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A TRIESTE IL SALONE DEL LIBRO DELL'ADRIATICO ORIENTALE

 A Trieste il Salone del libro dell’Adriatico orientale

LA BANCARELLA 

Si è svolta da giovedì 17 a martedì 22 ottobre nel palazzo del Tergesteo a Trieste l’edizione 2013 della Bancarella - Salone del libro dell’Adriatico orientale: sei intense giornate di presentazioni, conferenze, dibattiti, convegni, proiezioni e spettacoli con anche due o tre appuntamenti in contemporanea distribuiti fra la galleria centrale a croce, la sala ENEL e il primo piano della libreria Ubik. Materialmente impossibile dunque seguirli tutti. Anche quest’anno l’iniziativa è stata promossa e curata dal CDM - Centro di Documentazione Multimediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata. Mentre in libreria erano esposti i libri in vendita, quelli prodotti dalle varie organizzazioni degli esuli e cedibili dietro offerta erano collocati su dei tavolini insieme a dvd e giornali.

 


17 ottobre
All’inaugurazione, introdotta dal coro del Comitato provinciale dell’ANVGD diretto dal M° Giorgio Prasel, sono intervenuti il presidente del CDM Renzo Codarin, il vicesindaco Fabiana Martini, il vicepresidente di FederEsuli Lucio Toth, il rappresentante dell’Associazione Giuliani nel Mondo Pierluigi Sabatti, il cantautore-attore Simone Cristicchi, l’ideatrice e organizzatrice della “Bancarella” Rosanna Turcinovich Giuricin e l’esponente del Touring Club Italiano Marco Lombardi.
Il coro dell’Associazione delle Comunità Istriane, accompagnato al pianoforte dallo stesso M° Di Paoli oltre che da un violino, una viola e un violoncello, ha cantato alcuni brani tradizionali rovignesi e il classico Inno all’Istria.
Giovanni Radossi ha illustrato storia, caratteristiche e attività del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, di cui è direttore. Fra i volumi del CRSR, David Di Paoli Paulovich ha presentato il suo Così Rovigno canta e prega a Dio. Raoul Pupo ha evidenziato il valore del libro della storica triestina Gloria Nemec Nascita di una minoranza, del quale ha poi parlato la stessa autrice. Il direttore dell’IRCI Piero Delbello ha presentato Pietra su pietra, del compianto etnologo triestino Roberto Starec, edito da IRCI e CRSR. Giovanni Radossi ha infine ricordato la ristampa del Dizionario geografico dell’Alto Adige, del Trentino, della Venezia Giulia e della Dalmazia di Carlo Maranelli e il voluminoso studio di Raul Marsetič Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola (1846-1947).
Nel pomeriggio in galleria Lucio Toth ha presentato il suo romanzo Spiridione Lascarich alfiere della Serenissima. Quindi Arianna Boria ha intervistato Paolo Scandaletti riguardo al suo libro-biografico su Ottavio Missoni Una vita sul filo di lana. Era presente Rosita, la moglie-compagna del maestro che lo instradò nel mondo della moda. Poi Gianni Oliva ha parlato del suo libro L’Italia del silenzio. 8 settembre 1943; è intervenuto anche Stelio Spadaro. Infine Adriana Ivanov ha presentato alcune opere di argomento dalmata pubblicate nell’ultimo anno, in particolare la collana di Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici Chiudere il cerchio e l’ultimo romanzo di Enzo Bettiza La distrazione.
La sera sul palco il M° Carlo Maria Cordio ha accompagnato al pianoforte la giovane Lorenza Bohuny, di padre fiumano, nell’interpretazione di brani di Domenico Modugno.
Nella libreria Ubik Rossana Poletti ha discusso con Fabrizio Masi e Anja Čop dei loro libri L’Istria... da vedere, La Parenzana in bicicletta. Da Trieste a Parenzo lungo la ex linea ferroviaria e Trieste. Finestra sul mare Adriatico.
In sala ENEL nel pomeriggio Doretta Martinoli e Rita Cramer hanno presentato il libro in croato di Julijano Sokolić Povijest brodogradnje otoka Lošinja (Storia della cantieristica dell’isola di Lussino). Infine Carmen Palazzolo Debianchi, direttrice de “La nuova Voce Giuliana”, ha presentato la Pagina dei Giovani del quindicinale e i suoi due volumi editi dall’Associazione delle Comunità Istriane Le case dei giovani profughi e Noi del Sauro.

18 ottobre
Nel pomeriggio ha avuto luogo in galleria la giornata di studio sull’attività degli Istituti per la Storia del Movimento di Liberazione sulla didattica del confine orientale e del Giorno del Ricordo. Moderati da Raoul Pupo e Fabio Todero, diversi insegnanti hanno portato le rispettive esperienze e si sono confrontati su come creare una rete per una migliore divulgazione delle tematiche legate al 10 Febbraio. L’iniziativa è stata promossa dal CDM in collaborazione con l’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia.
La sera il CDM ha offerto lo spettacolo comico dialettale Un calicetto con Suppé, realizzato dall’Associazione Internazionale dell’Operetta del FVG. Interpreti l’attore-regista Maurizio Soldà (cui si devono testo e regia), il tenore Andrea Binetti e il soprano Marianna Panizzon, accompagnati al pianoforte da Antonella Costantini. La scena si svolge nell’Osteria al Pappagallo di Trieste, gestita da un oste di Cattaro e frequentata dal compositore spalatino Francesco di Suppé-Demelli (1819-1895), amante della tavola e della burla.
In sala ENEL la mattina il Circolo “Istria” ha presentato il proprio libro collettaneo Con Sanuto, Tommasini e Kandler. Rivedere l’Istria oggi e immaginare quella futura. Sono intervenuti Livio Dorigo, Gaetano Benčić e Biagio Mannino. Tutto il pomeriggio è stato invece riservato alla presentazione di alcuni degli ultimi libri della casa editrice EDIT di Fiume: Il fiore gelido, Ipotesi ed Ed ebbero la luna, di Alessandro Damiani, con Ezio Giuricin; Personaggi femminili nella narrativa di Fulvio Tomizza, a cura di Irene Visentini e Isabella Flego; Patacca globale, di Roberto Dobran; Itinerari istriani, di Romano Farina, a cura di Gianfranco Abrami e Mario Simonovich; Il cavallo di cartapesta e Tutte le poesie di Osvaldo Ramous, a cura di Gianna Mazzieri Sanković. Sono stati anche proiettati i promo dedicati a Laura Marchig, Alessandro Damiani per Ed ebbero la luna, Carla Rotta per Femminile singolare, Nelida Milani per Crinale estremo e Osvaldo Ramous per Il cavallo di cartapesta.
Nel pomeriggio in sala Ubik Rossana Poletti ha presentato il libro di David Di Paoli Paulovich Pedena. Storia e memorie dell’antica Diocesi istriana, con introduzione di Lorenzo Rovis. Italia Giacca ha introdotto il libro di Alessandro Cuk La questione giuliana nei documentari cinematografici. Guido Rumici ha parlato del volume collettaneo (del quale ha scritto l’introduzione) L’Esodo nei Ricordi dei Giuliano-Dalmati di Padova, a cura di Francesca Fantini D’Onofrio, Italia Giacca e Mario Grassi. Infine Silva Bon ha presentato il libro di Silvia Cuttin Ci sarebbe bastato; è intervenuta anche l’autrice.


19 ottobre
La mattina è stata appannaggio del Comitato provinciale dell’ANVGD di Roma. In Sala ENEL Eufemia Giuliana Budicin e Maria Grazia Chiappori hanno presentato, anche con il supporto di immagini, la mostra Dall’Adriatico al Tevere. A seguire, in galleria, Donatella Schürzel e la stessa Chiappori hanno parlato del loro prossimo volume Al tempo dei caffè.
Nel pomeriggio, in galleria, Francesca Angeleri ha trattato del suo libro In cibo veritas, con successive degustazioni. L’associazione Coordinamento Adriatico ha quindi presentato i due volumi Fenomenologia di una macro regione. E’ seguita, sempre a cura di Coordinamento Adriatico, una tavola rotonda moderata da Giuseppe de Vergottini con Giuseppe Parlato, Enrico Serventi Longhi e Marino Micich sulla politica adriatica di Gabriele d’Annunzio e l’impresa di Fiume.
La sera gli attori Maurizio Soldà e Miriam Monica hanno inscenato lo spettacolo Esuli in casa, scritto e diretto dallo stesso Soldà e prodotto dal Circolo Culturale Jacques Maritain.
In sala Ubik nel pomeriggio Severino Baf e Simone Vicki Peri della Famiglia Montonese hanno presentato Altri 4 passi per Montona. Roberto Spazzali ha parlato del suo libro Radio Venezia Giulia, Daniela Picamus del suo Pier Antonio Quarantotti Gambini. Lo scrittore e i suoi editori, e Giorgio Baroni degli Atti del Convegno sulla Letteratura istriana dell’esodo, tutti editi dall’IRCI. Infine la Comunità di Lussinpiccolo ha presentato quattro suoi volumi: Giuseppe Kaschmann signore delle scene, di Giusy Criscione, Le memorie di guerra di papà, di Antonio Budini, L’angelo di pietra, di Raoul Colombis, e Zarzuachi, di Mariuccia Dovi Rossetti.
In sala ENEL al pomeriggio Maria Ballarin ha presentato la sua imminente pubblicazione L’isola dalle soffici chiome smeraldine. Quindi Giorgio Varisco ha introdotto il libro di Alberto Rizzi I leoni di Venezia, del quale ha poi parlato lo stesso autore. E’ stato quindi proiettato il documentario di Cristina Mantis con Francesca Angeleri Magna Istria. Infine Carlo Cetteo Cipriani ha presentato le ultime pubblicazioni della Società Dalmata di Storia Patria di Roma: gli “Atti e Memorie” e Vincenzo Fasolo dalla Dalmazia a Roma.


20 ottobre
La mattina in galleria Lino Vivoda e Maria Rita Cosliani hanno illustrato le attività della Mailing List Histria. A seguire Davide Rossi e Giorgio Federico Siboni, di Coordinamento Adriatico, hanno presentato il libro di Ivone Cacciavillani Istria veneziana. Nel tardo pomeriggio Diego Redivo ha dialogato con Nino Benvenuti e Mauro Grimaldi, autori del libro L’isola che non c’è. Il mio esodo dall’Istria. Imponente l’afflusso di pubblico accorso ad ascoltare l’ex pugile di Isola d’Istria.
La sera l’attrice-cantante Marzia Postogna ha interpretato brani dialettali triestini e istriani, tra cui una “barcarola” inedita del compositore dignanese esule Luigi Donorà, 1947 di Sergio Endrigo e Vola colomba, inframmezzandoli con poesie di Biagio Marin. Alla chitarra Eduardo Contizanetti.
In sala ENEL la mattina Marino Micich e Guido Brazzoduro hanno presentato l’attività della Società di Studi Fiumani. A seguire il Libero Comune di Pola in Esilio ha illustrato le sue ultime pubblicazioni. Nello specifico: Argeo Benco “L’Arena di Pola” 1948-1960. Tredici anni di pagine scelte, Paolo Radivo i tre volumi contenenti le copie anastatiche de “L’Arena di Pola” 1945-47, e Tullio Canevari la tesina di Erica Cortese L’Esodo dimenticato nonché il volume Ierimo del Filzi.
Nel pomeriggio Maria Irene Cimmino ha fatto conoscere le attività dell’associazione culturale Irreale Narrativa Km 0. Quindi la Lega Nazionale ha presentato Gli ultimi martiri del Risorgimento, di Michele Pigliucci, La Lega Nazionale e i ragazzi del ’53, di Paolo Sardos Albertini e Piero Delbello, nonché Il terrore del popolo: storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito, di William Klinger. Sono intervenuti gli autori.
In sala Ubik nel pomeriggio Graziella Atzori ha presentato le poesie in italiano e dialetto di Graziella Gliubich Sernacchi, intervenuta anch’essa. Infine Simone Vicki Peri ed Ezio Barragino hanno presentato il libro di Loris Premuda Sanità e personaggi nell’Istria veneto-asburgica.

21 ottobre
La giornata in galleria ha avuto per tema la Prima guerra mondiale con interventi di Giuseppe Parlato, Ester Capuzzo, Giusy Ratti, Pietro Neglie ed Emilio Franzina. Nel tardo pomeriggio Stella Rasman e Patrizia Vascotto hanno presentato La Trieste di Tomizza. Itinerari.
La sera il Circolo culturale “Jacques Maritain” ha riproposto lo spettacolo Il vertice capovolto, scritto da Roberto Spazzali, diretto da Maurizio Soldà e interpretato da Elke Burul, Giulia Corrocher, Dragica Hrovatin, Elena De Cecco, Katia Monaco e Raffaella Cosimi.
In sala Ubik nel pomeriggio Andro Merkù è intervenuto alla presentazione del libro di Aljoša Curavić Istriagog.
In sala ENEL la mattina sono stati proiettati tre video realizzati dai programmi italiani di Tv Capodistria: Omaggio a Sergio Endrigo, Omaggio al cinema di Franco Giraldi e Omaggio al campione Nino Benvenuti. Al pomeriggio Stefano De Franceschi e Rosanna Turcinovich Giuricin hanno presentato il loro libro Una raffica all’improvviso. Navigando lungo le coste d’Istria e Quarnero e proiettato il video del loro viaggio da Trieste ad Arbe.

22 ottobre
In galleria la mattina Guido Brazzoduro e Fulvio Mohoratz hanno presentato il Dizionario Fiumano-Italiano Italiano-Fiumano, realizzato dal Libero Comune di Fiume in Esilio. A seguire il vicepresidente del Comitato ANVGD di Trieste Silvio Rovatti ha presentato il volume di Mauro Tonino Rossa Terra interloquendo con l’autore.
Al pomeriggio Pietro Spirito ha intervistato Mario Maffi sul suo libro 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe. Quindi Silva Bon e Dario Mattiussi hanno illustrato due volumi del Centro “Gasperini”: Testimoni della Shoah. La memoria dei salvati. Una storia del Nord Est e La luce dentro le tenebre. Storie di giusti e di salvati tra Venezia Giulia e Veneto orientale; Lucia German ne ha letto delle pagine, mentre Silva Bon ha intervistato alcune testimoni.
In libreria Ubik al pomeriggio Rossana Poletti ha introdotto il libro di Piero Fornasaro I farmacisti della Venezia Giulia dal 1861 al 1918. Primi elementi conoscitivi.


Simone Cristicchi all’inaugurazione
Giovedì 17 ottobre, all’inaugurazione della “Bancarella” in galleria Tergesteo, il presidente del CDM Renzo Codarin ha voluto ringraziare gli sponsor dell’iniziativa: la libreria Ubik, l’ENEL, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, il Comune di Trieste, la Fondazione CrTrieste e le Cooperative Operaie di Trieste, Istria e Friuli.
Il vicesindaco Fabiana Martini ha sottolineato come attraverso i libri si veicolino messaggi e si trasmetta la memoria.
Il vicepresidente di FederEsuli Lucio Toth ha affermato che la memoria va ravvivata quanto più ci si allontana da certi fatti, ma che non si può rimanere con l’animo fermo a questi. Ci sono tante cose da raccontare perché il patrimonio culturale dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia persiste e ai giovani non piace sentire solo recriminazioni, anche se poi alcuni fra questi si rivelano persino più fanatici di certi anziani. In loro va instillato l’amore per un’antica cultura, che non muore e che appartiene all’intero Paese.
Pierluigi Sabatti, dell’Associazione Giuliani nel Mondo, si è detto ammirato per l’ampia offerta culturale del programma.
Il compito di tagliare il nastro è spettato all’ospite d’onore, Simone Cristicchi, che ha poi riassunto genesi e significato di Magazzino 18, il suo “musical civile” in programma al Politeama “Rossetti” dal 22 al 27 ottobre (vedi pagine 8 e 9), in ordine al quale non erano ancora divampate le polemiche. «Sono partito – ha detto – dai silenzi, che ho riempito di parole. Casualmente, grazie a Piero Delbello, mi sono trovato in un luogo che Claudio Magris definirebbe di “silenzio oltraggioso”: il Magazzino 18 del Porto vecchio di Trieste, una specie di museo... suo malgrado. Quando ne sono uscito ero una persona diversa, consapevole di una storia dimenticata soprattutto nel resto d’Italia. Ne è derivata la canzone Magazzino 18, che avrei voluto presentare a Sanremo, ma che per ovvi motivi hanno ritenuto non adatta al pubblico italiano. L’ho comunque inserita nel mio Album di famiglia e ho ricevuto messaggi da tutto il mondo perché ho toccato un nervo scoperto. Ha fatto piacere a molti che un esterno racconti la loro vicenda. Trieste ha risposto in maniera eclatante: per la prima sono già esauriti da tempo tutti i 1.500 posti. In dicembre andremo in Istria grazie all’Università Popolare di Trieste. E in vista del 10 febbraio uscirà per Mondadori un mio libro con le storie di Magazzino 18. E’ molto probabile inoltre che dello spettacolo sia realizzata una versione televisiva, dopo che un capostruttura della Rai se n’è detto entusiasta. C’è poi il progetto Non dimentighemo, che intende raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto l’esodo». Il cantautore ha quindi proposto in anteprima la sua nuova commovente canzone Il cimitero degli oggetti (il testo è a pagina 8). Il pubblico ha risposto con un convinto e prolungato applauso.
La giornalista Rosanna Turcinovich Giuricin, ideatrice e organizzatrice della Bancarella, ha rilevato come questa edizione, cui partecipano intellettuali esuli e “rimasti”, sia dedicata a Ottavio Missoni. La locandina ufficiale ne riportava un disegno con l’anagramma del cognome «si.son.mi».
Giovanni Radossi ha illustrato caratteristiche e attività del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, di cui è direttore.
Marco Lombardi, del Touring Club Italiano, ha presentato la settima edizione del concorso nazionale Classe turistica - Festival del Turismo Scolastico (vedi pagina 13).

Salvare l’anima di un popolo: il canto
Nel presentare il suo libro Così Rovigno canta e prega a Dio la mattina del 17 ottobre in galleria, David Di Paoli Paulovich ha voluto fare un discorso più generale sull’importanza di preservare la tradizione canora sacra istriana.
«Le istituzioni o enti associativi deputati a salvaguardare la memoria istriana – ha detto – si sono spesso dimenticati di salvaguardare ciò che è veramente l’anima di un popolo: la parola in canto. L’anima di tante cittadine istriane muore ogni giorno con la progressiva e inesorabile scomparsa dei singoli parlanti e dei custodi delle tradizioni locali. Muore accompagnando nei cimiteri dell’Istria e dell’esilio gli anziani che conoscono i toni delle Litanie delle Rogazioni, che nessuno ha pensato di registrare e che, mai trascritti, sono giunti a loro nei secoli grazie alla diligenza degli avi. Muore venendo meno uno ad uno i cantori di chiesa esperti nelle officiature dei Defunti, i maestri, i sacrestani che intonavano anche a più voci le Lamentazioni di Geremia profeta, i sacerdoti che cantavano i Vangeli nei toni patriarchini, le pie donne che intonavano la salmodia antica dei Vesperi, diversa da chiesa a chiesa, gli organisti che spesso a memoria accompagnavano le funzioni. Tutti esemplari custodi di ciò che crea comunità viva nella spiritualità collettiva. Alla fine, potrà essere completa la snaturalizzazione di una terra, terra che oggi si vuole espressione per lo più di cultura consumistica: turistica, marinara e culinaria. No, non è questa l’Istria degli Istriani. Se lo è, lo è solo nei suoi tratti secondari, atti a modellarne la fisionomia meramente esteriore. L’Istria è fedele depositaria di civiltà antica, cattolica, che, come diceva il filosofo Benedetto Croce, trapassa ed avvolge anche la sua anima laica. Non si spiegano i tesori artistici delle città e delle chiese istriane se non come conseguenza di un’Alta Spiritualità tramandata nella voce e nel canto, in una parola sola nel Suono».
«La Costituzione conciliare del Vaticano II Gaudium et Spes – ha aggiunto l’autore – afferma che “l’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura”. Perciò l’iniziativa del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, centro meritorio aperto ad ogni manifestazione di grande cultura, è per noi segnale di speranza per l’immagine di un’Istria, quella autentica, che noi vogliamo conservare e tramandare ai posteri: un’Istria che conservava tradizioni plurisecolari giuntele dalla Chiesa Madre di Aquileia e poi dal Patriarcato Veneziano e da essa modellate secondo propria sensibilità, accresciute e intimamente vissute dalle varie comunità ed etnie in tutti gli strati sociali nel corso dei secoli fino agli eventi rovinosi della seconda guerra mondiale».
Di Paoli ha concluso con l’augurio di poter un giorno riascoltare le melodie anche all’interno delle liturgie oggi celebrate a Rovigno. «Esse – ha auspicato – non siano simbolo di divisione culturale fra le etnie che oggi abitano la penisola istriana, ma anzi di fratellanza nello spirito evangelico».

Ottavio Missoni: Una vita sul filo di lana
Non solo uno sportivo, un ideatore delle nuove tendenze della moda, un artista, un uomo simpatico e vero, ma anche un precursore del riavvicinamento tra esuli e rimasti dell’Adriatico orientale e tra i rispettivi popoli e Stati quando ciò non era di… moda. Tutto questo è stato Ottavio Missoni (1921-2013). Di lui si è parlato in galleria Tergesteo il 17 ottobre, lo stesso giorno in cui è giunta la notizia del ritrovamento del corpo del figlio Vittorio all’interno dell’aereo con il quale il 4 gennaio scorso era precipitato nelle acque di Los Roques in Venezuela.
La giornalista Arianna Boria ha definito Ottavio Missoni «l’uomo del made in Italy» e dell’autoironia, che ripeteva: «gli altri lavorano e io faccio il presidente», ma che dietro a un approccio disincantato nascondeva qualcosa di più radicato e profondo. Un uomo che ricavava i colori delle proprie produzioni da quelli della sua indimenticata Dalmazia.
Con lui e su di lui il giornalista Paolo Scandaletti ha scritto il libro-biografia Una vita sul filo di lana (Rizzoli 2011), frutto di oltre un anno di colloqui, sbobinamenti, prime stesure, integrazioni e limature. Ne è emerso il ritratto di un uomo poliedrico, che prediligeva la leggerezza e la semplicità senza essere superficiale, che amava e vendeva il bello e che insieme alla moglie Rosita in quanto «maestro del colore» ebbe più riconoscimenti all’estero che in Italia. Un uomo al quale però andrebbe riconosciuto anche un ruolo politico e di servizio poiché già nel 1994, da presidente del Libero Comune di Zara in Esilio, anticipò quello spirito di concordia che nel 2010 avrebbe portato al concerto di Riccardo Muti a Trieste con i presidenti italiano, sloveno e croato in piazza Unità. Egli capì che la contrapposizione non paga perché, se non ci si parla, non ci può intendere e non si possono fare passi avanti. In tal senso fu lungimirante artefice del futuro.
Lucio Toth ha ricordato l’amore di «Tai» per il mare e Rosanna Turcinovich Giuricin la sua capacità di tirare fuori il meglio dalle persone, di dar loro coraggio e di essere amato.
La vedova Rosita, cui Rosanna Turcinovich Giuricin ha donato il libro di Roberto Starec Pietra su pietra, ha fatto presente che, senza di lei, lui probabilmente non si sarebbe occupato di moda, ma avrebbe fatto altro.

Resistenza alibi per non pagare i conti
«La Resistenza fu opera di pochi ma venne usata dalla maggioranza come una foglia di fico, come un alibi per non fare i conti con il proprio passato, con il fascismo, per cancellare ciò che raccontava la sconfitta pagata solo dagli italiani del Nord-Est e in primis dagli infoibati». Lo ha dichiarato lo storico torinese Gianni Oliva presentando giovedì 17 ottobre in galleria il suo ultimo libro L’Italia del silenzio. 8 settembre 1943 (Mondadori 2013). «La Resistenza – ha aggiunto – fu un fenomeno sconosciuto al Sud, presente nell’Italia centrale solo fino all’estate 1944 e nel Nord fino all’aprile 1945 ma soprattutto nelle vallate, meno in pianura. Sull’amputazione di un pezzo d’Italia dopo la fine della guerra scese il silenzio di Stato per volontà dei partiti governativi, per interesse del PCI e per le pressioni internazionali a migliorare i rapporti con Tito in seguito al suo strappo con Mosca. Sempre per coprire le scomode prove della sconfitta si tacque sugli stupri ad opera di soldati marocchini nel Frosinate o sul degrado di Napoli durante l’amministrazione anglo-americana».
Secondo Oliva anche il Risorgimento fu una questione di pochi. «Servì – ha sostenuto – alla borghesia produttiva per creare un mercato nazionale in modo da poter essere competitiva con quella di altri Paesi europei già unificati come la Francia. Per viaggiare da Biella a Napoli infatti una merce doveva fermarsi a sei confini, pagare sei dazi e subire un conseguente sovrapprezzo del 30%, per giunta in una moneta diversa. Il mercato unico agevolò il decollo industriale. Quelle del Risorgimento furono guerre d’annessione. Il fatto stesso che il primo re d’Italia Vittorio Emanuele II avesse mantenuto la sua numerazione precedente dimostra la continuità della dinastia sabauda. Il “brigantaggio” fu in realtà una guerra civile con un numero di morti superiore a quello delle tre guerre d’Indipendenza. La legge Pica del 15 agosto 1863 istituì al Sud lo stato di polizia, per cui chiunque poteva essere arrestato se “in atteggiamento sospetto”». «L’Italia – ha concluso – si è dimostrata sia nel Risorgimento, sia dopo l’8 settembre, sia oggi il Paese dei voltagabbana, dei riciclati, dove manca la coerenza morale e il senso di responsabilità».

“La nuova Voce Giuliana” e i giovani
“La nuova Voce Giuliana”, organo dell’Associazione delle Comunità Istriane, raggiunge 3.700 destinatari, di cui 1.000 fuori d’Italia. E’ l’unico giornale della diaspora ad uscire con cadenza quindicinale, ha 8 pagine a colori e un formato praticamente identico a quello de “L’Arena di Pola”. Si occupa di vari argomenti. Sotto la nuova gestione avviata a fine giugno dal direttore Carmen Palazzolo Debianchi e dal caporedattore Alessandra Norbedo, da settembre ha cominciato ad ospitare una “Pagina dei giovani”. Finora vi hanno contribuito tre laureati triestini discendenti di esuli: Caterina Conti, Enrico Mazzotta e Michela Conrad. L’incontro svoltosi nel pomeriggio del 17 ottobre in Sala ENEL è servito a riflettere su come utilizzarla al meglio e a vantaggio di chi.
Secondo Caterina Conti, la pagina è ancora in fieri e l’importante sarà mantenere il rapporto coi lettori evitando di annoiarli. «Durante le cerimonie per il 70° della deportazione degli ebrei romani – ha rilevato – un giovane delle scuole ebraiche ha detto che oggi c’è un divieto di non parlare, di restare indifferenti. Tale divieto vale anche per noi. Dobbiamo riprendere ciò che ci è successo, anche se non ci riguarda direttamente, e guardarci intorno: non possiamo restare indifferenti agli sbarchi a Lampedusa e agli odierni campi profughi. Ai nostri nonni e genitori ci accomunano non la storia ma dei valori, che ci hanno insegnato e che ci restano: l’attaccamento al lavoro come necessità e strumento di crescita interiore, la capacità di ricrearsi, di coltivare rapporti con persone diverse. Questa pagina è un atto di fiducia nei nostri confronti. Lì dovremo saper rapportare il passato al presente ».
Secondo Enrico Mazzotta nella pagina dei giovani bisogna esprimere un punto di vista diverso e cercare un legame con un’altra generazione, più anziana, che ha vissuto una storia completamente diversa. L’obiettivo è di capirsi meglio. «Qualcuno – ha fatto presente – osserva beffardamente che le vecchie generazioni, malgrado un po’ di anni di guerra, hanno avuto lavoro e pensione, mentre le attuali non trovano lavoro e sono vittime di una guerra economica. Certo non si può paragonare la drammaticità dei due eventi, ma parlarne aiuta a capirsi meglio».
Michela Conrad ha osservato come l’identità si formi nella territorialità. Gli esuli, avendo perso la loro terra, sono entrati in crisi d’identità. E’ anche su questo che occorre lavorare, nella pagina dei giovani collegando l’esodo ad altri temi.
Carmen Palazzolo ha esortato a destinare la sede sociale ai giovani, magari in orario serale, per incontri e concerti.
Paolo Radivo ha suggerito di allacciare contatti con i discendenti di esuli e rimasti, informando poi sulla loro realtà.
Alessandra Norbedo ha giudicato difficile mantenere viva la “fiamma” senza i giovani. Bisogna fare qualsiasi cosa per attirare le nuove generazioni: sennò ci estingueremo da soli.
«Vi affidiamo – ha affermato l’ex presidente Lorenzo Rovis – la nostra identità da conservare, valorizzare e diffondere. I nostri giovani si sono perfettamente inseriti nei luoghi in cui vivono perché la nostra gente non si è ghettizzata, ha preferito soffrire piuttosto che recare danno e non si è contrapposta ad altri. Di queste qualità potrete fare tesoro».

Al tempo dei caffè
Donatella Schürzel e Maria Grazia Chiappori, del Comitato provinciale dell’ANVGD di Roma, stanno ultimando la stesura del libro Al tempo dei caffè, che tratterà di quel ricco e vivace mondo culturale rappresentato dai caffè, dai teatri, dalle associazioni, dalle riviste e dai giornali sorti a Trieste, a Fiume e in Istria tra l’800 e il primo ’900. Del risultato del loro lavoro hanno dato un primo assaggio la mattina di sabato 19 ottobre parlando in galleria Tergesteo.
Donatella Schürzel ha chiarito che i caffè triestini, diversamente da quelli veneziani, erano luoghi non solo di incontro e comunicazione, bensì anche di fermento irredentistico. Li frequentavano pure cittadini comuni animati da senso civico e patriottico. I più celebri erano il “Tommaseo”, il “San Marco” e lo “Stella Polare”.
Anche a Pola, dopo la sua erezione a principale porto militare della monarchia asburgica (1856), nacquero teatri, giornali e riviste. L’immaginario culturale era alimentato dalla tradizione mitologica e romana della città, anch’essa divenuta multi-lingue e multi-culturale. Vi affluirono intellettuali di rango internazionale come Joyce, che insegnò inglese alla scuola “Berlitz” (segno anche questo di grande modernità per l’epoca) e frequentò il caffè sottostante la casa dove abitava.
Nelle principali città istriane i caffè non furono luoghi frivoli, ma di fermento culturale, sociale e politico, dove si leggevano giornali e riviste. A Rovigno però a svolgere la funzione di luoghi di ritrovo e confabulazione erano le botteghe dei barbieri. Dappertutto furono istituite società sportive, in particolare di canottieri, che dietro una facciata innocua celavano una formazione e una propaganda politico-culturale di stampo irredentista. Numerose furono allora le riviste istriane, letterarie e non, spesso costrette a chiudere dalla censura.
Maria Grazia Chiappori ha rilevato che a Fiume il quadro era simile inizialmente a quello di Trieste, ma poi mutò. La città quarnerina, divenuta multietnica, multilingue e multireligiosa al pari di Trieste in seguito alla concessione del Porto franco nel 1719, conobbe un notevole sviluppo culturale dopo la fine dell’occupazione croata (1848-1861) e soprattutto durante i successivi 25 anni di amministrazione del podestà Giovanni Ciotta. Sorsero il Teatro “Verdi”, società filarmoniche e filodrammatiche, circoli letterari, giornali e riviste. Si incrementò la traduzione di testi letterari italiani in ungherese e di testi letterari ungheresi in italiano per una conoscenza reciproca. Ma la politica sempre più accentratrice ed etnocentrica di Budapest indusse una parte crescente degli italiani di Fiume, tradizionalmente autonomisti, ad orientarsi verso l’irredentismo. Il periodo dannunziano fu fervido di iniziative artistico-culturali spesso anti-convenzionali e all’avanguardia, dove anche le donne poterono esprimersi come mai prima.
Rispondendo a una domanda sulle conseguenze derivanti dall’istituzione del Giorno del Ricordo, le due autrici hanno constato l’attenzione delle istituzioni romane e del pubblico alle tematiche degli esuli e al lavoro di collaborazione con la minoranza italiana oltre confine. Si tratta ora di cogliere le opportunità offerte dall’ingresso della Croazia nell’UE.

…altri 4 passi per Montona…
Nel 60° anniversario della propria fondazione, avvenuta a Trieste nel 1953, la Famiglia Montonese ha dato alle stampe il volume fotografico …altri 4 passi per Montona…, realizzato con il contributo della legge 72/2001 e il patrocinio del CDM. E’ un’edizione riveduta e ampliata di 4 passi per Montona, uscito nel 2003 per il 50° e tanto apprezzato da andare rapidamente esaurito. Si tratta di un unicum, poiché non esistono analoghe pubblicazioni su questo splendido borgo dell’Istria centrale abbarbicato su un colle, abbandonato da quasi tutti i suoi abitanti con l’esodo e da allora caduto per decenni in un avvilente degrado anche a causa della scarsa immigrazione. Appena dagli anni ’90, dopo la rinascita del Comune soppresso durante la triste epoca jugoslava, è cominciato un lento recupero che sta riportando Montona agli antichi splendori. Della realizzazione del volume si sono occupate Silva Peri e Simone Vicki Michelle Peri, giovane presidente del sodalizio. I testi sono di Lia Cassano e Silvio Premuda, le foto di Paolo Alfieri, Silvio Premuda, Simone Vicki Peri e Airie Sasha Juvan. Dell’opera hanno parlato il 18 ottobre in sala Ubik la stessa Simone Peri e Severino Baf.
Gran parte delle circa 180 foto, con didascalie esplicative e citazioni letterarie, immortalano l’amena cittadina in vedute panoramiche o in particolari suggestivi, capaci di rendere la sua atmosfera sospesa e incantata, fuori dal tempo. Questa piccola San Gimignano, questo castello medievale di origine preromana, questa sentinella di Venezia che dal 1278 al 1797 ne presidiò i confini con i possedimenti asburgici aveva un tempo una doppia cinta muraria, di cui è rimasta solo quella interna, sette entrate rispetto alle tre attuali e molte più torri, poi demolite. Le pagine finali del libro sono dedicate ai villaggi del circondario, che presentano anch’essi edifici di valore architettonico e ambientale.
Il restauro del duomo partì negli anni ’90 con il generoso contributo di tanti soci della Famiglia Montonese, che si rivelò decisivo per salvare il tetto pericolante. Successivamente sono intervenuti il Comune e la Diocesi di Parenzo e Pola, mentre la Regione Veneto ha finanziato il restauro dei dipinti sul soffitto della navata centrale, dei muri, della cantoria e dell’organo. Restano invece penosamente abbandonate le chiesette di San Cipriano e della Madonna delle Porte, che contengono un prezioso patrimonio artistico meritevole di tutela. Un trittico ligneo della Madonna delle Porte è stato restaurato con l’apporto sempre della Regione Veneto, ma ora si trova presso la Diocesi di Parenzo. La stessa Regione ha inoltre lodevolmente finanziato il restauro delle mura urbiche.

Radio Venezia Giulia
Presentando il suo libro Radio Venezia Giulia nel pomeriggio del 18 ottobre in sala Ubik, lo storico Roberto Spazzali ha sottolineato i meriti dell’intellettuale pisinese-capodistriano Pier Antonio Quarantotti Gambini, che nel 1945, poco prima di iniziare a dirigere l’emittente clandestina, era stato epurato e ignominiosamente destituito dalla carica di direttore della Biblioteca Civica di Trieste per far posto a un ex squadrista. A nulla valse il fatto che avesse difeso il ricco patrimonio librario dell’ente dalla rapina nazista e avesse impedito la devastazione della bottega antiquaria dell’ebreo Umberto Saba.
Radio Venezia Giulia, segretamente creata e finanziata dal Governo De Gasperi, trasmetteva da Venezia in violazione dell’armistizio lungo e in barba alla censura della Commissione alleata di controllo, che non riuscì mai a individuarne gli studi e il trasmettitore. Fu tanto efficace e credibile quale organo di controinformazione (non di propaganda) da spaventare le autorità jugoslave, che adottarono contromisure drastiche per impedirne l’ascolto e poi istituirono come contraltare Radio Capodistria e Radio Trieste Libera. Dopo una partenza “artigianale”, Radio Venezia Giulia si raffinò e potenziò, dotandosi di un palinsesto fisso e di informatori capaci di riferire quotidianamente notizie attendibili sulla pesante realtà dell’Istria occupata. Il materiale veniva vagliato e, a seconda del contenuto, trasmesso nei notiziari o inviato alla Presidenza del Consiglio. Fondamentali per la nascita dell’emittente, cui collaborò il fior fiore del giornalismo radiofonico italiano, furono i diplomatici antifascisti Justo Giusti del Giardino e Massimo Casilli d’Aragona, con il contributo tecnico del futuro sindaco di Trieste Marcello Spaccini. Fino al 1949 il messaggio lanciato via etere a istriani, fiumani e dalmati fu: «Restate al vostro posto! Più siete e meglio sarà per tutti».
Dall’autunno 1947 l’emittente fu subordinata all’agenzia di informazioni (e spionaggio) ASTRA di Trieste in vista di una possibile vittoria social-comunista alle elezioni politiche nazionali del 18 aprile 1948. La presenza di una corposa redazione in una “terra di nessuno” sotto controllo anglo-americano come la Zona A del TLT venne concepita in funzione anti-comunista e filo-occidentale secondo la logica della guerra fredda. Un ultimo grosso sforzo finanziario a favore della radio venne profuso da Roma per favorire la vittoria dei partiti filo-italiani nelle elezioni amministrative del giugno 1949 in Zona A e per denunciare le elezioni-truffa dell’aprile 1950 in Zona B. Successivamente la Rai rilevò le frequenze ridimensionando la programmazione a una sola ora quotidiana.

Fenomenologia di una macro regione
L’associazione Coordinamento Adriatico ha presentato il 19 ottobre i due volumi collettanei Fenomenologia di una macro regione: il primo, incentrato sugli aspetti storici e storico-giuridici, a cura di Giuseppe de Vergottini, Davide Rossi e Giorgio Federico Siboni, il secondo inerente i percorsi economici e istituzionali di oggi, a cura di Giuseppe de Vergottini, Guglielmo Cevolin e Ivan Russo. Si tratta di un’opera molto corposa e complessa perché multidisciplinare. Quello di “macro regione” è un termine non tecnico che in sostanza significa una realtà comprendente più di una Regione ma meno di uno Stato. Dopo l’approvazione del regolamento sui Gruppi Europeo di Cooperazione Territoriale (GECT) si è lavorato alla nascita dell’Euroregione Adriatico-Ionica e all’Euroregione Alto-Adriatica. I GECT hanno personalità e autonomia giuridica, ma non potere pubblico di supremazia. In pratica non sono organi politici, poiché ricevono dagli Stati le attribuzioni che questi decidono di affidare loro. Nei territori transfrontalieri rappresentano una sfida alla crisi della democrazia rappresentativa.
Giorgio Tessarolo, consulente del Ministero dello Sviluppo Economico per le politiche di sviluppo e coesione territoriale, ha evidenziato come la programmazione comunitaria 2014-2020, e in particolare il futuro INTERREG Italia-Croazia, rappresenti un’opportunità da cogliere anche per le organizzazioni degli esuli, che potrebbero presentare progetti comuni con le Comunità degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, le scuole italiane, i Comuni e l’Unione Italiana. Gli ambiti di intervento sono vari: cultura, economia, ambiente, turismo… I bandi dovrebbero partire nella seconda metà del 2014. Ma saranno interessati i territori di tutte le province adriatiche italiane: pertanto la concorrenza sarà notevole. I progetti vincenti saranno quelli che, oltre a risultare utili, credibili e fattibili, presenteranno il maggior numero di co-promotori.
Giuseppe de Vergottini ha giudicato inevitabile l’avvicinamento tra Italia, Slovenia e Croazia in ambito UE. Compito delle organizzazioni degli esuli è di salvare l’identità e il patrimonio culturale italiano nell’Adriatico orientale.

Cosa resta dell’Impresa di Fiume?
Gabriele d’Annunzio fu il Giovanni Battista del fascismo? Se n’è discusso il 19 ottobre in galleria Tergesteo. Lo storico Giuseppe Parlato ha respinto questa immagine fuorviante. Certo: il vate visse dentro il fascismo, vi fu coinvolto, ma non può esserne considerato il precursore. Il fascismo prese da lui parte della ritualità e della retorica, ma solo sul piano folcloristico, svuotandole di quei contenuti autenticamente libertari che trovarono spazio durante l’impresa di Fiume. La Carta del Carnaro, redatta nel 1920 dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris (poi esule antifascista in Francia), prevedeva l’autogoverno delle categorie e il rispetto delle autonomie locali, mentre il fascismo introdusse un corporativismo anti-democratico e accentrò ulteriormente lo Stato. Del resto Mussolini prima sostenne e poi scaricò d’Annunzio, fino a sostenere Giolitti nel Natale di Sangue. Il Comandante tuttavia non può nemmeno essere definito antifascista.
Secondo lo storico Enrico Serventi Longhi, d’Annunzio era convinto, come altri, che le forme democratiche parlamentari fossero state superate dalla Prima guerra mondiale e che la società italiana richiedesse una rigenerazione, una redenzione complessiva. La sua idea di nazione era pulsante di energia, la sua idea di combattente attiva. Nell’Impresa fiumana ci fu uno scontro ideologico interno fra i nazionalisti, che volevano l’annessione pura e semplice al Regno d’Italia, e quanti invece erano anche disposti a rinunciarvi.
Ma cosa rimane oggi dell’esperimento dannunziano?
Secondo Serventi Longhi, il tema del lavoro, l’autogoverno delle categorie, ovvero il corporativismo libertario, il ruolo sociale della proprietà, la visione egualitaria della comunità. Tutti temi poi ripresi nell’Assemblea Costituente. L’ostilità alle plutocrazie è tuttora un fondamento dei movimenti anti-europeisti. Secondo Parlato, è rimasta la ricerca di un’alternativa sia al capitalismo sia al socialismo reale, tipica già della socialdemocrazia tedesca e dello stesso mondo cattolico, tradizionalmente favorevole al corporativismo, alla sussidiarietà e all’azionariato operaio. E per un pelo l’Assemblea Costituente non istituì la Camera delle Categorie.
Ma, secondo Parlato, l’Impresa di Fiume fu un insuccesso. D’Annunzio pensava che l’Italia sarebbe insorta dopo il 12 settembre 1919, che gli interventisti avrebbero solidarizzato con i legionari. Invece non successe nulla. Il problema fu allora come uscire da quel vicolo cieco. Ci vollero le cannonate.
Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani, ha sostenuto che d’Annunzio amò i fiumani e ne fu ricambiato, tanto che costoro non cedettero al blocco economico di Giolitti, che voleva prenderli per fame, e resistettero. Lo stesso Giolitti fece credere ai militari italiani chiamati a reprimere l’Impresa fiumana che i legionari parlavano slavo.

L’attività della Mailing List Histria
La mattina di domenica 20 ottobre Lino Vivoda e Maria Rita Cosliani hanno presentato l’attività della Mailing List Histria, di cui sono autentiche colonne portanti. Sorta nel 2000 per iniziativa di Axel Famiglini e Gianclaudio de Angelini, si è sviluppata come gruppo di discussione “virtuale” su internet tra esuli, “rimasti”, rispettivi discendenti e simpatizzanti. I suoi primi due raduni li ha tenuti in Italia (nel 2001 a Cesenatico, nel 2002 a Roma), i successivi sempre nell’Adriatico orientale: Pirano, Rovigno, Albona, Pola, Isola, Fiume, Capodistria, Sissano, Buie e nel 2013 Valle. Al confronto interno i “mailini” hanno affiancato prima una rassegna stampa quotidiana diffusa anche all’esterno e dal 2003 un concorso internazionale rivolto agli alunni delle scuole italiane di Slovenia e Croazia e dei corsi di italiano del Montenegro, che ha riscosso una partecipazione crescente coinvolgendo molti sodalizi di esuli. Grazie al contributo del CDM, i temi dei ragazzi partecipanti vengono ogni anno pubblicati su un libro. Nel 2008 è uscito inoltre il primo volume della collana di testimonianze Chiudere il cerchio, curata da Olinto Mileta Mattiuz e Guido Rumici.

Gli ultimi martiri del Risorgimento
Introducendo i due volumi editi dalla Lega Nazionale sui sanguinosi fatti di Trieste del novembre 1953, lo storico Diego Redivo ha voluto accostare quegli «ultimi martiri del Risorgimento italiano» ai caduti del rivoluzione ungherese del 1956 e della “Primavera di Praga” del 1968, «morti per la libertà dell’Europa e dell’Occidente».
Il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini ha riepilogato il percorso compiuto per ottenere dalla Repubblica Italiana la Medaglia d’oro al merito civile per i sei caduti del 5-6 novembre 1953, «testimoni dell’italianità di Trieste». Il loro sacrificio costituì «la necessaria premessa» perché nell’ottobre 1954 Trieste ritornasse all’Italia dopo 9 anni di occupazione militare anglo-americana, vissuta in un clima di incertezza e insicurezza. La richiesta fu avanzata nel 2003 al presidente Ciampi. «Le manifestazioni del 1952-54 svoltesi in tutta Italia per Trieste – ha detto Sardos – furono l’ultima occasione in cui si espresse quel senso della Patria che oggi trova spazio solo nel calcio. I caduti del 1953 furono pertanto anche gli ultimi testimoni dell’esistenza della Patria».
Nell’illustrare i contenuti del libro del giovane romano Michele Pigliucci Gli ultimi martiri del Risorgimento, l’altrettanto giovane Ivan Buttignoni ha smentito la tesi secondo cui gli incidenti del novembre 1953 furono inutili ai fini del passaggio della Zona A del TLT all’Italia. Il 3 novembre, nel 35° anniversario dell’arrivo dei Bersaglieri a Trieste, il sindaco Gianni Bartoli espose la bandiera italiana sul municipio, malgrado il divieto del GMA, sapendo di provocare con ciò gli angloamericani ma non prevedendo i successivi scontri. Il 5 novembre la Polizia Civile sparò indiscriminatamente contro la folla in piazza Sant’Antonio senza alcun motivo, uccidendo Piero Addobbati e Antonio Zavadil. Il giorno successivo sparò in piazza Unità uccidendo Francesco Paglia, Nardino Manzi, Erminio Bassa e Saverio Montano. Chi ne aveva interesse? Si sono fatte varie congetture. Il segretario del Partito Comunista della Zona A del TLT Vittorio Vidali affermò di sapere benissimo chi era stato e non si trattava di italiani. L’interrogativo rimane aperto. Le bande di Cavana assoldate da qualcuno per fomentare gli incidenti pretesero poi di essere compensate, ma Andreotti chiese chi le avesse ingaggiate. Fu un gioco fatto alle loro spalle e il tavolo di regia non era né a Trieste né a Roma. Di certo quegli incidenti contribuirono all’assegnazione della Zona A del TLT all’Italia e della Zona B alla Jugoslavia, come auspicato dal presidente del Consiglio Pella (che però ufficialmente rivendicava l’intero TLT) e dai britannici. I martiri di allora comunque furono sette, non sei, perché un altro morì l’anno dopo per i postumi delle manganellate della Polizia Civile subite il 4 novembre in piazza Ponterosso. Erano di varia età, orientamento politico e origine geografica. Molti furono i feriti sia tra i dimostranti che tra i poliziotti, con danni a veicoli della Polizia Civile, alla sede indipendentista e a quella del filo-titoista “Primorski dnevnik”.
William Klinger, autore de Il terrore del popolo: storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito, ha sottolineato la differenza tra il comunismo jugoslavo, che aveva riscoperto la patria sulla scia dello stalinismo, e quello italiano, rimasto su posizioni marxiste-leniniste classiche e dunque internazionaliste. Non a caso il più stalinista dei comunisti italiani, Vittorio Vidali, fu anche il più patriota. Se la tesi di Lenin era che il proletariato non ha patria perché il capitale non ha patria, quella di Stalin era invece che senza il patriottismo il comunismo non aveva speranza di vittoria. Ma tale riscoperta della patria mancò in Italia. Tito intese la Jugoslavia federativa e popolare come riedizione balcanica dell’Austria-Ungheria dove il partito comunista potesse “imperare” sulla divisione tra le nazionalità. L’autonomia conquistatasi sul campo da Tito come capo militare durante la guerra gli consentì nel 1948 di resistere alla pressione di Mosca. Per la mancata acquisizione di Trieste, la Slovenia, ideologicamente più fedele agli schemi nazional-comunisti staliniani, divenne l’unica Repubblica etnicamente omogenea e perciò poté sfilarsi facilmente dalla Federativa nel 1991.
Lorenzo Salimbeni, esponendo l’opera di Klinger, ha rammentato il ruolo di implacabile persecutore dei comunisti “eretici”, dei nazionalisti baschi e catalani e degli altri repubblicani svolto da Tito per conto di Stalin durante la guerra civile spagnola. L’OZNA, il cui primo nucleo si formò in Dalmazia ed Erzegovina per contrastare, insieme alla Wehrmacht (!), un eventuale sbarco inglese, fu un reparto d’élite, una struttura segreta repressiva istituita nel 1944 per controllare dall’interno il movimento partigiano e per “bonificare” da nemici reali o presunti le zone liberate, come avvenne in Serbia già nell’ottobre 1944 e quindi in Voivodina. L’OZNA si radicò anche in Italia, Albania e Grecia.
Sardos Albertini, che ha paragonato Tito a Francesco Giuseppe, ha reso noto che la Lega Nazionale parteciperà a una mostra sui crimini titoisti in programma a Belgrado.

1957. Un alpino alla scoperta delle foibe
Nel 1957 l’ufficiale degli Alpini Mario Maffi fu l’ultima persona a calarsi nelle foibe di Monrupino e Basovizza prima che venissero chiuse. Ma ciò era noto. Si ignorava invece che lo stesso Maffi nelle settimane successive sconfinò segretamente in Jugoslavia per ispezionare altre foibe e fotografarvi eventuali resti umani. Le sue rivelazioni sono emerse dopo 66 anni nel libro autobiografico 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe, pubblicato nel 2013 da Gaspari Editore con una prefazione di Gianni Oliva. Di questa sua sorprendente esperienza l’autore ha parlato il 22 ottobre davanti a un folto pubblico con l’ausilio del giornalista Pietro Spirito.
Nato nel 1933 a Cuneo, Maffi visse a Postumia dal Natale 1939 al giugno 1940, frequentando la prima elementare. Ma né allora né in seguito sentì parlare di foibe. O meglio: sapeva cosa fossero, perché anche nelle Alpi occidentali se ne trovano molte, però con un altro nome. Ciò che non sapeva è che al confine orientale furono utilizzate dai titini durante e al termine della Seconda guerra mondiale per gettarci dentro, occultandoli, migliaia di italiani: un sistema adottato in tutta la Jugoslavia per sbarazzarsi di numerosi avversari politici reali o potenziali del nascente regime nazional-comunista.
Maffi aveva fatto la Scuola Allievi Ufficiali Guastatori e pertanto era esperto di mine ed esplosivi. Inoltre praticava la speleologia e la fotografia. Nel 1957, a 24 anni, prestava servizio di leva a Merano. Un generale lo convocò prospettandogli una missione coperta da segreto militare che presentava un certo rischio. Per compierla serviva un soldato che sapesse muoversi in gruppo, avesse dimestichezza con la macchina fotografica e conoscesse gli esplosivi. In tutta Italia ce n’era solo due: Maffi e un collega in Sardegna. Aveva tempo per decidere fino all’indomani. Rispose di sì e, in vista del peggio, consegnò al cappellano militare una lettera per la madre e una per la fidanzata.
La prima tappa fu alla foiba di Monrupino, dove si calò con una fune assistito da un gruppo speleologico monfalconese. Era convinto di trovarvi armi, mine e residuati bellici. In fondo c’era un piccolo passaggio, che attraverso uno scivolo portava a un antro, dove vide costole, vertebre, teschi umani e il bottone di una divisa tedesca. Poco dopo questa prima sconvolgente esperienza, scese nel pozzo della ex miniera di Basovizza arrivando a 135 metri di profondità. Sulle pareti fotografò una specie di sapone viscoso nero-grigiastro con macchie bianche: era quanto rimaneva delle parti molli dei cadaveri decomposti. Sul fondo c’erano immondizie varie, tra cui un pezzo di bicicletta e scatole di cartone.
Risalito in superficie, il giovane ufficiale pensò di aver terminato la sua missione, di cui “Il Piccolo” diede conto. Invece cominciò proprio allora la parte segreta. Fu portato nuovamente a Monrupino e fatto vestire in borghese, gli furono consegnati documenti attestanti una falsa identità da cui risultava che svolgeva la professione di fotografo, gli fu data un’automobile civile e lo fecero alloggiare in un alberghetto di Trieste. Gli fu anche affidata una busta con all’interno ordini scritti da aprirsi solo all’ora X. Lì c’erano le coordinate geografiche da raggiungere, il percorso stradale da seguire, il numero di targa di una macchina da individuare, una parola d’ordine e una controparola d’ordine. Ai gestori dell’albergo fece credere che avrebbe dovuto fare un servizio fotografico notturno su Trieste. Invece per quattro notti nel giro di quindici giorni si recò in macchina sul Carso insieme a persone a lui sconosciute. Dei militari in tuta mimetica gliene diedero una da indossare e lo portarono oltre confine in luoghi che oggi non saprebbe ritrovare. Avevano un mitragliatore con il colpo in canna. Strisciando per terra raggiunsero l’imboccatura di una foiba dopo aver superato un’area circondata da filo spinato. Lui si calò all’interno con tre scalette d’alluminio e cavetti d’acciaio, ma due di queste gli furono sufficienti per arrivare sul fondo. Lì vide degli scheletri umani e una cassa toracica avvolta da filo spinato, segno evidente di tortura. In tutto ispezionò quattro foibe: tre con due-quattro scheletri, una con uno. La presenza, in un caso, di capelli molto lunghi dava ad intendere che si trattava di una donna. Giunto a Monfalcone, gli dissero che la sua missione era conclusa.
Maffi consegnò le fotografie e la relazione, che ora si troveranno in qualche archivio. L’8 febbraio 1958 si congedò e della cosa non parlò con nessuno, come gli avevano ordinato, neppure con la moglie. Gli restituirono solo le foto scattate nelle foibe di Monrupino e Basovizza, consigliandogli di non recarsi in Jugoslavia, perché non sarebbe stato molto gradito. Infatti, quando negli anni ’70 ci andò con i suoi familiari in vacanza con la roulotte, venne fermato al confine, dove dovette sostare per sei ore sotto il sole agostano. Poi gli riconsegnarono il passaporto e lo lasciarono proseguire. Nel frattempo cominciò a informarsi sulle foibe anche grazie ad alcuni amici di Trieste. Lo colpì molto l’elenco di mille nominativi di vittime stilato dalla ricercatrice slovena Nataša Nemec. Fra questi c’erano anche due cuneesi, tra cui il padre di una signora che le malelingue avevano insinuato essere fuggito con una panettiera.
Pietro Spirito ha definito il racconto di Maffi uno dei primi tasselli di una storia ancora non scritta: la storia militare del confine orientale.
Diego Redivo ha osservato che, subito dopo la guerra, gli anglo-americani scavarono nel pozzo della miniera di Basovizza asportando quanto vi trovarono, ma non ne svelarono mai il contenuto. Ecco perché Maffi non vi trovò resti umani.
Uno speleologo amico di Maffi ha aggiunto che gli anglo-americani seppellirono vicino all’imboccatura il materiale asportato. Nel 1959 la foiba venne sigillata con blocchi di cemento. Dal 1900 al 1908 era stata una miniera di carbone, che venne abbandonata dopo che due persone vi si erano suicidate.
Maffi ha chiarito che nel 1957 i tedeschi avevano cominciato a muoversi per sapere dov’erano finiti tanti loro soldati dispersi sul fronte jugoslavo ed avevano esercitato pressioni anche sul Ministero della Giustizia italiano.


L’azione di ricucitura
degli esuli fiumani
La mattina del 20 ottobre, in sala ENEL, Marino Micich, segretario generale della Società di Studi Fiumani e direttore dell’Archivio-Museo di Fiume in Roma, ha esposto l’attività degli esuli fiumani in questi 70 anni. I primi nuclei si formarono a Napoli e Roma già dopo l’8 settembre 1943 ad opera di alcuni ex regnicoli sfollati. Costoro cominciarono a collaborare col Regno del Sud e nel 1947 contribuirono alla nascita del Comitato Nazionale Venezia Giulia e Zara, che interagì con il CLN giuliano e poi confluì nell’ANVGD. Nel 1952, grazie alla generosità dell’ebreo fiumano Pietro Blayer, iniziò le pubblicazioni la rivista “Fiume”. Nel 1953 iniziarono i primi Raduni degli esuli fiumani in Italia. Nel 1960 fu ricostituita con intellettuali di valore la Società di Studi Fiumani, insediatasi dal 1963 nel Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma. Nel 1966 sorse il Libero Comune di Fiume in Esilio. Nel 1972 l’Archivio-Museo storico di Fiume, gestito dalla Società di Studi Fiumani, fu riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione come «sito di eccezionale interesse storico e artistico» e nel 2004 dalla legge sul Giorno del Ricordo come «sito di interesse storico nazionale». Comprende fra l’altro anche il fondo dell’esule rovignese-polese Giuseppe Nider, nonché foto e cartine di Pola.
Nel 1989, quando c’era ancora la Jugoslavia, una delegazione della Società di Studi Fiumani e dell’LCFE si recò dal sindaco di Fiume offrendo collaborazione culturale. Da allora iniziò anche una collaborazione sempre più intensa con la locale Comunità degli Italiani, con l’Unione Italiana, con l’EDIT e con le scuole italiane della città.
«Ci unisce – ha spiegato Micich – il comune ideale di fiumanità. Vogliamo fare in modo che la cultura fiumana non scompaia. Da parte croata e della minoranza italiana non abbiamo trovato un muro di gomma, ma spiragli dove fare breccia. I discendenti degli esuli devono essere stimolati, specie se residenti a Trapani o Roma. A loro non interessano i discorsi che finiscono nella nostalgia e nel ricordo. Dobbiamo agire affinché il futuro parli ancora di noi. Perciò dobbiamo fare massa critica negli studi storici e insegnare la cittadinanza europea agli slavi, con i quali il dialogo va proseguito. Peraltro a Fiume ha preso nuovamente piede da qualche tempo la vecchia anima autonomista, tradottasi anche in un partito».
La Società di Studi Storici Fiumani ha realizzato con l’Istituto Croato per la Storia uno studio bilingue sulle 670 Vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni nel periodo 1939-1947, pubblicato nel 2002 dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali italiano e presentato sia a Zagabria che a Roma: un fatto senza precedenti. Le uniche critiche, pretestuose, sono giunte dall’Accademia delle Scienze della Croazia, ancora in mano ad ex comunisti. La Società ha preso contatti persino con l’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti per recuperare i resti dei fiumani uccisi presso Castua il 3 maggio 1945. Inoltre ha sponsorizzato la traduzione in serbo del libro di Giampaolo Pansa I prigionieri del silenzio. Del resto gran parte del materiale storico d’archivio si trova in Serbia e con quel Paese è pertanto fondamentale allacciare rapporti. La collaborazione tra la Società e il Museo della Città di Fiume ha portato alla mostra sul fotografo e pittore fiumano Francesco Drenig allestita a Fiume tra il 10 ottobre e il 22 novembre di quest’anno, e per iniziativa spontanea del Museo è stata collocata sulla copertina del catalogo una foto che riporta il nome dell nave “Fiume”.
Altro tema spinoso e ancora irrisolto è la tutela delle tombe italiane, che va avanti con grande fatica. Recentemente, durante il restauro del Tempio votivo di Cosala, Onorcaduti ha fatto cancellare la scritta «Arditi», suscitando le proteste della Società di Studi Storici.
«In Italia – ha aggiunto Micich – ci siamo dimostrati un partner affidabile per il mondo della scuola e abbiamo partecipato ai Viaggi della Memoria promossi dal Comune di Roma. Il primo anno siamo stati anche a Fiume e a Pola: è stata una bellissima esperienza. Siamo stati anche ricevuti dal presidente della Regione Istriana Ivan Jakovčić, che ci ha parlato in italiano, mentre nei nostri incontri con il sindaco di Fiume c’è sempre un interprete. Inoltre Donatella Schürzel ha promosso il gemellaggio Rovigno-Roma, che sta andando avanti».
Il sindaco dell’LCFE Guido Brazzoduro ha descritto le tre linee guida seguite dal suo sodalizio negli ultimi anni: 1) l’attenzione agli esuli sparsi nel mondo; 2) l’impegno per far conoscere in Italia la storia dell’Adriatico orientale e le vicende degli esuli rompendo definitivamente la congiura del silenzio nelle scuole e nella società; 3) il dialogo con quella che ha definito «la nostra Fiume, in quanto siamo fratelli figli della stessa terra». Inizialmente si rese necessario un chiarimento con l’allora sindaco Slavko Linić, che rivendicava solo per sé la qualifica di sindaco. Brazzoduro gli rispose: «tu amministri la città, io quelli che sono andati via». Molto importante è stato il riconoscimento del valore della cultura italiana fatto dal presidente Ivo Josipović, diverso in ciò dal suo predecessore Stipe Mesić. Passi avanti sono stati compiuti anche sul fronte del restauro delle tombe italiane. Se infatti dapprima solo la Soprintendenza era sensibile al tema, da due anni in qua anche il Comune stanzia qualcosa.
Brazzoduro si è scusato per l’impossibilità di presenziare lo scorso giugno al Raduno degli Esuli polesi a Pola, vista la sovrapposizione con il riuscitissimo Incontro mondiale “Sempre Fiumani” a Fiume, realizzato d’intesa con la CI, il Consolato generale d’Italia e la Città di Fiume. «Ci siamo – ha detto – sentiti a casa nostra. La sfilata dei Bersaglieri in Corso e poi davanti al municipio ha toccato un po’ tutti. Il sindaco di Fiume è venuto nella sede della CI e ci ha chiesto se eravamo rimasti soddisfatti dell’esibizione. E’ questa forse un’esperienza da ripetere secondo la linea della gradualità, dei piccoli passi avanti, che valgono molto più di tante cose eclatanti». Brazzoduro ha infine ricordato di essere il depositario dell’archivio personale di Maria Pasquinelli, di cui era amico.

LCPE: presentate le ultime pubblicazioni
Il Libero Comune di Pola in Esilio ha presentato le sue ultime pubblicazioni la mattina del 20 ottobre in sala ENEL.

L’Arena di Pola”: Pagine scelte 1948-1960
Argeo Benco, attuale assessore ed ex sindaco dell’LCPE, ha esordito lodando le belle iniziative degli esuli fiumani appena esposte da Marino Micich e Guido Brazzoduro e spiegando che l’LCPE ha iniziato da oltre una decina d’anni un processo di riavvicinamento ai polesani “rimasti”, a partire dalle cerimonie comuni per le Vittime della strage di Vergarolla e per i Defunti, ed ha coltivato un rapporto positivo sia con la Comunità degli Italiani sia con la parte culturale della città, in particolar modo con l’Università e il Museo Archeologico dell’Istria. Tale collaborazione ha reso possibile nel 2012 il convegno a Pola sul prof. Mario Mirabella Roberti, con tre relatori italiani e tre croati, due dei quali hanno parlato in italiano. A breve il Museo ne pubblicherà gli atti in italiano e in croato con un riassunto in inglese. Il 18 agosto 2011 una trentina fra esuli e residenti, tra cui l’on. Furio Radin, si sono recati in pellegrinaggio alla foiba di Vines, su iniziativa di Francesco Tromba. Negli ultimi tre anni i Raduni hanno avuto luogo sempre a Pola riscuotendo un notevole successo di partecipazione. In tale ambito sono stati effettuati pellegrinaggi alle foibe di Terli e Surani d’intesa con l’Unione Italiana.
Il relatore ha precisato che il primo nucleo attivo di esuli polesi in Italia si formò nel 1952 a Novara e da allora si riunì ogni anno. Nel 1967 prese forma l’Unione del Comune di Pola, che nel 1995 fu costituita ufficialmente presso un notaio con il nome di Libero Comune di Pola in Esilio.
L’assessore Benco ha poi illustrato, valendosi di immagini e schede in PowerPoint, l’intera collana delle Pagine scelte de “L’Arena di Pola” dal 1948 al 2000, ovvero del periodo goriziano post-esodo, quando l’organo di stampa usciva a cadenza settimanale. L’opera, composta da quattro volumi per un totale di 731 pagine con alcune immagini originali in bianco e nero, è stata realizzata nell’arco di 9 anni. Lo scopo è quello di preservare e divulgare un patrimonio giornalistico di valenza sia storico-documentale sia affettiva, che permette di scoprire o riscoprire eventi, luoghi, tematiche, personaggi e autori di ieri. La collana, edita con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, è dedicata alla memoria di quanti hanno collaborato nel tempo con il giornale e vuol essere in particolare un omaggio a Pasquale De Simone, che lo diresse per oltre 50 anni fino al 2000 da Gorizia.
Il primo volume, di 184 pagine, comprendente i 20 anni dal 1981 al 2000, uscì nel 2004. Il secondo, di 190 pagine, che tratta i 10 anni dal 1971 al 1980, vide la luce nel 2008. Il terzo, di 175 pagine, relativo ai 10 anni dal 1961 al 1970, fu pubblicato nel 2011. Il quarto e ultimo, di 183 pagine, inerente i 13 anni dal 1948 al 1960, è andato in stampa nel 2013; distribuito ai soci-abbonati partecipanti all’ultimo Raduno, è stato di recente spedito per posta a tutti gli altri, oltre che a biblioteche, archivi e associazioni. Il primo volume fu curato dal compianto ammiraglio polese Guglielmo Belli, mentre gli ultimi tre sono a cura di Argeo Benco.
Si è compiuto un percorso a ritroso nel tempo cominciando dalle ultime annate, poiché all’inizio più facilmente reperibili per la Redazione, allora da poco trasferitasi a Trieste. In ognuna delle 2.575 “Arene” settimanali del periodo 1948-2000, per un totale di oltre 15.000 pagine, compare almeno un articolo interessante, ma purtroppo ragioni economiche non hanno consentito di riproporli tutti. Quelli selezionati, tra i più significativi, sono stati scansionati con un programma OCR e infine confrontati con gli originali onde evitare refusi. Gli argomenti che trattano sono i più vari.
Il quarto e più recente volume contiene 128 articoli scritti da 84 autori diversi. Di questi il 41% riguarda tradizioni e cultura locale, il 27% personaggi, il 17% eventi del dopoguerra e il 15% riferimenti storici e leggende. Fra il 1948 e il 1960 uscirono in tutto 662 numeri del settimanale. Hanno coadiuvato il curatore nella realizzazione dell’opera il figlio Enrico, la moglie Renata, l’allora direttore Silvio Mazzaroli, nonché gli allora assessori Salvatore Palermo e Graziella Cazzaniga.
Le annate del giornale dal 2000 in poi sono interamente scaricabili in pdf dal sito www.arenadipola.it.

“L’Arena di Pola” 1945-1947
Paolo Radivo, direttore de “L’Arena di Pola” e segretario dell’LCPE, ha illustrato i tre voluminosi e ponderosi tomi contenenti le riproduzioni anastatiche in carta patinata delle annate 1945-47 del giornale. Il primo va dal 29 luglio 1945 al 23 marzo 1946, il secondo dal 24 marzo al 20 novembre 1946, il terzo dal 21 novembre 1946 al 24 dicembre 1947.
L’impegnativa e costosa operazione, coordinata da Argeo Benco, è consistita nel raccogliere tutti i 591 numeri del giornale (131 del 1945, 307 del 1946 e 153 del 1947) conservati rispettivamente nella nostra Redazione (lascito dell’esule polese Tullio Gabrielli), nella Biblioteca Universitaria di Pola, nella Biblioteca Statale Isontina di Gorizia e nell’archivio del consigliere Lino Vivoda. Il giovane Andrea Battolla li ha fotografati con metodo professionale fornendone un’immagine nitida e ripulita. Alcune foto si devono poi a Luca Tedeschi. Del reperimento dei numeri presenti a Pola e a Gorizia si sono occupati rispettivamente Argeo Benco e la consigliera Maria Rita Cosliani. L’introduzione è di Silvio Mazzaroli, direttore dal gennaio 2003 al giugno 2013. L’opera, finanziata dal Governo italiano tramite la legge 72/2001, mette a disposizione del pubblico l’introvabile serie completa 1945-47, comprendente il periodo polese, il primo periodo triestino e gli inizi di quello goriziano. In tal modo si è voluto preservare un bene prezioso di valore storico-documentale.
Il giornale uscì: a Pola dal 29 luglio 1945 al 14 maggio 1947 dal martedì alla domenica su 2 pagine (salvo le edizioni a 4 pagine del 1° gennaio ’46, 1° maggio ’46 e 1° gennaio ’47); a Trieste dal 23 maggio al 31 luglio ’47 il lunedì, il mercoledì e il venerdì; a Gorizia dall’11 settembre ’47 come settimanale su 4 pagine (con il numero speciale del 24 dicembre su 8 pagine). Ebbe un formato di 5 colonne dal 29 luglio al 27 settembre ’45 e, con un progressivo ingrandimento, di 6 dal 28 settembre al 22 novembre ’45, e di 7 dal 23 novembre ’45 al 20 gennaio ’47. Fu quest’ultimo anche il periodo di maggior diffusione, con picchi di 7.000 copie vendute su oltre 30.000 abitanti. Dal 21 gennaio (con un’anticipazione il 14 gennaio) al 28 luglio ’47 si ridusse a 5 colonne su formato più piccolo. Il triste ridimensionamento anche di notizie dipese, oltre che da difficoltà tecniche, dalla contrazione sia delle copie vendute sia del personale per l’esodo in corso. Il numero speciale del 31 luglio tornò nuovamente su 7 colonne. Dall’11 settembre al 24 dicembre ’47 il settimanale uscì su 6 colonne. Per adeguare i formati variabili de “L’Arena” a quello dei tre volumi, alcune riproduzioni sono state rimpicciolite, altre ingrandite.
Il prezzo fu di 2 lire dal 29 luglio al 30 settembre 1945, 3 dal 2 ottobre ’45 al 5 marzo ’46, 4 dal 6 marzo al 14 novembre ’46, 5 dal 15 novembre ’46 al 14 maggio ’47, 6 dal 23-24 maggio al 4-5 giugno ’47, 8 dal 6-7 giugno al 28-29 luglio 1947, 10 il 31 luglio, 15 dall’11 settembre al 29 novembre ’47, 20 dal 6 al 14 dicembre ’47 e 30 il 24 dicembre ’47.
Il Comitato Cittadino Polese promosse la nascita del giornale attraverso una sottoscrizione popolare. Essendone il proprietario, ne designò il consiglio di amministrazione. Il primo numero uscì quando il Governo Militare Alleato non aveva ancora ultimato il passaggio dai “poteri popolari” all’amministrazione civile filo-italiana. Il CCP si trasformò l’11 agosto ’45 in Comitato di Liberazione Nazionale di Pola. Ne facevano parte Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano e Partito Socialista Italiano. Sotto la testata comparve fino al 9 febbraio ’47 la dicitura «Quotidiano democratico d’informazioni», dal 12 febbraio ’47 al 31 luglio ’47 «Bollettino d’informazioni del CLN» e dall’11 settembre ’47 al 24 dicembre «Settimanale del Movimento Istriano Revisionista».
Nel periodo polese la prima pagina presentava notizie di agenzia dall’Italia e dal mondo, quelle di maggior rilievo riguardanti Pola, nonché editoriali, commenti e proclami del CLN o dei partiti membri. La seconda pagina riportava sotto la dicitura All’ombra dell’Arena articoli di cronaca cittadina, appuntamenti, orari di cinema e teatri, elargizioni, compravendite, oggetti smarriti, pubblicità e varie. Eccetto i principali articoli titolati su più colonne, specie in seconda l’impaginazione era continua, a “tamburino”, per guadagnare spazio.
Direttore dall’agosto 1945 a fine gennaio 1947 fu il socialista Guido Miglia, giovane insegnante polese già ricercato dai nazi-fascisti per attività cospirativa, che impresse una linea editoriale democratica, antifascista, repubblicana e filo-operaia. Sfidò i titoisti sul loro stesso terreno per eroderne il consenso tra i ceti popolari. Si rivolse direttamente ai lavoratori smentendo che avrebbero potuto emanciparsi solo in Jugoslavia, dove un marxismo di facciata celava un aggressivo imperialismo, e cercò di convincerli che la nuova Italia avrebbe fornito loro tutti gli strumenti necessari al riscatto sociale.
La coraggiosa e intelligente politica della “mano tesa” verso i ceti popolari non sempre trovò il consenso dell’intero CLN. Miglia tuttavia non desistette e con il dialogo riuscì a fidelizzare all’“Arena” non pochi lettori proletari, favorendone il distacco dal movimento jugo-comunista o quantomeno una crisi di coscienza. Dopo i ripetuti ignominiosi attacchi de “Il Nostro Giornale”, per spaccare il fronte annessionista agevolò la nascita di una sezione polese del PCI, che tuttavia non aderì al CLN e non riuscì a calamitare molte adesioni.
Fino all’aprile 1946 “L’Arena” spalleggiò il Governo De Gasperi, giustificò la “Linea Wilson” (senza Zara e Fiume), rassicurò i lettori sull’esito delle trattative e appena dal 18 maggio, in sintonia col CLN e in difformità dal Governo ma quando ormai la partita era già chiusa, perorò il plebiscito come prima scelta con in subordine la Linea Wilson. Accusò con sempre maggiore frequenza i Quattro Grandi di mercanteggiare il destino dei popoli in barba al principio di autodeterminazione. Fino al luglio ’46 pubblicò spesso titoli a caratteri cubitali, sintomo di combattività e residua fiducia nel mantenimento di Pola all’Italia o almeno nella sua assegnazione al Territorio Libero di Trieste. Poi basta: la demoralizzazione crebbe di pari passo con i rimproveri alla debole politica governativa. L’ultimo titolo a tutta pagina fu quello successivo alla strage di Vergarolla. La mestizia e il disappunto presero il sopravvento in vista dell’esodo, considerato ormai inevitabile.
A fine gennaio subentrò quale direttore il democristiano dignanese Corrado Belci, che gestì il giornale nell’avvilente periodo dell’esodo e del trasferimento prima a Trieste e poi a Gorizia. Con lui cessarono gli attacchi al Governo, nel frattempo privatosi della componente social-comunista, ma non quelli ai titini e all’amministrazione anglo-americana.
Gli interessati ai tre volumi possono scriverci all’indirizzo Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo o telefonare allo 040 830294. Se abitano a Trieste o comunque vi si recano con facilità potranno prelevarli alla tipografia ArtGroup di via Malaspina 1 previo accordo, onde evitare la spedizione postale, costosa e difficile vista la voluminosità e pesantezza dell’opera. Queste le condizioni: 1) per biblioteche, archivi e istituti di ricerca gratis; 2) per soci-abbonati e ricercatori offerta libera; 3) per tutti gli altri offerta di almeno 60 euro o, in alternativa, di almeno 50 euro (20 per i tomi + 30 per l’abbonamento/iscrizione).

L’esodo dimenticato
Successivamente il sindaco dell’LCPE Tullio Canevari ha presentato il librettino-tesina (49 pagine) di Erica Cortese L’esodo dimenticato. “La guerra è la lezione della storia che i popoli non ricordano mai abbastanza”, allegato a “L’Arena di Pola” dell’ottobre 2010. Quando lo scrisse, la giovane genovese, nipote di esuli, aveva 18 anni e frequentava la V Liceo scientifico. Canevari ha definito il testo «molto documentato, completo e sentito», gustando in particolare il nostalgico commento finale riferito ai parenti esodati della ragazza: «Ma a Pola era un’altra vita!». Un apprezzamento che assomiglia a quello formulato dal nipotino dello stesso sindaco durante la sua prima visita alla città quando disse: «Pola è un posto magico». Il volumetto è scaricabile dal sito www.arenadipola.it alla voce “Inserti”. «Simili produzioni – ha affermato Canevari – sono utili perché servono a far conoscere correttamente le nostre tematiche al di fuori del nostro ristretto mondo».
Il sindaco ha poi ricordato il volume collettaneo Ierimo del Filzi (Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010, con 170 immagini d’epoca), cui ha contribuito quale ex studente del convitto “Fabio Filzi”, che dal 1948 a Grado e dal 1950 a Gorizia ospitò per anni tanti ragazzi profughi curandone in particolare l’attività sportiva, corale e teatrale e lasciando in loro un segno indelebile in termine di formazione ai valori.
Quanto agli esuli fiumani, Canevari ha dichiarato in tutta sincerità di provare una sana invidia per le cose che loro sono riusciti a fare mentre gli esuli polesi ancora no, come ad esempio farsi ricevere dal sindaco della propria città.

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( venerd́ 29 novembre 2013 )
 

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