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L'ISOLA DI CHERSO - di Tarcisio Bonmarco
Cherso tra nobili e popolani
Il volume di Tarcisio Bommarco L’isola di Cherso - La presenza veneziana e le diverse dinastie popolane intreccia la macrostoria di quel territorio dal medioevo al XIX secolo con la microstoria dei Bolmarcich, cognome attestatovi dal 1500 e nel 1928 italianizzato in Bommarco. L’autore rende con un’oggettività refrattaria a miti e stereotipi la realtà di una zona agricolo-pastorale di confine, a metà fra Istria e Dalmazia, periferica rispetto agli stati contendenti, con una lunga compresenza di italiani e (forse già dal IX secolo) slavi.
Nato a Cherso città nel 1938, Bommarco andò profugo con i genitori in Italia nel 1947, ma dal 1963 risiede in Svezia. Questo suo lavoro è frutto di un bisogno esistenziale: «il legame con la terra di origine e con quella parte dell’identità personale che le appartiene – spiega infatti nell’introduzione – ritengo possa essere riacquistato attraverso lo studio e la conoscenza». Il libro è stato presentato a Cherso a fine luglio nell’affollatissima aula magna della scuola elementare croata su iniziativa della locale Comunità degli Italiani, a Trieste, con buona presenza di pubblico, il 26 settembre presso il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata su iniziativa dell’IRCI e dell’editore, e il 28 settembre presso la Comunità degli Italiani di Fiume, con grande applauso finale.
Nel testo Bommarco rileva come la debole e, con il tempo, sempre più nominale amministrazione bizantina (535-1018) avesse consentito una notevole autonomia municipale, caratterizzata dalla partecipazione anche dei ceti popolari. Fin dall’epoca romana capoluogo isolano era la meridionale città di Ossero.
Sia durante il protettorato (1018-1085) che durante il primo dominio veneziano (1085-1105) autonomia e democrazia interne non vennero intaccate perché – sostiene Bommarco – «Venezia non si sentiva strettamente interessata a cambiare gli assetti istituzionali o ad incidere notevolmente nella vita comunale delle nostre terre, come non avvertiva il bisogno di occuparle militarmente; ciò che chiedeva era il tributo che ne sanciva la sottomissione; esse servivano alla Serenissima solamente come zone di passaggio per i suoi commerci verso l’oriente». Il primo dominio ungherese (1105-1118) non riuscì a limitare le libertà comunali. Ci riuscì invece il secondo dominio di Venezia (1118-1358). Fin da subito a capo dei Comuni di Ossero, Cherso, Lubenizze e Caisole furono posti dei conti appartenenti all’aristocrazia veneziana. Nel 1166 l’intera isola venne infeudata alla famiglia veneziana dei Michiel, cui nel 1180 subentrarono i Morosini. La rivolta popolare del 1227 pose termine al periodo feudale veneziano più duro. Da allora la capitale continuò a inviare i propri conti e a pretendere dalla popolazione tributi, nonché servizi militari e civili obbligatori, ma in cambio autorizzò fino ad una certa misura l’autogoverno dei Comuni, retti da podestà elettivi affiancati dai giudici. I ceti borghesi però cominciarono ad essere progressivamente estromessi dal potere e nel 1330 il conte avocò a sé alcune prerogative a scapito anche dei nobili locali.
Il secondo e ultimo dominio ungherese (1358-1409) confermò la natura duale dell’autorità politica: al feudatario imposto dal sovrano continuò ad affiancarsi il Comune, che accentuò sempre più i suoi connotati oligarchici e classisti.
Il terzo e ultimo dominio veneziano (1409-1797) consolidò ulteriormente il potere degli aristocratici proprietari terrieri a scapito di artigiani, commercianti e piccoli proprietari, che poterono accedere solo a cariche minori. Il conte capitano, capo dell’amministrazione comunale, era un nobile veneziano eletto dal Senato di Venezia che agiva spesso indipendentemente dagli statuti cittadini, suscitando con ciò malcontento e proteste. Gli isolani dovettero fornire alle galere veneziane contingenti sia fissi che straordinari, ma in pratica tale onere (con le relative spese di armamento) ricadde solo sui popolani. Fra il 1450 e il 1460 l’emergente Cherso assurse a capoluogo amministrativo, mentre Ossero rimase sede vescovile (fino al 1828) decadendo come città. Tra gli inizi del ’500 e il 1797 molti Bolmarcich furono eletti in Consiglio comunale quali rappresentanti dell’Università del popolo.
Il primo dominio asburgico (1797-1806), inizialmente visto con diffidenza dai ceti subalterni legati a Venezia, riuscì solo in parte nei suoi tentativi di razionalizzare e controllare dall’alto il precedente sistema amministrativo fondato sui privilegi nobiliari ed ecclesiastici, oltre che sull’inefficienza.
La partecipazione troppo fugace al Regno d’Italia (1806-1810) non permise l’effettiva attuazione delle grandi riforme napoleoniche anche a causa del diffuso conservatorismo sociale. Il breve interregno austriaco (maggio 1809) fu salutato favorevolmente non solo da molti preti e nobili ostili ai giacobini, ma anche da quanti speravano nella fine del pernicioso blocco navale attuato dei corsari inglesi. Ai tempi delle Province Illiriche (1810-1813) Cherso fu staccata dalla Dalmazia e annessa alla Provincia della Croazia Civile. Le innovazioni allora introdotte senza gradualità risultarono impopolari.
La seconda dominazione asburgica (1813-1918) iniziò con riforme amministrative che confermarono il distacco dalla Dalmazia. L’isola, contro il suo volere, fu annessa nel 1815 alla Provincia del Litorale e al Circolo di Fiume e nel 1822 al Circolo (dal 1861 Margraviato) dell’Istria. Diversamente dalla più dinamica Lussino, Cherso non seppe cogliere i vantaggi del legame con Trieste e sviluppare un’economia più moderna. Dopo il 1848 la lotta sull’uso della lingua nelle scuole pubbliche vide da un lato il Comune, retto dai ceti benestanti, sostenere l’italiano e dall’altro il clero sostenere il croato, che dal 1869 si insegnò solo nelle scuole dei villaggi.
Tarcisio Bommarco, L’isola di Cherso - La presenza veneziana e le diverse dinastie popolane, Del Bianco, Udine, 2012, pp. 325, € 27,00.
Paolo Radivo