre famiglie istriane, raffigurando il mondo di prima in tutta la sua fragranza casereccia, ma evidenziando anche i problemi lasciati irrisolti dal fascismo (come la mancanza dell’acqua corrente e della fognatura) e quelli creati (come l’instaurazione della dittatura, l’odioso sistema fiscale che faceva rimpiangere la vecchia Austria, la negazione dei diritti nazionali e l’assoggettamento politico degli slavi). Inoltre denuncia la violenza gratuita dei tito-comunisti anche contro antifascisti democratici, donne e altri innocenti. Spiega le ragioni sia degli esuli, mostrando l’arbitraria persecuzione anche dei piccoli commercianti come Alberto onesti e generosi verso i meno abbienti, sia dei “rimasti”, esprimendo comprensione verso chi cercò di preservare la propria identità malgrado l’intolleranza del nuovo regime. Rappresenta infine il ritorno di alcuni esuli e il dialogo con i “rimasti”, esponendo le tesi di entrambi senza manicheismi e promuovendo un salutare riavvicinamento derivante dalla consapevolezza per cui tanto gli uni quanto gli altri sono stati travolti da una burrasca più grande di loro e sono quindi vittime di un’ingiustizia storica che li ha forzatamente separati. Il pubblico ha apprezzato quel senso di umanità e solidarietà tra conterranei (italiani ma anche slavi) che dallo spettacolo emerge come principio guida, come stella polare per giudicare gli eventi di ieri e ripartire assieme con speranza dopo tante lacerazioni. E’ piaciuto insomma lo spirito equanime e costruttivo che invoglia all’attivismo per rimediare ai danni del tragico passato.
Silvio Mazzaroli ha ringraziato gli attori, Gianclaudio Pellizzer e tutti gli astanti rilevando come la rappresentazione a Rovigno della Cisterna e quella, in programma a primavera, di Magazzino 18 siano «un segno dei tempi che stanno cambiando e che si stanno dimostrando maturi per quella ricucitura tra noi e voi che ci permetterà domani di parlare solo in termini di “noi”». «E’ – ha concluso – una cosa bellissima, alla quale in tanti stiamo lavorando».
«Abbiamo ripercorso assieme – ha incalzato Pellizzer – le vicissitudini del secolo scorso. Stiamo costruendo un tassello per la convivenza civile di tutti i popoli, nella speranza che non succedano più. Complimenti a “Grado Teatro” e grazie a Silvio Mazzaroli e a Francesco Zuliani, presidente della Famìa Ruvignisa, con la quale stiamo lavorando da tempo». Pellizzer ha poi omaggiato Silvio Mazzaroli e la compagnia con il ponderoso volume del benemerito connazionale Vlado Benussi Sì bitinàde d’ucasiòn, che racconta la storia delle tradizionali bitinade rovignesi attraverso la raccolta dei testi e degli spartiti musicali. Il librone, edito nel 2012 dalla CI di Rovigno con il contributo finanziario del Ministero degli Esteri italiano per il tramite dell’Unione Italiana di Fiume, comprende anche un’introduzione storica in italiano e croato e numerose foto che immortalano i gruppi canori dediti a questo particolare “canto a cappella”, unico al mondo, che imita gli strumenti musicali con l’uso della sola voce umana.
Dal canto suo, Mazzaroli ha donato alla CI di Rovigno i quattro volumi delle Pagine scelte de “L’Arena di Pola” dal 1948 al 2000 e alcune copie del copione di Istria terra amata. La cisterna.

 

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