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IL TEMPIO RICOSTRUITO DI MARIO MIRABELLA ROBERTI
venerd́ 09 marzo 2012

IL TEMPIO RICOSTRUITO

di Mario Mirabella Roberti

Il Tempio d’Augusto, luce del Foro della città, è rinato. Un lavoro attento, condotto con infinita cura per più di due anni, ha ridato interezza all’acuto timpano infranto, ai capitelli, ai fregi, ha ricollocato sulla gradinata le otto colonne divelte e, in più, ha ricomposto interamente la cella ridandole le proporzioni primitive.

Quando la mattina del 4 marzo 1945, proprio sul finire della guerra, si corse al Foro per vedere cosa avesse rovesciato il bombardamento della notte, apparve l’oscuro sbadiglio delle antiche mura spalancate, l’orrore delle pietre scolpite ammucchiate sulla piazza fra le travi spezzate che invano si erano poste a difesa del monumento millenario.

Ogni polese ebbe una stretta al cuore, ogni uomo, che al mondo sentisse il valore eterno della bellezza antica, pianse la rovina di una delle più felici memorie della architettura romana, partecipe, come ogni cosa degli uomini, delle rovine che la guerra distendeva sulle città, sulle case, sulle chiese, sui segni del vivere civile. E forse dubitò che un’opera antica su cui il ferro ed il fuoco s’erano scagliati con tanto peso potesse rinascere. Non dubitarono i polesi, non dubitò la Sovraintendenza alle opere d’arte di Trieste e il Museo di Pola che insieme, sotto la guida del sovraintendente Franco, operarono intensamente perché il restauro si compisse.

Quanti ostacoli dall’inizio dei lavori! Trovare il personale adatto, provvedere i materiali necessari perché il restauro non fosse troppo inferiore all’opera antica, studiare i resti superstiti per integrare con sicurezza le parti mancanti della distruzione... E poi lavorare con intensa energia e con continuità, mentre la città si spopolava, nei giorni in cui pesava il timore di un’occupazione, che poteva tutto sospendere o ritardare, contro il parere di molti che reputavano inutile un così grande lavoro, mentre la minaccia dell’abbandono della città avrebbe tolto la gioia di ricostruire per la vita latina di Pola uno dei segni più vivi della sua latinità.

Vinse la tenacia, e vinse la coscienza che, comunque, erano le nostre mani che dovevano ricollocare le pietre che le mani dei nostri padri avevano fermato nei limiti del sacello dedicato dalla città al suo fondatore. Perché così era stato: intorno agli anni della nascita di Cristo anche la Colonia di Pola, come molte altre città del mondo romano, volle dedicare un tempio all’imperatore ricostruttore dello Stato e alla Dea Roma, accostata a lui nel culto per la sua volontà. E lo pose nel Foro, nell’aula massima della vita pubblica di questa città, che per volontà d’Augusto il confine dell’Arsa includeva nell’Italia romana.

L’architetto che ne diede i piani si ispirò ai templi più antichi della gente romana; imitò l’Etruria con le quattro colonne frontali, e le fece così alte da slanciare verso il cielo il timpano, seguì nelle misure di Vitruvio i ritmi che erano cari alla bellezza, pose sul pronao otto capitelli fioriti di ornati eleganti, stese attorno alla cella un fregio in cui la perizia degli scultori trasse a finezze di bronzo i girali d’acanto, e sul frontone e sulla iscrizione dedicatrice che le Vittorie incoronano dispose eleganti rilievi di bronzo, che poi il tempo disperse.

La cella, alta e solenne, ebbe gloria di marmi policromi e accolse il gruppo marmoreo della Dea, incoronato dalla Vittoria alla presenza dell’Imperatore.

Al culto nobile, ma bugiardo, la giovane Chiesa di Pola sostituì quello della Vergine, e mutò il tempio in aula di preghiera cristiana; le mutate vicende della vita cristiana fecero del sacello il fondaco del grano sotto la Repubblica Veneta, finché la ricchezza dei rilievi romani che si scavavano in città e nei dintorni lo mutarono in museo.

Ora la rinascita della rovina l’ha ricondotto ad aula solenne. Qui volevamo, in riconsacrata sede di preghiera cristiana, chiedere a Dio benedizione sulla città cara, che una sete straniera voleva togliere alla sua vita latina. Se l’ora grave della storia non ha permesso questo coronamento all’opera per tanta fatica durata, la stessa storia ci assicura che un’ora più felice ci sarà data e sarà una commossa riconoscenza, dopo il sacrificio e l’esilio.

(Da Antologia di un quarto di secolo, a cura di Danilo Colombo)

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 agosto 2013 )