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RICORDI DEL MIO VISSUTO di Mariuccia Pussini

(L'Arena di Pola 21 febbraio 2012 ) 

 Ricordi del mio vissuto
di Mariuccia Pussini

 

Ricordo me bambina di otto-dieci anni uscire dalla farmacia di nonno Nicola, a Cherso, stringendo nella mano le pasticche dolci di colore bianco, verdino, giallo e arancione che il nonno dava a Clara e a me, ogni pomeriggio, quando andavamo a salutarlo prima di incominciare la nostra passeggiata.

Poi venne il 25 luglio 1943. Caduta del regime fascista. Non tornammo più a Cherso per le vacanze estive. Era troppo pericoloso fare la traversata via mare.

Seguì il disastroso 8 settembre 1943, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati pur sapendo che sul suolo italiano c’erano ancora le truppe tedesche ormai diventate nemiche. I nostri poveri soldati furono lasciati allo sbando, senza alcun ordine superiore.

A Pola arrivarono colonne e colonne di reduci dalla Jugoslavia, dall’interno dell’Istria. Essendo la città porto militare importante, numerose erano le truppe presenti in loco (terra, mare, cielo). L’ordine tedesco era: o combattere con loro o la deportazione in Germania. A questo scopo i nostri soldati furono raccolti nel cortile della caserma «Nazario Sauro». Disarmati, impossibilitati a dare notizie alle proprie famiglie, vennero lasciati all’aperto senza cibo. E allora si vide per le strade di Pola una strana "processione" di donne e bambini (per gli uomini era pericoloso farsi vedere in giro) avviarsi verso la caserma muniti di cibo e vestiti da portare ai nostri soldati. Anche noi, mamma, Clara ed io, ci recammo alla caserma. Ostentavamo due grosse sporte piene di tutto il cibo racimolato ed una grossa pentola di minestra. Passammo il cibo attraverso la rete a quei giovani guardati a vista dai soldati tedeschi, armati di tutto punto. Diversi soldati ci consegnarono furtivamente delle cartoline, dei foglietti sui quali davano notizie di sé ai familiari. Cosa che noi facemmo puntualmente: naturalmente ciò avvenne per la compiacenza di qualche soldato tedesco.

Il 9 gennaio del 1944 subimmo a Pola il primo bombardamento. La città, essendo posta come Roma su sette colli, era dotata di rifugi antiaerei scavati nella roccia e quindi sicuri. Arrivarci in tempo però, era la condizione essenziale. Con il passare dei mesi i bombardamenti si fecero sempre più frequenti e devastanti. Bisognava imparare a convivere con il pericolo. Io avevo undici-dodici anni, la nostra scuola era stata requisita dai tedeschi occupanti e perciò andavamo a lezione al Museo Provinciale che era in una posizione piuttosto pericolosa. Infatti era posto proprio sotto il Castello dove era piazzata una grossa postazione antiaerea che, quando era in funzione, lasciava cadere nel giardino i bossoli.

Noi ragazzi sapevamo che, in caso di pericolo, bisognava buttarsi a terra e poi al momento opportuno correre con quanto fiato si aveva in gola verso il rifugio. Qualche volta gli allarmi ci sorprendevano lontani da casa, ma l’ordine dei genitori era di recarsi di corsa nel rifugio più vicino ad aspettare il cessato pericolo. Non era molto tranquillizzante trovarsi da soli, sentendo fuori il fragore delle bombe e della contraerea. Quando suonava il cessato allarme si correva a casa per constatare se questa era ancora in "piedi" e se la nostra famiglia era sana e salva.

Ricordo una festa di «Corpus Domini». Come ogni festa comandata, Clara ed io eravamo a pranzo dalle zie Rina ed Etta (zie di papà Corrado). Suonò l’allarme, noi ci precipitammo verso il rifugio che era a due passi; ma quel giorno gli aerei erano già sul cielo di Pola. A volo radente cominciarono a mitragliare. Clara ed io, stese a terra, sentivamo i colpi a raffica cadere a pochi centimetri da noi. Alla prima sosta ci alzammo in piedi e di corsa raggiungemmo il rifugio. Zia Jole (sorella di papà) arrivò anche lei di corsa. Pallida in volto ci strinse a sé, e così abbracciate sentimmo la gente raccontare i disastri che avvenivano fuori. «Hanno colpito l’ospedale», «via Manzoni è tutta giù». Noi abitavamo in via Manzoni e mamma e papà erano a casa! Appena cessò il pericolo ci ritrovammo tutti a casa delle zie. Mamma e papà l’avevano scampata bella perché una bomba era caduta nel nostro cortile. Ma erano salvi ed eravamo di nuovo tutti insieme.

Il febbraio del 1945 ci vide subire ben 14 bombardamenti, di cui uno notturno. Passavamo ormai tutta la giornata in rifugio o nel cortile che era vicino all’entrata. Mamma portava il desinare in una borsa. Con l’incoscienza dei giovani, posso dire che noi anche ci divertivamo, eravamo tutto il giorno insieme agli amici, facevamo strani lavoretti a maglia con la poca lana trovata in casa, esploravamo le varie uscite del rifugio, facevamo inquietare i cavalli che i tedeschi avevano piazzato vicino all’entrata. Al cessato allarme tutti a casa; una breve corsa a prendere il latte e il pane che ci venivano assegnati con le tessere annonarie; poi una cena veloce in attesa del quasi quotidiano allarme notturno.

Finalmente la guerra finì, ma non per noi. Cominciava un periodo tremendo. Erano i primi giorni del maggio ’45. Dalle persiane semichiuse vedevamo soldati tedeschi andare a rifornirsi di pane al panificio situato alla fine della nostra strada. Erano ragazzi che, sotto quell’elmetto che tanta paura ci incuteva, mostravano un viso smarrito con degli occhi sbarrati per la consapevolezza del pericolo che li attendeva. Si ritirarono sul mammellone del forte di Stoia confidando nell’arrivo tempestivo degli alleati; avevano il terrore di arrendersi alle truppe di Tito che stavano per prendere la città. Gli alleati invece giunsero dopo 45 giorni terribili; e non si è mai saputo quanti tedeschi siano sopravvissuti a quella occupazione.

I partigiani titini arrivarono in lunghe file vestiti in modo approssimativo, con addosso divise di vari eserciti. Scrissero sui muri di tutta la città frasi inneggianti alla libertà e al potere operaio in una lingua che nessuno conosceva. Croato. Esposero bandiere jugoslave e tricolori con la stella rossa. Proibirono il nostro giornale e stamparono uno tutto loro. Lo smarrimento invase la città; poi, quando si diffuse la notizia di tanti arresti di concittadini italiani, subentrò la paura. Per ordine delle forze occupanti, i dipendenti pubblici (e papà, essendo bancario, era tra questi) dovevano frequentare una mensa e poi alle 15 cessare il lavoro.

Un giorno di quel maggio eravamo a casa per il pranzo, mamma, Clara ed io, quando qualcuno suonò alla porta. Era la "santola" Romana Scopini (moglie del grande amico di papà). Parlando concitatamente, ci avvertì che, a mezzo vie traverse (vedi amici del CLN italiano), era stata informata che si programmava l’arresto di papà Corrado. Cosa fare? In pochi minuti decidemmo. Clara e mamma sarebbero andate alla mensa e, chiamando in strada papà, lo avrebbero avvertito del pericolo. Io dovevo correre a casa delle zie dove avrei trovato zia Jole che, a causa del parziale danno subito dal suo appartamento per un precedente bombardamento, abitava con loro. Lei doveva correre ad avvisare don Paolo Marini (nostro buon conoscente e insegnante di Clara), anche lui tra i ricercati.

Erano le due di un pomeriggio caldissimo, avevo l’ordine di non parlare con nessuno, ma per strada incontrai Fides. Dovendo rispettare l’ordine di non confidarmi con nessuno, fui vaga con lei e dissi che mi recavo dalle zie. Lei però capì che qualcosa non andava e, con mio grande disagio, mi accompagnò fino al portone di casa Monai. Arrivata, feci la mia ambasciata e, dopo tanta angoscia, mi sentii un po’ più tranquilla tra i miei parenti. Zia Jole, uscendo dal cortile posteriore per non dare nell’occhio, corse ad avvertire don Paolo.

Ci mettemmo poi ad attendere mamma e Clara che non tardarono. Ci illustrarono il piano predisposto. Papà si era già recato nella casa bombardata di nonna e zia Jole e, accampandosi alla meglio nelle stanze ancora agibili, sarebbe rimasto nascosto tutto il tempo necessario. Per il sostentamento suo e di Giorgio (suo cugino anche lui nascosto) avrebbe provveduto Virgilio, il figlio dei portinai, con il quale erano cresciuti e che era persona assolutamente affidabile. Mamma, Clara, ed io avremmo dovuto andare a dormire da amici, in quanto si sapeva che nel caso i titini fossero venuti a cercare papà, non trovandolo, avrebbero potuto imprigionare noi per far uscire allo scoperto lui stesso. Questo era già successo con la famiglia Manzin. Scegliemmo di andare nella villa degli amici Vio, in quanto l’ing. Vio era già stato prelevato dai titini e perciò la probabilità di una loro ulteriore visita era remota. Dormimmo lì tre notti, poi tornammo a casa con l’angoscia nel cuore.

E venne finalmente il giorno dell’arrivo degli alleati! Fu una gioia ed un tripudio indescrivibile. Ritti sulle jeep e sui camion, belli, nutriti, puliti, odorosi di buon sapone, distribuivano sorrisi e cioccolata. Noi eravamo come impazziti. Ai "Giardini" trovammo papà che era uscito dal nascondiglio ed esibiva una lunga barba nera. Ci abbracciammo commossi. Ma la gioia fu di breve durata in quanto si sparse subito la voce che gli alleati non avrebbero preso ancora il comando della città. Perciò papà e gli altri si nascosero nuovamente. Furono due giorni e due notti di grande paura. Poi finalmente gli alleati assunsero il comando della città e i titini dovettero ritirarsi. Era il giugno del 1945.

Cominciò per noi ragazzi un periodo molto bello. Potemmo tornare a fare i bagni (nell’estate precedente i continui allarmi e bombardamenti non ci avevano permesso di fare una vita normale). Le manifestazioni d’italianità si susseguivano incessantemente. Noi studenti partecipavamo con tanta passione. Ci ritrovavamo, studenti e professori, l’uno accanto all’altro, inneggiando all’Italia, cantando le nostre canzoni, sventolando la nostra bandiera. Le notizie sul futuro destino della Venezia Giulia si susseguivano, i nostri genitori erano preoccupati, ma di tutto ciò non ci facevano partecipi, anche perché, in fondo in fondo, anche per loro il pensiero che Pola e l’Istria potessero finire sotto la Jugoslavia era quasi inconcepibile.

Di quei mesi ricordo una manifestazione d’italianità che ebbe dei momenti di forte tensione. Sfilavamo noi studenti in testa al corteo con i "grandi" che ci seguivano. Ad un dato momento, sull’onda del nostro entusiasmo, prendemmo a passo sostenuto la via delle Rive. I "grandi", non potendo starci dietro, si distaccarono dal corteo e si misero ad attenderci, passeggiando, ai "Giardini". Noi, dopo aver percorso le Rive, svoltammo per viale Carrara. Ma qui ci affiancò un automobile che ci chiuse la strada. Discesero degli uomini, armati di pistola, che dando botte a destra e a manca ci dispersero. Io presi una bella bastonata sulla schiena!!! Non so come mi ritrovai sola all’interno di un portone. Clara, Fides, Marisa e gli altri amici erano spariti. Con i pochi che erano con me nel portone, aspettammo che le acque si calmassero e poi, alla spicciolata, uscimmo all’aperto. Tremante andai verso i "Giardini" dove i genitori, avendo sentito dell’accaduto, ci aspettavano preoccupati. Quando li vidi mi misi (come al solito) a piangere. Il ragazzo che era dietro a me disse le fatidiche parole: «Le go ciapade, ma no me importa niente!».

Nell’estate del ’46 un tremendo avvenimento sconvolse Pola. Era il 18 agosto e ricorreva una festa della Società sportiva «Pietas Julia». Siccome ogni occasione era buona per proclamare la nostra identità italiana, le autorità avevano deciso di celebrare l’avvenimento con una grande festa di popolo presso lo stabilimento balneare di Vergarolla. Quasi in faccia allo stabilimento c’era una pineta un po’ rada che terminava con una bella spiaggia sassosa e bianca. Giacevano colà dimenticati delle grosse bombe inesplose e altro materiale bellico. Intere famiglie, in quella domenica d’agosto, intendevano passare la giornata al mare per partecipare così alla manifestazione in onore della «Pietas Julia».

Con il permesso dei genitori che intendevano raggiungerci più tardi, alle 14 di quel pomeriggio Clara, Marisa, io ed altri stavamo andando a Vergarolla in bici. Improvvisamente si udì uno scoppio fortissimo, lo spostamento d’aria ci fece sollevare le gambe oltre il manubrio. Restammo in piedi per miracolo. Ci fermammo sulla strada, consapevoli che qualche cosa di grave era accaduto. Ambulanze, camionette della Police, camion militari correvano come impazziti verso il luogo dell’attentato. Cos’era accaduto? Mani assassine avevano innescato i vari proiettili abbandonati e ne avevano provocato l’esplosione. Le vittime furono quasi 100. Intere famiglie distrutte.

I funerali furono imponenti e strazianti. Il nostro Vescovo non ebbe paura di accusare gli Alleati di incuria e di poca sorveglianza di un materiale così pericoloso. A distanza d’anni fu confermato che lo scoppio era dovuto ad un attentato premeditato.

La firma del Trattato che avrebbe sancito l’assegnazione di Pola e parte dell’Istria alla Jugoslavia si avvicinava. I giorni passavano e la determinazione di quasi tutta la popolazione polese era di lasciare tutto e andare in Italia. Non c’erano più speranze. L’Italia, che aveva perso la guerra, pagava un prezzo altissimo con la perdita di territorio nazionale. E noi eravamo le vittime sacrificali. Ricordo quell’autunno e quel dicembre del 1946. Per le strade di Pola, silenziose e poco frequentate, risuonavano solo colpi secchi di martello sui chiodi delle casse di legno che tutti riempivano dei lori poveri averi. Miseri carretti trasportavano masserizie verso la stazione ferroviaria o verso le Rive, in attesa d’imbarco. Avevamo chiesto con forza (i nostri rappresentanti erano andati a Roma, Parigi, Londra) l’autodeterminazione dei popoli. Non ci fu concessa. Niente da fare. Eravamo già stati venduti alla Jugoslavia dagli Alleati al Congresso di Yalta (1945). In quel periodo Pola contava circa 37-38mila abitanti. Rimasero lì poco più di 2.000 persone.

Papà, essendo un bravo funzionario bancario, ricevette offerte di lavoro o presso una banca di Pisa o come direttore della filiale della Banca Cattolica del Veneto a Gorizia.

La nostra partenza da Pola fu fissata il 5 gennaio 1947 perché papà doveva prendere servizio il giorno 7 gennaio. Purtroppo, e per me fu un vero trauma, Clara non sarebbe venuta con noi, in quanto, alunna dell’ultimo anno di liceo, avrebbe affrontato l’esame di maturità in anticipo, perché il Ministero della Pubblica Istruzione pensò bene di dare, agli studenti esuli, almeno il vantaggio di partire con la maturità in tasca. A noi, studenti delle medie, fu concessa la promozione a patto che i voti del I trimestre fossero tutti positivi. Così fu per me.

Di quegli ultimi giorni a Pola ricordo poco. Il mio cuore era gonfio. Lasciavo la mia città, i parenti, gli amici, la mia vita abituale, per un destino tutto da scoprire e tutto ciò lo dovevo affrontare senza Clara, alla quale mi univa e mi unisce un affetto profondo fatto di amicizia e confidenza totale. Fu duro anche questo momento.

Non ricordo l’ultimo Natale a Pola. Ricordo invece il Capodanno 1946/1947. Lo passammo tutti quattro insieme al Politeama Ciscutti. C’era un ballo della Lega Nazionale. Il teatro era gremito; cantavamo le nostre canzoni e le lacrime scendevano sul nostro viso al pensiero di lasciare per sempre la nostra città in mani straniere. «…solo do lagrime, una per ocio, e po’ in zenocio questa terra baserò, solo do lagrime e ’l cor in gola, mia cara Pola mi te saluderò»…

La mattina del 5 gennaio mi ritrovai appoggiata al parapetto della nave che ci avrebbe portato a Trieste. Era una mattina fredda e grigia e Pola era spazzata da una bora gagliarda. Rimasi sul ponte con papà. Vedemmo allontanarsi la città, l’Arena con sullo sfondo il campanile della chiesa di S.Antonio. Il cuore era pieno di sgomento, dolore, incredulità ed ansiosa attesa di quanto ci riservava il futuro. Mamma venne a prendermi per portarmi al riparo. Papà restò sul ponte, all’aperto, a guardare la sua Istria per l’ultima volta.

ADDIO, POLA, ADDIO

 

Mariuccia Pussini

Ultimo aggiornamento ( marted́ 13 agosto 2013 )