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La città sul fiume DI ULDERICO BERNARDI

I ricordi di Mons. Antonio Angeli e l’epopea
dei contadini veneti insediatisi presso Altura


Nel suo libro La città sul fiume Ulderico Bernardi racconta personaggi e vicende poco note della storia istriana nei loro rapporti con il Veneto di Terraferma
Dal libro del prof. Ulderico Bernardi La città sul fiume (editore Santi Quaranta, Treviso, 2002), riportiamo un capitolo riguardante i ricordi di Monsignor Antonio Angeli, esule da Pola nella cittadina di Oderzo in provincia di Treviso, e l’epopea dei contadini veneti insediati negli anni ’30 in un’azienda agricola presso Altura e poi costretti con l’Esodo ad abbandonare le terre da loro lavorate a dovere per una decina d’anni.


Le figure più eminenti tra i profughi erano due preti. Monsignor Chiavalon e Monsignor Antonio Angeli. Erano stati parroci, in Istria. L’uno a Dignano, l’altro a Pola. Quest’ultimo, nativo di Pirano d’Istria, era un uomo di grande cultura, con la sensibilità di un poeta e la tensione mistica d’un vero religioso. Un intellettuale, che aveva compiuto i suoi studi e ottenuto le lauree in filosofia e in scienze sociali. Insegnerà a lungo nel Collegio della città che lo accolse, l’uno gestito da preti e l’altro da suore, entrambi vanto della nostra città di Oderzo.
Anche all’aspetto si riconosceva lo svagato uomo di cultura. Sempre dietro ai suoi pensieri, e noncurante delle vanità. Al momento dell’esodo, Monsignor Angeli aveva poco più di cinquant’anni. La lunga veste nera non aveva nessuna ricercatezza, anzi, era lisa sul bordo delle tasche e lustra sulle spalle.
Aveva capelli pepe e sale, folti, che spuntavano dal tricorno col batuffolo serico sul colmo. Ma più spesso era a capo scoperto, come gli facesse piacere che il vento giocasse a scompigliargli la riga, restituendogli l’aria da ragazzo. Sul volto scarno, un’ombra permanente di malinconia.
La domenica faceva bellissime prediche alla messa grande delle undici, in duomo. Venivano anche da fuori per il sentimento che metteva nel commentare le sacre scritture. C’era chi ne aveva fatto il suo padre spirituale, tanto era paziente e caritatevole nell’accogliere le confessioni.
Gli piaceva parlare, e raccontare di Pola, città romana come questa dove era venuto a stare. Solo che la sua si raccoglieva attorno a un’arena di pietra d’Istria grande come quella di Verona.
Quando poteva avere un gruppo di studentelli attorno era contento. Maestro per vocazione, fabulatore e poeta, discorreva di cose serie, ma anche di fatti quotidiani.
Aveva una forza nel narrare, che rendeva la scena colorita e sapida di umori. Fino a farci percepire sapori, fragranze e personaggi come vivi. Raccontava del bosco Siana, dove Pola respirava il verde, ma anche del mare dello stesso colore, dei pescatori che sbarcavano le loro casse e magari cucinavano direttamente sul molo un braciere di sardelle da accompagnare col vino rosso. Diceva cose di infinita tristezza, perché un cristiano, un religioso poi, non può odiare nessuno. Si schermiva se qualcuno aveva parole di ammirazione per la sua scienza e la sua capacità di perdono. Citava un brano dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cimbalo che tintinna». La carità, diceva, è l’essenza stessa di Dio. Praticandola si dà adempimento alla sua Legge. Tutta intera. Ch’è il summum bonum, il bene supremo.  Un’altra citazione gli era cara e frequente nei suoi ammaestramenti. Sempre da Paolo, nella lettera ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».
Ma come spiegare gli orrori delle foibe, dopo il ribaltón del ’43, quando una prima vampata di rancore aveva avvolto la città con la calata dei partigiani jugoslavi. Anca òmini nostri, aggiungeva con mestizia.
Poi l’arrivo del Governo Militare Alleato alla fine della guerra, che aveva fatto di Pola un’enclave, non riconosciuta all’Italia ma quanto meno sottratta al dominio di Tito. Come Trieste. La speranza di restare italiani era concreta, e alimentava manifestazioni quotidiane, tra lo sventolio dei tricolori che spesso si trovavano a sfidare altri cortei, con la stella rossa sulle bandiere. E quella domenica di agosto del ’46, piena di sole, di voglia di mare, di voci allegre. Quando i polesani avevano steso le tovaglie sull’erba della pineta di Vergarolla, per stare in compagnia guardando i nuotatori impegnati in gare festose. Alle due del pomeriggio, sull’allegria delle brigate erano esplose 28 mine da marina.
Non si sa come, ma il deposito di residuati bellici saltato in aria aggiungeva altri 65 morti e quasi altrettanti feriti al conto del terrore.
C’era il sospetto di una strategia truce, mirata a far fuggire tutti gli italiani. Monsignore intristiva raccontando del lutto cittadino, del lungo corteo, preceduto da cento corone di fiori, nel rumore sordo degli autocarri alleati, colmi di bare. Pola restava in attesa che i vincitori decidessero del suo destino. L’amministrazione militare alleata durò meno di due anni. Tutt’attorno, nella periferia c’erano gli slavi, a puntare la preda.
Infine fu l’esodo, nella neve di quel febbraio 1947, dopo che il trattato di pace aveva sancito per le terre istriane, Fiume con le isole quarnerine, e Zara la fine d’ogni speranza di restare italiane.
La nave “Toscana”, col suo unico fumaiolo sbuffante, per undici volte coprì la rotta tra Pola e Venezia, tra Pola e Ancona, caricando più di sedicimila profughi, con le loro masserizie. Altri se n’erano già andati, anche per via di terra. Dopo l’ultimo trasporto della nave, il 20 di marzo, la città fu come morta, svuotata e muta. Il piroscafo militarizzato aveva accolto vivi e morti, come le salme di Nazario Sauro e altri marinai che furono affidate «alla materna pietà di Venezia», come dice la lapide murata nell’atrio municipale dell’antica capitale lagunare, «perché siano serbate al dì del ritorno». Monsignore alzava in alto le mani, con gesti lenti, quasi a invocare la misericordia di Dio sui morti, su chi era partito, sulla città estraniata a se stessa. Mai una parola di rancore per quei pochi che avevano scelto di rimanere. Né di apprezzamento per quell’unico episodio di sangue che un’italiana, fiorentina trapiantata a Pola, aveva compiuto in città il giorno stesso della firma a Parigi del documento con cui i Quattro Grandi imponevano, e l’Italia accettava sia pure con riserva, la cessione dell’Istria, del Quarnero e di Zara all’Armata popolare jugoslava.
Maria Pasquinelli, maestra elementare, aveva trentaquattro anni, quando gli eventi precipitarono. Era stata infermiera volontaria in Africa, aveva vissuto con passione l’intera guerra, insegnando nelle scuole italiane in Dalmazia.
Le stragi partigiane a Spalato, consumate a guerra finita sui militari italiani, buttando nel mucchio anche civili come il provveditore agli studi e il preside del ginnasio locale, l’avevano lasciata sgomenta.
Ma non le avevano impedito di raccogliere e comporre le salme di oltre cento vittime. In quel mattino del 10 febbraio 1947, Maria Pasquinelli scaricò tre colpi di pistola sul comandante inglese del presidio alleato di Pola. Il generale De Winton aveva solo qualche anno più di lei. Trentotto anni, la moglie e un bimbo di due mesi. Morì all’istante. Colpevole, come tantissimi altri in quell’epoca tragica, d’essere simbolo di qualcosa di odiato dagli uni, dagli altri o da chissà quanti ancora.
C’erano episodi che Monsignore raccontava allargando gli occhi, mentre piegava la bocca in uno stupore doloroso, scuotendo la testa.
Tra questi, la storia in gran parte sconosciuta degli operai italiani arrivati dall’Italia quando istriani e fiumani se n’erano andati, come già avevano fatto i dalmati zaratini. Comunisti fanatici, poveri disgraziati, aggiungeva subito, che poi avevano finito col pagare un prezzo umanamente esoso per la loro scelta. Quando nel 1948 Tito ruppe con Stalin, questi compagni immigrati vennero accusati d’essere dalla parte del Cominform, cioè della Russia sovietica. Rispediti in Italia, nel migliore dei casi, col carico di un’illusione distrutta, e il peso del disprezzo di chi li aveva comunque riaccolti. Non pochi, i più attivi nella politica, finirono invece per qualche anno a Goli Otok, l’Isola Calva, chiamata così perché la parte rivolta alla costa dalmata è rapata a zero dalla bora, sul canale della Morlacca, a un braccio di mare da Arbe. Nei giorni tersi si poteva indovinare all’orizzonte l’altra sponda adriatica, l’Italia. Come spiegava monsignore, non erano stati pochi quanti avevano deciso di sostituirsi agli operai e ai tecnici di lingua e cultura italiana che avevano lasciato i cantieri per l’esodo.
Più di duemila persone, tra operai e familiari, erano passati dall’altra parte, muovendosi in senso contrario agli esuli. In maggioranza provenivano da Monfalcone, dove i cantieri e le officine erano ancora devastate dalla guerra. Ma a loro s’erano uniti anche triestini, goriziani e friulani. Anche qualcuno implicato in fatti di sangue del periodo partigiano, quando italiani, partigiani, di diverso orientamento politico erano stati ammazzati da quanti volevano l’annessione di queste terre orientali, con Trieste, alla Jugoslavia comunista.
Non era mancato, tra questi esodanti a rovescio, qualche intellettuale d’altre parti d’Italia, convinto di concorrere a edificare il socialismo sulle sponde adriatiche, abbandonate dagli autoctoni, spesso bollati in blocco come “reazionari”, “borghesi”, o sbrigativamente “fascisti”.
Gli entusiasti di Tito s’insediarono a Fiume, a Pola, a Capodistria, dove c’era bisogno di manodopera specializzata, e di tenere in vita i centri culturali degli italiani immiseriti a minoranza sempre meno tollerata.
Case, fabbriche, campagne avevano cominciato a svuotarsi in tempi diversi. Prima le città, poi i paesi. Zara, già dopo i pesantissimi bombardamenti del 1943, Fiume dal 1946, Pola alla conclusione dei venti mesi di Governo Militare Alleato. Al momento delle opzioni del 1948, e ancora, con la cancellazione della zona A e della zona B del mai nato Territorio Libero di Trieste, nel ’54, avevano lasciato i territori già di sovranità italiana in centinaia di migliaia. In senso contrario avevano deciso quelli che erano definiti in blocco i “monfalconesi”.
Per la verità, alcuni venivano perfino da Milano e dalla Toscana. Laureati e professori mandati dal partito comunista italiano per sostituire gli insegnanti dell’esodo. Tutti loro, operai, tecnici, intellettuali, erano sollecitati dal progetto titino di costituire nei territori compresi tra l’Isonzo e il Quarnero la settima repubblica popolare nella Federativa Jugoslava. Con città come Trieste e Gorizia, la Venezia Giulia, comprendente l’Istria e Fiume, avrebbe così rappresentato la vetrina socialista italiana affacciata su una penisola in mano a reazionari e capitalisti.
La tensione politica era allora ai massimi, tra cortei di disoccupati e scontri tra fazioni opposte. Il controesodo, avviato nei primi mesi del 1947, quando Pola era ormai perduta, dava ai nuovi arrivati la possibilità di scegliersi con larghezza alloggi nei centri cittadini, e posti di lavoro nelle aziende in affannosa ricerca di manodopera qualificata. Accolti con entusiasmo dal potere popolare, per l’esperienza industriale che recavano, non altrettanto lo erano in quanto italiani.
In fondo, pur nella condivisione degli ideali politici, restava la vecchia  rugginosa diffidenza etnica. I sopravvenuti avvertivano questa cortina che li andava avvolgendo, fino a spengere, ogni giorno un po’, la fiamma rossa degli entusiasmi che li avevano spinti a varcare una frontiera sempre più definitiva e ferrigna.
La catarsi si compì al momento della sconfessione di Tito da parte di Stalin. Fu lo scontro. Fatale, tra chi era accorso in Jugoslavia nel nome dell’internazionalismo proletario e il potere accusato dai cominformisti di depravazione nazionalista. Contro “la cricca di Tito”, coperta d’ogni sorta di insulti e messa al bando dai partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, i “monfalconesi” giunsero a organizzare cortei accesamente accusatori, al canto dell’Internazionale, alzando ritratti del baffuto Padre dei Popoli Giuseppe Stalin. Seguì la repressione, dura e implacabile. Espulsioni, assegnazione ai lavori forzati nelle miniere bosniache, carcere.
Tra la fine del ’49 e i primi mesi del 1951 tutti erano ritornati in Italia o aspettavano di poterci tornare una volta usciti dalle prigioni. Più poveri e umiliati di prima.
Monsignor Antonio Angeli passò a miglior vita, con Pola e i suoi paesi sempre in cuore, in una stanza dell’ospedale di Oderzo nel 1971. Gli teneva la mano in quell’ultimo sospiro il vecchio compagno di studi Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste, che lo aveva raggiunto e salutato nella sua cara lingua nativa: «Tonìn, xé rivà quel momento tanto belo!».
Sono tante le storie dell’esodo. Forse la meno nota è quella di alcune famiglie venete. Erano “i regnicoli”, immigrati fra il 1934 e il 1937 nelle terre bonificate dall’Opera Nazionale Combattenti alle spalle di Pola.
Subito dopo la grande guerra, c’era il problema di sistemare milioni di reduci dai campi di battaglia. Aleggiava nell’aria una vaga promessa: un conflitto tanto sanguinoso, che aveva decimato la gioventù richiamando perfino i ragazzi della classe 1899 per buttarli nelle trincee del Piave, avrebbe comportato generose attenzioni sociali per chi aveva combattuto.
Specie per gli uomini contadini, la maggioranza. Aiutandoli a diventare proprietari della terra che lavoravano. E acquisendo nuove terre da destinare a loro. Per gestire questi problemi fu costituita, fin dal dicembre 1917, l’Opera Nazionale Combattenti, ente bonificatore con lo scopo di promuovere la piccola proprietà contadina, e farne la protagonista di una progressiva conquista dell’autonomia alimentare del Paese. Per questo si sperimentavano nuove sementi selezionate di frumento: Ardito, Mentana, Tòdaro, Frassineto. Mais, grano, bietole, tabacco e vigna, dov’erano acquitrini e zanzare da malaria. Nel Veneto, che fino al dopoguerra comprendeva la provincia di Udine, tra le due guerre avevano arricchito l’agricoltura di oltre 650.000 ettari di buona terra: 142.000 nella Terraferma veneziana, 172.000 nel basso Friuli, 141.000 in Polesine, 123.000 nella Bassa padovana. Vicino a noi il Palù delle Sette Sorelle era diventato una distesa di campi, con case poderali e paesi nuovi: Sindacale, San Giorgio, Sant’Alò, San Stino di Livenza, Torre di Mosto, San Donà, Meolo avevano ricevuto nuova vita. Molti genitori mandavano i loro ragazzi alle scuole e nei collegi della mia piccola città, che ancora una volta veniva a svolgere il suo ruolo di capoluogo naturale.
Anche l’Istria, entrata a farne parte del Regno d’Italia dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria, fu interessata alle bonifiche. Nel bacino dell’Arsa, in fondo alla penisola, interessarono 5.600 ettari. Nel comprensorio del Quieto, il piccolo fiume che disegna la sua valle ai piedi dei colli dove sorgono Grisignana e Portole da un lato, e Montona dall’altro, lambendo il bosco San Marco, prezioso patrimonio della Serenissima, furono conquistati alle colture altri 4.000 ettari.
L’azienda agricola di Altura, non distante da Pola, contava oltre 550 ettari di terra risanata con lavori di scavo, tracciatura di canali e costruzione di centrali di pompaggio, di case e di strade poderali.
Per queste terre, come altrove, l’Opera sollecitava il trasferimento di famiglie contadine dalle regioni più popolose.
Braccio operativo dell’ente era il Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione, incaricato di selezionare i nuclei familiari da trasferire, dando la preferenza alle zone ad alta pressione demografica (Pianura Padana) in base alla decisione espressa il 25 maggio 1930 dal Gran Consiglio del Fascismo.
La circolare del Commissariato precisava ancora che «le famiglie da trasferirsi, sia per numero di componenti e per la forza e per la capacità lavorativa, come per le condizioni sanitarie e la moralità, dovevano rispondere ad alcune norme precise e rigorose che il Commissariato aveva fatto risultare in appositi moduli». In base a tali istruzioni, gli Uffici di Collocamento e i Sindacati Agricoli delle province prescelte dovevano preparare una specie di censimento delle famiglie disposte a migrare.
La selezione dei coloni veneti, specialmente in un primo tempo, quando non erano ancora ben comprese e valutate dalle autorità locali le condizioni richieste, era stata preceduta da indagini assai vaste, faticose e minuziose, condotte da parte dei funzionari del Commissariato. Basti pensare che nel primo anno i funzionari sanitari e tecnici del Commissariato dovettero prendere in esame 4.000 domande di coloni delle province di Venezia, Treviso, Udine, Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Brescia e successivamente passare alla visita particolareggiata di quasi 20.000 componenti delle 1.820 famiglie rimaste selezionate dopo il primo esame. Per scegliere infine tra essi i 4.910 componenti delle 466 famiglie idonee; famiglie che furono trasferite nelle prime case coloniche sorte intorno a Littoria.
Gli stessi criteri vennero seguiti anche nei confronti di coloro che vennero indirizzati ad altre province. Con generale apprezzamento si guardava alle famiglie venete, «che circondano di fiori le loro comode case coloniche, che popolano i fossati di oche e di anitre e i cortili di galline, di tacchini e di conigli».
I coloni che si trasferivano sui nuovi fondi potevano riscattarli negli anni a venire pagando all’Opera un canone non esoso.
Quando in Italia s’impose il regime fascista, ebbe subito un occhio di riguardo per i contadini romagnoli, emiliani, friulani e soprattutto veneti.
Per alcuni buoni motivi: avevano dimostrato nelle tante emigrazioni, transoceaniche e interne, d’essere capaci lavoratori della terra, ed erano abituati a vivere in case sparse, direttamente sui campi, così da evitare perdite di tempo tra casa e campo, dedicando maggiore cura al podere.
Quando si trattò di individuare chi trasferire nella penisola istriana, la scelta dei veneti fu quasi scontata, perché la loro integrazione con i locali sarebbe stata agevolata dal fatto che parlavano in pratica lo stesso dialetto, avevano molti riferimenti storici in comune, risalendo ai secoli della Serenissima, e restavano tenacemente attaccati ad usanze assai simili, consolidate all’ombra del campanile del villaggio.
Per questo, si contava, in un breve volgere di generazioni, i discendenti dei veneti ormai assimilati con gli istriani originari avrebbero rafforzato la componente italiana rispetto a quella croata.
Dal Veneto partirono molte famiglie: i Cella, i Costella, i Dian, De Stefani, Tonella, Zanco. Famiglie numerose, patriarcali, di nonni e genitori con otto o dieci figli, destinati magari a diventare più in là una dozzina.
Erano per lo più originarie della Marca Trevigiana. Da paesi di qua e di là del Piave come Gorgo al Monticano, Oderzo, Mansuè, Roncade.
Alcune famiglie venivano invece dal Vicentino e dal Polesine. Gente bramosa di campi, piena di voglia di lavorare, col traguardo fisso da raggiungere, prima o dopo, di star sul suo.
Li distribuirono nel territorio tra Altura e Monticchio, nell’agro polese, dove la costa frastagliata dell’Istria meridionale disegna un’infinità di cale e porticcioli. La terra era feconda, anche se i fenomeni carsici la rendevano povera d’acqua, ma si lavorava all’acquedotto istriano che avrebbe attenuato questa carenza. In terra di bonifica le idrovore e un buon drenaggio avrebbero dato respiro alle colture.
Gli appezzamenti predisposti dall’Opera Combattenti potevano arrivare anche a trenta ettari. Per i grandi lavori di scasso e di aratura profonda, che in altri tempi avrebbero richiesto fino a otto e più coppie di buoi robusti, erano invece disponibili i trattori cingolati Landini a testa calda, in centri aziendali cui facevano capo tutti i poderi individuali. I piccoli trattori Balilla, col motore di dieci cavalli, servivano per più modeste esigenze.
I nuovi arrivati alloggiavano in grandi case coloniche plurifamiliari, dove ciascun nucleo si sistemava su un piano.
Avevano a disposizione quattro camere da letto che misuravano 5 metri per cinque, la cucina di 8 metri per 6, con l’ampio focolare e la comodità della cucina economica costruita in mattoni. Le disposizioni erano state precise riguardo alla costruzione delle case coloniche. Aveva scritto il progettista Ernesto Cremonesi: «il camino sia spazioso, invariabilmente basso e a legna, ma provvisto altresì di due piccoli fornelli dove, con la brage, si possa riscaldare qualche pentolino. Il camino sia disposto in modo da consentire al maggior numero possibile di persone di riscaldarsi nelle serate d’inverno; che vi si possa ergere il caldaio della conserva di pomodoro o del bucato su di un treppiede mobile e che si possa appendere alla catena che discende dalla canna fumaria il paiuolo dell’acqua calda per la cottura delle patate e della polenta. Il locale sia grande. Occorre che vi si possano bruciare gli stocchi e i tutoli del granoturco, le fascine degli olmi e dei gelsi, i tralci delle viti e i grandi ciocchi dei vecchi alberi che si abbattono e si sostituiscono nel podere. Sotto la cappa capace si debbono poter appendere pannolini (vi è sempre in quelle case più di un bambino al di sotto dell’anno), funghi, pomodori e olive». A fianco stava l’acquaio, con la sua finestrella per illuminarlo bene.
La stalla era lunga 20 metri e larga 10. Ci stavano più di venti capi, tra buoi da lavoro, vacche da latte e vitellini. Sulla facciata d’ogni casa colonica risaltava, dipinto a grandi caratteri, il nome d’un patriota importante o d’un eroe della grande guerra: Grion, Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, Francesco Rismondo.
Fu una piacevole sorpresa, dopo il lungo viaggio in treno e sui carri, sentire che la gente parlava come loro, salvo avere una diversa cadenza.
E poi amavano le stesse cose: un buon bicchiere, quattro chiacchiere, una cantata in compagnia. I cori spontanei facevano presto a formarsi, perché molte delle canzoni erano di conoscenza comune, e uomini e donne riuscivano a intonarsi assai bene per antica consuetudine al canto comunitario, non solo di chiesa. Ogni volta che i veneti sentivano suonare le campane della chiesa di San Giovanni Evangelista di Altura, rammentavano i loro paesi. Avevano saputo che i sacri bronzi duecentocinquant’anni prima, nel 1698, quando Istria e Venezia erano un unico Stato, erano stati fusi a Ceneda, cioè a Vittorio Veneto.
Girando i dintorni, scoprirono in fondo a un sentiero da capre un villaggetto irsuto e misterioso, dove i contadini parlavano tra loro nel dialetto croato ma usavano con la stessa competenza il veneto d’Istria. Sorgeva ai margini d’un sito che si diceva custodire storie remote, presenze arcaiche. Qua e là affioravano mucchi di pietre squadrate, tracce di strade dirette chissà dove. Stando alle voci, la cotica erbosa copriva i ruderi d’una città mitica, dove gli Istri avevano consumato l’ultima resistenza contro i Romani. Fino al suicidio collettivo, quando ormai stremati uccisero e buttarono oltre le mura i corpi delle donne e dei figli, prima di darsi la morte con le loro stesse spade. Si chiamava Nesazio, e il villaggetto ne aveva ereditato il nome, storpiato dai secoli in Visaze.
A quei tempi c’erano degli archeologi che frugavano tra i cumuli. Trovarono scolpite in un unico blocco le figure d’una partoriente, forse simbolo di fertilità, e un dio a cavallo, segno di forza e di potere.
Anche gli immigrati veneti arando la terra vedevano affiorare ogni tanto frammenti di ceramica, o ancora pietre lavorate. Ma non era una grande sorpresa. Venivano da paesi dove tanti popoli antichi s’erano insediati durante i secoli, e ne conoscevano le testimonianze.
Scoprirono così che c’era gente croata in quella parte dell’Istria. Ma non c’erano sguardi o situazioni ostili tra contadini dell’una e l’altra lingua.
I coloni erano venuti a risiedere in un’area quasi disabitata, prima della bonifica, e ignoravano come il regime avesse proibito agli autoctoni slavi di parlare in pubblico la loro lingua, perfino di cantare gli inni in chiesa. Per non parlare delle scuole croate che erano state chiuse. Loro erano arrivati per lavorare la terra, e riscattarla.
Seguirono anni intensi, per le famiglie coloniche. I nuovi figli nascevano istriani, i campi cominciavano a dare: frumento di buona qualità Mentana e Florence, sorgoturco, erbaspagna, uva da tavola e da vino, orzo, avena, rape, patate, ceci, sorgo gentile, fagioli, sulla e altre verdure da orto. Nell’azienda agricola di Altura erano state messe a dimora lungo le strade poderali e presso le case più di mille mandorli. Alberi da frutto e olivi piantati un poco ovunque crescevano bene. Si puntava intensamente alla coltura del tabacco. La scelta era caduta sulla qualità Erzegovina, robusta e di buona resa. Se ne seminarono più di due milioni e mezzo di piantine. La foglia essiccata veniva trasportata poi nel grande magazzino tabacchi di Pola. Anche il latte della grande stalla San Marco andava a Pola, per le lavorazioni.
La città godeva del bosco, quello di Siana, delizia dei polesani. L’azienda ne aveva cura, mentre ritraeva buoni redditi dai tagli nei boschi di Magrano e San Daniele. Fino a 1.665 quintali di legna da ardere, in un anno, e 1.667 pali capisaldi e 21.380 paletti buoni per sostenere le viti, più 115 passi di frasche. Nei boschi e nei terreni da spietrare si praticava anche una caccia abbondante. I coloni traevano qualche soldo anche dai lavori poderali predisposti dall’azienda. Tenere in ordine le strade, preparare le massicciate, e nei giorni di pioggia prendersi cura delle siepi. Le famiglie vendevano anche qualche piccolo animale ai cittadini. Che arrivavano in corriera o in bicicletta da Pola magari il martedì, quando le macellerie erano chiuse per le note disposizioni contro “le inique sanzioni”. Il mercoledì, sempre per lo stesso motivo, le macellerie erano aperte ma non potevano vendere carne bovina, mentre era libero il commercio di conigli, polli, selvaggina, cacciagione, salsiccia fresca non affettabile, carne suina, ovina e caprina, frattaglie e trippa d’ogni specie d’animale.
Il regime curava che i coloni fossero informati sulla situazione politica, così nel 1935 aveva organizzato conferenze specifiche riguardo alle restrizioni imposte dal blocco. Mentre allettava le massaie rurali con vari concorsi e premi per la pulizia, l’ordine e l’abbellimento floreale delle case coloniche, come per la razionale conduzione dell’orto. Di solito il premio consisteva in qualche coppia di conigli da riproduzione di buona razza, compresi i pregiati angora dal pelo lungo e serico.
L’azienda di Altura aveva aperto anche una scuola rurale per soli figli di mezzadri, comprendente le prime quattro classi elementari. La frequentavano quaranta bambini. Ventisette mezzadri partecipavano invece al corso di alfabetizzazione serale.
Nel 1936, sostengono le cronache dell’Opera, i coloni avevano risposto con slancio all’appello della patria per l’offerta dell’oro. Una donna aveva perfino consegnato, con la vera nuziale, la medaglia del figlio caduto in guerra. In più si erano raccolti molti quintali di rottami di ferro.
La vita scorreva, tra soddisfazioni per i raccolti e preoccupazioni per grandinate e siccità che talvolta li devastavano.
La domenica era bello trascorrere ore di riposo in libertà, camminando nei boschi. Nessuno poteva immaginare che proprio da quelle masse ombrose di roveri sarebbero uscite un giorno tante disgrazie.
Come uno sciame di diavoli, la guerra e le sue conseguenze calarono su famiglie e campi redenti. E il sogno della terra in proprietà si fece incubo. Specie dopo el ribaltón, i fatti dell’otto settembre 1943, con l’armistizio. Un’Italia divisa tra Regno d’Italia e Repubblica Sociale Italiana. Con l’Istria e la Venezia Giulia costretta in un ibrido, dove le stesse forze armate di Mussolini si trovavano spesso a fronteggiare, oltre alle ambizioni territoriali dei partigiani titini, di belogardisti e domobranzi sloveni alleati ai tedeschi, le nient’affatto celate tentazioni annessioniste del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Il Reich hitleriano considerava queste terre sotto il nome di Adriatisches Küstenland, una zona speciale che comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana.
Tedeschi, fascisti, partigiani di Tito trasformano i boschi in uno scenario di scontri. Di giorno comandano gli uni, di notte gli altri, che si alternano nelle visite alle case, ciascuno con la sua pretesa.
I “regnicoli” contadini sono guardati con sospetto dai germanici e con diffidenza dai titini. Nonostante qualche figlio abbia preso la strada del bosco e inalberi la stella rossa sul berretto. Come tanti altri italiani patiscono rastrellamenti, internamenti in Germania, rappresaglie sanguinarie. Quando ritorneranno dai lager, e con loro la torva pace di quegli anni a brutto muso, ritroveranno Pola sotto il Governo Militare Alleato, e il resto dell’Istria nelle mani del potere popolare jugoslavo.
Alla fine di tutto, dopo avere sperato ancora nel mantenimento dell’Istria, o almeno di Pola, all’Italia, si trovarono anche loro ad ingrossare le file dell’esodo, salendo sul “Toscana” che svuotava la città e i contorni dei suoi cittadini.
I campi poco per volta tornarono ai rovi, com’era stato per secoli, quando le pesti spopolavano l’Istria e Venezia, di tanto in tanto, convogliava dai suoi domini da Mar albanesi, greci, dalmati e morlacchi per ridar vita alle terre abbandonate al selvatico.
Gli slavi dell’interno si precipitarono sulle cittadine della costa, mostrando poco interesse per il lavoro dei campi.
I coloni veneti, compresi tra gli esuli, dopo qualche anno di attesa mortificante nei campi di raccolta dei profughi istriani, quali erano ormai, accolsero in buona parte l’offerta dell’Opera Combattenti di trasferirsi a Sud, in Puglia, dov’erano disponibili terre di più recente bonifica, e altre scorporate da grandi proprietà per la riforma agraria.
Si trattava di non buttare al vento dieci anni di fatiche e di versamenti per il riscatto. I capifamiglia, dopo un sopralluogo nel Tarantino, in Comune di Ginosa, località Venticinque, ch’era il numero d’un casello ferroviario prossimo ai terreni da assegnare, non ebbero dubbi. Fecero un’altra volta la valigia.
Ulderico Bernardi
Ultimo aggiornamento ( lunedì 12 agosto 2013 )