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SECONDO CONVEGNO INTERNAZIONALE DEL FESTIVAL ADRIA-DANUBIA

Alla vigilia della Grande Guerra
di Paolo Radivo

Il secondo convegno internazionale del Festival Adria-Danubia ha avuto luogo la mattina di venerdì 22 novembre sempre alla Biblioteca Statale di Trieste. Il titolo ha ripreso quello dello scorso anno: La via della Guerra II. Eserciti e fortificazioni alla vigilia della Grande Guerra.


Gianluca Pastori (Milano) è partito dalla fine degli anni ’80 del XIX secolo, quando Inghilterra, Austria-Ungheria e Spagna aprirono la stagione dei “giri di walzer” onde tutelare lo status quo euro-mediterraneo. Anche la triplicista Italia vi si accodò intessendo relazioni con i “nemici” per ottenere il via libera in Libia. Con la Francia concluse accordi nel 1900 e nel 1902, con la Russia nel 1909 a Racconigi. Questi ultimi (uno scambio di lettere) auspicavano una comune azione diplomatica dei due Paesi nei Balcani che in primo luogo confermasse lo status quo e, in caso di ulteriore sgretolamento dell’Impero ottomano, portasse a un riordinamento della regione secondo il principio di nazionalità. Italia e Russia non avrebbero potuto stringere accordi con una terza potenza senza il consenso della controparte, ma già pochi mesi dopo Roma firmò una convenzione con Vienna sulla retrocessione del Sangiaccato di Novi Pazar a Costantinopoli. Ciononostante i rapporti italo-asburgici continuarono a deteriorarsi, anche perché l’imperatore tedesco Guglielmo II non seppe svolgere quel ruolo equilibrante che fu tipico di Bismarck. Giolitti nel 1912 rinnovò la Triplice Alleanza perché un rifiuto sarebbe apparso come un’aperta ostilità dell’Italia e avrebbe offerto all’Austria-Ungheria il destro per reagire. Già dal 1882 si erano cominciate a pianificare operazioni militari contro l’Impero bicipite, ma appena nel luglio 1914, con l’arrivo del generale Luigi Cadorna a capo di Stato maggiore, e poi nel dicembre, con il subentro di Sidney Sonnino al Ministero degli Esteri, la politica italiana cominciò a cambiare rotta, pur nella convinzione che si sarebbe dovuti entrare in guerra il più tardi possibile e che nessuna parte avrebbe dovuto stravincere. Ad accelerare il processo furono le pressioni esercitate dall’Intesa nel marzo-aprile 1915 dopo il fallimento dell’offensiva russa in Galizia e l’impantanamento di quella anglo-francese in Tracia. L’Italia, prima snobbata, venne improvvisamente ritenuta necessaria per aprire un secondo fronte in Europa. Da ciò il Patto di Londra (26 aprile 1915).
Lorenzo Salimbeni (Trieste) ha individuato nelle Guerre Balcaniche del 1912-13 uno dei prodromi della Prima Guerra Mondiale. A mutare il quadro della regione erano stati nel 1903 l’avvento al trono serbo della dinastia anti-asburgica e filo-russa dei Karađorđević, dal 1905 il riorientamento europeo della Russia dopo la sconfitta con il Giappone, nel 1908 l’annessione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina con la retrocessione del Sangiaccato, l’indipendenza della Bulgaria filo-asburgica e la rivoluzione dei Giovani Turchi, nel 1910 l’erezione del Montenegro a Regno e nel 1911-12 la guerra italo-turca. La Prima Guerra Balcanica pose le premesse per la seconda, poiché i contraenti dei vari accordi bilaterali non si incontrarono mai tutti assieme e la sconfitta ottomana stuzzicò le rispettive mire espansioniste. La Bulgaria, che aveva ottenuto un enorme ampliamento territoriale, venne battuta da Serbia, Grecia, Romania, Impero Ottomano e Montenegro, con una nuova ridefinizione dei confini che lasciò insoddisfatti quasi tutti salvo i romeni. Un corollario fu l’indipendenza albanese, a sua volta pomo della discordia tra le potenze interessate al suo controllo. Durante le due Guerre Balcaniche gli eserciti e le bande paramilitari effettuarono stragi incrociate di civili (turchi, serbi, bulgari, macedoni e greci) secondo un canovaccio che si ripeterà nel corso del ’900.
Gianpaolo Volpi, moderatore del convegno, ha osservato come la “farfalla” turca sia uscita dall’Impero Ottomano, che si stava trasformando in Stato nazionale. Un’eredità delle Guerre Balcaniche fu lo sterminio turco degli armeni.
Paolo Marz (Trieste) ha illustrato il problema della fortificazione esterna della piazza di Trieste fra il ’700 e la Prima Guerra Mondiale. Fu difficile conciliare commercio marittimo e difesa “nazionale”. Negli anni ’30 dell’800, dopo la sollevazione negli Stati pontifici, vennero rinforzati il castello di San Giusto e il seicentesco forte di San Vito. Fra il 1853 e il 1857 sul colle di Gretta fu edificato il possente forte Kressich. Nel 1871 la Dieta provinciale si interrogò su come difendere il porto commerciale, concludendo che non c’era necessariamente da aspettarsi un attacco navale. In epoca napoleonica infatti il nemico aveva sempre agito da terra, anche se nel 1702 la flotta francese aveva bombardato la città e nel 1848 vi era stato un blocco navale con tentativo di sbarco. Inoltre la mancanza di sintonia tra le autorità triestine e quelle centrali non favoriva la nascita di un dispositivo difensivo. Nel 1882 una patente sovrana di poco successiva alla firma della Triplice Alleanza dichiarava Trieste città aperta, ovvero priva di opere permanenti attive. Nel 1899 l’allora colonnello Konrad von Hötzendorf, a capo della 55esima brigata di fanteria, dimostrò che la fanteria nemica avrebbe potuto prendere facilmente tanto Pola quanto Trieste. Ma i suoi piani di fortificazione e sbarramento del golfo non furono approvati.
Roberto Todero (San Dorligo della Valle) ha confermato come, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Trieste fosse praticamente in balia di qualsiasi penetrazione. Nell’attuale comune di San Dorligo della Valle gli austriaci munirono con un campo trincerato il monte San Michele, a guardia della val Rosandra e della piana di Zaule, in quanto potenziale via di invasione. A Bagnoli c’era la caserma dei soldati di presidio. Un’altra fortificazione partiva dal soprastante monte Stena e proseguiva fino alla valle dell’Ospo a difesa dell’Istria nord-occidentale. Reparti militari sorvegliavano anche la linea ferroviaria Trieste-Pola lungo la val Rosandra da Sant’Antonio in Bosco a Cosina. Del poligono militare di Basovizza, voluto da Konrad, restano poche tracce. Nella vicina grotta Bach si vedono ancora le firme tracciate dai soldati asburgici nel 1917. A San Giuseppe della Chiusa trovò provvisoriamente stanza il 28° Reggimento a riposo.
Gianluca Volpi ha lamentato una scarsa attenzione in Italia per la storia militare e l’archeologia bellica.
Silvo Stok (Trieste) ha spiegato che l’esercito italiano, durante l’avanzata successiva al 24 maggio 1915, cominciò a realizzare un sistema di trincee e campi trincerati lungo la pianura friulana con postazioni, camminamenti e batterie di artiglieria. Ancor oggi se ne scorgono i resti. I reticolati vennero elettrificati nel 1917. Le aree meno munite furono quelle dell’alto Isonzo. Non a caso in quello che era il punto più debole si scatenò a fine ottobre 1917 la travolgente offensiva austro-tedesca di Caporetto. Nella ritirata gli italiani abbandonarono il complesso reticolo fortificato di retrovia, in quanto ritenuto ormai indifendibile e quindi inutile.
Alessandro Rosselli (Szeged), basandosi sul libro di Fabio Caffarena Dal fango al vento (Einaudi, 2010), ha spiegato come i vertici militari all’inizio della Prima Guerra Mondiale non cogliessero le potenzialità dei velivoli, che concepivano essenzialmente come ricognitori, non anche come caccia e bombardieri. Pilotarli era visto come un modo per sfuggire al fango e alla morte in trincea, ma i piloti abbattuti ritornavano improvvisamente nel fango e il loro destino era spesso la morte. Per mostrare come il fango reclamasse i propri diritti su quanti volevano sottrarvisi il docente ha proiettato i primi minuti del film La caduta delle aquile, del 1966. In Italia appena nel 1923 fu istituita l’arma Aeronautica, ma ancor oggi sulle sue origini si fa troppa retorica e poca scienza.
Balázs Barták (Szombathely) ha parlato della fortezza nella tradizione poetica ungherese, che la vide metaforicamente come luogo di virtù militari e morali del passato contrapposto al presente senza valori, ma anche come luogo di solitudine.
Infine Antonio D. Sciacovelli (Szombathely) ha esposto alcuni esempi di ironia militaresca e antimilitarista sulla via della Grande Guerra nella letteratura ungherese.
La mattina del 23 si è svolto al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino l’incontro letterario-musicale Le lacrime e il sangue delle battaglie, con letture di poesie sulla guerra e la pace a cura di Antonio D. Sciacovelli con Balázs Barták e l’intervento musicale di giovani allievi del Collegio.
Marco Pascoli (Ragogna) ha relazionato sul sistema italiano di fortificazioni permanenti del Friuli, che si cominciò a costruire nel 1904, avendo i vertici militari individuato sul Piave la linea fortificata dove imbastire la definitiva resistenza in caso d’attacco austro-ungarico dalle vallate nord-orientali. Nel 1913 ben 36 opere con artiglierie (forti o batterie permanenti) e un’ulteriore decina di opere secondarie (casermaggi, osservatori, ecc.) guarnivano a difesa la fascia territoriale del Tagliamento. Il complesso doveva trattenere un’eventuale invasione per il tempo necessario alla mobilitazione generale e alla radunata delle forze armate, valutato in circa 3 settimane. Le coperture corazzate in calcestruzzo e le cupole dei forti potevano resistere fisicamente ai piccoli e medi calibri, ma non alle artiglierie pesanti d’assedio, che apparvero nel 1913. I forti del Friuli dunque risultarono tecnicamente sorpassati sin dal giorno della propria inaugurazione. Poco dopo l’entrata in guerra, la lontananza dai campi di battaglia, l’esigenza di bocche da fuoco da dirottare a supporto dei reparti operativi e il carattere obsoleto della fortificazione permanente suggerirono al Comando Supremo di disarmare le fortezze friulane. Tra il 1916 e il 1917 si iniziò la realizzazione di una linea di resistenza lungo il Tagliamento come ultima fronte difensiva delle grandi unità impegnate sull’Isonzo e in Carnia. Con lo sfondamento di Caporetto Cadorna tentò di ingaggiare sul Tagliamento in piena una battaglia difensiva che imbrigliasse l’avanzata nemica così da consentire al grosso del Regio Esercito di ripiegare dietro il fronte Grappa-Piave-Adriatico. Sino al 4 novembre, quando lo sfondamento austro-germanico impose la ritirata generale al Piave, le retroguardie del Regio Esercito si sacrificarono in sanguinose resistenze lungo il Tagliamento. Il forte Monte Festa resistette all’assedio fino alla notte tra il 6 e il 7 novembre. Mentre le retroguardie italiane si sacrificavano sul Tagliamento, centinaia di migliaia di soldati e profughi riuscirono a portarsi oltre il Piave. Solo poche fortezze permanenti poterono contribuire alla resistenza delle regie retroguardie, essendo la gran parte dei siti disarmata sin dall’estate del 1915.
 

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