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LA MEMORIA E' LIBERTA' PDF  | Stampa |

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Umberto Gherardi, vigile del fuoco a Pola nel 1947, prima di abbandonare la città all’arrivo delle autorità jugoslave, tolse dall’asta del Palazzo Quinto (sede della Regia marina militare) l’ultimo tricolore di Pola italiana.
Il figlio, anch’egli vigile del fuoco di Roma, ha donato nel 2009 al Museo storico “Roma città del Fuoco” il tricolore.
Ringrazio il nipote, Fabio Gherardi, che mi ha dato il permesso di pubblicare l’immagine dell’ ultima bandiera e le notizie relative ai due bei gesti di Suo nonno e di Suo padre.
ROSANNA MILANO MIGLIARINI

Riflessioni personali sul senso civico e sul rispetto dell’italianità degli istriani, dalmati e giuliani.
Due gli autori cui mi riferisco in questa breve presentazione.
- A Claudio Magris che, sul Corriere della Sera del 10/2/2005, ha scritto: “Le vittime delle foibe…non valgono meno delle vittime della Shoah….Con la Shoah si è trattato del pianificato progetto di sterminio di un popolo intero, (con le foibe n.d.a) di una violenza nazionalista-sociale-ideologica…ma non per questo certo meno orribile o più giustificabile”
- A Primo Levi, che per la tragedia della Shoah affermò “ “comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

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Molti sono i libri di storici o di testimoni che oggi trattano il problema delle Foibe e dell’Esodo ma queste pagine da me scritte sono riflessioni personali che si snodano dal 2007 fino ad oggi, sul senso civico e sul rispetto dell’italianità degli istriani, dalmati e giuliani. Con l’ Esodo, con la “diaspora”, infatti, abbiamo perduto duemila anni della nostra cultura. Ho trovato su Internet le immagini che mi servivano e, ne ho approfittato per “donare”, soprattutto ai giovani, anche se minimo, uno spunto per andare a leggere la Storia d’Italia nella sua regione orientale.
Come Presidente dell’Associazione Settimana del Libro Ragazzi, Gubbio, sapendo che alcune immagini potrebbero essere coperte da copyright esprimo un fervido desiderio di “comprensione” per far conoscere anche a chi non sa, soprattutto ai giovani, una pagina di storia per poterla interpretare in modo appropriato.

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Una candela accesa
fra due mani congiunte,
come una preghiera,
rimane il simbolo
del mio Ricordo
della Gente d’Istria.

Solamente per far conoscere l’”ARMONIA” fisica di questa penisola così cantata da Dante Alighieri nel IX Canto delll’ Inferno: :
“Si come a Pola presso del Carnaro
che Italia chiude e i suoi termini bagna”
(versi 113,114)

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….ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente, ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale” Giorgio Napolitano, nel Giorno del Ricordo 2007

legge 30 marzo 2004 n.9

“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo e dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale

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 Questo scritto è una memoria di orgoglio italiano per la mia Istria e per la mia città, Pola, che ho visto per la prima volta quasi a 60 anni. Non è, comunque, una rimostranza contro chi per quasi 60 anni si è dimenticato dei “titini”, delle “foibe”, della “diaspora o esodo” in nome dell’ amnesia italiana ma soltanto una malinconia “dolente” e una nostalgia continua. Dalla dimenticanza, comunque, non sono mai stati esenti, se non negli ultimi anni, anche le personalità delle istituzioni verso questa “terra di mezzo”. Così la chiama nel suo libro Istria dei miracoli. Viaggi in una terra di mezzo (Saggiatore, 2005) il giornalista televisivo Stefano Tomassini: “terra divisa tra le asprezze del rilievo carsico e la dolcezza della costa e delle verdi isole, tra l’idioma slavo e quello italiano, tra la cultura mitteleuropea e la mediterranea, tra l’Austria e la Serenissima, tra le tante civiltà che vi hanno lasciato splendide testimonianze d’arte e il dramma di una storia tormentata”-

Dentro di me, da sempre, una struggente vanità di attesa ma anche una ritrosa attesa di felicità di conoscere quella mia città lasciata piccolissima e senza ricordi nella primavera del 1940.

Mi sono sempre sentita un’ “esule”per vari motivi di cui ne preciso due:
- non sono mai risultata cittadina italiana se non attraverso atti notori: ogni volta che mi serviva un certificato di nascita dovevo recarmi con quattro testimoni in pretura per notificare che ero nata e residente in Italia (sic!);

- quando mi recavo a Trieste, da lontano vedevo la costa dell’ Istria sapendo di non poterci andare anche se molti italiani nati in “Italia” trascorrevano le vacanze in quei paesi baciati da una natura splendida senza però chiedersi o cercare di conoscere la tragedia che aveva colpito molti italiani: gli istriani i dalmati, i fiumani.
Questo lo posso dire perché Giampiero Mughini che tutti conoscono, sul Foglio, alcuni anni fa ha scritto: “Io che leggevo il supplemento libri di Paese Sera, Mondo nuovo, l’Unità, il Manifesto, il Giorno, Rinascita, Problemi del Socialismo, di quel dramma non ne sapevo proprio nulla ..Niente sapevo, nessuno di noi sapeva…………………
Una gigantesca menzogna e una gigantesca omissione durata quasi mezzo secolo nel paese dove più forte e determinante è stata l’influenza culturale della sinistra e, dunque, i suoi modi disinvolti di raccontare la storia”.
Quando, dopo la costituzione della Croazia nel 1992, mi arrivò il certificato di nascita che avevo richiesto (era di color verde), lo considerai una parte preziosa non solo del mio esistere ma anche del mio essere italiana pur essendo quel certificato scritto in croato.

Il certificato, come la memoria, è quello che siamo ed io sono italiana e istriana.

Per la prima volta sono stata a Pola grazie all’AVIS di Gubbio: sono andata alla ricerca della mia casa natale e sono stata fortunata perché tutto quello che mia mamma mi aveva detto di quella mia città l’avevo ritrovato: la via dove i miei abitavano, la mia casa natia, la Cattedrale dove ero stata battezzata, l’ambasciata (ora adibita ad altri uffici) in cui mio padre era stato ufficiale, l’asilo delle mie sorelle, le vestigia romane cominciando dalla bianca Arena.
Commozione? Forse….nell’incontrare i vecchi signori e le vecchie signore che parlavano l’istro-veneto e che io fermavo per la strada chiedendo indicazioni e loro mi baciavano commossi perché ero nata in quel luogo e perché venivo dall’Italia, mentre le radio trasmettevano le nostre canzoni degli anni cinquanta….la strada per andare alla chiesa di Sant’ Antonio dove si celebrava la Messa in italiano…Il nome di questa via era “ Drio la rena” dove mi avevano detto abitasse la famiglia Radin, mai conosciuta se non attraverso il lavoro politico per salvaguardare la minoranza italiana. Mi ero sempre tenuta informata leggendo Il Piccolo di Trieste e la domenica mattina, alle ore 7.20, attraverso il giornale radio Est-Ovest di Rai Uno, settimanale di politica, economia e cultura mitteleuropea, che trasmetteva da Venezia.

Questo mio scritto non riguarda la mia famiglia con la “diaspora” degli esuli, con le “foibe” ma io sono nata a Pola e questa città mi è stata sempre nel cuore per le parole di nostalgia che sempre ha avuto mia mamma. So solo che gli occhi lucidi di quelle persone anziane che ho incontrato rinnovano ancora oggi in me lo struggimento che sempre mi ero portata negli anni per le malversazione dei “titini”, per l’esodo delle popolazioni in massa, per l’abbandono di tutto ciò che era stata la loro “vita quotidiana e amata”, per la scomparsa di una cultura bimillenaria, per le “foibe” che in Veneto conoscevamo da sempre attraverso il racconto di molti istriani che avevo conosciuto.

Questi, quando erano venuti in Italia, malvisti dagli stessi italiani (ci sono tante storie da leggere….) avevano dovuto alloggiare in “campi profughi” chiamiamoli “occasionali” ed ho pensato a questa tragedia dell’esodo con dolorosa riflessione: l’istrianità non era considerata italianità. Molti italiani, ancora negli anni settanta, non conoscevano e, quindi, non andavano a visitare a Trieste la foiba di Basovizza, monumento nazionale, non voragine naturale ma pozzo di una miniera scavato all’inizio del 1900 fino alla profondità di 256 metri nella speranza di trovarvi il carbone e poi abbandonata e utilizzata dai “titini” come orrida tomba per circa duemila italiani. Ancora oggi molti non conoscono la foiba di Monrupino, sempre in provincia di Trieste. A Trieste, a differenza delle altre città italiane, il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione, coincise con l’inizio di un incubo: per quaranta giorni le truppe di Tito torturarono e seviziarono militari ed anche cittadini colpevoli solo di essere italiani.
Allora parliamo di “infoibati” più che di “foibe”.
Dall’ ’8 settembre 1943 e fino a tutto il 1946 prima in Istria e poi nel territorio di Trieste e della Venezia Giulia i partigiani “titini” e alcuni nostri partigiani che si erano aggregati alle truppe di Tito usavano le foibe per eliminare uomini e donne, rastrellati e strappati alle loro case, condannati senza processo.

Con l’espressione massacri delle foibe o solo foibe, si intendono gli eccidi perpetrati per motivi politici o etnici. Il nome foiba deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati i corpi di centinaia di vittime. Infoibati è una parola durissima che ha messo sulla croce tanti italiani. Crediamo ancora che davvero fossero soltanto fascisti del disonore quelli che venivano scaraventati vivi, legati gli uni agli altri dopo essere stati seviziati, accecati ed anche evirati dai “titini” o finalmente è giunta l’ora del RICORDO anche di uomini e donne che avevano solo il torto di essere “italiani istriani” o di fascisti che si erano adoperati per scongiurare i soprusi dell’esercito di Tito? Siamo ancora abituati a vedere nei fascisti di allora solo il male, e ne hanno fatto, e non la capacità di fare chiarezza dentro se stessi aiutando come molti hanno fatto nell’ anonimato? Basti pensare a Giovanni Palatucci, questore di Fiume, Medaglia d’oro al valore civile, morto di febbre petecchiale a Dachau il 10 febbraio del 1945 dove era stato internato per aver salvato oltre cinquemila ebrei polacchi, tedeschi, ungheresi, austriaci. Almeno diecimila persone, negli anni drammatici dal 1943 al 1945 furono smistati nei campi jugoslavi di prigionia dove giacevano in condizioni disumane, frustati, bastonati, legati gli uni agli altri…poi venivano portati presso qualche foiba e fucilati uno o due della prima fila e, quindi, giù…giù….anche i vivi.

Quarantasette le foibe che si conoscono in Istria, nel territorio di Trieste e in Venezia Giulia.
In Italia due i monumenti nazionali, la Basovizza e la Foiba di Monrupino. Tutte le altre sono in Istria e in Dalmazia: Obrov, Oblogo, Monte Croce, Cregli, Carnizza… e il rosario continua….
E ancora..l’esodo o meglio “la diaspora”…..
Quasi trecentomila furono gli italiani istriani e dalmati a lasciare le loro terre a partire dal 24 maggio 1945, partenze che si protrassero fino agli anni sessanta.

Diaspora perchè molti scelsero di rifugiarsi anche in altre nazioni, in America e in Australia disperdendo così quel patrimonio culturale, affettivo, linguistico caratterizzato dalla grande laboriosità artigiana, industriale e mercantile che si fondava nella classicità millenaria del mare Adriatico. Quanto pianto di donne, di bambini, di uomini che vivevano la loro quotidianità ,“volutamente” scacciati con l’abbandono, delle cose più care che rappresentavano, vita, affetti, gioie, dolori religione…..
Simbolo di quella diaspora rimane la scena del francobollo che rappresenta un carretto a due ruote carico di valigie, spinto a mano da due persone, un uomo e una donna, infagottati in lunghi cappotti scuri. La scena è ancor più dolorosa per l’immagine di una donna in un angolo che piange coprendosi il viso con le mani………………….. che raffigura il “dolore per sempre”.

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Poiché Pola era stata posta sotto l’amministrazione alleata si sperò che rimanesse italiana, ma il grande esodo da questa bella città imperiale ebbe luogo dal 27 gennaio 1947. Molti si imbarcarono sul “Toscana”, piroscafo-traghetto che fece molte volte il tragitto Pola-Venezia. Questa, come molte altre città italiane, non accolse volentieri gli esuli che furono smistati nei 109 campi di accoglienza allestiti in tutta Italia, soprattutto nel Nord.
Una nuova fase di esodo si ebbe dal 1954 e si concluse solo intorno al 1960 quando Trieste ritornò definitivamente all’Italia. Gioia per Trieste ritornata italiana ma dolore degli istriani per aver perduto la patria. Nel cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia ho scritto una poesia. Ho parlato con alcuni istriani che mi hanno detto che erano contenti per Trieste, ma nel contempo erano dolorosamente tristi per la perdita della nostra terra.

Trieste: 26 ottobre 2004
Oggi convive in me la gioia col dolore.
Cinquanta gli anni passati
dal ritorno della Targeste antica
all’italica terra che pur,
nel mio dolore mai placato,
nel cuor racchiudo
come preziosa gemma.
Brilla della Vespucci,
sull’ alto del pennone
la mia bandiera amata
il Tricolore.
Splendente, nel cielo d’alabastro,
le Frecce disegnano della nostra
Patria, l’Unità.
Eppure, a sedici anni
nell’autunno del cinquantaquattro
pianse il mio cuore….….
non più italiana la mia terra,
l’Istria,
non più italiana la città mia,
Pola
ormai lontane e chiuse nella
nostalgia dell’esule per sempre.

Durante il periodo fascista ci sono state deportazioni e crimini fino al 1942 ma gli slavi hanno superato le nefandezze (e non sono poche) degli italiani.

Esistono su Internet ampie documentazioni ma ho ritenuto “Le foibe – approfondimento” dal Dossier “Foibe ed esodo” curato da Silvia Ferretto, essendo stata una tesi di laurea.

Per la prima parte si rifà a moltissime pubblicazioni di scrittori conosciuti e ad articoli di giornali che Le hanno permesso di essere intellettualmente onesta nelle sue valutazioni.

Oggi in Slovenia vivono circa tremila italiani e in Croazia circa ventimila. Vorrei terminare con una frase di Annamaria Muiesan, pronunciata a Trieste al Politeama Rossetti nel 2006: “ Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria.

I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e di malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B”.

Il nostro Presidente Giorgio Napolitano, nel 2007, in occasione del Ricordo della dolorosa ricorrenza ha affermato che era ora di raccontare la verità chiara e forte, dopo i decenni della “congiura del silenzio” e della fase meno drammatica,ma ancor più amara e demoralizzante dell’oblio nella quale la vicenda degli esuli giuliani-dalmati è stata affogata: “Anche di questa fase non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità di aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche, cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali….Vi fu un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica… Quel che si può dire di certo è che si consumò, nel modo più evidente con la disumana ferocia delle “foibe” una delle barbarie del secolo scorso……Ecco perché allora dobbiamo ricordare l’ imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe,ma egualmente l’odissea dell’esodo e del dolore e della fatica che costò ai fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente, ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale.”

Panta rei….Tutto passa…..
Ma no, non è vero che tutto passa….
Non potrà mai passare il dolore del dramma della storia tormentata della seconda guerra mondiale: “la pulizia etnica” con i massacri nelle foibe………
…Con l’esodo della popolazione in massa, si abbandonò tutto ciò che era stato “vita quotidiana e amata per le sue piccole cose”.
Simbolo della nostra italianità offesa le fotografie su Internet che ritraggono una giovanissima appoggiata ad un carretto ed una bimba: il loro sguardo è rivolto ad un che di indefinito che emoziona.
Oggi l’Italia ha posto fine a un non giustificabile silenzio con le parole coraggiose e oneste del nostro Presidente che ha riconosciuto e accostato i nazionalcomunisti titini ai nazisti. Il discorso di Giorgio Napolitano rimane una pietra definitivamente posta sui tanti colpevoli negazionismi, ormai antistorici ed è per questo che il 10 febbraio, Giornata del Ricordo, pur listando a lutto nuovamente il mio cuore per tutti coloro che soffrirono e morirono dal 1943 al 1947 in quella mia bella terra non più italiana, l’Istria, mi rifarò alla fede in Cristo, anche se talvolta tiepida e un po’ pietistica. Ho deciso, infatti, di scrivere alcuni pensieri sulle icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi.
A darmi l’opportunità è stato il ricordo della “beatificazione” di don Francesco Giovanni Bonifacio di 34 anni, il 4 ottobre 2008, nella Cattedrale di San Giusto a Trieste, con la partecipazione delle chiese di Capodistria in Slovenia e di Parenzo e Pola in Croazia.

Egli era nato nel 1912 a Pirano d’Istria, secondo di sette fratelli e ucciso dalle milizie di Tito che risiedevano a Buie, la sera dell’ 11 settembre1946 mentre tornava a casa e gettato nella foiba Martinesi, non lontano da Piemonte d’Istria.

Dal 1943 al 1945, con la sua mamma, il semplice curato di campagna aveva dato sepoltura ai morti, prendendosi le critiche dei partigiani perché aveva aiutato i militari sbandati. Un membro del partito comunista, suo amico, lo aveva consigliato di scappare perché sapeva di certo che la polizia lo avrebbe preso, ma il giovane sacerdote aveva deciso di restare e proseguire il Suo apostolato. Suo fratello Giovanni così lo ricorda: “Non aveva diritto agli emolumenti economici essendo solo curato e la sera della domenica rientrava a casa stanco e sudato dopo aver camminato tutto il giorno, fra le varie frazioni dove svolgeva la sua opera pastorale: la Messa, la visita agli ammalati, il catechismo. Non si lamentava, anzi diceva: - Questa è la volontà del Signore, ci. vuole pazienza - ”
Spero vivamente di liberarmi o di attenuare il dissidio interiore mai sopito per quel “sradicamento”, per quella identità italiano-istriana strappata per lunghi anni agli italiani della regione orientale.

Mi auguro che, sempre più, da città italiane e da istituzioni scolastiche e culturali vengano celebrati con impegno e dedizione sentita, non soltanto perché legge dello stato, la tragedia di migliaia di esuli giuliani, istriani e dalmati e il martirio degli infoibati ad opera dei partigiani di Tito. Giustamente Claudio Magris afferma “La memoria è libertà dall’ossessione del passato”.

Ho scritto una poesia Bisogno di luce i cui due ultimi versi recitano:
“Le radici umane si inerpicano al cielo…
il dolore ha il solo rifugio nella luce”.

Per più di qualche sera, alcuni anni or sono, mi sono addormentata con accanto il bel libro, letto tutto d’un fiato, di Angelo Picariello Capuozzo, accontenta questo ragazzo –La vita di Giovanni Palatucci, (Casa editrice San Paolo, 2007) annoverato da Papa Giovanni Paolo II fra i martiri del XX secolo e già “Servo di Dio” per il quale si sta concludendo il processo di beatificazione. Nella prefazione al libro, Toni Capuozzo il giornalista di Canale Cinque, ricorda suo padre, poliziotto nella Questura di Fiume che, insieme a tutti gli altri poliziotti e al questore Giov anni Palatucci (iscritto al partito fascista ma anche cattolico di profonda fede), salvarono “non solo ebrei, a dire il vero, ma anche rifugiati politici, omosessuali, zingari, poveracci di ogni tipo che erano in pericolo”.

In Israele gli hanno dedicato un bosco di 5.000 alberi, tanti quante le persone che salvò. Di lui gli ebrei dicono che “andò oltre il comandamento ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ perché egli lo ha amato più di se stesso” ed è stato insignito dell’onorificenza di “giusto fra le nazioni”. Il questore Palatucci morì proprio il 10 febbraio 1945 di stenti nell’ epidemia di tifo petecchiale nel campo di sterminio di Dachau. Questo campo fu anche “scuola di terrore” non solo per le camere a gas e per i forni crematori (inceneritori) in cui venivano gettati solo i morti ma anche perchè vennero eseguiti esperimenti scientifici brutali su vasta scala. Nel forno crematorio a doppia muffola, riscaldato a coke, potevano essere cremati da 20 a 100 cadaveri al giorno. Le cremazioni potevano essere effettuate, incessantemente notte e giorno.

I primi esperimenti ad essere messi a punto, a partire dal 1942, furono quelli condotti per valutare la respirazione a grandi altezze e a basse temperature. I tedeschi volevano capire se un aviatore si poteva lanciare con il paracadute da una altezza superiore al limite normale del respiro, se era possibile sopravvivere in acque gelate e come poteva essere rianimato un aviatore congelato. A questi esperimenti furono sottoposti circa duecento detenuti. Per sperimentare nuovi farmaci fu inoculata la malaria (tanto da importare dall’Africa le zanzare), i bacilli del tetano, del tifo petecchiale, della tubercolosi e della peste. Mille e cento i prigionieri che vennero infettati e utilizzati e, in questa tragedia, furono coinvolti anche sacerdoti polacchi ed tedeschi.

Da gennaio a marzo 1945 le epidemie fecero salire a diecimila circa il numero dei deceduti.
Un altro doloroso momento fu quello dei campi di “rieducazione” di Tito.
Di questi ne avevo sentito parlare ma avevo grandi riserve mentali per i comportamenti razziali degli italiani con l’aiuto degli ustascia nel periodo fascista…….Solo dopo la beatificazione di Don Francesco Giovanni Bonifacio ho cominciato a ripensare a quanto mi era stato detto da un amico di Gorizia circa la prigionia di cittadini italiani rimasti in Istria che non accettavano la dottrina di Tito e di italiani comunisti che erano andati in Jugoslavia, pensando ad un mondo diverso. Dopo la scissione con il partito russo, i comunisti italiani, non andando d’accordo con il comunismo di Tito, erano stati mandati in campi di “rieducazione”, ma uno fra tutti divenne uno dei più duri dei gulag jugoslavi: un isolotto arido e pietroso (per questo è chiamata Isola Calva) nel golfo del Quarnaro, Goli Otok, l’isola senza memoria.

Questa isola è stata dal 1949 al 1956 un “Campo di rieducazione” voluto da Tito, per “rieducare” i dissidenti con lavori duri, torture e morte, poi prigione per criminali. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” mi dico ripensando a quanto detto da Primo Levi a proposito della Shoah. Certo, il tempo è passato, anche le nazioni della federazione jugoslava hanno sofferto tragedie immani, genocidi, per dichiarare la loro indipendenza nel 1992, ma dobbiamo sempre ricordarci quanto gli uomini dissidenti da Tito soffrirono l’orrore dei campi di rieducazione, le torture, la morte soprattutto nel più tremendo campo che fu quello di Goli Otok. Le testimonianze dicono che i prigionieri lavoravano per ore sotto il sole ardente e senza acqua. Il cibo si riduceva a pochi fagioli e se qualcuno si lamentava venivano tutti puniti. Dovevano correre per ore e ricevevano percosse finchè non cadevano a terra. Venivano continuamente torturati tanto che vi furono molti suicidi e morti per esaurimento. Quelli che sopravvivevano erano costretti a mani nude a seppellire i morti dopo averli portati dall’altra parte dell’isola.

Ho richiesto in libreria il libro di Giacomo Scotti “Goli Otok – Italiani nel gulag di Tito”, editore LINT, Trieste, con prefazione di Giampaolo Pansa che afferma: “Questo libro di Scotti, bellissimo e terribile, è uno dei libri che hanno mutato il mio modo di guardare alla storia dell’Europa di ieri e di oggi”. E’ una storia dolorosa o come dice Claudio Magris “…sanguinosa nota a piè pagina della Storia universale”.

Comunque anch’io avevo colto giustamente e pienamente, nel doloroso e splendido libro di Picariello, il processo di osmosi fra la tragedia dei campi di sterminio nell’Europa dell’ Est e la tragedia dell’Istria, dalle foibe alla “diaspora, all’ esodo, ai campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale e alla guerra fredda che ne seguì.

Mi aveva colpito anche una frase molto dolorosa della Prefazione di Toni Capuozzo: “Ed è che il glorioso popolo italiano non sa che farsene, delle foibe. Suonano come un lamento inesistente e inutile, non spendibile nel fuoco delle polemiche attuali…”. Ed ancora che l’esodo ebbe “l’impronta della giustizia popolare, del verdetto della storia, dell’arroganza che consente il diritto di disporre della vita e della .morte altrui……..neppure l’oblio dolce, che aiuta a dimentica le sciagure del passato, e ci accompagna a vivere come uomini nuovi”. L’augurio che mi faccio è quello di riuscire tutti insieme a trasformare il momento del ricordo in un’occasione per conoscere la storia di una civiltà.

Per meglio comprendere il dramma, riprendo dal libro di Guido Miglia Dentro l’Istria. Diario 1945-1947 pubblicato a Trieste nel 1973, frasi che non vogliono essere né patetiche né apologetiche, ma che, nella descrizione di quello che successe il 10 febbraio 1947 a Pola, vogliono ricordare che cosa sia stato l’esodo: “Ho deciso di partire oggi, nel giorno in cui viene decisa la sorte della mia terra. La città è vuota, stretta in una morsa di gelo, di solitudine, di abbandono. L’inverno è stato durissimo, implacabile, uno di quegli inverni istriani di cieli bassi e plumbei, di vento e di neve, di fango denso e sporco sulle strade mute.

Anche oggi i rumori di ogni giorno, quei chiodi che si conficcano nelle grandi casse: in ogni alloggio ancor vivo, per portar via il salvabile, quei rumori sinistri che escono dalle finestre aperte, lugubri come i colpi di martello sulla cassa da morto.
E i carri vanno dall’alba fino alla notte fonda verso il porto della città, pieni di mobili vecchi, legati con corde improvvisate.
Come in processione silenziosa il padre davanti che tiene una mano sul carro, e dietro vengono la moglie e i figli, gli occhi a terra, spaventati, come se seguissero una cassa da morto.
Nel fondo dell’ Arsenale c’è la grande nave nera – il “Toscana”-che ci attende, come un cupo fantasma, come un’ombra gelida che avvolge tutta la città. Sulla banchina vedo ancora la mobilia accatastata di migliaia di alloggi, che marcisce ogni giorno”.

Voglio qui rendere omaggio a Sergio Endrigo, nato a Pola ed esule da questa città come ben 28.000 su 32.000 abitanti, ricordando alcuni versi della sua “Canzone “1947”:

“E’ troppo tardi per ritornare ormai
Nessuno più mi riconoscer
Come vorrei essere un albero che sa
dove nasce e dove morirà” .
(CD “Altre emozioni”, 2006, Canzone 1947)

L ’Esodo riguardò circa 350.000 esuli che negli anni della guerra e del dopoguerra abbandonarono le loro terre.
Due anni fa in Italia è uscito il volume autobiografico di Graziano Udovisi “Foibe. L’ultimo testimone” casa editrice Alberti, 2007, Reggio Emilia.

Credo che faccia bene all’intelligenza ed alla personalità dei ragazzi leggere questo ibro.
Nato a Pola nel 1925, è venuto a mancare il 7 maggio 2010. Tenente negli anni della guerra, della Milizia Difesa Territoriale, rientrato in Italia e pagato il suo debito con l’Italia repubblicana, ha vissuto a Reggio Emilia dove ha insegnato come maestro elementare.
Nel suo libro testimonia il calvario suo e dei suoi soldati. Si era fidato di un maggiore italiano passato dall’altra parte che, nel maggio del 1945, fece incatenare i militari che si erano affidati a lui con un filo di ferro. Consegnati ai partigiani sloveni, a forza di frustate vennero condotti sul sentiero sterrato fermandosi in un campo di concentramento, poi si fermarono ad Albona in una scuola dove subirono torture, botte, il bere l’urina al posto dell’acqua.

Giunti a Pisino vennero schierati sull’orlo della foiba. Così l’Udovisi scrive:“ La foiba è là, sotto di me la luna ne rischiarava una parte esposta alla sua luce…”

I titini spinsero dentro il primo prigioniero che trascinò tutti gli altri legati a sé. Ancora scrive: “I partigiani slavi sparano alla cieca nel gruppo che cade. All’ultimo di noi hanno legato un masso, probabilmente per assicurarsi che nessuno possa riemergere” . Cadendo nell’acqua l’Udovisi sentì allentarsi il filo di ferro e si aggrappò a quella che credeva fosse erba di una roccia mentre erano i capelli dell’uomo dietro di lui riuscendo a trattenerlo e con il quale poi, passato il tempo, riemerse. Entrambi si nascosero. Erano salvi. In una emozionante intervista ricordò la frase già da me ricordata:
“La Foiba è là, sotto di me, la luna ne rischiarava un parte esposta alla sua luce”. Poi con la sua dolcezza disse: “ eravamo soli noi due, io e la luna…”.

Penso che rimarrà per molti istriani un testamento d’amore alla vita. Scampato alla morte fuggì in Italia dove, con l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi durante la guerra, venne incarcerato fino al 1947. Pagato il suo debito con l’Italia repubblicana, venne liberato per sempre. Oggi, proprio perché fra non molti anni si concluderà la stagione dei sopravissuti e degli esuli, mi sembra intellettualmente onesto e saggio far sì che i giovani conoscano “quella” storia, quegli eventi che portarono alle tragedie delle Foibe e dell’Esodo per custodirne la memoria e tramandarla ai figli dei figli con emozione ma anche con impegno storico a conoscere quelle vicende.

A partire dagli anni 1920 si sono scontrati in Istria e nella Venezia Giulia, afferma Ernesto Sestan, storico di origine istriana, “nazionalismi feroci ed esasperati in una continua lotta in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri”. Crainz Guido, Pupo Raoul, Gianni Oliva - senza comunque dimenticare altri che hanno scritto, tutti di grande valenza storica ed emozionale - sono scrittori che hanno messo in evidenza come a partire dall’8 settembre 1943 si consumò una duplice tragedia, quella delle foibe e quella della pulizia etnica che determinò l’esodo, a ondate successive, di circa 300.000 persone appartenenti ad ogni classe sociale fra istriani, giuliani, fiumani e dalmati.

L’infoibamento è entrato nel nostro immaginario come simbolo di atrocità ma lo scrittore, che è stato assessore alla cultura della Regione Piemonte Gianni Oliva, nel libro “Foibe, Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria” (Mondadori, 2003, Oscar Storia) afferma che le foibe che non furono lo strumento quantitativamente più rilevante di repressione, bensì furono le deportazioni nei campi di prigionia in Slovenia, Croazia e Serbia dai quali pochissimi tornarono. Certo, Mussolini definì gli slavi “Razza inferiore e barbara” nel 1920 e nei vent’anni successivi il fascismo tentò la snazionalizzazione dei popoli sloveno e croato in diversi modi, fra cui nefandezze ignobili. Da parte loro gli slavi di Tito fecero “molto più” e, con l’esodo, distrussero una civiltà millenaria. Forti della loro identità nazionale si aggregarono, dice l’Oliva, progressivamente attorno al denominatore comune della liberazione nazionale identificando l’antifascismo con l’antitalianità. Proprio così si rafforzò l’equazione italianità-fascismo-oppressione e le conseguenti stragi delle foibe nelle quali furono gettate persone che avevano solo la colpa di essere “italiani” e dell’esodo di intere popolazioni di nazionalità italiana.

Anch’io, ancora oggi, vorrei listarmi a lutto per quella mia bella terra non più italiana, l’Istria, tanto più che stiamo vivendo un tempo doloroso, inquieto e così ho deciso di scrivere sulle icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi.

Questa mia scrittura, allora, della tragedia delle foibe, è dedicata a quei cinquanta sacerdoti, italiani, sloveni e croati martiri delle foibe. Ho già ricordato la vita, la morte e la beatificazione di don Francesco Giovanni Bonifacio che, in seminario era chiamato “el santin” (il piccolo santo). Venne ucciso dalle milizie di Tito che risiedevano a Buie, la sera dell’11 settembre 1946 mentre tornava a casa e gettato nella foiba Martinesi, non lontano da Piemonte d’Istria. Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno venne preso la notte del 16 settembre 1943, incarcerato nel castello di Montecuccoli a Pisino insieme a trenta dei suoi parrocchiani.

Fu torturato e trascinato presso Baksoti (Lindaro), dove, assieme a 43 prigionieri legati con filo spinato, venne finito con una raffica di mitra e gettato in una cava di bauxite. Quando il cadavere venne riesumato si scoprì che gli assassini, in segno di scherno, gli avevano messo una corona di filo spinato in testa e seviziato.
Don Tarticchio viene oggi ricordato come il primo martire delle foibe. In odium fidei vennero uccisi don Giuseppe Gabbana, cappellano militare della Guardia di finanza, un prete in divisa (2 marzo del 1944), don Miroslav Buselic, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino, trucidato il 24 agosto 1947 nella canonica della chiesa di Lanischie. Nel 1956 la diocesi avviò segretamente il processo di beatificazione di don Miloslav Buselic, considerato a tutt'oggi un santo tra i cattolici d'Istria. Molti furono anche i sacerdoti sloveni e croati a subire il martirio delle foibe come don Alojzij Obit del Collio (scomparso nel gennaio 1944), don Lado Piščanc e don Ludvik Sluga di Circhina (uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944), don Anton Pisk di Tolmino (scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip Terčelj di Aidussina, sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946 e successivamente scomparso, e don Izidor Zavadlav di Vertoiba, arrestato e fucilato il 15 settembre 1946.

Il martirio di sacerdoti italiani, sloveni e croati ci unisce nella nostra sofferta umanità e, come scritto prima, rimangono icone della riconciliazione più forte degli odi etnici e politici per portarci tutti alla purificazione degli animi. Accanto a questi ricordi vorrei esprimere il mio amore per la mia città natale, Pola, nella sua identità e nelle sue memorie.

E’ stato un episodio che quasi mi ha “costretto” a scrivere di lei.

Quando è stato pubblicato l’elenco dei professori ebrei su Internet, nel 2008, mi era nata dentro una ribellione silenziosa e un sordo rancore mai sopito per l’avvicinarsi del giorno del Ricordo della tragedia di migliaia di esuli giuliani, istriani e dalmati e per il martirio di migliaia di “infoibati” ad opera dei partigiani di Tito dal di 1943 al 1947. Avevo ripreso in mano il bel libro di Angelo Picariello Capuozzo, accontenta questo ragazzo di cui ho parlato precedentemente. Il ricordo era così prorompente che, mentre ascoltavo le Scenes mignonnes su quatre notes di Schumann suonate al pianoforte dal tocco magico di Arturo Benedetti Michelangeli, avevo ritrovato, sia pur brevemente, la tensione gioiosa che avevo provato durante il concerto di Norah Jones cui avevo assistito il 21 agosto 2007 in quell’Arena bianca che ha sempre sigillato con la sua presenza la latinità e l’italianità di Pola.

Avevo letto sul sito Web della Comunità turistica di Pola, che l’Anfiteatro polese è come se non avesse finestre a sufficienza per incorniciare con le sue arcate in pietra, tutte le vedute lasciate dal passare del tempo. Il solo fatto di essere entrata, allora, nell’Anfiteatro, l’osservare i suoi lineamenti in pietra mi avevano fatto immergere in tremila anni di storia. Conosco da anni la storia della mia città, quella vicina, dolorosissima, e quella che si perde nelle profondità del mito: scrivere i miei pensieri è stato un omaggio per dimostrarle, ancora una volta, tutta l’ebbrezza della mia nostalgia e del mio amore. Ripensavo alla voce splendida e coinvolgente di Norah Jones, irresistibile talento jazz-soul che, in quella sera di agosto,aveva improvvisamente scaldato il silenzio che era sceso sugli spalti della stupenda Are­na piena di gente, di luce e di colori. Quella splendida figura di donna di rosso vestita, con i lunghi capelli color ebano, con la sua chitarra e una calda voce carezzevole, mi avevano suscitato pensieri magici e una dolcissima malinconia per la mia città ancora oggi mito per i suoi esuli o per chi non la poteva ricordare come me, piccolissima poco prima della dichiarazione di guerra all’Italia, quando la mia famiglia si era nuovamente trasferita essendo mio padre ufficiale del regio esercito. Mediterraneità e varianti al jazz si rincorrevano e si intersecavano in un fraseggio rapidissimo e balenante e, nel contempo, si intessevano di preziosità suggestive e raffinate nel creare esecuzioni di severo rigore formale nella consapevolezza di una continua ricerca delle voci dell’anima.
Avevo scoperto, così, sotto una luce inedita nuove e antiche sonorità e ritmi, non più meticciato sonoro bensì nomadismo culturale e affettivo, e la chitarra di Norah Jones mi costringeva ad una discesa obbligata di slalom fra i paletti di giardini musicali e di quartieri dell’anima nera e bianca.

Gente… gente… sorrisi… belle nudità colorate dal sole e dal mare…

Le memorie dolorose e il ricordo di quella musica ascoltata allora che mi aveva preso e mi rigirava dentro l’anima, mi permettono, ancora una volta, di rendere omaggio alla mia identità istriana e italiana, alla dignità di una città che non è più italiana ma che parla, dalle sue pietre, della regalità imperiale di quando fu chiamata Pietas Julia come si legge nell’opera Naturalis historiae di Plinio il Vecchio.

Allora sento la necessità di scrivere, sia pur brevemente, la storia di Pola perché la memoria, come una lunga conchiglia, racchiuda il suo significato di città di cultura millenaria. Come la conchiglia, ’”astuccio calcareo” che conserva per un tempo indefinito un suo tesoro che ha bisogno di protezione, il mio scritto richiama un tempo quasi eterno, memorie sempre vive, non ricordi. La memoria unisce, alla vita di ogni giorno come se fosse il presente, anche il lontano passato. Tempo fa avevo riguardato la monografia, il volume-guida di Matijasic, Bursic – Matijasic Pola tra mito e realtà: sintesi e storia, di 396 pagine di carta patinata impreziosite da ben 1175 fotografie a colori, illustrazioni e grafiche, della casa editrice C.A.S.H. presentato nel maggio 2005. Mi avevano colpito alcune iscrizioni importanti per la storia di Pola, quando era colonia romana: l’ara, con il maiale in rilievo, posta in voto ad Ercole, protettore della città, i blocchi dell’ arco di Porta Ercole dove accanto ai simboli del dio, testa e clava, si leggono i nomi dei primi duoviri della colonia, L.Cassius L.f: Longinus e L. Calpurnius L.F. Piso e le iscrizioni sull’arco dei Sergi.

Ancora oggi è quasi impossibile penetrare nelle profondità delle radici polesi, nei tremila anni di storia ma è necessario andare indietro nel tempo, nel mito e nella classicità del mar Mediterraneo.
Nel “Corso di geografia universale”, Firenze, Batelli, 1840/1843, pag17 di F.C. Marmocchi si legge che sei secoli prima di Roma, verso il 1376 a.C., avvenne la scoperta dell’ Istria fatta dagli Argonauti e, contemporaneamente, come afferma Dionigi di Alicarnasso anche una colonia del popolo etrusco, i Pelasgi, approdò alla foce del Po, ad Adria spingendosi nel mare sulle coste dell’Istria dando origine così alla variante occidentale.

Esigenza logica significa, allora, avere davanti l’immagine del mondo del Mediterraneo in quell’epoca: quando i Fenici si stabilivano sulle coste settentrionali dell’Africa, l’impero della maggior parte del Mediterraneo e particolarmente del Tirreno, dell’Adriatico, dello Ionio e dell’Egeo era sotto il dominio dei Toscani o Etruschi e dei popoli discesi dalle loro colonie fra cui i Pelasgi. Tra le imprese rimane famoso il viaggio degli Argonauti, antica peregrinazione adombrata di miti e di leggende. Dalla parte dell’Ellade antica i Colchi e gli Argonauti, dall’Etruria gli etruschi-pelasgi risalirono l’Istro raggiungendo una penisola alla quale diedero il nome di Istria da quello del fiume su cui avevano navigato. Stando agli scrittori Callimaco e Likofron nel terzo secolo a.C una parte dei Colchi inseguitori di Giasone, stanchi per il lungo viaggio e imbarazzati dall'esito negativo della loro missione si sarebbero fermati in Illiria. Erano ormai privi del loro capo Absirto e considerarono che presso la tomba della bionda Armonia, consorte di Cadmo avrebbero potuto fondare un àstyron da loro detto "Pòlai" in quanto «città degli esuli». La leggenda, infatti, ci racconta che nel 1376 a.C. gli Argonauti si fermarono presso la tomba della bionda Armonia, consorte di Cadmo, in Illiria, chiamando quel luogo Polai “città degli esuli” mentre in contemporaneità, e qui mi ripeto, una colonia degli Etruschi, quella dei Pelasgi, approdava alle foci del Po e risaliva il mare spingendosi sulle coste dell’Istria. Nell’approfondire le origini di Pola, come italiana-istriana anche oggi mi sto offrendo una bandiera di dignità anche per quel suo nome che si legge in Plinio il Vecchio nell’opera “Naturalis historiae”: “in colonia Pola, quae nunc Pietas Julia”.

Molti i testi sul mito degli Argonauti ma tutti concordano nell’ affermare che i marinai dell’Ellade antica adagiarono, quando si trovarono sul fiume Istro, i remi delle navi vicino alla lapide di Armonia dalle bionde chiome.
Si fermarono, quegli abitanti della Colchide, nel golfo polese che rappresentava un rifugio sicuro per loro, non rozzi marinai, ma pensatori e artisti, che avrebbero potuto esprimere le loro arti e i loro saperi in quei luoghi lussureggianti di vegetazione, di uccelli, di sorgenti e cascate. In quella terra fertile costruirono capanne fondando una nuova patria e una nuova città. La collocazione della città di Pòlai presso la tomba di Armonia quindi nell'Illiria propriamente detta, dichiarata prima da Callimaco e confermata anche da Apollonio Rodio viene poi rivista e diversificata dall’ interpretazione di Strabone, il geografo più famoso dell’evo antico, il quale identificò la Pola illirica di Callimaco con quella istriana. Questa identificazione la considerarono anche Plinio, n.h. III 19,129 e Pomponio Mela II 3, 57, oltre a tutti coloro che, dal Rinascimento a oggi, si sono occupati del problema. Comunque, l’origine del nome POLAI se è illirica assume il significato di “sorgente d’acqua” o di “fortificazione”. Gli Illiri, infatti, vissero sulle collinette fortificate e la loro colonia principale in questa regione fu Nesactium (Nesazio, Nezakcij), dalle legioni romane demolita nel 177 a.C.

Verso l'anno 40 a.C. Pola ottenne lo stato di colonia romana con due centri fondati: una fortificazione militare su uno dei sette colli – il Castello, ed il Centro Civile ai suoi piedi e fino al mare.
Ma la città che conserva la più belle vestigia romane fu fondata tra il 46 e il 45 a.C. allo scopo di fare da punto d'appoggio alla conquista romana nella zona adriatica fra Trieste e la Grecia. Il compito della fondazione stessa fu affidato ai parenti ed agli amici di Giulio Cesare. Come sopra ho ricordato, la lapide, coi nomi dei duomviri L.Cassius L.f. Longinus e L. Calpurnius L.F. Piso fondatori della colonia "Pietas Iulia", è murata sui blocchi dell’arco di Porta Ercole accanto ai simboli del dio, testa e clava, la più vecchia porta cittadina della colonia di Pola, eretta sui resti preistorici dell'antica entrata dell'abitato illirico.

Passarono i secoli… e ritorniamo a Pola romana.
Al tempo dell’ imperatore Augusto (27 a.C. -14 d.C.), Pola ottenne il suo splendido aspetto urbano definitivo di “città imperiale”, in quanto disponeva di tutte le conquiste importanti della civiltà romana, dall’architettura all’ ingegneria, ai centri amministrativi, commerciali e religiosi fino ad oggi conservata nella parte antica della città.

Ecco, non è vero che tutto passa…
Non è passato il dolore del dramma della storia tormentata dopo la fine della seconda guerra mondiale: l’esodo della popolazione in massa, l’abbandono di tutto ciò che era stato “vita quotidiana e amata per le sue piccole cose”,una vera diaspora a partire dal 1947, ma la tua città ti rimane dentro e l’assapori anche da lontano perché la percezione estetica che hai di essa te la fa toccare nella sua struttura affettiva cui indissolubilmente è legato il sentimento personale.
Porto sempre negli occhi i miei ricordi che determinano il movimento dell’anima… un ciclo che ricrea e aggiusta nonostante la lontananza e la nostalgia.

“L’ebbrezza della nostalgia”
In omaggio a questa città non più italiana ma che si estende voluttuosamente nella sua romanità architettonica sulle sponde del mare Adriatico mi era fiorita, alcuni anni fa, una poesia d’amore scritta dopo averla vista la prima volta ed oggi la dedico alla memoria del pianto silenzioso degli esuli costretti a lasciare le loro case, i loro ricordi, la loro vita alla fine della seconda guerra mondiale.

Questi, del viaggio, sono stati giorni di seta!
Ora me ne vado come sono venuta.
Addio Pola, mia terra
striata d’oro, limpida e bianca.
Mi porto un po’ della tua nuda luce,
un po’ del tuo destino di mare,
un po’ della tua bellezza augusta.
Ti lascio in cambio un dono: tutta l’ebbrezza della mia nostalgia.
Ho ascoltato, per l’ultima volta,
la mia lingua parlata
da vecchie genti,
il dolce istriano idioma.
Ho bagnato, per l’ultima volta,
i piedi nelle onde chiare
mentre tutto di fresco colore
ride e scherza il mare.
Ho girato, per l’ultima volta,
per le ombrose banchine
del mercato odorose
d’erbe e di spezie,
di porto e di vento
fra tanta gente che viene
fra tanta gente che va.
Sono ritornata,
per l’ultima volta,
nel meriggiare del giorno,
nel giardino
della Madonna del Canedolo.
Il prato dell’aiuola
tiene in grembo il sole.
Splendono di bianca luce
i vetusti muri,
di tenero grigio
ridono le crepe delle
bianche pietre,
giocando ronzano due vespe
immerse nell’azzurro.
bianca luce sui vetusti muri
S’innalzano girando in tondo le rondini,
ebbre del loro garrire
Tra le case in ombra
scendono e si rincorrono
risate e sconosciuti idiomi
che cantano della nuova speranza
le canzoni.
Oh!, se durasse eternamente!
Mancano qui le parole per non soffrire
e me ne vado allora con più saggezza
e meno speranza

Nel 2011, per il “Giorno del Ricordo” in memoria del genocidio anti-italiano nelle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata e istriano, è stato Enzo Bettiza a tenere il discorso ufficiale al Quirinale, alla presenza del Presidente Napolitano. Giornalista, scrittore e politico nato a Spalato il 7 giugno 1927, corrispondente all’estero per “La Stampa”, per “Il Corriere della Sera”, fondatore con Montanelli de “Il giornale”, senatore della Repubblica, membro del Parlamento Europeo, scrittore insigne che ha vinto nel 1996 il Premio Campiello con l’opera letteraria “Esilio” (Mondadori), ha rappresentato in modo insigne le nostre terre non più italiane e i nostri martiri delle foibe. E’ forse con un po’ di ritrosia, ma è giusto farlo per il nuovo assetto che si viene definendo in Europa, ricordare quel grande evento mediatico, il “Concerto dell’amicizia” diretto da Riccardo Muti a Trieste il 13 luglio 2010 alla presenza del Nostro Presidente Napolitano, del Presidente della Slovenia e di quello della Croazia.


L’iniziativa del Maestro Riccardo Muti è stata encomiabile anche perché, dal 1997 il festival musicale itinerante di Ravenna sosta nelle città del mondo vittime degli strazi della storia, da Serajevo a Damasco, da Erevan e Istanbul fino alla New York del dopo 11 settembre. Trieste, città mitteleuropea, crocevia di culture del freddo Nord Europa e della grande classicità solare del Mediterraneo ma soprattutto di memorie tragiche legate alla nostra storia negli anni bui che avvolsero l’Europa, non poteva esimersi dall’ ospitare questo grande evento musicale che ha visto l’ orchestra giovanile “Luigi Cherubini”, i Musicisti dell’Accademia di Musica dell’Università di Lubiana e l’Accademia di Musica dell’Università di Zagabria, con i cori italiani, sloveni e croati preparati dal Maestro del coro Sergio Balestracci. Il Maestro Muti ha diretto un concerto senza confini senza però l’intento solo riconciliatorio per il nostro tragico passato bensì per dare speranza alle nuove generazioni. Musiche slovene, croate ma soprattutto quel meraviglioso Requiem in do minore per coro e orchestra di Luigi Cherubini, ha sollecitato memorie dolorose senza tempo e ancora di immutata attualità nel ricordare gli italiani infoibati e gli italiani dell’esodo. Per questo dedico questi versi alla mia terra non più italiana.


Alla mia città: Pola istriana nel giorno del Ricordo

La mappa della nostalgia e del rimpianto
ha disegnato, ora, la mia città
di mille ombre fantastiche.
Mi racconto,
in un brillio di luce calda e continua,
la trama che il tempo
ha costruito fin dalla sua origine……
Gli esuli Argonauti,
sul fiume Istro,
adagiarono i remi
vicino ad Armonia, bella regina,
sepolta sulla riva del mare che,
nelle sue onde,
ripete per sempre eterne immagini.
Si fermarono, gli eroi della Colchide,
nel golfo polese,
in luoghi lussureggianti di vegetazione,
di uccelli, di sorgenti,
per poter esprimere arti e saperi
dell’Ellade antica.
In quella terra fertile
nuova la patria,
la chiamarono
“Polai, terra degli esuli”.
Ed oggi…… e per sempre…..
luci ed ombre
compongono la realtà in frammenti,
e solo un velo di tristezza offusca l’anima,
solo un sommesso strazio,
solo il flusso dell’inconscio continua
a scorrere indisturbato.
Il mito di quel tempo antico
dilata i confini del desiderio,
le sensazioni si confondono con la realtà
rendendo liquidi i colori,
esaltando i profumi di quella mia terra amata…..
Come per caso
le parole sgocciolano lentamente dalla penna
ed un barlume di desiderio accarezza
la mia veglia.

Io, italiana nata a Pola, ho cercato di vivere serenamente, per quanto possibile, il giorno del Ricordo di questo 2012 pensando che fra non molto entrerà in Europa la Croazia. Ho colto, infatti, la suggestione del Prof. Pupo che ha definito la “parabola drammatica dell’italianità adriatica” all’interno di una più ampia visione storica. Egli afferma che “le diverse memorie di frontiera cominciano a conoscersi e a rispettarsi …” . Ho letto quasi tutti i libri scritti sull’Istria ed oggi, quando mi arriva il giornale “L’Arena di Pola” sento che le “unghiate” dell’amarezza nel cuore, che le ferite inferte al popolo istriano e dalmato non si possono rimarginare, anche se io ero piccolissima quando la mia famiglia rientrò in Italia. Abbiamo vissuto, alla fine di gennaio, nel celebrare il giorno della Memoria, un’amarezza infinita. Sentire parlare di negazionismo non solo italiano ma anche e soprattutto tedesco mortificano il nostro essere giudaico-cristiani ma la fede nella sofferenza umana patita fortificano il castello della nostra coscienza e del nostro credere.


Lunedì 13 febbraio a Porta a Porta, le contestazioni della studiosa slovena Kersevan e di un comunista italiano sono state confutate dagli storici italiani Raoul Pupo e Gianni Oliva, ma si è data poca voce agli esuli che vivono in Italia tanto che nel bel libro di Luigino Vador, “Opzione: Italiani!”, un esule afferma “Abbiamo vissuto tenendoci per mano”.


Su Internet ho avuto modo di vedere, lo scorso anno, varie manifestazioni all’estero e mi ha profondamente colpito il titolo della mostra tenuta a Cleveland e a Detroit “FOIBE ISTRIA FIUME DALMAZIA – 2000 anni di cultura”. ABBIAMO VISSUTO TENENDOCI PER MANO”

Così Giosuè Carducci celebrava:
“ Questa bellissima e nobilissima regione, tutta italiana e veneta, della grande Patria italiana….”

Fin dall’infanzia sono sempre stata vicina agli esuli, due famiglie hanno abitato sul pianerottolo del nostro condominio al mio paese in provincia di Verona ed ho visto mia mamma con le lacrime agli occhi quando è venuto ad abitare un finanziere che l’aveva conosciuta addirittura a Pola quando io ero nata e si erano ritrovati dopo undici anni. Molti sono stati gli istriani che si sono integrati in Italia e che, con il loro impegno, pur collocandosi su una linea di continuità con il passato, hanno ricucito ciò che la storia aveva strappato.


E’ giusto, allora, affinchè non si perda la memoria del loro sacrificio, ricordare:
- l’insulto delle FOIBE nell’Istria fra il 1943 e il 1945
- l’ESODO dal 1947 agli anni 1958/60 delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate per conservare e recuperare la libertà nella civiltà dei padri.

Mi è stato regalato da una signora che aveva la nonna di Rovigno il libro “A Rovigno ho lasciato il cuore” del 2006, di Wally Mirella Poldelmengo e scrivo una sua poesia scritta nel 2000 “Foibe” perchè ritengo che i suoi versi siano importanti per tutti:

“ voci lontane di fantasmi
………
una sequenza di lugubri immagini,
di bimbi, donne, uomini,
vecchi e giovani,
i loro polsi legati col fil di ferro,
file interminabili dinanzi
a profondi, cupi orridi, poi
il terribile crepitio di mitraglia,
cadono i corpi giù, giù a capofitto
poveri manichini svestiti,
sommessi lamenti, infine il glaciale
silenzio”.

Ho avuto, inoltre, la fortuna di conoscere uno scrittore friulano, Luigino Vador, e sua moglie Nicoletta che mi hanno regalato il libro “Opzione: Italiani!”, Edizioni SBC, Ravenna, 2008.

Ho ripreso molte parole da questo libro non potendo trovarne altre mie più significative.

Il libro trova le sue radici più profonde nella memoria e racconta la verità dell’esodo facendo rivivere a noi tutti la dolorosa diaspora del popolo istriano. Mi sono venuti incontro, così, la vita, il dolore, la speranza: è la storia vissuta da quarantadue famiglie tutte con nome e cognome e luogo di provenienza dall’ Istria, una comunità istro-veneta che si è insediata, dal 1957 in poi, nel Comune di San Quirino del Friuli, in una località chiamata LE VILLOTTE, un territorio a nord di Pordenone che l’Ente Nazionale Tre Venezie aveva destinato alla costruzione di case per 56 famiglie provenienti dai vari campi profughi: Trieste, Torino, Cremona, Brescia, Altamura …. Le Villotte erano vaste praterie estese ,impropriamente chiamate“brughiere”, disabitate ed incolte.


Su questo territorio prese forma il progetto di una nuova vita per gli esuli istriani ed anche se alcune famiglie non resistettero alla fatica, piano piano quarantadue famiglie, insieme ad altre di origine veneta, hanno trasformato le Villotte in una splendida oasi di coltivazioni, vigneti e frutteti. Le testimonianze rese dalle persone che hanno patito il dramma dell’esodo dall’Istria sono un invito alla riflessione sulla sofferenza umana che deriva da ogni guerra e sul prezzo che si paga.
E’ uno spaccato fedele di cosa sia realmente accaduto e che rende merito ad una popolazione che, nonostante il dramma dell’esilio, ha saputo andare avanti con coraggio, affrontare il futuro con la consapevolezza di appartenere ad un passato millenario.

Il professor Guido Porro, scrittore, protagonista e studioso dell’esodo istriano ha messo in evidenza, nella Prefazione al libro, come nel 1946 il massimo collaboratore di Tito, Milovan Gilas e il Ministro degli Esteri del Governo jugoslavo Edward Kardelj andarono in Istria per organizzare la pulizia etnica stabilendo che bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. Lungo tutto il 1946 De Gasperi chiese ripetutamente agli Ambasciatori delle Potenze vincitrici “…come mai si fosse fatto sparire dal preambolo del trattato di pace il popolo italiano che fu protagonista (con la Resistenza al Nord e con la risalita dal Sud al Nord del ricostruito esercito e dell’appoggio della flotta italiana) della riscossa”.

Il Professor Porro scrive: “ A conferma della terribile violenza patita in tutta l’Istria da parte degli slavi, valga il brano di una lettera del Premier inglese indirizzata a Stalin: “…grandi crudeltà sono state commesse in quella zona dagli slavi contro gli italiani, specialmente a Trieste e a Fiume. Le pretese aggressive di Tito devono essere stroncate”.
Ma non fu così…..
Il professore continua nella Sua Prefazione: “Non fu neppure logica di guerra. Fu semplicemente e duramente bottino di guerra per i vincitori…..(L’italianità n.d.a) spazzata via d’un colpo dalla illogicità della guerra perduta, dall’ignoranza presuntuosa della diplomazia anglo-sassone, dalla insolente pretesa di Stalin e di Tito…Viene difficile raccontare dell’esodo…le parole si dovrebbero trasformare in una lama tagliente quanto un bisturi, i verbi scarnificati più di un raschietto e le frasi più nere di una lunga notte d’inverno”.

Prima di arrivare alle Villotte, gli esuli furono ospitati in vari centri profughi, furono chiamati anche “slavi” dagli stessi italiani e, in molte testimonianze, emerge l’amarezza di allora di essere italiani in una Italia che non li voleva. Furono alloggiati in vari centri, in capannoni senza servizi ma sapevano anche che da parte del governo italiano era difficile far fronte all’emergenza della valanga dei profughi. Quattro sono le testimonianze che vorrei raccontare: la prima riguarda l’ospitalità nella zona di Trieste in un capannone a due piani dove vissero in quarantadue persone fra donne, anziani e bambini in uno stanzone, mentre gli uomini erano al piano terra. I servizi igienici si trovavano all’esterno e “quando capitava di servirsene alla notte, il tanfo che offendeva le narici al rientro, bloccava il respiro in gola”.

Un altro episodio riguarda la scelta di una famiglia di andare a Monza. “L’alloggio, ricavato da una ex scuderia di cavalli, aveva ciottolato per pavimento e coppi a vista per soffitto. Con otto famiglie dividemmo quello stanzone….i letti a castello, dotati di materassi carichi di pulci, le coperte puzzolenti da rivoltare lo stomaco, usate a suo tempo, per coprire i cavalli”.

La terza testimonianza è di una bellezza incredibile: “Ero incinta di otto mesi quando caddi malamente e partorii. Il freddo pungeva quel novembre ed il neonato avrebbe avuto bisogno dell’incubatrice, ma come fare? Avvolto in una coperta, mamma lo adagiò nel forno del “ spaker (la stufa n.d.a) e a turno, ci impegnammo a girarlo e rigirarlo perché il calore lo accarezzasse in ogni lato, fino a quando fu chiaro che ce l’aveva fatta!”. L’ultima testimonianza riguarda l’assegnazione a tre famiglie di tre poderi alle Villotte: “La vita era dura, ma quella casa nuova, tutta mia, mi donava una gioia intensa…..Gli anni mi sono scappati di mano…”
Grazie, istriani!

Un saluto alla mia città: POLA

Da quando sono andata in pensione come direttrice didattica ho aperto il cassetto delle mie idee e lo scrigno delle mie parole e, da allora, libri di poesia, fiabe, un romanzo, libri di racconti, libri di psico-pedagogia anche per i genitori e per bambini con autismo, elzeviri, qualche articolo, alcuni premi. Sono da dieci anni presidente dell’Associazione Settimana del Libro ragazzi - Gubbio e madrina da otto anni del Premio Internazionale San Valentino d’oro di Terni, premio che anch’io ho ricevuto nel 2006. L’ultimo mio lavoro, è un libro di racconti Giocare la partita del tempo, pubblicato da Ibiskos Editrice Risolo, dicembre 2011. Era impossibile, per me, non parlare della mia Istria ed ecco, allora, la sinossi del racconto “ISTRIA, MITO POETICO – A piccolo cabotaggio sul mare Adriatico” .

Il racconto è dettato da un “frizzico” di nostalgia che vuol essere un omaggio ad una terra perduta per sempre, non nel cuore degli italiani, l’Istria. La narrazione riguarda gli anni del primo Novecento in cui “la terra di mezzo” era sotto il governo austriaco ma sempre rispettata nella “sua” italianità. James Joyce diventa un pretesto “poetico” per parlare dei fari dell’Istria e di quei paesi che conservano, nella loro bellezza, tutta la venezianità e la classicità del mare Adriatico.

A Pola rimangono alcuni ricordi dello scrittore, come nell’arco dei Sergi, in piazza Portarata ed allora ho smosso le mie “celluline” per scrivere un racconto. E’ la storia dei pochi mesi che Joyce trascorse nel 1904 a Pola come insegnante alla Berlitz School e del suo incontro con un giovane che lo invita a visitare i quattro fari dell’ Istria .
Ognuno racconta di sé: lo scrittore ciò che vorrà esprimere nei racconti, nei romanzi e nei saggi, negli anni della sua maturità artistica e il giovane la bellezza dei luoghi, dell’ amicizia con Italo Svevo, e che prevede, dopo i loro discorsi che, negli anni futuri, Joyce si esprimerà con un nuova sensibilità che sconvolgerà le strutture profonde della parola e dell’interiorità umana.

Sorridendo James gli risponde che quando a Dublino “ se ne andava attraverso le vie della città, i suoi occhi e i suoi orecchi erano sempre all’erta a ricevere impressioni. Non soltanto nello Skeat trovava parole da far tesoro; ne trovava anche a caso nelle botteghe, sugli avvisi, sulla bocca della gente laboriosa, e prendeva piacere a ripeterle tra sé fintanto che esse, perduto per lui il loro significato momentaneo, gli divenivano vocaboli meravigliosi”.

VIVA L’ITALIA!

Da sempre, chi è istriano, prova una struggente vanità di attesa ma anche una ritrosa attesa di felicità di immergersi in quella culla di grande civiltà mediterranea.
Ho scritto, per un concorso di poesia, VIVA L’ ITALIA a conclusione dei centocinquan’anni dell’unità d’Italia ricordando la prima e la seconda guerra mondiale.

Grido d’amore, grido di dolore…
Frullano nella memoria
parole amate,
recitate sommessamente
che ricordano il tempo
della Vittoria prima
e dell’esilio doloroso poi.
Martirio e sangue nostro fino
a quel 1918
quando si unì la bella Patria.
Indietreggiò il nemico
fino a Trieste e a Trento
e la Vittoria sciolse le ali al vento!
Ancora una volta l’Unità
della terra italica
bagnata si era del sangue degli eroi
Sacro quel patto antico
e tra gli eroi della grande guerra
si vide risorgere
con Oberdan e Battisti
l’eroe di Capodristia,
Nazario Sauro
Ancora oggi
e, per sempre,
rimane a noi istriani
il Suo testamento d’amore eterno
prima di essere impiccato
nel carcere di Pola:
“Diedi a te Nino, a Libero
ad Anita a Italo ad Albania.
nomi di libertà. Io non ci sarò più
ma vi verrà in aiuto la Patria
e, su questa patria, figli,
sarete sempre e ovunque e prima di tutto
ITALIANI!”
Trascorsero gli anni……
E lutti e strazio e guerra e morte e foibe ed esilio
per quell’angolo di patria oggi non più italiana……

La motivazione per la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria di Nazario Sauro

“Dichiarata la guerra all’Austria, venne subito ad arruolarsi volontario sotto la nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia ed abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava a ricongiungersi all’Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribuì efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai l’attendeva, serbò, fino all’ultimo, contegno meravigliosamente sereno, e col grido forte e ripetuto più volte dinanzi al
carnefice di “Viva l’Italia” esalò l’anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria”
- Alto Adriatico, 23 maggio 1915 – 10 agosto 1916

Dal 7 marzo 1947, le spoglie del martire di Capodistria si trovano nel Tempio Votivo del Lido di Venezia.
Nel 1976 la Marina Militare Italiana ha dato il nome di “Nazario Sauro” al sottomarino S 518.
Dal 26 settembre 2009 è stato ormeggiato nella Darsena del porto antico di Genova davanti al Galata – Museo del Mare. Su progetto del’architetto Roberto Bajano, è la prima nave museo in Italia visibile in acqua. In Italia fanno parte dei musei e visibili altre due unità sottomarine: il TOTI Esposto al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano, ed il DANDOLO all’interno dell’Arsenale di Venezia.

Per la poesia VIVA L’ITALIA ho ricevuto, ad un concorso, il francobollo d’argento celebrativo del 150° anniversario dell’unità d’Italia dedicato al tricolore emesso da “Posteitaliane filatelia” racchiuso da due lastre di vetro.

 Immagine attiva

Cammino sulla battigia sassosa e disseminata
di conchiglie vuote della dolce vita del mare,
mentre l’onda si frange nella sua schiuma
bianca disegnando l’eterna trina come di
sposa il velo.
Tendo le braccia oltre il mare quasi ad
accarezzare con le mani quel lembo di
costa lontana:
la mia Istria.
Un giorno, tanto tempo fa, Sergio Endrigo
cantava:
“la speranza è un fiore,
ma frutti non ne dà”
Ai miei occhi velati di pianto,al cuore che
batte di fiera e dolorosa memoria penso
a POLA: una domenica di infinita felicità!

Preg.mo Sindaco
Le invio anche un mio breve saggio che ha ricevuto un premio nel 2007 su due protagoniste di Shakespeare.

L’alta espressività della tradizione lirica amorosa in William Shakespeare Giulietta e Miranda (scritto nel 2007) in questa tarda sera di fine novembre il vento ha soffiato fino a rendere il cielo del colore del zaffiro.
Mi fanno compagnia stelle brillanti che ammiccano al mio sguardo che si tende al cielo dalla piccola finestra quadra nel sottotetto dove il mio studiolo è pieno di carte, di libri, di giornali, di CD musicali.

Un refolo di ironia ma anche di riflessione amorosa - mentre ascolto le 4 Ballades Op.10 di Johannes Brahms suonate al pianoforte dalle mani magiche di Arturo Benedetti Michelangeli - mi spingono a scrivere un saggio su due delle eroine italiane di William Shakespeare, Giulietta protagonista della tragedia Romeo e Giulietta (1) e Miranda, protagonista del dramma romanzesco La Tempesta (2).
La motivazione è semplice: non molto tempo fa il quotidiano “Il sole 24 ore” ha promosso l’opera “Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo” in sedici volumi per le Edizioni Einaudi.

Poco tempo prima c’era stata l’ennesima pubblicazione, sempre da acquistare in edicola, della tragedia Romeo e Giulietta, la prima di tutta l’opera completa di William Shakespeare. Un volume molto elegante per la copertina blu cartonata con l’immagine sfocata del grande drammaturgo e le scritte in oro…. Il silenzio bianco del foglio diventa una sfida rinnovata, poi insinua e incalza il mio pensiero: ”Troverai parole semplici e piane per spiegare, come afferma George K.Hunter (3) che “ i drammi di Shakespeare vivono lungo i confini – dove la commedia si apre al potenziale tragico, la storia si dibatte fra commedia e tragedia, la tragedia scivola in abitudini comiche – in modo da complicare qualsiasi univocità prospettica, e sfocare qualsiasi nettezza d’immagine? Rispondo a me stessa a voce alta: “Scriverò soltanto delle due icone dell’amore a me più vicine e tutto ciò che scrivo o intesso dovrà accendersi di luce e diventare autentica voce per il ruolo che sempre ha avuto l’amore nel giocare la partita della vita nelle eroine di Shakespeare.” Rivisito le cose pensate nel tempo lontano dell’ amorosa giovinezza e decido che quel passato deve avere la lievità e la profondità della semina.
Questo, allora, il nucleo del saggio:
L’ amore, eroe del dramma in Romeo e Giulietta e in La tempesta di Shakespaere;

L’amore, eroe del dramma
Mentre ascolto l’andante con moto della quarta ballata di Brahms con il tocco raffinato e superbo di Arturo Benedetti Michelangeli, si affaccia alla mente e al cuore una manciata di ricordi delle mie schermaglie amorose giovanili, non come “ricerca del tempo perduto”, bensì ricordi di un tempo vissuto con attese, delusioni e speranze.
Ricordo con un sorriso la collana della BUR degli anni sessanta (favolosa per noi giovani squattrinati), con la copertina grigioazzurra e una scrittura leggibile anche se minuta: Romeo e Giulietta, Amleto, Giulio Cesare, La Tempesta, opere splendide che avevo riposto in un angolo della libreria insieme a quelli di alcuni autori particolarmente cari della mia giovinezza: Tomasi di Lampedusa, Pavese, Pratolini, Silone, Levi, Bassani, Tobino, Hemingway, Buck, Faulkner, Mann ….Ho ripreso in mano Giulietta e Romeo, La Tempesta e un saggio critico Le donne di Shakespeare di Heinrich Heine (4), anch’egli poeta lirico che sorride delle lacrime umane e le muta in uno sfocato arcobaleno che rischiara, seppure tenuemente, l’equivoca oscurità della vita. Essendo anche un fine, magico e fantasioso umorista gioca con l’ inerte follia e la trasforma in prezioso gioiello artistico. In Romeo e Giulietta, dice Heine, l’Amore diventa l’eroe del dramma. “Amore! E’ lui la passione più alta e trionfante. Ma la forza con cui domina il mondo…..consiste nel suo disprezzo per la vita fino all’anelito del sacrificio. Per lui non c’è ieri, non pensa al domani. Brama l’oggi soltanto, ma lo esige tutto intero, subito e senza pensieri… La sfera terrestre è il luogo di azione dei drammi di Shakespeare e la sua unità di luogo; l’eternità è il tempo di azione e la sua unità di tempo”.
Sfoglio alcune pagine ingiallite della tragedia shakespeariana, sorrido ai segni di matita ormai sbiaditi fatti in quel lontano tempo della giovinezza sulle frasi d’amore ed ecco che il gioco è fatto: nasce dentro di me una lezione d’amore struggente, quasi biblica.

L’Amore, allora, splendido alla ribalta con il suo linguaggio tardo-petrarchesco, si presenta come:
1. sguardo amoroso nelle parole di Romeo:“Ella parla, eppur non dice nulla. Come può accadere? Son gli occhi suoi a parlare … “

2. passione alta e trionfante: “Chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato..….. E’ stato Amore, che per primo ha guidato i miei passi. M’ha prestato il suo consiglio ed io gli ho prestato gli occhi…….Ho superato quelle mura con l’ali leggere dell’ amore, perché non v’è ostacolo di pietra che possa arrestare il passo dell’ amore e tutto quello che amore può fare subito trova il coraggio di tentarlo….”

3. donazione completa e appassionata nelle parole di Giulietta “Ma sappi aver fede in me ed io saprò dimostrarmi anche più leale di quante sanno offerire una miglior mostra della loro modestia”

4. nudo richiamo: “….Ma basta con le forme esteriori!.... Mi somiglia troppo il lampo che cessa di esistere innanzi che uno abbia il tempo di dire “lampeggia”. A compiere i riti d’amore, basta agli amanti la luce che s’irraggia dalla loro bellezza..ba -a-a-alta e trionfante. lontano tempoun saggio sull'…… “Copri (o notte) il sangue ancor non dòmo che s’agita nelle mie gote fino a quando il timido amore, fatto ardito, non veda nell’atto d’amore schiettamente compiuto null’altro che semplice modestia…”

Riprendo in mano il saggio di Heine che descrive con toni lirici Giulietta: “La luce insorse nel tripudio degli uccelli era immobile e affranta per l’ansia di un amore e di una fedeltà che la possedevano ormai per intero.. Voleva segnare un punto sulla mappa del suo vivere sapere chi fosse e dove fosse diretta….….. Era l’ora in cui restava tacita a una finestra del giardino, il davanzale della camera d’angolo….Non le mancava nulla: gli affetti, le tenerezze di una famiglia di gran sentire, amicizie, gli smarrimenti dei primi gemiti d’amore, il cielo trapunto,la sovranità delle stagioni. E tuttavia trepidava d’incompiutezza le profondità della sua anima inquieta lo vagheggiavano. Ricordava il gioco morbido delle lucciole e il profumo diluito dei fiori da un buio affabile e noto……In Giulietta si osserva un elemento nordico: con tutta la violenza della passione Giulietta rimane sempre cosciente di se stessa, in una chiara autoconsapevolezza, padrona delle sue azioni. Giulietta ama, pensa e agisce”

Oggi, senza che nessuna “poudre d’or” accechi la visione delle cose, possiamo dire che Shakespeare ha sempre imperlato i fogli di memorie amorose e che, pur nel trascorrere dei secoli, quell’amore è vissuto con baldanza, conraggio ma anche con intensità di cuore che non soccombe mai al semplice desiderio.
Ripongo la tragedia Romeo e Giulietta e il saggio di Heine quando mi viene incontro Miranda da La Tempesta e mi sembra di udir parlare il vecchio Prospero: “Tempesta placata, riconciliazione globale”…..
Come in un sogno, il mondo in cui oggi vivo, per effetto della magia di Prospero, si allarga verso nuove direzioni di umanità superando la violenza di cui è intriso.

La Tempesta è il più affascinante dei drammi shakespeariani e fra i romanzi è quello più strutturato nella narrazione, nella quale è evidente il processo di osmosi fra memoria e dimenticanza mediante il quale i personaggi recuperano la loro identità.
Nel tempo dei miei studi mi ero domandata perché Shakespeare avesse collocato La Tempesta all’inizio nella grande edizione in-folio del 1623 pur essendo una delle ultime opere e una risposta l’avevo trovata: egli voleva superare le bufere delle grandi tragedie ed aspirava al ritorno dell’armonia nel mondo, sia pure in atmosfere sfumate e indefinite, in cui il “fatto magico” diventasse realtà, non fosse solo “incantesimo”.
Miranda è la speranza, il ritrovare una nuova luminosità amorosa nei rapporti fra gli uomini: “Oh, io ho sofferto, vedendo chi soffriva! …..S’io fossi stata un potente nume, avrei sprofondato il mare entro la terra, impedendogli d’ingoiare il bel vascello e le anime che trasportava”.

In questa bellissima adolescente l’amore non indietreggia, non abdica di fronte al dolore ma il crescendo delle emozioni elimina ciò che è indifferente e ingenuo.
Per questo, le intimità malinconiche della giovanissima adolescente si trasformano in pensiero amoroso per “l’altro” e lei stessa, con la sua natura luminosa e aperta, affronta le cose senza indugiare in modo tale da riempire i bisogni di amore superando i tepori rassicuranti di Prospero che l’hanno cresciuta dimostrando così la sua maturità intimistica.
Rimango pensierosa perché mi accorgo che, nel contesto in cui viviamo, è necessaria una rilettura sensuale ma libera dalla morsa dell’emotività, quasi in punta di voce, delle trame d’amore che Shakespeare ci offre a distanza di più di quattro secoli.
Anche oggi l’amore per la donna dovrebbe essere considerato nella sua universalità, nella sua valenza assoluta di passione umana immutabile nel tempo nello spazio: solo così lo si può investire di metafore, farlo brillare di immagini e di simboli.
Sarebbe importante, per la cultura contemporanea, riappropriarsi del concetto di seduzione inteso come spirito e non fermarsi all’ erotismo che nasce sempre da un desiderio solo sessuale il quale, anche quando assume una dimensione mentale, non evita che siano i sensi a giocare un ruolo determinante. La seduzione, invece, è fatta di gioco, di modalità diverse di approccio e non può essere influenzata da impulsi puramente fisici fondati solo sull’istinto: sono il mistero, l’incertezza, le parole non dette a costituire il linguaggio della seduzione che sembra non interessare più i giovani, uomini e donne che dovrebbero, invece, nuovamente riappropriarsi dei sentimenti e del gioco della fantasia in quanto solo questa è la strada maestra per far vivere l’eros che è in ciascuno di noi.

(1) William Shakespeare, Romeo e Giulietta
(2) “ “ La Tempesta
(3) – G.K.Hunter, Shakespeare and the Tradition of Tragedy, in S. Wells (a cura di ), The Cambridge Companion to Shakespeare Studies, Cambridge University Press, Cambridge 1984, pag.128
(4)- Heinrich Heine – Le donne di Shakespeare - Aglaia n.9 – Le Càriti – Firenze – 1999

ROSANNA MILANO MIGLIARINI

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 agosto 2013 )