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NOTIZIE DI NOVEMBRE
Restituire i beni ai croati in Montenegro
Il presidente croato Ivo Josipović ha effettuato una visita ufficiale in Montenegro incontrando il suo omologo Filip Vujanović, il presidente del parlamento Ranko Krivokapić e il premier Milo Đukanović. Il 3 settembre, durante la conferenza stampa congiunta nella capitale Cettigne, Vujanović ha espresso gratitudine alla Croazia per il suo sostegno all’ingresso del Montenegro nell’Unione Europea, come già a suo tempo per quello nella NATO. Entrambi hanno constatato con soddisfazione il buon livello dei rapporti bilaterali, auspicato un ulteriore miglioramento della cooperazione economica, convenuto sulla necessità di tutelare le minoranze nazionali ed espresso il convincimento che le questioni ancora aperte in quanto ereditate dalla dissoluzione della Jugoslavia debbano essere risolte in tempi rapidi. Fra queste l’ancora indeterminato confine tra i due Paesi. Un accordo provvisorio del 2002 assegna l’intera penisola di Prevlaka alla Croazia.
Il 4 settembre Josipović è stato a Teodo (Tivat) e Perasto, nelle Bocche di Cattaro, accompagnato da Vujanović, da un ministro e dai locali sindaci. Nella piccola località costiera di Lastua Inferiore (Donja Lastva) ha incontrato la minoranza croata del Montenegro, che si distingue dalla maggioranza non per la lingua, ma per la religione cattolica. Vujanović ha dichiarato che il Montenegro ha sia l’obbligo sia l’interesse di provvedere a che la comunità croata senta la pienezza di vivere in Montenegro e di essere croata, avendo legami forti con la Croazia secondo le proprie necessità. Il Montenegro continuerà a sostenerla. Ora il partito Iniziativa Civica Croata ha una sua rappresentanza in Parlamento, che dialoga costruttivamente con le istituzioni statali montenegrine, e un ministro. Josipović ha ringraziato il Montenegro per aver fatto un serio passo avanti nella protezione delle minoranze nazionali, che dovrebbero essere un ponte di amicizia fra i rispettivi paesi perché ne aumentano la ricchezza culturale. Quanto alle nuove norme di legge che permetteranno in Montenegro la restituzione dei beni confiscati ai tempi dell’ex Jugoslavia, ha auspicato che ne possano beneficiare anche i croati.

Raduno Albonese di Padova
Una corposa rappresentanza di connazionali residenti ad Albona ha partecipato al 40° Raduno Albonese svoltosi sabato 14 e domenica 15 settembre a Padova. Al pranzo di domenica ce n’erano ben 38 su 121 commensali. Durante il convivio Luigi Silli, segretario della Società Operaia di Mutuo Soccorso / Comunità Albonese di Trieste promotrice dell’evento, ha donato il libro di Paolo Scandaletti Storia dell’Istria e della Dalmazia ad alcuni benemeriti. Il giorno precedente una delegazione guidata dal presidente Tomaso Millevoi ha portato fiori nel Cimitero Maggiore di Padova alla tomba dell’albonese illustre Tommaso de Lazzarini Battiala. La mattina di domenica il vicepresidente Massimo Valdini ha deposto in via Oberdan una corona d’alloro ai piedi della lapide in memoria dei Martiri delle Foibe. In seguito diversi rappresentanti dalla Società hanno assistito a una messa nella basilica del Santo. Il presidente Millevoi ha porto il benvenuto ai fedeli. Fra Francesco Ruffato, durante l’omelia, ha chiesto agli esuli albonesi quanto la fede cristiana li abbia aiutati a conservare la speranza del futuro nei lunghi anni dell’ingiusto esilio. Al termine hanno preso la parola alcuni esponenti del sodalizio.

Forti di Pola protetti dall’UNESCO?
Le fortificazioni asburgiche di Pola meritano di venir inserite nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. Lo ha detto il 17 settembre, durante la sua visita in città per le celebrazioni del 100° anniversario dell’ex Casino di Marina (oggi Casa delle Forze armate), Hans-Rudolf Neumann, rappresentante dell’ICOFORT, il Comitato scientifico internazionale sulle fortificazioni e il patrimonio militare. In un’intervista al quotidiano “Glas Istre” il professore ha ricordato che Pola fu il principale porto militare e la seconda guarnigione per grandezza della monarchia austroungarica. «Agli inizi del ventesimo secolo – ha aggiunto – un quarto della popolazione apparteneva al ceto militare». Nel 2008 a Parigi fu deciso di inserire nella lista dell’UNESCO gruppi di località con caratteristiche coeve e già allora era stato ventilato il nome di Pola, che potrebbe collegarsi ad altre città-fortezza dell’ex Impero austro-ungarico oggi appartenenti a vari Paesi europei. Neumann lo auspica, perché Pola fu l’unico porto militare con un sistema di fortificazioni completo composto da anelli concentrici, ognuno risalente a un’epoca specifica. «Ciò che è più importante di tutto – spiega – è la possibilità di vedere lo sviluppo delle fortificazioni dagli inizi del XIX secolo alla Prima guerra mondiale. Vediamo come cambiavano la tecnica di costruzione, i contenuti culturali e religiosi all’interno delle fortificazioni, il paesaggio e l’aspetto della città». A giudizio dell’esperto, l’unico problema, di non poco conto, è che le fortificazioni militari polesi non sono ben conservate. Neumann tornerà a Pola nel 2014 con una delegazione dell’UNESCO.
Il sindaco Boris Miletić si è detto onorato dal possibile inserimento di Pola nella lista UNESCO, che però rappresenterebbe anche un grosso impegno. «Gli impianti militari di epoca austro-ungarica – ha affermato – devono essere messi in funzione dello sviluppo della città e arricchire la sua offerta».

Montebelluna si gemellerà con Montona
La Giunta comunale di Montebelluna (TV) ha chiesto in ottobre un contributo alla Regione Veneto per gemellarsi con il Comune di Montona, nell’Istria oggi croata, valendosi della legge regionale 15/94 per il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta in Istria e Dalmazia. Le analogie sono di carattere sia storico sia geologico. Infatti entrambe le località appartennero per lungo tempo alla Repubblica di Venezia (Montona dal 1276-78, Montebelluna dal 1339) e la rifornirono stabilmente di legname, materia allora assai preziosa e ricercata. In particolare di rovere, impiegato nella realizzazione del fasciame per la chiglie delle navi. Inoltre il Comune di Montona, con il 9,76% di abitanti di nazionalità italiana secondo il censimento del 2011, è ufficialmente bilingue e sia la toponomastica sia la cartellonistica sono tali nel capoluogo e nelle frazioni dove esiste ancora la componente italiana un tempo maggioritaria.
«Entrambe le città – aggiunge la delibera di Giunta – sono collocate in un ambiente segnato dalla presenza del fenomeno carsico: Montebelluna si trova alla base del Montelletto, che è in continuità morfologica e geologica con il Montello con il suo carsismo su conglomerato, davvero unico; Montona si erge su una rupe di quello straordinario territorio carsico che va dal Triestino all’Istria senza soluzioni di continuità». In effetti il colle di Montona è carsico, mentre gran parte del territorio circostante è marnoso-arenaceo.
In settembre il sindaco di Montebelluna Marzio Favero e il consigliere Adriano Martignago hanno visitato Montona, cordialmente accolti dalla locale amministrazione comunale.

Giornate della lingua
e della cultura italiana a Fiume
Si è svolta dal 9 al 24 ottobre con notevole successo la seconda edizione delle Giornate della lingua e della cultura italiana a Fiume, promossa dal Consolato Generale d’Italia e dalla Città in collaborazione con l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste e con numerosi sponsor nell’ambito della XIII Settimana della Lingua italiana nel mondo.
La prima iniziativa ha avuto luogo il 9 ottobre al Dipartimento di Studi in Lingua italiana dell’Università “Juraj Dobrila” di Pola. Il docente triestino Elvio Guagnini ha tenuto una conferenza su un “principe della letteratura”, il romanziere siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa; a seguire è stato proiettato il film Il manoscritto del Principe (2000), di Roberto Andò. L’iniziativa è stata ripetuta il 10 ottobre al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Filosofia dell’Università di Fiume, dove oltre al prof. Guagnini hanno parlato il preside della Facoltà di Filosofia Predrag Šustar, il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, il regista teatrale e cinematografico, sceneggiatore e scrittore siciliano Roberto Andò, Gianna Mazzieri Sanković, docente al Dipartimento di Italianistica, il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana Maurizio Tremul e il vicepresidente dell’UPT Fabrizio Somma.
Sempre il 9 ottobre, al Piccolo Salone in Corso a Fiume, è stata inaugurata la mostra fotografica Prove di memoria, della palermitana Lia Pasqualino, visitabile fino al 19 ottobre.
Il 10 ottobre è stata inaugurata al Museo Civico di Fiume la mostra, visitabile fino al 24 ottobre, Francesco Drenig – Contatti culturali italo-croati a Fiume (1920-1941), allestita dal Museo stesso e dalla Società di Studi Fiumani a Roma con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia, dell’Unione Italiana e della Comunità degli Italiani. Sono intervenuti Ervin Dubrović, direttore del Museo, Amleto Ballarini, presidente della Società, Marino Micich, direttore dell’Archivio Museo Storico di Fiume a Roma, Renato Cianfarani, console generale d’Italia a Fiume, e Vojko Obersnel, sindaco di Fiume.
Lunedì 14 ottobre, nella Sala del Consiglio municipale di Fiume, il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz ha parlato dei suoi viaggi “sostenibili”, compiuti in questi ultimi anni a piedi, in bicicletta o in barca, alla riscoperta della natura e dei suoi ritmi lenti, in Italia come in Istria.
Martedì 15 ottobre, sempre nell’aula consiliare, l’istriano Drago Kraljević, ambasciatore di Croazia in Italia dal 2001 al 2005, ha colloquiato col pubblico sul suo libro Un istriano a Roma, uscito in croato nel 2011 e ora in italiano grazie alla casa editrice EDIT di Fiume, che traccia anche una storia delle relazioni italo-croate dal 1861 a oggi.
Lo stesso giorno è stata inaugurata alla Galleria “Kortil” la mostra Modiano: da Trieste a Fiume, curata da Piero Delbello e in visione fino al 26 ottobre, inerente la storica azienda triestina di carte da gioco, che operò anche a Fiume, dove produsse carte divinatorie, tarocchi e cartine per sigarette.
Il 16 ottobre, ancora nell’aula del Consiglio, il giornalista e scrittore Piero Dorfles ha presentato il suo ultimo libro Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura. Lo ha fatto colloquiando con l’ex sovrintendente del Teatro nazionale croato “Ivan de Zajc” a Fiume Mani Gotovac, autrice di libri sul teatro e traduttrice di commedie di Goldoni e De Filippo.
Giovedì 17 ottobre, alla Filodrammatica, in Corso, il Dramma Italiano di Fiume ha proposto lo spettacolo Notti romane, del drammaturgo italo-statunitense Franco D’Alessandro, centrato sul rapporto professionale e d’amicizia tra l’attrice romana Anna Magnani e il drammaturgo, scrittore, sceneggiatore e poeta statunitense Tennessee Williams.
Sabato 19 ottobre, al Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Fiume, si è tenuto il XIV Convegno annuale della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia. Il tema era: Intorno a Fiume e l’area alto adriatica. Nuove ricerche storiche. L’archeologa Jasminka Ćus Rukonić ha parlato delle ricerche archeologiche a Cherso e Lussino negli ultimi cento anni. Palma Karković Takalić (Università di Fiume) delle ultime ricerche archeologiche nella città di san Vito. Silvano Cavazza (Università di Trieste) ha delineato la figura e l’opera di Marcantonio de Dominis, vescovo di Segna, anche in relazione agli Uscocchi. Nina Kudiš e Damir Tulić (Università di Fiume) si sono concentrati su temi di storia dell’arte, il croatista fiumano Irvin Lukežić sulla tradizione poliglotta di Fiume e la triestina Liliana Ferrari sulla liturgia paleoslava. Di argomento storico le relazioni di Bojan Mitrović (Università di Trieste), Giulio Mellinato (Università di Milano-Bicocca) e Anna Millo (Università di Bari), mentre Gianna Mazzieri Sanković e Maja Đurđulov (Dipartimento di Italianistica di Fiume) hanno illustrato gli scambi epistolari del poeta e scrittore fiumano Osvaldo Ramous, e Corinna Gerbaz Giuliano (Dipartimento di Italianistica) la figura del letterato fiumano Antonio Widmar. Vanni D’Alessio, (Università di Fiume), ha tracciato un quadro sulle maestre e gli scolari italiani nella Fiume jugoslava. Infine Sanja Roić (Università di Zagabria) ha presentato il libro di Corinna Gerbaz Giuliano e Gianna Mazzieri Sanković Non parto, non resto... I percorsi narrativi di Osvaldo Ramous e Marisa Madieri, edito dalla Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia.
Il 22 ottobre, al Centro astronomico di Santa Croce, il fisico teorico della Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati di Trieste Giuseppe Mussardo ha presentato il film/documentario del giovane triestino Diego Cenetiempo dedicato a Bruno Pontecorvo, lo scienziato pisano che fece di Roma negli anni ’30 la capitale mondiale della nuova fisica nucleare e nel 1950 fuggì in Unione Sovietica.
Il 24 ottobre è stata inaugurata al Museo Civico di Fiume una mostra dedicata ai progetti del prolifico architetto fiumano Giovanni Rubinich (dal 1930 Rubini), autore specie fra il 1902 e la Grande Guerra di edifici spazianti dall’eclettismo al secessionismo al neobarocco. Nato a Laurana nel 1876, si impegnò anche sul piano civile e politico. Massone, ideatore del proclama di annessione di Fiume all’Italia del 30 ottobre 1918 e membro attivo del Consiglio Nazionale cittadino, diventò fascista, ma dopo l’8 settembre fu tra i fondatori del Movimento Autonomista Liburnico e fece pervenire agli Alleati, attraverso un canale svizzero, il “Piano per uno Stato Libero di Fiume”, elaborato insieme al questore Giovanni Palatucci, al senatore Riccardo Gigante e ad altri autonomisti fiumani. Sicari titoisti lo uccisero il 21 aprile 1945.
Nella sala Art-kino Croatia sono stati proiettati i film italiani Il sole dentro di Paolo Bianchini, La bella addormentata di Marco Bellocchio e La migliore offerta di Giuseppe Tornatore.

Sicciole: ristrutturata l’elementare italiana
Giovedì 17 ottobre ha avuto luogo l’inaugurazione della ricostruita sede periferica di Sicciole della Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro”, che ospita anche la Scuola Italiana dell’Infanzia “La Coccinella”. L’edificio, giudicato inagibile, era stato chiuso nell’ottobre 2011 e parzialmente demolito. I suoi circa 40 piccoli frequentatori, che per due anni sono stati sistemati in sedi alternative sempre nel comune di Pirano, vi sono tornati ai primi di novembre del 2013 trovandovi nuovi arredi e materiali didattici. Dei 430.000 euro per il totale rifacimento secondo i più moderni parametri edili e tecnologici si è fatto carico il Governo sloveno. Il nuovo edificio è su due livelli per una superficie interna di 250 metri quadri. L’asilo, al piano terra, dispone di un piccolo parco giochi esterno, un giardino, due sale gioco, nuovi servizi igienici, uno spogliatoio, un fasciatoio e una piccola cucina. I materiali impiegati sono caldi, naturali e vivaci, nonché facilmente lavabili e igienici. Le sale gioco sono collegate con la terrazza esterna coperta, il che evita ai bambini di bagnarsi. La scuola elementare, al primo piano, dispone invece di due nuove aule, un ufficio e una sala insegnanti. «Con l’inaugurazione della ristrutturata sede di Sicciole – ha affermato durante la cerimonia Nadia Zigante, preside della “de Castro” – il sogno di cent’anni fa diviene l’impegno odierno. I nostri nonni avevano il sogno di costruire una scuola per i propri figli, nella propria lingua. Sapevano che la trasmissione della lingua materna è determinante per l’esistenza di un popolo». Fra le autorità erano presenti la console generale d’Italia a Capodistria Maria Cristina Antonelli, il deputato della minoranza italiana al Parlamento sloveno Roberto Battelli, il segretario del Ministero dell’Istruzione, Scienza e Sport Aljuš Pertinač, il sindaco di Pirano Peter Bossman, il vicesindaco italiano Bruno Fonda e la direttrice della “Coccinella” Nives Matijašić.

Vandali danneggiano l’Arco dei Sergi
Nella notte tra il 19 ed il 20 ottobre a Pola ignoti vandali hanno asportato dall’asfalto sette colonnine cilindriche di pietra poste tra piazza Port’Aurea e i Giardini a protezione dell’area pedonale facendoli rotolare in discesa verso l’Arco dei Sergi. Una colonnina è finita addosso a uno dei due basamenti provocando il distacco di un pezzo grande 15 centimetri per 20. Nel 2011 una di queste colonnine, lanciata come un proiettile contro l’altro basamento, lo aveva scheggiato determinando un distacco ancora maggiore. Una telecamera di sorveglianza posta sulla facciata dell’edificio soprastante l’edicola “Tisak” non era servita ad individuare i colpevoli perché guasta. Allora venne rimossa per la riparazione, ma non è mai stata ricollocata. Anche stavolta il laboratorio di restauro del Museo Archeologico Istriano ha riattaccato il pezzo, ma il danno rimarrà visibile. il direttore del Museo Darko Komšo lo definisce «incommensurabile e irrecuperabile». Il Museo già fa prevenzione informando la cittadinanza sul valore del patrimonio storico-monumentale polese. Ma non basta. Secondo Komšo, non ci si può più affidare solo alla coscienza dei cittadini: bisogna immaginare forme di tutela più attive, come altrove nel mondo. La soluzione potrebbe essere duplice: una telecamera finalmente operativa e cubi di marmo fissati al suolo in sostituzione delle colonnine.

Avviata la beatificazione della fiumana
suor Maria Crocifissa Cosulich
E’ cominciato domenica 20 ottobre a Fiume nella cattedrale di San Vito il processo di beatificazione della Serva di Dio suor Maria Crocifissa Cosulich. Nata a Fiume nel 1852 da padre di Lussinpiccolo e madre di Lussingrande, Maria Cosulich studiò a Fiume e Gorizia diventando maestra d’asilo e insegnante di musica. Oltre all’italiano, imparò il croato, il tedesco, l’ungherese e il francese. Trasferitasi a Trieste, nel 1879 si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù svolgendo opere di carità a favore delle bambine povere e abbandonate. Nel 1889 tornò a Fiume per dirigere la locale sezione del sodalizio religioso. Nel 1895 fondò l’Istituto del Sacro Cuore di Gesù, che accolse centinaia di ragazze e ragazzi poveri e abbandonati, e l’asilo infantile. Nel 1899 prese i voti come suor Maria Crocifissa e fondò la Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Dopo una lunga malattia morì nel 1922. Nel 2008 le fu intitolata una via della Cittavecchia di Fiume. Oggi la sua congregazione opera in sei diocesi croate e in quella di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.
La cerimonia si è articolata in tre fasi: prima le meditazioni e le preghiere inerenti la vita e l’opera della religiosa, poi la messa celebrata in croato e parzialmente in italiano dall’arcivescovo di Fiume mons. Ivan Devčić, e infine la prima seduta del Comitato per la beatificazione. Erano presenti numerosi fedeli, tra cui la pronipote Tatiana Cosulich Mazzaroli, il marito Silvio Mazzaroli e numerosi altri familiari giunti da Trieste.
«Evangelizzare con la santità della propria vita. È questo – ha affermato mons. Devčić durante l’omelia – il messaggio inviatoci da Maria Crocifissa. Valeva al tempo in cui ha vissuto, ma vale anche ai giorni nostri. Prendendo in considerazione la sua continua ricerca di perfezione e santità, il desiderio di aiutare il prossimo, i giovani, i poveri offrendo a ognuno di loro l’amore che solo una madre sa offrire, abbiamo ritenuto opportuno avviare il processo di beatificazione». L’arcivescovo ha elencato le gesta per cui l’Arcidiocesi fiumana auspica che suor Maria Crocifissa diventi beata e funga da esempio alle nuove generazioni. Lo stesso nome, «Crocifissa», che Maria Cosulich si diede quando prese i voti, ne conferma la devozione al Signore. Ha continuato l’arcivescovo: «Con la forza della fede e della preghiera ha superato tutte le tentazioni, le ingiustizie, le malattie e le incomprensioni, non smettendo mai di aiutare il prossimo. Tutto ciò dimostra che Maria Crocifissa Cosulich tendeva da sempre alla santità ed è riuscita a realizzare quello che era il suo programma di vita quando ha scritto: “Desidero vivere e morire da santa”».
Alcune suore fiumane del Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore e altre loro consorelle arrivate dall’Italia hanno fatto voti per un esito positivo del processo.
La seduta del Comitato per la beatificazione è stata aperta dalla postulatrice della causa suor Dobroslava Mlakić, che ha letto la richiesta di beatificazione. E’ stata anche letta la lettera della Congregazione delle Cause dei Santi che il 16 gennaio 2013 diede il nulla osta all’Arcivescovado di Fiume per avviare il processo, cui mons. Devčić ha ufficialmente dato inizio, nominando gli esperti che vi prenderanno parte.

Cimitero di Fiume: tombe italiane a rischio
A Fiume ben 2.600 tombe del cimitero monumentale di Cosala, ovvero l’8% dei 33.200 totali, potrebbero essere messe in vendita se continuerà a non venir pagata la relativa tassa cimiteriale. In tal caso sparirebbero le scritte in italiano che campeggiano su molte di esse, a testimonianza inequivoca della passata identità linguistico-culturale della città quarnerina. Si tratta di una corsa contro il tempo. L’azienda municipalizzata di pompe funebri Kozala sta cercando i proprietari di quei posti salma per esortarli a regolarizzare la loro posizione. In caso di mancato reperimento o di risposta negativa la titolarità passerebbe a terzi. Così un ulteriore pezzo della storia cittadina verrebbe cancellato. La conseguenza sarebbe un “culturicidio”, una “defiumanizzazione”, un “memoricidio”. A rischio sono anche due tombe importanti inserite nella lista del patrimonio ambientale, che dunque beneficiano di un più basso livello di protezione legale: quelle delle famiglie Luppis e Smith&Meynier&Gunft. Per individuare i titolari della prima la municipalizzata Kozala si è rivolta al Consolato Generale d’Italia a Fiume, per trovare i titolari della seconda al Consolato Generale d’Austria a Fiume.
Nel tentativo di smuovere le acque il Consiglio della Minoranza Italiana della Regione Litoraneo-Montana, un ente pubblico elettivo previsto dalla legge, ha promosso la mostra dal titolo Fiumani all’ombra dei cipressi, inaugurata il 31 ottobre nella prestigiosa sede della Comunità degli Italiani di Fiume e rimasta visitabile per quattro giorni in occasione delle festività dei Defunti. Vi è stata esposta la fotomappatura di una ventina fra le principali tombe e nicchie italiane a rischio esproprio realizzata dal fotografo Egon Hreljanović, dallo storico dell’arte Daina Glavočić, dal pittore Mauro Stipanov e dal professore Irvin Lukežić con il sostegno dell’INCA CGIL e del Consolato Generale d’Italia a Fiume.

Esuli capodistriani a Capodistria
Su iniziativa della Fameia Capodistriana di Trieste, aderente all’Unione degli Istriani, domenica 27 ottobre nella cappella del cimitero di Capodistria è stata celebrata una messa in suffragio dei capodistriani ivi sepolti e di tutti quelli che riposano in altre parti del mondo.
Su iniziativa dello stesso sodalizio, mercoledì 30 ottobre nella chiesa del cimitero di Sant’Anna a Trieste don Vincenzo Mercante ha celebrato una messa in suffragio di tutti i defunti capodistriani e in particolare di Francesco Reichstein e Angelo Zarli, trucidati a Capodistria il 30 ottobre 1945 ad opera di scalmanati titini durante lo sciopero-serrata contro l’imposizione della Jugolira nella Zona B della Venezia Giulia, che impoverì ulteriormente la popolazione mettendo ancora più in crisi l’economia. Nel paradiso dei lavoratori era infatti proibito scioperare. Reichstein e Zarli ne pagarono fino in fondo le conseguenze, mentre altri loro pacifici concittadini rimasero feriti nei pestaggi. I facinorosi inviati dalle autorità militari di occupazione devastarono numerosi negozi e sfondarono vetrine terrorizzando la popolazione per sedare qualsiasi volontà di resistenza alla nuova dittatura “popolare”.

60 anni fa la “rivolta di Trieste”
Nel 60° anniversario della “Rivolta di Trieste” sono state numerose le commemorazioni dei patrioti Pietro Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil, caduti sotto i colpi della Polizia Civile il 5-6 novembre 1953, cui l’allora presidente Ciampi conferì nel 2004 la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
Il 19 ottobre, nel salone di rappresentanza del Palazzo del Governo di Trieste, è stata inaugurata la mostra storico-fotografica, visitabile dal 20 al 26 ottobre, dal titolo Gli Ultimi Martiri del Risorgimento. Trieste 1945-53, allestita da Piero Delbello, Elisabetta Mereu Pross e Athos Pericin per conto della Lega Nazionale. Era dedicata ai tredici concittadini caduti per l’italianità durante l’occupazione militare, prima jugoslava, poi anglo-americana, che Trieste subì nel suo lungo secondo dopoguerra. Oltre ai sei del 1953, gli altri furono Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli e Mirano Sancin (uccisi dai titini il 5 maggio 1945), Emilio Beltramini (caduto il 3 novembre 1945) e Alino Conestabo (caduto il 15 settembre 1947). Nell’esposizione si sono potute ammirare foto d’epoca (alcune riguardanti l’esodo da Pola), giornali, riviste, cartelli con gli elenchi di alcuni infoibati, bandiere, documenti ufficiali, cimeli ed effetti personali dei martiri.
Il 26 ottobre, nel 59° anniversario del ricongiungimento di Trieste all’Italia, è stato effettuato in piazza Unità un solenne alzabandiera e ammainabandiera, presenti un picchetto militare, le principali autorità cittadine e i rappresentanti delle diverse associazioni patriottiche, combattentistiche e d’arma. Nella sala del Consiglio comunale si è tenuta, su iniziativa della Lega Nazionale in collaborazione con il Comune, una cerimonia commemorativa della strage del novembre 1953. Sono intervenuti il sindaco Roberto Cosolini, il presidente del Comitato d’Onore delle Celebrazioni Renzo de’ Vidovich e il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini.
Mercoledì 30 ottobre nel famedio del Ginnasio-Liceo classico “Dante Alighieri” di Trieste, la Lega Nazionale ha deposto una corona d’alloro in ricordo delle sei Medaglie d’Oro e di tutti gli altri Caduti per Trieste italiana.
Lunedì 4 novembre, presso la Biblioteca “Enzo Tortora” a Roma, il Comitato 10 Febbraio ha ricostruito la “Rivolta di Trieste” con interventi di Michele Pigliucci, Lorenzo Salimbeni ed Emanuele Merlino. E’ seguita la proiezione del cortometraggio di 35 minuti Novembre, realizzato dieci anni fa dalla Divine Film insieme all’Associazione Novecento di Trieste.
Mercoledì 5 novembre la Lega Nazionale ha deposto una corona d’alloro alla targa che a Trieste, nel pronao della chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, ricorda le sei Medaglie d’Oro.
Giovedì 7 novembre, nella sede della Lega Nazionale, l’avv. Paolo Sardos Albertini, il giornalista Pietro Comelli, il ricercatore storico Andrea Vezzà e il direttore dell’IRCI Piero Delbello hanno parlato sul tema dell’associazionismo patriottico e del ruolo della destra nei moti del 1953.
Venerdì 8 novembre, sempre per iniziativa della Lega Nazionale, il vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi ha celebrato una messa di suffragio nella chiesa nuova del cimitero di Sant’Anna. A seguire sono state deposte corone d’alloro ai piedi del monumento che ricorda i sei Caduti, presenti i rappresentanti di Comune e Provincia.
Sabato 9 novembre a Monza, in una prestigiosa sala gremita e adornata con bandiere italiane e di Trieste, ha avuto luogo l’incontro commemorativo Noi non dimentichiamo. Le Giornate di Trieste. 1953, promosso dalla locale sezione dell’ADES. Sono intervenuti il presidente del sodalizio Daniele Ponessa, il vice-sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Lucio Sidari, la storica Rossana Mondoni e l’esule albonese Mario Viscovi. A seguire è stato proiettato Novembre.

Lubiana ricorda anche le vittime dei titini
In vista del giorno dei Defunti, le massime autorità slovene hanno omaggiato solennemente i luoghi memoriali dei maggiori conflitti del XX secolo alla presenza di picchetti militari.
Il 31 ottobre la premier Alenka Bratušek si è recata a Frankolovo, nell’Est del Paese, dove nel febbraio 1945 i nazisti impiccarono agli alberi lungo la strada 100 ostaggi prima rinchiusi nel carcere di Celje e infine li seppellirono in due fosse comuni per rappresaglia contro l’uccisione di un funzionario nazista. Il Governo ha deciso di elevare l’area a monumento di interesse nazionale. La premier ha affermato che quel sito deve suscitare contrarietà all’oppressione, alla violenza, alla negazione della dignità umana, al disprezzo della vita e all’ignoranza storica. La Bratušek ha reso omaggio anche al parco memoriale di Teharje, dove nel giugno 1945 i titini uccisero circa 5.000 domobranci, nonché altri anticomunisti e civili sloveni che, ritiratisi in Carinzia con i nazisti, erano stati consegnati dagli inglesi alle nuove autorità jugoslave.
Sul Monte Santo, presso Gorizia, per iniziativa della Lega dei Combattenti Antifascisti è stata celebrata una messa in onore dei partigiani caduti. «I regimi – ha detto il presidente del sodalizio Janez Stanovnik – passano, ma il popolo e la patria rimangono».
Il 1° novembre al cimitero di Lubiana il presidente della Repubblica Borut Pahor, accompagnato da numerose autorità civili, militari e religiose, ha deposto corone per i caduti della guerra d’indipendenza (1991), della guerra di liberazione e della prima guerra mondiale. Nel pomeriggio ha omaggiato sull’altipiano carsico di Kočevski Rog i domobranci, i loro familiari e gli altri collaborazionisti sloveni e croati (in tutto diverse migliaia) infoibati nel giugno 1945 dai titini, cui i britannici li avevano consegnati in Carinzia.
Il presidente del Parlamento Janko Veber ha guidato le cerimonie a Kočevje per i caduti della “lotta popolare di liberazione”, mentre il ministro degli Interni Gregor Virant quelle a Sveti Urh presso Lubiana per gli antifascisti rinchiusi e torturati dai domobranci nel loro presidio locale.
Sul Monte Sabotino e nell’alto Isonzo hanno avuto luogo le onoranze per i caduti sloveni della Prima guerra mondiale combattenti nell’esercito austro-ungarico e della Seconda guerra mondiale combattenti nelle file del IX Korpus.

Gonars: un pensiero anche per gli esuli
Hanno assunto anche quest’anno rilievo internazionale le cerimonie svoltesi il 1° novembre al cimitero e al sacrario di Gonars, edificato nel 1973 per custodire i resti dei 453 civili sloveni e croati, sugli oltre 6.000 totali internati, che morirono di fame, malattie e stenti nel campo di concentramento fascista in funzione fra la primavera 1942 e l’8 settembre 1943. I decessi degli sloveni della Provincia di Lubiana e dei croati del Gorski Kotar lì ristretti dipesero dal sovraffollamento e quindi dalle cattive condizioni igieniche e alimentari di questa struttura della Bassa Friulana destinata a contenerne meno di 3.000. Parte dei prigionieri, già debilitati o malati, vi furono trasferiti nell’autunno-inverno 1942-43 dal campo di Arbe.
Alla commemorazione il sindaco di Gonars Marino Del Frate ha osservato come molti italiani abbiano giustamente chiesto scusa per quanto compiuto in quel luogo dai fascisti ed ha auspicato che sloveni e croati possano apprezzare tale riconoscimento, ricordandosi anche degli italiani la cui vita, libertà e dignità fu violata da parte jugoslava.
Hanno inoltre preso la parola il sindaco di Udine Furio Honsell, esponenti della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Provincia di Udine, nonché per la Slovenia il giovane deputato capodistriano Aljoša Jerič e per la Croazia la giovane deputata istriana socialdemocratica Tanja Vrbat, laureatasi in Scienze politiche all’Università di Trieste. Quest’ultima, parlando anche in italiano, ha ricordato le grandi sofferenze degli internati ma anche l’esodo degli italiani e rilevato con soddisfazione che oggi in queste terre le genti convivono e dialogano in pace al di là dei confini.

Famiglia Umaghese a Umago per i defunti
Il Consiglio direttivo della Famiglia Umaghese di Trieste (Unione degli Istriani) si è recato sabato 2 novembre nei cimiteri di Madonna del Carso, Salvore, Umago, Petrovia, Matterada, Buroli, Carsette e San Lorenzo di Daila per commemorare i defunti di tutto il territorio comunale di Umago.
Comunità Istriane a Basovizza e Redipuglia
L’Associazione delle Comunità Italiane ha compiuto sabato 2 novembre, giorno dei Defunti, un pellegrinaggio alla Foiba di Basovizza e domenica 10 novembre uno al Sacrario di Redipuglia e al vicino Parco “Ungaretti”.

Una scultura di Mocenni ricorda
a Pola le vittime dei bombardamenti
La Città di Pola ha affidato al noto scultore Gualtiero Mocenni, 78enne esule polese residente a Milano, e a suo figlio Simone Mocenni Beck la realizzazione di un monumento alle vittime dei bombardamenti anglo-americani nel 70° anniversario dell’inizio di quell’immane tragedia. Fra il 9 gennaio 1944 e il 6 maggio 1945 ben 23 incursioni aeree causarono oltre 250 morti e non meno di 550 feriti. Le vittime sarebbero state di molto superiori se la popolazione non avesse potuto trovare riparo in 60 rifugi anti-aerei. Su 3.225 edifici residenziali, 235 furono rasi al suolo e 2.170 danneggiati. Andò distrutta metà della rete idrica e il 60% di quella elettrica. Venne pertanto compromessa l’erogazione di acqua ed energia. Furono inoltre colpite tutte le industrie e il 40% delle strade.
I due artisti hanno lavorato per quattro mesi nelle vicine cave di Altura e ai primi di novembre la loro scultura è stata posizionata in uno dei luoghi che furono più devastati dalle bombe, il quartiere di San Policarpo, dove c’era la scuola elementare “Alessandro Manzoni”, all’incrocio tra la ex via Piave (oggi Jeretov) e la ex via Monfiorito (oggi Osijek). Il monumento è composto da tre blocchi di pietra bianca per un peso complessivo di circa 30 tonnellate all’origine, più le fondamenta interrate di cemento. E’ alto 3 metri e 50 centimetri, largo 2,60 e profondo 1,50.
«Siamo partiti – spiega Gualtiero Mocenni – dall’idea che l’opera dovesse essere essenziale, senza fronzoli e ben collocabile nell’epoca in cui viviamo. Le cose semplici, come si sa, sono anche le più difficili ma poi rendono ben chiara l’idea. C’è una frattura centrale che comunque non riesce a dividere l’opera in due (la città). Nella parte centrale ci sono due elementi contrapposti, due forze contrarie che si affrontano. I due grandi blocchi scolpiti ad angolo vogliono significare che la città, pur piegata e ferita, non si è spezzata, nonostante i sacrifici è ancora lì. Le testure sulle superfici dell’opera, differenti tra loro, servono ad accentuare questi significati, a seconda dei luoghi dove sono state eseguite».
«L’occasione per realizzare il monumento – aggiunge l’artista – mi è stata offerta nel 2011 quando mi hanno nominato cittadino onorario di Pola per meriti artistici, per aver portato il nome della città in tutto il mondo e per aver abbellito con le mie opere la mia città natale. Solo a Pola si contano infatti ben 13 mie sculture e nel resto dell’Istria altre 17. A detta di critici internazionali come Pierre Restany, italiani come Alberto Veca o Flaminio Gualdoni e croati come Darko Schneider o Vladimir Maleković, sono lo scultore più rappresentativo che Pola abbia mai avuto da sempre. A conferma di ciò ci sono le mie 95 sculture poste in luoghi prestigiosi del mondo, come nella facoltà di architettura di Guadalajara in Messico, al Grand Palais di Parigi, nel municipio di Damasco, alla fondazione Benini in Texas, a Forma viva (Portorose, Slovenia), sull’isola del Guadalquivir, a Cordoba, in Spagna, a Dubai. E poi le grandi sculture monumentali a Pola, come Il monumento alla città di Pola, di metri 7x7x7, un mio regalo alla città negli anni ’70, o La scultura della vita sul lungomare di Valcane, alta 10 metri, il rilievo in bronzo dedicato alle quattro stagioni di Vivaldi nel foyer del teatro di Pola lungo 17 metri, la scultura di fronte alla scuola “Dante Alighieri”, la scultura di Abbazia La rosa dei venti, alta 8,35 metri, e quella del museo all’aperto di Albona, alta 5,30 metri. Senza contare le mie oltre 200 mostre personali nel mondo (di quelle di gruppo o collettive ho perso la conta), i miei 85 simposi internazionali, la presenza in musei, fondazioni, gallerie, bibliografie...».
«L’altra ragione per la quale sono stato scelto – continua Gualtiero Mocenni – è che io sono di Pola, sono stato sotto i bombardamenti ed ho pagato con la morte di mio nonno Simone Mocenni, del quale mio figlio porta il nome, perito il 9 gennaio del 1944 al molo Carbone, sempre nel rione San Policarpo. Ma esiste un’altra ragione ancor più importante: semplicemente che io questa mia opera l’ho donata alla città senza chiedere nessun onorario. Le spese per la realizzazione sono state sostenute per il 75% dall’amministrazione municipale e per il restante 25% da me. La ditta di Pisino “Kamen Pazin” ha donato la pietra di Altura e mi ha allestito il cantiere nella cava dove l’opera è stata realizzata, mettendo a disposizione, quando serviva, le attrezzature, l’aiuto di mezzi meccanici e il sostegno degli operai. L’ingegnere Amir Jelaca, che ha eseguito i calcoli statici e le fondamenta della scultura, a sua volta non ha chiesto alcun compenso. Io e mio figlio abbiamo lavorato per 4 mesi meno le domeniche e i giorni di ferie della cava, con temperature che in luglio e agosto andavano oltre i 45 gradi».
Firmata la convenzione Esuli-Governo
Mercoledì 6 novembre alla Farnesina i rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri e di FederEsuli hanno firmato la convenzione per la realizzazione nel triennio 2013-2015 di un piano di interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli Esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Con ciò, dopo una lunga attesa, si dà finalmente attuazione alla legge 228/2012, che a sua volta applica la legge 72/2001 sul finanziamento alle attività delle organizzazioni degli Esuli, tra le quali il Libero Comune di Pola in Esilio. Per l’intero triennio sono previsti 6,6 milioni di euro, così suddivisi: poco più di 2 milioni per il 2013, 2,3 milioni per il 2014 e ancora 2,3 milioni per il 2015.
Hanno firmato la convenzione il segretario generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali ed il Turismo Antonia Pasqua Recchia, il direttore generale per l’Unione Europea Luigi Mattiolo e il presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati Renzo Codarin. Quest’ultimo, nell’esprimere soddisfazione per la firma, ha annunciato che uno dei principali progetti da realizzare nel prossimo triennio sarà una mostra permanente sull’Esodo nel Complesso del Vittoriano a Roma per completare il percorso espositivo del Museo Centrale del Risorgimento, che ora si conclude con la Prima guerra mondiale.


Quelle tombe parlano italiano
E’ stato presentato alla Comunità degli Italiani di Pola venerdì 25 ottobre il volume del giovane storico connazionale Raul Marsetič Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947), edito dal Centro di Ricerche Storiche grazie al patrocinio dell’Unione Italiana di Fiume e dell’Università Popolare di Trieste. Una monumentale opera di ben 948 pagine riguardante 1.500 tombe, che fa parte della “Collana degli Atti” n. 35. La sala era gremita. La presidente dell’Assemblea della CI Tamara Brussich ha dato la parola per i saluti ai rappresentanti delle istituzioni presenti, tra cui il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Tullio Canevari, che ha ricordato quanta parte abbia Monte Ghiro nel cuore degli esuli. Dopo l’introduzione del prof. Rino Cigui, il prof. Giovanni Radossi, direttore del CRSR, ha pronunciato l’allocuzione ufficiale:
La storia, si sa, è analisi dei grandi problemi, ricerca dei nessi che condizionano le vicende umane, scandite dal conflitto eterno al di fuori e al di sopra di ogni specifico momento storico, che è di ogni uomo e di ogni collettività, fra libertà e necessità. Essa è un mondo di valori per cui i ricercatori del nostro Centro si sono trovati a lungo dibattuti tra politica e sopravvivenza individuale e collettiva, ma risoluti nella rivendicazione della funzione civile della storia, perché da sempre convinti che essa costituisce, insieme con l’eredità delle nostre tradizioni, la base delle nostre opinioni morali e politiche, delle nostre “ideologie”, dei nostri miti, della nostra concezione del mondo.
La storiografia che non sia semplice accertamento dei fatti è figlia del proprio tempo, ed è battaglia di idee e di ideali. La nostra preoccupazione massima e costante è stata quella di individuare il legame che esiste tra storia del passato e contemporaneità, legame oltremodo specifico del nostro mondo minoritario, da quando si è voluto artatamente che minoritario fosse, più di sessant’anni fa, in barba alla nostra reale e patente onnipresenza sul territorio del nostro insediamento.
La comunità italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, risulta tuttora ben radicata nel tessuto sociale; ciò deriva in primo luogo dal carattere autoctono della sua presenza, dalle origini remote di tale autoctonia da ricercarsi in epoche storiche che hanno segnato l’area adriatica orientale molto tempo prima della comparsa del concetto di nazione. In altre parole, nel definire lo specifico nazionale della nostra etnia, dovuto a peculiari requisiti ambientali e storici, all’accumularsi generazionale di un retaggio culturale-linguistico e di tradizioni e costumi particolari, è impossibile ignorare o sottovalutare il riferimento ad esperienze e cognizioni precedenti quali quelle della temperie culturale giuliano-veneta, che hanno lasciato un’impronta indelebile sulla nostra fisionomia.
La forte curiosità di ricerca ci ha spinto a tentare di cogliere, di intuire le ragioni o le pulsioni che sono state alle origini di determinati comportamenti fuori, ma soprattutto dentro il nostro piccolo universo. E abbiamo così colto il richiamo ai “luoghi”, alle “culture”, alle strutture, alle ideologie che tanto duramente hanno colpito il nostro essere minoritario. La ricerca storico-sociologica, poi, ci ha reso possibile scendere, penetrare nelle pieghe più remote dell’animo dei “protagonisti”, e vederne gli aspetti sufficienti ma anche gli impulsi meno nobili, le loro incoerenze: sempre per cercare di capire, mai con lo spirito del censore. In effetti, lo studio del passato unito all’interpretazione del presente ci ha immerso nella totalità della nostra vita sociale, morale ed intellettuale per permetterci di caratterizzarla e di esserne caratterizzati, poiché è stata ed è ancor sempre nostra convinzione quella che la funzione civile e formativa della storia (in ispecie se riferita a gruppi nazionalmente minoritari) si esercita male se non si supera la stretta cerchia degli “addetti ai lavori”.
La memoria delle cose vive nella memoria degli uomini, per cui si perpetua il ricordo delle cose, dell’agire dei singoli e delle vicissitudini dei gruppi e riesce così possibile stenderne la storia, assicurando ai posteri le proprie radici culturali. Una comunità nazionale che vive in continuità territoriale con la propria matrice (com’è il caso degli Italiani istro-fiumani) è particolarmente interessata ad approfondire la propria storia sociale e quella antropologica in un contesto territoriale ed umano eterogeneo sul piano nazionale, specifico su quello economico, divergente sul piano culturale, poiché esistito per secoli in una tensione latente o palese, conformando la propria esistenza alle oscillazioni politiche locali ed al complesso intrico delle vicende internazionali.
Le laboriose genti dell’Istria hanno saputo conservare per oltre due millenni la propria individualità etnica, linguistica, culturale e religiosa, pur attraverso una varietà di esperienze e di atteggiamenti che l’hanno portata talvolta ad urti ed attriti coi popoli vicini in ogni campo della vita sociale, ma altre volte alla convergenza ed alla confluenza di interessi e tradizioni che hanno concorso alla formazione di una realtà civile duttile ed aperta. Ma poiché le quantità dialetticamente si trasformano in qualità, è comprensibile esprimere anche in questa occasione d’incontro le nostre legittime preoccupazioni acché la componente romanza del territorio, vistosamente ridotta in questi sei e più decenni, non soccomba ulteriormente ai deleteri effetti di una stravolgente assimilazione nazionale ed etnica.
Ci sono città e territori che rimangono sempre uguali per centinaia d’anni: si producono le stesse cose, si costruisce allo stesso modo, si interpreta il mondo seguendo gli stessi schemi. Le guerre e le carestie, i periodi favorevoli, la vita e la morte seguitano ad intercalare i loro cicli, quasi naturali, senza che il luogo si modifichi. Poi, d’improvviso, diventano centro di profonde trasformazioni e allora nulla si rigenera, ogni cosa muta: gli uomini, le istituzioni, le architetture, gli spazi, la lingua, le sepolture, gli orizzonti. Da un lato emergono le trasformazioni civili, amministrative e politiche; dall’altro vengono ridefiniti i processi necessari a regolare la trasformazione ed a stabilire il nuovo modo di crescere.
Nel lontano 1971, agli albori della nostra vicenda umana e professionale, i ricercatori del Centro (allora soltanto studenti universitari a Zara e Lubiana), furono impegnati – in condizioni di estremo disagio organizzativo ed anche politico – per alcuni anni nel corso delle vacanze estive nell’opera di rilevazione delle sepolture italiane in ben 80 cimiteri di tutta l’Istria, quale strumento per contrastare le allora già evidenti incongruenze dei censimenti della popolazione, onde disporre di nuovi rapporti numerici tra defunti e vivi connazionali. I risultati già allora apparvero eccellenti, anzi straordinari, anche se i tempi che correvano non ci permisero allora di usare appieno la documentazione prodotta, oggi prezioso quanto geloso lascito nell’Archivio del Centro.
Furono rilevate in quell’azione non soltanto le epigrafi italiane, ma anche croate e slovene di indubbia provenienza romanza, producendo un materiale che in massima parte attende ancora di vedere la luce e, soprattutto, di essere dettagliatamente studiato, compulsato con una serie di informazioni, di inesplorate statistiche che oggi sono a portata di mano degli studiosi, ma anche delle persone cui stanno a cuore le vicissitudini delle generazioni che hanno calcato nei secoli queste zolle di suolo natio e continuano testardamente a riprodursi ed a riproporsi su di esse. Quello che ci preme qui rilevare è il nostro impegno per la conservazione gelosa delle memorie del passato narrate da quelle iscrizioni cimiteriali che aiutano a comprendere inequivocabilmente lo svolgimento della storia, delle istituzioni, della lingua e delle usanze: irrinunciabili memorie che confermano e testimoniano la nostra avita nazionalità.
Queste poche e fugaci riflessioni sono sufficienti a svelare la grande complessità dei fenomeni legati alla definizione degli ambiti di esistenza, se non addirittura in taluni casi limite di sopravvivenza, della comunità nazionale italiana in genere, di questo experimentum historiae, al quale non si può rispondere interrogandosi unicamente sulla politica e sulla storiografia, e sugli strumenti interpretativi ad essi applicati. Gli ambiti istro-fiumani sono diventati, dopo il secondo conflitto mondiale, casi topici per le loro trasformazioni e le complesse contraddizioni in esse determinatesi; la coscienza che quest’area è stata originariamente luogo di arrivi e di partenze, luogo di incontro e di esilio per genti tra loro diverse e quindi luogo di profondo realismo, ha consolidato la consapevolezza che l’identità di ognuno di noi, anche in senso nazionale, si produce con un atto di volontà – una precisa opzione – e non con la sola consolazione della memoria.
Non mi resta, a questo punto, che esprimere plauso e gratitudine per questa ponderosa opera sul Cimitero di Monte Ghiro all’Autore Raul Marsetič, ricercatore del nostro Istituto che, coadiuvato dall’Ufficio di sovrintendenza del patrimonio storico-monumentale della Città di Pola, ha concorso alla stesura della Delibera cittadina onde sono divenute monumento talune tombe storiche, la maggior parte delle quali di famiglie italiane risalenti a fine Ottocento o inizi del secolo scorso; la Delibera ha infatti sancito che il cimitero civico, con il suo prezioso carico di storia, è parte della memoria collettiva, con le sue oltre 1000 tombe, delle quali 27 sono state classificate di grande valore storico, mentre altre 37 sono state ritenute di precipuo valore monumentale, architettonico, storico, culturale o legato all’importanza dei personaggi in esse sepolti.
Nel ringraziare infine gli Enti patrocinatori di questa iniziativa – l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste – esprimo il mio sentito grazie a tutti coloro che hanno accolto con vivo entusiasmo l’idea di sostenerci e di farsi partecipi di questa significativa opera che costituisce il miglior contributo nel rendere modernamente più “leggibile” il libro aperto dei monumenti e delle epigrafi lapidee polesi, voci parlanti della nostra identità umana e nazionale. Alla Nazione Madre che per il tramite del Ministero agli Affari Esteri tanto, tantissimo ha fatto perché il Centro potesse progredire, crescere in qualità e produrre cultura e scienza per oltre quarant’anni, ai connazionali residenti e a quelli esodati che ci hanno seguito in questo difficile procedere con amore, spesso con trepidazione e sempre con partecipazione, la gratitudine dei dipendenti, dei ricercatori e degli oltre settanta collaboratori esterni. Alla Comunità degli Italiani di Pola, primo erede e custode di tanta e cotanta memoria, il grazie per la solerzia, l’amorevolezza e l’amicizia nell’accogliere questa cerimonia e la puntualità con la quale l’ha condotta. Grazie!
E’ quindi intervenuto l’autore Raul Marsetič:
Trascorsi ormai 8 anni dalla presentazione, in questa stessa sala, del mio libro sui bombardamenti di Pola, ho sempre continuato a indagare le vicende storiche che hanno coinvolto e caratterizzato la mia città durante l’Ottocento e la prima metà del Novecento. Numerosi sono i temi che ho trattato ma cruciale, per lo sforzo e tempo richiesto, risulta senza dubbio essere lo studio delle vicende legate alla nascita ed allo sviluppo del cimitero civico di Monte Ghiro, oggi ormai da tutti noi erroneamente chiamato Monte Giro.
A proposito, in pochi sanno che fino ai primi del Novecento veniva indicato come cimitero di San Giorgio, come anche l’omonimo Forte austriaco nelle immediate vicinanze, entrambi denominati così per l’ubicazione sul colle dei resti di una chiesetta dedicata al Santo. Proprio per cercare di creare un collegamento con l’antica denominazione, ho voluto riportare sulla copertina del libro la pregevole statua di San Giorgio presente sul monumento della famiglia Monai.
Il libro esamina una struttura urbana certamente particolare, piena di molteplici significati come luogo di commemorazione e identità cittadina. Voglio però far presente che non si tratta specificatamente di uno studio sulla morte e sul lutto. L’intenzione è stata sempre di discutere ed analizzare l’origine, lo sviluppo ed il patrimonio storico culturale del cimitero civico polese, attraverso l’investigazione delle fonti e del complesso contesto che ha portato a concepire e sviluppare questo luogo così specifico. Ho voluto presentare, attraverso l’inedito materiale d’archivio analizzato, le complesse circostanze cimiteriali di Pola comprese nel periodo dal 1846 al 1947. In effetti, ho tentato di creare un collegamento tra i molteplici aspetti che la questione delle sepolture, nella sua particolarità, innegabilmente comporta. Attraverso questa modalità di ricerca, ho esposto le condizioni che hanno determinato l’individualità urbana ed il raggiunto livello di cultura sepolcrale insieme ad una migliore comprensione dei processi sociali e di modernizzazione della città.
Monte Ghiro esprime la ricchezza culturale della popolazione, testimonia le vicende belliche e le tragedie cittadine, la composizione etnica e la stratificazione sociale, insieme ai legami vicini e lontani che permettono di riconoscere nella continuità di simboli o caratteri formali comuni i rapporti tra gruppi diversi all’interno di un panorama sociale comune. Attraverso le famiglie e le persone che vi riposano, raffigura un luogo privilegiato di ricordo e orgoglio cittadino, testimoniandone la cultura, la confessione religiosa e l’appartenenza linguistica. Deve essere inteso come il luogo della memoria per eccellenza dove è possibile ricostruire la storia e la società della città in un dato periodo e che quindi come tale può contribuire ad una migliore conoscenza della realtà polese del XIX e della prima metà del XX secolo. In effetti, raffigura la perfetta riproduzione dell’ordinamento socio-economico di Pola nell’arco temporale trattato. Nel corso degli anni, il nostro cimitero cittadino ha sviluppato una precisa e caratteristica forma architettonica ed una particolare identità che, anche se autonoma dalla città, ne rispecchia in pieno le vicissitudini ed i cambiamenti. All’interno del suo recinto si trovano sedimentate immense testimonianze di storia civica che riflettono pienamente la cittadinanza passata.
Lo studio svolto ha come principale finalità la tutela e la conservazione di un importante patrimonio culturale che, nonostante i numerosi passi in avanti fatti negli ultimi anni, va lentamente e inesorabilmente sparendo. Purtroppo, nonostante le lodevoli disposizioni di salvaguardia approvate, su proposta della commissione cittadina per la tutela di Monte Ghiro, dalla Città di Pola, che devo elogiare per la grande sensibilità dimostrata, il nostro patrimonio cimiteriale continua pietosamente a scomparire di giorno in giorno per i molti casi di indiscriminata violazione delle norme di protezione prescritte. Ho cercato in più occasioni di sensibilizzare chi di dovere ad intraprendere delle azioni concrete per fermare tale scempio ma purtroppo, senza voler entrare adesso in poco opportune polemiche, non ho ottenuto alcun risultato concreto.
Il presente volume è il prodotto di anni di intensa ricerca archivistica affiancata da lunghe e impegnative ricognizioni cimiteriali. Si è trattato di veri e propri studi di archeologia cimiteriale che mi hanno permesso di conoscere ogni viale, monumento e dettaglio presenti nella parte storica del cimitero e che, interpretati nella maniera voluta, hanno portato alla testimonianza che presentiamo stasera e che spero sinceramente risulti interessante.
A proposito di fatti curiosi, durante le mie indagini sul campo, munito di penna, quaderno e fotocamera, mi è successo più volte di essere scambiato per impiegato cimiteriale e fermato, per lo più da anziane vedove in cerca di qualche dritta per l’acquisto di una semplice tomba ma anche di un monumento d’epoca più importante. Non ho potuto poi non accorgermi degli sguardi di tanti che mi esaminavano con una certa curiosità, devo dire pienamente comprensibile, vedendomi girovagare per delle ore al cimitero con aria pensosa, dando forse l’impressione di uno con chissà quali idee strane per la mente. Posso liberamente affermare di essere riuscito a crearmi una certa fama abbastanza discutibile tra i visitatori più assidui del camposanto polese e quindi, da adesso in avanti, ho fermamente deciso di dedicarmi ad argomenti un attimino più sereni al fine di riabilitare, per quanto ormai possibile, la mia compromessa reputazione.
Senza poter soffermarmi, per motivi di tempo, a ringraziare le numerose persone con cui ho collaborato nelle ricerche, per i preziosi consigli e per l’aiuto fornitomi desidero esprimere riconoscenza in maniera particolare al dottor Antonio Pauletich, che mi ha fin da subito incoraggiato e sostenuto. Voglio ancora manifestare piena gratitudine al direttore Giovanni Radossi che è riuscito, devo dire con grande impegno, a ottenere i notevoli finanziamenti necessari per la stampa di un libro così ambizioso anche dal punto di vista estetico. A mia moglie Nensi devo poi giustamente un ringraziamento speciale per la comprensione e l’infinita pazienza.
Desidero ancora esprimere la mia intenzione, attraverso questo volume, di sfruttare l’indagine cimiteriale trasformandola in uno strumento per togliere dal completo oblio, magari anche per pochi momenti durante una lettura veloce, le esistenze di migliaia di polesi. Ognuno di loro ha infatti contribuito a proprio modo a determinare le peculiarità di Pola. In base alle informazioni disponibili per ogni persona nominata, spesso riporto dati interessanti e poco noti (documentando anche mestieri insoliti come impresari di pompe funebri, proprietari di case tolleranza, circensi, mendicanti, ecc.), mentre per molte personalità più note sono riuscito a ricostruire delle dettagliate biografie.
Nel suo complesso, Monte Ghiro rappresenta il primo moderno impianto cimiteriale di Pola, con ben 167 anni di ininterrotta attività. Costituisce uno tra i principali monumenti cittadini che conserva ancora oggi una parte insostituibile della memoria civica che con questo libro ho umilmente voluto, e spero sinceramente saputo, descrivere come merita.
Infine, invito tutti i presenti a visitare con curiosità e rispetto il nostro cimitero, cercando di evitare, per usare un eufemismo, soggiorni più definitivi, per i quali c’è ovviamente sempre tempo.
«La presentazione del volume – osserva Tullio Canevari – è stato un momento importante nel nuovo clima, nel quale la presenza della componente italiana della città e della sua cultura assumono un peso e un significato sempre maggiori. Il coro “Lino Mariani” ha contribuito con motivi popolari, come Al patinagio e Son nato drio la Rena, a riportarci ai tempi felici di quando Pola era la nostra Pola e con il Va, pensiero a riaffermare la legittimità del nostro rimpianto per una patria perduta. Il momento conviviale conclusivo è stato l’occasione per rinsaldare amicizie e iniziarne di nuove, come quella con chi, ho scoperto, aveva abitato a Brioni negli anni in cui c’ero anch’io o un’altra con chi, sentendo il mio rammarico per non avere contatti, anche solo umani, con i vertici dell’amministrazione polese, mi ha promesso che cercherà, forte degli incarichi ricoperti a suo tempo, di adoperarsi in tal senso».


A Trieste il Festival del Turismo Scolastico
Si è svolta con successo a Trieste da giovedì 17 a sabato 19 ottobre la settima edizione del concorso nazionale Classe Turistica - Festival del Turismo Scolastico, organizzata dal Touring Club Italiano in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, l’ANVGD e le altre organizzazioni degli Esuli aderenti al Gruppo di lavoro istituito presso il MIUR, con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e l’adesione del Presidente della Repubblica.
Vi hanno partecipato 150 ragazzi delle 8 classi finaliste con i rispettivi insegnanti, che nel pomeriggio di venerdì hanno assistito presso il Politeama “Rossetti” alle prove dello spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi. La mattina di sabato in una sala del Centro Congressi della Stazione Marittima hanno ascoltato i saluti dei rappresentanti istituzionali.
Il prefetto Francesca Adelaide Garufi ha osservato come a Trieste la storia sia carica di significati controversi, che i giovani possono rielaborare meglio degli adulti. La presentazione nel pomeriggio a Capodistria del libro del giornalista Paolo Scandaletti Storia dell’Istria e della Dalmazia è un segnale che si può superare un passato tragico guardando al futuro.
L’assessore comunale di Trieste Antonella Grim, rilevando come Trieste sia stata drammaticamente segnata nel ’900, ha sostenuto che dalla consapevolezza e dalla conoscenza precisa di quanto avvenne è possibile andare oltre, costruire una comune cittadinanza europea sui valori di libertà, tolleranza e fratellanza. Conoscere il passato serve a rispettare chi ha sofferto e a non ripetere quei tragici errori.
La presidente dell’IRCI Chiara Vigini, membro del Gruppo di lavoro, ha espresso gratitudine ai ragazzi per aver «lavorato, riflettuto e prodotto», come pure ai loro insegnanti per aver avuto la lungimiranza di affrontare anche temi scottanti. «Con la vostra presenza qui – ha rilevato – ci fate sentire l’Italia intera. Oggi l’unico divieto è quello di restare in silenzio di fronte alle prepotenze, alle violenze e alle ingiustizie, che vanno spiegate con lucidità e mai giustificate. C’è il dovere di guardare a ciò che l’altro ha sofferto. Andare alla Risiera, a Basovizza, a Padriciano non ci deve far perdere di vista il futuro. Anzi, la memoria sia luce per il futuro».
Caterina Spezzano, in rappresentanza della Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica - Ufficio II del MIUR, ha illustrato le due principali iniziative annuali del Gruppo di lavoro: il Seminario nazionale per docenti sulla didattica del confine orientale e il concorso rivolto agli studenti di tutte le scuole primarie e secondarie (riguardante nel 2013-14 la letteratura italiana d’Istria, Fiume e Dalmazia). Valido supporto ad entrambe le iniziative è il sito www.scuolaeconfineorientale.it. «Non si può – ha detto la funzionaria ministeriale – fare la guerra alla guerra. Noi dobbiamo andare oltre, metabolizzare ciò che è stato per evitare che possa succedere nuovamente».
Il direttore generale del TCI Fabrizio Galeotti ha fornito le coordinate del Festival del Turismo Scolastico, che per il secondo anno di fila ha luogo nella Venezia Giulia (l’anno scorso a Grado) e si rivolge non solo a tutte le scuole primarie e secondarie del territorio nazionale, ma anche alle scuole italiane di Slovenia e Croazia. Gli studenti dovevano realizzare un video per una delle seguenti quattro sezioni: 1) Un viaggio di classe (in Italia o all’estero); 2) Vieni da noi (per le classi che, non avendo fatto un viaggio d’istruzione, hanno voluto promuovere il proprio territorio); 3) Vieni a conoscere Fiume, l’Istria e la Dalmazia (per le scuole italiane di Slovenia e Croazia); 4) Viaggio nella civiltà istriano-dalmata (per le classi che si sono recate nell’Adriatico orientale). «Ci sono giunti – ha reso noto Galeotti – centinaia di lavori, tutti belli».
Lo storico Roberto Spazzali ha quindi tenuto una lezione sul periodo di crescita economica e culturale vissuto da Trieste tra la proclamazione del Porto franco (1719) e la Prima guerra mondiale. Una città moderna, progettata a tavolino bonificando le saline e in tumultuoso incremento demografica, dove affluirono genti di origine, lingua e religione diverse capaci di convivere e capirsi attraverso un dialetto veneto marittimo senza calata, povero di vocaboli ma efficace. Una città incentrata sul suo porto mercantile, che conobbe un forte sviluppo in termini trans-oceanici specie dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869, e ben collegata anche sul piano ferroviario, a differenza di oggi. Una città inclusiva dove l’emancipazione avveniva attraverso la scuola. Una città con una classe operaia consapevole, attiva e orgogliosa. Una città all’avanguardia tecnologica. Ma dalla metà dell’800 vi trovò terreno fertile il virus dei nazionalismi e delle ideologie violente, che la travolse nel ’900. La ripresa post-bellica fu lenta, tanto che proprio negli anni del boom cominciarono a chiudere le fabbriche e parte della popolazione emigrò.
Sono stati infine proiettati il documentario Il ’900 dimenticato: Istria, Fiume e Dalmazia, realizzato dall’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio a cura di Marino Micich ed Emiliano Loria con musiche originali di Luigi Donorà, e un breve audio-visivo sul Sentiero Rilke.
Il vice-presidente di FederEsuli Lucio Toth ha spiegato come le associazioni aderenti abbiano voluto contribuire all’ingresso della Croazia nell’Unione Europea in quanto ritenuto vantaggioso per gli stessi esuli. L’Adriatico orientale offre storie tragiche ma anche belle, come qualsiasi altra regione italiana. E’ di grande soddisfazione che molti maturandi abbiano scelto la traccia di Claudio Magris per il tema di italiano.
Fabrizio Galeotti ha rammentato come quest’anno ricorra il 100° anniversario della locuzione «turismo scolastico», coniata dal TCI. Il viaggio di istruzione coinvolge 930mila studenti (su 2,6 milioni) delle scuole superiori ed è una forma di approfondimento culturale, umano e formativo, oltre che di svago, un mezzo per educare all’identità plurale e alla ricchezza dell’Italia. Muove quasi 263 milioni di euro all’anno ed è in leggera flessione per la crisi economica. Perlopiù viene preparato in classe. Il 55,4% si svolge all’estero per una media di 4,8 giorni, il 44,6% in Italia per una media di 2,8.
Dopo la proiezione degli otto video finalisti, Fabrizio Galeotti a nome del TCI, Guido Brazzoduro a nome delle associazioni degli Esuli e Caterina Spezzano a nome del MIUR hanno premiato i vincitori: per la sezione Viaggio nella civiltà istriano-dalmata la classe II AB dell’Istituto Euganeo di Este (PD), con Il nostro Oriente? Un mosaico di emozioni, comprendente la visita a Cividale, Aquileia, Pola, Nesazio, Parenzo e Trieste; per la sezione Viaggio di classe la III BI e la IV DIT dell’Istituto Tecnico Commerciale Statale e per il Turismo “Einaudi-Gramsci” di Padova con Viaggio a Monaco di Baviera; per la sezione Vieni da Noi ex-aequo la III B dell’Istituto di Istruzione Superiore “Filippo Brunelleschi” di Acireale con Scivolando verso Sud e la I dell’Istituto di Istruzione Superiore “A. Businco” di Jerzu. Il video della II D del Liceo Scientifico “Luigi di Savoia” di Ancona ha illustrato il viaggio a Trieste, con visita alla Foiba di Basovizza, all’ex Campo di raccolta profughi di Padriciano, alla Risiera di San Sabba, al monumento all’Esodo in piazza Libertà, al Magazzino 18 del Porto Vecchio e al Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata.
Nel pomeriggio del 18 ottobre studenti e insegnanti sono stati accompagnati con due pullman e un pulmino alla Risiera di San Sabba, alla Foiba di Basovizza e all’ex CRP di Padriciano. Massimiliano Lacota ed Enrico Neami hanno ragguagliato in sequenza tutti e tre i gruppi a Padriciano, mentre il direttore de “L’Arena di Pola” e segretario dell’LCPE Paolo Radivo ha seguito nel tragitto una classe dell’Istituto Tecnico “Carlo D’Arco” di Mantova facendole da guida a Basovizza. I partecipanti al Festival sono ripartiti l’indomani.


La Marina asburgica
Dalla Marina Austro-Veneta alla Imperial e Regia Marina da Guerra è il titolo di una mostra tanto ricca da essere stata articolata a Trieste in due sedi suggestive: il Museo Postale e Telegrafico della Mitteleuropa dal 16 luglio al 12 ottobre e il Civico Museo del Mare dal 18 luglio al 10 novembre. Vi si sono potute ammirare cartoline illustrate, annulli postali, fotografie, stampe, divise, berretti, spalline, casacche, nastri, libri, almanacchi, diari, agende, giornali, e ancora orologi di bordo, cannocchiali, targhe, stoviglie, dipinti, bolli, documenti personali, medaglie, distintivi, mappe, portapenne, fermacarte, portasigarette, carte da gioco, ventagli... Tutti questi cimeli, che raccontano la Marina asburgica e i suoi componenti sul piano sia militare sia sociale, sono stati raccolti, catalogati ed esposti con puntuali didascalie esplicative da Liliana Pajola e Antonio e Adelio Paladini. Cospicuo il materiale inerente Trieste, Pola, Fiume e la Dalmazia con immagini di navi, sommergibili, idrovolanti, marinai e ufficiali.
Il 23 ottobre, nell’ambito dei Mercoledì Marinari del Civico Museo del Mare, i coordinatori della mostra Roberto Todero e Chiara Simon hanno presentato la ristampa anastatica delle Pagine commemorative della Imperiale e Regia Marina da Guerra, tre preziosi volumi editi a Pola rispettivamente nel 1898, 1900 e 1902 comprensivi di racconti, avventure e relazioni d’epoca tratte dal notiziario ufficiale della Marina Militare austro-ungarica.
Il 6 novembre Roberto Todero ha tenuto una conferenza sul Battaglione di Marina Trieste che, composto prevalentemente da triestini, istriani e altri giuliani, nella Grande guerra difese la città da postazioni terrestri.
Il 13 novembre Enrico Mazzoli ha invece parlato di missioni esplorative e scientifiche della Marina asburgica.


Pola: esuli e residenti assieme per i Defunti
Si sono svolte lunedì 4 novembre a Pola in un clima sereno e costruttivo le cerimonie per la ricorrenza dei Defunti promosse anche quest’anno dal Consolato Generale d’Italia a Fiume, dalla Comunità degli Italiani di Pola e dal Libero Comune di Pola in Esilio. Residenti, esuli e rispettivi familiari si sono nuovamente ritrovati nella città d’origine per commemorare assieme i propri trapassati con il qualificante suggello delle autorità diplomatiche italiane.
Alle 10 in duomo è iniziata la santa messa, che ha avuto una partecipazione pressoché identica a quella del 2012 malgrado il giorno feriale: circa 75 fedeli, compresi i membri del coro misto della Società artistico-culturale “Lino Mariani”, che hanno cantato diversi brani sacri con l’ausilio del potente organo. Vi hanno assistito in maggioranza residenti a Pola, ma nutrita e di alto livello era la delegazione dell’LCPE. Fra i presenti citeremo il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani, il deputato della minoranza italiana al Parlamento croato nonché presidente dell’Unione Italiana Furio Radin, la presidente dell’Assemblea della CI di Pola, vicepresidente del Consiglio Regionale Istriano nonché direttrice della Scuola dell’Infanzia polese “Rin Tin Tin” Tamara Brussich, il sindaco dell’LCPE Tullio Canevari e la presidente della sezione polese della Società “Dante Alighieri” Silvana Wruss.
Mons. Desiderio Staver ha salutato con gioia il console generale Cianfarani e tutti i «cari polesani».
Graziella Cazzaniga, componente della Segreteria dell’LCPE, ha letto un passo della prima lettera di San Giovanni Apostolo, i cui sublimi insegnamenti spirituali possono estendersi anche ai conflitti del XX secolo che hanno travolto l’Adriatico orientale: «Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte; chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna».
Traendo spunto dal passo del Vangelo relativo al buon pastore che offre la vita per le sue pecore, mons. Staver ha portato ad esempio la fulgida figura di San Carlo Borromeo, «il vescovo dei poveri», nonché di polesani del XX secolo in odore di santità come Egidio Bullessich/Bullesi, Geppino Micheletti e Marcello Labor. «I veri valori – ha commentato – sono nel cuore, non nelle ricchezze. La terra non è di chi la possiede, ma di chi la ama».
A seguire Paolo Radivo, direttore de “L’Arena di Pola” e segretario dell’LCPE, ha letto la preghiera dei fedeli.
Al termine della funzione il connazionale Roberto Hapacher Barissa, neo-socio dell’LCPE, ha declamato la sua toccante poesia 2 Novembre, accolta con un applauso dagli astanti: Con il fruscio delle foglie,/ il batter delle onde sui bianchi scogli/ e le gocce di rugiada/ che sembrano lacrime pesanti sulla nostra terra perduta,/ un passero vola via/ come le nostre parole d’addio./ Il vento rompe il sinistro silenzio tra i cipressi/ a Monte Ghiro e a Vergarolla/ nella pineta scossa dal sibilar che imita il lamento./ E noi, coperti dalle nubi bianche o nere che siano,/ qui vicino alle croci/ alziamo le voci/ di canto e preghiera sul lembo natio/ dove ci sente Dio./ Caro Esule, fratello mio,/ in questa città e terra/ dove non vogliamo più odio e guerra,/ riappare lo spettro del passato/ per chieder perdono/ del male inferto,/ questo è certo!/ Ma lo sa solo il Signore./ E con onore tra gli abbracci veri e di cuore/ si piange e rammenta per voi,/ cari defunti vicini e lontani, sparsi ovunque:/ in ogni casa eterna, nel mare,/ nell’aria, sotto la zolla, la pietra/ e chissà dove.
Il coro “Mariani” ha infine interpretato il sempre commovente brano Signore delle cime. Fuori dalla chiesa i presenti si sono avvicinati al cippo che ricorda la strage di Vergarolla. Il sindaco Tullio Canevari ha deposto un mazzo di fiori auspicando che la prossima volta tale omaggio possa avvenire presso un monumento non più anonimo, ma integrato dai nomi e dell’età delle 64 vittime identificate.
La comitiva, cui si è aggiunto il presidente della CI e vicesindaco di Pola Fabrizio Radin, si è spostata al cimitero di Marina. Il Consolato Generale d’Italia e l’LCPE hanno deposto imponenti corone di fiori davanti alla grande lapide del sacrario-ossario dedicato ai Caduti italiani nella Prima guerra mondiale. «Anche quest’anno – ha detto il console generale Renato Cianfarani – siamo qui per celebrare i nostri Caduti. Io rappresento l’Italia, che dopo tanti anni non dimentica. Un grande Paese come il nostro deve ricordare chi si è sacrificato per la Patria. L’Italia è partecipe e continuerà a rendere omaggio insieme a tutti i polesani che vivono qui e altrove».
L’LCPE ha poi deposto una corona d’alloro davanti a quanto rimane del monumento al volontario capodistriano irredento Nazario Sauro, impiccato a Pola il 10 agosto 1916. «Sarebbe molto bello – ha dichiarato l’on. Furio Radin – se le spoglie del martire Nazario Sauro potessero tornare dov’erano, come quelle di tutti i grandi di queste terre, perché la storia che si è vissuta qui dev’essere scritta qui». Tale inatteso auspicio è stato fortemente apprezzato dai presenti. Il sindaco Canevari si è compiaciuto: «Sarebbe giusto che potessero tornare, come del resto desideriamo tornare noi. Le spoglie di mia madre le ho portate a Monte Ghiro una ventina d’anni fa. Lei mi raccontava che diversi polesani andarono sotto le mura del carcere dove era rinchiuso Nazario Sauro».
La comitiva si è trasferita al cimitero di Monte Ghiro. Nel punto centrale del campo più antico il coro maschile della “Lino Mariani” ha cantato due brani, il coro femminile altri due e quello misto altri due, concludendo con il Va, pensiero.
A seguire, le delegazioni hanno compiuto il tradizionale percorso memoriale a tappe tra le tombe più significative sul piano patriottico e affettivo: quella della famiglia Saccon, che raggruppa i resti di 26 vittime di Vergarolla, quella della medaglia d’oro al valor militare Riccardo Bombig, quella dei giovani consiglieri comunali Fortunato Dorigo, Antonio Sinsich e Mario Zanetti, deceduti nel periodo di internamento in Austria durante la Prima guerra mondiale, quella della madre del sindaco Tullio Canevari e quella dei familiari del vicesindaco Lucio Sidari. Infine, per il secondo anno consecutivo, si è reso omaggio al monumento composto da sei stele recanti i nomi degli antifascisti polesi morti nella guerra di liberazione (1941-45), nei campi di sterminio nazisti, nella guerra di Spagna (1936-39) o per mano degli squadristi (1920-23).
«Sono intervenuto anch’io – ha rammentato l’on. Radin – all’inaugurazione di questo monumento ai 500 e passa caduti antifascisti, per la maggior parte italiani. E’ un evento che gli esuli polesani siano di nuovo qui. Del resto le vittime sono vittime. Purtroppo non c’è il riscontro dall’altra parte, nel senso che siamo sempre noi a commemorare le une e le altre. Ma verrà il giorno in cui anche gli ex combattenti onoreranno gli infoibati. Devo chiedervi di avere ancora un po’ di pazienza: prima o poi ci sarà una croce a Vines o su un’altra foiba. Occorre dare riconoscimento a tutte le vittime della Seconda guerra mondiale, in quanto tutte hanno avuto un destino orrendo. Noi offriamo il nostro esempio e onoriamo queste, affinché anche l’altra parte lo faccia. Vivo per questo giorno».
L’assessore dell’LCPE Silvio Mazzaroli ha fatto presente che gli esuli da Pola sono venuti a sapere di questo monumento dopo che egli stesso con Paolo Radivo assistette il 17 settembre 2012 alla deposizione di corone che la Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti effettuò per la prima volta anche al cippo in memoria delle vittime di Vergarolla, insieme alla Regione Istriana e alla Città di Pola. «Nel vedere qui tutti questi nomi incisi – ha affermato – ebbi un senso di ribellione: perché solo il cippo di Vergarolla è anonimo e non dice nulla a nessuno salvo che a noi? Da ciò la mia proposta, che è stata accolta dalla Comunità degli Italiani e ora sta seguendo il suo iter. Abbiamo pazienza, ma siamo convinti che anche lì saranno messi i nomi».
«Faremo assieme in modo – ha concluso il console Cianfarani – che abbiano un luogo della memoria tutte le vittime innocenti della guerra, del nazionalismo e della barbarie. Speriamo che quei tempi siano davvero finiti».



Ricordati a Zara i bombardamenti
Venerdì 1° novembre nella galleria dell’Archivio di Stato di Zara si è inaugurata la mostra di fotografie e cartoline Zara prima del 02.11.1943, promossa dalla Comunità degli Italiani di Zara e dalla Fondazione “Rustia Traine” di Trieste. Fra il folto pubblico c’erano numerosi connazionali zaratini, autorità croate e le rappresentanze giunte dall’Italia della Congregazione di San Girolamo del Patriziato e della Nobiltà dalmata (con i manti e il labaro del Regno di Dalmazia) e dei Cavalieri di San Marco della Serenissima. La mostra, visitabile fino al 12 novembre, ha voluto far sapere agli odierni zaratini che, prima del 2 novembre 1943, esisteva una città signorile. In un anno i 54 bombardamenti anglo-americani rasero al suolo oltre l’80% degli edifici sterminando più di 2.000 abitanti.
«Questa – ha affermato il direttore dell’Archivio di Stato di Zara Ante Gverić – non fu né la prima, né l’ultima tragedia della Seconda guerra mondiale, ma di certo fu una delle più gravi. Oggi il nostro compito è di approfondire e diffondere la conoscenza dei monumenti e della storia di questa città. Il senso della mostra si compie quando viene visitata dalle giovani generazioni».
Renzo de’Vidovich, presidente della Fondazione, ha ricordato i secoli di pacifica convivenza prima nel Regno di Dalmazia, poi nella Repubblica di Venezia e fino al 1918 nell’Impero asburgico. «Ora che – ha detto – la Croazia è entrata nell’UE con l’appoggio degli esuli, siamo tutti cittadini europei e da domani cancelleremo i mali del passato per avviarci insieme verso un futuro più sicuro».
La mattina del 2 novembre, nel famedio dei caduti per l’Italia del cimitero di Zara, è stata deposta una corona d’alloro con un nastro tricolore recante la scritta «I Dalmati di Trieste ai Caduti sotto i bombardamenti» e con lo stemma del Regno di Dalmazia. Sono intervenuti il presidente della Congregazione di San Girolamo de’Vidovich e il presidente dei Cavalieri di San Marco Giuseppe Vianello. Il corteo aveva attraversato in processione il cimitero croato con manti e stendardi, accolto con rispetto dai molti zaratini di oggi presenti per rendere omaggio ai loro morti. Un sacerdote si è avvicinato invitandoli a venire nel pomeriggio nella sua chiesa della vicina Borgo Erizzo.
Nel pomeriggio le rappresentanze delle due congregazioni hanno visitato la Comunità degli Italiani e la Scuola Italiana dell’Infanzia “Pinocchio”, alle quali Giuseppe Vianello ha donato le riproduzioni dello stemma araldico dei Cavalieri di San Marco.
La mattina del 2 novembre, in un giardinetto condominiale del rione di Cereria, gli attivisti dell’associazione Dica Kalelarge (in dialetto croato = Bambini di Calle Larga) hanno affisso sul tronco di un albero una tabella con l’elenco delle 120 persone identificate fra i 154 civili morti il 2 novembre 1943 nel rifugio antiaereo che si trovava lì e che fu distrutto dalle bombe. Nella spaventosa carneficina perirono anche numerosi bambini e ragazzi nonché 10 militari tedeschi. Rimasero altresì feriti 260 civili, tra cui 5 marinai italiani. L’ing. Ferdinand Perinović ha letto un intervento commemorativo, mentre ai piedi dell’albero sono stati collocati dei lumini e una corona di fiori. La cerimonia ha avuto carattere privato senza l’intervento di autorità. Vi hanno assistito anche alcuni esuli zaratini che, in occasione della festività dei Defunti, si recano annualmente in gita-pellegrinaggio nella città natale per posare un fiore sulle tombe di parenti sepolti nel cimitero e che più tardi hanno assistito nella chiesa dello stesso a una messa in italiano, intonando infine il Va, pensiero. Ad inaugurare tali viaggi di gruppo fu nel lontano 1987 l’esule Ulisse Donati, scomparso, centenario, il 20 marzo scorso.


Iniziative comuni a Fiume
Nel pomeriggio del 4 novembre il console generale d’Italia Renato Cianfarani e l’on. Furio Radin si sono recati a Fiume per le cerimonie in onore dei Defunti, svoltesi come da tradizione nella cripta-ossario della chiesa di San Romualdo e Ognissanti a Cosala. Don Giuseppe Vossilla ha celebrato una messa di suffragio cantata dal coro dei Fedeli Fiumani. Vi hanno assistito anche le delegazioni del Libero Comune di Fiume in Esilio, guidata dal sindaco Guido Brazzoduro, e della Comunità degli Italiani, capeggiata dal presidente della Giunta esecutiva Roberto Palisca. Al termine Cianfarani ha detto che un grande Paese come l’Italia ha ricordato sempre e continuerà a ricordare anche in futuro quanti si sono sacrificati per la Patria. Radin ha sostenuto che bisogna ricordare il passato ma guardare al futuro. Sia Radin sia Brazzoduro si sono rallegrati degli ottimi rapporti tra esuli e “rimasti”.
La sera nella sede della CI è stata presentata l’edizione congiunta bifronte de “La Tore”, periodico dei connazionali fiumani, e de “La Voce dei Fiume”, organo dell’LCFE, dedicata all’Incontro mondiale “Sempre Fiumani” del giugno scorso.
Inoltre la mattina del 5 novembre l’esule fiumano Fulvio Mohoratz ha tenuto nell’Aula magna della Scuola Media Superiore Italiana della città una lezione sul dialetto fiumano.
Ultimo aggiornamento ( martedě 26 novembre 2013 )
 

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