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VERGAROLLA di Lino Vivoda

(L'ESODO DI POLA Agonia e morte di una città italiana)
di Lino Vivoda

VERGAROLLA
18 agosto 1946

L'annuncio della riunione natatoria di Vergarolla - località posta oltre la metà della parte sinistra della baia guardando dalla riva verso le isole Brioni - indetta per domenica 18 agosto nello specchio d'acqua antistante la sede sociale della Società Nautica "Pietas Julia", venne pubblicato per parecchi giorni sul quotidiano locale italiano, "L'Arena di Pola", come un implicito appello per la partecipazione in massa.
Ormai qualsiasi occasione di pubblica riunione era diventata per la cittadinanza motivo di corale dimostrazione d'italianità, intesa quindi a manifestare i propri sentimenti nazionali: l'aveva dimostrato ultimamente a giugno la cerimonia religiosa del "Corpus Domini"; l'aveva confermato recentemente la manifestazio­ne artistica di Ferragosto, nell'anfiteatro romano; l'avrebbe quindi ribadito ancora una volta la riunione sportiva per lo svolgimento delle gare della "Coppa Scarioni", il cui termine di chiusura delle iscrizioni per società ed atleti era stato fissato per le ore diciotto del sabato precedente, presso il Commissario provinciale della Federazione Italiana Nuoto, Carlo Alessandrino, proprio per favorire la massima ! partecipazione di gareggianti.
Consentiva il richiamo politico anche il nome della gloriosa società "Pietas Julia" che ricordava la città ricostruita dopo le guerre civili da Augusto, con l'avvio dei grandiosi monumenti che ne avrebbero tramandato la romanità nei secoli - festeggiante il sessantesimo anniversario della costituzione del sodalizio, avvenuta nel 1886 durante la dominazione dell'impero austro-ungarico, quando era stata oltre che vivaio di atleti fucina di irredentisti rivendicanti il carattere italiano della città.
La splendida giornata di sole aveva favorito quindi sino dal primo mattino l'afflusso di centinaia di bagnanti, che pranzavano all'aperto, secondo la tradizione domenicale estiva dei polesani dedicata al mare, nella pineta alle spalle della spiaggia, ch'era la prima a raggiungersi uscendo dalla città per recarsi ai bagni, con la comodità a due passi sotto un fresco pergolato dell'ottima Trattoria da Calcich, cara a generazioni di buongustai. Era stato istituito un servizio per agevolare in tutti i modi i partecipanti: anche una motobarca infatti faceva la spola dalla riva antistante 'ex palazzina dell'"Ala Littoria", distrutta dalle bombe, al molo di Vergarolla.

La prorompente italianità di Pola che si manifesta ormai a chiare lettere stava quindi segnando la netta sconfitta di tutte le mistificazioni slave. L'O.Z.N.A. aveva invano cercato di snaturare il volto cittadino sotto una coltre di camuffamen­ti e di ostentazioni filoslave imposte con il terrore. Neanche la periodica convogliazione forzata di centinaia di manifestanti croati, prelevati con gli automezzi dell'esercito jugoslavo da alcune zone dell'Istria e scaraventati in città con cartelli e bandiere inneggianti a Tito riusciva più ad avallare la tesi titina che l'italianità cittadina era limitata ad un periodo di imposizione dell'"occupazione" italiana del '18, mentre dopo la "liberazione" partigiana del maggio '45 si sarebbe rivelata l'autentica città croata. Tutta questa montatura era crollata lentamente da quando la popolazione polese aveva potuto esprimersi in libertà. A partire dalla prima esile manifestazione all'arrivo delle truppe inglesi, mentre la città era ancora stretta nella schiacciante morsa del terrore installato dagli slavi, via via quindi in un appassionante crescendo gli italiani avevano riconquistato la loro città restituendole l’autentico volto nazionale maturato in secoli di appartenenza alla civiltà italica.
L’affronto fatto dai polesani alle tesi annessionistiche jugoslave doveva essere perciò duramente punito in modo tale da stroncare ogni resistenza e dare inequivocabilmente un chiaro esempio del prezzo che sarebbe costato in tributo di sangue la ribellione alle volontà slave. L’O.Z.N.A. meditò quindi la rivincita che nella criminale mentalità balcanica veniva associata al desiderio di vendetta. E questa fu orrenda.
Sulla spiaggia di Vergarolla giacevano accatastate ventotto mine marittime, residuato di guerra, prive di detonatori ma non vuotate dell'esplosivo in esse contenuto. Nottetempo quel deposito di morte fu riattivato da emissari criminali, giunti da fuori città, con l'inserimento di detonatori collegati ad un congegno per il comando a distanza dello scoppio. La carneficina avvenne poco dopo le due pomeridiane di quella assolata domenica d'agosto: la deflagrazione fu tremenda, con decine di morti e feriti scaraventati ovunque dallo spostamento d'aria e brandelli di carne umana che piombavano dappertutto in acqua e sugli alberi. Fu come immergere un coltello rovente nelle carni vive della città, che fu scossa e profondamente colpita dal luttuoso evento.
La tragedia di Vergarolla rimase scolpita in maniera incancellabile nella memoria collettiva dei polesani. Ancora quarant'anni dopo così ricorda Marina Rangan, esule polesana allora bambina, quella triste giornata:
"In quel giorno si andò tutti in barchetta su un incredibile mare azzurro verso la spiaggia della Pietas Julia. Remava mio padre perché aveva deciso che si andava a fare il bagno proprio lì e non a Vergarolla con il barcone pieno di gente, come avrebbe voluto mia madre. Normalmente lui l'accontentava sempre, per il quieto vivere, invece quella volta si impuntò, forse per un provvidenziale sesto senso. Ricordo il dondolìo dell'amaca stesa tra due pini dove mi preparavo a dormire (sono sempre stata di attitudini pigrissime), quando all'improvviso mi ritrovai per terra; attorno a me tutto era buio; piovevano terra e caligine, e sul mare c'era quello che mi sembrava un rotolo di fuoco; credevo che il sole fosse sceso giù a toccare l'acqua. Intorno a me la gente si chiamava e correva da tutte le parti; poi qualcuno mi prese e mi portò via. Dicevano che era esploso il deposito di tritolo di Vergarolla; il momento dell'attentato era stato quello dell'arrivo della barca.
Ritornammo in barchetta; il mare era scuro e i gabbiani, tantissimi, si precipita­vano dal cielo stridendo e poi tornavano su dopo aver colpito l'acqua; avevano qualcosa in bocca. Poi mi dissero che erano anche carnivori. Mio padre disse che era successo per via di tutte quelle manifestazioni per il plebiscito. Disse che era tutto "gnente" perché tanto De Gasperi il plebiscito non l'avrebbe mai chiesto per non compromettere gli accordi per l'Alto Adige e gli slavi avrebbero continuato a massacrarci, che tanto nessuno avrebbe mai mosso un dito per noi".
E Mario Gracco, esule da Pola a Roma, con un annuncio a pagamento sul quotidiano romano "Il Tempo", ripreso da parecchi organi d'informazione nazio­nali, ricorda quanto segue:
 
1946 - 1986
POLA - VERGAROLLA
ex porto militare italiano
ore 14,10 del 18 agosto 1946
un tremendo scoppio di nove tonnellate di tritolo, racchiuse in mine subacquee della Marina, provoca uno sterminio di innocenti,
gran parte bambini e donne (oltre 110 morti, tutti di Pola)
. In nome di tutti gli Esuli di Pola, sparsi oltreché in Italia, in varie parti del mondo occidentale, chiediamo ancora
Pace con Giustizia,
basata innanzitutto sulla verità che noi
ancora oggi ( 1986 ) a distanza di quaranta anni, non conosciamo.
Se noi ci azzardassimo a dimenticare i nostri
Defunti, allora sì che non saremmo degni di vivere
    
Vittime innocenti
Il giorno seguente lo scoppio, Pola rimane attonita: riesce inconcepibile che una mente abbia maturato ed attuato un'azione così feroce. Intere famiglie sono sterminate. Molti parenti non possono avere nemmeno la consolazione di piangere sulle salme dei propri morti, squarciati e scomparsi nella tremenda deflagrazione. Un centinaio di feriti tra gravi e leggeri sono ricoverati all'ospedale. Decine di salme, assieme a diciassette cadaveri orrendamente mutilati e a casse di resti umani non scaraventati in mare, recuperati, giacciono all'obitorio e nel prato antistante.
Si diffondono in città i nomi delle vittime:
Brandis Ferruccio anni 34, Brandis Ida 31, Brandis Alberto 3; Balducci Leambru-no 25; Luchez Rosita 20; Bressan Salvatore 27, Bressan Gigliana 23; Berdini Emilio, Berdini Amalia 34, Berdini Ornella 32, Berdini Luciana 5; Bronzin Francesca 41; Cherpan Paolo 24; Dinelli Giovanna 61, Dinelli Olao 37, Dinelli Amalia 35, Dinelli Otello 24, Dinelli Norina 6; Deboni Caterina in Marchi, Lussi Maria in Deboni; Crosilla Adelina in Ruppillo 24; Muggia Vitaliano 10; Mingaroni Palmira 50, Mingaroni Riccardo 49, Vidolich Giovanna ved. Mingaroni 72; Micheletti Alberto 37, Caterina Maresi in Micheletti 37, Micheletti Carlo 9, Micheletti Renzo 6, Gilve Jolanda in Maresi 28, Maresi Franco 8, Maresi Graziella 5, Maresi Marina 3, Giurina Nadia 11; Marchi Silvana 5; Marini Liliana 22, Marani Valeria 50; Martin Argia 42, Martin Nicolò 20, Succi Carlo 6; Quarantotto Anita 37; Ricato Aurelio 10; Rocco Mario 36, Rocco Camilla 30, Rocco Licia 8, Rocco Gianna 5; Roici Lucio 15, Roici Gianfranco 12, Niccoli Maria Luisa 12; Sabatti Francesco; Saccon Trifone 42, Faraguna Stefania in Saccon, Saccon Riccardo, Saccon Fulvio, Contus Emma in Saccon, Volchieri Iolanda, Volcheri Alfredo; Sponza Alberto 55; Toniolo Francesco 45, Novak Maria in Toniolo 48; Vivoda Sergio 8; Vicchi Vilma 23; Zaversnich Francesco 30, Zelesco Edmondo 6.
 
Ai capi responsabili la città grida: basta!
POLA E’ IN LUTTO

Tutta la città, già provata da tante sventure, piange sui corpi, straziati dei propri figli - Le autorità militari e civili responsabili, hanno il dovere di far rimuovere immediatamente tutti gli esplosivi dalla-città, per evitare nuove sciagure
Il Consiglio Comunale, radunatosi d'urgenza, inoltra una vibrante ed indignata protesta al Comando Supremo alleato nel Mediterraneo, all'ammiraglio Stone a Roma, al Comando del 13° Corpo, al quale appartengono le truppe di stanza a Pola, al Colonnello Bowman dell'AMGVG di Trieste e al Colonnello Orpwood, Area Commissioner di Pola, invitando le autorità del governo militare alleato a "stabilire le responsabilità di questa ultima e più grave sventura onde i colpevoli non si sottraggano alla giusta espiazione".
Si rende interprete dell'angoscia che ha colpito la città ed i sentimenti dei polesani, come sempre "L'Arena di Pola" che scrive:
"Sembra che ormai sulla nostra piccola e tanto amata Pola l'ombra della tragedia, del lutto, del dolore senza conforti si faccia più fitta e persistente anziché diradarsi, a più di un anno dalla fine della guerra.
Da quando il tremendo conflitto ebbe inizio... fino agli orrori di quelli che dovevano essere i "fratelli" e usarono invece il filo spinato e la foiba, la nostra città non conobbe che lacrime, lacrime brucianti ed amare, pianto sommesso ma disperato sulle continue rovine dei corpi e delle anime di cittadini inermi.
E l'angoscia non cessò col lento normalizzarsi della vita, perché negli occhi umidi di coloro che avevano vissuto il dramma sanguinoso della guerra, altre lacrime si sono andate formando sotto l'incubo opprimente e doloroso di un imminente esilio, di un disperato abbandono della propria terra e dei propri morti, senza speranza di ritorni, senza certezza per l'avvenire.
E non bastava ancora! Altro sangue doveva scorrere, altre vite dovevano essere immolate, e un più crudo pianto sommergere questa città disgraziata.
La guerra per noi non è dunque finita. Ordigni da distruzione esplodono ancora, provocando lutto, disperazione e panico fra i cittadini. Si riparla di bombe come si riparla di sfollamento, di esodo, di colpi di mano, nella stessa allucinante atmosfera di un tempo che sembrava dover essere del tutto finito!
Non è finita la guerra. Lutti che si rinnovano, bare che si compongono in lunga fila, lamento di feriti che riempiono ancora le corsie degli ospedali. Un martirio che poche città hanno conosciuto!"

Sergio
Mio fratello Sergio il giorno dello scoppio di Vergarolla aveva compiuto otto anni da un paio di mesi. Era un bambino intelligente, vivace ma educato; frequentava la scuola elementare "Dante Alighieri" in "Pian de la Madona" e studiava contento preparandosi all'esame per saltare un anno di scuola. Fiero di essere stato ammesso come lupetto negli scauts cattolici del Duomo, organizzati da don Tarticchio, era assiduo alle riunioni domenicali del suo gruppo. Di accesi sentimenti italiani a scuola e per la strada non mancava di intervenire accalorandosi nelle dispute con i coetanei, professando apertamente la propria fede nell'Italia anche in presenza di adulti di opposte tendenze.
Un giorno dei manovali iniziarono gli scavi in via Castropola - dove abitavamo da quando la nostra casa al n. 1 di via Sergia era stata colpita nel secondo bombardamento del febbraio '44 - ed alcuni di loro, scherzando sul fatto, innalzarono ridendo e con battute in dialetto una bandiera rossa sul mucchio di materiale sterrato. Sergio che transitava in quel momento li redarguì indignato dicendo che a Pola doveva sventolare solamente il tricolore d'Italia e ci volle del bello a calmarlo quando mi propose di andare a levare il rosso vessillo, spiegandogli il significato di pericolo che stava a rappresen­tare.
Il sabato precedente quella triste domenica di tragedia uscimmo al pomeriggio assieme. Mi recavo al cinema Nazionale a vedere il film "Io t'ho incontrata a Napoli" e così l'accompagnai un pezzo di strada dato che era invitato a casa dei "santoli" con i quali sarebbe stato l'indomani tutto il giorno al mare. I Toniolo, Francesco autotrasportatore sposato con una viennese, Mery, senza figli, gli volevano un gran bene sin da piccolo. Abitavano infatti, prima di essere sinistrati, al piano sotto il nostro e quindi l'avevano visto nascere e tenuto a battesimo. Spesso quindi l'ospitavano nella nuova casa al ritorno da scuola o alla domenica. Anche quella sera avrebbe dormito da loro per recarsi l'indomani tutto il giorno al mare, pranzando sulla spiaggia secondo l'abitudine estiva dei polesani.
In clivo San Francesco incontrammo i due figli del dr. Micheletti, uno dei quali era suo compagno di classe, e Sergio li salutò allegramente comunicando loro contento la bella giornata al mare che gli si prospettava per l'indomani. Non rividi più nessuno dei tre, stroncati dalla mano assassina che fece saltare le mine a Vergarolla.
La domenica mattina mi trovai con il solito gruppo nella "Cattolica" di via Kandler e con don Gasperini per fissare l'ora dell'incontro pomeridiano onde proseguire assieme verso la spiaggia. Decidemmo però di non andare al mare perché la nostra spiaggia abituale, a Vergarolla, si preannunciava troppo affollata per le gare natatorie. Così il pomeriggio stavo a casa leggendo il romanzo di Dumas "Vent'anni dopo" e mi rimase fisso nella memoria il passo in cui D'Artagnan scavalca il muro di un recinto quando sentii la tremenda esplosione che scosse i vetri. Corsi sugli spalti del soprastante Castello e vidi in direzione di Vergarolla una colonna di fumo che mi richiamò alla mente le foto del fungo atomico visto nei giornali delle truppe inglesi.
Scesi affannato a casa da mio padre gridando "È scoppiato qualcosa a Vergarol­la". Immediatamente partimmo in tutta fretta alla volta della spiaggia dove s'era recata anche mia cugina con la mia sorella più piccola che aveva tre anni.
In piazza Foro incontrammo le prime persone che in costume da bagno, con graffi sanguinanti stavano per entrare nel portone del grande palazzo di faccia al Municipio. "E un massacro spaventoso - ci dissero - morti squarciati dappertutto". Giungemmo a Vergarolla trafelati: un cordone di polizia sbarrava l'accesso alla pineta da dove ambulanze civili e militari partivano a sirene spiegate. Cercammo allora con una vaga speranza nelle spiagge vicine. A Stoia trovammo mia cugina che spaventata stava tornando a casa: scesa dal barcone a Vergarolla e visto l'affollamento aveva cambiato provvidenzialmente spiaggia recandosi in quella dove poteva incontrare l'altra mia sorella che era nella colonia marina.
Sempre a piedi corremmo all'ospedale, e non si poteva entrare, quindi mentre Radio Pola incominciava a trasmettere notizie ed appelli, tra i quali mi colpì quello "Un bambino dall'apparente età di sette-otto anni all'ospedale chiama disperata­mente la mamma", tornammo angosciati a casa con la speranza di trovare mio fratello.
Sergio, deposto in terra in un corridoio dell'Ospedale affollato di feriti e moribondi, venne riconosciuto dall'infermiera Nora Oberdorfer, amica da lunghi anni della nostra famiglia,
che provvide in qualche modo ad avvisarci.
I "santoli" Toniolo erano già entrambi tra i cadaveri che giacevano all'obitorio dove, quando giungemmo noi era stato deposto anche mio fratello. Nella sventura ebbimo la consolazione di aver ritrovato intatti i loro corpi. Erano morti per lo spostamento d'aria. Apprendemmo là che il dott. Micheletti, annoverati tra i morti i propri figlioletti e alcuni parenti, distrutto dal dolore, continuava ad operare cercando con abnegazione di strappare altre vittime alla morte.A sera, dal momento in cui si sparse la voce che mio fratello era tra i morti a casa nostra fu un continuo via vai di gente di tutto il vicinato che veniva a porgere le condoglianze e parole d'affettuosa solidarietà. Noi frastornati, affranti dal dolore sedevamo muti in un angolo attorno a mia madre semisvenuta per lo strazio. I nostri parenti e la famiglia Valerio, che abitava nella stessa palazzina, rispondeva­no a tutti.
Quella sera il vento ululava forte sui tetti e la gente diceva "S'è alzato il vento dei morti". La luna si levò rossa nel cielo e mia nonna sentenziò "Rispecchia il sangue innocente".
Da quel giorno dell'orrenda strage Pola non fu più la stessa!

I funerali
Pola si vestì di gramaglie. Il lutto toccava tutta la città e tutti gli ambienti cittadini partecipavano al dolore dei familiari delle vittime con sincera espressione di cordoglio. Non v'era famiglia nella quale non si piangesse la morte di un parente, di un amico, di un conoscente, di un collega. E la città partecipò compatta ai funerali esprimendo una sentita solidarietà. I fiorai, pur lavorando instancabilmen­te, non riuscirono a far fronte a tutte le innumerevoli richieste, cosicché molti Enti e numerosi privati cittadini non poterono unire il loro omaggio floreale a quello, già così vasto, per le povere vittime innocenti.
"Tutto il popolo di Pola porge commosso il suo estremo saluto alle vittime" intitola la cronaca il quotidiano "L'Arena di Pola". E dalla cronaca si può rilevare la partecipazione corale e commossa della cittadinanza. "Tutte le vie cittadine che portavano ai due camposanti ed all'obitorio dell'ospedale civile erano gremite di popolo addolorato che voleva porgere ai poveri morti l'estremo commosso saluto. Era un cordoglio ed un pianto generale. Si può dire che le vie della città erano quasi insufficienti a contenere quella marea di gente, giacché non un abitante di Pola era rimasto a casa: tutti hanno voluto stringersi nell'ultimo riverente tributo di affetto ai miseri resti delle vittime".
Le decine di bare sono allineate in due file sul prato davanti alla cappella mortuaria. Ventuno contengono salme non identificate. Quattro casse racchiudono brandelli di corpi dilaniati e squarciati dall'esplosione. Tutt'attorno i parenti. Uno stretto corridoio è lasciato libero dal cancello alla cappella davanti alla quale è apparecchiato l'altare da campo. Alle ore 9 giunge il Vescovo di Parenzo e Pola, Mons. Raffaele Radossi, per celebrare la S. Messa mentre il coro cittadino diretto dal maestro Magnarin intona il "Beati i morti". Inizia la sacra funzione che si svolge lentamente tra i continui singhiozzi e le incontenibili espressioni di dolore dei congiunti. Al termine, mentre il Vescovo scende in mezzo al corridoio formato dalle bare e dai partecipanti alla mesta cerimonia, s'alzano al cielo, modulate dal coro, le note del "Requiem".
Alta, ieratica, la scarna figura del Vescovo, il volto scavato dal dolore, si staglia nello spiazzo centrale. Prende la croce del pettorale e la bacia, poi portando le mani a coprire la faccia rimane un attimo in silenzio. L'emozione in tutti i presenti è intensa quando il Vescovo inizia a parlare.
"Abbiamo sofferto troppo durante quattro anni di guerra e credevamo che, passato quel periodo infausto, fosse finita questa forma di martirio e fossero scongiurate queste stragi inutili. Ma, purtroppo ci siamo tremendamente ingannati. Il fatto di domenica è di una gravità eccezionale. Io non scendo all'esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello; io rimetto tutto al giudizio di Dio, il quale conosce come è fatta la materia ed anche come sono composti gli spiriti e al quale nessuno potrà sfuggire nell'applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia. Ma mi fermo obiettivamente sopra particolari da me personalmente rilevati. Ho voluto seguire io di persona tutto, e feriti, e famiglie e il luogo del disastro; ho voluto vedere tutto con i miei occhi perché possa riferire tutto alla Santa Sede. Quello che ho visto con mio grande sgomento proprio mi ha fatto venir meno le forze".
Brividi di commozione scorrono fra gli astanti, mentre i volti, rigati di lacrime, seguono attenti l'esposizione del presule. Nel caldo sole d'agosto ristagna il dolciastro odore della carne in decomposizione. Il Vescovo continua.
"Io, come Vescovo non accetto nessuna scusa e nessuna attenuante. Le famiglie, le care famiglie che io ho potuto avvicinare, vorrei pregarle di compatire questo povero Vescovo che non può, non ha il dono dell'ubiquità, non può essere in cento posti. Io ho cercato di avvicinare tutti, vedere, sostenere, indirizzare; di dire a tutti quello che potevo dire. Ma, lo so, tutta la nostra opera è ben piccola cosa, perché i morti sono morti ed i dolori sono piaghe che mai più potranno essere cicatrizzate. Questa è la tremenda verità!"
Poi, avviandosi alla conclusione, Mons. Radossi cita ad esempio l'abnegazione del dott. Micheletti che con l'animo straziato dalla perdita dei figlioletti ha continuato ad operare sino a notte, ininterrottamente, per salvare altre vite umane.
"Fra tutti i casi pietosi - vi parlo come una persona che ha l'anima proprio sulla lingua ed il cuore in mano -, fra tutti i casi pietosi di famiglie intere scomparse, di brandelli di carne, io non ho mai visto uno simile e scongiuro le autorità alleate, nel nome del Dio vivente, che non permettano che mai più si ripetano simili stragi. Essi sono impegnati in coscienza davanti a Dio, hanno la possibilità ed il sacro dovere di farlo. Cito fra tutti i casi pietosi, quello del povero dott. Micheletti. Proprio mi trovavo lì in reparto di chirurgia, quando incontro il povero dottore che usciva dalla sala operatoria e apprendeva di aver perso due creature".
E così conclude il presule.
"Noi vogliamo ringraziare il corpo sanitario, medici, infermieri - tutti hanno fatto il possibile - ma certamente a questo dottore che affranto dal dolore, in questa maniera fa tacere il suo cuore per assolvere il suo dovere, noi ci dobbiamo inchinare. Questi sono, signori Alleati, i nostri professionisti!".
Ora, mentre il clero intona il canto liturgico "Libera me Domine", la folla s'inginocchia attorno alle bare. Al termine il Vescovo impartisce la benedizione e l'assoluzione alle salme, indi allargate le braccia quasi a voler stringere a sè in un unico affettuoso abbraccio vivi e morti dà l'avvio al corteo funebre.
Due cortei vengono formati, diretti l'uno al cimitero della Marina l'altro al camposanto di Monte Ghiro, e iniziano a snodarsi lentamente dalla cappella mortuaria attraverso via Sissano completamente abbrunata verso il centro. Ai lati della strada due fitte ali di popolo facevano barriera lanciando fiori sulle povere salme, deposte su autocarri militari con dietro parenti ed amici dei defunti.
Iniziano i funerali con la sfilata delle corone: Comune di Pola, Polizia Civile, Vigili del Fuoco, UAIS, Partito Democrazia Cristiana, Partito Comunista Giulia­no, Rione n. 3, La Capra all'amico Cherpan, Lega Nazionale, Sindacati Unici, Rione n. 4, Associazione Internati in Germania, Ass. Marinai in Congedo, Ass. Partigiani Italiani, Ass. Partigiani Giuliani, Pietas Julia, Rione n. 2, Consiglio S.U. Scoglio Olivi, S.U. Arsenale, S.U. Opifici, personale G.M.A, maestranze Arsena­le, Partito d'Azione, C.P.L., UDAIS, Ass. Commercianti, UAIS Genio Marina, UAIS Fabbrica Cementi, Rione n. 2, U.G.A.R.G., Rione 4, Cons. S.U. Fabbrica Tabacchi, UAPP, Cons. S.U. Piccole Industrie, UAIS Opifici, Rione 1, Cooperati­ve Generali Sociali, Cons. S.U. Fabbrica Cementi, Rione 3, Cons. S.U. Genio Marina, Rione 1, Gruppo Rastrellatori mine, famiglia Cherpan, Camera Confede­rale del Lavoro, amici di Cherpan, Dipendenti NAAFI, personale AIS al marconista Berdini, maestranze Arsenale, Partito Repubblicano, operai e impiega­ti Manifattura Tabacchi, Partito Socialista, S.A.T.A., C.L.N., Partito Liberale. Il corteo delle 54 ghirlande è chiuso da una piccola rappresentanza di Esploratori Cattolici.
Seguono il Sovraintendente alla Polizia, e l'ispettore Fiuman in testa ad una rappresentanza della Polizia Civile e dei Vigili del Fuoco, il corpo bandistico della Lega Nazionale che suona inni funebri e che in piazza Carli si fermerà continuando a suonare fino al passaggio di tutto il corteo. Quindi il coro col maestro Magnarin, il clero e poi i primi autocarri alleati che recano le salme di Ricato Aurelio, Zaverscnich Francesco, Cherpan Paolo, Toniolo Francesco e Novak Maria in Toniolo ("santoli" di mio fratello Sergio, periti assieme a lui), Anita Quarantotto, Dinelli Otello più ventun salme non identificate. Dietro ogni autocarro, coperto di fiori, parenti ed amici dei defunti. Dopo l'ultimo autocarro una carrozza col dott. Micheletti e congiunti, quindi varie rappresentanze, le suore con le bambine di S. Giuseppe e quelle del Sacro Cuore. Chiude il primo corteo l'autolettiga della C.R.I.
Il Vescovo sosta in piazza Carli ed assiste al passaggio dei due cortei funebri, indi si porta al Cimitero di Marina dopodiché raggiungerà quello civile.
Il secondo corteo si apre con la rappresentanza della Polizia Civile e dei Vigili del Fuoco, seguono 16 corone di fiori di congiunti dei morti compresa quella dei soldati inglesi del 2° Btn. Berkshire, gli orfanelli di S. Antonio, larga rappresentanza del clero con Mons. Angeli, parroco del Duomo, quindi gli autocarri che recano le salme di Brandis Ida, Brandis Alberto; Balducci Leambruno, Saccon Trifone; Roici Lucio, Roici Gianfranco, Nicoli Maria; il quarto autocarro preceduto da varie corone trasporta le salme di Mario Rocco, capotipografo, della moglie Camilla e delle figlie Licia e Gianna, è seguito dai tipografi e dal personale de "L'Arena di Pola"; poi ancora Roici Lucio, Roici Gianfranco e Nicoli Maria; Marchi Silvano, Sponza Alberto, Zelesco Edmondo; Martin Nicolò, Martin Argia e Succi Carlo; Bressan Gigliana, Bressan Salvatore, Micheletti Carlo, Vicchi Vilma, Vivoda Sergio; Vidolich Giovanna in Mingaroni, Mingaroni Riccardo, Mingaroni Palmira, Berdini Ornella, Berdini Amalia, Berdini Luciana, Bronzin Francesca.
Dopo l'ultimo autocarro è un folto stuolo di rappresentanze e cittadini che si uniscono al passaggio del corteo.
Le salme delle vittime innocenti della strage di Vergarolla sono state traslate nei due cimiteri cittadini fra il riverente omaggio d'amore di tutta la popolazione accasciata per la sventura che ha colpito tutta la città profondamente nel cuore lasciando un solco incancellabile. La partecipazione è stata corale: stabilimenti, uffici, negozi chiusi in segno di lutto. Pola ha voluto porgere l'estremo saluto ai propri concittadini periti nel tremendo scoppio, con un collettivo abbraccio, stringendosi attorno agli sventurati.

Gli autori della strage
In un fondo, "Indagini sul disastro di Vergarolla", il quotidiano italiano di Pola così scriveva: "Da domenica - giornata che rimarrà come una delle più tristi nella storia di Pola, dopo il tremendo scoppio di Vergarolla, in cui decine e decine di nostri concittadini furono straziati nel corpo - il nostro popolo cerca di far luce sulle cause dell'immane tragedia che ha portato in città lutto e disperazione senza conforto", e proseguiva rilevando che "Le mine di profondità poste a Vergarolla erano di costruzione tedesca e francese. Ora si sa che tali mine contengono tritolo, il quale scoppia solo con un detonatore apposito. È accertato che i detonatori erano stati tutti tolti da questi ordigni". Continuando poi coll'evidenziare che "Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole, senza l'intervento di alcuno" e, prospettando come ipotesi da scartare "se si dovesse trattare di autocombustione, sarebbe ugualmente da meravigliarsi che lo scoppio sia avvenuto proprio di domenica, giorno delle gare per la "Coppa Scarioni", mentre tante altre giornate precedenti erano state molto più calde (le mine poi erano esposte nella pineta!). Escludendo l'autocombustione, possiamo pensare ad un attentato".
Concludeva il giornale "La polizia sta indagando; noi indaghiamo almeno quanto la polizia... ed esigiamo che l'inchiesta sia portata a fondo con ogni scrupolo e non s'arresti a metà. I cittadini tutti hanno il sacrosanto diritto di conoscere chiaramente come mai tanto strazio sia stato causato e su chi eventual­mente ricada l'orrenda colpa di averlo provocato". Anche vari organismi cittadini elevarono la richiesta di fermezza nelle indagini con numerose mozioni di protesta intese ad ottenere l'identificazione e la punizione dei colpevoli e la salvaguardia della popolazione da ulteriori sciagure.
Fin dal primo momento dopo la deflagrazione, l'opinione pubblica escluse quindi lo scoppio accidentale del materiale esplosivo accatastato nella pineta di Vergarolla. La versione che accreditava la tesi di un possibile fortuito caso di autocombustione fu istintivamente scartata dalla popolazione che individuò subito movente e mandanti della strage. L'occasione offerta da una manifestazione promossa da una Società che richiamava alla memoria le lotte irredentistiche sostenute dai polesani sotto l'impero austro-ungarico per difendere il carattere italico della città, era quanto mai favorevole. La "Pietas Julia" era popolarissima in città: aveva raccolto generazioni di giovani nelle attività sportive, canottaggio e vela, proprie di una località marina, educandole nel contempo all'amore verso l'Italia. Il grosso concentramento che l'afflusso di spettatori e gitanti faceva prevedere consentiva agli slavi di avere a portata di mano la possibilità di dare una lezione indimenticabile agli italiani in modo da fiaccarne le velleità di resistenza alle tesi annessionistiche dei titini.
Una Corte d'inchiesta venne ordinata dal Comandante alleato, in nome delle autorità che avevano la responsabilità dell'ordine pubblico, con l'invito, tramite annunci stampa, ai superstiti testimoni di fornire alla Sovraintendenza di Polizia presso la Questura qualsiasi notizia utile a ricostruire la dinamica dell'esplosione. In particolare si cercava un uomo: "Età approssimativa 40-45 anni; statura m. 1,60-1,65; viso sottile, naso aquilino, colorito abbronzato, capelli castani, vestito con abito grigio scuro" visto mentre trasportava un grosso sasso vicino alle mine prima dell'esplosione. Si prospettava così l'ipotesi che lo scoppio fosse stato causato da una accidentale percussione. Esiste però il riscontro di alcune testimo­nianze che fanno escludere questa ipotesi.
Marcello Bogneri, che quale milite della Croce Rossa accorse immediatamente sul luogo dello scoppio, ebbe modo di parlare del fatto con il capitano della Marina militare italiana Raiola, inviato in missione a Pola con un gruppo di artificieri del Comando Marina di Venezia, su richiesta delle autorità inglesi, per disinnescare quella trentina di mine marittime abbandonate sulla spiaggia di Vergarolla. Ecco quanto il capitano Raiola ebbe testualmente a dichiarare: "Il lavoro si svolse in conformità ai regolamenti militari, dividendo il gruppo artificieri in tre squadre. La prima era incaricata di togliere le spolette di tutte le mine, la seconda controllava il lavoro eseguito dalla prima e la terza controllava il lavoro delle altre due. Con questo scrupoloso lavoro di disinnesco e controllo - continuò poi il capitano - era materialmente impossibile che avvenisse l'esplosione delle mine, perché il tritolo contenuto in queste mine sarebbe esploso solo con l'innesco di un detonatore".
Il prof. Giuseppe (Bepi) Nider, esponente dell'organizzazione dei partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio Esercito, recatosi sul posto subito dopo l'esplosione assieme ad un maggiore inglese del Field Security Service, riscontrò nella vicina cava al di là della strada che costeggiava la pineta di Vergarolla le tracce di apparecchiature per il contatto che comandava a distanza lo scoppio e le fece notare all'ufficiale inglese. Anche il comunicato finale sul risultato degli accertamenti svolti dagli incaricati alleati stabilì che "lo scoppio non poteva essere stato accidentale" ma non approfondì ulteriormente il movente ed i mandanti dell'orrendo crimine perpetrato contro gente inerme. D'altronde gli alleati non avevano interesse ad individuare i colpevoli evitando complicazioni internazionali se non fosse rimasto circoscritto localmente l'accaduto.
Sempre dalla testimonianza di Bogneri: "tralasciando di descrivere l'orribile scenario che presentava quella piccola striscia di spiaggia, ebbi modo di vedere dei soldati di sanità inglesi giunti con una autoambulanza i quali parlottavano concitatamente attorno ad una delle tante vittime colta dall'esplosione mentre stava facendo il bagno. Questa giaceva sulla spiaggia e presentava tutte le caratteristiche di morte per annegamento. Immediatamente i militari caricarono sull'ambulanza la salma e si allontanarono". Dalla descrizione che ne fece Bogneri il giovane era chiaramente un militare inglese perché mostrava i caratteri somatici fisiologici della razza inglese (efelidi e capelli rossicci) e indossava un costume da bagno di foggia e di colore in uso allora nelle forze armate britanniche, ma le autorità militari inglesi non ammisero mai che tra le vittime di Vergarolla ci fosse anche un soldato inglese. L'ammissione infatti avrebbe comprensibilmente impedi­to di limitare l'inchiesta, circoscrivendola ad un fatto locale, e comportato implicazioni politico-diplomatico-militari a livello internazionale.
Il generale italiano Alvise Savorgnan di Brazzà, già capo di S.M. dell'"Osoppo" -formazione partigiana italiana non comunista (i fazzoletti verdi) su 4 divisioni, che agiva nel Friuli in pianura - scrive nel suo libro "La verità su Trieste", riferendosi ai grossi lutti che si ebbero a Pola-Vergarolla quando scoppiarono delle mine durante una gara sportiva italiana: "Il delitto politico era probabile, vi furono molte indicazioni (a pochi chilometri vi era una jugoslava scuola di sabotatori, si fece il nome di un certo Bassan), ma poche prove".
Rimase nella convinzione popolare, oltre la chiara individuazione istintiva degli autori del misfatto, la netta convinzione che i militari alleati, responsabili del governo cittadino, agissero con poca determinatezza nella ricerca dei colpevoli preferendo mettere tutto a tacere. Il che faceva aumentare la rabbia repressa, nella constatazione dell'impotenza a farsi giustizia, e rafforzava la convinzione della necessità della fuga in caso di assegnazione della città alla Jugoslavia, per tutelare la propria incolumità fisica minacciata dalla barbara mentalità degli avversari. E gli Slavi aggiunsero con Vergarolla un'altra pagina nel libro dei misfatti compiuti con atti di genocidio per eliminare l'etnìa italiana da Pola (come da tutta la Venezia Giulia) e creare quel vuoto che avrebbe consentito con l'importazione di genti dal composito mosaico jugoslavo di popoli, di balcanizzare la città "perla dell'Istria nobilissima".

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 agosto 2013 )