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I nazisti deportano 30 civili da Gallignana di Lino Vivoda

I nazisti deportano 30 civili da Gallignana


In questo numero pubblichiamo un altro capitolo del libro di Lino Vivoda In Istria prima dell’esodo – Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013, al fine di ricostruire gli eventi successivi all’8 settembre 1943 in Istria. Narra del violento sopraggiungere a Gallignana dei nazisti, che dopo una sparatoria deportarono a Dachau una trentina di paesani.
Arrivano le SS

Al mattino del 5 ottobre all’improvviso echeggiò sinistro per il paese il tremendo urlo: «I Tedeschi! Njemski su tuka!». Tutti furono colti dal panico. Dopo notti e notti passate nei boschi e lungo i ruscelli all’addiaccio, ecco che improvvisamente tutte le precauzioni per nascondersi all’arrivo dei tedeschi erano saltate. Ora i tedeschi stavano arrivando all’improvviso e non c’era più tempo per fuggire nei boschi paventando la loro reazione per gli infoibamenti avvenuti a settembre.
Fu quindi un fuggi fuggi a precipizio lungo il declivio sotto la chiesa parrocchiale, nella vallata verso Pedena, che scendeva alla chiesetta di San Simon, alta su un cocuzzolo e meta di tante processioni propiziatorie. La fuga dalla parte posteriore del paese infatti era l’unica possibile dato l’arrivo sul davanti dei tedeschi provenienti da Pisino. Anche noi riuscimmo a raggiungere un grosso cespuglio sul declivio. Ci fu qualche scarica di fucileria dei tedeschi, fermatisi alla cappelletta sulla strada prima del paese, dalla quale partiva una carreggiata verso Scopliaco, contro le prime case del paese essendosi arrestati per saggiare qualche eventuale resistenza. Poi un lungo silenzio mentre i gruppi di paesani si nascondevano negli anfratti del terreno.
Tutto ad un tratto quattro cinque tedeschi si affacciarono sul muretto dietro la chiesa e incominciarono a sparare coi fucili sul terreno sottostante. Vedevo le pallottole rimbalzare sui sassi vicino a noi e mi accorsi della precarietà del riparo. Mamma mise in bocca a Lele una bottiglia di latte con il ciuccio per farla stare zitta, avendo incominciato a piangere. Attraverso il vetro bianco della bottiglia si vedeva chiaramente che il latte era cagliato, ma bisognava farla tacere subito per salvare tutti dagli spari. Causa quel latte “andà de mal” mia sorella, che all’epoca aveva appena otto mesi, ne risentì fisicamente per parecchi anni, ma il suo silenzio salvò noi tutti. Infatti un giovane più giù, vicino la chiesetta di Santo Stefano, che si era sporto dal terreno per indicare con il braccio i tedeschi sul ciglio della chiesa venne freddato da parecchi colpi di fucile. Noi appiattiti sul terreno ci sentivamo indifesi come i piccioni del tiro a segno.
Improvvisamente la sparatoria cessò e alta sul muretto dietro la chiesa apparve la tonaca nera del parroco con le braccia alzate al cielo. Don Mauro incominciò a gridare: «Venite subito in paese che i tedeschi vi danno solo mezz’ora di tempo. Ascoltatemi vi prego». Io pensai: avrà i fucili puntati e lo costringono a parlare. Perciò dissi a Papà: non ci muoviamo e aspettiamo un momento a vedere cosa succede agli altri che, alzatisi, incominciavano a risalire lentamente l’erta. Dopo un po’, visto che non succedeva niente di peggio, ci unimmo agli altri nella risalita. Entrammo nel paese dal varco nella cinta delle mura vicino al campanile di fianco al quale due soldati tedeschi si divertivano a sparare alla campane per sentire il balzo delle pallottole. Quando si girarono per guardarci vidi che sulla bustina avevano il macabro marchio delle SS: il teschio con le ossa incrociate. Proseguendo passammo accanto alla casa della Pierina Bazon che bruciava perché vi avevano trovato una bustina con la stella rossa, ed i soldati tedeschi impedivano che qualcuno salvasse l’asino, la capra ed il maiale coi quali avevo giocato parecchie volte.
Appena davanti la porta del paese ci separarono: papà col gruppo degli uomini e noialtri tutti raccolti in un altro gruppo più a lato verso i gradini di casa Martini.
Mentre aspettavamo tutti raggruppati e spauriti stringendoci per cercare riparo nel mucchio, vidi venire verso di noi un giovane ufficiale tedesco. Essendo, a Pola, un lettore del giornale bilingue “Signal”, pensai che senz’altro proveniva dall’organizzazione giovanile nazista Hitler-Jugend ed ebbi un lampo di genio. Facendo sfoggio delle poche parole tedesche che avevo imparato a Scoglio Olivi dai sommergibilisti della Kriegsmarine gridai: «Herr Offizier, ich bin ein Mussolini-Jugend und hier für Fliegeralarm in Pola». L’Ufficiale tedesco si fermò di scatto, mi squadrò e gridò: «Schnell zu Haus! Gehe Weg!», e con la mano mi fece segno di andarmene. Non me lo feci dire due volte, presi per mano Sergio e Daria e corsi nel centro del paese, seguito da Mamma con la Lelle in braccio, dove c’era la casa della santola, mamma di Romano, che abitavano in via Minerva a Pola, ritenuta più sicura perché dove abitavamo da zio Giacomo c’era un anziano ucciso sul pavimento. Dopo un po’ ci raggiunse Papà che aveva potuto esibire un documento del Cantiere Navale di Pola. Papà conosceva perfettamente il tedesco per aver fatto le scuole sotto l’Austria. Gli altri uomini, una trentina, finirono tutti a Dachau nel Lager ed a guerra finita ritornarono solo in quattro, tra i quali Poldo, il figlio di teta Elena, sorella di Nonna Catina, padre di due gemelli, maschio e femmina, coi quali giocavo sempre.
Passati alcuni giorni, i combattimenti erano finiti ed i tedeschi avevano occupato tutta l’Istria. Papà decise quindi di ritornare a Pola e lo accompagnai sino a Pisino a prendere il treno. Erano otto chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno. La strada la conoscevo bene perché l’avevo fatta più di una volta per andare a Pisino a comperarmi il giornale. Quando arrivammo al Dersei, la discesa verso Pisino, erano evidenti grandi chiazze di sangue a fianco della strada. Decine di giovani erano stati ammazzati dai tedeschi contro i quali avevano sparato con i fucili da caccia. Poveri ragazzi partigiani indottrinati al punto di non ragionare più sulle reali conseguenze di andare praticamente a mani nude contro i blindati delle SS. Un memoriale li ricorda oggi all’entrata del cimitero, mentre due croci di legno su due tumuli di terra anonimi accolgono i resti degli infoibati nel prato tra la chiesa ed il cimitero. Povera gente, entrambi i due gruppi, che ha pagato con la vita il peso di una guerra capitataci tra capo e collo! Povera Istria!
Finita la vendemmia ritornammo a Pola anche noi.
Lino Vivoda
Ultimo aggiornamento ( sabato 19 ottobre 2013 )