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NOTIZIE DI DICEMBRE SCRITTE DAL DIRETTORE PAOLO RADIVO
Notizie scritte dal direttore Paolo Radivo


Viaggio d’istruzione in Istria
Ha avuto luogo nella prima decade di novembre il viaggio d’istruzione in Istria per giovani organizzato da Carmen Palazzolo Debianchi per conto dell’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste. Vi hanno preso parte 18 studenti universitari triestini, perlopiù fra i 22 e i 23 anni, discendenti di esuli, nonché altri 5 ragazzi dal Friuli, 3 dal Veneto, 1 da Milano, 1 da Roma e 1 dalla Puglia (sia universitari che lavoratori), più 14 allievi dell’Istituto Nautico di Trieste insieme a due loro docenti. L’esperienza è stata molto intensa e formativa. Il primo dei 5 giorni si è fatto tappa alle risorgive del Timavo, a Muggia, Capodistria e Pirano, il secondo a Rovigno, Pola e Albona, il terzo a Parenzo, Pinguente e Visinada, il quarto a Orsera, San Lorenzo del Pasenatico e Montona, infine il quinto a Grisignana, Cittanova e Buie. Ha accompagnato la comitiva la stessa Carmen Palazzolo Debianchi, direttrice del quindicinale associativo “La nuova Voce Giuliana”. Nei primi due giorni si è aggiunto anche il presidente del sodalizio Manuele Braico. Hanno fatto da ciceroni rispettivamente Livio Dorigo, esule polese e presidente del Circolo “Istria”, lo storico Franco Colombo, lo storico Kristjan Knez, presidente della Società di Studi Storici e Geografici di Pirano e del Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria, lo storico Gaetano Benčić, professore alla Scuola Media Superiore Italiana di Buie, lo storico Giovanni Radossi, direttore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, il sindaco di Grisignana Claudio Stocovaz, nonché le professoresse connazionali istriane Viviana Juraj Sokolić e Rossana Matejčić. Dunque una proficua esperienza di collaborazione tra esuli, loro discendenti e rimasti alla riscoperta della comune terra d’origine. Ne sono sorte anche nuove amicizie. Al termine alcuni partecipanti hanno proposto di costituire un “Gruppo Giovani Istriani”.

Anche Albona diventerà bilingue?
Giovedì 7 novembre, durante la seduta del Consiglio municipale di Albona, la consigliera connazionale Federika Mohorović (Dieta Democratica Istriana) ha lanciato un appello per introdurre il bilinguismo su tutto il territorio cittadino. «Come appartenente alla comunità nazionale italiana – ha dichiarato il sindaco Tulio Demetlika – ritengo che Albona debba diventare bilingue, come Umago, Rovigno, Pola, Valle e altre realtà istriane. In questo momento, gli organi della Comunità degli Italiani dovrebbero vedere quali possibilità legali ci sono». Il sindaco ha aggiunto di avere già suggerito che il Consiglio municipale avanzi all’Assemblea regionale alcune modifiche allo Statuto della Regione Istriana in tal senso. Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato della minoranza al Sabor, ricorda che per introdurre il bilinguismo ad Albona, come richiesto dalla locale Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi”, basterebbe che il Consiglio municipale modificasse lo Statuto cittadino.

Cattaro: premiazioni del concorso MLH
Si è svolta mercoledì 13 novembre nella sala  del municipio di Cattaro la sentita cerimonia di premiazione dei vincitori della sezione B dell’11° concorso letterario promosso dalla Mailing List Histria, riservata ai giovani allievi dei corsi di italiano della Dalmazia Veneta nell’attuale Montenegro. A offrire i premi è stata l’Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio, presente con Elio Ricciardi. Per la MLHistria c’erano Maria Rita Cosliani, segretaria del concorso, e Mirella Tribioli, componente della commissione giudicatrice e presentatrice della cerimonia; per la Comunità degli Italiani di Cattaro il presidente entrante Alessandro Dender e quello uscente Paolo Perugini; per il comitato cattarino della Società “Dante Alighieri” la vicepresidente Martina Saulačić Lompar e il segretario Andro Nunzio Saulačić. Hanno partecipato all’incontro una cinquantina fra ragazzi e insegnanti, molti di più che negli anni passati.

L’ANPI chiede scusa agli esuli
A Padova i Comitati locali dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) e l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) hanno tenuto assieme il 29 novembre a palazzo Moroni un dibattito pubblico dall’eloquente titolo Ci chiamavano fascisti, ci chiamavano comunisti; siamo italiani e crediamo nella Costituzione. L’evento, impensabile fino a poco tempo fa, non solo è andato liscio, ma si è rivelato molto costruttivo e soddisfacente: un ulteriore passo avanti verso la piena pacificazione nazionale e il riconoscimento dei torti subiti dagli esuli istriano-fiumano-dalmati.
Maurizio Angelini, coordinatore regionale dell’ANPI per il Veneto, ha chiesto scusa per la pessima accoglienza riservata loro dai comunisti in Italia, per il loro sostegno a Tito e per la falsa equazione esule=fascista. «Vi è stata per lunghissimi anni – ha ammesso onestamente – una forte simpatia per il movimento partigiano jugoslavo», che ha giustificato anche «l’eliminazione violenta di alcune centinaia di persone in Istria, le cosiddette foibe istriane del settembre 1943; l’uccisione di parecchie migliaia di persone nella primavera del 1945, alcune giustiziate sommariamente e precipitate nelle foibe, soprattutto nel Carso triestino, altre – la maggioranza – morte di stenti e/o di morte violenta in alcuni campi di concentramento jugoslavi soprattutto della Slovenia». E ancora: «Abbiamo colpevolmente ignorato la natura autoritaria e illiberale della società che si intendeva edificare; abbiamo colpevolmente accettato l’equazione anticomunismo=fascismo e ascritto solo alla categoria della resa dei conti contro il fascismo ogni forma di violenza perpetrata contro chiunque si opponeva all’annessione di Trieste, di Fiume e dell’Istria alla Jugoslavia. Noi antifascisti di sinistra non abbiamo per anni riconosciuto che fra le motivazioni dell’esodo di massa delle popolazioni di lingua italiana nelle aree istriane e giuliane ci fosse anche il rifiuto fondato di un regime illiberale, autoritario, di controlli polizieschi sulle opinioni religiose e politiche spinti alle prevaricazioni e alle persecuzioni. Dobbiamo riconoscere dignità politica all’esodo per quella componente di ricerca di libertà che in esso è stata indubbiamente presente». Quanto a sputi, insulti, minacce e cibo negato dai ferrovieri della CGIL alla stazione di Bologna, Angelini ha dichiarato: «questi ricordi a noi di sinistra fanno male: ma gli episodi ci sono stati e, per quello che ci compete, dobbiamo chiedere scusa per quella viltà e per quella volgarità».
La presidente dell’ANVGD provinciale Italia Giacca ha dichiarato: «Ci guardavamo in cagnesco, poi abbiamo parlato e adesso ci stringiamo la mano». Adriana Ivanov, del direttivo provinciale ANVGD, ha fatto presente che gli opposti nazionalismi furono aizzati già prima del fascismo, durante l’Impero asburgico. Mario Grassi, vicepresidente provinciale dell’ANVGD, si è compiaciuto del fatto che finalmente si ricordino le foibe, ma ha lamentato che nessuno osi parlare di pulizia etnica. Sergio Basalisco, esule da Pola e socio ANPI, ha voluto citare anche le sofferenze patite da sloveni e croati durante il ventennio.

Il Consolato d’Italia a Spalato ha chiuso
Sabato 30 novembre ha cessato ufficialmente di esistere il Consolato d’Italia a Spalato. Alcuni giorni prima la reggente Rosaria Amato aveva ricevuto una rappresentanza della locale Comunità degli Italiani in mesta visita di commiato. La nuova presidente Giovanna Asara Svalina e la nuova vicepresidente Antonella Tudor Tomaš hanno ringraziato il personale del Consolato per gli sforzi profusi nell’interesse della Comunità Nazionale Italiana e per i quadri e mobili donati alla CI. La nuova Assemblea del sodalizio era stata eletta lunedì 11 novembre dopo che l’Assemblea aveva sfiduciato il presidente Damiano Cosimo D’Ambra.
Nell’ultima decade di novembre sulle facciate della Casa Madre degli Italiani Dalmati nel Mondo in via dei Giacinti 8 a Trieste erano stati esposti striscioni di protesta. Su iniziativa del presidente Renzo de’ Vidovich, una ventina di senatori avevano sottoscritto un ordine del giorno alla Legge di stabilità che impegnava il Governo a mantenere in funzione il Consolato d’Italia a Spalato, «che svolge una insostituibile tutela degli italiani di tutta la Dalmazia, svolge un importante funzione di salvaguardia e diffusione in loco della lingua e della cultura italiana e costituisce un elemento indispensabile per consentire agli operatori economici e finanziari italiani di consolidare l’interscambio commerciale con la Repubblica di Croazia, di cui l’Italia è il primo partner». «Tenuto conto del modesto risparmio che si otterrebbe spostando al Consolato Generale d’Italia a Fiume le funzioni del Consolato di Spalato», l’ordine del giorno invitava a recuperare la relativa spesa riducendo «i doppioni delle spese burocratiche» dell’Unione Italiana. Ma la fiducia chiesta dal Governo sulla Legge di stabilità ha fatto decadere anche questo ordine del giorno.
Gli uffici del Consolato spalatino sono rimasti aperti fino al 7 dicembre, ma già con il 2 dicembre tutte le sue competenze sono passate al Consolato Generale d’Italia a Fiume, che per venire incontro ai connazionali dalmati e agli italiani residenti o transitanti in Dalmazia potenzierà i mezzi elettronici.

Il presidente croato in visita a Roma
Il presidente croato Ivo Josipović ha compiuto la prima visita di un capo di Stato di quel Paese in Italia. La mattina di martedì 3 dicembre, accolto con tutti gli onori al Quirinale, ha avuto un lungo colloquio con il suo omologo Giorgio Napolitano, presenti i viceministri degli Esteri Marta Dassù e Hrvoje Marušić, il deputato italiano al Parlamento di Zagabria e presidente dell’Unione Italiana Furio Radin, e gli ambasciatori Emanuela e D’Alessandro Damir Grubiša.
«Dall’indipendenza della Croazia ad oggi – ha poi dichiarato Napolitano ai giornalisti – molte cose sono cambiate. Molta strada è stata fatta innanzitutto dalla Croazia preparandosi all’ingresso nell’UE e molta strada hanno fatto i rapporti tra i due Paesi, in particolare attraverso uno sforzo congiunto e tenace per superare le ferite, le contrapposizioni e le eredità dolorose del passato per ritrovarci in un quadro di valori comuni che sono i valori dell’Europa e del Mediterraneo». Il dialogo va proseguito assieme con il lavoro teso a «risolvere problemi tecnici non semplici, sbarazzandoci di ogni contenzioso passato». Per superare la crisi economica Italia e Croazia, unite da «autentica amicizia», devono «sviluppare al massimo le relazioni commerciali, economiche, tecnologiche e culturali», nonché «operare insieme con comuni intenti anche a livello di istituzioni europee». «Apprezziamo moltissimo – ha aggiunto Napolitano – come si esprimono in Croazia sia la politica sia l’azione concreta a sostegno della Comunità Nazionale Italiana. A ciò intende corrispondere la nostra politica verso le minoranze croata e slovena».
Lieto della «cooperazione eccellente tra i due Governi in tutti i campi», Josipović ha auspicato l’incremento di quella culturale, «che anche in tempi di crisi ha la sua importanza nello sviluppo dei rapporti bilaterali». «L’Italia – ha detto – è uno dei più grandi investitori in Croazia, il nostro primo partner commerciale, ma anche noi vogliamo intensificare i nostri investimenti sul mercato italiano». Abbiamo «intenti comuni nei confronti delle istituzioni europee». Bisogna «lavorare sulla tolleranza, la comprensione dei popoli e i diritti umani e assumersi la responsabilità di fermare l’aumento degli estremismi affinché la crisi non renda disperata la gente».
L’ospite ha quindi fatto colazione col premier Enrico Letta discutendo di temi europei, Balcani occidentali e disoccupazione giovanile. «Entrambe le parti – ha affermato – concordano sulla necessità di rafforzare la posizione sia della Comunità Nazionale Italiana in Croazia sia della Comunità Croata in Italia». Letta, accogliendo l’invito rivoltogli da Radin, ha annunciato che farà visita agli italiani di Croazia nel 2014 durante il suo previsto viaggio a Zagabria.
Josipović ha poi incontrato il sindaco di Roma Ignazio Marino. «È un onore – ha detto ai giornalisti – avere avuto la possibilità di toccare questo tavolo che ha visto la firma della costituzione della Repubblica Romana nel 1848. L’amicizia tra i nostri due Paesi è di lunga data. Ogni volta che visito Roma sento addosso una parte di storia, che è anche un nostro pezzo di storia. Ma a Roma si percepisce anche il futuro».
La sera Napolitano e Josipović hanno cenato al Quirinale con le rispettive delegazioni. «La minoranza croata in Italia e quella italiana in Croazia – ha osservato Napolitano – rappresentano un inconfondibile valore aggiunto per lo sviluppo delle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi. La frattura creatasi all’indomani della Seconda Guerra Mondiale tra Esuli, Rimasti e cittadini croati è ormai rimarginata. In questo spirito rinascono iniziative come il nuovo asilo italiano di Zara, grazie ad un sforzo comune delle autorità italiane e croate, delle Comunità italiane e delle Associazioni degli Esuli. Si tratta di un esempio lungimirante della collaborazione tra i nostri due Paesi, sempre memore delle lacerazioni del passato, ma profondamente rivolta al futuro delle nuove generazioni. Oggi possiamo rallegrarci del nuovo clima che le nostre giovani generazioni possono respirare in Adriatico grazie alla ritrovata sintonia tra Croazia, Italia e Slovenia. L’indimenticabile Concerto dell’Amicizia del 13 luglio 2010 nella Piazza Unità d’Italia a Trieste (nel corso del quale il Maestro Riccardo Muti diresse un’orchestra di giovani musicisti croati, italiani e sloveni) aprì una nuova stagione nei rapporti tra le nostre Nazioni. E ricordo egualmente con grande emozione il magnifico incontro e spettacolo del 3 settembre 2011 nell’Arena di Pola, che toccò i cuori di tutti coloro che sono legati a quelle terre».
«Guardiamo con estremo favore – ha aggiunto Napolitano – alle consultazioni trilaterali tra i primi ministri croato, italiano e sloveno e registro altresì con grande soddisfazione, già nei primi mesi di attività in seno alla UE, numerosi dossier su cui i nostri due Paesi si sono trovati d’accordo».
La mattina del 4 dicembre Josipović ha reso omaggio alla tomba del Milite Ignoto per poi incontrarsi con il presidente del Senato Pietro Grasso e tenere davanti alle Commissioni Esteri ed Europa di ambo le Camere un discorso sull’integrazione comunitaria. Come esempio di superamento delle lacerazioni del passato, normalizzazione e riconciliazione in chiave europea, ha citato gli sforzi compiuti in questi anni da Italia, Croazia e Slovenia secondo lo spirito di Trieste e Pola. «Le ingiustizie – ha sostenuto – non si dimenticano, ma si può perdonare. La storia non è stata sempre semplice, ma i rapporti con l’Italia sono tra i migliori in tutta la regione perché i due popoli sono spiritualmente vicini». Quando il presidente, parlando delle 21 minoranze in Croazia fra cui quella italiana, ha citato Furio Radin, si è levato un applauso. «Le uscite nazionaliste che puntano a ridurre la portata dei diritti delle minoranze – ha concluso – non possono mettere a rischio i traguardi raggiunti».
Giovedì 5 dicembre Josipović, con i due ambasciatori e Radin, ha visitato la minoranza croata del Molise.

Docenti triestini all’Università di Pola
Docenti e ricercatori dell’Università di Trieste continueranno, come già dal 2006, a svolgere attività scientifico-didattica presso i Dipartimenti per gli Studi in lingua italiana e di Scienze della formazione dell’Università Juraj Dobrila di Pola secondo i programmi di studio approvati dal competente Ministero croato. Lo stabilisce un protocollo esecutivo di collaborazione tra i due atenei sottoscritto nel rettorato dell’Università istriana lunedì 2 dicembre. Ad occuparsi dell’aspetto organizzativo e finanziario della collaborazione saranno l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, che per il 2013-2014 hanno stanziato 90mila euro. Il nuovo rettore dell’Università di Pola Alfio Barbieri ha dichiarato che tale sinergia beneficerà tutti. Il prof. Fulvio Suran, del Dipartimento per gli Studi in lingua italiana, ha auspicato che la collaborazione si espanda ad altri settori, intensificando gli scambi tra studenti e docenti delle due città, e ha proposto la creazione a Pola di un centro per approfondire le scienze della formazione, supplendo così alla chiusura dell’analogo dipartimento a Trieste. La prof.ssa Rita Scotti Jurić ha inoltre suggerito di attivare corsi inter-universitari come fra Trieste e Udine.

Autostrade slovene: «vignette» più care
Come sanare i debiti della società pubblica di gestione delle autostrade slovene? Semplice: aumentando le «vignette», ossia i bollini prepagati che dal luglio 2008 tutti i veicoli fino a 3,5 tonnellate devono applicare al parabrezza per circolare liberamente su autostrade e strade a scorrimento veloce, compresa la Rabuiese-Capodistria. Nel 2014 le «vignette» annuali per le automobili salgono da 95 a 110 euro (+15,78%), quelle annuali per i motoveicoli da 47,5 a 55 euro (ancora +15,78%), quelle semestrali da 25 a 30 (+20%). Anche furgoni, SUV e monovolume non superiori alle 3,5 tonnellate ma più alti di 130 centimetri a livello del cofano dovranno pagare la «vignetta»: quella annuale 220 euro, quella mensile 80, quella settimanale 40. Invece i bollini mensili per le automobili continueranno a costare 30 euro, quelle settimanali 15, mentre le vignette settimanali per i motocicli 7,5. I veicoli superiori alle 3,5 tonnellate (camion, pullman, autoarticolati…) continueranno a doversi fermare ai caselli, ma la tariffa sarà commisurata al livello di inquinamento. In tal modo nel 2014 le entrate della DARS dovrebbero crescere dai 300 ai 360-370 milioni: ossigeno per le casse vuote della società a partecipazione statale, che nei prossimi 5 anni dovrà onorare debiti per 1,6 miliardi e ora si trova a rischio privatizzazione.
Le «vignette» per il 2014, di colore viola, sono acquistabili in 700 punti vendita in Slovenia e in oltre 800 all’estero tra distributori di benzina, tabaccherie, edicole, bar e sedi di Automobile Club. Quelle annuali saranno valide dal 1° dicembre 2013 al 31 gennaio 2015, mentre quelle annuali per il 2013 resteranno in vigore fino al 31 gennaio 2014. I controlli della solerte polizia stradale slovena sono frequenti soprattutto d’estate o in concomitanza con le festività. La multa per chi viene trovato privo dell’esosa vignetta è di 300 euro. Per raggiungere da Trieste l’Istria croata senza pagare la vignetta, alcuni percorrono la mal segnalata vecchia statale Rabuiese-Capodistria, evitando di imboccare la breve superstrada.

Restituzione dei beni: Zagabria promette
Dopo un incontro con la sua omologa austriaco Barbara Prammer, il presidente del Parlamento croato Josip Leko ha detto ai giornalisti che, riguardo alle questioni ancora pendenti fra i due Paesi, sono in fase di elaborazione le modifiche alla legge sul risarcimento per i beni nazionalizzati o confiscati all’epoca del regime comunista jugoslavo in modo da estenderne i benefici anche agli stranieri nei casi non coperti dai trattati internazionali. «Quando si tratta della restituzione dei beni, la cosa più importante – ha incalzato la Prammer – è che sia fatta giustizia e che si proceda in maniera leale e corretta», affinché nessuno venga discriminato. Il Sabor non ha ancora recepito la sentenza della Corte Suprema che, nell’agosto 2010, gli ha imposto di equiparare i cittadini stranieri a quelli croati nella legge che prevede per quanti furono espropriati ai tempi della Jugoslavia tre possibilità alternative di risarcimento: la restituzione del bene, la consegna di un bene equivalente sostitutivo o un indennizzo da corrispondere anche attraverso titoli di Stato. Ciò in ottemperanza al principio europeo di non discriminazione. La Corte ha precisato che tale diritto andrà riconosciuto unicamente nei casi non coperti da accordi internazionali, che per quanto riguarda gli esuli istriano-fiumano-dalmati sono numerosi. Dalla legge resteranno invece esclusi i casi ricompresi nel Trattato di pace, nel Trattato di Osimo o nell’Accordo di Roma.


Edizione congiunta dei periodici dei fiumani esuli e rimasti
E’ stata presentata il 21 novembre a Trieste nella sede della Lega Nazionale l’edizione congiunta bifronte de “La Voce di Fiume”, bimestrale del Libero Comune di Fiume in Esilio, e de “La Tore”, periodico della Comunità degli Italiani. Entrambe le testate sono lette dalla diaspora fiumana nel mondo. L’innovativo numero speciale in formato A4 (la metà del nostro) presenta 76 pagine tutte a colori: 44 de “La Tore” e 32 de “La Voce di Fiume”. E’ questo un modo per raccontare e celebrare assieme l’Incontro mondiale Sempre Fiumani svoltosi nella città quarnerina dal 14 al 16 giugno scorso. Ad illustrarlo sotto varie angolature con articoli di varia lunghezza e un gran numero di foto è in particolare il numero 24 de “La Tore”, mentre il numero di settembre-ottobre dell’organo degli esuli tratta anche numerosi altri temi di attualità, storia, cultura e memorialistica.
Parlando del lungimirante esperimento, la direttrice de “La Tore” Rosi Gasparini ha affermato che questa edizione congiunta esprime la comune volontà di esuli e rimasti di lasciare alle spalle i dissapori guardando avanti in difesa della cultura italiana nella città di San Vito. La direttrice de “La Voce di Fiume” Rosanna Turcinovich Giuricin ha citato alcuni importanti segnali di svolta, come la partecipazione del sindaco di Fiume all’Incontro mondiale e l’apertura di un museo su d’Annunzio a Ronchi dei Legionari per iniziativa dell’amministrazione comunale di centrosinistra. Hanno preso la parola anche il sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio Guido Brazzoduro, il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini e la presidente della sezione fiumana della stessa Elda Sorci. Agli interventi è seguita la proiezione di un breve video che immortala la sfilata per il Corso fiumano della fanfara dell’Associazione Nazionale Bersaglieri in Congedo di Trieste e della Banda civica di Tersatto il 14 giugno. E’ stata quindi trasmessa l’esecuzione di Immensamente, una canzone piena di intenso amore per la sua città compiuta dal musicista esule fiumano Francesco Squarcia al Festival delle melodie di Istria e Quarnero. Ai presenti è stata infine donata una copia del giornale.


La nave di Zambrattia è la più antica dell’Adriatico
Nell’estate 2008 avvenne un importantissimo ritrovamento archeologico a nord della baia di Zambrattia, tra Umago e Salvore (attuale Istria croata). Le ispezioni subacquee riscontrarono alla profondità di -2,20 metri, sotto un sottile strato di sabbia, il relitto di un’imbarcazione lignea realizzata con l’antica tecnica della cucitura.
Dalle analisi di un campione di legno compiute con la tecnica AMS presso l’istituto Beta Analitic di Miami (USA) si è desunto che risalirebbe a un periodo compreso tra il 1120 e il 930 a.C.. Un’ulteriore analisi effettuata all’Istituto Ruđer Bošković di Zagabria secondo il metodo del radiocarbonio 14 ha retrodatato la nave tra il 1264 e il 1056 a.C.. E’ la più antica mai trovata sui fondali dell’Adriatico nonché la più antica nave cucita del Mediterraneo. A costruirla sarebbero stati i primissimi Istri, che colonizzarono la penisola omonima a partire dal XII secolo.
Inizialmente si è provveduto alla protezione fisica del relitto nel suo sito originario non lontano dalla riva. In agosto e all’inizio di settembre del 2013, grazie ai mezzi finanziari del Museo Archeologico dell’Istria, del Ministero della Cultura croato e della Regione Istriana, il Museo Archeologico dell’Istria ha effettuato una campagna di ricerca archeologica e documentazione dei resti della nave. Ha condotto le ricerche Ida Koncani Uhač, assistita da Marko Uhač, dell’Ufficio polese di Conservazione dei beni culturali del Ministero della Cultura. Vi hanno partecipato anche Andrea Sardoz del Museo Archeologico dell’Istria, Davor Bulić dell’Università di Pola, lo studente di archeologia Petar Krnjus dell’Università di Zara, nonché sommozzatori professionisti di Pola, Zambrattia e Salvore. Grazie a un accordo di collaborazione scientifica tra il Museo Archeologico dell’Istria e il Centro Camille Jullian di Aix-en-Provence (Francia), alle ricerche hanno collaborato gli archeologi di quest’ultimo Giulia Boetto, Vincent Dumas e Phillipe Groscaux. Fra gli stranieri ricordiamo l’esperto di conservazione del legno bagnato Miran Erič, del Ministero della Cultura sloveno.
Davanti alla costa di Zambattia, sotto un sottile strato di sabbia, si scoprì cinque anni fa l’esistenza dello scafo di una nave lunga 7 metri e larga 2 con un’intelaiatura di undici assi di legno (otto tavole più tre costole, perpendicolari fra loro). Tali assi erano attaccati con la tecnica della cucitura ai bordi. La larghezza delle tavole va dai 17 ai 40 centimetri. Le cuciture erano eseguite con un filo attraverso fessure che hanno lasciato evidenti tracce su una tavoletta. Si è inoltre desunta l’esistenza sia di altre tre costole del natante sia del bordo superiore dello scafo.
La tavoletta intermedia più larga si è conservata intatta e denota il notevole livello tecnico raggiunto dai costruttori protostorici istriani. Fu realizzata nella sua parte finale incavando un unico pezzo di legno. Questo dettaglio è tipico delle imbarcazioni più antiche in assoluto, che venivano appunto ricavate da un tronco d’albero unico. Il successivo sviluppo andò verso l’allargamento e l’innalzamento dei fianchi del primitivo natante aggiungendo una o più tavolette per ognuna delle due parti laterali e rinforzandole con costole trasversali. Tali imbarcazioni semplici sono durate nell’Adriatico settentrionale (Pirano, Arbe, Isola Lunga) fino all’inizio del XX secolo. La chiatta fu il diretto successore di questa originaria barchetta derivante da un solo tronco. La nave di Zambrattia è tecnicamente così evoluta da presentare le caratteristiche di quelle successive. La si può dunque inserire tra le principali scoperte archeo-marine del Mediterraneo.
Questi dettagli costruttivi inducono a credere che possa essere il precursore delle barche cucite adriatiche. In tale gruppo rientrano anche le due navi romane scoperte recentemente a Pola. E’ noto dai testi degli antichi scrittori che gli Istri costruivano imbarcazioni a fondo cucito con fili di lino e canapa. Il relitto di Zambrattia è una dimostrazione diretta dello sviluppo dell’ingegneria navale nell’Adriatico settentrionale in epoca protostorica. Per il futuro si prospetta la realizzazione di una replica anche a fini turistici e la ripresa in chiave moderna di questa tanto primordiale quanto geniale tipologia costruttiva.

Recuperati in Istria
frammenti di un’ara romana
Domenica 12 maggio i membri dell’associazione speleologica “Pula” hanno estratto due pezzi di altrettante are votive romane dalla foiba Golubinčina, situata nell’Istria sud-orientale in comune di Marzana (Marčana) fra Castelnuovo (Rakalj) e Carnizza (Krnica), vicino alla strada regionale Ž5123 a pochi chilometri dal mare. Il Museo Archeologico dell’Istria ha organizzato e sovrinteso all’operazione. La prima lastra di pietra è stata rinvenuta dallo speleologo Haris Vojniković, la seconda da Matej Mikac, presidente dell’associazione. Entrambe sono dedicate a Melosocco (Melosocus), unico nume maschile degli Istri che si conosca. Il rimanente pantheon istrico era infatti composto da divinità femminili, probabile sintomo di una società matriarcale. Il recupero dei due frammenti di lapidi è stato un evento straordinario. I reperti sono stati inclusi nella mostra Gli Istri in Istria, che ha aperto i battenti al pubblico il 16 maggio 2013 nello spazio museale-espositivo dei Sacri Cuori a Pola e si è conclusa in ottobre.
Si suppone che in Istria le are dedicate a divinità pagane siano state distrutte, e anche gettate nelle foibe, al tempo della diffusione del cristianesimo nel IV-V secolo. Qualche anno fa nella medesima foiba era stata scoperta un’ara con iscrizione greca dedicata sempre a Melosocco. Molto tempo prima erano venute alla luce nei dintorni della chiesa di San Teodoro, ancora fra Castelnuovo e Carnizza, altre due epigrafi romano-latine con la stessa dedica al dio.

Scoperto a Spalato
l’anfiteatro romano
Si sapeva che a Spalato c’era un anfiteatro romano, nei pressi del palazzo di Diocleziano, ma se ne ignorava l’esatta localizzazione. Era il terzo in Dalmazia oltre a quelli delle vicine Salona e Burnum, il quarto nell’attuale Croazia considerando anche Pola. Nel 1647 il governatore veneziano della Dalmazia Leonardo Foscolo fece smantellare quanto ne restava onde scongiurare che i turchi, allora alle porte, se ne impadronissero utilizzandolo a fini militari. Da allora cadde nell’oblio, ma alcuni mesi fa è improvvisamente riaffiorato sotto la principale via della città vecchia durante gli scavi per la realizzazione di un centro commerciale. A rendere pubblica l’eccezionale scoperta sono stati lo scorso 13 novembre gli archeologi del Dipartimento per la conservazione dei beni culturali di Spalato. L’edificio aveva il diametro maggiore lungo circa 50 metri (meno della metà dell’Arena di Pola) e poteva accogliere migliaia di spettatori. Fu verosimilmente realizzato all’interno del palazzo-fortezza rettangolare che l’imperatore illirico Diocleziano si fece costruire fra il 293 e il 305 d.C. quale sua futura residenza privata dopo la prevista abdicazione. L’urbanistica dell’epoca imperiale tardo-pagana implicava la presenza di anfiteatri anche in simili cittadelle. Nel sito si sono rinvenute monete, anfore, ceramiche e altri manufatti risalenti al IV secolo. La struttura non potrebbe comunque essere successiva al 326, anno in cui l’imperatore Costantino vietò i giochi gladiatori e le venazioni che vi si svolgevano, tanto che alcuni anfiteatri cominciarono a essere demoliti già durante il IV secolo sotto l’influsso del cristianesimo. I resti dell’anfiteatro spalatino sono stati provvisoriamente ricoperti in attesa di una loro presentazione pubblica in pompa magna. Tanto il Dipartimento quanto l’amministrazione municipale intendono conservarli e valorizzarli in chiave turistica anche facendo ricorso a fondi europei.

A Venezia una lapide ricorda
l’acquisto di Zara nel 1409
Le Società Dalmate di Storia Patria di Venezia e di Roma hanno inaugurato la mattina di venerdì 29 novembre a Venezia, sulla facciata della chiesa di San Silvestro nell’omonimo Campo, una lapide in pietra d’Istria recante la scritta: «Il 9 luglio 1409 in questa chiesa venne sottoscritto l’atto di cessione alla Repubblica Veneta da parte del Regno d’Ungheria dei diritti su Zara e la Dalmazia consolidando gli antichi legami tra la Dalmazia e Venezia destinati a durare nei secoli. La Società Dalmata di Storia Patria pose 29-11-2013». A tale felice esito, auspicato fin dal 1989, si è giunti dopo quattro anni di negoziati con il Patriarcato e la Sovrintendenza veneziani, seguiti da ulteriori ritardi per il restauro della chiesa conclusosi solo pochi giorni prima.
Alla cerimonia ha fatto seguito nella chiesa della Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone a Castello un convegno di studi dal titolo 9 luglio 1409: una data storica per la Dalmazia. Sono intervenuti Gherardo Ortalli, ordinario di Storia Medievale all’Università Ca’ Foscari, Marino Zorzi, presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Roma e il ricercatore di origini istriane Bruno Crevato Selvaggi. Ha introdotto e coordinato i lavori il presidente della Società Dalmata di Storia Patria di Venezia Franco Luxardo. Ma ricostruiamo gli eventi.
Dopo che Ladislao d’Angiò re di Napoli acquisì fra il 1402 e il 1403 con il beneplacito veneziano quasi tutta la Dalmazia meno Ragusa e Veglia facendosi incoronare imperatore d’Ungheria, ne seguì un conflitto tra il duca bosniaco Hrvoje, luogotenente di Ladislao, e Giovanni di Lusignano, fiduciario del re ungherese Sigismondo di Lussemburgo. Impegnato in Italia, nel 1408 Ladislao avviò trattative con Venezia per la cessione dei suoi possedimenti dalmati, ma nei primi mesi del 1409, con il voltafaccia di Hrvoje, Spalato, Sebenico, Traù, Nona, Arbe, Brazza, Lesina e Curzola si diedero a Sigismondo. Impossibilitato a riconquistarle, dopo una lunga trattativa al ribasso, il 9 luglio 1409 Ladislao concluse con il doge un atto in cui, dichiarando che gli apparteneva di pieno diritto tutta la Dalmazia, vendette a Venezia per 100.000 ducati «la città di Zara col suo castello, le sue pertinenze, il suo distretto con le isole, i forti, le ville e specificatamente Novegradi, l’isola di Pago», nonché «tutti i diritti che gli competono e potrebbero competere, per qualunque titolo, ragione o causa, su tutta la Dalmazia, su tutte le terre […], tutti i forti, i vassalli, i feudatari, i diritti […] e su tutte le dipendenze delle città di Zara e Aurana, del castello di Novegradi, dell’isola di Pago […], cedendo qualunque e ogni diritto su tutta la predetta Dalmazia, ogni dominio utile e diretto, ogni impero puro e misto […], esentando dette terre da ogni nesso ed ipoteca reale, da ogni angheria personale e parangaria […], da ogni tributo, onere, onore e servitù dovuta al Re per le terre vendute». Tale ambigua formulazione dipendeva dal fatto che Ladislao, pur vantando diritti sull’intera Dalmazia, ormai controllava materialmente solo Zara con Novegradi, Pago, Aurana e qualche isoletta. Ciò che poteva offrire alla neo-alleata Venezia era dunque un diritto teorico assai ampio, cui però faceva riscontro un possesso reale molto esiguo. La firma avvenne nella chiesa di San Silvestro perché dipendeva dal Patriarcato di Grado, cui spettava la primazia sulla Dalmazia.
Le conseguenze furono contraddittorie. Il 31 luglio 1409 i veneziani presero possesso di Zara ed entro il 24 agosto dell’intero distretto zaratino con Pago. A tali previste acquisizioni si aggiunsero anche Cherso-Ossero il 21 agosto, Nona a fine settembre e Arbe all’inizio di dicembre. Così tutta la Dalmazia settentrionale entrò definitivamente nel Dominio marciano. L’ampliamento dei territori passati a Venezia fu dovuto alla sinergia fra la pressione politico-diplomatico-militare veneziana dall’esterno e l’azione dei “partiti” anti-feudali dei singoli Comuni dall’interno.
Un’analoga sinergia fu tentata anche a Sebenico. Nell’agosto 1409 i sostenitori di Venezia insorsero, ma Le autorità cittadine fedeli a Hrvoje e a Sigismondo li bandirono. Dopo un assedio triennale e una rivolta anti-feudale, nel 1412 anche Sebenico tornò stabilmente a Venezia.

A Isola due eventi
riuniscono esuli e rimasti
Fra le recenti numerosissime iniziative organizzate dai connazionali di Isola d’Istria (Slovenia) citeremo le due che maggiormente hanno suggellato la collaborazione e il ricongiungimento ideale con i loro concittadini esuli.
Venerdì 23 novembre la locale Comunità degli Italiani “Dante Alighieri”, presieduta dall’infaticabile Amina Dudine, ha tenuto a palazzo Manzioli una serata celebrativa nell’85° anniversario dalla medaglia d’oro ottenuta dal “quattro con” della Società Nautica “Giacinto Pullino” di Isola alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928. A compiere l’impresa a bordo dell’armo “Armando Diaz” furono i vogatori Giliante Deste, Giovanni Delise, Nicolò Vittori e Valerio Perentin e il timoniere Renato Petronio, co-fondatore, primo presidente e allenatore del sodalizio sportivo sorto tre anni prima. Nella sala nobile del palazzo è stato proiettato un video di circa venti minuti, a cura dell’attivista Dragan Sinožič, che ripercorre la storia della “Pullino” con particolare riguardo all’oro olimpico. Il duo isolano Le Fie de Fontana Fora ha inframmezzato l’incontro con alcuni canti popolari. La commozione ha sopraffatto più di qualcuno nell’ascolto dell’Inno all’Istria e dell’Inno della società nautica “Pullino”. Il numeroso pubblico era per oltre metà composto da persone residenti a Trieste, in maggioranza esuli isolani. Tra questi Emilio Felluga, presidente di “Isola Nostra” (aderente all’Associazione delle Comunità Istriane) nonché presidente onorario del CONI regionale del Friuli Venezia Giulia, che ha contribuito a preparare l’importante evento comune. Sono intervenuti anche il vice-sindaco italiano Felice Žiža e il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul.
Nella sala al piano terra di palazzo Manzioli è infine stata inaugurata una mostra con immagini storiche della società nautica e una riproduzione grande due metri dell’armo con l’equipaggio vincitore ad Amsterdam. Il tutto a cura di Dragan Sinožič e di Emilio Felluga. Una prima celebrazione dell’anniversario era già avvenuta lunedì 17 giugno nella ex scuola italiana di Isola con la proiezione ed esposizione di foto della “Pullino”, presente anche allora Emilio Felluga.
Venerdì 29 novembre, sempre nella sala nobile di palazzo Manzioli, Silvano Sau, per conto della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola, ha presentato il libro, a sua cura, del concittadino esule Ferruccio Delise dal titolo Isola 1953-1956. I giorni dell’esodo (320 pagine, Edizioni “Il Mandracchio”, 2013). Tra il folto pubblico anche il console generale d’Italia a Capodistria Maria Cristina Antonelli, il sindaco Igor Kolenc e il presidente di “Isola Nostra” Emilio Felluga.
Gran parte del volume consiste nell’elenco, con data di partenza e di nascita, di tutti gli isolani che esodarono fra l’8 ottobre 1953, giorno della Nota Bipartita anglo-americana foriera di una dura reazione jugoslava, e il 30 maggio ’56, a tre mesi dalla chiusura ufficiale dell’esodo dalla Zona B del TLT. Furono 5.207 sui 24.198 della Zona B in quello stesso periodo (21,51%): 254 dall’8 ottobre al 31 dicembre 1953, 754 nel ’54, 3.832 nel 1955 e 337 dal 1° gennaio al 30 maggio ’56. Costituirono il 71,59% dei 7.273 (la cifra potrebbe variare di una cinquantina di unità) esuli isolani complessivi. Una tabella riporta i cognomi più diffusi: Degrassi (517), Vascotto (392), Delise (259), Ulcigrai (161), Dudine (127) e Benvenuti (119). Dei 5.177 casi di cui è accertata l’età, oltre il 40% avevano fino a 25 anni, oltre il 73% fino a 50, solo il 2,7% oltre i 75. Delise accenna infine alla vita nei campi profughi a Trieste. Il libro comprende anche un articolo di “Epoca” del gennaio ’56 sull’accoglienza dei profughi e alcuni estratti del Trattato di pace e del Memorandum di Londra.
Questo di Delise è il suo quinto volume edito da “Il Mandracchio” di Isola. «E’ nostra speranza – scrive nella prefazione – che gli elenchi dei profughi Isolani e i documenti che li seguono siano sufficienti a far comprendere a chi non lo sapeva, e a chi non ne era convinto o non lo è magari nemmeno oggi, del perché tanti Italiani radicati da secoli in questa terra, tra i quali anche dei partigiani che dopo l’8 settembre 1943 combatterono contro il nazi-fascismo, abbiano dovuto abbandonarla assieme ai loro morti, alle loro proprietà, e a tutto ciò che essi avevano di più caro, per finire nei Campi profughi sparsi in tutta Italia e con futuro incerto».
Nella presentazione Silvano Sau auspica che possa «rappresentare un nuovo tassello nel ricongiungimento ideale e umano di due parti dello stesso corpo che la storia ha, per nostra sfortuna, e per volontà di altri, diviso». Sau definisce gli esuli «vittime innocenti di ideologie contrapposte» ed aggiunge: «il Trattato di pace con l’Italia del 1947 significò la negazione del diritto di ogni essere umano di appartenere al proprio territorio e istituendo, con ipocrisia internazionale, il diritto all’opzione, si volle introdurre una fasulla interpretazione di una inesistente libertà di scelta per tutto un popolo, in quanto si sapeva già che quella che demagogicamente veniva presentata come possibilità di opzione in effetti non sarebbe stata né una libera scelta, né una scelta di libertà. L’opzione venne subito trasformata in costrizione concordata tra le grandi potenze per svuotare un territorio della sua storica e naturale appartenenza».

Dante sbarca a Fiume e Pola
Dantescamente. Questo il titolo della rappresentazione artistico-teatrale proposta venerdì 29 novembre a Fiume nella chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e sabato 30 novembre nella sede della Comunità degli Italiani di Pola. Matteo Cirillo e Caty Barone hanno declamato alcuni dei versi più belli dei tre canti della Divina Commedia, con il commento di Maria Grazia Chiappori e Donatella Schürzel, del Comitato provinciale di Roma dell’ANVGD. Lo spettacolo, ideato e progettato da Marco Occhipinti per la regia di Paolo Pasquini, è stato promosso dai Comitati fiumano e polese dalla Società “Dante Alighieri” con il sostegno delle CI e delle Municipalità di Fiume e Pola, del Consolato Generale d’Italia a Fiume, delle Regioni Litoraneo-Montana e Istriana, del Comitato provinciale di Roma dell’ANVGD, dei due Consigli cittadini per la minoranza italiana e dall’Ente per il turismo della Regione Litoraneo-Montana. Il folto pubblico ha dimostrato di apprezzare l’iniziativa.

Nipoti di esuli vincono premi
Il 9 novembre 2013 presso la biblioteca comunale di Vaprio d’Adda (MI) il 22enne Pietro Cociancich, nipote del nostro Socio Romeo Cociancich, ha vinto il primo premio del concorso letterario indetto dall’Associazion Lenguistega Padanesa (ALP). La traduzione del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri dal latino in lingua lombarda gli è valsa il prestigioso Award ALP 2013 “Memorial Angelo Giavazzi”. Il giovane ha inteso evidenziare il valore attuale delle lingue regionali rispetto a quella nazionale e ufficiale, così come Dante sostenne la dignità della lingua italiana (il “volgare”) dinanzi al latino, allora dominante. L’Europa dei popoli passa infatti anche attraverso il rispetto e la tutela della diversità linguistica.
Il 18 ottobre, al 5° Festival nazionale per cortometraggi Roma FilmCorto 2013, il 35enne Marco Tessarolo, triestino nipote di esuli istriani, ha invece ritirato il premio per il suo documentario di 25 minuti Hidden treasures (Tesori nascosti, con sottotitoli in inglese) sul cimitero ebraico di Trieste conferito per la migliore sceneggiatura a Livio Vasieri, che è pure curatore storico dello stesso e protagonista del filmato. La premiazione è avvenuta al cinema “Aquila” della capitale.

Un artista esule e uno rimasto
espongono assieme a Trieste
E’ stata inaugurata martedì 10 dicembre a Trieste nello spazio espositivo del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia la XII Biennale Giuliana d’Arte, rassegna collettiva internazionale organizzata dall’esule buiese Luigi Pitacco e promossa dall’associazione culturale “La Biennale Giuliana d’Arte” per far incontrare gli artisti dell’Alto Adriatico, di varia cittadinanza e nazionalità, superando le barriere politiche. Questa edizione, dedicata all’ingresso della Croazia nell’UE ma anche alla riunificazione della minoranza italiana tra Slovenia e Croazia, vede in primo piano alcune opere dei pittori Claudio Ugussi e Livio Zoppolato, cui è stata anche consegnata una targa premio per il loro apporto all’arte e alla cultura. Ugussi, nativo di Buie ma residente a Pola e già docente alla Scuola Superiore Italiana di Buie, è noto anche come scrittore in particolare per il suo romanzo La città divisa. Zoppolato, nativo di Trieste, è originario di Buie.
La rassegna sarà visitabile fino al 10 gennaio 2014 nello spazio espositivo del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia (piazza Oberdan 6, ingresso gratuito, lunedì-giovedì ore 9.30-13 e 14.30-17; venerdì solo in mattinata).

Cristicchi in Istria sdogana
sia gli esuli che i “rimasti”
Continua con grande successo il tour di Magazzino 18. Simone Cristicchi ha rappresentato il suo innovativo e coraggioso “musical civile”, scritto insieme al giornalista Jan Bernas e diretto dal regista Antonio Calenda, il 13 novembre al Teatro Auditorium “Candiani” di Tolmezzo (UD) e, in versione “tour” (con coro e orchestra registrati), il 14 al Cinema-Teatro “Ai Portici” di Fossano (CN), il 15 al Teatro “Il Mulino” di Piossasco (TO), il 3 e il 4 dicembre al Teatro “Ariosto” di Reggio Emilia, il 5 al Teatro Sociale di Bellinzona (Svizzera), il 6 al Teatro delle “Scuderie Granducali” di Seravezza (LU) e il 7 al Teatro di Castelnuovo Berardenga (SI). Ovunque il pubblico si è dimostrato entusiasta, con frequenti applausi e ovazioni finali. Anche nella “rossa” Reggio Emilia, dove Cristicchi temeva contestazioni, si è avuto il tutto esaurito.
Ma le tappe simbolicamente più significative sono state il 9 dicembre al Teatro “Tartini” di Pirano (Slovenia), il 10 nella sede della Comunità degli Italiani di Pola, l’11 al Teatro cittadino di Umago (Croazia) e il 12 al Teatro comunale di Buie (Croazia). Questi appuntamenti istriani sono stati promossi dall’Università Popolare di Trieste, dall’Unione Italiana e dalle locali Comunità degli Italiani, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Regione Friuli Venezia Giulia. A Pirano, Pola e Umago lo spettacolo (in versione “tour”) era riservato ai soci delle CI, mentre a Buie agli studenti delle Scuole Medie Superiori Italiane dell’Istria e di Fiume. Il pubblico ha riempito tutte e quattro le sale, scandendo con applausi i passi più significativi dello spettacolo, commovendosi e infine tributando in piedi convinte ovazioni all’artista.
Cristicchi ha riportato le masserizie degli esuli (insieme alle memorie che rappresentano) in Istria, cioè da dove sono venute, compiendo un atto di restituzione morale. Recitare per gli italiani “rimasti” lo ha emozionato come durante la prima a Trieste. Non era certo del loro responso. «Pensavo – ci spiega – di trovare un pubblico più ideologizzato. Invece no. Moltissimi si sono commossi e alcuni mi hanno chiesto di fare da ambasciatore affinché in Italia si sappia di loro». L’entusiasmo e le lodi manifestategli gli hanno dato un immenso conforto e uno sprone a continuare. L’artista romano è dunque riuscito nell’ardua impresa di raccontare e “sdoganare” anche i “rimasti”, oltre che gli esuli: un risultato straordinario.
A Pirano è andata benissimo. A gremire lo storico teatro c’erano non solo connazionali di tutto il Capodistriano, ma anche esuli giunti da Trieste e sloveni simpatizzanti.
A Pola pochi giorni prima l’inconsistente Partito Socialista dei Lavoratori aveva definito Magazzino 18 «più una rappresentazione politica che artistica», dove «gli jugoslavi vengono definiti come violenti usurpatori dei beni abbandonati dagli optanti dell’Istria e della Dalmazia». Un polverone mediatico si è poi scatenato a causa di notizie inesatte secondo cui al tir di Cristicchi per il trasporto del materiale di scena sarebbero state tagliate le gomme e in città sarebbero stati affissi manifesti oltraggiosi. In realtà si trattava di un taglio su un solo pneumatico di uno dei due furgoni, verosimilmente riconducibile al contatto accidentale con un marciapiede, mentre una locandina dello spettacolo posta davanti alla sede della CI polese era stata imbrattati con la scritta «Spettacolo per fascisti» ma subito ritirata. Il pubblico in sala, composto principalmente da italiani di Pola, Gallesano e Dignano di ogni età, ha applaudito in particolare le canzoni e la poesia sui “rimasti” e infine si è sciolto in una lunga ovazione. Al termine Cristicchi ha incontrato gli spettatori ricevendone lodi e ringraziamenti. Una rappresentanza del Libero Comune di Pola in Esilio, con alla testa il sindaco Tullio Canevari, ha espresso gratitudine al generoso artista per aver così mirabilmente raccontato l’esodo nella città divenutane il simbolo.
A Umago e Buie tutto è filato liscio.
Magazzino 18 prosegue in versione “tour” il 14 dicembre al Teatro “Concordia” di San Benedetto del Tronto (AP), il 15 al Teatro “Don Bosco” di Santeramo in Colle (BA), dal 17 al 22 dicembre al Teatro “Sala Umberto” di Roma, il 29 gennaio 2014 al Teatro “Farinelli” di Este (PD), il 30 gennaio al Teatro “Aurora” di Scandicci (FI), il 1° febbraio al Teatro Politeama di Boglione di Brà (CN), il 2 febbraio al Teatro “Toniolo” di Mestre, il 3 febbraio al Teatro “Sociale” di Bergamo, il 17 febbraio al Teatro “Tatà” di Taranto, il 21 febbraio al Teatro Nuovo di Valmadrera (LC), l’8 marzo al Teatro “Goldoni” di Corinaldo (AN), il 9 marzo al Teatro “Mugellini” di Potenza Picena (MC), l’11 novembre al Teatro degli “Astrusi” di Montalcino (SI) e il 13 marzo, in versione originale, al Teatro “Verdi” di Gorizia.
Il debutto al Politeama “Rossetti” di Trieste era stato così positivo che si sta pensando di replicare Magazzino 18 nella prossima stagione. A Udine si faranno due serate con l’orchestra, mentre anche da Milano, Padova, Torino e altre città sono giunte offerte. Ma il grande sogno ribaditoci da Cristicchi resta quello di rappresentare lo spettacolo il 18 agosto 2014, anniversario della strage di Vergarolla, all’Arena di Pola, ovvero nella cornice più prestigiosa e appropriata a raccontare la lacerazione del popolo istriano-fiumano-dalmata, dando un risarcimento morale tanto agli esuli quanto ai “rimasti” nell’ottica di una più generale pacificazione. E’ un obiettivo importante, ma difficile anche alla luce delle sue inevitabili ricadute politiche. Per raggiungerlo servirà il consenso della componente croata della città e dell’Istria.
Paolo Radivo


Croazia e Ungheria:
8 secoli in comune
Due convegni internazionali di studi nella sala conferenze della Biblioteca Statale di Trieste e un incontro letterario-musicale presso il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino: questo l’intenso programma del 2° Festival di storia e cultura Adria-Danubia, svoltosi da giovedì 21 a sabato 23 novembre su iniziativa dell’Associazione Culturale Italoungherese «Pier Paolo Vergerio» e della Sodalitas adriatico-danubiana di Duino-Aurisina. Il simposio Croazia e Ungheria: otto secoli di storia comune ha tenuto banco giovedì.
Il presidente dei due sodalizi Adriano Papo, dopo aver sottolineato come l’appartenenza della Croazia alla famiglia europea sia comprovata dalla lunga condivisione della sua storia con quella ungherese, ha esposto una relazione, preparata insieme a Gizella Nemeth, sulla genesi dell’unione dinastica tra i due popoli. A sorgere per primo come Regno fu la Croazia nel 925, quando il legato papale incoronò re Zvonimiro Trpimirović. Ma già la morte di Carlo Magno (814) aveva creato i presupposti per la nascita del Principato di Croazia, che si fece sempre più autonomo dal Sacro Romano Impero. Il Regno di Croazia incluse a più riprese anche buona parte della Dalmazia. Morto nel 1097 re Pietro, nel 1102 a Zaravecchia il re d’Ungheria Colomanno Árpád fu incoronato re di Croazia con il sostegno dei feudatari croati, che contestualmente avrebbero sottoscritto con lui dei patti per conservare il potere locale in campo della fedeltà. L’unione dinastica ungaro-croata proseguì fino al 1918, malgrado il passaggio nel 1526 della corona di Santo Stefano alla casa d’Austria. La Dieta croata dichiarò decaduto ogni legame con l’Ungheria il 29 ottobre 1918. Dopo una pluri-secolare contesa con Venezia, nel 1358 la Dalmazia con la pace di Zara passò in mani ungaro-croate. Fra il 1402 e il 1409 si combatté in quella regione una guerra tra i sostenitori di Sigismondo d’Ungheria e Ladislao di Napoli, fattosi incoronare re d’Ungheria e Croazia a Zaravecchia nel 1403 con il sostegno di alcuni nobili ungheresi, croati e bosniaci. Nel 1409 le sorti volsero a favore di Sigismondo, tanto che Ladislao vendette a Venezia Zara con le sue pertinenze e i diritti teorici sull’intera Dalmazia. Nei mesi successivi anche Cherso-Ossero, Nona e Arbe passarono alla Serenissima. Nel 1411 Sigismondo mosse guerra al Dominio dogale in Friuli, Veneto, Istria e Dalmazia, ma presto desistette. Nel 1412 Sebenico si diede a Venezia. Fra il 1420 e il 1421 lo fecero quasi tutti gli altri Comuni dalmati, salvo Ragusa, che diventò una repubblica indipendente.
Sabine Florence Fabijanec (Zagabria) ha parlato degli intensi scambi commerciali ungaro-croati nel tardo Medioevo. Li alimentavano delle strade che dalla pianura pannonica raggiungevano l’Adriatico orientale. Alla Via Magna, che nel XII secolo collegava Buda con Zara via Zagabria su un tracciato di 621 km, seguì una nuova strada che dal 1217 unì la capitale a Spalato su un tracciato di 695 km, e dal 1358 un’altra che partiva dalla Transilvania percorrendo 1.300 km. Nel XV secolo si sviluppò la Strada del Rame, che da Banská Bistrica (attuale Slovacchia) arrivava a Buccari in 682 km. Una diramazione portava a Segna, un’altra a Trieste via Lubiana. Sia Buccari che Segna attiravano i mercanti tramite importanti fiere annuali. La maggior parte erano sassoni, specializzati nei metalli, e italiani (soprattutto fiorentini), che trattavano tessuti di lusso. Altra mercanzia ricercata era il bestiame.
Dušan Mlacović (Lubiana) ha illustrato l’ascesa della famiglia de Dominis di Arbe dopo che l’isola dal 1358 venne a trovarsi sotto il dominio ungaro-croato per poi tornare nel 1409 sotto quello veneziano. Lo stretto legame con un’altra potente famiglia nobile dell’epoca, i Frangipani, è testimoniata anche dal comune blasone, che re Sigismondo conferì ai de Dominis insieme al titolo ereditario di conti palatini. Sia durante i 51 anni di sovranità ungaro-croata sia in seguito i de Dominis mediarono fra Buda e Venezia accrescendo la propria influenza politica ed ecclesiastica. Così Giovanni de Dominis divenne vescovo di Segna dal 1432 al 1440 e poi di Oradea, ricoprendo anche la carica di consigliere regio. Marco Antonio de Dominis (1560-1623), dal 1596 vescovo di Segna e Modrussa, dal 1602 arcivescovo di Spalato e dunque primate di Dalmazia e Croazia, nel 1616 per dissidi teologici si rifugiò in Inghilterra, salvo abiurare nel 1622 al protestantesimo e terminare i suoi giorni a Roma.
Zsuzsa Teke (Budapest) ha lumeggiato la figura di Niccolò Frangipane il Grande, che dopo il 1358 continuò la politica equilibristica fra Venezia e l’Ungheria tipica del suo casato. A Segna conservò il consolato veneziano e la bandiera della Serenissima. Postosi dal 1387 al fianco di Maria d’Angiò e Sigismondo re d’Ungheria, nel 1403 passò dalla parte di Ladislao. Riavvicinatosi a Sigismondo, venne confermato conte di Arbe. Nel 1407 impose nuovi tributi ai sudditi veneziani residenti a Segna, ma il malcontento suscitato e le ritorsioni minacciate dalla Signoria lo indussero a fare marcia indietro. Nel 1409 la riacquisizione veneziana di Zara, Pago, Cherso, Lussino, Nona e Arbe lo convinse a riaccostarsi al Dominio dogale, pur restando suddito ungherese, e offrì a Venezia di ospitare ambasciatori per informarla dei progetti ostili di Sigismondo. Ma nel novembre 1411, quando questi mosse guerra a Venezia, fu al fianco del re, che lo incaricò del disbrigo degli affari in Dalmazia e Croazia. Nel 1412 la Signoria bloccò Segna e impedì ai cittadini segnani residenti a Venezia ogni contatto commerciale con l’altra sponda. Tali misure rimasero anche dopo la tregua quinquennale del 1413 (attenuate solo dopo il 1421). Niccolò chiese aiuti militari contro i turchi a Venezia, che glieli rifiutò. Nel 1416 Sigismondo lo prosciolse dall’accusa di infedeltà e nel 1419 gli donò un castello in Slavonia e poi lo nominò bano di Croazia in contrapposizione al bano di Slavonia secondo la logica del divide et impera. Niccolò prestò al re 28.000 fiorini d’oro, avuti a sua volta in prestito perlopiù da Venezia. Morì nel 1432, avendo proseguito fino all’ultimo la politica di equidistanza. Né Sigismondo né il doge vollero privarsi dei suoi importanti servigi.
Adriano Papo ha poi trattato della politica di Mattia Corvino (1443-1490) verso l’Adriatico orientale. Venezia salutò la sua elezione a re d’Ungheria (1464) confidando nella sua rinuncia alle mire sulla Dalmazia e nella sua collaborazione bellica antiturca. Ma, temendo volesse impadronirsi delle asburgiche Trieste e Pordenone e constatando la sua inerzia contro i turchi, si avvicinò all’imperatore Federico III d’Asburgo. Quando, nel 1465, il doge stava per concludere la pace con il sultano, Mattia scese in Dalmazia con il pretesto di proteggere Castelnuovo di Cattaro e Ragusa. Allora il doge accolse sotto la sua protezione il conte di Segna Stefano Frangipane, occupò alcuni castelli di confine, fornì aiuti navali al duca di San Sava, sventò i piani ungheresi di acquisto dell’Erzegovina e si oppose all’avanzata delle truppe magiare verso Clissa. Conoscendo le velleità di Mattia su Trieste e Pordenone, nonché la sua complicità nelle incursioni turche verso i territori veneziani, tenne una condotta amichevole verso Federico III. Nel 1469 il capitano ungherese Podmaniczky occupò Segna in funzione sia anti-asburgica che anti-veneziana. Il doge rispose prendendo sotto la propria tutela i Frangipani di Veglia, occupando Modrussa e aiutando il conte Martino Frangipane di Tersatto. Il capitano Balázs Magyar compì scorrerie in Dalmazia e nel 1479 Mattia mosse guerra a Giovanni Frangipane di Veglia. Venezia tentò di bloccare con la diplomazia i piani espansionistici del re, che la accusava di appoggiare i propri sudditi ribelli in Croazia e di incitare i turchi ad attaccare l’Ungheria. Nel 1480 Balázs Magyar occupò Veglia, ma dopo un lungo braccio di ferro diplomatico Mattia vi rinunciò, mentre Giovanni si rifugiò a Vienna. Nel 1485, durante il conflitto tra Federico III e Mattia, Venezia si mantenne neutrale e dopo l’esilio di Federico III rifornì di viveri Pordenone, impedì l’intervento diretto ungherese e mandò armati a Capodistria. Quando gli ungheresi cercarono di conquistare Trieste, la rifornì via mare. La morte di Mattia (1490) pose fine ai tentativi espansionistici ungheresi in Dalmazia e nel Nord Adriatico, dove gli Asburgo si consolidarono grazie alla politica anti-ungherese di Venezia.
József Bessenyei (Eger) ha tenuto una relazione sul priorato di Aurana/Vrana/Laurana, sorto presso l’omonimo lago a sud-est di Zara come monastero benedettino di San Gregorio Magno. Donato nel 1076 dal re di Croazia al papa e dato da Alessandro III nel 1169 all’ordine dei Templari, che lo fortificarono, passò nel 1312 ai Cavalieri di San Giovanni, il cui priore esercitava un potere anche politico. Fu del re di Bosnia Tvrtko I dal 1389 al 1391. Passò quindi al re d’Ungheria Sigismondo e nel 1402 a Ladislao, che nel 1409 lo vendette ai veneziani, i quali lo munirono affidandolo in gestione a proprie famiglie patrizie. Ma il priorato non scomparve e i priori giocarono un ruolo di rilievo nell’Ungheria dei primi decenni del ’500 durante i conflitti tra magnati, dinasti, turchi e Asburgo. Dal 1538 al 1646 fu in mani turche. Dal 1609 i praepositi maiores di Zagabria si fregiarono del titolo di priori di Aurana.
Nel suo terzo intervento Adriano Papo ha parlato di due umanisti, politici e diplomatici dalmati alla corte ungherese.
Francesco Tranquillo De Andreis nacque a Traù fra il 1490 e il 1495. Dopo aver studiato in varie città italiane, fu a Vienna, Ingolstadt, Augusta, Lipsia, Lovanio, Buda, Costantinopoli, Vienna, Cracovia, Késmárk, in Inghilterra, in Italia, in Polonia, a Traù, a Bratislava e di nuovo a Traù, dove morì nel 1571. Il suo carattere polemico gli procurò molte inimicizie alimentandone la tendenza a peregrinare e a cambiare posizione politico-ideologica. Inizialmente al seguito del primate di Polonia, dopo la sconfitta ungherese di Mohács servì il nuovo contrastato re d’Ungheria János Zápolya e il segretario dell’ambasciatore francese a Buda in funzione anti-asburgica, tanto da invocare a Costantinopoli l’intervento ottomano in appoggio a Zápolya contro l’imperatore Ferdinando d’Asburgo, del quale in precedenza aveva auspicato un’azione anti-turca. Quando nel 1529 i turchi giunsero alle porte di Vienna nominando Alvise Gritti prima governatore e poi capitano generale dell’Ungheria, Tranquillo lo seguì come segretario. Nel 1534, dopo l’uccisione di Gritti, scampò alla morte grazie a un riscatto e si riavvicinò a Ferdinando, da cui fu inviato come proprio rappresentante presso il voivoda della Moldavia. Nel 1542 fallì a Costantinopoli il suo tentativo di avviare una trattativa per far riacquistare a Ferdinando l’Ungheria tramite il pagamento di un tributo al sultano. Nel 1564 accusò gli Asburgo di cedimento verso i turchi e criticò papa Pio V, rischiando grosso in ambo i casi. Scrisse poesie, poemi, trattati, dialoghi, orazioni, epistole e inni religiosi.
Giorgio Martinuzzi, nato nel 1482 sull’isola di Morter da un nobile croato e da una patrizia veneziana, prestò servizio militare sotto Giovanni Zápolya e a 28 anni si fece monaco. Nel 1527 Zápolya, diventato re, gli affidò una missione diplomatica a Vienna presso l’imperatore Ferdinando I coronata da successo. Il re lo premiò nominandolo suo segretario e tesoriere, nel 1534 vescovo di Oradea e nel 1536 di Csanád. Martinuzzi giocò un ruolo decisivo nella stipula del trattato di Oradea (1538) fra Ferdinando e Zápolya sulla spartizione dei territori ungheresi. Morto Zápolya nel 1540, divenne tutore del figlio Giovanni Sigismondo e, per difenderne i diritti in barba al trattato, irritò Ferdinando, che invase l’Ungheria orientale. Nel 1541 si recò a Costantinopoli perorando l’appoggio dei turchi, che però occuparono Buda. Allora si fece promotore del trattato di Gyula, che assegnò definitivamente a Ferdinando l’Ungheria occidentale e a Giovanni Sigismondo la Transilvania come principato indipendente soggetto agli ottomani. Dopo aver tentato nel 1545 di unificare Ungheria asburgica e Transilvania sotto Giovanni, concluse nel 1549 con Ferdinando il trattato anti-ottomano di Nyiarbátor. Nel 1550 sconfisse la coalizione tra la regina Isabella, i nobili moldavi e valacchi e i turchi, conservando il titolo di voivoda di Transilvania e diventando arcivescovo di Strigonio e cardinale. Ma pochi mesi dopo fu ucciso in una congiura ordita da Ferdinando, che lo accusava di tradimento filo-turco.
Antonio D. Sciacovelli (Szombathely) ha tracciato una biografia di Miklós Zrínyi VII, nato a Čakovec nel 1620 e morto in quella stessa città nel 1664. Figlio di un’importante famiglia aristocratica nota in croato come Zrinski, andò sedicenne a studiare in Italia, cominciando a raccogliere lì il materiale della sua futura ricca biblioteca. A 27 anni divenne bano di Croazia e combatté contro i turchi. Ma non rinunciò alla vocazione letteraria. Scrisse in ungherese un poema epico, nonché trattati politici e militari che ne fecero il Machiavelli ungherese.
Gianluca Volpi (Udine) si è interrogato sulla controversa figura di Josip Jelačić, per i croati eroe nazionale, per gli ungheresi e gli austriaci ribelle. Nato nell’attuale Voivodina all’interno della Croazia Militare, dopo la stagione napoleonica entrò nell’esercito austriaco sviluppando un sentimento nazionale croato che conciliava fedeltà alla corona asburgica e rispetto dell’elemento serbo. Nominato allo scoppio della rivoluzione con l’appoggio degli illiristi bano di Croazia e comandante delle truppe asburgiche in Croazia, proclamò la secessione dall’Ungheria e l’unione di tutte le province croate (Croazia-Slavonia, Dalmazia e Istria) suscitando dapprima la condanna della corte viennese, che lo giudicò un ribelle, ma riuscendo poi a convincerla sia della propria lealtà sia della propria utilità contro il governo rivoluzionario ungherese. Nel settembre 1848 invase l’Ungheria, fu nominato comandante delle truppe asburgiche in quel paese e in ottobre marciò verso Buda e Vienna per soffocare la rivolta. Continuò a combattere contro i rivoluzionari fino al luglio ’49 e conservò la carica di bano fino alla morte, nel ’59, malgrado la Croazia non fosse stata premiata dalla casa d’Austria. La statua di Jelačić, eretta nel 1886 nella piazza centrale di Zagabria, fu rimossa nel 1947 dal regime comunista jugoslavo e riposizionata nel 1990 dal governo nazionalista con la spada rivolta verso sud.
Il connazionale fiumano William Klinger (Fiume-Gorizia) ha delineato la storia del Corpus Separatum di Fiume. La vittoria asburgica nella guerra di successione spagnola (1714) e la favorevole pace di Passarowitz con gli ottomani portarono nel 1719 l’imperatore Carlo VI a istituire a Trieste e Fiume altrettanti porti franchi. Nel 1773 i Gesuiti persero il controllo dell’istruzione a Fiume, affidata all’ufficio vescovile di Zagabria. Nel 1776 l’imperatrice Maria Teresa assegnò la città, appartenente ai domini ereditari asburgici, alla confinante Croazia nell’ambito della corona d’Ungheria, ma già nel 1779 la eresse a Corpo Separato, ovvero entità autonoma della corona ungherese, da lei stessa cinta. Ciò per porre Fiume sullo stesso piano istituzionale della gemella Trieste, possesso diretto della casa d’Austria. Dopo la parentesi napoleonica e malgrado le lamentele croate, Fiume tornò ad essere Corpo Separato dell’Ungheria, ma nel 1848 fu invasa dalle truppe croate e annessa alla Croazia. La questione giuridica non si risolse pienamente nemmeno con il Compromesso del 1867, i successivi negoziati e lo statuto della Città di Fiume e del suo Distretto concesso nel 1867 dal ministro dell’Interno ungherese. Il Corpo Separato cessò formalmente con la fine dell’Impero Austro-ungarico nel 1918, ma ebbe una continuazione sostanziale prima nell’esperienza dannunziana e poi nello Stato Libero, soppresso nel 1924.
Andrea Kollár (Szeged) ha spiegato che dal 1560 il modello linguistico delle regioni nord-orientali si affermò progressivamente come ungherese standard quale conseguenza dell’invasione ottomana, che spopolò le regioni sud-orientali, poi ripopolate da genti di varia origine. La politica di magiarizzazione imposta dagli anni ’70 dell’800 intaccò le altre comunità nazionali, benché nel Banato di Croazia e Slavonia la lingua ufficiale fosse il croato e le comunità ungheresi tentassero di preservarsi tramite scuole private. Né i magiari né i croati furono generosi gli uni verso gli altri.
Alessandro Rosselli (Szeged) ha lamentato la scarsità di libri in italiano sulla storia croata. Einaudi pubblicò nel 1969 la traduzione della Breve storia della Jugoslavia dell’inglese Steve Clissold, che però non trattava più di tanto la Croazia. Nel 1995 lo sloveno triestino Jože Pirjevec scrisse per Il Mulino Serbi, Croati, Sloveni: storia di tre nazioni, più volte riedito. Al 2002 risale Storia dei paesi dell’Est di Henry Bogdan, che non espone l’intera storia croata. Nel 2005 uscì per Einaudi Storia dei paesi balcanici di Edgar Hösch, che tratta più degli stati che dei popoli dell’area, riservando a quello croato un’attenzione discontinua. Nel 2008 l’editore Beit ha dato alle stampe il volume di Ludwig Steindorff Croazia. Storia nazionale e vocazione europea, prima opera specifica sul tema.
Antonio Sciacovelli ha osservato come Fiume tra ’800 e ’900 sia stata la culla della moderna traduzione letteraria dall’ungherese all’italiano e viceversa grazie al plurilinguismo diffuso in città, all’insegnamento dell’ungherese nelle scuole italiane e all’inserimento in queste di docenti ungheresi che avevano studiato almeno un anno in Italia. Fiume produsse anche critici e studiosi di letteratura comparata.
Infine Balázs Barták (Szombathely) ha esposto l’opera del poeta innovatore ungherese Endre Ady (1877-1919).



Nazario Sauro, un marinaio
E’ stato presentato giovedì 12 dicembre presso la Lega Navale Italiana di Trieste e venerdì 13 presso la Biblioteca “Dante Alighieri” di Venezia il libro dal titolo Nazario Sauro. Storia di un Marinaio, scritto dal nipote Romano Sauro, ammiraglio della Marina Militare, con l’aiuto del figlio di questi Francesco Sauro (Editore La Musa Talìa, 512 pagine, 28 euro). A Trieste lo hanno presentato al pubblico il giornalista Claudio Ernè e il prof. Bruno F. Crevato-Selvaggi, esule istriano, editore e storico; a Venezia il capitano di vascello Andrea Liorsi e lo stesso Crevato-Selvaggi. In entrambe le circostanze hanno preso la parola anche gli autori.
Il corposo volume è frutto di 10 anni di ricerche compiute da Romano Sauro, che ha scoperto documenti e foto, oltre che intervistato familiari e testimoni, riuscendo così a ricostruire la figura del nonno nella sua interezza per consegnarla ai giovani di oggi come modello cui ispirarsi. Nazario Sauro fu un eroe romantico, un patriota, un marinaio, ma anche un uomo con i suoi sentimenti e le sue passioni, un marito e un padre di cinque figli. Il libro ne ripercorre la biografia, ma prosegue anche oltre la sua esecuzione per raccontare le vicende della sua famiglia, il conferimento della Medaglia d’Oro, la “beatificazione” civile e la custodia dei suoi cimeli.
Il libro certifica che Nazario Sauro non vestì mai la divisa asburgica in quanto fu scartato alla visita di leva per un difetto alla vista. Quindi non vi poteva essere né tradimento né diserzione. Da mazziniano portò armi via mare agli albanesi insorti contro gli ottomani. Da irredentista assunse nella sua compagnia di navigazione marinai di Chioggia e Torre del Greco per reagire ai decreti Hohenlohe che nel 1913 a Trieste sancirono il licenziamento dei funzionari pubblici regnicoli privi della cittadinanza austro-ungarica. Da interventista progettò alla fine del 1914 uno sbarco a Trieste con occupazione del palazzo del governatore per suscitare una rivolta popolare volta a far scoppiare la guerra tra Roma e Vienna. Da patriota umanitario aiutò le popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto del gennaio 1915. Da volontario irredento compì ben 62 missioni di guerra a bordo di unità della Marina militare italiana, facendo valere la sua accurata conoscenza delle coste istriano-quarnerino-dalmate.


Capodistria celebra il Beato Monaldo
Capodistria ha solennemente celebrato il Beato Monaldo, teologo e giurista francescano nato a Pirano nel 1201 e morto a Capodistria nel 1280. Giovedì 7 novembre le sue reliquie, conservate dal 1954 nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Trieste, sono state portate in processione nella piazza centrale di Capodistria e infine nel duomo. Il vescovo Jurij Bizjak ha celebrato una messa, accompagnata dal concerto organistico dell’esule dignanese Luigi Donorà. La mattina successiva ha avuto luogo a palazzo Pretorio un convegno scientifico. Nel pomeriggio le reliquie sono state condotte in processione verso la chiesa francescana di Sant’Anna, dove è stata inaugurata una mostra e dove il M° Donorà ha eseguito alcune musiche sacre. E’ seguita una messa. La mattina di sabato 9 le reliquie sono state traslate nella chiesa dei Frati Minori di San Francesco a Pirano e riportate domenica mattina nella chiesa di Sant’Anna a Capodistria, dove nel pomeriggio si è avuto un incontro fra i francescani secolari delle diocesi di Capodistria e Trieste. Dopo la messa conclusiva celebrata dal vescovo, le reliquie sono tornate a Trieste.

La bora devasta il cimitero di Fiume
La bora scura a oltre 100 km orari ha causato l’11 novembre gravi danni a uno dei tre cimiteri di Fiume: quello monumentale di Cosala. Più di un centinaio di tombe, nonché mausolei, lastre marmoree di nicchie e loculi sono stati divelti, spezzati, scoperchiati, frantumati, scalfiti, sollevati o spostati da 133 fra cipressi, querce e lauri centenari sradicati dal vento. L’area più investita è quella a “Ferro di cavallo”. Una devastazione così non la si vedeva dai bombardamenti anglo-americani della Seconda guerra mondiale. Addetti comunali e vigili del fuoco ci hanno messo settimane per asportare gli alberi caduti o pericolanti e liberare i sentieri.
In una lettera al sindaco la Comunità degli Italiani di Fiume ha espresso «viva e profonda preoccupazione», chiedendo di essere resa partecipe «delle decisioni assunte in merito al sanamento dell’immane danno patito da tombe, cappelle, mausolei e nicchie, nonché dal patrimonio naturale». «Per i fiumani di lingua italiana – afferma la missiva – il Cimitero monumentale di Cosala è un luogo sacro in cui da secoli riposano le spoglie mortali dei loro cari defunti. I fiumani considerano il Cimitero monumentale di Cosala un museo all’aperto, che testimonia la ricca storia della città, un prezioso patrimonio artistico, culturale e ambientale, ma soprattutto spirituale cui sono profondamente legati perché costituisce la memoria storica del loro popolo. Alle preoccupazioni dei fiumani residenti in città si aggiunge quella delle migliaia di fiumani esuli, i cui cari sono sepolti da generazioni nel cimitero di Cosala».
La Città di Fiume e l’azienda municipalizzata “Kozala” hanno chiarito che qualsiasi intervento di ripristino sarà possibile solo con il consenso della Sovrintendenza. La cittadinanza è stata invitata a segnalare i danni. Il risarcimento verrà concordato insieme al perito giudiziario e ai proprietari.
Intanto 14 studenti di arte e restauro dell’Università di Ragusa, coadiuvati dagli esperti dell’Istituto di Conservazione dei Beni Storico-culturali di Fiume, con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Associazione dei Cimiteri Significativi in Europa, hanno documentato i danni di ciascuna sepoltura, nonché fotografato, raccolto e contrassegnato i pezzi caduti con il numero del relativo sepolcro.
Il disastro dell’11 novembre ha riproposto anche il problema delle circa 200 tombe abbandonate i cui proprietari sono deceduti, irrintracciabili o comunque non pagano il canone annuale. Il Consolato Generale d’Italia a Fiume, grazie alla documentazione su 50 sepolture fornitagli dalla “Kozala”, ha dal giugno scorso già rintracciato 30 possibili titolari italiani.

Bolzano ricorda Norma Cossetto
Per commemorare Norma Cossetto l’amministrazione comunale di Bolzano (centro-sinistra) ha inaugurato lo scorso 25 novembre in un’area verde pubblica una stele metallica con davanti due scarpe rosse, emblema del “femminicidio”, e a lei ha dedicato anche un passaggio pedonale. La cerimonia ha avuto luogo in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e a 70 anni dal martirio della giovane laureanda istriana. Erano presenti numerose autorità politiche, civili e militari, nonché i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma. Il sindaco Luigi Spagnolli (PD), dopo aver sottolineato la necessità di prevenire attivamente la violenza contro le donne, ha letto il testo riportato sopra la stele: «Bolzano qui ricorda Norma Cossetto, nel 70° anniversario del suo brutale assassinio avvenuto il 5 ottobre 1943 ad Antignana, foiba di Villa Surani. Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente menzione: “Giovane studentessa istriana, catturata ed imprigionata da partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio ed amor patrio”. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Con questa Memoria la Città di Bolzano rende perenne omaggio a tutte le donne vittime della violenza politica». La cerimonia si è conclusa con un applauso per la martire.

Capodistria riscopre il vescovo Zeno
La Società umanistica “Histria” ha presentato giovedì 28 novembre, in collaborazione con la Diocesi di Capodistria e la parrocchia cattedrale della B.V.M. Assunta, nella chiesa capodistriana di San Nicolò, il libro con annesso dvd dal titolo Visitationes generales. Status Dioecesis Justinopolitanae sub Episcopo Francisco Zeno, a cura di Roberta Vincoletto e Giovanna Paolin, pubblicato nella collana “Histria Editiones” come IV numero della serie “Histria Documentum”. Francesco Zeno (1623-1680), proveniente da Creta, fu vescovo di Capodistria dal 1660 al 1680. In quei vent’anni effettuò cinque visite pastorali, incentrate sulla chiesa cattedrale e il suo capitolo, le altre chiese urbane, le due chiese collegiate delle vicine Isola e Pirano e le quindici parrocchie dell’entroterra. Per venire incontro ai villici slavi del contado inviò in quelle parrocchie sacerdoti capaci di esprimersi anche nella loro lingua. Il materiale documentario riguardante Francesco Zeno, conservato presso l’Archivio della Diocesi di Capodistria e la biblioteca di Apostolo Zeno, viene ora riproposto e parzialmente trascritto in questo volume per far luce sia sull’opera pastorale del vescovo, finora trascurata, sia sulla realtà religiosa, artistica e sociale capodistriana dell’epoca.



Torino: il Convivio
riunisce gli esuli
Ha avuto luogo domenica 1° dicembre a Torino il Convivio Interregionale, promosso come ogni anno dalla locale Famiglia Polesana e dall’Associazione Culturale Istriani, Fiumani e Dalmati del Piemonte per festeggiare assieme i Santi patroni Tommaso, Nicolò e Lucia.
In tarda mattinata circa 200 fedeli, tra esuli, loro familiari, amici nonché persone di altra origine, hanno assistito alla messa celebrata nella chiesa di Santa Caterina da Siena (villaggio giuliano-dalmata). Il coro era come sempre diretto da Ivana Zanfabro, di origini dignanesi, e composto da diversi nostri conterranei. Sono stati ricordati gli esuli recentemente scomparsi ed è stata pronunciata una preghiera per tutti gli infoibati. Al termine Anita Cergna (dignanese) ha letto con grande sentimento la poesia di Bepi Nider No dimentichemo... suscitando molta emozione e tanti occhi lucidi. Il parroco don Renato Casetta ha salutato gli esuli presenti e definito la poesia di Nider una toccante preghiera che la comunità parrocchiale può fare propria.
Alle ore 13 una sessantina tra esuli, relativi congiunti e amici si sono ritrovati nel vicino ristorante “Delle Alpi” per partecipare al tradizionale pranzo conviviale. C’erano le famiglie Bilnacek, Brakus, Chenda, Cnapich, De Luca, Leonardelli, Maisani, Maraspin, Mottica, Pastrovicchio, Uljanic e Vellico. Sergio Uljanic, presidente della Famiglia Polesana e consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, ha porto a tutti i commensali i saluti suoi, del sindaco dell’LCPE, del direttore dell’“Arena di Pola” e di Lino Vivoda, che quest’anno non ha potuto partecipare. E’ intervenuto anche il pittore Gerry De Luca, nato a Fiume ma di origini polesane.
Nel pomeriggio, dopo il pasto, è seguita una ricca lotteria a premi. Come di consueto, ha suonato l’orchestra di Ugo Riva e cantato il corista polesano “doc” Mario Vellico, coinvolgendo con melodie istriane anche i convitati. Molto divertente l’esibizione canora e di ballo russo di Tatiana Brakus. Si è poi proseguito in allegria con musica e balli sino a tarda sera.


In mostra opere di Gualtiero Mocenni e Simone Mocenni Beck
Lo scultore Gualtiero Mocenni, esule polesano, sta esponendo la sua opera Tabù alla mostra Rito, costume, paradosso. Il cammino del pane, inaugurata il 26 novembre allo “Spazio Oberdan” di Milano, in viale Vittorio Veneto 2, e visitabile fino al 26 gennaio. L’iniziativa culturale si colloca nell’ambito del progetto Non di solo pane (Expo 2015).
Simone Mocenni Beck, figlio di Gualtiero, partecipa invece alla mostra Premio Maccagno 2013, inaugurata il 7 dicembre e visitabile fino al 2 febbraio al Civico Museo “Parisi-Valle” di Maccagno (VA), con le sue tre opere scultoree Cluster, Finis Terrae e Totem.
Ultimo aggiornamento ( domenica 22 dicembre 2013 )
 

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