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ISTRIA 1946: IL PLEBISCITO NEGATO DI PAOLO RADIVO PDF  | Stampa |
domenica 04 marzo 2012
PUBBLICATO SU ATTI E MEMORIE DELLA SOCIETA' ISTRIANA DI ARCHEOLOGIA E STORIA PATRIA
2010 

Paolo Radivo 

ISTRIA, 1946: IL PLEBISCITO NEGATO (PRIMA PARTE)

  In questo saggio tratteremo dei vani spiragli che si aprirono nel 1946 per lo svolgimento di un plebiscito nella zona contesa fra Italia e Jugoslavia. Racconteremo la storia di questo plebiscito mancato, dei suoi proponenti, dei suoi sostenitori e dei suoi oppositori, delle loro rispettive ragioni, come pure dei motivi per i quali fu inesorabilmente bocciato. Finora pochi hanno affrontato tale scomoda questione, che chiama in causa precise responsabilità politiche insieme alle modalità verticistiche con cui le principali Potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale imposero all’Italia il trattato di pace.

Nell’ottobre 1946 il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria pubblicò un opuscolo contenente proclami, mozioni, lettere e telegrammi inviati al presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri Alcide De Gasperi fra il 3 maggio e il 5 ottobre dello stesso anno per esortarlo, fra l’altro, a chiedere il plebiscito.

 

Pasquale De Simone, esule polesano a Gorizia, per un periodo sindaco di quella città e a lungo direttore de "L’Arena di Pola", riportò nei sei libercoli sugli atti del CLN polese, da lui pubblicati una prima volta fra il 1959 e il 1962 e poi ripubblicati in forma cumulativa tra il 1989 e il 1991, anche numerosi documenti riguardanti il plebiscito, frammisti a considerazioni personali.

Diego de Castro, nato a Pirano, docente di statistica, demografia e criminologia, nonché rappresentante diplomatico dell’Italia presso il Governo Militare Alleato a Trieste e consigliere politico del comandante della Zona A tra il luglio 1952 e l’aprile 1954, dedicò al tema, sulla base di alcuni documenti in suo possesso, un apposito capitolo del secondo volume della sua opera La questione di Trieste, edita nel 1981, trattandone qua e là anche nel primo volume.

Il docente e storico Sergio Cella, esule da Pola, accennò al plebiscito nel suo libro del 1990 basandosi su alcuni documenti del CLN istriano.

Gianni Giuricin, esule rovignese a Trieste, delegato dal CLN istriano a far parte della delegazione giuliana presso la Conferenza della pace di Parigi nel settembre 1946, poi vice-sindaco di Trieste dal 1973 al 1975 e promotore delle 65.000 firme pro Zona franca integrale, diede alle stampe nel 2003 un libro di memorie personali e documenti sul plebiscito relativi anche agli anni 1948-1953, esclusi dal nostro studio.

Non a caso tutti gli autori citati sono esuli istriani di orientamento democratico-patriottico. Infatti furono proprio i CLN di Pola e per l’Istria i principali fautori del plebiscito. Nessuna delle loro opere può tuttavia considerarsi esaustiva dell’argomento.

Questa ricerca parte dall’esame dei precedenti storico-giuridici, illustra la vicenda basandosi sui documenti disponibili che si sono potuti reperire, la inserisce nel più ampio contesto della gestazione del trattato di pace con l’Italia e infine suggerisce i principali motivi per cui il plebiscito non si tenne.

 

 

I precedenti

 

Il primo plebiscito moderno si tenne nel gennaio 1793 per ufficializzare l’annessione dell’ex Principato di Liegi alla Repubblica Francese dopo che l’esercito rivoluzionario lo aveva occupato. La Municipalità chiamò alle urne tutti i maschi con più di 28 anni. Fra le quattro alternative prevalse il sì all’annessione con cinque riserve.

Napoleone I e Napoleone III si servirono dei plebisciti per far approvare dal popolo riforme "cesaristiche". L’esito veniva spesso manipolato dagli organi pubblici con limitazioni della libertà di espressione e propaganda, controllo della stampa, scarsa segretezza del voto e brogli. I plebisciti "bonapartisti" erano volti a dimostrare l’esistenza di un vasto consenso intorno al "dittatore". Napoleone I ne convocò quattro: per l’istituzione del Consolato (dicembre 1799), per l’instaurazione del Consolato a vita (maggio 1802), per la creazione dell’Impero (maggio 1804) e per l’approvazione dell’Atto addizionale (maggio 1815). Napoleone III ne indisse tre: per la ratifica del suo colpo di Stato (dicembre 1851), per il ritorno all’Impero (novembre 1852) e per la convalida di alcune leggi varate dal Governo e della nuova Costituzione imperiale (maggio 1870).

La Costituzione americana del 1787 e i successivi emendamenti non previdero il referendum federale. Tuttavia ogni Stato poté regolamentarlo. La cultura politica USA, specie quella più progressista, era dunque compatibile con questo strumento decisionale. Ecco perché alcuni statisti americani del Partito Democratico auspicarono la risoluzione della contesa confinaria italo-jugoslava mediante plebiscito.

Nel 1848 la Costituzione federale svizzera introdusse l’istituto del referendum, da allora attuato a livello sia federale che cantonale con frequenza secondo modalità democratiche. Era obbligatorio per modifiche costituzionali, facoltativo negli altri casi.

Nel 1848 si tennero plebisciti per l’annessione al Regno di Sardegna nel Ducato di Parma e Piacenza (24 maggio), in gran parte della Lombardia e a Vicenza (8 giugno).

Il 14 e 21 agosto 1859 a Parma e Piacenza e l’11 e 12 settembre 1859 a Modena e Reggio l’alternativa fu tra annessione al Regno di Sardegna e «Regno separato», mentre l’11 e 12 marzo 1860 nelle ex Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì e nell’ex Granducato di Toscana tra «Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II» e «Regno separato».

Il Trattato di Torino del 24 marzo 1860 fra Regno di Sardegna e Impero Francese stabilì che il primo avrebbe ceduto al secondo, previo plebiscito, la Contea di Nizza, il Ducato di Savoia nonché le cittadine di Mentone e Roccabruna appartenenti al Principato di Monaco, in cambio del via libera al già avvenuto acquisto delle Legazioni pontificie emiliano-romagnole e della Toscana. A Torino sarebbero rimaste le alte valli Roia, Vesubia e Tinea, ma il Governo sabaudo ritirò anche da queste i propri presidi militari e i funzionari non locali ordinando di far votare i sudditi per la Francia, mentre agenti francesi e sacerdoti poterono fare propaganda. Il 15 e 16 aprile 1860 votò per il plebiscito "confermativo" l’intera Contea di Nizza, incluse le alte Roia, Vesubia e Tinea, il 22 e 23 aprile la Savoia. Il risultato favorevole alla Francia portò all’esodo di migliaia di nizzardi. Napoleone III consentì che in giugno i sabaudi si riappropriassero delle alte valli Roia, Vesubia e Tinea, la cui riconsegna fu confermata da successivi accordi.

Il 21 ottobre 1860 nell’ex Regno di Napoli e nell’ex Regno di Sicilia il quesito fu: «Il popolo vuole un’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?», mentre il 4 novembre 1860 nelle Marche e in Umbria si dovette scegliere tra «Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti» e «Regno separato».

Il plebiscito del 21-22 ottobre 1866 nel Veneto (senza l’Ampezzano), a Mantova e in quasi tutto il Friuli fu imposto dal Trattato di Praga del 24 agosto 1866, che prevedeva la cessione del residuo Regno Lombardo-Veneto dall’Austria alla Francia e da questa all’Italia previa conferma popolare. L’alternativa fu tra Sì e No al Regno d’Italia, così come il 2 ottobre 1870 in quanto restava dello Stato della Chiesa.

Nel 1905 un plebiscito sancì l’indipendenza della Norvegia dal Regno di Svezia e un altro, di poco successivo, la nascita del Regno di Norvegia. I norvegesi ricorsero ancora due volte al referendum prima del 1940. In coerenza con la sua tradizione politica, la Norvegia avrebbe dunque potuto favorire il plebiscito per risolvere la disputa territoriale nella Venezia Giulia. Ma nel 1946 i Governi italiani non la spronarono a farlo.

Sul «principio di nazionalità» proclamato dal presidente americano Wilson si fondarono tutti i plebisciti tenutisi in Europa dopo la Prima guerra mondiale: nel Vorarlberg (11 maggio 1919), nello Schleswig centro-settentrionale (14 febbraio e 14 marzo 1920), nei distretti di Eupen e Malmedy (10 gennaio - 10 luglio 1920), nel distretto prussiano-orientale di Allenstein/Olsztyn e in quello prussiano-occidentale di Marienwerder/Kwidzyn (11 luglio 1920), nella Carinzia sud-orientale (10 ottobre 1920), in quasi tutta l’Alta Slesia e in parte della Bassa (20 marzo 1921), a Sopron-Ödenburg (14 dicembre 1921) e in otto comuni limitrofi (16 dicembre 1921), e nella Saar (13 gennaio 1935).

Solo il plebiscito nel Vorarlberg per il distacco dalla Repubblica dell’Austria Tedesca e l’annessione alla Svizzera ebbe mera valenza interna non vincolante in quanto autonomamente promosso delle popolazioni interessate e delle loro autorità. Fu vanificato perché non indetto ai sensi di un accordo bilaterale o multilaterale e perché svoltosi senza controllo o avallo internazionale.

Il Trattato di Versailles (28 giugno 1919) regolò: il plebiscito nello Schleswig, con l’alternativa Repubblica Tedesca / Regno di Danimarca (articoli 109-114); quello a Eupen e Malmedy, per la revoca dell’annessione al Regno del Belgio e il ritorno alla Germania (articoli 34-37); quelli nei due distretti prussiani, con l’opzione Prussia Orientale / Polonia (articoli 94-97); quello nell’Alta Slesia, con la scelta tra Germania e Polonia, (articoli 87-88); e quello nella Saar, con la triplice alternativa protettorato internazionale / Francia / Germania (articoli 34-35). Il plebiscito nella Carinzia sud-orientale, per la scelta tra Repubblica d’Austria e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS), fu invece previsto dagli articoli 49-50 del Trattato di Saint-Germain-en-Laye (10 settembre 1919). I due trattati disposero che in questi casi le frontiere sarebbero state fissate secondo i voleri delle popolazioni. Poche settimane dopo l’entrata in vigore, truppe e principali autorità del Paese cui i rispettivi territori appartenevano avrebbero dovuto evacuarli astenendosi da requisizioni in denaro o in natura e da misure dannose. Laddove esistenti, i Soviet sarebbero stati sciolti e i loro membri forestieri allontanati. Germania e Polonia si sarebbero astenute dal perseguire azioni a favore della controparte nell’Alta Slesia, dove tutte le unità militari e para-militari sarebbero state congedate e i loro membri non locali evacuati.

Le zone contese sarebbero state poste sotto l’autorità di Commissioni internazionali di quattro o cinque membri designati dalle principali Potenze vincitrici. Per lo Schleswig furono previsti anche i rappresentanti di due Stati neutrali, per la Carinzia uno austriaco in Zona B e uno jugoslavo in Zona A e per la Saar un cittadino francese e un cittadino tedesco locale. Le Commissioni, assistite da consulenti tecnici locali, avrebbero avuto poteri di amministrazione, eccetto quelli legislativi o fiscali, avrebbero mantenuto l’ordine con l’aiuto di truppe alleate e di una gendarmeria locale, preservato istituzioni, scuole, chiese e lingue esistenti e assicurato libertà, correttezza e segretezza del voto. In Alta Slesia avrebbero anche potuto ordinare l’espulsione di persone che avessero tentato di distorcere l’esito del plebiscito con la corruzione o l’intimidazione. Una Commissione di governo con compiti più estesi, ma controbilanciata da un Consiglio territoriale eletto dai residenti, avrebbe retto la Saar per quindici anni come protettorato internazionale smilitarizzato in unione doganale con la Francia. Le spese sostenute dalle Commissioni sarebbero state a carico delle entrate locali (Prussia, Slesia, Saar), pagate per metà dallo Stato cui il territorio apparteneva (Schleswig) o pagate in parti uguali dai due contendenti (Carinzia). Al Governo regionale della Prussia Orientale gli Alleati avrebbero chiesto una quota. La Commissione avrebbe cessato di operare quando i Paesi subentranti avessero assunto l’amministrazione dei territori loro rispettivamente assegnati.

Il plebiscito avrebbe avuto luogo in una data variabile tra le poche settimane (Schleswig) e i sedici mesi (Slesia) dall’insediamento della Commissione; nella Saar dopo 15 anni. Nello Schleswig e in Carinzia avrebbero votato prima le aree a maggiore presenza alloglotta ed entro alcune settimane, se avessero vinto i fautori del passaggio allo Stato confinante, anche le aree prevalentemente germanofone. In Carinzia la Zona B sarebbe stata occupata da truppe austriache e amministrata secondo la legislazione austriaca, la Zona A occupata da truppe SHS e amministrata secondo la legislazione SHS. Ma ambo i contingenti sarebbero stati ridotti, sottoposti al controllo della Commissione e presto rimpiazzati da una polizia locale.

Avrebbero votato tutte le persone, di ambo i sessi, che avessero già vent’anni in una data precedente alla consultazione (Prussia, Slesia, Carinzia), all’entrata in vigore del trattato (Schleswig) o alla data del plebiscito (Saar) e fossero nate nella zona e vi fossero o vi fossero state residenti prima di una certa data. Ogni elettore avrebbe votato nel comune di residenza o di nascita. L’esito sarebbe stato determinato per comune (Schleswig centrale, Prussia, Slesia), in blocco (Schleswig del Nord e Zona A della Carinzia) oppure per comune o distretto (Saar), sempre in base alla maggioranza dei voti. La Commissione avrebbe quindi raccomandato alle principali Potenze alleate e associate una linea che tenesse conto sia della volontà degli elettori sia delle condizioni geografiche ed economiche locali. La parola finale sarebbe spettata alle quattro Potenze, che avrebbero nominato un’apposita Commissione per tracciare sul terreno il confine definitivo da loro deciso.

Gli abitanti dei territori ceduti allo Stato contendente avrebbero acquisito la cittadinanza di questo e perso l’altra. Era imposto l’obbligo entro dodici mesi di trasferire la residenza nello Stato per il quale si era optato, salvi restando la proprietà dei beni immobili e il diritto di portare con sé tutti i beni mobili senza dazi.

Le disposizioni dei trattati vennero applicate correttamente. Le Commissioni cercarono di tutelare i diritti di tutti, garantire l’ordine e consentire un corretto svolgimento delle campagne elettorali e dei plebisciti, malgrado dovessero far fronte in Prussia a vessazioni da parte della Polonia, in Slesia a tre rivolte polacche e ad attività paramilitari tedesche, in Carinzia all’invasione jugoslava e nella Saar ad attentati nazisti contro avversari politici. Nella Saar vi fu nel 1923 l’occupazione franco-belga e l’introduzione del franco francese per il mancato pagamento tedesco dei danni di guerra.

Tutti i territori interpellati, meno la Saar, somigliavano all’Istria per la loro composizione bi-nazionale a macchia di leopardo cui faceva riscontro l’uniformità religiosa. L’orientamento degli elettori dipese da ragioni etniche, ma anche politiche, economiche e personali. Polonia e Regno SHS, per la condotta aggressiva all’esterno e autoritaria all’interno, si alienarono le simpatie anche di molti di coloro che per motivi etno-linguistici vi si sarebbero potuti riconoscere. Questi slavofoni preferirono restare cittadini di uno Stato che, sia pure alloglotto e in precarie condizioni economiche dopo la sconfitta bellica, aveva costruito opere pubbliche, appariva più civile, offriva prospettive di vita migliori e prometteva di tutelare i diritti umani, piuttosto che venire inglobati in Stati slavi ritenuti instabili e poco rassicuranti. Inoltre parecchi residenti, indipendentemente dalla lingua materna e dai sentimenti nazionali (se c’erano), volevano continuare a vivere in una realtà geo-economica giudicata organica e indivisibile. Ciò valeva ad esempio per i contadini slavi interessati a vendere i loro prodotti nei centri urbani germanofoni. Un consolidato microcosmo di relazioni umane e materiali ne sarebbe altrimenti uscito sconvolto. Solo le zone in cui gli slavi erano la quasi totalità si pronunciarono per la Polonia o il Regno SHS. Nella Saar invece il richiamo etnico fu più forte dei vantaggi economici, della democrazia e dei diritti civili. Evidentemente la forte intromissione francese aveva alimentato il desiderio di ricongiungersi con la madrepatria, sia pure nella sua inquietante versione nazista.

Il plebiscito a Sopron-Ödenburg e in otto comuni limitrofi dipese dai Protocolli di Venezia firmati il 13 ottobre 1921 dai Governi austriaco e ungherese in deroga ai Trattati di Versailles e del Trianon (4 giugno 1920) ma sotto l’egida e con il consenso della Società delle Nazioni. L’Ungheria prevalse, benché cinque comuni si espressero per l’Austria. L’esito fu dovuto, secondo gli austriaci, al fatto che le autorità ungheresi avrebbero falsificato le liste elettorali e impedito di votare ad alcuni germanofoni e profughi, consentendo invece di farlo a dei… morti. Inoltre avrebbe pesato la propaganda del reggente Horthy, il quale aveva sostenuto che quello per l’Austria era un voto dato ai «rossi», poiché a Vienna c’era un Governo socialdemocratico. Così molti elettori di sinistra votarono per l’Austria, mentre i più conservatori per l’Ungheria. Alcuni plebisciti decretarono poi fra il 10 gennaio e il 9 marzo 1923 il passaggio all’Ungheria di dieci villaggi confinari.

Decisivo fu il sistema di calcolo dei voti. Quello "a blocco" sancì: il ritorno dell’intero Schleswig settentrionale alla Danimarca, malgrado i filo-tedeschi avessero vinto nelle città; il permanere di tutta la Carinzia sud-orientale nel nesso austriaco, malgrado i filo-jugoslavi avessero prevalso in due distretti su quattro e in diciotto comuni su cinquantuno; l’annessione all’Ungheria di cinque comuni filo-austriaci. Così furono assegnate contro la loro volontà rispettivamente a Danimarca, Austria e Ungheria anche intere fasce confinarie che avrebbero potuto restare alla Germania o passare al Regno SHS senza compromettere il sistema delle comunicazioni, scompaginare equilibri socio-economici o determinare tracciati bizzarri. Un sistema di valutazione dei risultati molto più giusto ed elastico fu invece quello per comune, integrato da criteri geo-economici. Solo la volontà di tre piccoli comuni filo-danesi dell’isola di Föhr non poté essere rispettata. Sempre sulla base di un attento computo dei voti a livello locale, tre villaggi frontalieri filo-polacchi della Prussia Orientale furono annessi alla Polonia. Criteri politici portarono però ad assegnare alla Polonia anche due distretti slesiani filo-tedeschi e a definire un confine in certi punti assurdo. Così nell’Alta Slesia attribuita alla Germania rimase una minoranza polacca e nella parte annessa alla Polonia una minoranza tedesca, entrambe consistenti.

Il Trattato di Versailles aveva invece assegnato il territorio alto-slesiano noto come Hultschiner Ländchen (in ceco Hlučínsko) alla Cecoslovacchia, malgrado un plebiscito promosso dalle autorità tedesche avesse rilevato la volontà di rimanere sotto la Germania. Né libera, né segreta, né vincolante fu la consultazione a Eupen e Malmedy, dove nei sei mesi successivi all’entrata in vigore del Trattato di Versailles le autorità belghe aprirono i registri in cui gli abitanti avrebbero potuto scrivere il loro desiderio che quel territorio restasse sotto sovranità tedesca, benché l’annessione fosse già avvenuta.

 

 

I proclami comunisti, le proposte di Roosevelt e la Carta Atlantica

 

Nel 1931, durante il congresso clandestino del Partito Comunista d’Italia, i delegati jugoslavi si accordarono con quelli italiani sull’opportunità di applicare il principio di autodecisione dei popoli per definire un futuro confine tra i due Paesi che fosse giusto e rispettoso della volontà degli abitanti della Venezia Giulia, a seconda della loro nazionalità. Nel 1934 i comunisti italiani, jugoslavi e austriaci, perseguitati nelle rispettive patrie, proclamarono assieme il diritto all’autodecisione delle minoranze fino alla secessione. Tale principio fu ribadito nel 1936 dalla Federazione Comunista della Venezia Giulia, che firmò un patto d’azione con gli omologhi sloveni e croati. Ma, dopo lo sfaldamento del Regno dei Karađorđević nell’aprile 1941, sia il Partito Comunista Sloveno sia quello Croato, entrambi soggetti al Partito Comunista Jugoslavo di Josip Broz Tito, rinnegarono il concetto di autodeterminazione dei popoli da attuarsi mediante libero voto, puntando tutto sulla conquista militare dei territori in cui imporre con la forza il regime della nuova Jugoslavia «federativa e popolare».

Il 14 luglio 1941, quando gli USA non erano ancora entrati in guerra, il presidente democratico Franklin Delano Roosevelt inviò un messaggio al primo ministro britannico Winston Churchill prendendo le distanze dalle promesse che quest’ultimo risultava aver fatto al Governo jugoslavo in esilio a Londra circa la cessione della Venezia Giulia in caso di vittoria e proponendo in alternativa il plebiscito come strumento per dirimere tutte le questioni confinarie:

 

So che non avrete obiezioni se menziono una faccenda che in questo momento non riveste alcuna gravità ma che potrebbe provocare spiacevoli guai più tardi. Alludo a voci, che non sono né più né meno che voci, riguardanti mercanteggiamenti o trattative che il governo britannico, a quanto si asserisce, avrebbe in corso con alcuni paesi occupati: come ad esempio la diceria pazzesca che voi avreste promesso Trieste alla Jugoslavia. In certi gruppi etnici degli Stati Uniti si approva, com’è naturale, entusiasticamente tal genere di promesse relative al dopo guerra, ma d’altra parte esistono dissensi fra altri gruppi, ad esempio, tra cechi e slovacchi, tra fiamminghi e valloni. Voi ricorderete, naturalmente, che ai lontani inizi del 1919 vi furono guai seri a proposito di promesse vere e asserite, fatte agli italiani e ad altri.

Sembra a me di gran lunga troppo presto perché chiunque di noi prenda qualsiasi impegno, per l’ottima ragione che la Gran Bretagna al pari degli Stati Uniti desidera una sicurezza di futura pace disarmando tutti i fautori di torbidi, e in secondo luogo contemplando la possibilità di far rivivere piccole nazioni nell’interesse dell’armonia, anche se ciò dovesse attuarsi col metodo dei plebisciti.

Il plebiscito fu, dopo tutto, uno dei pochi risultati di Versailles che riscosse successo e potrebbe esser possibile per noi di estenderne l’uso proponendo in certi casi plebisciti preliminari seguiti molto più tardi da un secondo e perfino un terzo plebiscito.

Ad esempio, nessuno di noi al momento attuale sa se non sia (forse) consigliabile nell’interesse di pacifiche relazioni di trattenere i croati nella gola dei serbi e viceversa.

Sono incline a pensare che in questo momento potrebbe essere utile una dichiarazione di massima da parte vostra, la quale chiarisca che nessun impegno postbellico relativo alla pace è stato preso con riguardo a problemi territoriali, di popolazioni o economici.

Potrei in tal caso appoggiare la vostra dichiarazione in termini assai forti.

 

La proposta di Roosevelt suonava alquanto democratica. Tuttavia né lui, finché fu in vita, né il suo successore Truman ebbero poi il coraggio e la forza di tradurla in pratica.

Il 14 agosto 1941 gli stessi Roosevelt e Churchill, sulla corazzata «Prince of Wales» al largo dell’isola di Terranova, resero nota al mondo la Carta Atlantica che assieme avevano elaborato. Conteneva 8 «principi comuni della politica nazionale dei loro rispettivi Paesi», sui quali i due statisti sostenevano di fondare «le speranze in un avvenire migliore per il mondo». Tra i punti che ci interessano direttamente ne ricordiamo quattro. USA e Regno Unito: (1) non ricercavano «alcun ingrandimento territoriale o di altra natura»; (2) non desideravano «alcun mutamento territoriale» non «conforme ai desideri liberamente espressi dei popoli interessati»; (3) rispettavano «il diritto di tutti i popoli di scegliersi la forma di governo», auspicando di «veder restaurati i diritti sovrani e l’autonomia di quei popoli che ne erano stati privati con la forza»; (6) «dopo la distruzione definitiva della tirannide nazista», speravano di «veder instaurata una pace» che consentisse «a tutte le nazioni di vivere con sicurezza entro i propri confini» e desse «la certezza che tutti gli uomini, in tutti i paesi», potessero «vivere la loro vita liberi dal timore e dal bisogno».

I fatti successivi dimostrarono che in realtà si trattava soprattutto di propaganda bellica, come gli italiani della Venezia Giulia e altri popoli europei appurarono amaramente sulla propria pelle al termine del conflitto. Ma quel documento, mai discusso dai Parlamenti americano e britannico, era pur sempre la base politica su cui si stava cementando l’alleanza tra le due potenze anglo-sassoni, e non solo. Infatti nel giro di pochi mesi la Carta Atlantica divenne la piattaforma ideologica di tutti gli Stati belligeranti contro la Germania, l’Italia e, dopo Pearl Harbor, il Giappone, nonché contro i loro sodali. Il 24 settembre 1941 vi aderirono 15 Governi, effettivi o in esilio: Australia, Belgio, Canada, Cecoslovacchia, Francia, Grecia, Jugoslavia, Lussemburgo, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Polonia, Regno Unito, Sudafrica e URSS.

Il 1° gennaio 1942 i plenipotenziari di 26 Paesi, tra cui il Governo in esilio della Jugoslavia monarchica, sottoscrissero alla Casa Bianca la «Dichiarazione delle Nazioni Unite», dichiarando solennemente di aver «accettato un comune programma di propositi e principi contenuto nella Dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti d’America e del Primo Ministro del Regno di Gran Bretagna e Irlanda del Nord in data 14 agosto 1941, nota col nome di Carta Atlantica». Altri 21 Paesi aderirono successivamente a tale Dichiarazione. Tutto sembrava perciò far supporre che la Carta Atlantica avrebbe davvero dovuto costituire la pietra miliare del futuro "nuovo ordine mondiale" da codificare nei trattati di pace post-bellici. Il suo contributo politico alla vittoria alleata fu perciò notevole, tanto più che i Paesi aderenti al Patto tripartito non seppero reagire con un contro-manifesto.

 

 

Un promemoria anti-plebiscito della Marina e le incoerenze di Jalta

 

Il 18 agosto 1944 un promemoria del Ministero della Marina militare del Regno d’Italia (Governo Bonomi) riferì che i partigiani jugoslavi avevano steso liste di migliaia di italiani che avrebbero dovuto essere uccisi in caso di occupazione di Trieste «per garantire, in caso di plebiscito, la maggioranza jugoslava». Il documento specificava che, «in caso di plebiscito, qualora venissero prospettate le quattro soluzioni, Jugoslavia, Italia, Austria, Città libera, sarebbe prevedibile un risultato favorevole alla Jugoslavia perché gli italiani, che sono in grande maggioranza, per interessi vari […] si dividerebbero tra l’Italia, Austria e Città libera».

L’11 febbraio 1945 a Jalta il premier sovietico Stalin, il presidente americano Roosevelt e il primo ministro britannico Churchill dichiararono nella «Dichiarazione sull’Europa liberata» di voler «risolvere con strumenti democratici» i «pressanti problemi politici ed economici» dei «popoli liberati dalla dominazione della Germania Nazista» e dei «popoli degli stati satellite dell’Asse europeo». Aggiunsero inoltre:

 

Il ristabilimento dell’ordine in Europa e la ricostruzione della vita economica nazionale dovranno essere raggiunti attraverso processi che permettano ai popoli liberati di distruggere ogni traccia di Nazismo e Fascismo e di creare proprie istituzioni democratiche. Questo principio contenuto nella Carta Atlantica sancisce il diritto di tutti i popoli di scegliere liberamente la forma di governo che desiderano e riafferma la necessità di ripristinare il diritto alla sovranità per quelli che ne sono stati privati con la forza.

Per creare le condizioni nelle quali i popoli liberati possano esercitare questi diritti, i tre Governi, qualora fosse necessario, offriranno assistenza per:

(a) Ristabilire la pace entro i propri rispettivi confini;

(b) Adottare misure di emergenza per sostenere le popolazioni bisognose;

(c) Istituire delle autorità di governo provvisorie largamente rappresentative di tutti i settori democratici della società civile che si impegnino nel più breve tempo possibile e attraverso libere elezioni a costituire dei Governi che siano espressione della volontà popolare;

(d) Agevolare lo svolgimento di libere elezioni. […]

Con tale dichiarazione intendiamo riaffermare la nostra fiducia nei principi contenuti nella Carta Atlantica, il nostro impegno a rispettare quanto stabilito nella Dichiarazione delle Nazioni Unite e la nostra determinazione a costruire in collaborazione con le Nazioni amanti della pace un mondo in cui siano garantite legalità, sicurezza, libertà e benessere.

 

Ma tali roboanti proclami furono simultaneamente smentiti dalle decisioni prese a Jalta, ovvero la spartizione di Germania e Austria in zone di occupazione, lo spostamento della Polonia a ovest e le mutilazioni territoriali ai danni del Giappone. La Conferenza di Jalta, nella sua contraddittorietà, fu dunque un pericoloso campanello d’allarme anche per la Venezia Giulia.

 

 

I «plebisciti» del 1945 a Tenda, a Briga e nella Liguria occidentale

 

Dopo che il 25 aprile 1945 i partigiani italiani avevano preso possesso dell’alta Roia, il 26 entrò a Tenda un reggimento algerino, che ne ordinò il ritiro e il disarmo. Il 27 arrivarono a Briga soldati francesi, seguiti il 28 da algerini e da civili francesi oriundi portati dal «Comitato di ricongiunzione di Tenda e Briga». Furono eliminate le bandiere italiane e attaccati manifesti annessionistici in francese. Il 29 a Tenda il «Comité» destituì il sindaco, il segretario comunale e alcuni impiegati occupando il municipio, mentre a Briga esautorò l’intera amministrazione. Inoltre dichiarò che l’alta Roia era stata ceduta alla Francia per volontà del Governo francese in accordo con quello italiano e che nel pomeriggio si sarebbe svolto un «plebiscito» confermativo previsto dalla legge francese: una mera formalità. Un ufficiale francese annunciò l’arrivo del prefetto e del vescovo di Nizza per ufficializzare l’annessione dell’alta e bassa Roia, distribuì franchi ai sacerdoti e parlò di pronunciamenti filo-francesi anche in Val Nervia (Imperia), a Sanremo, Cuneo e Torino. Data la totale mancanza di comunicazioni con il resto d’Italia e il divieto di allontanarsi dalla zona, i residenti non poterono verificare tali notizie e rendersi pienamente conto del raggiro.

La votazione fu arbitraria. Le schede bilingui non prevedevano alcuna scelta tra Francia e Italia perché in realtà erano formulari intestati «Comitato di riattaccamento di Tenda e di Briga-di-Nizza alla Francia». I compilatori avrebbero dovuto scrivere cognome, nome, estremi del padre, soprannome, data di nascita e domicilio prima di firmare con luogo e data la frase: «Dichiaro sul mio onore di dare mia intera approvazione al riattaccamento alla Francia dei comuni di Tenda e di Briga di Nizza conformemente ai diritti acquistati dai nostri antenati nel plebiscito del 15 aprile 1860 e sollecito il grande onore di divenire Francese».

I moduli erano probabilmente gli stessi usati dal «Comité» nell’agosto 1944 a Nizza per un analogo pseudo-plebiscito fra i cittadini francesi originari dell’alta Roia. Quanti avevano compilato il formulario a Nizza lo ricompilarono a Tenda o a Briga. Vennero ammessi gli emigrati in Francia, i loro discendenti e altri francesi o italiani non originari dell’alta Roia giunti al seguito delle truppe; non però chi era diventato residente dopo il 1930. I contrari dovevano non "votare" o lasciare in bianco la scheda, il che rendeva problematico ottenere la tessera annonaria francese. Inoltre molti non si espressero perché assenti. Però un singolo componente di una famiglia poté farlo anche per gli altri e chi aveva più nomi o cognomi compilò in alcuni casi altrettante schede. Non fu dunque garantita né la libertà, né la serietà, né la segretezza del voto, anche perché di "voto" non si poteva parlare: quella era una petizione forzata volta a rivendicare il diritto individuale di diventare cittadini francesi in base al plebiscito del 1860. Il plebiscito-farsa del 29 aprile 1945 diede l’esito voluto, ma a Briga i Sì e le schede bianche superarono i "votanti". I risultati furono poi gonfiati con le firme di cittadini francesi oriundi residenti in Francia e rintracciati dalla polizia.

Tra fine aprile e metà maggio 1945 alcune divisioni coloniali francesi occuparono anche quattordici comuni della provincia di Imperia tra Ventimiglia, la bassa Roia, la Val Nervia, la Val Crosia, l’alta Valle Argentina e l’alta Valle del Tanaro. Qui (Ventimiglia esclusa) i «Comitati» organizzarono fra maggio e giugno dei «plebisciti» vinti dai filo-francesi.

Seguì l’annessione dell’alta Roia e della Liguria orientale alla Repubblica Francese e furono espulsi diversi «non votanti». Ma il 10 giugno gli anglo-americani imposero a de Gaulle un accordo per lo sgombero di tutti i territori italiani occupati. Le ripristinate amministrazioni comunali di Tenda e Briga raccolsero firme su una petizione pro Italia cui aderì il 70% degli abitanti. Il 2 giugno 1946 anche tendaschi e brigaschi parteciparono al referendum istituzionale e alle elezioni per l’Assemblea Costituente, esprimendo con la loro massiccia affluenza alle urne e il loro voto una implicita propensione per l’Italia.

 

 

Quaroni propone invano a De Gasperi di chiedere il plebiscito

 

Il 13 maggio 1945, quando la Venezia Giulia si trovava già in mani titine, l’ambasciatore italiano a Mosca Pietro Quaroni scrisse al suo ministro degli esteri Alcide De Gasperi:

 

[…] a me sembra inevitabile che noi ci mettiamo sulla linea del plebiscito: mi sembra di comprendere che gli jugoslavi vi sono contrari: ragione di più per farlo noi. Se noi ci mettiamo sul terreno del plebiscito, ci mettiamo su un terreno che incontrerà certamente favore nell’opinione pubblica anglo-americana, l’unica influenza che ci può garantire da un marchandage segreto fra governi. Se noi lo rifiutiamo, basandoci sui nostri diritti indiscutibili, avremo tutte le ragioni, ma tutti diranno che lo facciamo perché sappiamo che le popolazioni sono contro di noi. […].

 

Il ragionamento di Quaroni era lucido e calzante, ma non fu raccolto da De Gasperi, contrario al plebiscito per la Venezia Giulia poiché ne temeva quale conseguenza uno analogo per l’Alto Adige dall’esito negativo. Eppure l’esperienza dimostrava che i plebisciti, ormai ampiamente sperimentati, erano senz’altro fattibili: bastava volerli e organizzarli seriamente. Il loro risultato era più o meno influenzabile dalle condizioni politiche, militari e socio-economiche contingenti, oltre che dalla lingua materna e dalla coscienza nazionale degli interpellati. Si trattava perciò di strumenti democratici formidabili ma delicati, da utilizzare con onestà e ragionevolezza affinché non si riducessero a congegni ingannevoli di mera ratifica formale di decisioni prese altrove e imposte dall’alto.

I plebisciti avrebbero dovuto individuare con esattezza la volontà delle popolazioni zona per zona, in modo da tracciare poi con il "bisturi" un confine etnico veritiero che lasciasse da ambo le parti il minor numero possibile di appartenenti alle rispettive minoranze o comunque di sostenitori della soluzione statuale opposta. A tal fine si sarebbero dovute anche verificare attentamente le proprietà immobiliari private, affinché la nuova frontiera non le smembrasse arbitrariamente. Peraltro, solo un sincero spirito di collaborazione e buon vicinato tra Italia e Jugoslavia avrebbe poi consentito ai territori tagliati in due dal nuovo confine di non venirne tramortiti economicamente.

Cruciale sarebbe stato stabilire in modo corretto quanti avrebbero avuto diritto al voto, affinché a decidere fosse davvero la popolazione radicata in quel dato territorio e non anche chi vi era stato mandato per manipolare e sovvertire il quadro etnico-politico. Nella regolamentazione di questo punto si sarebbe potuto prendere esempio dai Trattati di Versailles e Saint-Germain. Determinante sarebbe stata poi l’effettiva libertà di propaganda in campagna elettorale per tutte le soluzioni proposte, nonché la libertà e la segretezza del voto.

Non sarebbe stato equo un plebiscito che avesse previsto per l’intera Venezia Giulia il principio "chi vince prende tutto", magari per un voto in più. Le urne avrebbero certamente evidenziato aree favorevoli all’Italia accanto ad altre favorevoli alla Jugoslavia, in base all’effettiva nazionalità dei votanti. Ma vi sarebbero anche potute essere delle sorprese, in ambo le direzioni, dettate da motivi politici o personali. Solo un certosino soppesamento sul terreno dei dati delle urne avrebbe potuto ridurre al minimo le inevitabili ingiustizie, in modo che il risultato finale fosse una linea etnica continua dalle Alpi all’Adriatico in sintonia con i voleri dalle popolazioni. Un tale confine non sarebbe stato difficile da tracciare anche a tavolino nell’area di contatto italo-slovena, mentre avrebbe comportato un impegno maggiore in Istria, a Cherso e Lussino, dove le componenti italiana e croata erano intrecciate.

Un plebiscito serio e onesto avrebbe scongiurato la vessazione e l’esodo in massa degli italiani, preservando un prezioso microcosmo etno-linguistico. Ma per arrivare a ciò gli anglo-americani avrebbero dovuto impedire che gli jugoslavi occupassero tutta la Venezia Giulia. Invece li lasciarono agire, salvo respingerli poi un po’ più est, creando i presupposti di quel fatto compiuto che col tempo divenne difficile modificare. Solo una forte mobilitazione della classe politica e dell’intera nazione italiana avrebbe forse potuto imporre ai Quattro Grandi un’amministrazione fiduciaria internazionale dell’intero territorio conteso in vista di un equo plebiscito. Ma tale pressione mancò o fu troppo scarsa.

 

 

La Venezia Giulia divisa tra jugoslavi e anglo-americani

 

Il 9 giugno 1945 a Belgrado anglo-americani e jugoslavi firmarono un accordo per lo sgombero delle truppe jugoslave dalla parte occidentale della Venezia Giulia, da Tarvisio, da Pola e dagli «ancoraggi» della costa occidentale istriana, dove sarebbe subentrato un Governo Militare Alleato (GMA). L’amministrazione militare jugoslava sarebbe invece continuata nella parte orientale, comprendente l’intera provincia di Fiume, quasi tutta quella di Pola meno il capoluogo e metà circa delle province di Gorizia e Trieste.

A dividere la Zona A dalla Zona B della Venezia Giulia sarebbe stata la «linea Morgan», che scendeva a sud dai monti Forno e Mangart, si snodava pochi chilometri a est dell’Isonzo e tagliava l’altipiano della Bainsizza, la Selva di Tarnova e l’alta valle del Vipacco. Raggiunto il Carso triestino, piegava verso sud e infine verso ovest per raggiungere il mare a Punta Grossa. La linea Morgan lasciava alla zona di occupazione angloamericana le vie di comunicazione ferroviarie e stradali fra Trieste, Gorizia e Tarvisio includendo la Val Canale, Plezzo (Bovec), Caporetto (Kobarid), Tolmino (Tolmin), Canale (Kanal), il Collio, Gorizia, San Daniele del Carso (Štanjel), Storie (Storje), Sesana (Sežana), Basovizza, San Dorligo della Valle, Ospo (Osp), Albaro Vescovà (Škofije) e Crevatini (Hrvatini). Il ristretto territorio della Zona A intorno a Pola includeva poche frazioni come Stignano (Štinjan), Montegrande (Veli Vrh), Siana (Šijana), Scattari (Škatari), Valdibecco (Valdebek) e Vincuran (Vinkuran).

La zona di occupazione jugoslava comprendeva invece le sorgenti e le valli orientali dell’Isonzo, Circhina (Cerkno), Idria (Idrija), Chiapovano (Čepovan), Aidussina (Ajdovščina), Vipacco (Vipava), Divaccia (Divača), Cosina (Kozina), Villa Decani (Dekani), Capodistria e Ancarano (Ankaran). Zara invece era già stata sostanzialmente annessa nel novembre 1944 alla Repubblica Popolare di Croazia con l’implicito avallo anglo-americano e senza eccessive proteste italiane.

Il 20 giugno un accordo firmato a Duino perfezionò quello di Belgrado chiarendo alcuni punti controversi come la mancata occupazione anglo-americana dei porti della costa occidentale istriana, che sarebbe potuta avvenire solo in caso di inadempienze jugoslave agli impegni assunti. Per la Zona A era prevista una limitata compresenza di truppe jugoslave e una missione di collegamento sotto il comando e il controllo del Supremo comandante alleato. La Zona B fu invece lasciata in balia dei titini. Americani e britannici imposero dunque il proprio governo diretto solo sulla parte occidentale della Venezia Giulia, ratificando invece la situazione di fatto esistente in quella orientale. Il prosieguo degli eventi portò a una marginalizzazione politica, oltre che militare, degli jugoslavi in Zona A e ad una differenziazione crescente tra le due Zone, tra loro sempre meno intercomunicanti.

 

 

La Saar occupata, i tedeschi espulsi dall’Est: e l’autodecisione?

 

Nell’ultima fase della guerra la Francia di de Gaulle mirò al distacco dalla Germania dell’intera sponda occidentale del Reno, ma americani e britannici sventarono tale progetto richiamandosi alla Carta Atlantica, che consentiva rettifiche confinarie solo se le popolazioni interessate fossero consenzienti. Tuttavia, per non guastare i difficili rapporti con gli scalpitanti francesi, il Governo USA acconsentì alla separazione della sola Saar, che il 10 luglio 1945 venne occupata da truppe francesi.

L’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite firmata a San Francisco il 26 giugno 1945 incluse tra i fini dell’ONU quello di «sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli». Ma l’ONU non fu coinvolta nelle vicende giuliane.

La Conferenza di Potsdam tra i massimi rappresentanti di USA, URSS e Regno Unito stabilì (2 agosto 1945) che il trattato di pace con l’Italia sarebbe stato discusso per primo. A farsene carico avrebbe dovuto essere il neo-istituito Consiglio dei ministri degli esteri (CME), che inizialmente prevedeva la partecipazione di USA, URSS, Regno Unito, Francia e Cina, i cosiddetti Cinque Grandi. Il testo redatto dal CME sarebbe poi stato sottoposto alle Nazioni Unite. Fu intanto mantenuto il regime di occupazione sancito dagli accordi di Belgrado e Duino. Ma la decisione definitiva di spostare a ovest la Polonia e di avallare l’espulsione dei tedeschi dai territori ceduti e il loro trasferimento in Germania e Austria non lasciarono presagire l’applicazione del principio di autodecisione dei popoli per la Venezia Giulia e Zara. Il grave precedente di Potsdam, peggiorando quello di Jalta, pesò sui negoziati successivi, compromettendo ogni possibile definizione democratica delle controversie territoriali italo-jugoslave e smascherando la natura propagandistica dell’ancora sbandierata Carta Atlantica.

 

 

La «linea etnica» per la Venezia Giulia

 

Il 18 settembre 1945 il CME di Londra ascoltò il vice primo ministro jugoslavo Edvard Kardelj e il ministro degli esteri italiano Alcide De Gasperi. Kardelj chiese la Venezia Giulia e il Friuli orientale, mentre De Gasperi propose la «linea Wilson», l’indipendenza per Fiume e l’autonomia amministrativa per Zara, nonché la tutela delle rispettive minoranze.

Quella invocata da De Gasperi era la prima delle due linee che nel 1919 il presidente Wilson aveva invano prospettato quale compromesso tra Regno d’Italia e Regno SHS. Tale versione, illustrata al presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando il 14 aprile 1919, si staccava dal confine naturale delle Alpi Giulie all’altezza del monte Porsena (Porezen), scendendo a ovest del confine di Rapallo lungo gli altipiani carsici. Alla Jugoslavia lasciava Circhina, Idria, Postumia (Postojna), Senosecchia (Senožeče), San Pietro del Carso (Pivka), Villa del Nevoso (Ilirska Bistrica) e Castelnuovo (Podgrad), all’Italia Chiapovano, Aidussina, Vipacco, Storie, Divaccia e Matteria (Materija). Dal Monte Aquila (Orljak) in Ciceria (Čičarija), raggiungeva il medio e basso corso dell’Arsa (Raša) e quindi il mare. All’Italia sarebbe spettata l’Istria centro-occidentale con Pinguente (Buzet), Pisino (Pazin), Draguccio (Draguć), Pedena (Pićan) e Lussino (Lošinj), alla Jugoslavia l’Istria orientale con Albona (Labin) e Cherso (Cres). L’Italia avrebbe così avuto la ferrovia Trieste-Pola, il tratto di Transalpina assegnatole dal Trattato di Rapallo del 1920 e le centrali elettriche del medio Isonzo, mentre la Jugoslavia avrebbe ottenuto il tratto ferroviario Fiume-Lubiana e i bacini minerari di Idria e dell’Arsa. Con la riproposizione della linea Wilson De Gasperi sperava di ottenere l’appoggio sia del Governo sia dell’opinione pubblica americani, che allora apparivano i più benevoli verso l’Italia.

Il 19 settembre 1945 il CME stabilì che la nuova frontiera fra Italia e Jugoslavia avrebbe dovuto seguire la «linea etnica», di modo che il maggior numero di italiani dell’area rimanessero in Italia e il maggior numero di jugoslavi passassero alla Jugoslavia o, in altre parole, che il minor numero di italiani andasse alla Jugoslavia e il minor numero di jugoslavi all’Italia. Visto il mancato accordo al proprio interno, il CME incaricò i supplenti dei ministri di istituire una Commissione di esperti per lo studio della frontiera italo-jugoslava, con il compito di preparare un rapporto e delle raccomandazioni.

 

 

Le richieste del "Grido dell’Istria" e l’attivismo di Quaroni

 

Il 2 ottobre 1945 il "Grido dell’Istria", che dal 26 agosto veniva diffuso regolarmente in Zona A e clandestinamente in Zona B quale organo del Comitato Istriano, pubblicò il testo di un telegramma inviato ai Cinque Grandi che sembrava presagire la proposta di plebiscito con garanzie internazionali per il suo corretto svolgimento:

 

Gli italiani dell’Istria, assurdamente avulsi dalla loro Madrepatria, chiedono il riconoscimento dei sacrosanti diritti su quanto da secoli per etnografia, storia e civiltà è italiano e solo una follia liberticida potrebbe misconoscere. Si appellano al senso di giustizia delle grandi Nazioni perché siano adottate immediate misure di sicurezza necessarie al nostro popolo onde possa liberamente esprimersi e perché migliaia di esuli antifascisti possano ritornare ai loro paesi natali.

 

Il 9 ottobre 1945 lo stesso periodico sintetizzò nell’editoriale le due opposte filosofie in conflitto per la definizione del problema giuliano: quella della Carta Atlantica e quella delle zone di influenza. In tal modo si prefiguravano le motivazioni che sarebbero state alla base della richiesta di plebiscito:

 

Nel campo internazionale ci sono dalle due parti due diverse maniere di vedere e di concepire le cose. Da una parte gli interessi strategici ed economici sono subordinati alla decisione di far valere nei trattati di pace i principi immortali della Carta Atlantica, principi vergati da tutti i rappresentanti delle nazioni unite; dall’altra, non precisamente in omaggio ai suddetti principi, si fa strada la teoria delle zone di influenza.

 

Il 19 ottobre il "Grido dell’Istria", invitando gli istriani a non partecipare alle elezioni-truffa indette per il 25 novembre in Zona B, presentò l’assenteismo come un plebiscito indiretto per l’Italia: «Non votare è un atto di plebiscitaria adesione spirituale alla nuova democrazia italiana, è un atto di unione ai grandi italiani dell’Istria da Tartini a Combi, da Defranceschi a Gambini». Lo spirito del plebiscito era dunque già presente come idea di fondo, sebbene si confidasse ancora nella linea etnica promessa il mese prima dai Grandi a Londra.

Alla fine di ottobre del 1945 a Mosca l’ambasciatore Quaroni prospettò al vice primo ministro e vice commissario sovietico per gli affari esteri Andrej Višinskij e al rappresentante jugoslavo Koča Popović i vantaggi che lo strumento del plebiscito avrebbe comportato per la definizione del futuro confine italo-jugoslavo. Ma Višinskij rispose: «È impossibile fare un plebiscito in maniera che ci siano garanzie sufficienti che assicurino che non si abbiano delle pressioni indebite». Quaroni replicò: «per me non c’è mezzo migliore che un plebiscito fatto sul serio». Ricordò quello per Nizza, dicendo che era stato realizzato contro la volontà di Garibaldi e che nemmeno il fascismo lo aveva mai posto in discussione. Ma, come sappiamo, non si trattava affatto di un buon esempio da seguire…

Il 31 ottobre, in un rapporto a De Gasperi, Quaroni riferì:

 

[…] ho voluto avere una riprova – e l’ho avuta – che Russia e Jugoslavia, come supponevo, non vogliono sentir parlare di plebiscito […]. In realtà, pur rendendomi conto delle giuste ragioni che V.S. obbietta contro il plebiscito, per i suoi riflessi sulla questione alto-atesina, qualora i russi sollevassero la questione della volontà delle popolazioni non vedo altra maniera di controbattere che ripiegando sull’idea del plebiscito.

 

Tanto più – rilevò Quaroni – che parte dei comunisti italiani avrebbero potuto votare per la Jugoslavia, mentre parte degli slavi per l’Italia… «Dato che abbiamo tempo, mi sembra – aggiunse – sarebbe il caso di studiare seriamente sul posto» questi due fattori. «Sapevo bene con ciò – ammise – di non interpretare il suo pensiero».

 

 

L’Austria chiede il plebiscito per l’Alto Adige

 

L’11 settembre 1945 il Governo provvisorio austriaco redasse una richiesta di plebiscito per l’Alto Adige che appena il 14 settembre giunse alla Commissione alleata di controllo per l’Austria e che non ebbe seguito perché, quello stesso giorno, il Consiglio dei ministri degli esteri di USA, URSS, Regno Unito, Francia e Cina, in corso a Londra, aveva già deciso che la frontiera italo-austriaca sarebbe rimasta immutata, salvo rettifiche minori che lo stesso CME avrebbe potuto stabilire sulla base di eventuali richieste presentate dall’Austria. Non era dunque ipotizzabile un plebiscito per l’intera area germanofona presente entro i confini italiani del 1939, perché i Grandi avevano escluso che il confine italo-austriaco potesse seguire la linea etnica. Anche questa era una ennesima clamorosa smentita del principio di autodeterminazione proclamato nella Carta Atlantica e formalmente confermato a Jalta.

Il sottosegretario agli esteri Karl Gruber inviò il 5 novembre 1945 alla Commissione alleata di controllo per l’Austria una nuova nota che, confermando quella dell’11 settembre, chiedeva l’annessione della provincia di Bolzano, nonché delle valli trentine di Fiemme e di Fassa e delle valli bellunesi d’Ampezzo e del Cordevole (tutte ladine), previo plebiscito. Il 30 novembre la Commissione discusse la nota di Gruber, giudicandola non di sua competenza. Ciascun rappresentante delle quattro Potenze occupanti l’avrebbe tuttavia potuta comunicare al proprio Governo.

Il 13 dicembre Alcide De Gasperi, nuovo presidente del Consiglio e riconfermato ministro degli esteri, annunciò il ritorno sotto l’amministrazione diretta italiana delle province di Trento e Bolzano, che dalla fine della guerra erano state soggette al GMA anglo-americano. Il Comando alleato precisò che tale subentro non pregiudicava eventuali rettifiche confinarie che il trattato di pace avrebbe potuto determinare. Sotto il GMA restavano ancora la provincia di Udine (comprendente anche Pordenone) e la Zona A della Venezia Giulia.

Il 21 dicembre 1945 il primo cancelliere dell’Austria post-bellica, Leopold Figl, annunciò nel discorso d’investitura in Parlamento che il suo Governo avrebbe sostenuto la richiesta di ricongiungimento del Sudtirolo all’Austria.

Il 3 gennaio 1946 la Divisione per gli Affari dell’Europa centrale presso il Dipartimento di Stato americano giudicò positivamente la nota del 5 novembre, affermando che, per non ripetere gli errori del Trattato di Saint-Germain, si sarebbe dovuto restituire l’Alto Adige all’Austria o indire un plebiscito dando ascolto alla volontà della popolazione interessata. Il 7 gennaio la Divisione per gli Affari dell’Europa meridionale bocciò invece l’annessione all’Austria, ma ritenne percorribile la strada del plebiscito, se le circostanze lo avessero richiesto. Anche in seguito a pressioni esercitate dalle nuove autorità austriache, il segretario di Stato James Francis Byrnes esortò la delegazione americana a Londra, dove era in corso la riunione dei sostituti dei ministri degli esteri, a non lasciarsi sfuggire «occasioni per discutere la proposta di un plebiscito».

Il 4 marzo 1946 il Consiglio dei sostituti giudicò irricevibili le richieste austriache del 5 novembre, in quanto non erano affatto «rettifiche minori», e il 20 aprile confermò quanto stabilito. Visto il clima poco favorevole, a metà aprile Gruber fece confidenzialmente sapere agli americani di essere disposto a escludere dall’area del plebiscito la val d’Adige tra la periferia sud di Bolzano e Salorno, nonché le valli ladine. Ma il 1° maggio il CME, riunitosi a Parigi, respinse tutte le richieste austriache.

 

 

Il CLN istriano vuole l’occupazione anglo-americana della Zona B

 

Il 31 gennaio 1946 il "Grido dell’Istria", che dal 16 dicembre 1945 si autodefiniva «Foglio della resistenza istriana», nominò per la prima volta il plebiscito, ma in negativo, perché in Zona B sarebbe stato «nelle circostanze presenti inattuabile», vista la spietata occupazione jugoslava che, oltre a impedire prevedibilmente sia la libertà sia la segretezza del voto, aveva già provocato la morte o l’esodo di parecchie migliaia di italiani, mentre di converso aveva "importato" migliaia di jugoslavi a scopo coloniale.

Il 13 febbraio 1946 il periodico pubblicò in prima pagina un telegramma rivolto all’ONU in cui il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria, costituitosi a Trieste l’11 gennaio 1946 quale continuazione del Comitato Istriano e di cui il giornale era diventato organo, denunciava la brutale oppressione jugoslava in Zona B invocando «accordo potenze interessate per occupazione totale zona contestata da parte amministrazione alleata non interessata in soluzione problemi territoriali». Di lì a tre mesi tale richiesta sarebbe stata avanzata dai CLN polese e istriano come propedeutica allo svolgimento di un plebiscito attendibile.

Il "Grido dell’Istria" del 20 febbraio 1946 tornò a sollecitare gli Alleati a occupare tutta la Zona B fino alla delimitazione dei nuovi confini «in nome del diritto e della giustizia» e riferì che il Comitato politico degli italiani della Dalmazia aveva presentato a De Gasperi «la richiesta di un plebiscito per la determinazione del destino di Zara». La richiesta di occupazione anglo-americana venne riformulata il 27 febbraio per «salvaguardare la pace» e per evitare che l’Istria diventasse una «zona di scontro di imperialismi». La stessa esortazione a occupare la Zona B «per giustizia e garanzia di pace» venne sinteticamente riproposta il 16 marzo.

 

 

Il "plebiscito spontaneo" di Pola, Gorizia e Trieste

 

Il 28 dicembre 1945 il CME, riunitosi a Mosca con la sola presenza sovietica, americana e britannica, aveva intanto deciso che il trattato di pace con l’Italia sarebbe stato definito insieme a quelli con Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia. Le condizioni sarebbero state dettate dai ministri degli esteri americano, sovietico, britannico e francese, con l’esclusione di quello cinese.

La Commissione per la Venezia Giulia istituita a Londra fu composta da quattro esperti nominati dai rispettivi ministri. Dopo aver studiato i documenti riguardanti il confine sottoposti dai Governi della Jugoslavia, dell’Italia e di altri Paesi che avrebbero dovuto preparare la redazione del trattato, nonché le opinioni dei Paesi membri dell’ONU, e dopo aver visionato i dati dei censimenti, i quattro esperti effettuarono un’inchiesta in alcuni dei territori contesi per verificarne la composizione etnica insieme alle caratteristiche economiche e geografiche. Fra il 9 marzo e il 5 aprile 1946 visitarono 5 grandi città e 27 città o villaggi di 7 sub-aree: 1) il distretto di Tarvisio; 2) la zona fra la linea Resiutta-Gemona-Tarcento e il confine austro-italiano del 1866; 3) la zona fra la linea Tarcento-Faedis-Cividale e quel confine; 4) la zona fra Gorizia e quel confine; 5) la zona a ovest della linea Gorizia-Duino fino al corso inferiore dell’Isonzo; 6) Trieste e i suoi immediati dintorni; 7) l’Istria. Inoltre il Sottocomitato degli esperti economici visitò Fiume, Monfalcone, Pulfero, Rovigno, Parenzo e Capodistria, dove invece la Commissione non si inoltrò. Non furono toccate Cherso, Lussino e Zara. Fu respinta la richiesta avanzata il 15 marzo dal Governo austriaco che la visita della Commissione nella conca di Tarvisio preludesse a un plebiscito mediante il quale decidere la sua assegnazione all’Italia o all’Austria.

Il 22 marzo 1946 a Pola, durante la visita della Commissione di esperti, circa 20mila persone scesero in piazza invocando l’Italia. Molto meno numerosi furono invece i partecipanti a uno sciopero e a un corteo filo-jugoslavi. Il 27 marzo anche i goriziani si riversarono in massa per le strade e a Trieste si radunò in piazza Unità una folla immensa. Intervenendo da un palco, il presidente del CLN della Venezia Giulia col. Antonio Fonda Savio propose un ordine del giorno sull’estensione del GMA anche alla Zona B, che venne approvato per acclamazione. Il testo diceva:

 

Il C.L.N. della Venezia Giulia e il popolo di Trieste, convenuti a solenne adunanza, constatato che la presenza della Commissione degli esperti per l’indagine sulla frontiera italo-jugoslava ha provocato da parte degli occupanti della Zona nuove misure oppressive, che hanno impedito alla popolazione di liberamente esprimere la sua volontà,

chiedono che il G.M.A. estenda la sua occupazione militare ed amministrativa a tutta la Venezia Giulia, ripristinando l’ordine e il diritto, ed auspicano che la Conferenza della pace riconosca i diritti dell’Italia nella Regione.

 

La richiesta avanzata con esultanza da decine di migliaia di giuliani andava nella direzione delle premesse necessarie allo svolgimento di un giusto plebiscito.

Giovedì 28 marzo "L’Arena di Pola", quotidiano espressione del locale CLN, titolò a caratteri cubitali in prima pagina: «Plebiscito ideale di Trieste italianissima. Una sterminata moltitudine di popolo invoca l’Italia e chiede la liberazione delle popolazioni oppresse dalla tirannide jugoslava». Lo stesso giorno sul "Grido dell’Istria" un titolone in pagina 3 esprimeva il concetto che le manifestazioni davvero "oceaniche" tenutesi a Pola e a Trieste in corrispondenza della visita della Commissione di esperti erano state degli spontanei plebisciti di italianità: «Hanno parlato per noi - POLA e TRIESTE hanno trionfalmente espresso la volontà del popolo giuliano: ITALIA». Nel medesimo numero il periodico pubblicò con grande evidenza una denuncia del Fronte per la Resistenza Istriana riguardo alle sistematiche violazioni dei diritti umani in Zona B sollecitando «un intervento delle Potenze nell’Istria al fine di sottrarre le popolazioni italiane e slave della Provincia ad un’oppressione che non ha riscontri nella sua storia remota e recente». In un altro articolo rispondeva per le rime al giornale comunista triestino "Il lavoratore", che aveva biasimato la richiesta di occupazione della Zona B da parte di una potenza alleata avulsa dalla contesa confinaria sostenendo che in tal modo si sarebbe consegnata l’Istria a degli «stranieri». Argomentava l’articolista:

 

Le Potenze aderenti all’ONU devono intervenire là dove sussiste un pericolo comune per la pace del mondo o vengono violati i principi che informano la nuova comunità delle Nazioni che si dicono democratiche.

Nell’Istria questo pericolo e queste violazioni purtroppo sussistono. Siccome all’ONU non possiamo arrivare, ci rivolgiamo all’Inghilterra e agli USA, che sono qui a due passi, perché intervengano. Non c’è motivo di inorridire. Tano più che un intervento straniero nell’Istria c’è già stato ed è, precisamente, quello di Tito, il quale, se è poco vicino agli sloveni ed ai croati istriani, immaginarsi quanto sia distante da noi!

 

Il 5 aprile 1946 l’ambasciatore italiano in Polonia Reale (esponente del PCI) riferì in una lettera a De Gasperi la sorprendente convinzione dell’ambasciatore sovietico in Francia Bogomolov che «l’occupazione anglo-americana durerà ancora e si deciderà di fare un plebiscito tra qualche tempo».

 

 

Le linee francese, americana, britannica e sovietica

 

Il 29 aprile 1946 la Commissione di esperti consegnò ai supplenti dei ministri degli esteri dei Quattro il rapporto finale unitario sulle risultanze della sua indagine, suddiviso fra le sette sub-aree. Visto però il mancato accordo sulle conseguenti proposte per il nuovo confine, ognuna delle quattro delegazioni presentò una propria linea che smentiva in modo più o meno netto le premesse.

La linea francese corrispondeva all’attuale confine italo-sloveno, da cui si allontanava a Pese (Pesek) per scendere a sud/sud-ovest lasciando in Italia Chervari (Krvavi Potok), Michele (Mihele), San Servolo (Socerb), Ospo, Villa Decani, Sant’Antonio (Sveti Anton), Loparo (Lopar), Bucciai (Bočaji), Truscolo (Truške), Belvedere (Belvedur), Chervoi (Hrvoji), Cucibrech/Cucciani (Kučibreg), Semi (Dugo Brdo), Buttori (Butori), Filaria (Filarija), Boscari (Boškari), San Giorgio (Sveti Juraj) e Castagna (Kostanjica). Raggiunto il Quieto a est di Ponte Porton, lo seguiva verso ovest fino alla foce.

La linea americana, la più favorevole all’Italia, corrispondeva a quella francese da nord fino all’alto Iudrio. Da lì procedeva verso sud-est oltrepassando l’Isonzo, affiancandolo a est fino a Salcano e attribuendo all’Italia Gorizia, Merna (Miren) e Brestovizza (Brestovica) fino a ricongiungersi per qualche chilometro sul Carso triestino con la linea francese. Da questa si discostava prima a ovest e poi a est lasciando all’Italia l’intera valle del Risano (Rižana), Stridone (Zrenj), Portole (Oprtalj) e Montona (Motovun), dando invece alla Jugoslavia Grozzana, Pese, Caldier (Kaldir), Novacco di Montona (Novaki motovunski) e Antignana (Tinjan). Poi piegava verso sud-est assegnando alla Jugoslavia San Pietro in Selve (Sveti Petar u Šumi) e Gimino (Žminj). Infine sterzava a est tagliando l’Arsa e raggiungendo il mare nel vallone di Fianona.

La linea britannica, identica in molti tratti a quella americana, era più favorevole all’Italia sul Carso triestino e più favorevole alla Jugoslavia in Istria. Coincideva con l’americana dal confine austriaco fino al Monte Lanaro, da dove creava un saliente verso est fino a lambire Tomadio (Tomaj), Sesana, Divaccia e Cosina. Si ricongiungeva con la linea francese presso Chervari e vi si identificava fino a Belvedere, da dove faceva una piccola sporgenza verso est tenendo in Italia Sterna (Šterna) e Piemonte (Završje). Tagliato il Quieto poco più a est della linea francese, raggiungeva la linea americana a sud di Caroiba (Karojba) e la seguiva fino a nord di Canfanaro (Kanfanar), che assegnava alla Jugoslavia, lasciando invece Ocretti (Okreti) all’Italia. Quindi tagliava la ferrovia e scendeva a sud tra la ferrovia stessa e la strada Sanvincenti (Svetvinčenat) - Dignano (Vodnjan). Cinque chilometri a nord di Dignano piegava verso sud-est e raggiungeva il mare tra Punta Arne (Rtič Arne) e Punta Longa (Rtič Vinjole), dando alla Jugoslavia Pinesici (Pinežići) e Marzana (Marčana) e all’Italia Lavarigo (Loborika), Monticchio Polesano (Muntić), Altura (Valtura) e Cavrano (Kavran).

La linea sovietica assegnava alla Jugoslavia la Val Canale, l’alto Canal del Ferro con Dogna e Chiusaforte, la Val di Resia, le Valli del Torre e del Natisone con Attimis, Cividale, Prepotto e quasi tutta la provincia di Gorizia con Dolegna del Collio, Cormons, Moraro e Gradisca, per poi seguire l’Isonzo fino alla foce.

Il 3 maggio 1946 il CME, riunito a Parigi, riascoltò sia Kardelj che De Gasperi. Quest’ultimo continuò a perorare la linea Wilson, che però contraddiceva la «linea etnica» in più punti sia a favore dell’Italia (specie a nord) sia a favore della Jugoslavia (vedi Fiume, Volosca, Abbazia, Laurana, Cherso e Zara).

 

 

La proposta di plebiscito di Byrnes e la controproposta di Molotov

 

Il 4 maggio 1946 a Parigi, durante la seduta pomeridiana del CME, il segretario di Stato americano Byrnes suggerì come soluzione di compromesso che degli esperti disegnassero una linea etnica mediana tra quella francese e quella inglese. La Jugoslavia avrebbe compensato l’Italia per la perdita delle miniere dell’Arsa con una fornitura di carbone. Ma il commissario del popolo per gli esteri e capo della delegazione sovietica Vjačeslav Molotov declinò tale proposta offrendo di restituire le colonie all’Italia e ridurre le riparazioni belliche in cambio di Trieste alla Jugoslavia.

Per uscire dallo stallo, Byrnes, propose che, in applicazione della Carta Atlantica, i residenti nel territorio compreso tra la linea sovietica e quella americana decidessero tramite plebiscito se appartenere all’Italia o alla Jugoslavia. Il voto si sarebbe svolto, previo allontanamento delle truppe jugoslave dalla Zona B e delle truppe italiane dalla fascia orientale della provincia di Udine, sotto la supervisione di USA, URSS, Gran Bretagna e Francia. Con tale inattesa proposta Byrnes spiazzò tutti, costringendoli improvvisamente a ribaltare i termini della discussione fino ad allora seguiti. Per la prima volta infatti la volontà delle popolazioni coinvolte veniva anteposta a quella degli Stati: una vera e propria rivoluzione concettuale. Secondo il censimento austriaco del 1910 (leggermente filo-slavo), tra le linee sovietica e statunitense risiedevano 340.441 italofoni, 187.235 slavofoni e 97.217 altri. Dunque, almeno in teoria, le condizioni sembravano propizie per una vittoria italiana.

Molotov accettò la sfida, ma solo a patto che il plebiscito riguardasse anche la Venezia Giulia a est della linea americana e che il risultato fosse vincolante per l’intero territorio, costituente un tutt’uno. Sempre in base al censimento austriaco del 1910, nell’intera Venezia Giulia (inclusa la Val Canale) c’erano 390.597 italofoni, 489.800 slavofoni e 118.737 altri. Secondo il censimento italiano del 1921, c’erano invece 566.431 italofoni, 358.388 slavofoni e 41.025 altri. Molotov era convinto che, grazie al ferreo controllo titino sulla Zona B e alle capacità organizzative dei comunisti nella Zona A, l’esito sarebbe risultato favorevole alla Jugoslavia. Ciò non toglie che anche con un voto "per blocco" in questo più ampio territorio vi sarebbero state possibilità di successo italiane, considerando gli slavi contrari a Tito.

Byrnes si oppose alla controproposta di Molotov, sostenendo che le zone a est della linea americana andavano escluse dal plebiscito perché non più contestate, in quanto la presenza delle rispettive minoranze era da ritenersi minima. In realtà temeva che le urne avrebbero registrato la prevalenza dei filo-jugoslavi.

Il ministro degli esteri francese Georges Bidault disse di non essere contrario a un plebiscito, il cui esito però andava ponderato zona per zona, in modo da determinare poi una esatta linea etnica che lasciasse il minor numero di appartenenti alle due nazionalità sotto governo straniero, come previsto dal Consiglio di Londra.

Il ministro degli esteri britannico Ernest Bevin si oppose a tutte e tre le proposte adducendo genericamente le complicazioni pratiche che un plebiscito avrebbe comportato in quel difficile contesto e sostenendo che sarebbe stato contrario alle decisioni prese nel settembre 1945 a Londra.

A mezzanotte del 4 maggio l’ambasciata italiana a Parigi telegrafò al Ministero degli Esteri per riferire sinteticamente l’accaduto:

 

Secondo notizie ottima fonte in seduta pomeriggio odierno dedicata Venezia Giulia Molotov dichiarato che qualora Trieste fosse concessa a Jugoslavia U.R.S.S. sarebbe disposta favorire proposta restituzione colonie all’Italia e revisione suo obbligo riparazioni. Bevin oppostosi dichiarando essere inammissibile simile baratto tra vita di un popolo e beni di altro ordine.

Byrnes, a questo punto, premesso sembrare acquisito che ad ovest linea russa non vi sono slavi e ad est della linea americana – "sostanzialmente" – elementi "non slavi", ha proposto che sia tenuto un plebiscito nella zona compresa fra le due linee.

Tale plebiscito dovrebbe essere fatto sotto il controllo delle quattro potenze e previo ritiro tutte forze armate Paesi interessati.

Bevin e Bidault si sono opposti prospettando difficoltà organizzare tale plebiscito. Il primo accenna anche alle anormali condizioni in cui, causa pressione comunisti, attualmente si trova gran parte popolazione zona.

Pur senza conoscere i motivi addotti, so che anche Molotov si è dichiarato contrario.

 

Un telegramma scritto il 4 maggio ma spedito il 5 dall’ambasciata italiana a Parigi aggiunse ulteriori dettagli:

 

Per Venezia Giulia, ieri Molotov insistette per linea russa. Bevin, riaffermando principio linea etnica stabilita Londra, dichiaratosi disposto cercare transazione tra linea anglo-americana e quella francese. Improvvisamente Byrnes, senza essersi consultato con inglesi e con loro disappunto, ha presentato noto progetto plebiscito. Molotov ha subito colto occasione per dichiararsi favorevole a plebiscito, a condizione però sia esteso tutta Venezia Giulia che deve essere considerata unità inscindibile. Le cose sono rimaste a questo punto e discussione sarà ripresa seduta pomeridiana odierna. Inglesi contrari a plebiscito sia per difficoltà specifiche sia per ripercussioni su questione Alto Adige.

 

In linea con quest’ultima rivelazione, la mattina del 5 maggio il diplomatico britannico Oliver Harvey riferì a Nicolò Carandini, ambasciatore a Londra, che il suo Governo era contrario al plebiscito non per motivi di principio, ma per i rischi cui dava adito nella Venezia Giulia e per le possibili ripercussioni sull’Alto Adige.

Il resoconto ufficiale statunitense fornì un quadro assai più preciso della seduta pomeridiana del 4 maggio. Finora questo verbale non era mai stato pubblicato in Italia, tantomeno in traduzione italiana, benché qualche storico lo avesse consultato per il suo lavoro di sintesi. A maggior ragione ci sembra opportuno riproporne qui la parte riguardante il plebiscito:

 

Il Sig. Molotov ritornò sulla questione della sistemazione di Trieste. Egli ricordò di aver fatto una proposta che tale questione fosse risolta in relazione con le altre questioni riguardanti l’Italia. Si chiedeva se non sarebbe stato possibile venire incontro ai desideri della Jugoslavia nella questione di Trieste e in cambio venire incontro ai desideri dell’Italia in altre questioni in una misura maggiore, inclusa la questione delle colonie e quella delle riparazioni.

Il Sig. Byrnes disse che avrebbe desiderato vedere se l’accordo non sarebbe stato possibile sulla base di un nuovo approccio alla questione frontaliera. Notò che nell’area a est della linea americana la maggioranza della popolazione era slava e che sembrava non esserci dubbio che quell’area sarebbe dovuta andare alla Jugoslavia. Il disaccordo era sull’area a ovest della linea americana e a est della linea sovietica. Nel sottoscrivere la Carta Atlantica le Quattro Potenze rappresentate al tavolo avevano tutte concordato che non ci sarebbero dovuti essere cambiamenti territoriali che non si accordassero con i desideri liberamente espressi dei popoli interessati. Egli pertanto propose che ci fosse un plebiscito nell’area tra la linea americana e la linea sovietica. Taluni sostenevano che una maggioranza in quell’area era a favore dell’Italia e altri che una maggioranza era a favore della Jugoslavia. Perché costoro non dovrebbero votare in maniera tale che possa essere determinato ciò che vogliono? Il plebiscito verrebbe condotto sotto la supervisione dei quattro Stati rappresentati al Consiglio dei Ministri degli Esteri, e sia le truppe italiane che quelle jugoslave verrebbero tenute fuori dall’area. Per come era ora la situazione, le quattro Delegazioni differivano nelle loro visioni riguardo a ciò che il popolo che abita quell’area preferisca. In continuazione erano state fatte dichiarazioni che la volontà del popolo sarebbe prevalsa. Ora potrebbe essere il momento di lasciare che il popolo dica cosa veramente vuole.

Il Sig. Molotov chiese se si intendeva tenere un plebiscito in tutta la Regione Giulia.

Il Sig. Byrnes replicò negativamente. Disse che era stato convenuto che non c’era disputa riguardo all’area a est della linea americana. Il popolo di lì voleva stare in Jugoslavia, e ciò era considerato come acquisito.

Il Sig. Molotov disse che normalmente un plebiscito veniva svolto in un’intera area; altrimenti i risultati che ne deriverebbero potrebbero produrre un quadro molto bizzarro. Un pezzo potrebbe andare all’Italia e un altro alla Jugoslavia, e una mappa indicante i risultati del plebiscito potrebbe assomigliare a una scacchiera.

Il Sig. Molotov fece un esempio che pensava avrebbe gettato luce sulla materia di Trieste. Com’era noto, l’Unione Sovietica aveva dovuto sistemare con il Governo polacco la questione dell’Ucraina occidentale. Nel centro dell’Ucraina c’è la città di Leopoli. Questa città aveva una popolazione prevalentemente polacca, mentre la popolazione della campagna circostante era ucraina in modo schiacciante. Se un plebiscito si fosse svolto separatamente a Leopoli e nei distretti circostanti, ne sarebbe risultato un quadro strano. La popolazione intorno a Leopoli avrebbe votato per l’Ucraina, mentre Leopoli, vista la sua maggioranza polacca, avrebbe votato per la Polonia. Ciò sarebbe parso richiedere la sovranità ucraina tutto intorno a Leopoli e la sovranità polacca in città. Il sig. Molotov disse che i suoi colleghi sapevano bene che i Governi polacco e sovietico erano riusciti a sistemare tale questione in uno spirito amichevole e in accordo con gli interessi della popolazione che era nella sua maggioranza ucraina. Forse lo stesso percorso andrebbe seguito nel caso di Trieste; perciò l’intera Marca Giuliana andrebbe considerata, al fine di scoprire se la sua popolazione volesse rimanere in Jugoslavia o stare sotto l’Italia.

Il Sig. Byrnes ricordava la discussione riguardante Leopoli. I polacchi avevano voluto rettificare la frontiera in quell’area. C’era stata una lunga discussione, e i nostri amici sovietici avevano fatto a modo proprio; Leopoli era stata data non alla Polonia ma all’Ucraina. Egli sperava che, avendo fatto a modo proprio in quel caso, il suo amico sovietico avrebbe potuto in questo caso essere più accomodante.

Il Sig. Molotov disse che non era stata questione di volontà del Governo sovietico, ma di quella della popolazione ucraina.

Il Sig. Byrnes disse di comprendere che era il desiderio della popolazione ucraina, ma che i desideri di questa non erano stati lesi dal patrocinio del Governo sovietico. Al contrario, egli pensava che il sostegno del Governo sovietico fosse stato molto utile.

Il Sig. Byrnes non era preoccupato dal timore che un plebiscito avrebbe potuto far assomigliare la mappa a una scacchiera. La cosa importante era la volontà della popolazione in quest’area. Ciò di cui stavano discutendo era se il popolo tra le linee americana e sovietica preferisse stare in Italia o in Jugoslavia, se preferisse la linea proposta dal Governo sovietico o la linea proposta dal Governo americano. Non c’era problema nel resto dell’area ed egli non vedeva alcun motivo di sottoporre la questione alla popolazione di là. Il sig. Byrnes avanzò questa proposta di plebiscito davanti ai suoi colleghi perché era la sola proposta che potesse fare nella speranza di portare ad un accordo.

Il Sig. Bevin sottolineò che questa proposta non sembrava essere accettabile. Disse che aveva una certa simpatia per il punto di vista di Molotov in questo caso. Organizzare un plebiscito in un’area come la Marca Giuliana sarebbe estremamente difficile.

Il Sig. Bidault disse che la difficoltà essenziale che sembrava essere sorta in considerazione della proposta del Sig. Byrnes era che il Sig. Molotov considerava che la Marca Giuliana formasse un tutt’uno, mentre il Sig. Byrnes pensava che non c’era bisogno di tenere un voto nell’area dove non c’era disputa tra le quattro Delegazioni, ovvero l’area a est della linea americana. La Delegazione francese non aveva obiezioni a una consultazione dell’intera popolazione della Marca Giuliana. C’erano questioni in discussione nell’intera area. Comunque, se non c’era accordo sulle condizioni del plebiscito o della maniera in cui sarebbe stato interpretato, non ci sarebbe stato scopo di proporre di allargare il suo ambito all’intera area. Per chiarire ciò che aveva detto, il Sig. Bidault mise in rilievo che c’era una popolazione mista in parti della Marca Giuliana fuori dall’area proposta dal Sig. Byrnes come area di plebiscito. Era sorta la questione se si desiderava che il plebiscito dovesse decidere la disposizione dell’area come un singolo blocco o se i dati basati sulle votazioni nelle aree locali dovessero guidare la decisione finale. A seconda della decisione su questo punto la questione di estendere o di limitare l’area di plebiscito sarebbe particolarmente importante. Il punto di vista francese era che ai diritti storici non si sarebbe dovuto dare precedenza a scapito dei desideri della popolazione locale. Se i risultati locali delle votazioni fossero usati come base di decisione, la questione era se essi dovessero venir interpretati nello stesso spirito delle istruzioni del Consiglio alla Commissione, per esempio con lo scopo di lasciare il minor numero di persone sotto governo straniero. Riguardo alla questione della compensazione, il Sig. Bidault pensava che fosse una materia da esaminare in una fase successiva e in un cerchio più ristretto. Potrebbe essere esaminata in connessione con la più ampia gamma dei problemi davanti ai quattro Ministri degli Esteri.

Il Sig. Bevin disse di dover confessare che l’idea di un plebiscito gli sembrava contraria alla decisione di Londra e cambiava l’intera situazione. Poi si riferì alla proposta del Sig. Bidault di discutere dell’intera questione italiana in un incontro più ristretto.

Il Sig. Bidault disse che, nel riprendere l’osservazione di Molotov riguardante la compensazione e gli aspetti politici della questione di Trieste, egli aveva suggerito una discussione che potesse andare oltre la questione italiana, mentre il Sig. Molotov aveva detto che la questione di Trieste poteva essere messa in relazione con le altre materie concernenti l’Italia.

Il Sig. Bevin disse che per lui era difficile vedere, dove c’era un caso preciso e la situazione appariva chiara, dove in una precedente Conferenza si era già deciso di tenere conto delle considerazioni etniche, come avrebbero potuto risolvere la questione barattando le vite di queste persone in cambio di qualcos’altro.

Il Sig. Byrnes voleva dire che dopo l’ultima guerra quest’intera penisola era stata trasferita senza riguardo alla creazione di un problema di minoranze. C’era stata grande insoddisfazione per questa sistemazione. Il mondo non desiderava vedere questa situazione duplicata. Perciò, a Londra il Consiglio aveva preso la corretta posizione che per quanto possibile il principio primario dovesse essere la linea etnica. Se quest’intera area contesa fosse assegnata in blocco, ci sarebbe necessariamente un serio problema di minoranze vista la complessità etnica della popolazione, e quindi ne risulterebbe solo una continuazione di una situazione pericolosa. Questi fatti necessitavano di una divisione dell’area. A causa della collocazione delle principali città abitate da italiani, era possibile diminuire apprezzabilmente la dimensione delle minoranze soggette a governo straniero.

Il Sig. Byrnes pensava che la cosa giusta da fare fosse chiedere al popolo nell’area contesa di esprimere la propria opinione. Era questo il popolo che era interessato direttamente. Il Sig. Byrnes si rendeva conto che questa era una proposta nuova richiedente una riflessione e non domandava di decidere su di essa in questo incontro. Egli voleva sapere se i suoi colleghi desiderassero fare un’altra riunione più ristretta domenica.

Si concordò che una riunione più ristretta si sarebbe dovuta tenere il 5 maggio alle ore 16.00 nell’ufficio del Sig. Bidault.

La riunione si aggiornò alle 19.30.

 

Da notare che nessuno dei quattro ministri si richiamò ai plebisciti successivi alla Prima guerra mondiale, come se non ne fossero a conoscenza.

Il 5 maggio "L’Arena di Pola" titolò in prima pagina: «Byrnes propone un plebiscito sotto il controllo alleato». Nel resoconto rese noto:

 

Le ultime notizie da Parigi riferite dalla Reuter sulla riunione pomeridiana dei quattro Ministri recano che i rappresentanti delle grandi Potenze non sono riusciti ancora a giungere ad un accordo sulla questione delle frontiere italo-jugoslave. Secondo la Reuter il Segretario di Stato americano Byrnes ha proposto che venga indetto un plebiscito sotto controllo alleato nella zona fra la linea proposta dalla Delegazione sovietica e quella americana. La popolazione della zona avrebbe in tal modo la possibilità di decidere della propria sorte. Byrnes avrebbe aggiunto che il plebiscito dovrebbe essere condotto sotto la supervisione delle quattro grandi Potenze e tutte le truppe italiane e jugoslave dovrebbero essere ritirate dalla zona. A sua volta Molotov – riferisce sempre l’agenzia britannica – accennando per la prima volta alla possibilità di accettare un compromesso da parte sovietica, ha detto che, nel caso venissero soddisfatte le aspirazioni jugoslave per la questione di Trieste, si potrebbero forse soddisfare le rivendicazioni italiane per quanto riguarda le riparazioni e le colonie.

 

Il direttore Guido Miglia scrisse nel suo editoriale:

 

Ma, in tale groviglio, una cosa è indiscutibile: o si accetterà la tesi democratica angloamericana, dettata da un superiore criterio di giustizia, o si giungerà all’amministrazione fiduciaria di tutta la Regione, proposta già da Bevin, con un conseguente plebiscito, fatto dopo un certo periodo di distensione degli animi. Ed in tal caso non si parlerebbe più di linea Wilson, ma certamente l’Italia ritornerebbe a Fiume, alle isole martiri e persino a Zara!

 

Un telegramma inviato dall’ambasciatore italiano a Washington Alberto Tarchiani il 13 maggio successivo illustrò a De Gasperi i motivi della proposta di Byrnes:

 

Proposta segretario di Stato per eventuale plebiscito in territorio compreso tra frontiera Venezia Giulia tracciata da russi e quella proposta da americani era dovuta sia a sicura convinzione che esito ne sarebbe stato favorevole all’Italia, date anche constatazioni membri americani Commissione esperti e sia a proposito di assicurarsi appoggio questa opinione pubblica e far ricadere su Russia responsabilità rifiuto soluzione ritenuta ragionevole. Molotov, secondo Dipartimento di Stato, si era subito reso conto che proposta mirava favorire Italia e vi ha contrapposto assurdo progetto tenere plebiscito in tutta Venezia Giulia. Byrnes aveva avuto buon gioco nel rilevare che, per territori ad oriente linea americana, non vi erano ormai contestazioni, ma egli per primo non escludeva che autorità Dipartimento di Stato avrebbero quindi respinto progetto russo. Dipartimento di Stato ha aggiunto che, proprio allo scopo impedire Molotov si avvalesse concessioni fatte per colonie e minori questioni in contropartita problema Trieste, Byrnes aveva a sua volta acceduto subito a nota richiesta russa per quota riparazioni di cento milioni di dollari: sicché segretario di Stato, quando Molotov avanzò nuovamente attesa richiesta di concessioni in Venezia Giulia, poté rispondergli che anche Stati Uniti avevano già fatto all’U.R.S.S. una importante concessione.

 

 

La delegazione italiana a Parigi: «Plebiscito sì, ma…»

 

La mattina del 5 maggio, fra le ore 11 e le 13.10, si tenne all’ambasciata d’Italia a Parigi una seduta della delegazione italiana che trattò esclusivamente del plebiscito. Vi parteciparono anche alcuni giuliani in qualità di esperti: l’on. Antonio De Berti (Comitato Giuliano di Roma), l’avv. Angelo Culot (CLN di Gorizia), l’ing. Federico Ribi (CLN di Gorizia), il dott. Giulio Gratton (CLN e Assicurazioni Generali di Trieste), don Edoardo Marzari (CLN di Trieste) e il cap. Antonio Cosulich (presidente della Camera di Commercio di Trieste).

De Gasperi paventò che il plebiscito per il confine orientale ne provocasse uno analogo per l’Alto Adige con esito infausto per l’Italia. In ogni caso, quale limite orientale dell’area da sottoporre alla consultazione reputò più conveniente la linea americana, corretta a nostro favore nell’entroterra goriziano e triestino e a nostro sfavore nell’Albonese, o in subordine la linea britannica. Paradossalmente, le "rettifiche" auspicate avrebbero incluso meno italiani e più jugoslavi rispetto alla linea americana, mentre semmai, per vincere il plebiscito, si sarebbe dovuto individuare un limite orientale che tenesse ad ovest il maggior numero di italiani e ad est il maggior numero di slavi possibile. Peraltro, lo stesso De Gasperi, che fino ad allora aveva invocato la linea Wilson, ora invece la disconosceva sostenendo che avrebbe ricompreso troppi jugoslavi. Ciò equivaleva ad ammettere che non era una vera linea etnica.

Anche gli esperti giuliani si dissero d’accordo sulla linea americana come limite orientale della zona da sottoporre a plebiscito e contrari sia al confine di Rapallo (escludente Fiume) sia alla linea Wilson (salvo Cosulich e Gratton). Questo però significava rinunciare a tutta l’Istria nord-orientale, a Cherso e a Lussino, oltre che a Idria, Postumia e Villa del Nevoso. Solo l’on. De Berti contestò la "rettifica" degasperiana, che alla salvezza degli italiani dell’Albonese anteponeva risorse economiche non vitali o discutibili esigenze strategiche. Nessuno dei presenti si schierò contro il plebiscito, ma De Gasperi tergiversò rinviando qualsiasi presa di posizione ufficiale da parte italiana. Il verbale della seduta illustra con accuratezza i contenuti del dibattito:

 

Il presidente De Gasperi dichiara che lo scopo della riunione è un attento esame della proposta di plebiscito per la Venezia Giulia ventilata ieri alla Conferenza dei quattro ministri degli esteri e attira subito l’attenzione sulla possibilità che un’accettazione di tale plebiscito ne implichi uno anche per l’Alto Adige con conseguenze a noi presumibilmente sfavorevoli.

Il cap. Cosulich dichiara di essere, contro l’opinione degli altri esperti giuliani, favorevole ad accettare un plebiscito nella zona compresa fra la linea russa e quella Wilson perché si dichiara certo che gli slavi, per reazione al terrore instaurato dal regime di Tito, voterebbero a favore dell’Italia.

Su richiesta degli altri esperti giuliani, che si erano in precedenza riuniti all’Hôtel Brighton, il console Giusti riassume il loro punto di vista che è sostanzialmente favorevole a un plebiscito nella zona compresa fra la linea russa e quella americana, opportunamente corretta, e contrario all’estensione del plebiscito a tutta la Venezia Giulia, perché quasi sicuramente a noi sfavorevole, o anche soltanto alla zona compresa tra la linea russa e quella Wilson, perché di assai dubbio risultato.

Il prof. Battara espone le seguenti cifre circa il numero degli italiani e degli slavi che resterebbero compresi nella zona del plebiscito secondo che essa venisse estesa a una o all’altra delle linee in discussione, riferendosi per i dati al censimento del 1910. Prendendo a occidente come linea di riferimento la frontiera italo-austriaca del 1866 e a oriente le linee sottoindicate, le situazioni sono quelle che risultano qui appresso:

 

in Italia in Jugoslavia

italiani slavi italiani

 

Linea americana: 340.000 + 30.000 180.000 50.000

Linea britannica: 326.000 + 30.000 152.000 64.000

Linea francese: 264.000 + 30.000 113.000 125.000

Linea Wilson: 347.000 + 30.000 354.000 42.000

Linea di Rapallo: 390.000 + 30.000 489.000 –––

 

La cifra fissa di 30.000 si riferisce alla popolazione inclusa nella linea russa a occidente della frontiera del 1866.

Mentre l’ing. Ribi afferma che molti slavi voterebbero a favore dell’Italia, il presidente De Gasperi esprime il parere che al momento del voto essi si deciderebbero in favore della Jugoslavia, perché entrerebbero in gioco, imponderabili, il carattere tradizionale e razziale. Egli pertanto ritiene che sia da escludere la linea di Rapallo, e anche quella Wilson, come limite orientale della zona dove dovrebbe svolgersi il plebiscito.

Il prof. Battara ritiene che bisogna contentarsi come limite orientale della linea americana e di questo parere è anche sostanzialmente l’on. De Berti.

A questo punto il marchese Benzoni spiega che – secondo notizie avute in via ufficiosa – la linea francese è stata tracciata attenendosi il più possibile al concetto di lasciare un numero pressoché uguale di italiani in Jugoslavia e di jugoslavi in Italia.

Il dott. Gratton ritiene che sia d’uopo studiare successivamente linee di ripiegamento; egli propende per l’idea di correre il rischio di accettare il plebiscito dalla linea russa a quella Wilson purché venga decisa un’azione particolarmente «attivistica» da parte nostra nella regione in questione e si ottenga che il plebiscito venga procrastinato il più possibile e attuato con opportuni accorgimenti tecnici.

Il presidente De Gasperi ritiene che – dopo i pareri espressi e i dati presentati – siano da escludere senz’altro come limiti orientali per la zona del plebiscito le linee di Rapallo, Wilson e francese, che la britannica potrebbe essere accettata in via subordinata e che la migliore sarebbe l’americana con qualche non grossa modifica a nord del Monte Nero (escluso Tolmino), alle spalle di Gorizia e di Trieste e che eventualmente – per ottenere tali modifiche – si potrebbe cedere nell’Arsa. L’on. De Berti si oppone a tale idea perché noi per ottenere sia pure dei notevoli vantaggi di carattere materiale rinunceremmo a centri italiani di antica tradizione quali per esempio Albona. Il presidente De Gasperi assicura che l’abbandono di Pola da parte nostra è fuori discussione.

Il maggiore Tessitore osserva che, da quanto precede, risulta l’abbandono da parte nostra della linea Wilson, indicata anche dal presidente De Gasperi come quella rappresentante il nostro massimo sacrificio.

Il presidente De Gasperi afferma che prima di accettare o meno la proposta di plebiscito è d’uopo rifletterci su ancora tenendo anche conto delle possibili conseguenze per l’Alto Adige e intanto invita gli esperti giuliani a studiare sulla carta due linee basate su quella americana, una indicante le richieste assolutamente indispensabili e l’altra concepita con maggiore larghezza.

Alle 12,25 entra nella sala della riunione l’ambasciatore Carandini il quale dice di avere appreso che la proposta di plebiscito formulata da Byrnes è giunta di sorpresa anche per gli stessi britannici e che Molotov ne ha subito approfittato – sostenendo l’indivisibilità economica della Venezia Giulia – per chiedere il plebiscito per tutta la regione, cosa questa che è avversata decisamente da parte inglese.

Il presidente De Gasperi mette, a questo punto, al corrente l’ambasciatore Carandini della discussione di cui sopra.

La riunione ha termine alle ore 13,10 rinnovando l’invito agli esperti di preparare subito due progetti di linee e un memorandum.

 

 

Byrnes non convince Molotov

 

Su richiesta di Byrnes, la riunione ristretta dei quattro ministri degli esteri prevista per le ore 16 del 5 maggio nell’ufficio di Bidault fu rinviata alle ore 12 del 6 maggio. Domenica 5 maggio il segretario di Stato americano vide separatamente prima Bevin e, dopo cena, Molotov. In entrambi i colloqui si discusse del plebiscito e del confine italo-jugoslavo. Byrnes e Molotov si incontrarono alla presenza solo di alcuni loro stretti collaboratori. Il persistente mancato accordo tra i due evidenziò se non altro che dal tardo pomeriggio del 4 maggio sull’argomento non si era fatto alcun passo avanti. Ecco quanto riferisce il verbale americano:

 

Il Sig. Molotov propose due possibili soluzioni per la questione di Trieste:

(1) Un referendum per l’intera Venezia Giulia e i paesi su cui ci si sarebbe messi d’accordo.

(2) La cessione completa dell’intera area, inclusa Trieste, alla Jugoslavia; in seguito a ciò egli disse che sarebbe possibile per lui assumere un atteggiamento più favorevole verso i desideri dell’Italia riguardo alle colonie e alle riparazioni.

Egli preferiva fortemente l’ultima soluzione, rilevando che qualsiasi plebiscito richiederebbe del tempo e sarebbe meglio sistemare la questione della Venezia Giulia subito.

Il Sig. Byrnes gli spiegò che non poteva condividere un referendum per l’intera area poiché, indipendentemente dal risultato, sarebbe rimasto un serio problema di minoranze, che era ciò che noi desideravamo evitare, e inoltre poiché andrebbe contro la decisione fondamentale presa a Londra di accettare il principio etnico come guida per la soluzione di tale questione. Egli di nuovo rilevò che ad est della linea proposta dagli USA non c’era disputa e pertanto nessun bisogno di un plebiscito, dal momento che quell’area andrebbe alla Jugoslavia in ogni caso. Quanto alla soluzione preferita da Molotov, il Segretario affermò che gli USA in nessuna circostanza avrebbero potuto aderire a cedere la città a predominanza italiana di Trieste alla Jugoslavia unicamente perché quest’ultima era un’alleata e al fine di fare una concessione all’Unione Sovietica. Egli propose che, se il Consiglio dei Ministri degli Esteri era incapace di mettersi d’accordo su una frontiera definitiva tra Jugoslavia e Italia, adottasse una linea provvisoria elaborata da esperti da qualche parte tra la linea proposta dagli esperti britannici e francesi, che dovrebbe rimanere per un anno, durante il quale la sistemazione finale verrebbe affidata all’Assemblea Generale ai sensi dell’Articolo 14 della Carta.

Il Sig. Molotov si oppose strenuamente a ciò, lamentando che ogni linea temporanea non sarebbe una soluzione affatto ma la causa di grande difficoltà e confusione.

Il Sig. Byrnes allora tentò di capire dal Sig. Molotov più esattamente cosa intendesse per un atteggiamento più favorevole all’Italia riguardo alle colonie e alle riparazioni.

Il Sig. Molotov non si impegnò riguardo alle colonie al di là di una vaga affermazione che l’Italia potrebbe essere considerata come eleggibile per un’amministrazione fiduciaria di una o due colonie sotto l’ONU, ma non fece alcuna specifica affermazione riguardo alla Tripolitania.

Riguardo alle riparazioni, dalla discussione emerse che quanto Molotov aveva in mente come concessione all’Italia era che la Jugoslavia in cambio di Trieste dovesse rinunciare a tutte le pretese di riparazioni contro l’Italia, e che la Grecia dovesse fare altrettanto in cambio delle Isole del Dodecaneso.

Il Sig. Molotov affermò chiaramente che il Governo sovietico non poteva rinunciare alla sua pretesa di 100.000.000 dollari USA, che giudicava eccessivamente modesta. Quando divenne palese che lo "scambio" proposto da Molotov non offriva alcuna speranza come base per un’intesa, Molotov e Vyshinski spostarono la discussione su un campo più ampio e produssero una serie di prove di evidente propaganda in sostegno dell’idea che gli USA erano impegnati in una politica di "espansione imperialista".

 

Byrnes rispose per le rime e la discussione degenerò in uno scambio di accuse reciproche di sulla rispettiva presunta malafede in materia di imperialismo. Il verbale così riassunse l’esito del colloquio:

 

La conversazione finì su questa nota e i problemi specifici pendenti davanti al Consiglio dei Ministri degli Esteri non furono ripresi.

Era evidente che Molotov e Vyshinski adottarono questa assurda linea propagandistica perché vedevano che gli USA non erano disposti a fare uno scambio riguardo alla questione di Trieste.

 

L’infruttuoso incontro fra i rappresentanti delle due Superpotenze, che ribadirono le rispettive posizioni, contribuì al definitivo accantonamento della proposta di plebiscito.

 

 

La reazione francese e quella de "La Voce libera"

 

Un telegramma spedito il 5 maggio da Giorgio Benzoni, incaricato d’affari italiano a Parigi, specificò correttamente la posizione francese che Maurice Couve de Murville, ambasciatore francese presso il Governo italiano, gli aveva comunicato:

 

Couve de Murville mi ha detto stamane che atteggiamento francese nei riguardi proposta Byrnes plebiscito secondo le zone tra linea americana e quella russa in Venezia Giulia non è di opposizione di principio bensì di meditata cautela circa preparazione organizzazione e modalità plebiscito stesso.

Per il momento atteggiamento britannico è determinato da sostanziale opposizione a proposta.

 

La sera del 5 maggio, durante una cena offerta a De Gasperi, alla consorte di questi e a Benzoni, Bidault rassicurò gli ospiti sull’atteggiamento francese e rivelò alcuni particolari della proposta di Byrnes che furono riportati nel resoconto italiano:

 

Circa la proposta di plebiscito, fatta da parte di Byrnes, ha confermato che essa è stata una completa sorpresa per le altre delegazioni e ha rivelato che, nel pensiero dello stesso Byrnes, il plebiscito avrebbe dovuto svolgersi sul seguente quesito: «Preferite la linea americana o la linea russa?». Nell’accennare alla cosa che, per fortuna, ha detto Bidault, non era giunta a conoscenza della Delegazione sovietica, il Ministro ha avuto qualche discreto, ma non equivoco accenno all’ingenuità ed improvvisazione della diplomazia americana.

 

Dunque Bidault confermava che l’idea iniziale di Byrnes era quella del plebiscito "a blocco": anche per un solo voto di scarto, l’intero territorio conteso sarebbe stato assegnato all’Italia o alla Jugoslavia con tutti i suoi abitanti.

Lunedì 6 maggio "La Voce libera", quotidiano del CLN di Trieste, pubblicò in prima pagina un articolo che, accettando la sfida di Molotov, proponeva di includere nell’area da sottoporre a plebiscito l’intero Friuli, considerato parte integrante della Venezia Giulia:

 

Il signor Molotov, nel considerare la proposta avanzata dal signor Byrnes di un plebiscito per la regione dall’Isonzo alla Linea americana, ha sostenuto che in questo caso si dovrebbe aggiungere al territorio chiamato a decidere anche quello sino al confine naturale d’Italia, comprendente anche Fiume.

Siamo d’accordo anche noi che, se plebiscito ha da esserci (a parte ciò che si possa dire intorno a tale forma di decisione), sia di tutta la Venezia Giulia: non comprendiamo però perché da questa si debba escludere la vasta pianura a occidente dell’Isonzo, fino alla linea Tagliamento-Livenza, che non appartiene alla regione meno delle terre del Carnaro e del Nevoso, ché anzi, storicamente, fisicamente ed economicamente almeno, le appartiene molto di più, specie di quest’ultime: e ciò non può non essere noto ai membri della Commissione interalleata, se hanno attinto le loro informazioni da persone competenti.

Ma in ogni caso e prima di tutto si fa di giorno in giorno più urgente e necessario che GLI ALLEATI OCCUPINO LA ZONA B.

 

L’editoriale di M. G. Midena sullo stesso numero del quotidiano si concludeva con un accenno al plebiscito che interpellava direttamente il vice-presidente del Consiglio jugoslavo:

 

[…] Kardelj è preoccupato perché tre dei quattro ministri degli Esteri sono d’accordo di lasciare Trieste e più o meno l’Istria occidentale all’Italia. Egli certamente non è d’accordo con Byrnes che nella zona compresa fra la linea americana e quella russa venga indetto un plebiscito sotto il controllo alleato. Vorremmo chiedere al vicepresidente jugoslavo, che finora ha dimostrato verbalmente un forte attaccamento alla Carta Atlantica, e vorremmo chiedere anche ai signori Bevin e Bidault, che non approvano la proposta di plebiscito fatta da Byrnes, in nome di quale delle quattro libertà atlantiche si può negare per esempio agli Istriani di decidere della propria sorte.

 

 

«Il plebiscito? Morto»

 

Il verbale americano riferisce che, nella seduta antimeridiana del CME svoltasi il 6 maggio a Parigi, il CME non affrontò il tema del plebiscito. Byrnes propose nuovamente che degli esperti studiassero una via di mezzo tra le linee britannica e francese come base di compromesso che lasciasse il minor numero di persone sotto governo straniero. Bevin accettò l’idea sottolineando la somiglianza tra le due linee, ma dichiarò che dare una città italiana come Trieste alla Jugoslavia sarebbe stata un’ingiustizia. Bidault presentò i dati del censimento del 1910 per dimostrare che quella francese era la linea più conforme alle decisioni di Londra in quanto avrebbe lasciato 135.000 italiani in Jugoslavia e 153.000 jugoslavi in Italia. Molotov però fece muro. Solo Byrnes evocò il plebiscito, sia pure implicitamente:

 

Quanto alla questione di Trieste, la Delegazione Usa non potrebbe accettare alcuna proposta che andasse contro la Carta Atlantica o la decisione di Londra riguardante il principio etnico. Egli disse che i numeri citati dal Sig. Bidault mostrano che la proposta sovietica lascerebbe 400.000 italiani in Jugoslavia. Questo non era in conformità con il principio etnico della Carta Atlantica. Egli ripeté che gli USA volevano far studiare le linee francese e britannica con lo scopo di trovare una linea che lasciasse il minor numero di persone sotto governo straniero.

 

Per il resto si parlò di colonie e riparazioni in una logica di mercanteggiamento che Bevin e Byrnes a parole respinsero. Dato che però non si giunse ad alcuna intesa, Byrnes propose e ottenne che si sentissero i sostituti in merito agli altri trattati di pace in discussione. La proposta di plebiscito non era più dunque all’ordine del giorno: i Quattro avrebbero cercato un compromesso senza interpellare le popolazioni interessate. Così non si sarebbero fatti sfuggire di mano le redini delle decisioni in materia territoriale, che restavano strettamente legate a quelle sugli altri aspetti del trattato di pace con l’Italia.

Sempre la mattina del 6 maggio si svolse a Parigi un colloquio tra De Gasperi e Byrnes in cui fu affrontato anche il tema del plebiscito. Riferì un telegramma dell’incaricato d’affari italiano che Byrnes era ancora convinto della bontà della sua proposta, ma che il no sovietico alla limitazione dell’area di plebiscito tra le linee sovietica e americana lo stava inducendo a valutare la linea francese come limite orientale dell’area della consultazione o – più verosimilmente – come nuovo confine. De Gasperi confermò la sua ostilità sia all’ampliamento di tale area richiesto da Molotov sia alla sua contrazione secondo la linea francese, che giudicò inaccettabile anche come nuova frontiera. Scrisse Benzoni:

 

Avendo De Gasperi chiesto se idea plebiscito avrà sviluppi concreti, Byrnes risposto che sua proposta rimarrebbe in piedi essendo inteso che plebiscito sarebbe limitato zona compresa tra due linee americana e russa; confermando d’altronde come sovietici non la accettino in tali termini. De Gasperi sviluppato argomentazioni contro estensione territorio plebiscito e d’altra parte, avendo Byrnes chiesto se ritenesse possibile spostamento verso linea francese, De Gasperi affermato essere questo impossibile data esclusione completa con tale linea di città italiane come Pola, Parenzo, Rovigno.

 

Il verbale italiano del colloquio confermò tale versione:

 

De Gasperi: Chiede se l’idea del plebiscito sarà portata a fondo.

Byrnes: Dice che la proposta rimane in piedi per essere però limitata alla zona compresa tra le due linee: americana e russa; ma conferma che i russi non accettano l’idea.

De Gasperi: Sviluppa argomentazioni contro estensione territoriale del plebiscito; essenziale per l’Italia è la regione di Trieste.

Byrnes: Interroga sulla possibilità di spostamenti verso la linea francese.

De Gasperi: Questo è impossibile, data l’esclusione di città italiane come Pola, Parenzo, Rovigno.

Byrnes: Come considerate l’abbinamento delle questioni di Trieste e delle colonie?

De Gasperi: Non sono due cose comparabili. I russi puntano su Trieste non tanto per motivi etnici quanto per il valore dell’industria navale. Sotto questo aspetto la questione diventa anche problema di interesse americano.

Byrnes dà l’impressione che insisterà sulla nostra tesi per Trieste. Colloquio verte a lungo su Trieste con chiarimenti e dettagli.

Byrnes: Cita l’esemplificazione di Molotov sulla analogia del problema di Leopoli (nucleo polacco con fascia completamente ucraina) con quello di Trieste: «Una volta superate le difficoltà non ci si pensa più».

De Gasperi: Ricorda che la situazione è ben diversa e afferma che nessun Governo democratico potrà accettare una simile rinuncia; aggiunge considerazioni di politica interna italiana.

Byrnes: E se non si facesse la pace?

De Gasperi: Piuttosto che una pace dura, sarebbe meglio rinviare per attendere un momento più propizio.

Byrnes ha l’aria di consentire. In tutto il colloquio Byrnes dimostra molta cortesia e conclude affermando che la nostra questione è stata posta e trattata «very nicely». Durato mezz’ora.

 

Dunque De Gasperi non esortò Byrnes a insistere sul plebiscito, ma si limitò a condividere l’impostazione da lui datane, osteggiando invece con forza la proposta di Molotov per il timore di perdere anche Trieste. Dal colloquio emerse che a De Gasperi interessava essenzialmente questa città per il suo valore economico-strategico, e solo in via subordinata l’Istria occidentale. Ma il verbale americano aggiunse altri particolari:

 

Dopo gli usuali saluti, il Sig. De Gasperi chiese se il Segretario aveva intenzione di portare avanti fino in fondo la sua proposta di un plebiscito per l’area della Venezia Giulia. Il Segretario affermò di essere a favore di un plebiscito per l’area tra le linee sovietica e americana, ma non di un plebiscito sull’intera Venezia Giulia. Egli spiegò che il Consiglio dei Ministri degli Esteri a Londra aveva adottato il principio etnico essenzialmente come base per tracciare il nuovo confine e che l’unica area dove un plebiscito sarebbe giustificato sarebbe nell’area contesa tra le linee sovietica e degli Stati Uniti.

Il Sig. De Gasperi affermò che la questione di Trieste e della popolazione italiana della costa occidentale della Penisola istriana, inclusa Pola, era molto vicina ai cuori di tutti gli italiani, e che sarebbe impossibile per qualsiasi governo, eccetto che un governo comunista, in Italia accettare il trasferimento di Trieste alla Jugoslavia. Egli sentiva che non c’era alcun bisogno di esaminare la situazione di fondo poiché era stata perfettamente e correttamente registrata nel rapporto della Commissione di inchiesta che ha recentemente visitato quell’area. Il Sig. De Gasperi continuò dicendo che erano nel mezzo di una campagna elettorale con la loro prima elezione nazionale prevista per il prossimo 2 giugno, e che da un punto di vista politico interno i moderati in Italia non avrebbero potuto assolutamente accettare di cedere Trieste. Disse che, come era ben noto, sarebbe possibile per un governo trattare materie di questo genere in modo assai più duttile in periodi diversi dai tempi delle elezioni e che, se la questione fosse posposta, sarebbe possibile prenderla in considerazione successivamente.

Il Ministro degli Esteri affermò, comunque, che, se non si potesse raggiungere qui alcuna intesa da parte dei Ministri per una soluzione che non danneggiasse davvero l’Italia, sarebbe molto meglio posporre la discussione del trattato di pace, dare ora all’Italia i termini rivisitati dell’armistizio e poi sperare in una migliore atmosfera e possibilità di accordo riguardo al trattato di pace in un periodo un po’ successivo.

Il conte Carandini affermò che una delle principali ragioni per cui il Governo sovietico era interessato a Trieste, oltre che per spalleggiare le richieste territoriali di Tito, era di ottenere gli splendidi ed efficienti cantieri navali di Trieste. Disse che i Cosulich e altri cantieri navali in città erano capaci di costruire navi di tutti i tipi e di ogni tonnellaggio, e disse che il Governo sovietico, con il suo grande interesse nel costruire una flotta, senza dubbio aveva questi cantieri navali, con l’equipaggiamento e le maestranze lì disponibili, in mente per il suo scopo.

Il Segretario chiese al Primo Ministro se era più interessato alla questione di Trieste che alle Colonie italiane. Il Primo Ministro rispose che erano, naturalmente, interessati a tutte le questioni che interessavano l’Italia, ma che la questione di Trieste in questo particolare momento era certamente quella a cui erano più interessati. Disse di fare questa affermazione non solo dal punto di vista del Governo italiano ma dal profondo e intimo interesse di tutto il popolo italiano in tale questione.

Il Segretario disse che avrebbe probabilmente iniziato a considerare una qualche linea tra le linee britannica e francese nell’Istria meridionale per provvedere a un migliore bilanciamento tra jugoslavi e italiani di quello della nostra linea. Il Sig. De Gasperi osservò che una tale linea trasferirebbe la città italiana di Pola e parecchie altre città dell’Istria meridionale alla Jugoslavia e che sarebbe un grande colpo per l’Italia. Il Segretario disse, comunque, che ci sarebbe dovuto essere senza dubbio un qualche territorio, e probabilmente una considerevole parte della Penisola istriana, da trasferire alla Jugoslavia, e la questione era se gli italiani non avessero potuto accettare qualche aggiustamento di questo tipo per salvare Trieste e la sua area circostante a nord.

Il Primo Ministro disse che comprendeva che era un modo ragionevole di porre la questione, ma che avrebbero ancora difficoltà ad acconsentire al trasferimento della popolazione italiana in questo particolare momento durante il loro periodo elettorale e di nuovo fece una richiesta di un modus vivendi ora per provvedere alla revisione dei termini d’armistizio, dare più libertà d’azione all’autorità commerciale e politica, e lasciare a una fase successiva l’ulteriore discussione del trattato di pace.

 

Dunque De Gasperi chiedeva il rinvio della firma del trattato di pace semplicemente perché durante la campagna elettorale in corso la cessione dell’Istria e il conseguente esodo degli italiani sarebbe risultato ostico agli elettori dei partiti moderati. Rinunciare a Pola, Rovigno e Parenzo per salvare Trieste, Monfalcone e Gorizia era invece considerato pesante ma «ragionevole». Già dal colloquio tra Byrnes e De Gasperi emerse, sia pure non chiaramente, che la proposta di plebiscito era finita in un vicolo cieco a causa degli irrigidimenti americano e sovietico sulle rispettive posizioni. Ma alle ore 15 sempre del 6 maggio il britannico Bevin, parlando con il presidente del Consiglio italiano, diede il plebiscito letteralmente per spacciato:

 

Bevin affermato che la proposta di plebiscito è da considerarsi morta («dead»). Accennato quindi suo criterio sarebbe ricerca compromesso tra linea francese e americana. Avendo De Gasperi affermato impossibilità rinuncia fascia costiera istriana, Bevin prospettato idea di stretta fascia costiera comprendente città italiane. Bevin escluso che Pola possa diventare base O.N.U.. Per Trieste ha affermato: «we shall never give up Trieste», aggiungendo voler rifiutare nettamente il baratto proposto dai sovietici di Trieste con le colonie.

 

Il verbale del colloquio non fu più preciso sul tema a noi caro:

 

De Gasperi: Il plebiscito?

Bevin: «Dead». Dichiara che il suo criterio sarebbe la ricerca di un compromesso tra la linea francese e quella americana.

De Gasperi: Porta argomentazioni su città italiane e proposta Pola come base O.N.U..

Bevin: No.

De Gasperi: In ogni caso l’Italia non potrà accettare linea che escluda città italiane.

Bevin: Propone una stretta fascia che comprenda questa città.

De Gasperi: Sviluppa argomentazioni effetto su opinione pubblica questione Trieste.

Bevin: «We shall never give up Trieste». Continua dichiarando che i russi hanno proposto un baratto di Trieste con le colonie. «Ma io mi rifiuto ad accettare questo baratto». […]

 

Verosimilmente Bevin pensava a una continuazione della linea francese a sud del Quieto che tenesse in Italia solo la fascia costiera fino a Pola, discostandosi a ovest dalla linea britannica. Ma anche da tale colloquio si ricava che l’unica cosa davvero importante per gli anglo-americani era Trieste, in quanto porto essenziale per i rifornimenti marittimi delle loro truppe in Austria e Germania meridionale, nonché baluardo dell’Occidente nel caso di deterioramento dei rapporti con il blocco comunista. Su tutto il rimanente territorio giuliano conteso si poteva invece trattare con i sovietici quale merce di scambio per altre contropartite. Quanto al plebiscito, quello di Bevin si rivelò non solo un auspicio, ma una constatazione veritiera. Infatti di plebiscito i quattro ministri degli esteri non parlarono più e cominciò da allora il progressivo cedimento anglo-americano che avrebbe portato prima all’accettazione della linea francese con internazionalizzazione del porto di Trieste e poi all’internazionalizzazione anche della città, del suo ristretto circondario e dell’Istria nord-occidentale.

Il verbale conferma inoltre un De Gasperi preoccupato principalmente dell’impatto che una perdita di Trieste avrebbe potuto avere sull’opinione pubblica italiana. L’Istria occidentale rimaneva in secondo piano. L’inedita proposta di Pola quale base ONU non era stata discussa nella seduta della delegazione italiana del giorno prima. Quanto al plebiscito, la risposta di Bevin sembrò quasi confortare De Gasperi, liberandolo da un peso.

Nel successivo incontro delle ore 16 tra Molotov e De Gasperi il plebiscito non venne neanche menzionato, a dimostrazione che nessuno dei due lo voleva e che forse era davvero già «morto». Molotov ribadì l’offerta di restituire all’Italia colonie e flotta mercantile in cambio di Trieste, pur dimostrandosi disponibile a un rinvio delle decisioni. De Gasperi confermò il suo interesse per le colonie e gli chiese di lasciare Trieste all’Italia, di favorire un miglioramento dei rapporti con la Jugoslavia e di dare ascolto ai nostri tecnici sulle riparazioni.

Un telegramma di Benzoni al segretario generale del Ministero degli esteri italiano Prunas riassunse i colloqui del 6 maggio:

 

Da colloqui presidente De Gasperi con Quattro ministri […] emersa fermezza di Bevin e Bidault e, per quanto meno impegnativo, di Byrnes circa Trieste. Bevin assicurato che progetto plebiscito può considerarsi sepolto.

Quattro ministri prospettano più o meno esplicitamente possibilità rinvio trattato di pace ed entrata in vigore modus vivendi.

 

L’unica speranza del Governo italiano risiedeva dunque nel rinvio di ogni decisione sul confine orientale e sul mantenimento delle due zone di occupazione? Ciò avrebbe significato abbandonare ancora per chissà quanto tempo alcune centinaia di migliaia di connazionali sotto il tallone titino.

Dagli incontri di quei giorni emerse chiaramente che il vero nodo del contendere era Trieste. L’Istria veniva considerata da tutti come marginale, in quanto meno rilevante sul piano economico, strategico e demografico. La grande opportunità insperabilmente presentatasi il 4 maggio di ottenere un plebiscito serio in tutta la Venezia Giulia o in parte di essa previo sgombero delle truppe jugoslave dalla Zona B andò in fumo nel giro di 48 ore. Si era trattato di un breve sogno di un pomeriggio di mezza primavera, e ciò anche a causa del mancato sostegno di De Gasperi.

 

 

Socialisti istriani, "L’Arena di Pola" e CLN istriano pro plebiscito

 

Il primo partito giuliano a schierarsi a favore del plebiscito fu quello socialista, che anche in seguito si dimostrerà il più coerente e agguerrito in materia. Il 6 maggio a Pola un’assemblea della Federazione provinciale istriana del PSIUP approvò una mozione che, pur chiedendo in prima battuta la linea Wilson, rivendicava in subordine un plebiscito libero e internazionalmente garantito tramite occupazione alleata, prendendo come esempio da seguire l’Alta Slesia e la Saar e parlando genericamente di «Venezia Giulia» quanto ai limiti dell’area da interpellare:

 

L’Assemblea del PSIUP, in sede di Federazione provinciale dell’Istria, convocata d’urgenza a Pola il 6 maggio 1946, per trattare in merito alla tormentata questione dei nuovi confini italo-jugoslavi, che si dibatte tuttora alla Conferenza di Parigi, […]

certa di interpretare i sentimenti di tutti i veri Istriani coscienti di nazionalità italiana, che anelano di essere ricongiunti alla loro Madrepatria, all’Italia, rinnovellata, democratica e repubblicana; [...]

esprime ancora una volta il pensiero e i voti dei liberi socialisti istriani, nemici di qualsiasi aberrazione nazionalistica ed imperialistica, comunque camuffata, sia slava che italiana:

soltanto un confine che aderisca alla linea Wilson, "eliminando ogni causa di attrito fra l’Italia e la Jugoslavia, potrà porre le condizioni di una feconda e necessaria amicizia tra i due popoli" (come afferma appunto il Manifesto-Programma del Partito Socialista Italiano di U. P., pubblicato il 1° maggio u. s.);

si augura infine che, qualora non fosse possibile ai Ministri degli Esteri delle quattro Grandi Potenze raggiungere un accordo definitivo circa i nuovi confini, sia indetto pure nella Venezia Giulia (come già si fece nel 1921 per l’Alta Slesia e nel 1935 per il territorio della Saar) un plebiscito: beninteso con le dovute garanzie, previa occupazione alleata dell’intera zona contestata e conseguente instaurazione di un regime di piena e vera libertà per tutti.

 

Stranamente, però, i telegrammi inviati poco tempo dopo dalla Federazione istriana del PSIUP alla Conferenza dei ministri degli esteri, al presidente del Consiglio dei ministri francese Felix Gouin e al vice presidente del Consiglio italiano Pietro Nenni chiesero sì la linea Wilson, ma senza accennare al plebiscito.

Martedì 7 maggio "L’Arena di Pola" tornò a parlare di plebiscito riportando quanto aveva riferito da Parigi l’agenzia ANSA:

 

Frattanto negli ambienti vicini alla Conferenza dei Ministri degli Esteri permane l’interesse vivissimo sulla proposta avanzata sabato da Byrnes per un plebiscito nella zona giuliana in contestazione, zona delimitata ad occidente dalla linea proposta dai russi e ad oriente dalla linea proposta dagli americani. La sorpresa suscitata dalla immissione in atto di un nuovo elemento costituito dal plebiscito è dovuta al fatto che la proposta americana sarebbe contraria ai principi sanciti a Londra per una soluzione fondata su dati etnici.

Al Lussemburgo – sempre secondo l’Ansa – si dice che Byrnes abbia voluto aggiungere a sostegno della tesi favorevole alla linea Truman anche la prova del plebiscito. A giudizio della Delegazione americana il plebiscito risulterebbe favorevole all’Italia.

 

Quello stesso 7 maggio il direttore de "L’Arena di Pola" Guido Miglia affrontò nel suo editoriale il merito della questione:

 

Ora con questi differenti punti di vista, l’accordo, secondo noi, sarà impossibile almeno sul principio etnico. Forse prevedendo ciò, Byrnes, con la sua acutezza ed il suo senso di vera democrazia, prima di veder incagliarsi la questione e naufragare la Conferenza di Parigi, ha proposto un plebiscito sotto controllo alleato, plebiscito che dovrebbe essere fatto fra l’Isonzo e la linea Truman, simile a quella di Wilson. Non è improbabile che i quattro si accordino su tale nuovo principio, dopo aver visti inutili gli sforzi per una linea etnica. Tale principio di autodecisione del popolo, qualora il precedente fosse escluso, sarebbe certamente il più democratico e dimostrerebbe al mondo la vera volontà dei giuliani. Noi l’abbiamo sempre invocato perché siamo sicuri dei sentimenti della nostra fiera gente. Siamo disposti a tutte le prove, purché sia rispettato il diritto di autodecisione e non venga oppresso un popolo o non ci si serva di lui come merce da barattare.

 

"La Voce libera" del 7 maggio non parlò di plebiscito, ma ribadì la richiesta di occupazione alleata della Zona B, che ne era il fondamentale corollario e che il CLN triestino reputava prioritaria.

Sempre il 7 maggio il CLN istriano emise da Trieste un dignitoso proclama, ripreso il 9 maggio da "La Voce libera" e dal "Grido dell’Istria", in cui esortava gli Alleati ad occupare la Zona B e a fare in modo che il destino dell’Istria fosse deciso dagli istriani stessi tramite una consultazione libera e democratica:

 

ISTRIANI!

I basilari principi di democrazia e di libertà sanciscono il diritto nostro di appartenenza all’Italia. Chi, calpestando tali principi e reagendo alla volontà del nostro popolo, sia esso uno Stato od un partito politico, ci nega tale diritto, non può trovar né oggi né mai comprensione o fiducia nel popolo istriano.

L’Istria, da Pinguente generosa e superbamente italiana a Rovigno veneta e lavoratrice, domanda che la sua volontà sia rispettata ed i suoi figli siano trattati da esseri umani, uguali nei diritti e nei doveri a tutti gli altri uomini, e non barattati brigantescamente con linee ferroviarie o peggio scambiati o venduti quale saldo riparazioni di guerra.

Ai governi Alleati che nelle oscure giornate dell’oppressione ci avevano promesso la libertà e la democrazia, per le quali tanti nostri compagni sono morti, domandiamo l’adempimento dei loro doveri ed un immediato intervento nella zona B, per salvaguardare quelle libertà che altrimenti dimostreranno di aver tradito il giorno stesso in cui, a prezzo di tanto sangue, asserivano di aver conquistate.

Ci sia data la libertà di parlare nei territori occupati, e così non ci sarà motivo di esaminare il problema istriano, perché lo vorremmo risolto secondo il diritto delle genti, se resi arbitri del nostro destino.

ISTRIANI! Avanti nella lotta per la giustizia della nostra causa che è quella stessa della Libertà e della Democrazia!!!

VIVA L’ISTRIA ITALIANA!

Il C.L.N. PER L’ISTRIA

 

Sabato 9 maggio il "Grido dell’Istria" parlò apertamente di plebiscito nell’articolo di spalla di prima pagina:

 

Il Popolo Istriano chiede l’occupazione Alleata della zona B perché sia posto fine al terrorismo nazionalista slavo-progressista e domanda di poter decidere da se stesso della propria sorte. […]

America, Inghilterra e Francia si accordano sulla linea Truman. Kardelj con un linguaggio tanto spudorato quanto offensivo minaccia e accusa di incompetenza ed erronee informazioni i ministri anglo-franco-americani, affermando che in Istria non ci sono italiani, rifiutandosi però subito dopo di aderire al plebiscito proposto dagli americani tra l’Isonzo e la linea Truman.

 

Il "Grido dell’Istria" aveva allora raggiunto un’ampia diffusione e un notevole riscontro. In Zona B ne venivano inoltrate clandestinamente 3.000 copie, in Zona A ne venivano distribuite 5.000 e nel resto d’Italia 8.000. Il foglio veniva spedito gratuitamente a giornali italiani, partiti, comitati giuliani, personalità istituzionali e giornalisti stranieri. Da ciò la sua importanza quale veicolo di lotta dell’antifascismo democratico istriano.

Il CLN istriano, nella premessa al suo opuscolo dell’ottobre 1946, spiegò perché aveva cominciato a chiedere il plebiscito solo dopo la proposta di Byrnes:

 

Le esperienze desunte dalle riunioni dei Quattro Grandi a Potsdam e del Consiglio dei Ministri degli Esteri a Londra ci ammaestrarono sulla scarsa efficacia che avrebbero potuto avere le insistenze degli anglo-americani di fronte all’intransigenza russa nei riguardi della tesi jugoslava per i confini orientali.

I diritti dell’Italia sulla Venezia Giulia basati sulla storia, sulla lingua, sulla cultura e sulla tradizione, che sono state sempre esclusivamente latine, venete e italiane, avrebbero perciò trovato dei deboli sostenitori negli anglo-americani. Noi, perciò, già all’inizio di quest’anno ci persuademmo che l’Italia avrebbe potuto veder riconosciuto il suo sacrosanto diritto sulla nostra terra solamente attraverso il democratico principio dell’autodecisione espresso dalla gente giuliana.

Peraltro, in considerazione della reticenza degli organi politici di Gorizia, notoriamente italiana nel suo centro ma circondata da una massa slava numericamente superiore, a richiedere quel principio, ed obbedendo alle direttive del C.L.N. Regionale che non credeva necessario ricorrere ad esso, anche perché aveva categoriche assicurazioni da parte del Governo italiano sulla «linea Wilson» quale nuovo confine italo-jugoslavo, questo C.L.N., espressione fedele della volontà degli istriani, si è limitato a sostenere il principio dell’annessione all’Italia.

Dopo il primo Convegno di Parigi, in cui venne lanciata la proposta francese (linea del Quieto), il giornale del C.L.N. clandestino di Rovigno prima, il «Grido dell’Istria» poi, e, per seguire, l’«Arena di Pola» e tutti i giornali della Regione chiesero a gran voce il plebiscito.

 

Venerdì 10 maggio "La Voce libera" pubblicò la notizia che Andrea Ossoinak, ultimo deputato di Fiume al Parlamento ungherese, aveva spedito un vibrante telegramma a De Gasperi affinché domandasse ai quattro ministri degli esteri il plebiscito per quella città:

 

[…] Nel messaggio si afferma che Fiume sotto il terrore medioevale odierno non può più assolutamente vivere; quanto succede attualmente in quella disgraziata città è in pieno contrasto coi più elementari principi della Carta Atlantica. Continua rilevando che Fiume quale "corpus separatum" è stata per secoli di lingua e cultura italiane, ma giammai jugoslave; chiede pertanto a nome di quella infelice popolazione un plebiscito scevro di pressione di qualsiasi specie, convinto che i cittadini si assoggetteranno senza recriminazione al responso delle urne.

 

Martedì 14 maggio, in un articolo su "L’Arena di Pola", B. Bill si interrogò su cosa ne fosse stato della Carta Atlantica:

 

Dov’è la tanto decantata Carta Atlantica? È diventata una semplice "espressione", uno specchietto per le allodole, affogata nelle onde dell’oceano, ora che è il momento della sua applicazione? Speriamo di no.

 

Nell’editoriale del 14 maggio "La Voce libera", replicando ad alcune affermazioni di Tito sulla pretesa volontà dei giuliani, tornava a invocare il plebiscito previa occupazione alleata della Zona B:

 

[...] Dice Tito: «Noi abbiamo fondato le nostre richieste alla Conferenza delle grandi Potenze su ragioni etniche, economiche, geografiche e strategiche. In un secondo momento è stato deciso che soltanto motivi etnici sarebbero stati presi in considerazione, e noi abbiamo aderito. Ma se è vero che la cosiddetta Carta Atlantica deve essere presa in considerazione, si potrà osservare che senza riguardo a differenze di nazionalità la grande maggioranza degli italiani, come pure i croati e gli sloveni, desiderano entrare a far parte della giovane Jugoslavia. Tuttavia gli Alleati non permettono che sia preso in considerazione questo fatto, ma soltanto quello etnico». Il Maresciallo evidentemente non pensa che, per prendere in considerazione «questo fatto», occorre innanzitutto ch’esso sia veramente un fatto, e perché lo sia è necessario che gli abitanti delle terre da lui rivendicate possano esprimere liberamente la loro volontà. Trieste ha avuto il 27 marzo e Pola ha pure parlato; non rimane che sentire l’Istria compresa nella Zona B, previa occupazione alleata, e così avremo il «fatto»: e certo sarà un fatto ben differente da quello che il Maresciallo vagheggia […].

 

 

Americani e britannici accettano la linea francese

 

L’8 maggio 1946, durante un colloquio, il ministro degli esteri belga Paul Henri Spaak interpellò l’ambasciatore a Bruxelles Francesco Fransoni sulla posizione italiana circa il plebiscito, segno che l’ipotesi non era ancora definitivamente tramontata, anche se ormai derubricata. Riferì Fransoni in un telegramma a De Gasperi:

 

Mi ha chiesto su possibilità di un plebiscito (proposta Byrnes in risposta a quella di Molotov di sabato). Gli ho risposto che la situazione etnica e sentimenti italiani Istria non sono discutibili e che nostro punto di vista risponde ad equità e buona volontà d’accordo con Jugoslavia.

 

In questa sibillina "non risposta" si intravedeva la bocciatura o quantomeno la freddezza italiana verso una proposta che sottoponeva al giudizio dei diretti interessati la tesi dell’italianità dell’Istria fino ad allora data per ovvia dal Governo di Roma.

Il 10 maggio Benzoni trasmise al presidente di turno del CME un memorandum sulla Venezia Giulia, redatto in conformità alle istruzioni di De Gasperi, nel quale non si accennava al plebiscito. Lo stesso 10 maggio De Gasperi relazionò al Consiglio dei ministri ribadendo il proprio no alla controproposta Molotov senza esprimere il proprio sì alla proposta Byrnes:

 

Byrnes ha proposto il plebiscito per la zona compresa tra la linea russa e quella americana, che la Jugoslavia ha rifiutato ed egualmente i russi. Anche il Presidente ha ritenuto opportuno esprimersi negativamente se si tratta di tutta la Venezia Giulia.

 

Nelle sedute del CME del 10 e 11 maggio Molotov tornò a proporre la restituzione delle colonie all’Italia, ottenendo il sostegno francese e americano ma l’opposizione britannica. Rimase invece fermo sulle esorbitanti riparazioni di guerra per URSS, Jugoslavia e Grecia. Ma Il 13 maggio la controproposta di Byrnes di affidamento delle colonie alle quattro grandi Potenze, che entro un anno le avrebbero dovute assegnare in amministrazione fiduciaria a qualche altro Stato, Italia compresa, indispettì Molotov, il quale sperava che le colonie potessero costituire merce di scambio per la cessione di Trieste alla Jugoslavia. Allora Byrnes si dichiarò disposto ad accettare la linea francese. Bevin si associò, ma Molotov continuò a sostenere le richieste jugoslave.

Intanto Byrnes cominciò a pensare seriamente al possibile rinvio di ogni decisione sul destino della Venezia Giulia e al mantenimento dello status quo per cinque anni. Anche la diplomazia italiana si allineò in tal senso, preferendo una prolungata occupazione alleata della Zona A ad una definitiva ma svantaggiosa linea di confine. Il 12 maggio il rappresentante politico italiano a Londra, Niccolò Carandini, scrisse a De Gasperi:

 

Reber mi ha autorizzato ad informarti in via riservatissima che Byrnes, di fronte alla patente inconciliabilità delle tesi anglo-americane e russe sulla questione di Trieste, tiene in serbo una proposta in extremis la quale contempla lo stralcio della questione e la permanenza per cinque anni di una guarnigione americana, in attesa di tempi più quieti e di più pacata considerazione. Resta a vedere se i russi saranno disposti a ripiegare verso una dilazione che avrebbe tutto il senso di una rinuncia. Ma, comunque, in mancanza di un accordo, la logica soluzione sarà il mantenimento degli attuali presidi nelle zone A e B. Uniformandomi, convintamente, al tuo criterio che non vi sia dubbio sulla convenienza di preferire un rinvio nel tempo ad una sfavorevole soluzione nella sostanza, ho concordato, a titolo personale, sulla opportunità di un simile rimedio. […] Gli americani sono impressionati dalla eccitazione jugoslava e vedono nella loro prolungata permanenza sul luogo la sola possibilità di nostra (e loro) difesa contro una violenta mossa di Tito. […]

Per il problema della Venezia Giulia l’America è pronta a transigere in Istria, ma risoluta a salvarci a qualunque costo Trieste e quindi a mantenervi guarnigioni militari fino a che non si determinino condizioni adatte alla soluzione auspicata

Per il Sudtirol si è impegnata a prendere in considerazione minori rettifiche […].

 

Si trova qui una palese conferma del fatto che né la Gran Bretagna né gli Stati Uniti davano grande peso all’Istria sul piano geo-strategico. Solo Trieste rimaneva il loro chiodo fisso: quella importante città-porto alla testa dell’Adriatico non avrebbe infatti dovuto finire nelle mani dello schieramento comunista. Il mantenimento di Pola invece non era più ritenuto così fondamentale come lo era stato solo un anno prima.

Intanto restava aperta la questione dell’Alto Adige, dove gli USA non erano contrari a modesti sacrifici territoriali italiani, mentre francesi e britannici erano ancora più aperti verso le rivendicazioni austriache. Adeguandosi alla logica anglo-americana e temendo possibili contraccolpi in Alto Adige, il Governo italiano contribuì a porre il plebiscito nel dimenticatoio. Ormai non era più in discussione perché lasciato cadere dagli stessi americani, visto che non aveva trovato il consenso di tutti e tre gli interlocutori nella forma prospettata da Byrnes. A metà maggio pertanto quell’ipotesi di soluzione era effettivamente «morta» sul piano negoziale, come aveva diagnosticato il suo principale affossatore: Bevin. Rimaneva sempre sul tappeto il tema delle cessioni territoriali richieste dalla Francia sul confine alpino, dove il Governo italiano non chiese mai un plebiscito, pur potendolo tranquillamente vincere. La sera del 14 maggio Benzoni riassunse in un telegramma a De Gasperi la situazione parigina:

 

[…] Discussione su Venezia Giulia, pure interrotta senza risultati, si è però chiusa con inutile ripiegamento Byrnes, seguito da Bevin sulla linea francese, mentre Molotov è rimasto irremovibile su sua tesi integrale. Per Alto Adige sono giunte, ma non ancora esaminate, proposte austriache circa minori rettifiche. Americani di massima non sarebbero alieni cessione Pusteria in base a criterio completa svalutazione valore strategico del Brennero, ed ai fini soluzione che pacifichi definitivamente rapporti italo-austriaci. […]

 

In un telegramma a De Gasperi del 17 maggio l’ambasciatore a Washington Tarchiani affermò che a cedere sulla linea francese sarebbe stato prima Bevin e solo poi Byrnes:

 

Per superare nuovo inamovibile punto morto Conferenza, Bevin, già molto irritato da discussione questione africana, ha allora dichiarato di accettare linea francese. Secondo il Dipartimento di Stato, solo successivamente Byrnes avrebbe a sua volta accennato di non essere alieno dal considerare linea francese, qualora si potesse finalmente conseguire accordo fra i Quattro nella questione […].

 

Chiunque fosse stato a indietreggiare per primo, certo è che ormai il plebiscito non era più considerato da nessuno dei Quattro Grandi, che si stavano affannando a cercare tra loro una soluzione del problema confinario. Dopo un illusorio affacciarsi del principio democratico, si era dunque ben presto tornati alla logica verticistica con la quale i principali vincitori della guerra, in qualità di nuovi "gestori del mondo", volevano stabilire il nuovo confine italo-jugoslavo senza consultare i diretti interessati. La Venezia Giulia infatti era solo una delle tante merci di scambio tra le quattro maggiori Potenze in trattazione al "mercato della pace", e non certo la più importante, malgrado il ruolo economico-strategico di Trieste. Qualsiasi modifica allo status quo stabilito dagli accordi di Belgrado e Duino del 9 e 12 giugno 1945 avrebbe comportato effetti a catena su altri versanti della complicata trattativa internazionale che proprio in quelle settimane stava giungendo alla fase decisionale dopo mesi di infruttuosa gestazione.

 

 

L’Italia si oppone al plebiscito per l’Alto Adige

 

La bocciatura della richiesta di plebiscito da parte del CME il 1° maggio 1946 suscitò in Austria vivaci reazioni rischiando di provocare una crisi ministeriale. Il 10 maggio Vienna rispose reclamando l’annessione dell’alta valle Isarco, di Bressanone e della val Pusteria, per consentire un collegamento diretto fra Tirolo settentrionale e orientale. Neanche in questo caso si poteva dunque parlare di «rettifiche minori». Il sottosegretario agli esteri americano Dean Acheson fece sapere il 16 maggio a Vienna che la risposta del CME sarebbe probabilmente stata negativa, ma che il Governo austriaco «in futuro avrebbe potuto sollevare nuovamente la questione in appropriate sedi internazionali per giungere a determinare mediante un plebiscito i desideri della popolazione locale».

Il 26 maggio De Gasperi scrisse una lettera al presidente americano Harry Truman che giustificava il confine del Brennero con motivazioni geo-politiche contrastanti con quelle prevalentemente etniche invocate per la Venezia Giulia.

Il 30 maggio Gruber, parlando a Parigi davanti al Consiglio dei supplenti dei ministri degli esteri, chiese l’Alto Adige nord-orientale. In cambio l’Italia avrebbe continuato a beneficiare delle centrali idroelettriche ivi esistenti. Spiegò che, pur limitando le proprie rivendicazioni, il suo Governo non rinunciava al resto della provincia e si riservava in futuro di sottoporre «la questione del plebiscito in un’appropriata sede internazionale». Nel suo intervento l’ambasciatore italiano a Londra Niccolò Carandini, seguendo le direttive degasperiane, rispose in modo del tutto negativo con argomenti che negavano il diritto di autodeterminazione dei popoli. Fece però delle aperture in tema di autonomia regionale, tutela dei diritti linguistici dei germanofoni e riconsiderazione della normativa sulle opzioni.

Il 5 giugno lo stesso Carandini riferì a De Gasperi sul colloquio avuto con Gruber, il quale aveva spronato Bevin a propugnare un plebiscito per la Venezia Giulia:

 

[…] A questo punto Gruber ha risposto che poteva essere questione di procedura, alludendo evidentemente alla possibilità di un futuro plebiscito. […]

Per quanto concerne Venezia Giulia Gruber mi ha detto di aver chiesto a Bevin perché non favoriva il plebiscito il quale secondo lui darebbe certamente risultati favorevoli all’Italia perché anche popolazioni slave danno segni manifesti preferire democrazia italiana alla dittatura di Tito.

Bevin avrebbe risposto essere contrario al plebiscito per evidente impossibilità ottenere onesta e pacifica votazione.

 

Naturalmente Gruber pensava che un plebiscito nella Venezia Giulia avrebbe potuto, per ragioni di coerenza, agevolare lo svolgimento di quello da lui auspicato in Alto Adige. Ciò non toglie che effettivamente, nel segreto dell’urna, anche molti slavi avrebbero potuto esprimersi per l’Italia.

Il 5 giugno Winston Churchill, alla guida dell’opposizione conservatrice nel suo Paese, auspicò un plebiscito libero e leale per l’Alto Adige, ma l’URSS non volle sentirne parlare. Gli esperti britannici, francesi e americani del Comitato speciale istituito il 7 giugno dai sostituti dei ministri degli esteri per trovare soluzioni al contenzioso sull’Alto Adige nord-orientale proposero la cessione all’Austria della val Pusteria e dell’alta valle Isarco eccetto Bressanone, mentre l’esperto sovietico si disse contrario. Il 24 giugno il CME, nuovamente riunito a Parigi, bocciò le richieste austriache, confermando il mantenimento della frontiera esistente e incaricando i sostituti di esaminare le garanzie da fornire agli austriaci per il libero transito ferroviario fra Tirolo settentrionale e orientale attraverso l’Alto Adige. Tale decisione provocò gravi contraccolpi interni in Austria mettendo in pericolo Gruber.

Ma nemmeno a quel punto De Gasperi ritenne di chiedere un plebiscito per la Venezia Giulia, temendo che avrebbe potuto riaprire la discussione sul confine settentrionale che il CME aveva appena chiuso in senso favorevole all’Italia. Era balenato anche il rischio di uno scambio di favori tra Vienna a Belgrado: in cambio di un appoggio a Trieste jugoslava, l’Austria avrebbe ottenuto il ripristino delle relazioni diplomatiche, la restituzione dei prigionieri di guerra e un sostegno jugoslavo per l’Alto Adige. Titolati a decidere su un eventuale plebiscito in Alto Adige erano però solo i Quattro Grandi.

 

 

La contrastata iniziativa di Amoroso e dei CLN polese e istriano

 

Il 14 maggio 1946 erano trapelate le prime indiscrezioni sull’accettazione anglo-americana della linea francese. A Trieste ebbe luogo un’animata riunione del CLN della Venezia Giulia. L’avvocato Franco Amoroso, esule parentino e membro della Consulta nazionale, evidenziò la gravità della situazione e il rischio di ulteriori cedimenti anglo-americani addirittura fino alla linea Morgan. «Di fronte a ciò – disse – il CLN deve prendere una decisione ed insistere a suggerire di chiedere un plebiscito fino alla linea Wilson, che appare una linea logica e che darebbe la possibilità di salvaguardare la vita economica della regione. Ove per inconcesso non si procedesse ad un plebiscito, bisognerebbe battersi per la costituzione di uno Stato indipendente. […] Tutto ciò deve essere fatto presente al ministro degli esteri».

Rispondendo alle titubanze di alcuni, Amoroso esortò a decidere immediatamente su tale proposta. «La questione – affermò – non va secondo me portata agli esecutivi dei partiti per ragioni di assoluta segretezza. Si tratta infatti di responsabilità eccezionali che impongono il segreto. […] A Parigi si sta decidendo e bisogna dare pertanto subito al Governo italiano un suggerimento». Ma la maggioranza decise di convocare seduta stante i rappresentanti di Democrazia Cristiana, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano e Democrazia del Lavoro. A chi ancora suggeriva di rinviare la discussione su plebiscito e TLT Amoroso replicò:

 

Insisto nuovamente sulle mie proposte perché a Parigi si vuole concludere. […] Le mie proposte rappresentano una possibilità di salvezza non indifferente di buona parte della Venezia Giulia. Le soluzioni prospettate dagli altri sono assurde e rovinerebbero economicamente l’intera Regione. Trieste poi col suo stretto cordone ombelicale finirebbe coll’essere strozzata. Nella specie il plebiscito ci darebbe l’enorme vantaggio di vedere occupata la regione fino alla linea Wilson da truppe neutrali. Non illudetevi in altre soluzioni, la salvezza di Trieste sarebbe del tutto effimera, mentre tutti i nostri fratelli si vedrebbero costretti a fuggire dalla Zona B, che praticamente rimarrebbe privata dell’elemento italiano. […] La questione non va messa ai voti. Io personalmente per salvare l’Istria dichiaro che condurrò un’azione come voglio.

 

Il consesso accettò quest’ultima richiesta di Amoroso. L’idea del plebiscito era stata condivisa dalla maggioranza dei presenti, che invece avevano respinto quella dello Stato indipendente.

La sera del 14 maggio il CLN istriano approvò una mozione, scritta da Gianni Giuricin e Giorgio Cesare e destinata a De Gasperi, che richiamava espressamente la Carta Atlantica e il principio di autodecisione dei popoli, pur ribadendo la richiesta della linea Wilson:

 

Il C.L.N. Clandestino per l’Istria, riunitosi in seduta straordinaria la sera del 14 corrente mese:

FORTEMENTE ALLARMATO dalle notizie sull’adozione possibile della linea francese quale confine tra l’Italia e la Jugoslavia;

INTERPRETE dell’angoscioso stato d’animo che ha pervaso improvvisamente la popolazione della zona B;

FACENDO SUO il grido di disperazione che si leva dalla trincea istriana per le previsioni d’una imposizione antinaturale ad un popolo già da un anno duramente oppresso;

INVOCA

dal suo legittimo Governo che la volontà della gente istriana venga liberamente espressa nello spirito dei principii della Carta Atlantica e dell’autodecisione dei popoli;

RIAFFERMA

i diritti di appartenenza all’Italia dell’Istria occidentale, secondo il confine tracciato da Wilson, che rispecchia i reciproci diritti su di un piano di giustizia;

RECLAMA

perché non venga mai sancita la vendita degli italiani dell’Istria ad un nazionalismo straniero e liberticida;

PROSPETTA

la situazione psicologicamente disperata degli istriani, pronti e decisi ad affrontare un duro esilio anziché sottostare all’oppressione jugoslava;

RENDE NOTO

che se finora buona parte degli italiani è rimasta nelle sue case ciò è da attribuirsi alla certezza, in cui tutti hanno vissuto, che nessun mercato sarebbe stato effettuato.

IL COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE ISTRIANO

 

Sopra la testata de "La Voce libera" di mercoledì 15 maggio, che riprese integralmente tale mozione, fu riportata la provocatoria domanda: «La "Carta Atlantica" è solo un pezzo di carta?».

Il CLN giuliano, nel telegramma inviato il 15 maggio al presidente del Consiglio italiano, al presidente americano, al primo ministro britannico, al presidente del Consiglio francese, al presidente sovietico, ai ministri degli esteri dei Quattro, al direttore dell’UNRRA nonché sindaco di New York Fiorello La Guardia, alle ambasciate italiane di Londra, Parigi e Washington, al vice-presidente del Consiglio Nenni e alla direzione dei partiti antifascisti italiani, non fece esplicito cenno al plebiscito, pur affermando che una giusta pace sarebbe stata impossibile se si fossero calpestati i principi di equità e democrazia e «le solenni affermazioni della Carta Atlantica». Lo stesso CLN designò tre propri rappresentanti da inviare a Roma per conferire con De Gasperi.

Giovedì 16 maggio 1946, giorno in cui il CME di Parigi si sciolse riaggiornandosi al 15 giugno, l’Assemblea cittadina di Pola convocata dal locale CLN si espresse a favore del plebiscito e nominò i propri rappresentanti da mandare a Roma nell’ambito del CLN giuliano. Lo stesso giorno "L’Arena di Pola", interpretando l’esito dell’Assemblea e il sentimento pressoché unanime dei polesani, inviò telegrammi al segretario di Stato americano Byrnes e al ministro degli esteri britannico Bevin che ponevano nettamente l’alternativa «Italia o esodo» rivendicando il plebiscito nel caso i Grandi non intendessero concedere il «giusto confine». I due telegrammi furono ripresi il 17 maggio da "La Voce libera":

 

Al ministro degli Esteri degli Stati Uniti, Signor Byrnes - Parigi

Il popolo di Pola e dell’Istria veneta, nel momento in cui decidete le sue sorti, riafferma a Voi che qui o ritorna l’Italia o la popolazione in massa abbandona queste terre italiane da secoli. Gli Istriani reclamano il giusto confine o il diritto di autodecisione.

 

Al Ministro degli Esteri di Granbretagna, Signor Bevin - Parigi

I vostri soldati hanno visto in un anno di permanenza che Pola e l’Istria occidentale sono in assoluta maggioranza italiane. Aiutate il popolo nostro e ascoltate i vostri soldati residenti nella Zona A. Gli Istriani sono pronti al plebiscito. Non tradite il nostro popolo democratico.

 

Venerdì 17 maggio un comitato allargato eletto dall’Assemblea cittadina il giorno precedente stabilì che la richiesta di plebiscito avrebbe dovuto riguardare l’intera regione. Quello apparve come il momento giusto per sostenere il plebiscito affinché venisse accolto a Parigi. Si ignorava però che l’idea era già stata scartata dai Quattro Grandi con il contributo del Governo italiano. Durante la riunione del comitato allargato, il direttore de "L’Arena di Pola" Guido Miglia propose «che fosse indetto una specie di plebiscito in città, con la sottoscrizione d’una scheda che esprimesse la volontà della popolazione d’essere unita all’Italia».

Il 17 maggio De Gasperi, incontrando a Roma i rappresentanti del CLN della Venezia Giulia, si disse contrario alle proposte di Amoroso per il plebiscito e, in subordine, per lo Stato cuscinetto. Disse tuttavia che, se i giuliani fossero stati unanimi su una delle due, l’avrebbe fatta propria. A Parigi – riferì – gli «esperti» italiani giudicavano pericolosissimo un plebiscito entro i confini della Venezia Giulia del 1939 perché nel complesso della regione gli italiani erano minoritari, e bocciavano in quanto rischiosa anche l’ipotesi del plebiscito entro la linea Wilson, ritenendo fattibile solo un plebiscito entro la linea americana. «Una proposta di plebiscito per la Venezia Giulia – aggiunse – comporterebbe, ove il problema dell’Alto Adige non dovesse venir risolto, analoga proposta da parte del governo austriaco per quella zona in contestazione». De Gasperi si impegnò comunque a vagliare il problema a fondo, nell’eventualità di un plebiscito tra la linea sovietica e la linea Wilson. Al CLN istriano chiese poi una relazione scritta sul possibile esito di un plebiscito in Istria.

Il 18 maggio si tenne una riunione del Comitato Giuliano di Roma estesa a rappresentanti dei CLN della Venezia Giulia. Il Comitato era presieduto dall’on. Antonio De Berti, polesano residente nella capitale che nel 1921 era stato eletto deputato del Blocco Nazionale, ma subito dopo la marcia su Roma si era dimesso. Dall’1 all’8 settembre 1943 aveva svolto la funzione di commissario di Governo dell’Istria su nomina del maresciallo Badoglio. Il Comitato fungeva in pratica da consulente per il Governo e da rappresentante delle popolazioni giuliane a Roma, obliterando in tal modo i CLN giuliani. Alla seduta Amoroso ribadì che, per evitare l’annessione dell’intera Istria alla Jugoslavia, l’unica strada era il plebiscito e, in caso disperato, lo Stato libero. Ma dopo un ampio dibattito non si giunse a una linea comune.

Lo stesso 18 maggio il CLN di Pola, accogliendo l’idea del plebiscito previa internazionalizzazione dell’area coinvolta, definì egoistica l’opposizione manifestata invece dai CLN triestino e goriziano.

Nell’edizione del 19 maggio il "Grido dell’Istria" titolò a tutta pagina: «Linea Wilson o plebiscito». Due colonne erano dedicate alla mozione del CLN istriano. Nel graffiante articolo di fondo però il riferimento al tema era breve:

 

Si propone il plebiscito. La Russia non lo accetta. Molotov tenta di barattare le aspirazioni sulle colonie italiane con Trieste, ma gli angloamericani si ribellano energicamente. Sembra che Byrnes abbia anche dichiarato di essere disposto a ripiegare sulla linea francese. Dopo lunghe discussioni non si approda a nulla. Tutto rimandato al 15 giugno. In complesso un vero mercato di vacche.

 

Lunedì 20 maggio "L’Arena di Pola" e "La Voce libera" pubblicarono con grande rilievo una mozione unitaria sottoscritta da numerosi soggetti politici, economici, sociali, culturali e sportivi, frutto dell’Assemblea cittadina polese, che chiedeva il plebiscito nell’intera Venezia Giulia previa occupazione fiduciaria inter-alleata e conseguente sgombero delle truppe jugoslave:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, l’Associazione Partigiani Italiani, la Camera Confederale del Lavoro, la Camera di Commercio, l’Unione Industriali, la Lega Nazionale, la Società «Dante Alighieri», la Associazione congiunti dei deportati in Jugoslavia, le associazioni ed enti sportivi, culturali ed assistenziali, il Corpo degli insegnanti delle scuole medie ed elementari, funzionari, impiegati e salariati dello Stato, del Comune e della Provincia, rappresentanti i nove decimi della città di Pola;

rilevato che, secondo notizie non ufficiali di alcune agenzie di informazioni, i ministri degli Esteri degli Stati Uniti d’America e d’Inghilterra avrebbero proposto quale confine italo-jugoslavo il tracciato dettato dal ministro degli Esteri francese, che lascerebbe alla Jugoslavia anche l’Istria occidentale e meridionale, pur unanimemente riconosciuta italiana dalla Commissione interalleata;

protestano di fronte al mondo libero contro la possibilità di un simile turpe mercato che, nel gioco di opposti interessi internazionali, vorrebbe gettare nella schiavitù di un regime straniero totalitario popolazioni civili di nazionalità, di costumi e tradizioni italiane;

riaffermano che non sarà lasciato nulla di intentato pur di giungere al rispetto internazionale di ciò che è il diritto elementare dell’uomo libero quale è quello di vivere nell’ambito del territorio nazionale della Madre Patria;

chiedono ai ministri degli Esteri delle quattro grandi Potenze, in conformità ai principi solennemente proclamati nella Carta Atlantica e ribaditi infinite volte da uomini di Governo delle grandi Nazioni, di poter decidere liberamente del proprio destino mediante un plebiscito attuato secondo i principi del diritto internazionale e garantito da un’occupazione militare interalleata di tutta la Venezia Giulia, comprese naturalmente le isole di Cherso e Lussino.

 

 

A Roma i delegati giuliani trovano un compromesso sul plebiscito

 

Nell’incontro svoltosi la mattina del 20 maggio a Roma tra una delegazione dei CLN della Venezia Giulia e il Comitato Giuliano, Amoroso affermò che, visti i cedimenti anglo-americani, era necessario mutare le basi della difesa portando in campo novità che avrebbero capovolto la situazione, ovvero il plebiscito e, in subordine, lo Stato cuscinetto.

Secondo Attilio Craglietto, rappresentante della DC di Pola, si sarebbe dovuto scegliere il «male minore» e «come estremo tentativo di salvataggio dell’Istria» chiedere il plebiscito, che, qualora libero, avrebbe potuto costituire «una valida arma» giacché parte degli slavi avrebbe votato per l’Italia. Sperava che potesse bastare il plebiscito tra Italia e Jugoslavia, ma, se non fosse ottenibile, piuttosto che l’annessione alla Jugoslavia, era disposto ad accettare lo Stato cuscinetto.

De Berti si dichiarò contrario a entrambe le proposte. La Venezia Giulia infatti faceva parte dell’Italia e sarebbe stato un rinnegare i principi del Risorgimento proporre uno Stato cuscinetto, mentre sarebbe stato un dubitare dell’italianità di quelle terre chiedere un plebiscito. La fedeltà ai principi sarebbe stata l’unico mezzo per salvare la Venezia Giulia. Tuttavia ammise poi che sollecitare un plebiscito entro la linea americana avrebbe significato «mettere in evidenza un mezzo sanzionatorio della nazionalità italiana della regione».

Gratton, del PRI triestino, affermò che, essendo ormai giunti «all’ultima ora», si sarebbe dovuto invocare il plebiscito ed esaminare su quale territorio questo dovesse svolgersi.

Antonio Fonda Savio, presidente del CLN giuliano, auspicò l’amministrazione interinale dell’ONU su tutta l’area contesa.

Fausto Pecorari, consultore nazionale e membro della DC triestina, avrebbe voluto accantonare ambo le proposte per difendere con maggior energia le ragioni minime: linea Morgan a nord e Istria occidentale a sud.

Per Federico Ribi, del CLN di Gorizia, il plebiscito sarebbe potuto servire come arma di difesa.

Il triestino Brunner avrebbe preferito l’accantonamento della questione del confine orientale e l’amministrazione ONU della Venezia Giulia.

Rodolfo Manzin, del PSIUP di Pola, concepiva il plebiscito come seconda ipotesi nel caso si perdessero posizioni.

Secondo Milo di Villagrazia, del Comitato Giuliano, il plebiscito era pericoloso perché i russi (e dunque gli jugoslavi) usavano metodi simili a quelli tedeschi. Si sarebbero dunque dovute chiedere garanzie sicure. Anche lui però, sebbene in subordine alla linea etnica, propose il plebiscito entro la linea Wilson con sgombero delle truppe jugoslave e controllo inter-alleato.

Craglietto, nel caso non fosse stata accolta la linea Wilson, ritenne si dovesse ripiegare sul plebiscito tra la linea russa e la Wilson, da effettuarsi dopo l’evacuazione delle truppe jugoslave e il subentro di truppe appartenenti a Stati non interessati alla contesa.

Pecorari fece presente che le opzioni di un eventuale plebiscito non sarebbero state solo due, cioè Italia o Jugoslavia, ma tre, con l’aggiunta dello Stato cuscinetto. In tal caso buona parte degli slavi e degli italiani avrebbero aderito alla terza alternativa. Pertanto respingeva l’idea stessa del plebiscito.

Riccardo Luzzatto, del PSIUP di Trieste, sostenne che si sarebbe dovuto puntare sull’accantonamento del problema e sull’occupazione inter-alleata per due o tre anni.

Nell’incontro pomeridiano del 20 maggio a Roma il lussignano Gabrio Vidulich-Premuda, del Comitato Giuliano, suggerì di chiedere il plebiscito anche per le zone non visitate dalla Commissione inter-alleata o almeno per Cherso e Lussino.

Pietro Battara, anche lui del Comitato Giuliano, replicò che Byrnes lo aveva proposto, ma che i russi lo pretendevano su tutto il territorio giuliano.

Al termine della discussione, i CLN di Trieste, Gorizia e Pola, scartando lo Stato cuscinetto, votarono all’unanimità il seguente pro-memoria di compromesso, che in terza battuta contemplava il plebiscito tra la linea jugoslava e la linea Wilson "corretta", previa occupazione di forze neutrali e ritorno dei profughi:

 

Per contrastare la minacciata possibilità di un compromesso dei quattro sulla linea francese od oltre, i CLN di Trieste, Pola e Gorizia chiedono:

1) che il Governo italiano collettivamente confermi che l’Italia non consentirà a firmare un Trattato di pace che distacchi o mutili in maniera ingiusta la Venezia Giulia. Mutilazione insopportabile costituirebbe una frontiera che si discosti sostanzialmente dalla linea Wilson. Questa dichiarazione comunicata per vie diplomatiche a tutte le Potenze offrirebbe un appoggio alle Potenze amiche per mantenere la loro difesa. Nel tempo stesso rassicurerebbe le popolazioni giuliane angosciate;

2) che qualora si confermasse la minaccia in questione il Governo italiano faccia il possibile perché venga stabilito un lungo rinvio delle decisioni circa la Venezia Giulia. Dal Trattato di pace con l’Italia verrebbe cioè stralciata la questione della frontiera orientale. Tutta la Venezia Giulia (Zona A e B, Fiume, Zara ed isole) dovrebbe per almeno 5 anni rimanere occupata da una forza internazionale fornita da nazioni non interessate e sotto l’amministrazione fiduciaria dell’ONU. Ciò darebbe tempo agli animi di calmarsi e di studiare una soluzione soddisfacente per tutti e due i popoli;

3) che nel caso in cui la proposta n. 2 non venisse accettata e permanesse la minaccia di gravi compromessi ai nostri danni, il Governo italiano chieda con ogni energia e facendo appello ai principi della Carta Atlantica che siano interrogate le popolazioni giuliane della zona contestata compresa. Tale zona evidentemente è delimitata da un lato dalle pretese italiane e dall’altro da quelle jugoslave.

Il Plebiscito deve avvenire con tutte le garanzie necessarie perché la volontà delle popolazioni possa liberamente esprimersi, vale a dire previa occupazione totale della zona da parte di forze neutrali ed un periodo di tempo sufficiente perché i profughi ritornino e l’ordine venga ristabilito e perché le liste dei votanti possano essere compilate e controllate con tutta precisione.

 

Carlo Franchi (PLI) riferì il 30 maggio al CLN di Pola sull’incontro avuto a Roma con il Comitato Giuliano. In merito al dibattito sul plebiscito disse:

 

Abbiamo presentato il nostro piano; già per la questione del plebiscito abbiamo trovato molta opposizione anche da parte dell’on. De Berti che propugna sempre la difesa della linea Wilson o, in caso d’insuccesso, il ricorso all’ONU ed alle Nazioni dell’America del Sud. Il prof. Gratton sostiene invece che bisogna insistere sul principio etnico, sul plebiscito e, quale ultima risorsa, sullo Stato cuscinetto. Al termine delle discussioni venne deciso di chiedere una udienza al Presidente del Consiglio onde ottenere una precisazione sulla situazione per l’Istria alla conferenza della pace, ed una udienza al Papa; nello stesso tempo il prof. Milo si interessò per una conferenza stampa con i giornalisti stranieri. Come linea di condotta venne deciso di insistere ancora per la linea Wilson, in subordine per il plebiscito, infine per lo Stato cuscinetto. […]

 

 

Il CLN istriano e il CLN di Pola incalzano sul plebiscito

 

Martedì 21 maggio il CLN istriano approvò una mozione che, esprimendo «penosa sorpresa» per il cedimento dei ministri degli esteri americano e britannico sulla linea francese, chiedeva al Governo italiano di battersi per la linea Wilson (con Cherso e Lussino) e, in subordine, per il plebiscito sotto controllo internazionale:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria; […]

rammemora

che l’accordo di Londra dei Ministri delle Potenze vittoriose, mentre principalmente si orientava sul principio della divisione etnica fra italiani e slavi della Venezia Giulia, non trascurava però i criteri di carattere economico e geografico nella fissazione dei confini, talché l’unica possibile e giusta soluzione della vessata questione si riduce nella delimitazione fatta già nel 1919 dal defunto Presidente degli Stati Uniti d’America, Wilson, che fece del continente istriano con le isole di Cherso e di Lussino quella unità inscindibile che esiste da secoli e che data dai tempi di Roma e di Venezia;

ribadisce pertanto la incontrovertibile volontà degli istriani di voler rimanere uniti entro i limiti della linea Wilson, con le isole di Cherso e Lussino nella terra d’Italia, nella quale linea sono pure compresi gli impianti economici, industriali di vitale importanza, quali l’acquedotto, la rete elettrica, la ferrovia e tutte le industrie estrattive, e,

protestando

contro la divisata manifesta violazione dei diritti dei popoli, sanciti dal principio dell’autodecisione e proclamati dalla Carta Atlantica;

delibera

di insistere principalmente per l’applicazione della Linea Wilson riguardo ai confini della provincia, nei quali devono essere comprese anche le isole di Cherso e Lussino, e, in subordine, per la concessione dell’inconcusso diritto al plebiscito, che apparisce il solo mezzo atto a garantire la precisa volontà della popolazione dell’Istria, quando venga esperito sotto controllo internazionale e previo ristabilimento di un ambiente di serenità e in libertà con ogni garanzia per coloro che saranno chiamati ad esercitare il diritto di voto;

chiede

pertanto che il Governo Italiano faccia valere tale volontà degli istriani nel modo più energico presso gli esponenti delle Potenze vittoriose.

 

Tale mozione fu pubblicata in prima pagina sia su "La Voce libera" del 23 maggio sia sul "Grido dell’Istria" del 26 maggio.

Martedì 21 maggio "L’Arena di Pola" uscì con un articolo intitolato «Autodecisione!» che esponeva molto nitidamente le ragioni del plebiscito:

 

Nel settembre dello scorso anno, mentre a Londra si svolgeva la prima conferenza dei Ministri degli Esteri delle grandi Potenze per la redazione dei trattati di pace ed in essa veniva decisa, per la soluzione della questione giuliana, l’adozione del principio etnico, la propaganda filo-slava locale incominciò ad agitarsi perché vedeva dileguarsi le speranze in una soluzione basata "sui diritti dei popoli". I propagandisti della Federativa, pienamente consci che il principio etnico non avrebbe mai sanzionato le aspirazioni imperialistiche della Jugoslavia, si abbarbicarono sul tema della "volontà popolare", che ritenevano allora, chi sa perché, favorevole alla loro tesi.

Si proclamò quindi, e si scrisse anche sui muri, che bisognava rispettare la Carta Atlantica. Mai però – si noti – i progressisti parlarono di plebiscito e ciò perché, evidentemente, essi ritenevano, allora come oggi, dato per acquisito ormai che la "volontà popolare" non poteva essere diversa da quella che era ed è la "loro" volontà.

Noi, per contro, non credemmo mai che l’attuazione di una linea etnica potesse condurre ad una ingiustizia nei nostri confronti, perché eravamo consci dell’obiettività degli alleati, anche perché sapevamo a priori che la Russia, contro ogni evidenza della realtà, avrebbe appoggiato in pieno gli appetiti della sua pupilla.

Così infatti avvenne quando le singole delegazioni della Commissione d’inchiesta presentarono il loro separato rapporto sulla questione giuliana.

Nel corso dei lavori della conferenza di Parigi, Molotov, come è noto, si irrigidì nel proprio punto di vista e tentò addirittura, contro ogni più elementare principio di giustizia umana, di fare baratto della nostra gente. La manovra pare non sia riuscita e la conferenza si è conclusa ancora una volta, specialmente per quanto riguarda il problema giuliano, con un pieno fallimento.

Per il solo fatto però che un tentativo così spudoratamente inumano sia stato fatto e nel timore che gli alleati occidentali vi possano abboccare – sebbene non possiamo credere che la loro buona volontà di conciliazione arrivi sino a tal punto, il che farebbe anche torto alla loro intelligenza – noi ci appelliamo ora, con tutti i mezzi e con tutte le nostre forze, a quello che fu il tanto strombazzato diritto di autodecisione, sancito dalla Carta Atlantica e propagato ai quattro punti cardinali della terra, perché il mondo comprendesse soprattutto che la vittoria contro il nazifascismo significava anche vittoria della forza del diritto e non più del diritto della forza.

Qui oggi gridiamo forte, in faccia a tutti, alleati e federativi compresi, che la nostra sorte deve essere decisa da noi stessi e non deve essere più mercanteggiata in congreghe internazionali che non siano guidate dal buon senso, dalla giustizia e dai principi sanciti da quegli stessi che oggi sembra vogliano metterli al bando. Una turlupinatura simile a danno dei popoli, vinti o vincitori che siano, non potrebbe essere perdonata e porterebbe, o prima o poi, a conseguenze gravi.

Plebiscito! Ecco quello che si deve ottenere qualora ogni tentativo di conciliazione per una giusta soluzione dovesse fallire.

Questo lo chiediamo e lo chiederemo a gran voce e vogliamo che ciò lo sappiano specialmente gli jugoslavi ed i loro propagandisti locali, i quali pare si guardino bene ora dall’invocare il rispetto della Carta Atlantica.

 

Martedì 21 maggio il CLN di Pola decise di inviare al senatore americano Vito Marcantonio, a Fiorello La Guardia e a Generoso Pope, direttore del giornale "Il Progresso Italo-Americano", un telegramma in cui si affermava che i partiti democratici italiani e i rappresentanti della popolazione italiana di Pola, dell’Istria e delle isole del Carnaro, angosciati dal pericolo di un «turpe baratto», chiedevano di insistere presso Byrnes perché quei territori restassero italiani e, subordinatamente, perché si tenesse un plebiscito nell’intera zona contesa previa occupazione alleata.

Visto il piano inclinato su cui la questione giuliana stava scivolando, il 21 maggio l’ambasciata d’Italia in Francia telegrafò a De Gasperi chiedendogli se «di fronte a tale situazione non convenga prepararci a ripiegare su quell’idea di plebiscito che Byrnes ha caldeggiato un momento a Parigi e non sembra aver ancora abbandonata».

Mercoledì 22 maggio "L’Arena di Pola" riferì del discorso radiofonico tenuto da Byrnes la sera precedente in merito ai lavori del CME di Parigi. Sul plebiscito il segretario di Stato aveva detto:

 

La Delegazione americana ha suggerito un plebiscito per la zona della Venezia Giulia, compresa tra la linea di confine proposta dagli Stati Uniti e quella proposta dall’Unione Sovietica, ma la Delegazione sovietica non vuole prendere in considerazione altro che un plebiscito per l’intera zona della Venezia Giulia.

Tutti noi siamo concordi nel ritenere che la Jugoslavia ed i paesi dell’Europa centrale, che per anni hanno dato vita al porto di Trieste, debbano avere libero accesso a Trieste dove vi sarà un porto franco sotto controllo internazionale.

Ma noi non desisteremo dal fare appello ai Governi sovietico e jugoslavo perché non insistano per una linea di confine che violerebbe inutilmente i principi etnici e sarebbe fonte di incomprensioni per l’avvenire.

 

Il 23 maggio l’ambasciatore a Mosca Quaroni riferì a De Gasperi di un sincero colloquio avuto con Semyen Pavlović Koziryev, capo della prima sezione Affari politici europei al Ministero degli Esteri sovietico, nonché consigliere politico ed economico della sua delegazione alla Conferenza della pace. Ne emersero i reali motivi per cui Trieste e tutta la Venezia Giulia sarebbero dovute andare alla Jugoslavia e per cui dunque non si sarebbe potuto lasciare al popolo decidere:

 

Koziryev: «[…] Noi sosteniamo la tesi che Trieste deve andare alla Jugoslavia, unicamente nell’interesse della pace generale e dell’avvenire, sia dell’Italia che della Jugoslavia».

Koziryev: «[…] Trieste fa parte integrante della Venezia Giulia. Gli jugoslavi hanno bisogno di un porto, e quindi si deve dare loro Trieste».

Io: «Hanno Fiume: è più che sufficiente».

Koziryev: «No, Trieste è un’altra cosa. E poi vi dirò in confidenza che non vogliamo darvi Trieste anche per ragioni di sicurezza per l’avvenire, perché, per voi, tale città è un porto militare».

Io: «Ma Koziryev, spiegatevi, dite, cosa volete intendere con queste parole?».

Koziryev: «Ve lo dico francamente. Evitare un attacco italiano contro gli jugoslavi!».

[…] La verità è che Mosca vuole assicurarsi un nuovo porto in Adriatico e un’ottima attrezzatura di cantieri navali per sviluppare l’industria delle costruzioni navali che è quella che finora ha avuto minore impulso in U.R.S.S., anche perché è di quelle industrie in cui non basta costruire un’enorme fabbrica e installarvi delle grandiose macchine ultra-moderne, perché la produzione vada, ma è indispensabile avere anche a disposizione una maestranza specializzata, che non s’improvvisa con un articolo inserito in un… piano quinquennale o decennale!

 

Il 24 maggio, durante la manifestazione tenutasi a Milano in piazza Duomo per celebrare l’entrata italiana in guerra nel 1915, alla presenza – si disse – di oltre 35.000 persone, il presidente del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara Lino Drabeni, esule zaratino, si richiamò nel suo discorso al principio di autodecisione dicendo: «In nome di quelle libertà, sancite pure dalla Carta Atlantica, per cui i popoli possono esprimere la loro volontà, noi, Giuliani e Zaratini, riaffermiamo il nostro attaccamento all’Italia che continueremo ad amare qualunque sia la sorte che ci sarà imposta».

Di converso, almeno in base a quanto riferì giovedì 30 maggio "L’Arena di Pola", i discorsi di sostegno alla causa giuliana tenuti nell’ultima decade del mese dal prof. Grego a Roma, dal prof. Miglia a Torino e in altri centri del Piemonte, dal prof. Cattonaro nel Piemonte, dal candidato socialista Franco Decleva a Milano e da un altro candidato socialista, Giuseppe Giacomazzi, alla Spezia e a Carrara non invocarono il plebiscito.

Il 30 maggio l’avvocato Fabio Grisetti, componente del CLN istriano, sostenne che la carta del plebiscito andava giocata fino in fondo non quale mero strumento di agitazione propagandistica, come lo giudicavano alcuni esponenti ciellenisti triestini, ma mirando al suo effettivo ottenimento:

 

In tal senso andrà sviluppata l’opera di persuasione, anche se il presidente del consiglio non ha accettato di sostenere la proposta. Ho la persuasione che la proposta non potrà essere rigettata, perché l’autodecisione dei popoli è uno dei punti cardine della Carta Atlantica e della collaborazione internazionale, ma penso che il Governo abbia in animo di sistemare prima l’Alto Adige.

 

Anche i repubblicani polesi presero nettamente posizione a favore del plebiscito. Sabato 1° giugno "L’Arena di Pola" pubblicò una loro lettera aperta al presidente del Consiglio che affermava «la indiscutibile italianità di Pola, dell’Istria e di tutta la zona, contesa da mani rapaci, in contrasto con i principi sanciti dalla Carta Atlantica che affermano quello essenziale dell’autodecisione dei Popoli, principio sostenuto da tutti gl’italiani degni di questo nome, che lo reclamano a gran voce, e proposto dall’America nell’ultima inconcludente riunione di Parigi».

Domenica 2 giugno, giorno del referendum istituzionale, "L’Arena di Pola" diede notizia di grandi manifestazioni di solidarietà con gli istriani svoltesi a Torino, Roma, Genova e Livorno nei giorni precedenti. I professori Miglia e Bonfantini davanti a 10.000 operai della FIAT di Torino e il prof. Grego a Roma e il socialista Giacomazzi a Genova, Livorno e in altre località della provincia avrebbero perorato i diritti dei giuliani senza propugnare il plebiscito, il che suona alquanto sorprendente.

Il 4 giugno Ernest Bevin riferì alla Camera dei Comuni di aver accettato insieme al suo omologo americano Byrnes la linea francese e l’internazionalizzazione del porto di Trieste indipendentemente dallo Stato cui la città sarebbe stata assegnata. Ciò parve prefigurare cedimenti sull’Istria sud-occidentale. Il CLN di Pola reagì inviando telegrammi pro plebiscito sia a De Gasperi sia ai ministri degli esteri delle tre grandi Potenze occidentali, che "L’Arena di Pola" riportò domenica 9 giugno:

 

Presidente Consiglio Ministri

Roma

Imminenza convocazione Ministri Esteri Parigi istriani respingono turpe baratto linea francese che sacrificherebbe parte Istria più compattamente italiana et esigono indizione plebiscito con garanzie internazionali certi risultato favorevole. Nostra domanda pienamente giustificata principi Carta Atlantica.

Comitato Liberazione Nazionale Pola

 

Segretario Esteri Stati Uniti

Byrnes

Washington

Angosciate pericolo soluzione problema giuliano secondo linea francese contrastante risultato commissione inchiesta internazionale popolazioni Pola Istria meridionale et isole Cherso-Lussino domandano rispetto diritto autodecisione popoli. Solo libero plebiscito garantirebbe soluzione di giustizia. Da libero popolo americano istriani attendono fiduciosi appoggio et difesa loro sacrosanti diritti.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Ministro Esteri Britannico

Ernest Bevin

Foreign Office - Londra

Popolazione Pola et Istria meridionale riconosciute italiane da Commissione inchiesta alleata invocano plebiscito salvaguardia principi etnici fissati Conferenza Londra.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Ministro Esteri Bidault

Quay d’Orsay - Parigi

Pola et Istria meridionale sono parte più compattamente italiana Venezia Giulia et chiedono plebiscito basato principi Carta Atlantica.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Il plebiscito sembrò dunque al CLN di Pola come l’ultima spiaggia per far applicare quel principio etnico prima proclamato dai Grandi a Londra e poi negato a Parigi. Lunedì 10 giugno "La Voce libera" pubblicò il testo dei telegrammi in forma estesa e rese noto che una delegazione polese era partita per Parigi onde illustrare «ai sostituti, ai circoli politici e diplomatici francesi e alla stampa la ferma volontà della italianissima popolazione di Pola, dell’Istria meridionale e occidentale di non essere disgiunta dalla madre patria».

La notizia della vittoria della Repubblica nel referendum istituzionale suscitò sincero entusiasmo fra i partiti democratici polesi, speranzosi che la nuova Italia, prese le distanze dai Savoia oltre che dal fascismo, avrebbe ora potuto con maggiore credibilità e prestigio propugnare anche per i giuliani il ricorso alla democrazia diretta. Lunedì 10 giugno venne emesso il seguente proclama:

 

Cittadini!

Il popolo italiano ha ricuperato la sovranità, che una fazione, complice un re spergiuro, gli aveva rapita!

L’Italia s’è costituita in Repubblica, attuando così il sogno di Giuseppe Mazzini, di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Garibaldi, di Guglielmo Oberdan, di Giacomo Matteotti e di tanti altri italiani che per la Repubblica affrontarono carceri e supplizi.

Ogni cittadino è ormai detentore della sovranità, ogni cittadino deve sentire l’orgoglio di partecipare al governo mediante i suoi rappresentanti liberamente eletti. A noi italiani dell’Istria quest’onore è stato negato, per la tragica congiuntura in cui tutta la Venezia Giulia è venuta a trovarsi, ma se il diritto d’autodecisione dei popoli, se il diritto di libertà sono stati rivendicati dalle nazioni democratiche contro la tirannide, se questi diritti non sono diventate vane parole, noi entreremo a far parte della Repubblica italiana, alla quale daremo il meglio delle nostre forze, perché si sviluppi libera e rispettata e s’assida da eguale tra le libere nazioni del mondo.

Pola li 10 giugno 1946

Partito Repubblicano Italiano

Partito della Democrazia Cristiana

Partito Socialista Italiano

Partito d’Azione

Partito Liberale Italiano

 

Martedì 11 giugno "L’Arena di Pola" tornò a parlare con ottimistica fiducia di Carta Atlantica e plebiscito:

 

[…] Onestamente non si possono praticare favoritismi a pro di questo o di quello Stato, senza offendere la Carta Atlantica, dalla quale soltanto deve scaturire ogni decisione politica, e non dall’arbitrio di chicchessia, se si vogliono evitare gli errori del passato. […]

Già l’America aveva suggerito, per uscire dal ginepraio, la via del plebiscito; benché nulla si possa azzardare in proposito, è molto probabile che questa sarà la linea della nuova condotta nella prossima Conferenza di Parigi.

 

Mercoledì 12 giugno si tenne a Pola in piazza Foro una grande manifestazione gioiosa per festeggiare la Repubblica. Dal palco parlarono i rappresentanti dei vari partiti del CLN. Dopo il discorso del repubblicano Dessanti e mentre la banda intonava nuovamente l’inno di Mameli, si levò ripetutamente dalla folla l’altissimo grido «Plebiscito!». Seguì un festoso corteo per le strade cittadine. La sera stessa il CLN cittadino inviò telegrammi ai ministri degli esteri dei Quattro Grandi, a De Gasperi e alla Società dei Diritti dell’Uomo di Parigi, sostenendo che la maggioranza dei polesani desiderava ardentemente esprimere tramite un plebiscito la propria intenzione di rimanere unita alla nuova Italia repubblicana e di non essere invece «venduta a nazione straniera»:

 

Pola, li 12 giugno 1946

Conferenza quattro Ministri

Parigi - Palazzo del Lussemburgo

Popolazione Pola esultante nel Foro Romano avvento Repubblica italiana invoca plebiscito che le permetta rimanere unita Madre Patria Italia e non essere venduta a nazione straniera.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Pola, li 12 giugno 1946

Presidente Consiglio Ministri Alcide De Gasperi

Roma

Pola sempre fedele Madre Patria ha solennizzato avvento Repubblica con imponente manifestazione di popolo al Foro Romano e per le vie della città invocando Italia ed esigenze plebiscito. PreghiamoLa accogliere questa invocazione e trasmettere ferma volontà popolo di Pola conferenza quattro Ministri Parigi.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Pola, li 12 giugno 1946

Società Diritti dell’Uomo

Parigi

Popolazione Pola italiana chiede Vostro intervento presso Conferenza Ministri Esteri per ottenere plebiscito a tutela diritti elementari dell’uomo in nome giustizia e libertà. Popolazione vuole rimanere unita Madre Patria Italia e non essere venduta a nazione straniera.

COMITATO LIBERAZIONE NAZIONALE POLA

 

Sempre il 12 giugno, una grande folla inneggiante alla Repubblica e all’occupazione alleata della Zona B si radunò in piazza Unità a Trieste, dove il colonnello Antonio Fonda Savio lesse un telegramma con cui il CLN triestino chiedeva a Byrnes e Bevin l’adozione della linea Wilson, senza parlare di plebiscito.

 

 

«In Istria un plebiscito darebbe all’Italia il 70,6% dei voti»

 

Sabato 15 giugno il CLN per l’Istria inviò a De Gasperi, che nell’incontro romano del 17 maggio aveva chiesto di avere per iscritto uno scenario dei possibili risultati di un plebiscito, una lettera con allegato un cartogramma e un istogramma dove sosteneva, esponendo dati presuntivi comune per comune, che nell’Istria centro-occidentale (enclave di Pola esclusa) si sarebbe espresso per l’Italia il 70,6% dei votanti, mentre per la Jugoslavia solo il 28,6%. Secondo il CLN istriano, l’esito sarebbe stato uno smacco per i comunisti jugoslavi, la smentita popolare di tutti i loro proclami e un trionfo per l’Italia. Questo il contenuto integrale della lettera:

 

Signor Presidente,

i Comitati di Liberazione Nazionale clandestini dei comuni di Capodistria, per sé e per quelli facenti parte del suo mandamento (Villa Decani, Maresego, Monte di Capodistria), Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, per sé e per Gimino, Valle e Canfanaro (costieri), Pinguente, per sé e per Rozzo e Lanischie, Pisino, Montona (nell’interno), Cherso, per sé e Ossero, Lussimpiccolo, per sé, Neresine e Lussingrande (isole del Quarnero), che agiscono nelle loro sedi in stretto collegamento con i loro fiduciari distaccati a Trieste, adempiendo alle richieste della S.V. in occasione di una loro visita, presentano i dati di previsione sull’inconcusso diritto al plebiscito, che dovrebbe essere il solo mezzo atto a garantire la precisa volontà della popolazione dell’Istria, e confidano che il Governo Italiano, ove non venisse applicata al riguardo la «linea Wilson», farà valere la volontà degli istriani nel modo più energico presso gli esponenti delle Potenze vittoriose.

I dati di previsione che qui vengono presentati si fondano:

a) in ordine alla composizione etnica dell’Istria su dati accertati nei censimenti (anni 1910 e 1921);

b) sulle informazioni che si sono potute raccogliere dal vivo desiderio delle popolazioni italiana e slava, che a mezzo delle persone più in vista nelle varie località assunte dai C.L.N. Clandestini sul posto non hanno celato il loro sentimento;

c) sull’esito della petizione promossa dalle autorità di occupazione durante l’altro inverno che è pronta e che è stata presentata alla Conferenza della Pace;

d) sulla partecipazione e l’interessamento delle popolazioni in occasione di quelle elezioni amministrative «sui generis» fatte nel territorio istriano durante l’ultimo inverno;

e) sulla renitenza palese di tutta la popolazione all’introduzione di nuovi metodi di reggimento statale, politico, amministrativo e morale;

f) sul carattere della popolazione italiana e slava, sui suoi usi, costumi e civiltà.

Tutto ciò che è stato raccolto si riferisce ai Comuni che agiscono presso il C.L.N. Istriano Clandestino, che hanno la loro sede a Trieste.

 

Considerazione sui dati.

Il numero degli elettori indicato dai vari C.L.N. clandestini risulta in complesso esagerato, perché la loro percentuale rispetto alla popolazione è di 69, mentre in base al censimento dell’anno 1936 gli abitanti di 18 anni e più formano il 63,2% della popolazione residente nella Provincia dell’Istria.

Questa circostanza però non influisce sulla percentuale degli elettori pro Italia e pro Jugoslavia, dato che l’errore per eccesso è pressappoco eguale in via relativa per tutti i Comuni considerati, però deve essere presa in considerazione qualora si volesse sommare i risultati di questo complesso di Comuni con quelli dei rimanenti Comuni della Provincia o della Regione.

È impossibile valutare l’attendibilità dei dati dei Comuni, data la situazione, e comunque si deve tener conto delle possibilità che l’opinione degli elettori vari notevolmente fino all’epoca in cui dovrebbe essere fatto il plebiscito.

La percentuale degli elettori pro Italia sarebbe per il complesso dei Comuni considerati del 70,6%.

Essa è stata ottenuta con criteri superprudenziali e quindi ci dà oggi affidamento che l’esito del plebiscito nel complesso dei Comuni di Villa Decani, Erpelle, Maresego e Monte, nonché quello di Isola, bassa rispetto al suo carattere prettamente italiano, si spiega col fatto che la popolazione di questi Comuni è in gran parte operaia e sottoposta ad una speciale propaganda e vigilanza, data la loro vicinanza a Trieste.

 

Considerazioni sull’epoca in cui si dovrebbe tenere il plebiscito.

È ovvio che il plebiscito si potrà fare soltanto quando la situazione della Regione sarà stata normalizzata. Si ritiene però che non sarebbe consigliabile di rinviare troppo la data del plebiscito per ragioni psicologiche. Invero il ricordo del malgoverno iugoslavo andrebbe attenuandosi e quindi molti votanti pro Italia potrebbero cambiare opinione, anche perché, qualunque sia l’autorità che amministrerà la Regione fino al plebiscito, tutti gli strati della popolazione non potranno venire accontentati e quindi si formeranno inevitabilmente gruppi di malcontenti.

Fattore essenziale per l’esito a noi favorevole del plebiscito sarebbero le dichiarazioni solenni ed impegnative del Governo della Repubblica Italiana di concedere a queste terre ampia autonomia, riconoscimento della parità dei diritti degli allogeni (lingua, scuole e cultura) e particolari agevolazioni tributarie, nonché un vasto programma di lavori pubblici di valorizzazione economica della Regione con particolare riguardo all’agricoltura, la promulgazione di una legge sulla riforma agraria che assicuri agli agricoltori la proprietà di fondi da essi lavorati.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Istriano

 

Secondo il CLN istriano, i fautori dell’Italia avrebbero prevalso in 28 comuni della provincia. Per l’Italia si sarebbero espresse nettamente anche aree a popolazione mista come Cherso e Lussino, tanto che il miglior risultato si sarebbe avuto proprio a Neresine (91%), dove l’italianità era un fenomeno culturale, una scelta di civiltà. Sarebbero seguite con il 90% Buie, Cittanova, Lussinpiccolo e Rovigno, con l’88% Capodistria, con l’85% Montona e Verteneglio, con l’84% Umago, con l’82% Visinada, con l’80% Pirano, Pisino e Valle, con il 77% Cherso, con il 75% Grisignana, Orsera e Ossero, con il 74% Portole, con il 73% Visignano, con il 72% Isola, con il 71% Lussingrande, con il 70% Parenzo e Canfanaro, con il 65% Sanvincenti, con il 62% Gimino e Rozzo e con il 60% Antignana.

La Jugoslavia avrebbe vinto solo in sei comuni: con ampio margine a Erpelle (90%), Villa Decani (90%), Maresego (76%) e Monte di Capodistria (76%), ma con margine risicatissimo a Lanischie (51%) e Pinguente (53%). In sostanza i filo-jugoslavi si sarebbero affermati in modo schiacciante solo nelle aree a più forte presenza slovena, non in quelle a maggioranza croata come Antignana (40%), Canfanaro (30%), Gimino (38%), Pisino (20%), Sanvincenti (35%) e Rozzo (38%), a dimostrazione della maggiore osmosi ivi esistente fra croati e italiani.

Pola non venne conteggiata perché, facendo parte della Zona A, esulava dalle competenze del CLN dell’Istria. Dall’elenco mancavano inoltre i comuni di Albona, Barbana, Bogliuno, Dignano, Fianona, Pedena e Valdarsa, tutti (salvo Dignano) a maggioranza croata, e le frazioni del Comune di Pola rientranti nella Zona B, come Altura, Fasana, Gallesano, Lavarigo, Lisignano, Medolino, Monticchio, Peroi, Pomer, Promontore e Sissano.

Testimoniò alcuni anni dopo Pasquale De Simone:

 

[…] la stragrande maggioranza della popolazione istriana era contro l’ormai esperimentato regime titino. L’occupazione jugoslava in questo senso aveva lavorato per noi in tutta l’Istria, contro tutte le apparenze delle manifestazioni comandate. Ma per rendersene conto era necessaria una presa di contatto diretta, altrimenti, com’è avvenuto, era fatale la sopravvalutazione dei rischi connessi allo svolgimento d’un plebiscito.

 

 

«O autodeterminazione o Anschluß»

 

Sabato 15 giugno ripresero a Parigi i lavori del CME interrottisi un mese prima. Domenica 16 giugno, nel primo anniversario dell’entrata degli alleati a Pola, "L’Arena" tornò sul diritto di autodeterminazione:

 

[…] Per quello che più ci sta a cuore – la sorte della nostra terra – siamo convinti che nulla di buono potrà essere deciso se inascoltate rimarranno le voci della nostra gente che già da un anno chiede giustizia, che già da un anno invoca l’applicazione leale dei principi sanciti dalla Carta Atlantica, e grida in faccia al mondo il suo diritto a non essere soffocata dall’ingordigia di un paese che specula indegnamente sui motivi ideali di una lotta per ingrandire il proprio territorio. […]

Ora gli uomini responsabili a cui spetta il compito di trattare e risolvere i più gravi problemi europei del dopo guerra si trovano di fronte a questa alternativa: o accettare e sanzionare un nuovo "anschluss" peggiore del primo, riconoscendo così il diritto di sopravvivenza d’una politica di espansionismo, e di violenza sotto altra etichetta, o lasciare che i popoli interessati esprimano la loro libera volontà, e decidere così secondo giustizia, senza preoccupazioni di altro genere, senza falsi compromessi, o delittuose concessioni alla prepotenza d’uno Stato.

 

Il 16 giugno 1946 il "Grido dell’Istria" pubblicò in prima pagina un "avvertimento" scritto a caratteri cubitali:

 

AI QUATTRO DI PARIGI:

Finora avete calpestato ogni principio di giustizia; avete trascurato la soluzione più equa (linea Wilson); avete rifiutato le oneste e oggettive conclusioni della Commissione di esperti; avete proposto assurdi tagli dell’Istria che significano morte e rovina per centinaia di migliaia di italiani. Sarebbe cinismo il rifiutare anche il diritto al PLEBISCITO da voi tante volte sbandierato!

 

Mercoledì 19 giugno 1946 "L’Arena di Pola" pubblicò con grande risalto la risposta positiva della segreteria nazionale della CGIL alla lettera che la Camera Confederale del Lavoro di Pola le aveva inviato offrendo e chiedendo solidarietà nazionale, con particolare riguardo alla difesa dell’italianità dell’Istria e al plebiscito. Si consideri che allora la CGIL era un sindacato unitario comprendente comunisti, democristiani, socialisti e laici. L’articolo era intitolato: «Tutti i lavoratori d’Italia solidali coi fratelli istriani – Tutte le soluzioni delle controversie territoriali devono essere raggiunte mediante l’applicazione del principio dell’auto-decisione dei popoli». Questo il testo della lettera:

 

Ci riferiamo alla vostra lettera del 16 maggio c. a., n. 1373. La relazione da voi stesa e i punti di vista in essa manifestati hanno suscitato il massimo interesse e hanno trovato rispondenza nel nostro animo unito a voi nella comune sollecitudine di vedere una pronta resurrezione del nostro Paese.

Non rientra nelle competenze di questa Confederazione svolgere una qualsiasi azione concreta per la soluzione di problemi che, come quello da voi prospettato, attengono strettamente agli organi di carattere politico. Tuttavia il pensiero che questa Segreteria Confederale ha già opportunamente espresso al riguardo è che tutte le soluzioni delle controversie territoriali devono essere raggiunte mediante l’applicazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli e non mancheranno l’occasione di ribadire questo nostro principio laddove la nostra voce possa ottenere ascolto.

Mentre vi ringraziamo per i sentimenti di solidarietà nazionale da voi espressi e che vivamente condividiamo, esprimiamo a voi e a noi l’augurio che, se sarà data alla popolazione di Pola e a quella della Regione Giuliana la possibilità di esprimere democraticamente il proprio volere, il risultato di tali suffragi corrisponda ai vostri voti e ai vostri sentimenti.

Vi assicuriamo che tutti i lavoratori italiani condividono questo nostro pensiero e attendono con voi la migliore soluzione di questo angoscioso problema, nella speranza che in essa i popoli ritrovino le basi dell’amicizia e della solidarietà.

Vogliate gradire i nostri fraterni saluti.

LA SEGRETERIA: Baldelli - Lizzadri - Di Vittorio

 

"L’Arena di Pola" commentò:

 

Questa significativa lettera non può che smentire, una volta di più, le infami insinuazioni della propaganda titina, secondo le quali soltanto una ristretta cricca di "imperialisti e neo-fascisti" vorrebbe il ritorno all’Italia di queste nostre terre.

I rappresentanti sindacali dei tre partiti di massa hanno voluto esprimere il pensiero di tutti i lavoratori italiani sul problema istriano, affermando la necessità del plebiscito e la certezza che esso non potrebbe che confermare l’indiscussa italianità della regione contesa. […]

 

Lo stesso 19 giugno "L’Arena di Pola" pubblicò un articolo dal titolo «Diritto di autodecisione», che auspicava un plebiscito per aree omogenee al fine di poter tracciare l’esatta linea etnica:

 

[…] Ammesso che non è lecito né giusto giuocare con la vita di centinaia di migliaia di esseri umani senza commettere grave atto d’ingiustizia, ne consegue che, ai fini della pacificazione internazionale del settore in questione, deve essere data facoltà a tutti i suoi abitanti di esprimere liberamente la loro volontà. E ciò non con un plebiscito con voto di maggioranza per annettere il tutto all’una o all’altra delle due parti in contesa, ma per prendere atto della volontà del popolo in causa per darsi alla delimitazione del confine etnico che solo se tracciato così darà garanzia di giustizia e stabilità in questo settore. Lo scambio di popolazione eventualmente completerà poi quello che per intero non potrà fare la linea etnica per quanto fedelmente tracciata.

Non può esserci negato il plebiscito a noi senza infirmare i princìpi per i quali le grandi potenze democratiche sono scese in guerra. […]

Ai "Grandi" o ai loro sostituti il compito di risolvere il problema. Prima di sancirne la soluzione non deve però essere negato a noi il diritto di esprimerci in proposito.

Non si può degnamente decidere di noi senza averci prima ascoltati.

Più che dagli estranei che fino a ieri non sapevano neanche della nostra esistenza, è da noi che deve essere forgiato il nostro destino. Ostinarsi nel non volerci accordare questo nostro sacrosanto diritto sarebbe un voler seminare la guerra in un terreno fertilissimo. […]

Prima di essere giudicati, noi istriani vogliamo essere ascoltati: è questo un nostro diritto. Ché contro il volere e l’interesse del popolo non vi possono sussistere validità di altri argomenti.

A.G.

 

Giovedì 20 giugno si svolse a Pola un’imponente processione del Corpus Domini che il giorno successivo "L’Arena" definì «un plebiscito di fede cristiana». Infatti, vista la natura atea e anti-cattolica (specie contro i sacerdoti italiani) del regime titoista da un lato e i crescenti legami tra Repubblica Italiana e Santa Sede dell’altro, tale pubblica espressione religiosa corrispose di fatto anche a un plebiscito politico pro Italia.

Sabato 22 giugno il quotidiano polese riassunse in un titolone di prima pagina un concetto fortemente democratico che superava la "mistica" della linea Wilson: «A Parigi si giuoca ancora sulla sorte degli istriani – Una sola linea chiediamo: quella che sorgerà da un plebiscito!». Non si trattava più dunque di avvalorare la bontà di una determinata linea rispetto ad un’altra, ma di sottolineare che solo i giuliani, non altri, avrebbero avuto il diritto di stabilirla tramite un libero voto: una vera e propria rivoluzione concettuale. Lo stesso giorno un riquadro su "L’Arena" riferiva la notizia che «I socialisti italiani difendono l’italianità di Pola – "Cadere in mano alla Jugoslavia significa scomparire"». Di seguito veniva pubblicato un articolo apparso con grande rilievo sul quotidiano socialista di Torino "Sempre Avanti!", diretto da Umberto Calosso. Ne riportiamo il passaggio attinente il plebiscito:

 

Il grido di Pola e dell’Istria per un plebiscito rivela la situazione di quella martirizzata parte d’Italia. […] Il plebiscito è l’ultima possibilità, l’ultima barriera che sta fra gli italiani dell’Istria e l’abbandono all’imperialismo jugoslavo. Cadere in mano alla Jugoslavia significa scomparire, come rivelano le deportazioni di 7 milioni di abitanti d’ogni classe, in gran maggioranza operai e contadini, che stanno avvenendo nei paesi caduti sotto la Polonia e la Cecoslovacchia. […]

 

 

De Gasperi: plebiscito sì, ma solo dopo lunga occupazione alleata

 

Resisi amaramente conto che il Comitato Giuliano di Roma seguiva una linea tutt’altro che coincidente con la loro, il CLN e l’Assemblea cittadina di Pola decisero di inviare nella capitale, a proprie spese, una delegazione permanente per sensibilizzare Governo, partiti e personalità influenti. Tale iniziativa autonoma spiazzò il Comitato irritando in particolare il suo presidente Antonio De Berti, che si sentì scavalcato e sfiduciato quale unico alto rappresentante dei giuliani nella capitale. Venerdì 19 giugno Enzo Bartoli (DC), Rodolfo Manzin (PSIUP) e un rappresentante del CLN clandestino di Parenzo (l’«ex partigiano Moratto») incontrarono a Roma Alcide De Gasperi, allora capo provvisorio dello Stato (il 13 giugno Umberto II era partito per l’esilio), presidente del Consiglio e ministro degli esteri. Riferirono Bartoli e Manzin al CLN di Pola il 21 giugno:

 

Nella prima fase del colloquio, De Gasperi si dimostrò decisamente contrario alla nostra tesi sul plebiscito, accampando le note ragioni relative al precedente per l’Alto Adige e manifestando forti dubbi sull’esito del plebiscito stesso. Controbattemmo con decisione le argomentazioni di De Gasperi, osservando che: 1) Nello stesso Alto Adige anni fa molti allogeni altoatesini optarono per l’Italia. 2) La situazione per Pola e per l’Istria, secondo le ultime notizie giunte da Parigi, è talmente compromessa che giustifica il ricorso al plebiscito, anche se aleatorio. 3) D’altra parte, secondo le informazioni da noi assunte in Istria, si poteva nutrire fiducia in un esito favorevole della consultazione popolare. 4) Infine, genericamente, abbiamo fatto presente al Presidente la situazione particolare nostra e la circostanza che la nostra popolazione in massa ha ripetutamente manifestato tale volontà, per cui non era lecito a nessuno di ignorare tale diritto.

 

In appoggio a tale richiesta, Bartoli e Manzin consegnarono a De Gasperi una mozione sottoscritta dal CLN di Pola che «valse (con l’avallo di firme e timbri) a convincere il Presidente che la richiesta era veramente l’espressione della volontà popolare». Aggiunsero i due delegati:

 

Dopo il lungo dibattito De Gasperi ha acceduto alla nostra richiesta, ordinando in nostra presenza al suo Capo di Gabinetto di trasmettere immediatamente alla nostra rappresentanza ufficiale a Parigi la nostra richiesta perché venisse presentata per via diplomatica ai quattro Ministri degli Esteri.

 

In realtà la linea da seguire, che il 20 giugno De Gasperi comunicò a Parigi all’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna, contemplava il plebiscito solo come ipotesi estrema e comunque in tempi successivi:

 

Da molte ed autorevoli parti mi fanno pressione perché, in caso di necessità, si proponga o si accetti da parte nostra plebiscito per città costa istriana e specie per Pola.

Ella sa per quali ragioni siamo in principio contrari ai plebisciti. Ella sa altresì quale sia la nostra tesi per la frontiera orientale. Se non fosse cioè possibile giungere a una sollecita soluzione ragionevole, preferiremmo alla soluzione Stato libero, cui siamo decisamente avversi per le ragioni che le sono note, un periodo di occupazione alleata prolungata.

Ora io credo che la questione di un eventuale plebiscito, limitato s’intende alle popolazioni istriane contese, potrebbe forse essere inserita, come ultima ratio, alla fine di quest’ultimo periodo di occupazione. È da sperare che saranno allora definitivamente conchiuse le questioni relative alle altre frontiere, e cioè definitivamente allontanati gli evidenti pericoli che l’applicazione di quel principio potrebbe colà suscitare. È da sperare altresì che, sopite le passioni, sia allora possibile quella consultazione popolare che oggi sarebbe inficiata alla base dalla violenza e dagli arbitri jugoslavi.

 

De Gasperi, il quale pure aveva voluto il referendum monarchia-repubblica per i cittadini italiani (salvo i giuliani, i trentini e gli alto-atesini), era dunque ostile al plebiscito per i giuliani e gli alto-atesini, come se il principio della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli non fosse lo stesso in ambo i casi. È peraltro vero che non volle sottoporre al giudizio degli elettori la Costituzione votata dall’Assemblea Costituente ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948: dunque anche in tal caso dimostrò diffidenza verso la democrazia diretta.

Dopo l’incontro con De Gasperi, i delegati permanenti del CLN polese a Roma continuarono la loro intensa attività «alla ricerca – sottolineò nel 1962 Pasquale De Simone – del maggior numero possibile di contatti politici onde mettere a fuoco il problema del plebiscito che per troppo tempo i rappresentanti giuliani nella capitale avevano trascurato, ottimisticamente persuasi che dalla conferenza della pace, nonostante tutto, sarebbe venuta una soluzione integrata, ma comunque accettabile».

Martedì 25 giugno "La Voce libera" pubblicò un telegramma della Federazione giuliana del Partito d’Azione che, nel rispetto delle promesse fatte dai Grandi, chiedeva la linea Wilson e, in caso di mancato accordo, il plebiscito previa occupazione dell’area posta tra la linea sovietica e la linea Wilson:

 

[…] il Partito d’Azione della Venezia Giulia, memore delle promesse più volte fatte al popolo italiano dagli Alleati, delle dichiarazioni solenni della Carta Atlantica, dei principi politici proclamati dal grande Presidente Wilson, delle impegnative affermazioni fatte durante e dopo la guerra dal Maresciallo Stalin per l’indipendenza sovrana dei popoli e per il rispetto della loro libera volontà; […]

dichiara solennemente che la sola soluzione accettabile e rispondente ai criteri della giustizia fra i popoli è quella della Linea Wilson, della creazione del Libero Stato fiumano, dell’autonomia politica per Zara sotto il controllo internazionale dell’O.N.U., del rispetto assoluto e sostanzialmente garantito con reciprocità di accordi delle minoranze sia italiane che slave che rimarranno al di qua e al di là della linea confinaria. Qualora tale soluzione si renda estremamente difficile per l’accentuarsi del disaccordo tra le grandi Potenze, il Partito d’Azione della Venezia Giulia chiede che si addivenga finalmente con sincerità di propositi all’applicazione del principio di autodecisione dei popoli, attraverso il plebiscito di tutta la zona compresa tra la Wilson e la linea russa, previa occupazione alleata del territorio in questione. Solo così le grandi Potenze potranno confermare al mondo che i principi universali per i quali s’è combattuta questa guerra e per i quali sono caduti anche 170mila patrioti italiani non sono morti e che di conseguenza l’Italia non può essere trattata alla stessa stregua della Germania di Hitler e di Dönitz.

 

Il 25 giugno, dopo la seduta inaugurale della Costituente, Bartoli e Manzin si intrattennero a Montecitorio con De Gasperi, il quale confermò che la loro richiesta di plebiscito «era arrivata a Parigi», dove veniva «proposta con le opportune cautele di tattica diplomatica». Quelle cautele assai accentuate che conosciamo.

La sera di mercoledì 26 giugno a Roma, in una seduta congiunta, il CLN della Venezia Giulia, il Comitato Giuliano e la Federazione giuliana dell’Associazione Partigiani Italiani approvarono un documento unitario destinato a De Gasperi favorevole al plebiscito sia pure come ipotesi subordinata:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia, riunitosi in seduta plenaria straordinaria il 26 c.m. con l’adesione del Comitato Giuliano di Roma e dell’Associazione Partigiani Italiani della Venezia Giulia, ha deliberato all’unanimità quanto segue:

1) di raccomandare al Governo di mantenere la linea di condotta più volte affermata di non firmare una pace che mutili la Nazione delle città italianissime della Venezia Giulia;

2) di consigliare al Governo, considerato il precipitare degli avvenimenti come appare dalle notizie che provengono da Parigi, di chiedere, nel contempo e nei modi più opportuni, il plebiscito su tutta la regione costiera, previa occupazione della stessa da parte di Potenze neutrali.

 

Il testo fu firmato da Amoroso, Bartoli, Cadorini, Coceanis, Culot, De Berti, Giuricin, Manzin, Miglia, Mislei, Paladin, Papetti, Riccieri e Tacconi. Bartoli e Manzin resero noto al CLN di Pola che «al Comitato Giuliano dopo lunga discussione finalmente anche triestini e goriziani aderirono alla nostra tesi del plebiscito per modo che oggi stesso verrà presentata al Governo una mozione consimile alla nostra, in cui tutti i giuliani si dichiarano per il plebiscito». Affermò Rodolfo Manzin in uno sconsolante messaggio del 27 giugno al CLN di Pola: «Da Trieste e Gorizia c’è poco da attendersi, bisogna fare tutto da soli».

Anche il rovignese Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, era per il plebiscito e a tal fine si stava attivando in modo riservato. Scrissero Bartoli e Manzin il 25 giugno: «preghiamo di tenere segreta questa notizia per desiderio del Vescovo: anche mons. Santin è sulla nostra linea di condotta e già un mese fa richiese il plebiscito in una lettera a De Gasperi, col quale si incontrerà oggi».

 

 

Pola sciopera in massa per il plebiscito

 

Martedì 25 giugno "L’Arena di Pola" pubblicò con grande risalto i telegrammi inviati il giorno prima dalla Lega Nazionale, dalle Donne Polesi, dall’Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, nonché dai socialisti e dai repubblicani della città ai ministri degli esteri dei Quattro per reclamare il plebiscito quale ultima spiaggia di quell’Istria sud-occidentale che, secondo le poco rassicuranti notizie parigine, era destinata alla Jugoslavia:

 

Ai quattro Ministri degli Esteri

Parigi

Palazzo Lussemburgo

Sedicimila soci Lega Nazionale Pola allarmati notizie provenienti Parigi secondo le quali tutta Istria occidentale et isole dovrebbero passare sotto la Jugoslavia implorano giusta pace per popolazione italianissima queste terre et invocano plebiscito che solo dimostrerà volontà popolazione istriana.

Lega Nazionale Pola

 

Novemilaseicentocinquantacinque donne di Pola invocano plebiscito onde dimostrare volontà popolazione.

Donne polesi

 

Terrorizzata da migliaia di congiunti gettati nelle foibe dell’Istria nel 1943 et nei secondi quarantacinque giorni di dominio jugoslavo del 1945 questa associazione chiede plebiscito et giustizia onde evitare terza ondata infoibamenti.

Associazione Congiunti Deportati in Jugoslavia

Comitato di Pola

 

Conferenza Ministri Esteri

Parigi

Palazzo Lussemburgo

La Federazione per l’Istria del Partito Socialista Italiano Vi scongiura di non voler commettere errori fatali nella questione di Trieste, di Pola e delle altre città italiane dell’Istria occidentale, che reclamano il diritto di autodecisione, per essere riunite alla loro madrepatria: alla Italia democratica e repubblicana, proprio oggi, con la Costituente, decorosamente incamminata sulla via della Libertà tracciata prima dall’Inghilterra con la Magna Carta, poi dagli Stati Uniti con la gloriosa guerra per l’indipendenza, dalla Francia con la grande Rivoluzione, infine dalla Russia con la vittoria degli operai e dei contadini conseguita nell’ottobre 1917.

Federazione Socialista istriana

 

Gioventù Socialista Istriana protesta contro minacciata cessione territorio italiano ad ovest Linea Wilson alla Jugoslavia.

Chiede nuovamente plebiscito nel territorio compreso fra linea Wilson e linea Molotov.

Federazione Giovanile Socialista Istriana

 

Consiglio Ministri Esteri

Parigi

Palazzo Lussemburgo

Il Partito Repubblicano Italiano di Pola, interprete dei sentimenti dell’italianissima popolazione istriana, invita a ponderare sui princìpi etnici, storici e geografici, invoca il plebiscito nella zona istriana contesa evitando un esodo di massa qualora vilmente si volesse tradire la memoria sacra dei caduti per la causa della giustizia e della libertà.

 

Lo stesso 25 giugno il Consiglio generale dei Sindacati di Pola, riunito d’urgenza, proclamò lo sciopero generale cittadino per il giorno seguente, invitando le altre categorie produttive a una serrata per protestare contro le anti-democratiche decisioni che si stavano covando a Parigi e chiedere il plebiscito affinché le popolazioni dell’Istria sud-occidentale potessero riaffermare di fronte al mondo la loro intenzione di rimanere unite all’Italia, senza che nessun altro potesse arbitrariamente decidere al loro posto. Diceva la delibera di convocazione dello sciopero:

 

Il Consiglio Generale dei Sindacati convocato d’urgenza in seduta straordinaria il 25 giugno 1946 nei locali della Camera Confederale del Lavoro, […]

esaminati gli ulteriori sviluppi della situazione politica in ordine alla supposta soluzione del problema giuliano sulle basi della linea francese con internazionalizzazione della città di Trieste;

indignato per tale possibilità rappresentante, oltre che il voluto misconoscimento dei principi del diritto della giustizia, un affronto terribile per le popolazioni italiane della provincia dell’Istria;

constatato come nella trattazione della questione giuliana si va abbandonando ogni forma di rispetto della volontà delle genti in contrapposto assoluto dei principi informatori alla libertà di ogni Nazione veramente democratica;

riaffermata ancora una volta, al Consiglio dei Ministri degli esteri, ai Grandi e al Mondo, l’incontrovertibile italianità di Pola e dell’Istria sud occidentale e l’assoluta immodificabilità della volontà degli italiani di rimanere uniti alla loro Madre Patria, con conseguente estrema decisione di mai sottostare al servaggio di una dominazione straniera; […]

delibera

1) di proclamare uno sciopero generale di protesta con decorrenza dalle ore 7 di oggi 26 corrente;

2) di richiamare la solidarietà di tutte le branche attive della città (Associazioni Industriali, Commercianti e Artigiani) acciocché, in affermazione dei principi di diritto e di giustizia e in difesa dell’italianità della Città e della Provincia, offesa e vilipesa dall’iniquo trattamento adottato e da adottare, prendano schieramento accanto ai lavoratori nella manifestazione di protesta;

3) di affermare ancora una volta alle Nazioni Unite che le popolazioni di Pola e dell’Istria sud occidentale sono compattamente e unicamente italiane e che intendono decidere esse sole, direttamente, a mezzo plebiscito delle loro sorte a venire.

 

L’Associazione degli Industriali aderì convintamente all’iniziativa reclamando il plebiscito nell’Istria occidentale e nelle isole quale unico veritiero mezzo di accertamento della volontà popolare:

 

L’Associazione degli industriali raccoglie l’appello lanciato dai lavoratori italiani della città di Pola tramite la Camera Confederale del Lavoro, ed in segno di solidarietà, per protestare contro le assurde proposte dei quattro Ministri degli Esteri a Parigi di assegnare alla Jugoslavia la parte occidentale dell’Istria e le Isole in opposizione ai principi ripetutamente enunciati dalla carta Atlantica:

invita

tutte le imprese industriali da essa dipendenti alla serrata che avrà inizio alle ore 8 del giorno 26 giugno 1946;

invoca

dai Ministri degli Esteri una giusta pace che risponda alla volontà della popolazione locale e che soltanto il plebiscito potrà sanzionare.

 

Anche l’Associazione dei Commercianti aderì all’iniziativa rivendicando il plebiscito per l’Istria sud-occidentale:

 

Il Consiglio direttivo dell’Associazione dei Commercianti, preso atto di quanto contenuto nella delibera del Consiglio Generale dei Sindacati circa il richiamo rivolto dalla classe lavoratrice a tutte le branche attive della città,

invita

in segno di solidarietà i propri associati a tenere chiusi i negozi, le aziende commerciali e gli esercizi pubblici dalle ore 9 di oggi 26 corr..

La serrata vuole rappresentare una vibrata protesta contro le ingiustizie commesse o da commettere nella trattazione della pace con l’Italia e, nel mentre riafferma la assoluta necessità di mantenere fede a quegli impegni di giustizia e di libertà, proclamati dalle Nazioni Unite nella guerra che le portò all’annientamento delle forze dell’oppressione e dell’imperialismo, rivendica il diritto delle popolazioni italiane di Pola e dell’Istria sud occidentale di essere chiamate direttamente, a mezzo di plebiscito, alla decisione del proprio destino.

Viva l’Italia! Viva Pola e l’Istria italiana!

 

L’Associazione sportiva Edera, di matrice mazziniana, inviò un energico telegramma ai quattro ministri degli esteri invocando il plebiscito per tutta l’Istria occidentale:

 

Conferenza Ministri Esteri

Parigi

Palazzo Lussemburgo

Associazione Sportiva Edera Pola, irredentistica et anti-fascista, fondata 1907, reclama rispetto principi carta atlantica, per cui ha strenuamente lottato contro nazi-fascismo, et invoca come sportivi polesi et istriani plebiscito per Pola et Istria occidentale. Manifesta proposito continuare lotta per Istria et Pola italiane fino sicuro trionfo giustizia qualora diritti venissero calpestati da decisioni arbitrarie et ingiuste.

 

Lo sciopero-serrata del 26 giugno fu uno strepitoso successo, un plebiscito auto-organizzato dai polesani stessi, un grido corale della grande maggioranza della città in favore dell’Italia. Vi parteciparono quasi tutti gli impiegati, gli artigiani e i commercianti e un’alta percentuale di operai delle industrie. Solo al cantiere Scoglio Olivi, tradizionale roccaforte dei Sindacati Unici e dell’UAIS, si registrò un’adesione del 40%. "L’Arena di Pola" riportò questi dati:

 

Operai: Manifattura Tabacchi 75%; Scoglio Olivi 40%; Industria privata 60%; Genio britannico 75%; Arsenale 60%; Selveg 90%; Poligrafici 90%; Opifici, nessun astenuto; Fabbrica Cementi, pochissimi astenuti; Genio Marina, pochissimi astenuti.

Impiegati: Organi Magistratura 100%; Scuole elementari italiane 100%; Uffici del Tesoro 100%; Sovrintendenza e istituti scolastici medi 100%; Scuole elementari italiane 100%; Genio Civile 100%; Manifattura Tabacchi 99%; Poste e Telegrafi 100%; Esattoria 100%; Istituti di Credito locali 100%; Istituti bancari 100%; Istituti assicurazione 100%; Amministrazione provinciale 100%; Selveg 100%; Uffici Agricoltura 100%; Cassa Malattia e Previdenza sociale 100%; Genio Marina 100%; Sovrintendenza scolastica 100%; Prefettura, Comune e Presidenza di Zona 100%; Uffici privati 100%; Scoglio Olivi 90%.

 

"Il Nostro Giornale", di orientamento titoista, parlò invece di 1.000 scioperanti su 2.400 operai delle principali industrie.

Il "Grido dell’Istria" del 27 giugno titolò a tutta pagina: «Un suggerimento agli inetti di Parigi: PLEBISCITO». Tuttavia poi questo concetto venne ripreso solo in un piccolo riquadro a fondo pagina dal titolo «Il Governo non accetti una pace punitiva per l’Istria», dove era pubblicato il telegramma spedito dal CLN dell’Istria al presidente provvisorio dell’Assemblea Costituente Vittorio Emanuele Orlando:

 

Comitato Liberazione Nazionale Istria priva propri rappresentanti costituente si rivolge ben noto patriottismo presidente vittoria affinché in solenne momento inizio nuova storia Italia si renda interprete presso assemblea volontà intera popolazione istriana di non essere sacrificata con iniquo et crudele distacco madrepatria et annessione Jugoslavia Tito alt allarmato gravi notizie pervenute Conferenza Parigi chiede che Signoria Vostra interpelli assemblea pronunciare solenne impegno solidarietà con fratelli istriani prospettando Governo dovere non accettare pace rovinosa et punitiva solo per Istria alt insiste perché venga applicato principio autodecisione conforme Carta Atlantica che consenta istriani decidere con plebiscito proprio destino alt.

Presidente

Comitato Liberazione Nazionale Istria

 

Sabato 29 giugno "L’Arena di Pola" pubblicò un articolo che additava i Quattro Grandi come «dittatori» in quanto stavano decidendo al posto dei popoli che ne avrebbero avuto il diritto. Ecco il passo che più mette in luce la contraddizione tra i loro proclami e la realtà dei fatti:

 

[…] I quattro rappresentanti delle nazioni più potenti si sono riuniti ed hanno pensato bene di decidere da soli dei destini delle nazioni che non potevano vantare dei meriti pari ai loro. E la giustizia? E l’equità? Sono state tranquillamente messe da parte, quasi a riposare per il troppo uso che si era fatto di quelle parole.

In fin dei conti, avranno pensato, è bella in certi casi la dittatura, specialmente quando questa serve ai nostri interessi. […] Hanno bisogno di un po’ di svago e se lo prendono alle spalle della povera gente che aveva ingenuamente creduto nei princìpi fissati in una Carta che doveva essere la base di partenza per un migliore avvenire dell’umanità.

Vero si è che l’animo umano non si può mutare; alla fine di ogni guerra le nazioni vincitrici si sono incaricate di spogliare le perdenti. Sarebbe stato troppo bello che questa derogasse alla regola ormai cementata da una secolare esperienza. E così, nella stanza di un palazzo, quattro nuovi dittatori, o meglio vice-dittatori, si sono riuniti per decidere delle sorti del mondo. I popoli, e specialmente il popolo italiano, trepidano nell’attesa, ma gridano nello stesso tempo il loro sdegno che si fa aperto ed aspro in quelle popolazioni, come la nostra, che sono direttamente interessate nel giuoco dei quattro dittatori.

I risultati cominciamo già a vederli; quando si gettano basi tanto ingiuste alla pace, nessuna buona conclusione si potrà ottenere. I quattro inutilmente cercano un accordo e non s’accorgono che questo accordo tanto facilmente potrebbe essere ottenuto se si ritornasse sul retto cammino e si ricordasse il diritto delle genti a decidere da sole del proprio destino, se si ricordasse che i popoli hanno diritto di trattare da soli delle questioni in cui sono interessati.

Fino a tanto che si perpetueranno forme di dittatura più o meno palesi, misconoscendo il diritto delle genti, nessuna pace degna di questo nome potrà essere conclusa.

p.d.s.

 

Lunedì 1° luglio Pietro Nenni, vice-presidente del Consiglio e segretario del PSIUP, in un discorso pronunciato a Roma, sostenne che la formula «empirica» di Trieste città libera avrebbe avuto senso unicamente se la si fosse estesa a «tutto il territorio dall’Isonzo a Pola con l’impegno di un plebiscito fra dieci anni». Quella avanzata dal leader socialista era in pratica la riproposizione, riveduta e corretta, del modello adottato dal Trattato di Versailles per la Saar. Si trattava più o meno dell’idea che De Gasperi aveva esposto a Meli Lupi il 20 giugno precedente, ma con la quantificazione esatta della tempistica e con il preciso riferimento a un TLT esteso dall’Isontino all’Istria meridionale.

Sempre il 1° luglio, viste le deprimenti notizie in arrivo da Parigi, il CLN istriano emise un proclama che, deplorando i baratti dei Grandi, prospettava nuovamente il plebiscito:

 

ISTRIANI!

Il mercato di Parigi, dopo le sue laboriose contrattazioni, ha concluso una sua grande transazione. Risultato:

Gorizia e le zone dei cimiteri di guerra rimangono all’Italia,

Trieste con un piccolo retroterra diventa la Shangay europea,

Pola e le nostre cittadine istriane vengono consegnate a Belgrado.

Sovvertimento della logica, del diritto e della giustizia. Compromesso crudele ed inumano.

Dove sono andati a finire gli accordi di Londra, la Carta Atlantica e le quattro libertà di Roosevelt?

Dove si sono nascosti i diritti delle genti ed i principii etnici e quelli di autodecisione? […]

Non abbandoniamo la lotta: abbiamo sempre il diritto delle genti dalla nostra parte e l’appello agli Stati veramente democratici di concederci la suprema possibilità di decidere da noi la nostra forza con il principio più democratico e più giusto: IL PLEBISCITO.

 

Martedì 2 luglio il CLN dell’Istria spedì al neo-eletto presidente provvisorio della Repubblica Enrico De Nicola un accorato telegramma per ribadire la richiesta di plebiscito:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, sentita la volontà del Comitato di Liberazione di Pola, facendosi interprete dell’unanime desiderio di tutta la popolazione della Zona B contro la minaccia di un tragico destino, impegna il Governo contro le speculazioni a danno delle nostre genti e chiede il plebiscito formalmente e completamente per la zona contestata, previa occupazione da parte di truppe neutrali.

 

Un analogo telegramma lo inviò anche a De Gasperi:

 

Comitato Liberazione Nazionale Istriano, sentita volontà Comitato Liberazione Pola, facendosi portavoce unanime desiderio di tutte popolazioni Zona B contro minacce tragico destino, impegna il Governo, contro speculazioni sui sacrosanti diritti nostre genti, chiedere plebiscito formalmente et ufficialmente per Zone contestate, previa occupazione truppe neutrali.

 

Questi due messaggi suonavano anche come un implicito rimprovero al Governo italiano per non aver ancora perorato il plebiscito a difesa degli istriani, abbandonati a se stessi sotto il tallone titoista in Zona B e "assediati" in Zona A.

Lo stesso giorno il CLN giuliano spedì invece al CME di Parigi un telegramma che non reclamava il plebiscito:

 

Mentre la Conferenza sta per decidere le sorti di questa regione, il Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia, espressione della popolazione italiana, protesta contro le soluzioni che, non tenendo conto dei princìpi di giustizia garantiti dal convegno di Londra del settembre scorso, creerebbero una situazione pericolosa, fomite di gravi disordini.

 

 

Le decisioni del 3 luglio 1946: «sconcio mercato»

 

Il 3 luglio 1946 i Quattro Grandi resero ufficialmente noto di aver raggiunto la sera precedente un accordo sulla linea francese, che tuttavia nella sua parte meridionale sarebbe stata retrocessa ai danni dell’Italia con la creazione del Territorio Libero di Trieste (TLT) da San Giovanni di Duino a Cittanova. La fisionomia istituzionale di tale Stato cuscinetto sotto la tutela dell’ONU sarebbe stata decisa alla imminente Conferenza della pace. A questo punto i giochi erano chiusi, o almeno così USA, URSS, Regno Unito e Francia volevano che fossero. La Conferenza avrebbe semplicemente dovuto ratificare la loro decisione, presa al termine di lunghe trattative.

"L’Arena di Pola" di quella mattina riuscì a dare la desolante notizia, anticipata la sera prima da Radio Londra, titolando senza mezzi termini: «Lo sconcio mercato di Parigi si è concluso ieri sera – L’infame progetto Bidault che dà quasi tutta l’Istria alla Jugoslavia è stato approvato – La vergognosa notizia trasmessa da Radio Londra». Il corrosivo editoriale, intitolato «L’infame compromesso», denunciò il tradimento della Carta Atlantica:

 

Nella bottega di Parigi sembra che i quattro mercanti si siano accordati sul compromesso francese.

Silurata la Carta Atlantica, digeriti fra un pasto e l’altro tutti i principi di giustizia, di solidarietà fra i popoli, di autodecisione ed altre sciocchezze consimili, gli improvvisatori della politica di pace pare si siano stretti la mano come i sensali di paese dopo aver fatto l’affare. […].

 

Mercoledì 4 luglio le delegazioni polesi della Lega Nazionale e dell’Associazione Deportati in Jugoslavia inviarono un disperato appello al presidente americano Harry Truman tornando implicitamente sulla richiesta di plebiscito:

 

Ricorrendo oggi l’anniversario dell’indipendenza americana i novelli schiavi bianchi istriani venduti dai quattro Ministri a Parigi ai terroristi slavi di Tito, amareggiati dalla spettrale scelta dell’esodo oppure di dovere affrontare la terza ondata di infoibamenti già esperimentata da nostra gente nel 1943 e nel 1945, durante la breve prova di dominio jugoslavo che ora dovrebbe diventare stabile, segnalano ai festanti americani la propria disperazione e lo sconforto che essi provano in questo momento et invocano comprensione ed aiuto onde poter decidere il proprio avvenire e non perdere la libertà dalla paura che atroce pesa sugli animi di tutti gli istriani italiani e slavi compresi. Aiutateci a riconquistare la nostra indipendenza.

 

Sabato 6 luglio il CLN istriano inviò a De Gasperi una lettera personale urgente che suonava come un severo rimprovero per le sue titubanze nell’avanzare la richiesta di plebiscito da tempo implorata. In caso di bocciatura del plebiscito, si auspicava l’estensione del TLT fino alla linea Wilson con Cherso e Lussino:

 

Il fatto di avere Lei omesso di proporre formalmente e tempestivamente il plebiscito per la Venezia Giulia fino alla linea «Wilson», come Le era stato ripetutamente da noi suggerito, La ha posto di fronte ad una così terribile responsabilità storica per le conseguenze che ne potrebbero derivare, che nessuna scusante potrebbe venire da Lei accampata, non per eliminarla, nemmeno per attenuarla.

I dati da noi raccolti ed a Lei trasmessi con degli allegati, secondo Sua richiesta, rappresentavano e rappresentano tutti quegli elementi di prevedibilità a noi favorevoli sull’esito di un plebiscito nella V. G, che avrebbero per la loro attendibilità, sorpassante ogni considerazione di carattere etnico eventualmente opposta dai cosiddetti «esperti», di null’altro a giorno che di nude e fredde cifre, ormai superate e senz’alcuna influenza, dovuto indurLa a sfoderare un’arma tanto importante, sicura e veramente democratica. Anche come effetto psicologico nei due campi opposti, non si sarebbe potuto avere a disposizione un’arma migliore.

L’adozione definitiva dell’ibrido ed infame progetto Bidault consegnerebbe praticamente duecentomila italiani e slavi istriani, nemici giurati di Tito, nelle mani assassine dell’occupatore ed usurpatore jugoslavo e rappresenterebbe né più né meno che il crollo di una civiltà ultramillenaria. Si è reso conto Lei di tale spaventosa realtà? Se poi la sua riluttanza a giocare quello che noi chiamiamo «l’asso di briscola» è dipesa dalla preoccupazione di vedere adottato un simile mezzo risolutivo per l’Alto Adige, Le dobbiamo osservare che il problema per quest’ultimo era ormai praticamente risolto e soprattutto che le due posizioni erano completamente diverse, tanto diverse che nell’ipotesi, ammessa e non concessa, di un plebiscito per l’Alto Adige, nessuna conseguenza di quelle paventate per l’Istria ne sarebbe potuta derivare. Per l’Istria – infatti – si tratta di un vero e proprio cataclisma!

D’altro canto, è un fatto che l’Alto Adige è tedesco per il 99%, mentre l’Istria ha il 54% di italiani, di fierissima tempra, che rappresentano tutta la classe dirigente e che la maggioranza degli slavi istriani, che sanno tutti l’italiano, è avversa a Tito e per l’Italia.

Gli Alleati e specialmente gli inglesi, con l’aver tralasciato di occupare la zona B, come era loro diritto ed obbligo, hanno colposamente aggravata la già grave posizione dell’Italia rispetto al problema territoriale giuliano, che nella sola occupazione neutra avrebbe implicitamente vista e trovata la sua soluzione. Tali considerazioni, che avrebbero dovuto essere quotidianamente opposte ai responsabili, sarebbero valse ad indurre costoro ad appoggiare a fondo la richiesta di plebiscito del Governo Italiano. La situazione è ora compromessa, ma non definitivamente, per cui riteniamo necessario suggerirLe ancora una volta, ad evitare un disastro per tutti i giuliani, italiani e slavi che sono con noi, ad avanzare formale ed ufficiale proposta di un libero plebiscito per la zona contestata, che si concreta sostanzialmente nel territorio della Venezia Giulia compreso tra la linea russo-jugoslava e la linea «Wilson», sempre patrocinata dal Governo italiano, ferma restando la richiesta di quest’ultimo di fare di Fiume uno stato indipendente.

Non riteniamo infine inutile farLe presente che gli jugoslavi paventano il plebiscito, bene sapendo che le nefandezze da essi commesse nella zona B in questi ultimi quattordici mesi hanno compromesso la loro posizione in tale zona per sé e probabilmente eredi e successori.

Quando per una qualsiasi ragione la richiesta di plebiscito avanzata dal Governo Italiano non dovesse avere seguito, domandiamo che il Governo chieda con la massima urgenza anche a scopo compensativo, dato che nel territorio della Venezia Giulia ben misera parte rimarrebbe all’Italia col progetto Bidault, l’estensione dell’internazionalizzazione fino alla linea Wilson – con le isole di Cherso e Lussino – che varrebbe almeno a salvare in qualche modo l’italianità della Regione.

Vorrà scusare la nostra franchezza che è in diretta relazione col nostro stato d’animo, e gradire – signor Presidente – i nostri deferenti ossequi.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Istriano

 

Lo stesso 6 luglio, alle 19, l’Associazione Combattenti e Reduci tenne in piazza del Popolo a Roma una manifestazione «di civile protesta contro i deliberati della conferenza di Parigi, in aperto contrasto con i principi della Carta Atlantica».

Il 7 luglio 1946, il CLN di Pola, «in rappresentanza di tutta l’Istria italiana», inviò un telegramma a De Gasperi, consegnato il successivo 13 luglio dall’avv. Giuseppe Bacicchi, chiedendo che il Governo attuasse «una decisa ed estrema difesa dell’unità territoriale della regione» e «una azione concreta» perché «l’Istria sud-occidentale con Pola» seguisse «in tutto le sorti di Trieste». Ciò significava in pratica estendere il TLT a sud.

L’8 luglio il CLN di Pola, riunitosi straordinariamente a Trieste, sottoscrisse un esposto segreto di Franco Amoroso a De Gasperi. Al fine della «conservazione materiale dell’elemento etnico italiano nell’Istria», Amoroso riteneva che «l’unico espediente forse ancora oggi attuabile» era «ottenere, col pretesto della necessità di maggiore potenziamento del "Libero Territorio di Trieste" ai fini della conservazione della pace, l’allargamento dei confini di tale territorio: a sud, entro i limiti della linea Wilson; a nord, fino al confine italo-austriaco del 1866, circa». Dunque Monfalcone, Gorizia, Grado, Cormons, Cervignano e l’Alto Isontino nel TLT come contropartita da offrire a URSS e Jugoslavia in cambio dell’Istria centro-meridionale.

Sempre lunedì 8 luglio il CLN istriano, riunitosi d’urgenza con i rappresentanti dei CLN clandestini della Zona B, prese in esame l’esposto di Amoroso, approvandone il contenuto ma elaborando una propria mozione autonoma che insisteva in primo luogo sul plebiscito, invocato specialmente dai CLN clandestini di Cherso-Lussino e Pisino. La reprimenda al Governo italiano per non aver chiesto il plebiscito non appariva certo velata:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria

riunitosi in seduta straordinaria con l’intervento dei rappresentanti dei C.L.N. clandestini delle città istriane della zona B;

conosciuto

il vergognoso, inumano e, per la regione, antistorico risultato del convegno di Parigi;

constatato

che esso contrasta inequivocabilmente con i principi della Carta Atlantica ed in particolare con quelli enunciati nella Conferenza di Londra;

dolorosamente sorpreso

per la mancata richiesta del Governo Italiano alla Conferenza di Parigi del plebiscito invocato insistentemente da tempo in varie mozioni, non ultima quella del 21 maggio, presentata nelle mani del Presidente del Consiglio;

grida

agli italiani ed al mondo l’angoscia ed il terrore degli istriani per il mercimonio dei «Grandi»;

respinge

con indignazione le ricompense e le lodi guadagnate col sangue nella lotta di liberazione;

ribadisce

ancora una volta l’iniquità e l’assurdità dello smembramento dell’Istria, unita in tutti i tempi con le sue città a Trieste per motivi etnici, storici, culturali, geografici e particolarmente economici;

manifesta

la volontà di tutti gli istriani delle città e delle campagne a che l’Istria, unita con Pola, segua lo stesso destino di Trieste;

reclama

dal suo legittimo Governo perché, non anteponendo interessi particolari di partito, protesti nel modo più energico ed efficace contro la proposta dei Ministri degli Esteri e difenda una buona volta i diritti degli italianissimi istriani.

Il Comitato di Liberazione Nazionale Istriano

 

Ne derivò il seguente telegramma a De Gasperi:

 

C.L.N. Istria, riunito seduta straordinaria con intervento rappresentanti C.L.N. clandestini città istriane, venuto conoscenza inumane, anti-democratiche et anti-storiche intese di Parigi, dichiara che esse contrastano inequivocabilmente con principi Carta Atlantica et accordi già enunciati Londra, dolorosamente sorpreso per mancata richiesta da Governo italiano alla Conferenza Parigi del plebiscito invocato con insistenza da lungo tempo con costanti appelli, non ultimo quello del 21 maggio consegnato al Presidente Consiglio in persona, rivolge agli italiani et al mondo grido d’angoscia e terrore istriani per mercimonio dei "Grandi", respinge con indignazione ricompense et lodi avute per sangue versato in lotta liberazione ribadendo ancora una volta assurdità et iniquità dello smembramento Istria unita in tutti tempi alla città Trieste per motivi etnici, storici, culturali, geografici et economici et manifesta volontà tutti istriani città et campagne che loro terra, unita a Pola, segua destino Trieste chiedendo Governo non anteponga interessi particolari et esprima protesta efficace contro proposta ministri Affari esteri in difesa diritti inalienabili nostre popolazioni. Firmato C.L.N.I.

 

L’11 luglio il cardinale inglese Bernard William Griffin, arcivescovo cattolico di Westminster, dichiarò, in risposta a un messaggio inviatogli dal vescovo di Trieste e Capodistria Antonio Santin, che il popolo di Trieste avrebbe dovuto essere consultato prima di qualsiasi decisione definitiva sul suo destino. Il messaggio di mons. Santin era stato molto esplicito:

 

L’iniqua decisione di Parigi ha gettato questa popolazione nella disperazione. La popolazione indignata chiede che i principi etnici stabiliti a Londra non vengano trasgrediti. Essa richiede l’unione all’Italia delle zone incontestabilmente italiane o almeno un plebiscito.

 

 

Il deleterio scontro tra Comitato Giuliano di Roma e CLN di Pola

 

Giuseppe Bacicchi, subentrato con Franco Amoroso a Rodolfo Manzin nella delegazione polesana, riportò sabato 13 luglio 1946 sul suo diario: «giuliani di Roma dubitavano sul plebiscito addirittura per Trieste città». Gli esponenti del Comitato temevano infatti che la componente slovena e quella comunista della città (anche italofona o agnostica sul piano nazionale) potessero prevalere.

Lo stesso 13 luglio Franco Amoroso, Giuseppe Bacicchi ed Enzo Bartoli (rientrato a Roma dopo un periodo a Pola) furono ricevuti da De Gasperi insieme al rovignese Gianni Giuricin e al parentino Dario Biasi del CLN per l’Istria. All’incontro avrebbero voluto partecipare anche gli on. Fausto Pecorari e Giuseppe Bettiol «con l’evidente intenzione – riferirono Amoroso, Bacicchi e Bartoli al CLN di Pola il giorno successivo – di sorvegliarci e di sentire il nostro piano». Inizialmente Amoroso, Bacicchi e Bartoli manifestarono a un perplesso De Gasperi la convinzione che «purtroppo l’unica possibilità di salvezza era l’allargamento del territorio internazionalizzato».

 

Dopo di ciò si aprì la discussione sul plebiscito e anche qui De Gasperi fece intendere che ormai è improbabile per non dire impossibile l’applicazione di tale principio. Il Presidente, nel corso della discussione, ripeté e confermò quanto già sapevamo e cioè che dei giuliani residenti a Roma hanno osteggiato il plebiscito (quando questo avrebbe potuto essere chiesto e accolto) che, secondo loro, non avrebbe avuto esito favorevole neanche nella città di Trieste!!!

In sostanza abbiamo avuto l’impressione che De Gasperi si sia difeso dall’accusa che egli prevede gli sarà mossa quanto prima in forma decisa, di aver cioè trascurato di far valere la sola arma che avevamo per salvare la nostra terra: il plebiscito. Egli ci ha annunciato che farà pubblicare un libro bianco, al quale noi potremo opporre una nostra nota, di contenuto ben diverso. […]

I signori del Comitato giuliano ci guardano con sospetto e con diffidenza, forse perché non siamo andati a raccontar loro quello che era ed è il nostro piano politico, come ultima difesa della nostra terra. Attorno al quale piano avevamo deciso di mantenere la riservatezza dovuta all’importanza dell’azione stessa. Quei signori ci spiano e ci sorvegliano. Noi battiamo la nostra strada, quella segnata dalla mozione di Pola e dalla memoria.

 

Lunedì 15 luglio Alcide De Gasperi, illustrando le richieste italiane per la frontiera orientale in sede di presentazione del suo nuovo Governo alla Costituente, rivendicò Gorizia, Trieste e tutta l’Istria occidentale, senza però chiedere il plebiscito. I ripetuti appelli degli istriani si erano dunque rivelati inutili. Amoroso, Bacicchi e Bartoli continuarono comunque a tenere contatti diretti con De Gasperi, al quale in una lettera dello stesso 15 luglio e poi in un’altra del 18 luglio chiesero la presenza di almeno otto rappresentanti in tutto sia del CLN e dell’Assemblea cittadina di Pola sia del CLN per l’Istria nella delegazione giuliana che avrebbe partecipato alla Conferenza della pace. Tale richiesta non era gradita al Comitato Giuliano, che si sentì scavalcato. La risposta di De Gasperi, esplicitata in una lettera del 19 luglio ad Amoroso, fu comunque positiva.

Superando momentaneamente le divisioni in nome di un principio superiore, il 16 luglio i delegati del CLN di Trieste, del CLN e dell’Assemblea cittadina di Pola, del CLN per l’Istria, del Comitato Giuliano di Roma e del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, riunitisi nella capitale, inviarono a De Gasperi una proposta comune di linea di condotta da seguire secondo la graduatoria: 1) sovranità italiana (non è chiaro in quale area); 2) plebiscito in tutta la Venezia Giulia «entro i confini del 1939», «con le garanzie e il controllo internazionale»; 3) allargamento del TLT a tutta l’Istria, Cherso e Lussino, con eventuale plebiscito; 4) «piena autonomia nazionale» sotto controllo ONU a tutti gli italiani rimasti fuori dai confini dello Stato. Diceva la lettera:

 

Eccellenza

I sottoscritti Delegati del C.L.N. di Trieste, C.L.N. e Assemblea cittadina di Pola, C.L.N. dell’Istria (Zona B), Comitato Giuliano di Roma e Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, riuniti in seduta plenaria in Roma il 16 luglio 1946, hanno all’UNANIMITÀ deliberato di sottoporre a Vostra Eccellenza le seguenti deliberazioni e richieste:

1) Non vi può essere altra soluzione accettabile all’infuori della pura e semplice sovranità italiana.

2) Di fronte alla negazione di questo elementare diritto, tale soluzione verrebbe sicuramente confermata da un Plebiscito, pertanto essi chiedono al Governo Italiano di esigere l’applicazione per il territorio entro i confini del 1939 del principio di Autodecisione, secondo la Carta Atlantica, naturalmente con le garanzie ed il controllo internazionale.

3) Se la Conferenza della pace negasse alle genti giulie il diritto di autodecisione e fosse imposta la delittuosa soluzione abbozzata a Parigi, essi chiedono che, in ogni modo, tutta l’Istria con Cherso e Lussino segua la sorte di Trieste ricorrendo eventualmente alla consultazione popolare.

4) A tutti gli italiani che avessero a rimanere fuori dai confini dello stato, dovrebbe venir garantita la piena autonomia nazionale, sotto il controllo dell’ONU.

 

p. il C.L.N. di Trieste:

Cap. G. B. Mislei - Ing. G. Bartoli - Prof. G. Paladin

p. il C.L.N. e l’Assemblea cittadina di Pola:

Avv. F. Amoroso - Avv. G. Bacicchi - Avv. E. Bartoli

p. il C.L.N. dell’Istria:

On. Avv. A. De Berti - Dario Blasi

p. il Comitato Giuliano di Roma:

Dottor E. Riccieri - Dott. G. Dalma

p. il Comitato Alta Italia della V. G. e Zara

Dott. B. Astorri

 

Firmatario del documento per conto del CLN istriano fu dunque, insieme a Dario Biasi, quello stesso Antonio De Berti che durante la seduta aveva avuto un’aspra discussione con i polesi.

Mercoledì 17 luglio il "New York Times" pubblicò una lunga intervista del dott. Sulzberger a De Gasperi, il quale sorprendentemente tirò in ballo il plebiscito come ipotesi subordinata. Il giorno successivo "L’Arena di Pola" scrisse nell’articolo di apertura:

 

Dopo aver ricordato le considerazioni dell’inaccettabilità della internazionalizzazione, il giornalista riferisce che De Gasperi intenderebbe sottoporre alla Conferenza dei 21 una richiesta di revisione delle decisioni adottate a Parigi, richiamandosi agli impegni della Conferenza di Londra per la linea etnica. Qualora tale richiesta fosse respinta, De Gasperi, secondo l’intervistatore, intenderebbe richiedere di sottoporre la questione di Trieste e della Venezia Giulia ad un plebiscito popolare da svolgersi sotto il controllo alleato fra la linea Wilson e quella russa o, subordinatamente, tra la linea americana e quella russa.

 

La sorpresa per tale uscita di De Gasperi non poteva che essere doppia, visto che il presidente non solo minacciò di chiedere il plebiscito in caso di rifiuto della linea etnica, ma propose la linea Wilson come limite orientale dell’area da consultare, e solo in seconda battuta la linea americana: un inatteso cambio di rotta.

Giovedì 18 luglio la CGIL proclamò per il 29 luglio uno sciopero nazionale di un’ora in segno di solidarietà con gli italiani sia della Venezia Giulia sia dell’alta Roia a favore della linea etnica o, qualora non fosse accettata, del plebiscito. Il testo di convocazione affermava:

 

Il comitato della C.G.I.L., interprete della volontà di tutti i lavoratori italiani, protesta contro le decisioni della Conferenza di Parigi che, abbandonando i principi etnici, tendono a staccare dalla nascente Repubblica democratica italiana popolazioni e territori italiani per tradizione, lingua e sentimenti.

Chiede perciò che venga rispettato il principio etnico nella sua interezza, oppure vengano applicati i principi della Carta Atlantica, concedendo alla popolazione della Venezia Giulia, di Briga e di Tenda la possibilità di esprimere il loro voto attraverso un plebiscito. Rivolge un caloroso appello a tutti i lavoratori del mondo e in particolare alla Federazione Sindacale Mondiale perché sia riconosciuta una giusta pace all’Italia che ha dato il suo contributo nella lotta comune per la libertà e la giustizia.

Alla vigilia della Conferenza della pace esprime la sua solidarietà con gli italiani della Venezia Giulia, di Briga e di Tenda ingiustamente colpiti e, in segno di concreta protesta, delibera la sospensione generale del lavoro in tutto il Paese per un’ora del giorno 29 corrente, dalle 10 alle 11. […]

 

Il "Grido dell’Istria" del 19 luglio rammentò che il CLN istriano aveva rivolto disperati appelli al Governo «reclamando una più forte difesa dei nostri interessi, con il rifiuto a firmare una pace obbrobriosa e con la richiesta di plebiscito per l’Istria».

Mercoledì 24 luglio venne diffusa la notizia che l’ambasciatore jugoslavo a Washington aveva confermato alla stampa «l’opposizione del suo paese allo svolgimento di un plebiscito per Trieste».

Giovedì 25 luglio, in sede di replica davanti all’Assemblea Costituente, De Gasperi non citò il plebiscito, e non lo fece neppure l’ordine del giorno approvato dall’Assemblea medesima a conclusione del dibattito sulle dichiarazioni del Governo.

Sostenitore del plebiscito fu all’epoca anche Diego de Castro, il quale disse a De Gasperi nel luglio 1946 a Parigi: «Lei perde 300.000 italiani per salvare 200.000 tedeschi».

Nel suo ampio promemoria del 22 luglio 1946 per l’on. Ivanoe Bonomi, presidente della Commissione dell’Assemblea Costituente per i trattati, Antonio De Berti respinse la proposta di allargamento del TLT a nord e ipotizzò che, «dopo qualche tempo» dalla costituzione dello staterello internazionalizzato, con la conquista italiana delle pubbliche amministrazioni, avrebbe potuto essere avanzata all’ONU una richiesta di plebiscito per «la riannessione all’Italia». Obiettivo primario era «la sospensione e lo stralcio della decisione sul problema della Venezia Giulia con la continuazione dell’amministrazione fiduciaria, con occupazione neutrale della Zona "B" che sarebbe il massimo successo diplomatico, il quale permetterebbe di proporre l’esperimento di un plebiscito, con intensa azione di propaganda in America e in Europa». Obiettivo a più lungo termine era il ritorno dell’intero TLT all’Italia. Si sarebbe dovuto rivolgere un messaggio-appello ai Parlamenti americani riaffermando «i principi fondamentali della democrazia per la convivenza fra i popoli: la carta dei popoli liberi del mondo». In particolare si sarebbe dovuto chiedere appoggio «per ottenere che il diritto di autodecisione» fosse «affermato alla conferenza come metodo di soluzione del problema giuliano»:

 

Assicurano le ambasciate di Roma di tutte le repubbliche sudamericane che esse si adopererebbero a far convocare d’urgenza i parlamenti di tutte le repubbliche per una risposta all’indirizzo, creando così una corrente d’opinione che influirebbe fortemente sul congresso americano e sul parlamento inglese.

 

In una lettera da Roma del 28 luglio 1946, Bacicchi e Amoroso informarono il CLN di Pola che De Berti, parlando con il delegato del CLN per l’Istria Biasi, aveva definito «pazzesche e criminali» le richieste contenute nel telegramma del CLN di Pola del 7 luglio e nell’esposto segreto dell’avv. Amoroso, «aggiungendo di aver già fatto dei "passi contrari" per impedirne l’accoglimento». Poi però, «accortosi attraverso reiterati colloqui col Biasi che anche il CLN istriano concordava» con quella linea difensiva e che «si prospettava perciò il pericolo di perdere per lui la delega di quel CLN», fece sapere a Bacicchi e Amoroso, tramite una lettera del 18 luglio consegnata da Biasi, di accettare quella tesi prima contestata. Ragion per cui Bacicchi e Amoroso non si opposero a che De Berti, in quota CLN istriano, entrasse a far parte della delegazione parigina. Ma l’azione svolta poi da De Berti al Ministero degli Esteri e, tramite terzi, a Pola, «tutta diretta a boicottare» l’attività dei due inviati a Roma del CLN polese «e presumibilmente a eliminare» la loro partecipazione alla Conferenza della pace, indusse Bacicchi e Amoroso a mutare atteggiamento. Il loro timore era che la nomina di De Berti a capo della delegazione giuliana a Parigi fosse «pregiudizievole alla causa» e paralizzasse ogni loro iniziativa, determinando un «sostanziale indebolimento della disperata e ultima difesa della nostra terra».

Tra il 20 e il 27 luglio fu diffuso a Pola un lungo memoriale in cui De Berti accusava Amoroso, Bacicchi e Bartoli di averlo voluto contrastare, screditare ed esautorare in malo modo senza valido motivo, nonostante lui affermasse di aver ricevuto ancora nel maggio 1945 dal CLN della Venezia Giulia l’incarico, insieme all’on. Cipriano Facchinetti, «di formare il collegamento fra la Regione e il centro in rappresentanza di tutta la Venezia Giulia, nell’organizzazione già preformata del comitato giuliano di Roma». De Berti imputò ai tre delegati polesi di averlo scavalcato e tenuto all’oscuro delle loro intenzioni, delegittimandone l’operato presso il Governo, mentre lui si era dimostrato sempre disposto a collaborare con tutti i CLN giuliani. Il comportamento ostile dei tre verso di lui avrebbe avuto un riverbero negativo presso De Gasperi, che, «messo di fronte a queste contraddizioni dei giuliani ("Mettetevi prima d’accordo fra voi" – sono le sue testuali parole) è impedito nella sua azione e rimane perplesso e incerto».

L’Associazione Partigiani Italiani di Pola convocò per il 26 luglio un’assemblea per dare lettura di questo memoriale, al quale De Berti aveva affiancato una lettera più distensiva dove fra l’altro ricordava di essere stato proposto alla presidenza della delegazione giuliana a Parigi dal Comitato Giuliano di Roma e dal CLN per l’Istria. Il 27 e il 28 luglio seguirono altre due assemblee.

Venerdì 26 luglio il CLN istriano, riunitosi alla presenza dei rappresentanti dei CLN clandestini delle singole località occupate, approvò una mozione che, delegittimando il Comitato Giuliano pur senza nominarlo, esortava il Governo a farsi paladino del plebiscito in tutta la zona contestata, Cherso e Lussino incluse:

 

Il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria

riunitosi in assemblea il giorno 26 luglio 1946 con l’intervento dei rappresentanti clandestini di Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Pinguente, Buie, Verteneglio, Montona, Pisino, Albona, Visinada, Visignano, Cherso e Lussino;

in unione spirituale con i fratelli istriani di Pola, Fasana, Gallesano, Dignano, Valle e Sanvincenti, che hanno già chiesto separatamente e ripetutamente che il destino dell’Istria venisse deciso nello spirito del principio di autodecisione;

nella certezza che si vorrà dare ascolto alla richiesta dei rappresentanti sottofirmati, veri interpreti dei sentimenti di tutta la popolazione italiana e di gran parte di quella slava e non ci si atterrà unicamente alla opinione fossilizzata di singoli individui assenti dalla realtà della vita nella Venezia Giulia in generale ed in particolare della realtà della zona B, che non conoscono;

ha deliberato di rivolgere al suo legittimo Governo, nell’imminenza della Conferenza della Pace, la seguente

Mozione

Fermi sull’unica linea politica di condotta che potrebbe salvare ancora l’Istria dall’annessione alla Jugoslavia;

rinnova per l’ultima volta

al Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri la domanda che da parte del Governo venga chiesto formalmente ed ufficialmente il plebiscito su tutta la zona contestata (isole di Cherso e Lussino comprese).

Il Comitato di Liberazione Nazionale Istriano

 

Anche il direttore de "L’Arena di Pola" Guido Miglia, nel suo editoriale di sabato 27 luglio, tornò a sollecitare il Governo sul plebiscito:

 

[…] E proprio su questo terreno, l’Italia, trattata da vinta malgrado la cobelligerenza e l’eroica resistenza partigiana, può sfidare la Jugoslavia ed il mondo. Richiamarsi ai principi immortali della Carta Atlantica, ed invocare l’autodecisione del popolo, di cui in principio parlavano pure gli slavi di Tito, e su cui ora Kardely accenna soltanto vagamente e di rado. Se l’Italia chiederà vigorosamente il plebiscito, e se le 21 Nazioni vorranno fare una pace di giustizia, il nostro popolo potrà ancora salvarsi. Se è vero che s’è fatta la guerra per salvare i valori della democrazia, il mondo giusto dovrebbe aver inteso l’invocazione disperata di un’intera popolazione; e pure la Jugoslavia, alla quale tanto interessa sembrare veramente democratica, e di agire secondo la volontà del popolo, non potrebbe sottrarsi al principio di autodecisione, e dovrebbe permettere al popolo stesso della Venezia Giulia di dire la sua parola, alta, fondamentale, definitiva, parola che, risolta democraticamente la grave vertenza, sarebbe la più valida a riportare comunque la pace in queste terre tormentate.

 

Sullo stesso numero del giornale fu riportata una dichiarazione del ministro Bevin che sembrava rivelare le vere ragioni per cui gli anglo-americani si apprestavano ad abbandonare Pola a Tito: «Per quanto riguarda Pola Bevin ha affermato invece che la questione è discutibile, ma che comunque si tratta di una base navale per il momento distrutta e non già di un centro commerciale nel senso ordinario della parola». Una città che non era più una base navale funzionante senza peraltro essere un centro commerciale non poteva più dunque interessare nemmeno chi la occupava da oltre un anno...

Il 29 luglio, come annunciato, si tenne in tutta Italia lo sciopero generale di un’ora indetto dalla CGIL per chiedere la linea etnica o il plebiscito sia nella Venezia Giulia che nell’alta Val Roia. La Camera Confederale del Lavoro di Pola fece pervenire alla CGIL nazionale la sua piena adesione morale tramite il seguente telegramma:

 

Lavoratori italiani Pola, rappresentanti con le loro famiglie diciottomila dei ventottomila cittadini pronti esulare Madrepatria ove ingiuste deliberazioni Parigi dovessero confermarsi per questa italianissima città, plaudono iniziativa codesta Confederazione Generale ed esprimono loro fraterna solidarietà con lavoratori tutta Italia stop. Danno propria completa adesione morale at sciopero protesta inteso richiamare Conferenza Pace su imprescindibile necessità applicazione principi diritto giustizia ed autodecisione per popoli tutti stop.

 

Il CLN di Pola replicò a De Berti affermando di essere l’unico organo territorialmente riconosciuto dal Governo e di non aver mai ricevuto da lui notizie sulla sua attività né richieste di conferma del suo mandato. Snobbando il CLN e rifiutandosi di venire a Pola De Berti avrebbe causato quel caos e quei conflitti anche personali che sosteneva di voler evitare. Il CLN polese contestò anche il recente operato dell’onorevole:

 

Alla Conferenza di Parigi l’avv. De Berti partecipò: risulta dal verbale del C.L.N. per la Venezia Giulia in nostro possesso che, quando si prospettò la possibilità di una soluzione del problema giuliano mediante plebiscito e De Gasperi chiese consiglio alla delegazione giuliana, questa, tranne Gratton che appoggiava il plebiscito fra la linea Wilson e l’Isonzo, si dichiarò contraria; quindi anche l’avv. De Berti. Quando si recò a Roma la nostra prima delegazione – ed allora l’avv. De Berti venne nuovamente invitato a venire a Pola – ad una seduta del Comitato giuliano di Roma, ed il relativo verbale è in nostro possesso, l’avv. De Berti disse di essere contrario ad entrambe le tesi – plebiscito e stato cuscinetto – «perché rimane fedele al principio del Risorgimento; non si deve dimenticare che la Venezia Giulia costituisce parte integrante dell’Italia e sarebbe un rinnegare tali principi se si proponesse uno stato cuscinetto o se si dubitasse dell’italianità di quella terra proponendo dei plebisciti»

Tali sue dichiarazioni – 20 maggio 1946 – posteriori alla prima sessione della Conferenza di Parigi, erano in netto contrasto con la volontà dei polesi e degli istriani tutti che, sentito che i Ministri Byrnes e Bevin avevano aderito alla linea francese che escludeva Pola e gran parte dell’Istria, avevano espresso in ogni modo – vedi stampa di allora – una sola decisa volontà: plebiscito.

[…] a quel tempo ancora la volontà prima e decisa degli istriani era il plebiscito; solo dopo la proposta ufficiale e il conseguente accordo sull’internazionalizzazione di Trieste e dintorni e sulla cessione di Pola alla Jugoslavia, il C.L.N. di Pola, con mozione 7 luglio, aveva proposto al Governo l’estensione fino a Pola dello Stato cuscinetto.

[…] se le soluzioni che l’avv. De Berti chiama dannose per l’Istria e la regione sono in prima analisi il plebiscito e, perduta anche questa possibilità, in ultima analisi l’allargamento dello Stato Libero, esse rispecchiano la volontà degli istriani e dei polesi, e quindi del C.L.N. di Pola.

 

Il CLN polese denunciò inoltre «l’atmosfera di intolleranza e aggressione» creata contro i suoi rappresentanti nelle assemblee del 26 e del 28 luglio e l’agguato compiuto il 30 luglio da oltranzisti vicini a De Berti contro Rodolfo Manzin per impedirgli di recarsi a Roma quale inviato del CLN e dell’Assemblea cittadina: «E dire che il Manzin aveva il compito espresso di far pervenire a Roma le schede di sfollamento di ben 9.496 famiglie assommanti 28.058 persone, le quali in caso di annessione alla Jugoslavia hanno chiesto di esulare in Italia!!!». Tali schede costituivano il «riepilogo generale delle "dichiarazioni" delle "persone" che hanno espresso la volontà di esodo in Italia, nel deprecato caso che la città di Pola venga ingiustamente assegnata alla Jugoslavia». Le 9.496 dichiarazioni raccolte in poche settimane corrispondevano, tenendo conto dei relativi nuclei familiari, a 28.058 persone su circa 31.000 residenti presunti. Il censimento fu in pratica un plebiscito libero, indiretto e auto-organizzato dei polesani contro la Jugoslavia e a favore dell’Italia, cui seguì pochi mesi dopo l’altrettanto plebiscitario esodo.

Rodolfo Manzin riferì sabato 4 agosto da Roma che erano purtroppo falliti anche i tentativi fatti da lui e dall’altro socialista membro della delegazione polese a Roma, Orlando Inwinckl, di indurre De Berti a più miti consigli. «Egli – riferì – ci ha esplicitamente dichiarato che di Amoroso non vuol sentirne parlare quando si tratta di nostri problemi e a Parigi non lo vuole».

In una lettera di domenica 5 agosto al CLN di Pola Amoroso lamentò con dispiacere che il CLN e l’Assemblea cittadina di Pola avessero contribuito a designare Antonio De Berti capo della delegazione giuliana a Parigi, malgrado «la relazione dell’avv. Bartoli sull’atteggiamento da lui assunto di fronte alla nostra tesi difensiva» e nonostante un telegramma e una lettera del 28 luglio e successivi dispacci in cui i rappresentanti polesani a Roma avessero chiarito «la assoluta incompatibilità di De Berti a fungere da difensore dell’ultima disperata nostra linea di difesa». Ciò, secondo Amoroso, avrebbe avuto effetti nefasti sull’orientamento della delegazione giuliana a Parigi, visto che De Berti era contrario sia all’allargamento del TLT verso nord sia al plebiscito:

 

[…] È vero che De Berti alla vigilia della sua isolata partenza per Parigi ha dichiarato di «prendere atto» della linea di difesa da voi prescelta e di «obbedire», promettendo di farla valere come estrema ratio, ma mi sapete dire voi che cosa può significare questo di fronte alla motivata tesi contraria esposta dallo stesso De Berti nel «Promemoria», opinione che gli verrà sicuramente rinfacciata quando si azzardasse ad avanzare in extremis la nostra tesi? Vi sembra, in coscienza, di avere affidato bene la nostra causa? E che significa tenere «in riserva» la nostra tesi che, nella disperata nostra situazione, solo i ciechi non vedono essere l’unica? […]

 

Lo stesso 5 agosto De Berti scrisse al CLN di Pola riferendosi in particolare all’allargamento del TLT verso l’Isontino, ma indirettamente anche al plebiscito:

 

Io non posso rinunciare alla linea d’intransigenza per l’unica soluzione giusta che ho sostenuto, che è quella della sovranità italiana entro la linea etnica. Perciò in concordanza con la dichiarazione ufficiale che farà il Governo, con cui fa la riserva solenne dinnanzi alla storia futura, come giuliano, non posso avallare con la mia presenza una soluzione che è contraria alla giustizia ed al principio di nazionalità.

È quindi sicuro che io abbandonerò la conferenza con una dichiarazione che affermerà questa linea. […]

Ciò non deve pregiudicare quanto voi avete deciso e che sarà sostenuto dai vostri fiduciari direttamente e da coloro che potranno affiancarsi a loro […].

Voi mi concederete di non assumere una responsabilità per l’avvenire, che sarebbe in contraddizione con tutta la linea da me tenuta. Essa è prettamente intonata con il sublime sacrificio dell’Istria e di Pola, che hanno unanimemente deciso di non subire il dominio straniero, preferendo la più dolorosa soluzione: l’esodo, unico esempio nella storia e che deve rimanere eternamente scolpito come un’affermazione che non ammette nessuna equivoca interpretazione.

 

Lunedì 6 agosto Manzin comunicò al CLN di Pola che De Berti, volendo decidere chi dovesse rappresentare la sua città, aveva inviato un telegramma a Pola chiedendo che fossero designati Inwinckl e mons. Angeli:

 

Io e Inwinckl abbiamo cercato l’impossibile per riconciliare le due parti, ma senza esito. […] noi qui ci troviamo divisi e mortificati, così come a Pola ci troviamo disuniti mentre si matura la più grande tragedia della nostra storia. Nel prendere congedo da De Berti, gli abbiamo raccomandato di sostenere le soluzioni deliberate dall’Assemblea cittadina polese, delle quali, francamente, egli non si è dichiarato convinto. Tanto più che goriziani e triestini hanno rivelato pure l’intenzione di opporvisi. Per questa ragione tra noi è sorta una certa perplessità nell’apprendere che a Parigi i delegati triestini e goriziani saranno presenti in maggior numero che quelli di Pola e della Zona B istriana.

 

In una lettera spedita il 10 agosto ai CLN di Pola e della Venezia Giulia, a quelli clandestini di Parenzo e dell’Istria e a De Berti, Dario Biasi, che dal 9 al 26 luglio era stato a Roma come delegato del CLN istriano, confidò:

 

Per me l’on. De Berti ha avuto un grave torto e per questo gli ho tolto la fiducia […]: è stato sempre eccessivamente ottimista e non si è mai comportato democraticamente con noi del C.L.N. Istriano in quanto non ha seguito le nostre direttive, ma ha fatto una politica sua personale, contraria alle volte alla nostra. La questione poi del plebiscito è ancora ingarbugliata ma a suo tempo verranno fuori i responsabili per cui esso non è stato richiesto dal Ministro De Gasperi.

 

(Continua)

Ultimo aggiornamento ( martedě 13 agosto 2013 )