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L'Istria nell'antichità di Paolo Radivo

L’Istria nell’antichità

La Società Istriana di Archeologia e Storia Patria (SIASP) ha organizzato nella propria sede sociale di via Crispi 5 a Trieste tre "Incontri di primavera". Il primo ha avuto luogo il 19 aprile 2012. Argomento: Trieste e l’Istria in età pre- e protostorica.

Ambra Betic, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, ha illustrato le novità sugli scavi nella necropoli di Pizzughi (Parenzo) derivanti dalla recente scoperta nella Biblioteca Civica di Trieste del carteggio 1884-1908 tra l’assessore provinciale istriano e membro della SIASP Andrea Amoroso, e Carlo Marchesetti, direttore del Museo di Storia naturale di Trieste e della Società Adriatica di Scienze Naturali. Entrambi volevano che il materiale archeologico venisse esposto nel Museo provinciale di Parenzo.

Kristina Mihovilić, del Museo Archeologico dell’Istria, ha parlato dell’importante castelliere di Moncodogno (tra Rovigno e Valle), abitato nell’Età del Bronzo, abbandonato intorno al 1200 a.C. con l’arrivo degli istri e riscoperto nel 1953. Tra il 1997 e il 2009 nuovi scavi dimostrarono che era sorto su una collina artificialmente spianata con terrazze laterali. Aveva una pianta ovale di 250X160 metri che lo colloca fra i più grandi dell’Istria. Fu costruito fra il 1910 e il 1740 a.C. da una comunità socialmente strutturata con un gruppo elitario al vertice. I manufatti più recenti sono invece databili fra il 1297 e il 1049 a.C.. Le robuste mura difensive a secco, lunghe 800 metri, alte 3-4 e spesse circa 3, risalgono al 1875-1640 a.C.. Nella parte sommitale c’era un’acropoli quadrangolare difesa da mura di 3 metri. Sotto si trovava la città alta, che un muro separava dalla bassa. Vi erano due porte principali, accanto alle quali sono stati scoperti resti umani datati fra il 2.000 e il 1.600 a.C.. I tetti degli edifici erano coperti da legname, lastre di pietra e/o paglia. La struttura dell’abitato rimanda a canoni tipici del Mediterraneo orientale e in particolare dell’isola egea di Egina. Attività principali erano la pastorizia e l’agricoltura. Il popoloso castelliere era un punto di approvvigionamento sulla via marittima lungo l’Adriatico e sul crocevia tra l’area danubiana e l’Italia settentrionale. Le ceramiche rinvenute testimoniano contatti anche con Cipro e Creta. Sul vicino colle di Monsego sono state scoperte tombe a tumulo con resti umani del Bronzo recente. Ora l’obiettivo è fare dei due siti un parco archeologico con museo.

Il secondo incontro, svoltosi il 15 maggio, ha avuto per tema Trieste e l’Istria nell’età della romanizzazione.

Gino Bandelli, dell’Università di Trieste, ha tratteggiato, basandosi sulle fonti storiografiche disponibili, il processo di assoggettamento politico-militare degli istri da parte dei romani avvenuto fra il 221 e il 129 a.C. e culminato nella II Guerra Istrica (178-177). Già in età repubblicana mercanti romani si insediarono in comunità strutturate, l’aristocrazia senatoria acquisì proprietà fondiarie e i centri indigeni di Pola, Nesazio e Tergeste si romanizzarono. Oggi la gran mole di reperti archeologici ci dice molto sulla cultura materiale del tempo; scarseggiano però i dati sociologici e prosopografici.

Simone Sisani, dell’Università di Perugia, ha rilevato come lo scrittore latino Pomponio Mela attestasse da documenti anteriori la presenza di una colonia romana a Pola già prima del 42 a.C.. Plinio invece, parlando di Pietas Julia Pola, si riferiva alla seconda deduzione coloniaria, compiuta dopo il 42. L’iscrizione di Porta Ercole presenta la cancellatura della parola "primi" riferita ai magistrati fondatori perché la colonia era stata rifondata. Il proliferare di epiteti nel titolo completo risalente al II secolo d.C. Colonia Julia Pola Pollentia Herculanea è tipico delle città con più deduzioni. Il titolo originario della colonia cesariana doveva essere Julia Herculanea, a testimoniare lo stretto legame con Ercole, come confermano il tempio a lui dedicato a metà del I secolo a.C. e la coeva Porta Ercole. Pollentia potrebbe derivare dall’omonima città picena da cui proveniva Publio Gemino, legato di Ottaviano nelle campagne illiriche del 35-33 a.C.; in tal caso la seconda colonia polese sarebbe stata dedotta subito dopo il 33 a.C. per rafforzare la presenza militare romana nell’area. Un’iscrizione recentemente rinvenuta dimostra che almeno dal 16 a.C. Nesazio diventò municipio di cittadini romani. La Colonia Julia Parentium fu fondata o da Cesare o da Ottaviano Augusto o da Tiberio o da Caligola. Agida rimase invece un oppidum civium romanorum dipendente dalla colonia di Tergeste, che fu dedotta da Ottaviano nel 33-32 a.C. mentre in epoca cesariana sarebbe stata un semplice castello fortificato.

Secondo Guido Rosada, dell’Università di Padova, non è un caso che Nesazio fosse stata un "covo di pirati", visto che la sottostante insenatura di Badò costituisce un riparo protetto tra il Quarnero e la costa occidentale istriana. Probabilmente le mura del municipio romano insistono su quelle della realtà preesistente. Sculture sacre istriche del VI-V secolo a.C. furono reimpiegate successivamente come limiti di fosse e tombe romane, a riprova di una cesura culturale intervenuta al tempo di Augusto con la costruzione della nuova città e la romanizzazione dei culti. I tre templi capitolini, il foro, il sacello dei Lari, le terme, le case signorili e le due basiliche cristiane testimoniano l’importanza della Res publica Nesactiensis, pur così piccola e situata a soli 9 km da Pola.

Il terzo appuntamento si è tenuto il 7 giugno sul tema Trieste e l’Istria in età romana.

Francis Tassaux, dell’Università di Bordeaux 3, ha elencato più fasi economiche nella storia antica dell’Istria: 1) quella dei castellieri, fondata su pirateria, commercio e attività agro-pastorali; 2) l’economia coloniale dopo la presa di Nesazio, quando commercianti da Aquileia e dalla Venetia acquistano in Istria materie prime (legno, lana e pietre) scambiandole con vino; 3) l’economia intensiva introdotta dai veterani di Cesare, provenienti perlopiù dall’Italia centrale, che fondano colonie e forse coltivano la vite; 4) il "boom" portato negli anni ’20 a.C. da Augusto e dai suoi uomini che nella fascia costiera e a Brioni fanno grossi investimenti per produrre olio, che diventa il principale prodotto istriano e fra i migliori dell’impero. In seguito, famiglie imperiali, senatori e decurioni di Pola, Parenzo e Trieste edificano altre ville rustiche volte alla produzione dell’olio da esportazione con l’impiego di schiavi. Minore è l’esportazione di vino. Si coltivano anche cereali. Nell’Istria interna si ricavano legno e lana di pecora. A Loron e Fasana si producono anfore, a Zambrattia e San Giovanni della Corneta porpora. Si pratica anche la pesca e la pescicoltura. Ogni baia ha una villa con il suo porto per l’esportazione verso Aquileia e Ravenna. Sono attive cave di pietra e saline. Anfore istriane raggiungono fino al VI secolo le attuali Austria, Romania, Ungheria e Serbia. Dopo Adriano la produzione nelle ville rustiche viene affittata a terzi.

Paolo Casari, dell’Università di Udine, ha parlato dei fori di Tergeste e Pola come luoghi di propaganda imperiale. La basilica sul colle di San Giusto fu costruita ai tempi di Nerone intorno al 50 d.C.. La doppia simbologia della Medusa (l’Occidente) e Giove Ammone (l’Oriente), ivi presente, si rifà al modello del Foro di Augusto a Roma e si ritrova in Spagna, Francia meridionale, Svizzera, nonché a Oderzo, Concordia, Aquileia, Pola, Zara, Asseria e forse Salona. Sul Campidoglio tergestino l’Erote che dà da bere a due grifoni richiama il culto degli imperatori divinizzati. Vi è anche un ritratto di Nerone successivo al 56 d.C., poi trasformato in quello di Vespasiano. A Pola la monumentalizzazione del foro legata al culto imperiale comincia col tempio di Roma e Augusto (2 a.C. - 14 d.C.). Il tempio orientale risale al 20-30 d.C. e una statua di imperatore in un edificio di culto alla prima metà I d.C..

Giuseppe Cuscito, dell’Università di Trieste e presidente della SIASP, ha osservato come sul processo di cristianizzazione dell’Istria bisogna attenersi alle fonti archeologico-monumentali. La letteratura agiografica non è invece attendibile, mentre i cataloghi dei vescovi sono lacunosi: per Trieste il primo noto è Frugifero (tra il 541 e il 565), benché ve ne siano stati di anteriori. È probabile che le chiese istriane siano germinate a seconda delle energie e possibilità locali. Le città fornite di preminenza amministrativa gestirono autonomamente la prima organizzazione gerarchica. Le diocesi istriane entrarono nella provincia ecclesiastica aquileiese a metà del V secolo. Mauro fu vescovo di Parenzo, confessore e forse martire in età precostantiniana. Altri santi pur celebrati non hanno invece solidi attestati di presenza in Istria. A Pola l’archeologia suggerisce un’organizzazione episcopale almeno dalla prima metà del secolo V e una chiesa pienamente matura nella seconda metà. Il primo vescovo noto è Antonio (507-511). Una comunità cristiana vivace doveva essersi costituita anche a Nesazio, dove le due basiliche parallele nel foro farebbero pensare a una sede episcopale.

Paolo Radivo

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 agosto 2013 )