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Rassegna Stampa n. 803 del 03/12/11
    

Rassegna Stampa Mailing List Histria

Sommario N° 803 – 03 Dicembre 2011

760 - Il Piccolo 30/11/11 Plauso dei dalmati a Staffan de' Mistura neosottosegretario
761 – La Voce del Popolo 01/12/11 Inaugurati a Buie, nel rione di Rudine,la nuova sezione della Scuola d'infanzia «Fregola» (Daniele Kovačić)
762 - Il Piccolo 29/11/11 Radin: «Tutti al voto il seggio degli italiani rischia l'abolizione» (Andrea Marsanich)
763 - La Voce del popolo 26/11/11 Abbazia, da 65 anni in difesa della lingua e della cultura italiane (Krsto Babić)
764 - Il Piccolo 29/11/11 Hotel e 50 alloggi dentro le mura di Spalato (a.m.)
765 - La Voce del Popolo 26/11/11 Alto Buiese, quando si è costretti a vivere isolati dal mondo (Franco Sodomaco)
766 - Il Piccolo 27/11/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani : Baici depredati a Cherso e inseguiti fino a Trieste (Silvio Maranzana)
767 – La Repubblica 26/11/11 Firenze: Grazie Rusich maestro di vita e di storia (Paolo Russo)
768 - CDM Arcipelago Adriatico 30/11/11 Federico Siboni: Fermenti patriottici in Alto Adriatico, un processo ignorato (Rosanna Turcinovich Giuricin)
769 - La Voce del Popolo 24/11/11 La partecipazione dell'Istria alla grandiosa lotta sostenuta dalla Nazione (Giacomo Scotti)
770 - Il Piccolo 27/11/11 Zara: Sull'isola Lunga scoperti i resti degli antichi dalmati (a.m.)
771 - L'Arena di Pola 23/11/11 Tre bandiere e una Marina (Paolo Radivo)
772 - La Voce del Popolo 26/11/11 Speciale - Carsania, già Villa Giadrossi, un paesino accasciato fra migliaia di olivi argentati (Daniele Kovačić)
773 - La Voce in più Cucina 26/11/11 Delizie regionali: il prosciutto istriano è autoctono e unico al mondo per i suoi ingredienti di qualità (Fabio Sfiligoi)
774 - Il Piccolo 27/11/11 Confini - Zagabria e Lubiana si sfidano per la scelta degli "arbitri" (m.man.)
775 - Il Piccolo 28/11/11 L'eredità di Tito che scotta vale 60 milioni di dollari, la decisione spetta al tribunale di Belgrado
776 - Il Piccolo 30/11/11 Lettere - Latinità della Dalmazia (Gualtiero Paoletti)

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

760 - Il Piccolo 30/11/11 Plauso dei dalmati a Staffan de' Mistura neosottosegretario
Plauso dei dalmati a Staffan de’ Mistura neosottosegretario

«Caro de Vidovich, ho ricevuto il tuo messaggio con grande gioia e apprezzamento, anche perché era a nome dei Dalmati in Italia e nel mondo. Farò del mio meglio per meritare questo onore che il nostro beneamato Paese mi ha voluto conferire. Un caro saluto da Kabul e a presto a Roma».
Questa la risposta che il neosottosegretario agli Esteri Staffan de’Mistura, la cui famiglia è originaria di Sebenico, ha inviato al Presidente dei Dalmati di Trieste, Renzo de Vidovich.
La risposta del sottosegretario del governo Monti è arrivata dopo le felicitazioni che lo stesso de Vidovich gli aveva inviato: «I Dalmati sparsi in tutto il mondo, che Ti hanno consegnato il Premio Tommaseo nella solenne cerimonia svoltasi nell’affollatissima aula del Consiglio comunale di Trieste in occasione del 56° Raduno dei Dalmati del 2009 (nella foto con Missoni), sono orgogliosi di prendere atto che il Tuo impegno umanitario, politico, sociale e internazionale è stato premiato con il Tuo inserimento nella compagine di Governo. Siamo certi che la Tua cultura, che affonda le radici nell’antica tradizione del Patriziato veneto di Sebenico e nella Nazione dalmata, saranno di grande utilità nella difesa della cultura italiana in Dalmazia, a Fiume e nell’Istria e Ti consentiranno di istaurare nuovi rapporti per accelerare la presenza della Croazia e del Montenegro nel concerto dei popoli europei».

761 – La Voce del Popolo 01/12/11 Inaugurati a Buie, nel rione di Rudine,la nuova sezione della Scuola d'infanzia «Fregola»
Inaugurati a Buie, nel rione di Rudine,la nuova sezione della Scuola d'infanzia «Fregola»

Più spazio per i bambini della CNI gli asili in vetta alle priorità dell’etnia
BUIE – È stata inaugurata ufficialmente la nuova sezione della Scuola d’Infanzia “Fregola” di Buie. Si tratta della sede nel rione di Rudine, ai piedi del palazzo municipale. Il piano terra di una casa popolare ospita così due nuove sezioni nido: la prima dedicata ai bambini che vanno dal primo al secondo anno di età, mentre la seconda destinata a coloro che compiono i 2 e i 3 anni.
Un’emozionatissima direttrice dell’asilo italiano, Francesca Deklić, ci ha spiegato che attualmente vi sono in totale 69 bambini, guidati da 10 educatrici. Si dividono in 5 sezioni: due nella sede centrale, un gruppo misto a Momiano e due sezioni nella neo-inaugurata sede in centro città. Grazie all’intervento dell’Unione Italiana una nuova educatrice è stata assicurata per il primo quadrimestre, mentre da gennaio 2012, sarà la Città di Buie a garantire lo stipendio. L’amministrazione municipale ha già messo a bilancio 100mila kune.
EDILIZIA Numerose le personalità presenti alla cerimonia d’inaugurazione. A partire dal sindaco di Buie, Edi Andreašić, che si è detto soddisfatto per l’obiettivo raggiunto. “Anche se si tratta di una sede distaccata – ha detto – è importante perché consentirà una maggiore accoglienza visto lo spazio in più”. Inoltre il primo cittadino ha annunciato che entro la fine del suo mandato ha intenzione di risolvere il problema dell’edilizia delle istituzioni prescolari alla radice. “Ci sono due possibilità – ci spiega la sua vice, Marianna Jelicich Buić – la prima è quella di costruire uno stabile ex-novo, mentre la seconda, presa in considerazione dopo un’analisi nella quale abbiamo constatato le difficoltà finanziarie che purtroppo non dipendono da noi, è quella di ristrutturare la sede centrale di via Gubec. L’obiettivo è di rendere quella sede capace di contenere le due istituzioni, quella italiana e quella croata, senza bisogno di sedi distaccate in città, a parte quella di Momiano che per ovvie ragioni logistiche è necessaria al circondario della località”.
L’APPOGGIO DELL’ITALIA È intervenuto alla cerimonia anche il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, che ha ribadito pure in quest’occasione come l’Italia “sostenga sempre questo tipo di istituzioni, perché i bambini sono i futuri ragazzi, e poi gli adulti che manterranno viva la Comunità Nazionale Italiana”. Lo ha detto complimentandosi con tutti gli enti locali e l’Unione Italiana per la forte collaborazione che c’è stata.
PROGETTI E proprio a rappresentare l’Unione Italiana, alla cerimonia c’erano il presidente Furio Radin, e il presidente della Giunta Esecutiva Maurizio Tremul. Quest’ultimo ha dichiarato che “con questa operazione si torna a considerare l’istruzione prescolare in vetta alle priorità, come non succedeva da un paio d’anni, e lo dimostrano le attenzioni che l’UI porge a diversi progetti in atto, come la prossima creazione della sezione di San Lorenzo – Babici per quanto riguarda l’asilo umaghese, mentre un altro passo sarà quello di una sezione a Fiume, e così avanti con altre sedi”. Un accenno è stato fatto anche ad altre due opere importanti per Buie: la palestra dell’elementare “Edmondo De Amicis” (la cui gara d’appalto dovrebbe partire entro l’anno) e il nuovo edificio della superiore “Leonardo Da Vinci” per il quale, come rilevato da Tremul, sono già in corso trattative.
A testimonianza di come le istituzioni locali siano state vicine a questa operazione, hanno presenziato all’inaugurazione anche la presidente del Consiglio di Amministrazione dell’asilo italiano “Fregola”, Giuseppina Rajko, la presidente della CI di Buie, Lionella Pausin Acquavita, e la preside della scuola croata “Mate Balota” Rosana Jović, nonché il presidente dell’ADL di Verteneglio, Umberto Ademollo.
Per confermare l’importanza di una continuità generazionale, gli alunni della prima classe della SEI “Edmondo De Amicis”, che fino allo scorso anno frequentavano proprio l’asilo “Fregola”, hanno cantato una canzone davanti al varco d’entrata, prima di far visitare le stanze alle autorità e gli ospiti. Le due educatrici hanno così preparato una canzoncina che i bambini hanno cantato emozionati per le tante persone che hanno affollato i loro spazi. Infine, una visita è stata programmata anche alla sede centrale di via Matija Gubec.
Daniele Kovačić

762 - Il Piccolo 29/11/11 Radin: «Tutti al voto il seggio degli italiani rischia l'abolizione»
Radin: «Tutti al voto il seggio degli italiani rischia l’abolizione»


Il presidente dell’Ui, unico candidato, confermato al Sabor: «Zagabria ha sotto tiro i rappresentanti delle minoranze»

di Andrea Marsanich
FIUME Ha vinto le elezioni parlamentari del 4 dicembre in Croazia prima del loro svolgimento, garantendosi il successo perché è stato l’unico a presentarsi quale candidato al seggio garantito della Comunità nazionale italiana al Sabor, il parlamento croato. Nonostante l’assenza di avversari, il polesano Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana, ha voluto comunque sentire il polso dell’elettorato connazionale, recandosi in 25 Comunità degli Italiani per ascoltare e parlare alle nostre genti. «La mia campagna elettorale è andata avanti come nelle scorse consultazioni – precisa – l’ho voluto fare perché rispetto i nostri elettori e per invitarli a esercitare comunque in massa il voto etnico. I seggi specifici delle minoranze nazionali, tra cui quella italiana, sono purtroppo a rischio perché esiste il progetto per eliminarli. Dopo la soppressione del voto aggiuntivo o doppio voto, approvato da governo e Sabor e cassato dalla Corte costituzionale, già nel prossimo mandato si tenterà di abolire questi seggi che sono un formidabile strumento di discriminazione positiva a favore delle minoranze». Perché? Sono 8 i deputati delle comunità minoritarie su un totale di 151. Si tratta di parlamentari indipendenti e dunque non manovrabili, che danno semplicemente fastidio ai partiti. Si cercherà di far eleggere i rappresentanti delle minoranze dalle file degli schieramenti partitici, con il risultato di annientare la loro autonomia. È sicuro che dopo le politiche si prenderà in considerazione il numero di voti andati agli 8 parlamentari, per poi – in caso di scarsa adesione – cercare di togliere anche questo diritto, come già tentato a inizio 2000. Certamente una parte dei connazionali, vedendo che il sottoscritto è candidato unico, farà convogliare il proprio consenso verso i partiti, ma è una cosa che non manco di sconsigliare poiché il pericolo è dietro l’angolo. Un breve bilancio dello scorso mandato quadriennale? Sostanzialmente gli accordi del governo con le minoranze hanno retto, ma la valutazione sarebbe stata molto migliore se la Consulta non avesse bocciato il doppio voto, mossa ispirata in maniera trasversale da centrosinistra e centrodestra. Riguardo alle minoranze, negli ultimi 8 anni sono stati compiuti passi avanti e nel contesto citerò il bilinguismo sulla Ipsilon istriana, gli sportelli bilingui nelle questure di Pola e Fiume, la legge sulle autonomie locali che ha sancito l’italiano quale dicitura in diversi comuni. Il risultato più importante è che siamo sopravvissuti come italiani e lo abbiamo dimostrato alla grande al concerto del 3 settembre scorso all’ Arena, un popolo di connazionali, almeno 5 mila persone, che ha voluto e saputo dare prova del proprio orgoglio e tenacia, la qual cosa ci è stata riconosciuta anche dalla maggioranza. Cosa chiederà alla futura coalizione al potere? Fermo restando che continuerò a battermi per il doppio voto, voglio sperare che la nuova alleanza governativa, quasi certamente di centrosinistra, instauri un tavolo di trattative con noi delle minoranze. Se non sarà così, sarà comunque costretta a farlo nel corso del mandato. Da parte mia voglio concludere che quella per le comunità nazionali minoritarie è una battaglia senza fine, dagli esiti perennamente incerti.

763 - La Voce del popolo 26/11/11 Abbazia, da 65 anni in difesa della lingua e della cultura italiane
FESTEGGIATO SOLENNEMENTE L'ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELLA COMUNITÀ DELLA PERLA DEL QUARNERO

Abbazia, da 65 anni in difesa della lingua e della cultura italiane
ABBAZIA – La Comunità degli Italiani di Abbazia ha festeggiato i suoi primi 65 anni organizzando un incontro letterario con il poeta Giacomo Scotti, che per l’occasione ha composto la sua prima lirica, dedicata alla “Perla del Quarnero”, con la mandolinistica della SAC Fratellanza di Fiume e con i bambini dei gruppi italiani degli asili di Abbazia. La solenne cerimonia si è svolta nel tardo pomeriggio di ieri a Villa Angiolina, alla presenza di numerosi ospiti di riguardo, tra i quali spiccavano il presidente del Consiglio municipale di Abbazia, O’Brien Sclaunich, il console generale della Repubblica Italiana a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il segretario generale dell’UI, Christiana Babić, il direttore generale dell’UPT Alessandro Rossit e il rappresentante della minoranza nazionale italiana della Città di Abbazia, Sonja Kalafatović.
Rivolgendosi ai numerosi presenti il presidente della CI di Abbazia, Pietro Varljen, ha illustrato la storia del sodalizio di Villa Antonio, al quale sono legati alcuni dei personaggi più illustri della storia della CNI: Piero Nutrizio, Mario Staffel, Ermanno Bonassi e Alfredo Visintin. Varljen ha rilevato l’impegno profuso dagli attivisti della CI al fine di mantenere viva la lingua e la cultura italiane nella Riviera liburnica. Un impegno reso arduo dalla chiusura delle scuole italiane avvenuta nel 1955 (lo stesso anno nel quale la CI fu sfrattata dalla propria sede originale ospitata in una villa di 450 metri quadrati nei pressi del Palazzo di giustizia di Abbazia).
Difficoltà che non sono riuscite a demoralizzare i connazionali di Abbazia che “rimboccandosi le maniche” hanno coltivato la cultura della convivenza, superando le diffidenze degli anni bui fino a conquistare uno status di grande considerazione agli occhi della cittadinanza del capoluogo della Riviera liburnica. Una “riscossa” resa possibile anche grazie all’organizzazione di appuntamenti di primo piano del panorama culturale di Abbazia: uno fra tutti l’Ex Tempore di Volosca (Mandracchio).
Un impegno costante quello portato avanti dalla CI e coronato in anni recenti con il trasferimento della sede sociale dagli spazi angusti di Volosca all’elegante Villa Antonio e con la creazione di gruppi italiani negli asili di Abbazia. Un progetto, quest’ultimo, che ha riscosso un successo tale da convincere la Città di Abbazia ad accettare di realizzare con la collaborazione dell’UI e l’UPT un nuovo giardino d’infanzia italiano. “Un progetto che per quanto importante – ha dichiarato Varljen –, rappresenta soltanto un passo verso la piena e completa attuazione del diritto alla formazione in lingua italiana, che, sottolineo, deve essere assicurato ai nostri connazionali che risiedono ad Abbazia e nella Liburnia. Un diritto che abbiamo auspicato a più riprese sollecitando l’apertura ad Abbazia di classi di scuola elementare in lingua italiana. Si tratta di un’iniziativa che incontra grandissimo interesse tra i nostri soci, che vedrebbero così concretizzarsi una risposta efficace alle reali esigenze dei connazionali”.
Prima del termine della cerimonia, nel corso della quale è stato rispettato un minuto di raccoglimento in omaggio ai soci scomparsi, il presidente della CI ha premiato gli attivisti che maggiormente si sono distinti per il proprio lavoro a favore del sodalizio di Villa Antonio: Silvana Visintin Korač, Elisabetta Jakominić, Lucio Rosmani, Arno Blečić, Claudio Stepančić, Nives Pettera, Claudio Frank e Norma Tuljak Srbulj.
Nel salutare i presenti il presidente dell’UI Furio Radin ha espresso il parere che gli ultimi 65 anni per la CI di Abbazia sono stati un periodo pieno di successi, nel quale però non sono mancati i momenti difficili. “Ringrazio Abbazia e la gente di Abbazia per aver salvaguardato l’italianità in queste stupende terre. Sono orgoglioso di voi e lo è anche l’UI”.
Un saluto ai presenti è stato rivolto anche dal presidente del Consiglio municipale di Abbazia, O’Brien Sclaunich, il quale ha lodato l’impegno con il quale il sodalizio di Villa Antonio partecipa agli avvenimenti della Città di Abbazia, arricchendola con la sua formidabile energia. Ha avuto parole di lode anche per i numerosi progetti portati avanti dalla municipalità, in collaborazione con la CI, auspicando, infine, che l’asilo in lingua italiana sia realizzato quanto prima.
Krsto Babić

764 - Il Piccolo 29/11/11 Hotel e 50 alloggi dentro le mura di Spalato
Hotel e 50 alloggi dentro le mura di Spalato

Al via i lavori di un megacomplesso da 50 milioni di euro che sorgerà sul bastione Contarini
SPALATO Nelle prossime settimane comincerà la costruzione nel nucleo storico di Spalato di un complesso abitativo e d’affari, del valore di 50 milioni di euro e di superficie pari a 17 mila metri quadrati. Sorgerà nell’ ambito del bastione Contarini, massiccia fortificazione eretta a difesa degli attacchi turchi nel XVII secolo, durante il periodo veneziano. Insieme ad appartamenti e vani d’affari, il progetto comprenderà un albergo a cinque stelle (17 milioni di euro), il tutto edificato dall’ azienda spalatina Dalkoning, investitrice dell’ opera. Ruspe e maestranze saranno in azione per circa un anno, quanto dovrebbe bastare a realizzare il progetto, formulato di concerto con i conservatori, che hanno posto precise condizioni. Innanzitutto agli spalatini e ai loro turisti sarà permesso di gustare la città di Diocleziano dalla sommità della plurisecolare fortificazione. Continuerà ad esistere il portale nella parte sudoccidentale del bastione quale entrata nella sovrastante piattaforma. I conservatori hanno preteso ricerche archeologiche sull’ area prima che si cominci a scavare, come pure hanno vietato che le costruzioni superino per altezza il bastione, di proprietà dell’antica famiglia nobiliare spalatina Grisogono. All’interno del complesso ci saranno 4 mila metri quadrati di libreria, galleria, cinema estivo e Museo della grafica. Il resto, 17 mila mq, riguarderà abitazioni e uffici. Saranno approntati una cinquantina di alloggi, il cui costo risulterà pepato: fino a 5 mila euro per metro quadrato. Prevista pure un’ autorimessa sotterranea, con un centinaio di posti auto. Il progetto Contarini è stato reso possibile grazie al nuovo piano urbanistico attuativo del nucleo storico spalatino, che permetterà tra l’altro l’ edificazione di tre hotel. Il vecchio piano prevedeva sul bastione Contarini la costruzione di magazzini e di una ghiacciaia a uso del mercato centrale. (a.m.)

765 - La Voce del Popolo 26/11/11 Alto Buiese, quando si è costretti a vivere isolati dal mondo
GRISIGNANA Il sindaco Rino Dunis si sofferma sui tanti disagi che affliggono gli abitanti della zona

Alto Buiese, quando si è costretti a vivere isolati dal mondo
GRISIGNANA – “La vita nelle località dell’Alto Buiese è ancora oggi condizionata dalle notevoli distanze dai centri maggiori e da problemi specifici ed è per queste ragioni che, ora che siamo in periodo di campagna elettorale, vorrei lanciare un appello un po’ a tutti i futuri parlamentari istriani affinché in futuro ci considerino maggiormente”. Così Rino Dunis, sindaco di Grisignana.
I problemi dell’Alto Buiese si ricollegano all’esodo del secondo dopoguerra e agli anni in cui molta gente ha abbandonato le campagne. In tempi recenti si è tentato di rivitalizzare il territorio con diverse iniziative, ma ci si è riusciti soltanto parzialmente.
Che cosa si può fare, dunque, ancora, per migliorare questa situazione?
“In primo luogo, secondo me – ci risponde Rino Dunis – dovremmo impegnarci di più per migliorare lo standard scolastico. Mi riferisco alle scuole sia croate che italiane e sia elementari che medie superiori a noi più vicine, che sono quelle di Buie. La scuola elementare italiana, ad esempio, non ha ancora una palestra, mentre la Leonardo da Vinci ha bisogno di una nuova sede. I nostri ragazzi sono alunni che fanno i pendolari, e devono affrontare ogni giorno un lungo viaggio per arrivare a scuola. Meritano di avere degli standard scolastici migliori”.
- A Grisignana si parla da tempo anche della necessità di fondare un asilo italiano. Non è vero?
”Quello della mancanza di un asilo è un problema che ci penalizza parecchio. Fare del volontariato con i bambini in Comunità, come stiamo facendo attualmente, non è certo la soluzione ideale. Per questa ragione speriamo che anche l’ Unione Italiana e l’Università popolare di Trieste, prima o poi, ci diano una mano per individuare i fondi necessari per risolvere questo problema”.
Siete i più vicini al confine e nel contempo siete anche i più lontani da tutte le strutture sociali; fabbriche, ospedali, servizi di Pronto soccorso, centri turistici e industriali. Che sia per recarsi a scuola o a lavoro, o che si abbia bisogno di assistenza di qualsiasi genere, per il momento non avete alternative: dovete viaggiare per forza.
”Fino a che la Croazia non sarà entrata a far parte della grande famiglia dell’Ue la doppia cittadinanza potrebbe agevolarci molto. Viviamo effettivamente a pochi chilometri dall’Europa, ma ci sentiamo del tutto isolati. Speriamo davvero che con la caduta dei confini le cose cambino per noi in meglio. Già finora abbiamo cercato di rivitalizzare il nostro territorio con l’aiuto dei fondi dell’UE e di alcune regioni italiane. Ma non basta. Noi siamo convinti che possiamo fare meglio e di più. Siamo certi che abbiamo tutte le potenzialità per svilupparci nel turismo e nel settore delle piccole e medie imprese: soltanto così riusciremo a trattenere qui la nostra gente, che già adesso si trova costretta a recarsi a lavorare all’estero. Per non parlare delle situazioni in cui qualcuno di noi ha davvero bisogno di soccorso. Quanto ci mette un’autombulanza che parte da Umago per raggiungere località come Grisignana, Piemonte, Sterna o Portole e tornare a Umago, o trasferire una persona che ha bisogno del ricovero in ospedale a Pola o a Fiume? Servono ore. D’altra parte l’ospedale di Isola si trova appena oltre confine, ma lì siamo cittadini stranieri. Credo che a Zagabria chi siede in parlamento queste cose dovrebbe saperle e riferirle”.
Franco Sodomaco

766 - Il Piccolo 27/11/11 Le grandi proprietà confiscate agli italiani :
Baici depredati a Cherso e inseguiti fino a Trieste


Erano produttori agricoli, allevatori, commercianti, albergatori e armatori
Giuseppe finì poi al Coroneo per la delazione di un suo concittadino italiano comunisti
E alcuni rimasti finirono a Goli Otok
Gli italiani che credono nel comunismo e sperano di vederlo realizzato in Jugoslavia nel 1948 dovranno sopportare la delusione dell’espulsione di Tito dal Cominform. Avviene così che tra il 1950 e il 1951 i pochi che nelle isole del Quarnero si oppongono al nuovo corso vengono imprigionati o condannati ai lavori forzati e deportati a Goli Otok. In questo frangente, i comunisti italiani, esaurito il loro compito, diventano inutili e scomodi e alcuni per evitare guai, pur senza rinnegare la loro fede comunista lasciano la Jugoslavia. È il caso, ad esempio, del giovane direttore didattico Policek che superato in Italia l’esame di abilitazione, può insegnare a Jesolo.

di Silvio Maranzana
TRIESTE
I titini nella primavera del 1945 non si limitarono a depredare e nei casi peggiori a infoibare possidenti, nobili e rappresentanti dello Stato italiano, ma in alcuni casi si misero addirittura alle loro calcagna inseguendoli nella fuga e facendoli imprigionare. E in questo ruolo non agirono solo sloveni o croati, ma anche italiani votatisi alla causa comunista alcuni per ideologia, altri per opportunismo nella speranza di arricchirsi a loro scapito. È il caso che vede nella parte delle vittime alcuni italiani di Cherso che fuggiti dallo loro isola si rifugiarono a Trieste e durante i quaranta giorni dell’occupazione jugoslava si ritrovavano nell’officina per motori marittimi Godina di via Lazzaretto Vecchio. Un loro concittadino, Mario Padovan, secondo il racconto che ne fa un’altra chersina, Gianna Duda Marinelli, aveva a propria volta raggiunto Trieste, ma per smascherare i fuggitivi. Scoperto il luogo triestino di incontro lo segnalò all’Ozna, la terribile polizia segreta jugoslava. Così finì al Coroneo Giuseppe Baici, che al momento dell’occupazione di Cherso si trovava a Fiume con la famiglia e che poi era riuscito a raggiungere Trieste. Alla fine vedrà salva la propria vita, ma contemporaneamente perderà a Cherso la propria casa, i propri averi, le aziende, i possedimenti, i terreni suoi e quelli di tutti i suoi parenti. In precedenza un fratello e una sorella, Giusto e Maria avevano sofferto sorte peggiore: prelevati dai partigiani, deportati a Veglia e uccisi. Anche la stirpe dei Baici fu così prima decimata e poi estirpata con la violenza dalla propria terra e fu posta fine a una storia plurisecolare di lungimiranza e potenza industriali. I Baici erano infatti produttori agroalimentari, allevatori di bestiame, commercianti, albergatori, armatori. Sull’isolotto di Levrera allevavano agnelli, montoni e pecore, producevano carne, latte e formaggi, e commerciavano anche in lana con Lombardia e Veneto, avevano una riserva di caccia. Possedevano un macello e macellerie a Cherso e Lussinpiccolo, nel comune di Cherso una delle loro “stanzie”, quella di San Vito, si estendeva anche su 12 chilometri di spiaggia e comprendeva laghi artificiali. Le terre erano coltivate a oliveti, vigneti e frutteti, ma ampie erano anche le zone di bosco. Tra i possedimenti stalle, oleifici, porcili, tonnare. E poi casette campestri, abitazioni e la residenza principale, un palazzetto sulla piazza di Cherso, l’ex Palazzo pretorio, comprato nel 1927 e restaurato. Avevano anche la maggioranza della proprietà dell’albergo Fontego (oggi Hotel Cres) e una piccola flotta di commercio con i motovelieri Assiduo e Thalia, mentre l’Attinia era in fase di costruzione al cantiere Craglietto. Tutto venne confiscato. I Baici continuarono la loro vita a Trieste, ma la loro vena imprenditoriale era stata definitivamente prosciugata. Fa impressione considerare che tanti triestini hanno eletto proprio Cherso a luogo ideale per le proprie vacanze. (12 - segue) Precedenti puntate pubblicate l’11, 18 e 25 settembre, 2, 9, 16, 23 e 30 ottobre, 6, 13 e 20 novembre.

Strasburgo ha respinto il loro ricorso e altri 50

TRIESTE Gianna Duda Marinello, architetto di origine chersine ha curato quale presidente dell’Associazione culturale giuliana cinquanta ricorsi dinanzi alla Corte europea di Strasburgo di italiani che si sono visti confiscare i propri beni in territori oggi croati o sloveni. Quasi tutte le sentenze sono già state emesse e in tutti i casi i ricorsi sono stati respinti e sempre per i due medesimi motivi: i procedimenti non erano giunti fino all’ultimo grado di giudizio nella nazione interessata (ma sono stati Croazia e Slovenia a bloccarli) e si riferiscono a situazioni precedenti alla firma delle due nazioni sotto la Convenzione europea per i diritti dell’uomo posta da Lubiana solo nel giugno 1994 e da Zagabria appena nel novembre 1997.
Il caso più emblematico che al pari degli altri non ha ottenuto soddisfazione è quello dei Baici, di antiche origini albanesi, il cui patrimonio avrebbe un valore attuale di molti milioni di euro se si tiene conto che Giuseppe senior, il capostipite tra le due guerre morto nel gennaio 1944, aveva sette figli tra cui appunto Giuseppe junior seguito dall’Ozna fino a Trieste. I beni di quest’ultimo erano stati oggetto di un esproprio immediato convalidato da confisca a opera del Giudizio popolare distrettuale di Cherso l’11 novembre 1946, le proprietà di Antonietta Baici erano state espropriate e nazionalizzate il 15 ottobre 1948, i terreni agricoli socializzati il 20 dicembre 1946 e il primo luglio 1947. (s.m.)
La lana prodotta si esportava in Lombardia

Fino a metà dell’Ottocento le stoffe locali erano richiestissime, poi fu la volta dei lavori a maglia

TRIESTE Esclusi i traffici via mare, l’economia di Cherso, secondo la ricostruzione di Gianna Duda Marinelli, si reggeva sui prodotti derivati dalla pastorizia e sulla legna da ardere che per tradizione era richiesta dagli uffici pubblici di Venezia e dalle vetrerie di Murano per le sue fornaci. I mercati che fruivano degli agnelli da latte erano Pola e Fiume, il latte in esubero delle pecore che avevano figliato veniva lavorato e trasformato in formaggio. Dopo la selezione dei capi migliori e la separazione dei futuri montoni destinati alla riproduzione, tutti gli altri ovini venivano allevati per la lana che se ne ricavava. Molti velli stretti in balle venivano acquistati dalle filande del Veneto e della Lombardia mentre la lana conservata nei magazzini di Cherso veniva filata, tessuta e le stoffe esportate. L’attività del tessile impegnava soprattutto personale femminile sia di Cherso che delle località minori. Si era così raggiunta una notevole abilità nel filare e nel tessere sia la lana che il cotone che veniva filato in modo da ottenere diverse carature e il doppio ritorto perlato. È probabile che l’arcolaio sia arrivato a Cherso dall’India trasportato da marinai veneziani. Con il trascorrere del tempo gli arnesi arcaici erano stati sotituiti da altri, più moderni, atti a rendere il tessuto più uniforme e il lavoro più semplice e rapido. La produzione del tessile era aumentarta notevolmente e le stoffe avevano trovato un ottimo mercato a Venezia dove venivano trasportate soprattutto con le agili e veloci brazzere. A metà del diciannovesimo secolo sia per lo stato degli opicifici che non si erano adeguati ai tempi e anche perché erano cambiati i gusti, le stoffe prodotte a Cherso smisero di venir richieste e la tessitura si avviò al tramonto. Posti in disuso gli arnesi degli opifici, una numerosa manodopera specializzata stava per rimanere disoccupata. Ma la gente di Cherso continuava a essere spinta da una forte inventiva e si era immediatamente adattata ai tempi dedicandosi alla confezione di raffinati lavori a maglia molto richiesti a Fiume e a Trieste. Gli indumenti, realizzati con sottilissimi fili di lana o di cotone, grazie alla loro perfezione sembravano di stoffa: perlopiù si trattava di biancheria intima maschile e femminile e di corredini per bambini e neonati, eseguiti all’ago, ai ferri e all’uncinetto. (s.m.)

767 – La Repubblica 26/11/11 Firenze: Grazie Rusich maestro di vita e di storia

PAOLO RUSSO
A FIRENZE Sergio Rusich ha passato 60 dei suoi 86 anni: dal '47, quando vi arrivò esule, come migliaia d'altri, alla morte nel 2006. All'Isolotto almeno quattro generazioni ricordano ancora bene la missione di maestro elementare alla «Montagnola» di quell'istriano irrinunciabilmente italiano e antifascista per istinto, partigiano poi fra i «politici» (dai nazisti trattati come gli ebrei) del campo di sterminio di Flossenburg. Col numero 40301, donato mesi addietro dalla famiglia al Museo della Deportazione di Prato, dove ieri la figlia Silva ha ricordato di Sergio la vita lunga, intensa, la passione nel formare, da didatta e uomo di grande, dolorosa esperienza, i giovani a libertà e cultura. Per testimoniare loro l'abisso del nazismo e il dovere inappellabile di lottare contro ogni ingiustizia, ogni regime. «Come del lager - racconta Silva Rusich - ha saputo dire, da istriano, pure delle foibe, certo che fossero anch'esse un orrore, senza però mai scordare che per i partigiani titini, e gli slavi tutti, odio e massacri fascisti furono una violenza impossibile da dimenticare». Giovane canottiere nella Pola che amerà perdutamente fino all'ultimo, girava una canzoncina su Rusich: diceva ch'era capace di spezzare i remi tant'era forte la sua vogata. Fu velista, sub, nuotatore: il mare, e la natura tutta, saranno un altro grande amore di sempre. Muscoli, cervello e cuore: la vita avrebbe messo a dura prova quelle doti.
Come quando, dopo l'8 settembre se ne andò, maestrino e allievo ufficiale che non si piegò a Salò, prima «in bosco» coi partigiani istriani, e poi, preso dai nazisti, dal dicembre '44 all'aprile '45, a Flossenburg. «Lo stesso lager dove morì Eugenio Pertini, fratello di Sandro, che nell'84 avrebbe conferito a papà il diploma d'onore di combattente per la libertà; mentre nel '65 un altro grande socialista, Pietro Nenni, allora vicepresidente del Consiglio, l'aveva sostenuto con una vibrante lettera nell'inchiesta seguita ad un 25 aprile che non fece esattamente felice il Provveditorato. Come partigiano, deportato ed esule senza più patria, trasformata dai regimi in terra di contesa e odi etnici fra genti da secoli in pace, papà, laico e socialista, ha sempre sentito il dovere di testimoniare ai giovani, a partire da noi figli, quello che aveva visto, in nome dei compagni che dalla Resistenzae dai campi non sono tornati». Lo ha fatto in tutti i modi che ha saputo trovare: tre libri, fra cui il romanzo d'avventure Prigioniero della foresta, edito nel '52 da Vallecchi, uno istriano e il diario del lager - aspettò quarant'anni e la pensione per farlo «senza impegni... senza rabbia e livore verso i miei aguzzini»: padre Balducci lo volle nelle Edizioni della Pace con una sua toccante prefazione - centinaia di incontri pubblici, l'impegno quotidiano, i decenni da maestro. Un maestro appartato e prodigo («ma anche un uomo ingombrante e ombroso, non sempre facile da capire»): un «maestro nell'ombra», come quelli cui è dedicato un progetto della facoltà fiorentina di Scienze della Formazione, che ha dato da poco alla luce la tesi di Alessia Pantosti sugli anni di scuola di Rusich all'Isolotto, quando fu anche tra i fondatori della Cgil Scuola. Nel fermento di quella Firenze lapiriana Rusich divenne amico di don Mazzi, che alla Montagnola insegnava religione: «Mi raccontò che a volte con la mamma lo incontravano che non aveva di che pagarsi la cena.
Quando Florit lo cacciò e chiuse la chiesa fu inevitabile scendere in piazza con e per lui».
Nemico naturale d'ogni fanfarae opportunismo, Rusich, è il caso di dirlo, vive ancora. Con il premio per le scuole che da quattro anni le coinvolge su Resistenza e antifascismo, Istria e foibe, lager e Shoah; con lo spettacolo teatrale di Aldo di Criscio; con le parole, i pensieri e i fatti dei molti che gli devono qualcosa. E con quella persistenza discreta ma solida che tocca solo a chi rispetto e affetto se l'è conquistati sul campo.

768 - CDM Arcipelago Adriatico 30/11/11 Federico Siboni: Fermenti patriottici in Alto Adriatico, un processo ignorato

Nell’anno del 150.esimo tra le tante iniziative e riflessioni, non sono mancati anche riferimenti sul ruolo dei giuliano-dalmati nella vicenda unitaria italiana. I fermenti patriottici in Alto Adriatico sono stati motivo d’analisi e, a volte, di riconsiderazione sull’atteggiamento che il resto d’Italia assunse, nei vari momenti, a proposito di una realtà che veniva considerata “altra”. Se ne è discusso recentemente anche a San Marino, durante una tavola rotonda voluta dall’Associazione Coordinamento Adriatico, quale omaggio ai Dalmati che quest’anno hanno scelto proprio la Repubblica, luogo fondato da un arbesano, per il loro tradizionale Raduno.
Tra i relatori all’incontro anche Giorgio Federico Siboni (Università degli Studi di Milano), le cui ricerche storiografiche vertono in prevalenza sul XVIII secolo e sull’Età rivoluzionaria e napoleonica. Siboni è fra l’altro autore di una biografia di Luigi Bossi, erudito e funzionario vissuto tra ‘700 e ‘800. Lo stesso Bossi fu del resto amico del capodistriano Gianrinaldo Carli e testimone diretto della fine della Repubblica di Venezia. Con il dott. Siboni abbiamo voluto ricercare le origini di una “disattenzione” italiana per un patriottismo italiano dalmato, forse non capito, senz’altro ignorato.

“In Dalmazia, nei decenni che vanno dal 1820 al 1840, la mai sopita nostalgia per il governo della Serenissima riproponeva le peculiarità di un localismo “veneto” (e solo in seguito latamente italiano) che assumeva un carattere culturalmente liberale soprattutto all'interno dei circoli civili e militari. Causa ed effetto di tale tendenza - analoga del resto a quella espressa all'interno degli Stati peninsulari italiani - fu la formazione, anche nelle città e nei borghi dell'Adriatico orientale, di società segrete e confraternite diversamente legate all'ambiente delle logge patriottiche italiane. Alla fortuna propagandistica delle associazioni segrete, in quel torno di tempo, contribuì non poco - è notorio - il sentire emozionale suscitato dai vicini echi della guerra d'indipendenza greca, anche per la sintonia dei rapporti culturali e politici che avvicinavano le élites istro-dalmate con l'aristocrazia e il ceto civile greco-veneto delle isole Ionie. Nobili istriani e dalmati parteciparono personalmente alla guerra d'indipendenza ellenica, come Pasquale Besenghi degli Ughi da Isola d'Istria. Primo Presidente delle Repubblica Greca fu tra l'altro Ioannis Capodistria, nobile corfiota di origine e cultura istro-veneta”.

Che cosa si sa di queste società segrete?
“Secondo i verbali della polizia austriaca, una delle più attive fra le società segrete della regione fu per esempio la Esperia, la cui denominazione si richiamava in modo scoperto ai conati unitari italiani. A tale confraternita patriottica - fiorita e cresciuta nell'ambiente degli ufficiali ex veneti, istriani e dalmati della marina militare austriaca - appartennero pure gli stessi fratelli Emilio e Attilio Bandiera, i cui seguaci confluirono poi in massima parte nelle file della mazziniana Giovane Italia. Tale tendenza è significativa soprattutto se si considera come una parte non secondaria dell'aristocrazia di quelle terre guardasse al governo imperiale di Vienna come a un referente non sgradito e come soprattutto la maggioranza della popolazione delle campagne fosse realmente fedele alla corona austriaca grazie all'influenza determinante di un ceto ecclesiastico sloveno e croato in prevalenza conservatore”.

Ci furono momenti salienti che in Dalmazia anticiparono i tempi, rispetto al ’48?

“Meritano menzione la richiesta del Comune di Spalato di aderire alla nuova Repubblica veneta (1848). Esempio di impulsi unitari già presenti in epoca napoleonica e insieme di rimpianto verso un trascorso percepito come autenticamente veneto. Rilevante fu quindi la partecipazione di numerosi istriani e dalmati alla prima guerra d'indipendenza, con il formarsi di un'intera Legione dalmato-istriana e l'appassionata adesione di molti volontari alla difesa della stessa Repubblica di Venezia e poi della Repubblica romana. A Venezia nel 1848/49, oltre a Niccolò Tommaseo (ministro della giustizia del Governo provvisorio), molti altri membri della reggenza erano dalmati o istriani: Antonio Paulucci (ministro della marina e della guerra), Matteo Ballovich, (sovrintendente alla marina), Leone Graziani, Vincenzo Solitros, Matteo Petronio. Con la «fatale» sconfitta di Novara e il ritiro della Costituzione da parte dell'Imperatore, si consumò per molti di costoro il dramma personale: con l'epurazione dall'amministrazione, dai quadri militari e dalle professioni civili di coloro che avevano contribuito ai moti rivoluzionari. Seguirono condanne al carcere o all'esilio, degradazione degli ufficiali o assegnazione dei militi alle compagnie di disciplina, allontanamento dai pubblici uffici o dai tribunali per diversi funzionari o magistrati”.

Quali erano le loro aspirazioni, che cosa avrebbero voluto vedere realizzato?

“Miravano soprattutto a concludere due acquisizioni. La concessione di una Costituzione da un lato e, non meno importante, il mantenimento dell’autonomia delle tre entità di cui si componeva il territorio considerato: la Provincia del Litorale (Trieste, Istria e Isontino), il Regno di Dalmazia e il Corpus Separatum di Fiume. Spina dorsale di queste rivendicazioni fu il consistente ceto borghese alla testa delle amministrazioni locali e parzialmente risalente all'antico patriziato urbano. Nel suo complesso il movimento conservò, soprattutto in Dalmazia, un profilo di orientamento prevalentemente legittimista verso Vienna. Qui la tendenza fu la ricerca della conferma da parte dell'Austria di una «nazione dalmata» etnicamente mista (prevalente la presenta di croati e ungheresi accanto agli italiani), ma coesa da una way of life urbana, da una cultura italiana e dalla lingua di ascendenza veneta: caratteri di una realtà peculiare e autonomista che mettesse l'area al riparo dall'espansione croata tout court”.

Come veniva percepita nella penisola italiana questa spinta?

“Una valutazione della situazione, priva di enfasi, deve certamente tenere conto del carattere ancora eminentemente soggettivo della poetica espressa dalla Regione fin dal suo esordio, ma non si può tuttavia nemmeno tralasciare di considerare come lo stesso Governo italiano non fornì allora alcun appoggio agli stessi fiumani che tramite un vigoroso astensionismo sollecitavano la volontà di staccarsi dal Regno di Croazia e Slovenia. La questione, insomma, sembrava forse abbisognare agli occhi del Regno d’Italia di tempi più maturi per essere risolta”.

Quale fu il momento che determinò la svolta e si ebbe chiara la visone di un futuro che non avrebbe dato ragione alle volontà patriottiche dalmate?

“Gli anni che intercorrono dalla pace di Vienna del 1866 sino allo scoppio della Grande guerra nel 1914/’15 rappresentano per tutta la compagine territoriale giuliana e istro-dalmata una sorta di spartiacque decisivo. Costituiscono cioè il punto di fuga determinante verso le aspirazioni italiane della popolazione di ceppo veneto presente nell'area e insieme con ciò l'ingresso della regione nell'immaginario irredentista nazionale. Istria e Dalmazia subivano pure dopo il 1866 l'esito della «rivoluzione culturale» promossa da Vienna contro i sudditi italofoni dell'Impero asburgico. Condotta da nazionalisti slavi e con essi da esponénti della stessa locale borghesia conservatrice e clericale, la campagna portò a ripetute e anche violente manifestazioni anti-italiane che si accesero in più occasioni da Trieste alla Dalmazia e sino al Tirolo meridionale - fra il novembre 1866 e il maggio 1914 - con tutto il preoccupante corollario di ingiurie al tricolore, risse e angherie contro lavoratori e pescatori italiani. Tali avvenimenti culminarono con le tristemente note espulsioni-di regnicoli dai confini dell'Impero. Di fatto la proporzione delle forze in scena sul fondale europeo sembrava sconsigliare ai ministeri dell'Italia unita imprese verso l'Alto Adriatico. L'Austria dal canto proprio pareva ora rappresentare per tutte le potenze dell'Europa continentale e per l'Italia con esse un vigoroso argine che si contrapponesse all'espansione della Russia verso i Balcani e in direzione dello stesso Adriatico. La Duplice monarchia sembrava costituire pure una valida barriera al deflagrare degli opposti nazionalismi. In Italia, sul finire del XIX secolo, il nascente irredentismo si sarebbe tuttavia scontrato con veemenza di lì a poco con la politica stabilizzatrice perseguita dai dicasteri degli esteri nell'ottica di un avvicinamento post- risorgimentale all'ex nemico austriaco”.

L’irredentismo alfine invece di saldare queste terre all’Italia, esasperò la politica internazionale, di fatto diventando un “problema”?

“In Istria e Dalmazia l’irredentismo costituì, dall'ultimo quarto dell'Ottocento, una scelta deliberata, conseguenza della presa di coscienza di come l'auspicato autonomismo delle province italofone dell'Adriatico non fosse nei fatti in alcun modo coniugabile al contemporaneo lealismo verso il governo di Vienna, come pure in direzione di quello ungherese a Fiume. La battaglia per l'autonomia rimase comunque a lungo vincente tanto in Istria, quanto a Fiume, dove le amministrazioni locali restarono quasi tutte al partito autonomista italiano. In Dalmazia la maggioranza autonomista alla Dieta venne meno nel 1870 e nel 1882 furono conquistati dal partito annessionista croato tutti i comuni, ad eccezione di Zara, che resterà al partito italiano fino al 1915. Ciononostante la Dalmazia rimase amministrativamente autonoma e direttamente dipendente da Vienna, con l'italiano riconosciuto come lingua ufficiale, accanto al tedesco e al serbo-croato. All'aspirazione autonomistica si sostituì poi gradatamente un’aperta volontà di entrare a fare parte dello Stato italiano. Le nuove attese per uno sbarco di Garibaldi in Dalmazia, nell'estate del 1866, andarono tuttavia frustrate dopo la sconfitta di Lissa. Sintomatico in questo senso è un Appello degli Istriani all'Italia, ancora dell'agosto 1866, dove si intersecava l'esempio di utilità strategiche verso il raggiungimento del confine naturale con argomentazioni poggianti sui caratteri culturali della nazione italiana presente nell'area”.

Quale conseguenza ebbe in Dalmazia l’abbandono dell’autonomismo?

“Mentre fra gli italiani si andava diffondendo sempre più l'irredentismo, tra sloveni e croati fedeli agli Asburgo si manifestava intanto la corrente di coloro che auspicavano un nuovo equilibrio tra tedeschi, magiari e slavi - il cosiddetto «trialismo». Siffatto orientamento conduceva al caso in Dalmazia all'appassire di quell'intesa tra italiani e serbi che aveva irrobustito, nel seno delle amministrazioni locali, la corrente autonomista unitaria. Già dopo la pace di Vienna del 1866, gruppi e rappresentanze di fuoriusciti italiani dell'Impero asburgico manifestarono pubblicamente, in più occasioni, la propria delusione verso quella rinuncia all'acquisizione da parte del Regno d'Italia del Trentino e dei territori presso il confine orientale che sembrava nei fatti tradire gli stessi principi guida che avevano agitato e portato avanti l'impeto risorgimentale lungo i decenni precedenti. L'espressione «terre irredente» fu utilizzata per la prima volta nel 1877 dal patriota napoletano e politico radicale Matteo Renato Imbriani ai funerali del padre Emilio: un giornalista viennese definì subito «irredentista» la presa di posizione proclamata in quell'occasione dallo stesso Imbriani. Le vie e le piazze si riempivano intanto di tricolori italiani ad ogni occasione e le società ginnastiche, filarmoniche, come anche le società operaie di mutuo soccorso, furono focolai costanti di un patriottismo sofferto, ma ostentato con dignità e orgoglio”.

Quale lo scopo della «quarta guerra d'indipendenza»?

“Il conflitto mondiale non costituì, nei fatti, un fallimento del tradizionale equilibrio della bilancia diplomatica, bensì una sua naturale conseguenza: alla presenza cioè di una serie di dinamiche e di intrecci fra politiche interne ed estere nazionali, già chiaramente delineate ben prima della crisi di Sarajevo. Se però in Italia la preoccupazione di Giovanni Giolitti fu soprattutto quella di tenere il Paese nella neutralità - facendo magari meglio valere il proprio peso all’interno della Triplice Alleanza, allo scopo di guadagnare un buon margine di azione nell’ottica di un sistema di compensazioni territoriali - il premier Antonio Salandra e il ministro Sidney Sonnino con lui, con determinazione di volta in volta crescente, indirizzarono in senso sempre più interventista la politica nazionale. Il progetto era quello di inserire l'Italia come «grande potenza» nel concerto delle maggiori entità nazionali europee, con un ruolo prettamente di primo piano nello specifico panorama adriatico-balcanico - da qui derivò infatti e in massima parte il cauto avvicinamento che porterà al patto di Londra”.

Si ridisegna una nuova carta d’Europa che frammenta realtà fino ad allora compatte…

“Il Trattato, affrontando all'articolo 4 il delicato tema dei compensi territoriali italiani, stabiliva che il Paese avrebbe ottenuto all'atto della pace il Trentino, il Tirolo cisalpino con la sua frontiera geografica e naturale, il Brennero, la città di Trieste e i suoi dintorni. Con ciò anche la contea di Gorizia e Gradisca, l'intera Istria fino al Quarnaro, compresa Volosca, e le isole istriane di Cherso e Lussino, nonché altre piccole isole coi loro vicini isolotti. Precisando quanto relativo alla Dalmazia è utile aggiungere come il successivo articolo 5 decretasse come l'Italia avrebbe ricevuto la Dalmazia nei confini amministrativi austro-ungarici, a partire dal confine settentrionale presso Lisarica e Tribanj fino a un limite meridionale costituito da una linea che, partendo da Punta Planca e seguendo lo spartiacque in direzione orientale, avrebbe mantenuto in territorio italiano tutte le valli, i corsi d'acqua e i loro affluenti discendenti verso Sebenico. In sostanza era compresa in tale area la Dalmazia settentrionale con le città di Zara, Sebenico e Tenin. Il Regno d'Italia avrebbe anche ricevuto tutte le isole situate al nord e all'ovest della Dalmazia, così come gli scogli e gli isolotti circostanti, a eccezione solamente di cinque isole (Zirona Grande e Piccola, Bua, Solta e Brazza): si trattava in ultima istanza delle isole dalmate settentrionali (escluse Veglia e Arbe) e delle isole curzolane. Queste ultime, in particolare, si trovavano di fronte alla costa della Dalmazia non destinata all'Italia. Lo stesso articolo quinto aggiungeva anche alcune disposizioni riguardo alla neutralizzazione della costa: in primis la striscia immediatamente a sud del nuovo confine italiano in Dalmazia, in secondo luogo tutte le isole non attribuite all'Italia e infine tutto il tratto costiero meridionale della Dalmazia, da Ragusavecchia esclusa fino al fiume Voiussa in Albania”.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, anche alla Dalmazia venne chiesto un “sacrificio” in vite umane…

“Le province giuliano-dalmate ebbero 11 medaglie d'oro e 183 d'argento. I fuoriusciti dell'area alto adriatica ripararono in Italia per sfuggire alle misure repressive attuate dall'Austria e migliaia furono i volontari irredenti nella marina e nell'esercito italiano con un alto tributo di eroismo e di sangue. Sono rimasti nell'immaginario collettivo, vicino al socialista trentino Cesare Battisti, i triestini Scipio Slataper e Spiridione Xidias, gli istriani Fabio Filzi, Nazario Sauro, Giani e Carlo Stuparich, il dalmata Francesco Rismondo”.

Ma a conclusione della guerra l’autonomismo dalmata era ormai spazzato via, si invertono i ruoli.

“Infatti, l'autonomia slava era divenuta nel contempo, alla fine del conflitto, tanto un grimaldello per la destabilizzazione pluri-nazionale dell'entità imperiale austro-ungarica, quanto un piedistallo alle affermazioni balcaniche dello Stato serbo. Anche di fronte a tali avvisaglie andava pertanto accrescendosi nella popolazione italiana del Litorale, di Fiume, dell'Istria e della costa dalmata l'attesa di una vittoria dell'Italia e del “riscatto” delle proprie regioni non soltanto dal giogo austriaco ma ora anche dal sempre più credibile azzardo di un'annessione alla compagine slavo-unitaria. Nel giugno del '18 giungeva la dichiarazione di sostegno alla libertà di «tutti i rami della razza slava» del presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson. Una presa di posizione netta nel rafforzare le tendenze unitarie jugoslave, destinata a manifestarsi con maggiore compiutezza al volgere delle trattative di pace seguite al cessare del conflitto mondiale”.
Un’altra pagina di storia era stata scritta.
Rosanna Turcinovich Giuricin

769 - La Voce del Popolo 24/11/11 La partecipazione dell'Istria alla grandiosa lotta sostenuta dalla Nazione
L'elenco dei volontari, dal Quarantotto al Sessantadue dell'Ottocento, ricostruito da Rodolfo Donaggio nel periodico «L'Emancipazione»

■ A cura di Giacomo Scotti
Chi vuole, può contarli; noi ci limitiamo a pubblicarne i nomi, le località di provenienza, gli anni, ovvero le campagne alle quali parteciparono vestendo la divisa garibaldina per dare, combattendo, il loro prezioso contributo all'Unità dell'Italia. Parliamo dei volontari dell'Istria, una regione che all'epoca era sotto la sovranità dell'Impero asburgico, in seguito austro­ungarico; quindi non era facile per i sudditi di Vienna varca­re la frontiera e andare a combattere in Italia, quasi sempre contro truppe austriache. La fonte dalla quale abbiamo tratto i nominativi risale agli inizi del Novecento. Con la data del 20 luglio 1907, nel suo numero 65, il periodico "L'Emanci­pazione", settimanale della Democrazia Sociale italiana, pub­blicò un primo, incompleto, elenco di garibaldini di Trieste e dell'Istria compilato dal triestino Rodolfo Donaggio, tipogra­fo, egli stesso volontario garibaldino nella campagna del Tren­tino del luglio 1866 (Bezzecca), sindacalista di idee socialiste. Il Donaggio, nato nel 1844, si era spento da sette anni quando "L'Emancipazione" diede alle stampe la lista da lui presenta­ta, arricchendola di nuovi nominativi e invitando i suoi lettori a indicare "eventuali omissioni o errori". Lo stesso elenco, con alcune aggiunte e modifiche, venne ristampato nel supplemen­to del medesimo settimanale il 17 luglio.
Da Albona 6 e da Capodistria 45 volontari
Attingendo, dunque, alle note del Donaggio, e alle ulte­riori integrazioni e varianti, possiamo ricomporre, località per località - limitandoci alla sola penisola istriana -, pro­cedendo in ordine alfabetico, il contributo delle nostre genti all'impresa. Albona diede sei volontari garibaldini: France­sco Cattaro, Clemente Dusman, Giovanni Silli, Giacomo e Vittorio Scampicchio e Salvatore Gremignani. Il primo prese parte alla campagna del 1866 in un "reggimento regolare". Dusman, partecipante alla campagna del 1864, fu volontario in un Reggimento di Bersaglieri con il quale, nel 1866 e col grado di caporale, combattè nella battaglia di Custoza, rag­giungendo successivamente il grado di maggiore nell'eserci­to dell'Italia unita.
Dal 1862 al 1865 Silli fu nel I Reggimento di fanteria con il grado di caporal maggiore; nel 1866 fu di nuovo volonta­rio garibaldino, prese parte al combattimento di Bezzecca nel Trentino e fu promosso sergente. Ambedue gli Scampicchio furono volontari garibaldini nell'esercito regolare italiano dal 1864 al 1866. Gremignani, infine, combattè da garibaldino nel 1866 e 1867; nel 1897 fu con Ricciotti Garibaldi in Grecia col grado di sottotenente.
Da Capodistria ne partirono ben 45. I primi in ordine al­fabetico sono: Domenico Alberigo, 1866; Antonio Alloi (senz'altre indicazioni); Alessandro, Giovanni, Girolamo e Luigi de Almerigotti, tutti combattenti per la difesa di Vene­zia nel 1848-49, dove Girolamo sacrificò la vita. Il conte Marcantonio Borisi, già tenente della marina austriaca, disertò per partecipare alla difesa di Venezia nel 1848-49, fu poi con­dannato a morte per diserzione, ma successivamente grazia­to. Edoardo Cuder partecipò alle campagne del 1859, 1860 e 1866, fu colonnello di fanteria. Federico Cuder combattè nelle medesime campagne come maggiore di fanteria, venne ferito a Solferino, si spense a Napoli come comandante della Casa degli Invalidi. Leonardo D'Andri, tenente nella Briga­ta Pisa, cadde nella battaglia di Custoza, decorato della me­daglia d'argento al valor militare. Luigi Damiani (fu Luigi) e Luigi Damiani (fu Nazario) combatterono il primo nella cam­pagna del 1866 come semplice garibaldino, il secondo nella campagna del 1860 come caporale del genio e partecipò pure all'assedio di Gaeta del 1860-1861.
Seguono nell'ordine Nazario Demori, garibaldino, 1866; Andrea Depangher (fu Carlo), partecipante alla difesa di Ve­nezia nel 1848-49; Carlo Depangher di Andrea, in Cavalle­ria, 1859-60, e Giovanni Depangher, dei Carabineiri, 1859. Da garibaldini combatterono pure Francesco e Mario Ettel, quest'ultimo nel 1866, Francesco invece fu con la spedizio­ne Bixio nel 1861, partecipò alle battaglie del 1866, 1867 e 1870 (Vosges), e all'assalto delle Tulleries, dove fu ferito a una gamba e condannato a dieci anni di Fortezza a Nimes.
La schiera dei capodistriani continua con Michele Gallo che, con il grado di tenente di fanteria della Brigata Raven­na, prese parte alle campagne contro il brigantaggio e a quel­la del 1866, e Venceslao Gerin, sergente furiere della Briga­ta Ravenna, che partecipò alle campagne del 1860, 1862 ed a quella contro il brigantaggio nelle Marche ed Umbria. Se­guono Francesco Giovannini, 1860; Pietro Giovannini, 1860 e 1862 e Real Novi; il marchese Girolamo da Gravisi con le campagne del 1859, con il grado di sergente di cavalleria, e del 1866 nel Tiralo. Domenico Grio, detto "Bio" combattè nel 1866 con la Brigata Nicotera, partecipando al combatti­mento di Monte Navone.
Una lunga sfilza di nomi
Seguono, con la sola indicazione di "garibaldino": il dr. Pietro Madonizza, un non ben specificato Marsich, Francesco Riosa, Francesco Rovisi, Giovanni Marchini, Antonio Mertel e Pietro Miniutti, tutti partecipanti alla campagna del 1866. Invece Domenico Pechiar fu Cristoforo combattè alla difesa di Venezia, il prof. Antonio Pizzarello (fu Paolo) nel 1867 a Mentana. Alla difesa di Venezia Pietro romano rimase ferito nella presa del forte Marghera. Il prof. Domenico Steffé com­battè a Mentana nel 1867 e nell'esercito dei Vosgi nel 1870 (guerra franco-prussiana).
Troviamo un altro professore di Capodistria, Domenico Vascon: combattè nel 1866 col grado di sergente furiere nella fanteria. Il conte Lodovico Venier, granatiere, fece la campa-
gna del 1866, fu nei quadrati a Custoza, passò poi alla scuola per ufficiali di Ivrea e ne uscì tenente. Un altro conte Venier, Marcantonio, combatté nel 1861 e 1866 nella Brigata Como, prima col grado di maggiore poi di tenente colonnello.
Troviamo ancora Luigi Verzier alla difesa di Venezia, il dr. Domenico Vidacovich nel 1866 nella Brigata Nicotera (guer­ra del Tiralo), Girolamo Vidacovich alla battaglia di Bezzec­ca nel 1866. A quella battaglia prese parte anche il garibaldino semplice Stefano Zetto. Completa l'elenco Pietro Scherianza, maresciallo dei Carabinieri.
Cherso, Cittanova, Dignano, Isola
Nelle aggiunte all'elenco del Donaggio troviamo anche Cherso e, di quel capoluogo dell'omonima isola dei Lussini, nel Quarnero, il volontario garibaldino dott. Antonio Petris. Purtroppo mancano altre notizie. A Cittanova fanno ono­re due garibaldini: Giovanni Pavat, accorso volontario nel Ti­rolo nel 1866 e Antonio Zerman, che fece le campagne del 1860 e 1866.
Dignano diede alle schiere garibaldine tre volontari, Vit­torio Vittori, Ercole dr. Baccalari e Benedetto Dalla Zonca. Portatosi a Venezia per partecipare alla sua difesa, in data 30 marzo 1848 il Vittori fu nominato Primo tenente con decre­to del Governo provvisorio. Con successivo decreto del 1.mo aprile 1861, epoca in cui si trovava con grado di maggiore nel disciolto Reggimento di Fanteria di Marina, venne nominato Capitano di II Classe nel Corpo di Fanteria della Real Marina italiana. Nel 1867, avendo il grado di Capitano di I Classe, fu promosso a Maggiore. Quello stesso giorno, il 28 maggio, fu posto a riposo su sua domanda. Trentacinque anni prima, nel 1832, apparteneva alla fanteria Marina dell'Austria nella qua­le rimase fino al 22 marzo 1848. In un estratto del suo servi­zio sotto gli Asburgo si legge: "uscito in seguito allo scoppio della Rivoluzione in Venezia".
Poco da dire del Baccalari. Anch'egli disertò le forze au­striache nel 1848, anno in cui combatté dapprima a Brescia e poi, nel 1849, a Roma e nelle Romagne. Fu dapprima capita­no e poi maggiore di Stato Maggiore. Di Dalla Zonca sappia­mo ancor meno: "volontario garibaldino, fu alla battaglia di Bezzecca, 1866"."Anche la piccola Gimino diede il suo con­tributo alla lotta per l'indipendenza italiana. Con tre garibal­dini: Pietro e Francesco Rovis nel 1860 e il tenente Giuseppe Rovis nel 1866.
Da Isola nelle file garibaldine accorsero cinque giovani patrioti: Domenico de Contesini, Domenico Degrassi (fu Pie­tro), Marco Delise (fu Mauro), tutti e tre partecipanti alla di­fesa di Venezia nel 1848-49; il prof. Domenico Lovisato, che combattè nel 1866 nel Tiralo, e Girolamo Lovisato che, pure nel Tiralo, combatté a Bezzecca. A Montona troviamo un solo garibaldino, il dr. Antonio Corazza.
Trentasette garibaldini di Parenzo
Parenzo, invece, presenta un lungo elenco di trentasette vo­lontari. Cominciamo, violando leggermente l'ordine alfabetico, con i nominativi seguiti da poche o nessuna notizia: Giuseppe Franca: Giovanni Bevilacqua, Francesco Brecevich; Paolo de Chiurco, Vincenzo de Chiurco, il tenente di marina Andrea Danelon, Giovanni Dari, Giacomo Dragicchio, Antonio Damiani, Antonio Min, Gaspare Gallo, Gregorio Grimani detto Orsetta, Luigi Grippa, Felice Grizzatto, Gianbattista Monfalcon, Pietro Poropat, Giovanni Richter, Antonio Sbisà, Nazario Tommasini, dr. Tommaso Vergottini, Domenico Vicario, Giovanni Gen­tili fu Pietro, Giovanbattista Ive, Lorenzo David, Giorgio de Filippini(fu Pietro), Andrea Ghira, Antonio Vedramin, Giovan­ni de Caneva, Antonio Davegia detto Corazza, tutti partecipanti alla difesa di Venezia nel 1848-49.
Ad essi vanno aggiunti il caporale degli Usseri, Giovanni Bradamante, che prese parte alla campagna del 1866, il garibal­dino aspirante ufficiale Pietro Monfalcon (fu Francesco, campa­gne 1859-60-66), il furiere maggiore Giuseppe Ghersina (cam­pagne 1859-66), Giuseppe de Candussio che nel 1866 fece parte dell'armata regolare, caporale adibito allo Stato Maggiore, e Pie­tro Sbisà (fu Sebastiano), aspirante ufficiale (campagne 1859-60-66). Fra i garibaldini di Parenzo vanno infine ricordati: Giu­seppe Franca (fu Giovanni, campagna 1948-49), dapprima cro­ciato alla difesa di Berico, quindi aspirante ufficiale della veneta Marina da guerra; e due nobili, ambedue avvocati: Nicolò e Giu­seppe de Vergottini. Il primo fu prefetto della Pubblica quiete del governo provvisorio di Venezia e il secondo prese parte in quello stesso periodo (1848-49) alla difesa di Voghera.
Anche Pinguente è presente, sia pure con un solo garibaldi­no, il prof. Silvestro de Venier, che prese parte alla campagna del 1860. Un volontario garibaldino arrivò pure da Portole, Fran­cesco Timeus. Un altro rappresentò Umago, Antonio Rotter. Di questi due null'altra sappiamo.
I quaranta e più di Pirano
Pirano fece a gara con Capodistria nel fornire i volontari gari­baldini. Furono quarantaquattro. E tutti essi, fatte poche eccezio­ni, "attesero alla difesa di Venezia nelle piroghe e nei forti; par­te disertarono dall'esercito austriaco residente a Venezia, parte montarono, la guardia sulla squadra comandata dall'ammiraglio Albini, che nel 1848 era ancorata nella rada di Pirano, traspor­tandoli a Venezia", come annotava Donaggio. Noi ci limitiamo ad annotare i nomi di quei difensori del 1848-49 prima di ricor­dare gli altri: Antonio Bacichi (fu Filippo); Lorenzo Bergamasco (fu Pietro); Antonio Bonifacio (fu Giorgio); Gustavo Bonifacio; Agostino Bubba, ufficiale del genio; Almerico Dapretto (fu Lo­renzo), distintosi per aver portato via un cannone dal forte Marghera; Pietro Davanzo (fu Pietro); Giorgio Dolce (fu Francesco); Giovanni Maria Dolce (fu Gasparo); Bortolo Fonda (fu Nicolò); Domenico Fragiacomo (fu Almerigo); Lorenzo Fragiacomo (fu Nicolò); Lorenzo Furian; Francesco Giassi (fu Franco); Odorico Giraldi (fu Odorico); Antonio Maraspin (fu Giacomo); Valenti­no Petrami (fu Nicolò); Giovanni Pieruzzi (fu Franco); Giaco­mo Pitacco (fu Nicolò); Bortolo Predonzan (fu Giovanni); Pie­tro Pregnolato; Adamo Prelise; Antonio Pretegiani; Cristoforo Ravalico (fu Nicolò); Domenico Rossetti (fu Luigi); Bonifacio Ruzzier (fu Bonifacio); Marco Ruzzi

770 - Il Piccolo 27/11/11 Zara: Sull'isola Lunga scoperti i resti degli antichi dalmati

ZARA Ha 11 mila anni ed è il più vecchio abitante della Dalmazia, regione povera di Matusalemme di simile età. Nell’ambito di scavi che hanno riguardato la grotta Vlakno, situata in località Savar sull’isola Lunga (Dugi otok), un gruppo di archeologi zaratini ha rinvenuto uno scheletro umano ottimamente conservato e posizionato in uno strato di terra che, trattato con il metodo di datazione C-14, ha rivelato risalire a 11 mila anni fa. Per essere completamente sicuri dell’età, questi resti saranno sottoposti ad analisi antropologica e a una radiodatazione aggiuntiva con C-14. Visto che la Dalmazia non abbonda di resti umani dell’alto Paleolitico e del Mesolitico, quello scoperto sull’isola Lunga, nell’arcipelago di Zara, può essere considerato il più antico dalmata mai rinvenuto finora. Ci sono stati rinvenimenti interessanti anche a Kopacina, sull’isola di Brazza e nella grotta Vela Spila (isola di Curzola), ma le analisi hanno rivelato che si trattava di umani vissuti almeno 2 o 3 mila anni dopo il conterraneo di Savar. «Saranno le analisi a darci precise risposte su età, sesso ed epoca in cui visse il nostro uomo sull’ Isola lunga – così il responsabile delle ricerche archeologiche, Mate Parica, del Dipartimento di archeologia dell’ Ateneo zaratino – nella cavità non abbiamo trovato soltanto ossa umane ma anche altre testimonianze della vita dell’epoca». In realtà, ha precisato Parica, a Vlakno sono stati scoperti i resti di un defunto, sepolto con un po’ di terra e sassi, proprio per evitare che venisse divorato dagli animali selvatici. «Nella caverna – ha fatto presente il ricercatore – abbiamo trovato anche un alto numero di armi di pietra e resti di animali, prove del vivere in collettività». (a.m.)

771 - L'Arena di Pola 23/11/11 Tre bandiere e una Marina


Tre bandiere, una Marina: è questo il titolo della mostra navale inaugurata lo scorso 30 settembre e visitabile fino all’8 gennaio 2012 presso il Museo del Mare di via Campo Marzio 5 a Trieste.
L’iniziativa è stata organizzata dall’Associazione Marinara «Aldebaran», in collaborazione con la Provincia e il Comune di Trieste, per celebrare un doppio anniversario: il 150° della nascita dello Stato unitario italiano e il 60° della fondazione del sodalizio.

La Marina Militare fu istituita il 17 novembre 1860 per unificazione della Marina del Regno di Sardegna, della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, della Marina del Granducato di Toscana e della Marina Pontificia. Il 17 marzo 1861, in concomitanza con la nascita del Regno d’Italia, fu ribattezzata «Regia Marina».
Il titolo della mostra si riferisce al fatto che la Marina Militare ha conosciuto nel corso della sua storia tre bandiere tricolori: fino al giugno 1946 quella con lo scudo di casa Savoia sovrastato da una corona, tra il giugno 1946 e il 9 novembre 1947 quella repubblicana senza stemmi, e dal 9 novembre 1947 ad oggi quella caricata dall’emblema araldico contenente i blasoni delle quattro Repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa, Amalfi) e sormontato da una corona turrita e rostrata.

La mostra si suddivide in tre sezioni:
La Marina Militare nel suo 150° anniversario;
La cantieristica triestina al servizio della Marina Militare italiana e le costruzioni navali in genere;
Gli armatori di Trieste.
Nella prima sezione sono esposti due grandi diorami raffiguranti altrettante gloriose imprese della Regia Marina: l’affondamento, il 10 giugno 1918, della corazzata austro-ungarica «Santo Stefano» al largo dell’isola dalmata di Premuda ad opera del tenente Luigi Rizzo e del guardiamarina Giuseppe Aonzo, che comandavano i MAS 15 e 21; la violazione del munito porto di Alessandria d’Egitto la notte del 19 dicembre 1941, quando sei incursori italiani della X Flottiglia MAS alla guida di tre siluri a lenta corsa detti «maiali» affondarono con testate esplosive le due uniche navi da battaglia britanniche della flotta del Mediterraneo, la «Valiant» e la «Queen Elisabeth», danneggiando la nave cisterna «Sagona» e il cacciatorpediniere «Jervis». A colpire la «Queen Elisabeth» furono il capitano del Genio navale Antonio Marceglia, nato a Pirano, e il palombaro Spartaco Schergat, nato a Capodistria. Entrambi vennero catturati dagli inglesi, tentarono la fuga e furono poi decorati di medaglia d’oro al valor militare. Il diorama è stato costruito in scala 1:2.000 da alcuni membri dell’associazione e riproduce il porto di Alessandria con tutte le unità militari e mercantili ormeggiatevi allora.

Sempre nella prima sezione si può ammirare, in scala 1:200, il sommergibile «Giacinto Pullino», che, in navigazione verso il porto di Fiume, si incagliò il 31 luglio 1916 presso lo scoglio della Galiola, a sud di Pola, nel tentativo di scansare una nave nemica. Il sommergibile era pilotato dal tenente di vascello capodistriano Nazario Sauro, volontario irredento. Vista l’inutilità dei tentativi di disincagliare il mezzo, l’equipaggio lo abbandonò cercando di raggiungere le coste italiane: Sauro da solo su un canottino a remi, gli altri su una barca a vela. Sia il primo sia i secondi furono però catturati dagli austro-ungarici, che condannarono a morte Sauro per alto tradimento. L’impiccagione avvenne il 10 agosto a Pola. Il «Pullino», disincagliato da due pontoni austro-ungarici, si inabissò vicino a Capo Promontore mentre stava venendo rimorchiato verso il porto di Pola.

Nelle sezioni inerenti la cantieristica triestina e gli armatori della città sono stati collocati i modelli in scala 1:200 di alcuni piroscafi e motonavi della società di navigazione «Istria-Trieste». Fondata nel 1886 a Rovigno e poi trasferita a Trieste, mise in comunicazione quella città con tutti i porti dell’Istria occidentale, oltre che con Lussinpiccolo, Zara, Grado e Aquileia. Tali costanti collegamenti marittimi svolsero una benefica funzione economico-sociale. L’«Istria-Trieste» mise complessivamente in linea ventotto navi, parte delle quali confluirono dal novembre 1954 nella società «Navigazione Alto Adriatico», che effettuò servizi passeggeri e merci fino al 31 dicembre 1978.

In mostra c’è anche il modello del piroscafo a due eliche «Trieste», varato nel 1906 e utilizzato principalmente sulla linea Trieste-Grado e, nei periodi estivi, Grado-Portorose. Fra il 1916 e il 1918 fu requisito dalla imperial-regia Marina da guerra per essere aggregato alla flottiglia lagunare. Nel 1919 tornò a svolgere servizio sulle linee precedenti. Nel 1940 fu requisito dalla Regia Marina per servizi di vigilanza foranea.

La motonave «Grado» fu consegnata il 30 maggio 1914 e iniziò il suo servizio sulle linee Trieste-Grado e Grado-Portorose, ma già in ottobre venne posta in disarmo a Porto Nogaro. Catturata dagli italiani, fu trasferita a Venezia, dove rimase fino al termine della guerra. Nel 1921 fu impiegata nei servizi locali di Fiume. Nel 1923 rientrò a Trieste riprendendo i collegamenti con Grado e l’Istria nord-occidentale. Fu requisita nel 1940 dalla Regia Marina e dopo l’8 settembre 1943 da quella germanica. Nel 1944 ricominciò il servizio per i porti istriani sotto controllo tedesco. Restituita nel 1945 all’armatore, nel 1946 riprese la linea bigiornaliera per Grado. Fra il 1° e il 24 febbraio 1947 trasportò da Pola a Trieste oltre 3.500 profughi, soprattutto barellati. Nel 1956 ricominciò i collegamenti con l’Istria, ma nel 1960 fu destinata a quelli per Grado, mentre dal 1963 venne impiegata a Lignano per gite turistiche stagionali. Nel 1966 fu trasferita in Campania.

La motonave «Pola» prestò servizio dal 12 settembre 1941 sulla linea Trieste-Pola e porti intermedi, ma già il 9 gennaio 1942 fu requisita dalla Regia Marina e trasformata in incrociatore ausiliario. Catturata dai tedeschi il 12 settembre 1943 presso l’isola di Saseno, riuscì a eludere la scorta rifugiandosi a Brindisi. Rientrata a Trieste nel 1946, dall’11 aprile prestò servizio trisettimanale sulla linea Trieste-Pola e dal 3 febbraio al 15 settembre 1947 contribuì allo sgombero della città. Dal 21 marzo 1947 fu l’unico mezzo di linea trisettimanale a unire Pola con Trieste. Dopo un periodo di disarmo, dal 1949 operò in altre parti d’Italia.

Il piroscafo «San Marco», varato nel 1911, prestò servizio sulla linea celere per Pola e porti intermedi. In disarmo dal 1914, l’anno successivo fu catturato dagli italiani e trasferito a Venezia, dove nel 1917 fu requisito e assegnato all’Esercizio Navigazione di Stato per trasporti. Restituito all’armatore nel 1920, fu impiegato sulla linea Trieste-Parenzo e porti intermedi. Dopo l’8 settembre 1943 fece la spola fra Trieste, Capodistria, Isola, Pirano, Salvore e Umago sotto controllo tedesco. Il 9 settembre 1944 venne affondato presso Punta Salvore da velivoli angloamericani, che poi mitragliarono i superstiti lanciatisi in mare provocando un’immane strage: circa cento civili e una trentina di militari tedeschi. Nel 1945 fu recuperato e demolito dagli jugoslavi.

Il vaporetto «Nesazio», varato nel 1904, prestò servizio sulla linea celere Trieste-Pola e porti intermedi. Requisito dalla Marina austro-ungarica nel 1916, fu impiegato prima come nave di pattuglia, poi come posamine e quindi aggregato alla flotta cacciasommergibili. Dopo aver ripreso servizio nel 1919 sotto bandiera inter-alleata, dal 1921 collegò Trieste con Pola e poi anche con Lussinpiccolo e Zara. Requisito nel 1940 dalla Regia Marina, fu impiegato per servizi di vigilanza locale. Utilizzato fra il 1945 e il 1946 per il trasporto passeggeri nello Stretto di Messina, rientrò a Trieste nel 1946. Nel 1952 iniziò il servizio estivo sulla linea Trieste-Grignano-Sistiana, ma nel 1954 passò a Napoli.

Il piroscafo «Vettor Pisani», varato nel 1909, prestò servizio fra Capodistria e Trieste fino al 1916, quando la Marina austro-ungarica lo requisì per utilizzarlo a Pola come deposito navigante di siluri. Nel 1920 riprese il servizio di linea Capodistria-Trieste. Requisito nel 1940 dalla Regia Marina e impiegato quale dragamine, tornò in funzione appena dal 1954 sulla linea Trieste-Grignano-Sistiana e dal 1956 al 1962 anche sulla linea Trieste-Muggia-Capodistria, salvo una sospensione fra il 1959 e il 1960.

La motonave «San Giusto», completata nel 1929, prestò servizio sulla linea Trieste-Pola-Lussinpiccolo-Zara. Dal 1937 fu utilizzata nella stagione estiva anche per mini-crociere a Venezia e altri centri turistici alto-adriatici. Requisita dalla Regia Marina l’11 maggio 1940 e usata inizialmente come posamine, fu poi adibita a nave ospedale. Il 15 maggio 1941 affondò al largo di Tripoli per l’impatto contro una mina.

Nel 1962 furono varate le motonavi gemelle Dionea ed Ambriabella. La Dionea sostituì il «Vettor Pisani» sulle linee Trieste-Muggia-Capodistria e Trieste-Grignano-Sistiana e nel 1978 l’Edra sulla linea Trieste-Pola e porti intermedi. Dal 1979 fu impiegata sulle linee sovvenzionate del Nord Adriatico. L’Ambriabella invece collegò dal 1962 al 1975 Trieste con Grado e, nel periodo invernale, anche con Muggia e Capodistria. Fu quindi trasferita all’estero. La motonave Edra, varata nel 1962, collegò fino al 1978 Trieste con Capodistria, Pola e i porti intermedi. D’estate fu impiegata anche per gite domenicali a Parenzo, Canal di Leme e Rovigno. Venne quindi utilizzata per il trasbordo passeggeri nello Stretto di Messina.

In mostra vi è pure un modello in scala 1:200 del piroscafo «Toscana». Costruito a Brema nel 1923 e inizialmente chiamato «Saarbrücken», fu acquistato nel 1935 dal Governo italiano per il trasporto truppe e materiali in Africa orientale. Il 1° gennaio 1937 divenne proprietà del Lloyd Triestino, che lo noleggiò al Governo per il trasporto truppe in Spagna. Il 29 ottobre 1938 partì da Napoli assieme ad altre quattordici navi per trasportare in Libia famiglie di coloni. Tra il maggio e il giugno 1940 fu utilizzato per i rifornimenti all’isola di Lero, nel Dodecaneso. Il 1° febbraio fu convertito in nave ospedale e svolse numerose missioni, tra cui l’evacuazione di Tripoli nel gennaio 1943. Il 16 febbraio 1944 si trasferì a Malta, alzò bandiera inglese ed effettuò servizi di trasporto per gli alleati. Rientrato a Napoli il 4 dicembre 1945, riprese bandiera italiana prestando servizio sulla linea Napoli-Cagliari. Restituito nell’agosto 1946 al Lloyd Triestino, rimpatriò gli ex prigionieri italiani dalla Libia e dalla Tunisia. Dal 2 febbraio al 20 marzo 1947 trasportò da Pola 16.800 profughi istriani in dieci viaggi complessivi: 7 a Venezia e 3 ad Ancona. A Venezia condusse anche le salme di Nazario Sauro, Giovanni Grion e altri caduti, nonché la statua bronzea di Augusto. Dal 1948 svolse servizi inter-continentali, soprattutto per l’Australia, dove portò profughi dall’Est europeo e, dal 1° dicembre 1954 al 1960, anche triestini, istriani, fiumani e dalmati. In seguito fu venduta e demolita.
Paolo Radivo

772 - La Voce del Popolo 26/11/11 Speciale - Carsania, già Villa Giadrossi, un paesino accasciato fra migliaia di olivi argentati
Reportage di Daniele Kovačić

CRASSIZA È CONOSCIUTA SOPRATTUTTO PER LA TRADIZIONALE MANIFESTAZIONE OLEUM OLIVARUM E PER L'ECCELLENTE EXTRAVERGINE CHE MOLTI ABITANTI DEL LUOGO PRODUCONO
CArrivando da Buie, verso la Valle del Quieto, prima di Ponte Porton, appena ai piedi di Grisignana, fra piantagioni composte da migliaia di olivi argentati che crescono sulle falde di splendide colline ondulate con vista sul mare, troviamo la piccola località di Crassiza. “Carsania” nell’Ottocento, poi nel 1923divenne “Villa Gardossi”, nome voluto dall’Italia, date le numerose famiglie che portavano il cognome Gardos.
“Da Buie, proseguendo per la via Flavia verso Pola – scrive Dario Alberi nel suo “Istria, storia, arte, cultura” – la strada corre a mezza costa; ad oriente si scorgono i monti Madonna o Beata Vergine delle Vigne, il Santo Stefano, il Curelo ed il Cavrie, mentre verso occidente si ammira il panorama sulla sequenza delle valli Brèsine e Castiòn, dove inizia il corso del torrente Potocco che sbocca nella baia di Umago. Oltre la valle Castiòn si erge il monte Castagnari, isolato, con la piatta cima coperta da un bosco; all’orizzonte scintilla al sole il mare di Cittanova. Superate due strette curve in salita, un cartello annuncia il paese di Crassizza ed immediatamente sporge dal filo stradale la cima merlata del campanile a torre della chiesa curaziale di Santo Stefano. Crassizza fece sempre parte del territorio di Buie. Crassizza, in effetti, è il vecchio nome delle due borgate che si trovano ai lati della via Flavia, su un terreno di marne e arenarie. Nell’Ottocento era conosciuta con il nome di Carsania. Nel 1923, prendendo spunto dalla presenza di molte famiglie con il nome di Gardos, o anche Cordos, il governo italiano impose a questo raggruppamento di case il nome di Villa Gardossi. Fu insediamento di coloni romani, attestato dai numerosi ritrovamenti di iscrizioni, di oggetti e di monete d’epoca”.
SANTO STEFANO Appena prima del centro abitato, trova spazio sotto la strada, la chiesetta di Santo Stefano, con il suo campanile distaccato a base quadrata e senza punta, in pietra arenaria e merlato. All’interno della chiesa c’è un altare con le statue di Santo Stefano e della Maddalena, distrutte nel dopoguerra e ricostruite negli anni ‘90. Sempre all’interno della parrocchiale vi è una lapide in onore a Don Francesco Bonifacio, ucciso nel 1946 e beatificato nel 2008 a Trieste.
Dall’altra parte, i resti di quello che fu “Castiglione d’Istria”, menzionato nei documenti già nel 1102, sul quale venne costruito un castello. Nel 1351 venne distrutto dai conti di Gorizia che mandarono dal castello di Pietra Pelosa un’offensiva. Il luogo passò in mano al comune medioevale di Buie nel 1402.
RICCA DI CORSI D’ACQUA Crassiza ha molti corsi d’acqua che l’attraversano. Uno in particolare da rilevare: è il torrente detto Pianel. Raccoglie le acque dei due colli di Baredine e Punta, per condurle nel Quieto, attraversando la zona comunemente nota tra gli abitanti del posto come Valleron.
Oggi Crassiza è conosciuta soprattutto per l’eccellente olio extravergine d’oliva che molti abitanti del luogo producono, e per la tradizionale manifestazione Oleum Olivarum, una rassegna di carattere competitivo giunta quest’anno alla quattordicesima edizione, che oltre a riscuotere grande successo tra i produttori d’olio d’oliva istriani si sta di anno in anno ampliando anche di altri contenuti.
LA RASSEGNA DELL’ORO VERDE Nell’ambito di questa tradizionale rassegna istriana dell’extravergine, che di anno in anno si arricchisce e desta sempre più interesse sia in Croazia che all’estero, vengono ultimamente organizzate soprattutto grazie all’impegno della locale Comunità degli Italiani, pure delle manifestazioni artistiche. Tant’è che alla grande mostra allestita all’ultima edizione di Oleum Olivarum, coordinati da Ronny Jušić, hanno partecipato alcune centinaia di artisti, professionisti e dilettanti, giunti oltre che da varie località dell’Istria e della Croazia anche dall’Italia, dalla Slovenia e dall’Austria, che hanno esposto circa 200 tra dipinti, fotografie e sculture che hanno fatto da corollario alla tradizionale rassegna fieristica dell’olio.
L’evento è inoltre accompagnato sempre da interessanti incontri e conferenze sull’olivicoltura e sulla produzione dell’olio extravergine.
TRE LUSTRI DI SUCCESSI La manifestazione dedicata all’olivicoltura, che è diventata ormai la più importante in Croazia, quest’anno festeggerà dunque il suo quindicesimo compleanno. E dire che iniziò quasi in sordina. Nel 1997, infatti, alla prima edizione parteciparono appena 18 produttori locali. L’iniziativa nasceva da un’idea degli attivisti della CI, subito assecondati dalla Città, dal direttivo dell’Università Popolare Aperta e dall’Ente per il turismo di Buie, che hanno dato vita in seguito a quella manifestazione odierna che va ampliandosi riscontrando un costante interesse di produttori, di visitatori e di centinaia di olivicoltori. Quest’anno, inoltre, Crassiza festeggerà anche il 15.esimo anniversario dall’apertura dell’oleificio “Agromillo” di Baredine, proprietà del connazionale Valter Smilović.
LA SAGRA DELLA MADDALENA Ma Crassizza è celebre nel Buiese e in tutta la penisola anche per un altro tradizionale appuntamento. Ogni anno a luglio, in occasione di Santa Maddalena, in paese viene organizzata una visitatissima sagra, che vede nelle prime file dell’organizzazione la Comunità degli Italiani e il Comitato di quartiere. È un appuntamento tradizionale del quale i crassizani non potrebbero fare a meno. Oltre ai tornei sportivi, in tale occasione vengono organizzati dei concerti musicali e un ricco programma artristico-culturale.

773 - La Voce in più Cucina 26/11/11 Delizie regionali: il prosciutto istriano è autoctono e unico al mondo per i suoi ingredienti di qualità
ISTRIA, SE LO STRADIVARI SI FA A FETTE

di Fabio Sfiligoi

Le origini friulane del sottoscritto si manifestano an­che nell'amore verso il prosciutto in genere. In par­ticolare nei confronti di quello istriano, nulla da to­gliere comunque a San Daniele o Sauris per l'amor di Dio, ma si parla di prodotti diversi, come nel caso del dalmata o dell'erzegovese, financo al montenegrino.
L'amore per quello istriano scoppiò a metà degli Anni Ottanta circa, durante una trasferta di lavoro con altri tre colleghi della redazione sportiva dell'epoca (due purtrop­po defunti). La trasferta aveva molteplici obiettivi: accu­mulare materiale per il periodo estivo e poter così usufru­ire tranquillamente delle ferie e, tempo e impegni permet­tendo, fermarci in qualche osteria, ristorante, konoba, o bettola che sia, far una bona magnada (come amava dire il buon Luciano Superina), nonché trascorrere un'oretta tra battute e gossip sui colleghi rimasti in redazione. E crede­temi quel giorno ci voleva perché al volante di una Re­nault 4 scassata c'era Branimir Turkalj, non certo un mo­stro di bravura come dietro all'obiettivo di una macchi­na fotografica o di una telecamera. Il quarto moschettiere della squadra era Romano Farina, profondo conoscitore delle vicende istriane. Ma era Luciano a conoscere tutti i "buchi" dove si poteva mandar giù un boccone o bere del buon vino, come se avesse un GPS incorporato.
Ci ritrovammo a Fontane, tappa "la Laur", konoba nota per le sue luganighe al metro che penzolavano dal soffitto, ci si sedeva e si mangiava su delle vecchie bot­ti. Beh, quel giorno il locale era chiuso; per fortuna che la proprietaria abitava nelle vicinanze. Luciano, con non tanto stile, si mise a urlare il suo nome "Lauraaa", tutto questo in un silenzio quasi spettrale, finché la signora non uscì, dicendo, "ma cosa vi faccio, sono tutti a casa, è giorno di riposo". Il fascino di Luciano colpì ancora una volta, "ma basta una marenda un bi'c de persuto e formagio, qualche sopa e andemo a casa"; il tempo di arrivare all'entrata, il fogoler già ardeva.

Ordinammo due portate di prosciutto, una sopa a testa (il calmante necessario contro la guida di Brane, il più en­tusiasta testimone dell'inconfondibile quanto inquietante risata, da film horror per farvi un'idea), e tornando al cibo un metro di luganighe fatte alla griglia sul fogoler.

Il prosciutto era rosso fuoco con una leggera striatura bianca, rigorosamente tagliato a mano, una fetta dal­lo spessore diverso dall'altra, ma così è, e deve essere. Ne intravidi una particolarmente grossa, che stimolò la mia fantasia, la presi e la misi per qualche minuto nella mia sopa. Poi l'appoggiai per qualche secondo sulla griglia ar­dente: "miga mona el mulo", commentarono. In effetti non era malaccio, anzi. Fecero tutti lo stesso. Poi toccò alle lu-ganighe e al resto della sopa...

All'epoca il calcetto era un gioco molto praticato, al ri­entro a Fiume dalle nostre trasferte istriane con la squa­dra della Voce o della Comunità, tappa d'obbligo era "Na Mostu" a Pinguente, altro locale noto per buon mangiare istriano: il prosciutto, spesso era tanto ben tagliato che de­gli amici si presero a schiaffi con delle fette enormi.

Unico al mondo
Il prosciutto istriano è assolutamente autoctono e uni­co al mondo per i suoi ingredienti di qualità e per i metodi di preparazione immutati da secoli. La speciale tecnica di preparazione del prosciutto e le condizioni microclimati­che hanno come risultato un prodotto di altissima qualità. È caratterizzato da un colore estremamente rosso della car­ne, senza il grasso tessuto adiposo sottocutaneo e da un sa­pore e profumo intenso. A differenza di altri prosciutti cru­di, il prosciutto istriano non viene affumicato, ma seccato unicamente all'aria pulita per cui non contiene pericolose sostanze cancerogene.
I prosciutti trattati ed essiccati vengono indi messi in salamoia nel sale marino con spezie naturali - pepe, ro­smarino, alloro e aglio. Viene prodotto nel periodo invernale, a partire dai primi giorni di bora fresca, essiccato nei seguenti 5 mesi e stagionato 12 mesi.

Leggenda

Secondo alcuni libri, il prosciutto istriano è legato alla leggenda di Bura, una ragazza giovane e bella che troppo lodava la sua bellezza e Dio per la sua arroganza la colpì con un fulmine. La storia narra che da allora, ogni volta che una donna commette lo stesso peccato, essa sospira amaramente e i suoi sospiri diventano vento forte e fred­do, la bora appunto, che porta chiarezza e semplice bellez­za. Proprio così è il prosciutto istriano, una combinazione unica di carne di altissima qualità.
Antignana, la capitale

La sua capitale in Istria viene considerata Antignana, proclamata comune del prosciutto istriano, dove ogni anno alla fiera ISAP si riuniscono i migliori produttori di prosciutto della Regione istriana e quelli provenienti da altre parti del mondo, ma anche dove si trovano numero­se produzioni di prosciutto, questa superba prelibatezza culinaria. In questa parte dell'Istria lo chiamano "vijulin", violino, per la sua morbidezza, tenerezza, dolcezza e uni­cità, ma anche per il modo di tagliarlo che deve essere ac­curato e delicato, come quando si suona uno strumento musicale costoso, uno Stradivari per esempio.
Loriginalità del prosciutto istriano è tutelata dall'Isti­tuto nazionle per la proprietà intellettuale al numero G20020002A, pubblicato nella gazzetta dell'Istituto nel feb­braio 2002.
Origini e lavorazione

La parola prosciutto deriva dal latino prae axsuctus, perexsuctus: molto prosciugato. In Istria si prepara con la lavorazione tradizionale della coscia degli esemplari nati dall'incrocio delle razze autoctone carnose di sui­ni, tra 150-200 kg di peso vivo. Negli ultimi 20-30 anni vengono allevati suini del tipo yorkshire Large White, oppure lo Swedish Landracee, il Dutch Landrace e gli incroci fra queste razze. Per la loro nutrizione in ambi­to domestico si usano rape, zucche, crali, granoturco e altra verdura. In alcuni casi i maiali vengono lasciati al pascolo ed è allora che si nutrono di ghiande di quercia, diversi tipi i radici e persino tartufi.
Le cosce fresche, che solitamente non pesano sotto i 12 kg, si distaccano dal tronco insieme all'osso iliaco, viene tolta la pelle e il tessuto adiposo sottocutaneo, si copre con puro sale grosso marino per la durata di 21 giorni. Duran­te la fase della salatura si massaggiano manualmente due o tre volte. Il prossimo procedimento, la pressione delle cosce salate dalle quali prima viene tolto il sale in eccesso, ha la durata di una settimana. La salatura è tipica del terri­torio mediterraneo come dimostrano Italia e Spagna. Esi­stono però alti tipi di prosciutto apprezzati come i tede­schi Schwarzwald e Westphalia. Citiamo anche il francese Jambon de Bayonne, il finlandese Sauna, mentre negli Usa si produce il prosciutto Country-style.
In Istria con la pressione si facilita la spremitu­ra dei succhi della carne e la formazione della coscia. Dopo, le cosce possono essere trattate con la mistura di pepe, aglio e altri aromi concessi, per poi essere la­sciate a seccare alla bora per diversi mesi. Allora inco­mincia la fase conclusiva del procedimento tecnologico, cioè la fermentazione. Questa solitamente avviene nei vani in cantina con i parametri microclimatici control­lati (la temperatura in inverno dai 12 ai 14°C, l'umidità dell'aria fino al 70 p.c.), e la durata dipende dalla massa della coscia, dai 6 ai 8 mesi circa.
Nella produzione non si aggiungono nella salamoia gli additivi tossici (i nitriti e i nitrati). A differenza del pro­sciutto dalmata ed erzegovese, quello istriano, nel procedi­mento tecnologico della produzione, non attraversa la fase deU'affumicatura e non contiene gli elementi cancerogeni del fumo. A causa del trattamento primario della coscia (l'esportazione della pelle e del tessuto adiposo sottocuta­neo), il prodotto è meno soggetto all'alterazione, e contem­poraneamente ha un valore energetico minore.

Composizione chimica

La composizione chimica del prosciutto istriano di­pende dalla razza dell'animale, dal suo stato di salute e dal­la nutrizione che ha avuto.
In media il prosciutto istriano è costituito da 66 p.c. di materia secca, 40 p.c. proteine, 17 p.c. grassi, 8,5 p.c.cenere, colesterolo 85 mg/100g e sale 5,5-6 p.c. Oltre a questo, nel prosciutto istriano troviamo in piccole quantità calcio, fo­sforo, magnesio, sodio, potassio, manganese, rame, zinco e ferro.
Inoltre il prosciutto istriano contiene 18 aminoacidi essenziali semi-essenziali, e in totale 21 acidi grassi saturi, insaturi e poli-insaturi del tipo SFA, MUFA e PUFA. Nel grasso intramuscolare del prosciutto istriano i grassi saturi (SFA) eliminati, sono il 40,5 p.c., quelli insaturi (MUFA) il 44,5 p.c. mentre i poli-insaturi (PUFA) eliminati sono so­lamente il 12,5 p.c..
Degli acidi grassi importanti, al gruppo degli acidi es­senziali omega-6 appartiene il 12 p.c., mentre solo lo 0,96 p.c. appartiene agli ormai noti e famosi Omega-3.
Caratteristiche organolettiche

Il prosciutto istriano si distingue per il profumo mol­to intenso e l'aroma di carne di maiale fermentata, il co­lore rosso vivo è distribuito in egual misura, il sapore è moderatamente (lievemente) salato e ha una consistenza adeguata.
Dopo la salatura a secco, sotto l'influsso del sale in se­guito al processo autolitico, la carne inizia ad ammorbidir­si. Tutto ciò continua con la fermentazione e con un lieve ed equilibrato rilascio di acqua.
Sapore e aroma specifici di un prosciutto maturo deri­vano dai prodotti della proteolisi ossia dalla scomposizio­ne delle proteine (peptidi, polipeptidi, ATP e aminoacidi liberi). Sono i prodotti lipolitici a contribuire in maniera considerevole ad aroma, profumo e sapore. Questi prodot­ti nascono dalla scomposizione dei grassi (ossia trigliceri-di, fosfolipidi e acidi grassi liberi) nonché di prodotti della loro scomposizione continuata.
È anche significativo il fatto che a gusto e profumo particolari del prosciutto istriano contribuiscono anche un'equilibrata dose di sale e gli altri ingredienti della sala­tura soprattutto le spezie naturali.
La stagionatura sulla bora

I prosciutti venivano portati in soffitta, con le finestre spalancate (a discapito del freddo), ad asciuga­re sulla bora. La bora, vento asciut­to e freddo, è tipico degli inverni istriani ed è una vera benedizione per i prosciutti. La stagionatura del prosciutto sulla bora è uno dei due presupposti principali per ottenere un prodotto di qualità. Se succede­va che il vento "girasse" a sciroc­co, altro vento comune dalle nostre parti, caldo e umido, era quasi una calamità naturale per i prosciutti. In tal caso, i prosciutti venivano spo­stati in lisijera - piccola casetta in giardino o apposita stanza in casa, dove di norma c'era il camino (sul quale in precedenza veniva preparato il cibo per il maiale), nella quale si appiccava un leggero fuo­co, affinché il fumo proteggesse e asciugasse i prosciutti.
Ma il fuoco doveva essere vera­mente lieve, per evitare che il pro­sciutto diventasse - affumicato. Il prosciutto istriano appunto, in nes­sun caso deve sapere di fumo. Al cambiamento delle condizioni cli­matiche, i prosciutti venivano pron­tamente rimessi in soffitta.
In base ai dati del servizio Me­teo nazionale nell'Istria centrale, nel periodo 1989 - 1998 c'è stato solo p.c. di giornate senza ven­to. In maggior parte in questo terri­torio soffiano venti da est e da sud­est, meno invece, venti da est.
Un solo maiale a famiglia

Innanzitutto, nelle famiglie contadine istriane, tradizional­mente si allevava solo un maiale (e non a decine, come altrove; da queste parti il maiale non si portava a pascolare), che rag­giungeva dimensioni e peso fuori dal normale.
Esso doveva sfamare la famiglia durante tutto l'anno, con la carne ed, in particolare, coi grassi. Lo crediate o no, al ma­iale veniva regolarmente preparato un pasto fatto di verdure varie, mescolate alla crusca o alla farina di granturco, ed altro che solitamente si trovava in casa. Le zucche e le barbabietole venivano piantate soltanto per i maiali, ed in primavera si rac­coglievano varie erbe.
Nel corso degli ultimi mesi prima della vigilia della macel­lazione, per aumentare ulteriormente il peso del maiale, questi veniva intensamente sagginato con pannocchie di granturco. Da ciò deriva il primo segno di riconoscimento del prosciut­to istriano - esso è enormemente grande. E con ciò particolar­mente succulento e saporito. La macellazione del maiale poi, è un rituale che dura una giornata intera, occasione di raduna­mento di tutta la famiglia e di festa.

ANTIGNANA avvolta dal sapore del vero prosciutto istriano

Un perfetto equilibrio tra sa­pore, profumo, colore e dolcezza: sono questi i segreti del prosciut­to istriano, che sin dall'antichità è considerato l'orgoglio dell'of­ferta gastronomica della peniso­la. Lavorato con i metodi e le at­tenzioni della tradizione artigia­nale, il "violino istriano" ha avu­to il ruolo da protagonista alla Fiera internazionale del prosciut­to ISAP 2011 di Antignana, giun­ta quest'anno alla sua quinta edi­zione. La kermesse è stata visitata da circa 20mila persone, mentre sono stati affettati 350 prosciutti e altrettanti ne sono stati vendu­ti. Anche se il numero dei visita­tori è stato notevolmente inferio­re rispetto all'edizione preceden­te e nonostante il periodo di crisi, gli espositori non hanno mancato all'appuntamento. Sono stati in 29 a raggiungere per l'occasione il borgo istriano, provenienti da Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Slovenia, Italia, Austria, Francia, Germania, Spagna e Portogallo. Accanto ai produttori di prosciut­to istriano, nove in tutto, i più nu­merosi alla Fiera sono stati i dal­mati con otto espositori, mentre il Paese partner di quest'anno, la Bosnia ed Erzegovina, è stato rappresentato da tre produttori.
PRODUZIONE Quella di Antignana è una Fiera che di anno in anno sta riscuotendo sempre più successo anche a livello in­ternazionale, diventando così un appuntamento tradizionale sia per i prosciuttai che per i buon­gustai. Il proprio status di presti­gio, il prosciutto istriano lo deve specialmente al rigido rispetto dei tradizionali metodi di produ­zione: a partire dall'allevamen­to dei maiali, attraverso la par­ticolare lavorazione della coscia del suino, fino all'essicazione e alla singolare combinazione di spezie che donano quell'aroma inconfondibile. Il vero "violino" istriano viene prodotto senza ni­triti e nitrati e senza il processo di affumicamento, ed è proprio per questo che lo troviamo tra i prodotti nel suo genere più sani del Mediterraneo. Di norma, il prosciutto viene stagionato per dodici mesi per poi venir tagliato a mano, mai a macchina. Queste sono, tra l'altro, le peculiarità a cui si è attenuta la commissione nel valutare la qualità e la bontà dei prosciutti in gara.
I PREMI Il titolo di miglior prosciutto istriano, alla quinta edizione della Fiera internazio­nale del prosciutto ISAP 2011,è andato alla produzione agricola Antolovic, di Basici, presso An-tignana, mentre il miglior pro­sciutto affumicato con la pel­le è stato proclamato quello dell'azienda Lijanovic di Siroki Brijeg (Bosnia ed Erzegovina). Le medaglie d'oro nella catego­ria più popolare dei prosciut­ti istriani, quest'anno non sono state assegnate, ma in compenso quelle d'argento sono andate ai prosciuttifici Dujmovic e Jelenic, nonché alle aziende Radetic e Pi-sinium. Il campione dell'edizio­ne 2010, l'azienda Erman, non­ché il produttore Kod Milana, sono saliti sul gradino più basso del podio. I prosciutti sono sta­ti valutati da una commissione di quindici membri che, in base a criteri analitici-sensoriali e se­condo gli standard ISO, ne ha esaminato la qualità. Un fatto interessante è che per la prima volta questa edizione della Fiera ha visto pure la commissione ef­fettuare anche un'analisi senso­riale

774 - Il Piccolo 27/11/11 Confini - Zagabria e Lubiana si sfidano per la scelta degli "arbitri"

TRIESTE Slovenia e Croazia andranno al voto entrambe il prossimo 4 dicembre. Ma subito dopo il responso delle urne sono attese (con i loro nuovi governi) a un confronto storico: quello che sarà sancito dall’arbitrato internazionale relativo ai confini (soprattutto quello marittimo nel golfo di Pirano) tra i due Paesi. Dopo la firma del Trattato di adesione della Croazia all’Unione europea il 9 dicembre, Lubiana e Zagabria dovranno mettersi d’accordo sul nome del presidente della corte arbitrale e di tre “giudici” del collegio che sarà formato da cinque membri. Uno ciascuno è scelto autonomamente dai due Stati, gli altri tre, invece, vengono scelti di comune accordo dalla lista di nomi di esperti in diritto internazionale che è in corso di preparazione alla Commissione europea. Non trapela alcun nominativo, ma fonti diplomatiche affermano, che si potrà scegliere tra dieci candidati proposti dall’Ue. Ma siccome l’esperienza insegna che difficilmente i partiti dei due Paesi riescono a trovare un accordo allora sarà il presidente della Corte di giustizia dell’Aja, il giapponese Hisashi Owada a scegliere e questo entro il febbraio del 2012 quando scadrà il suo mandato. Successivamente Croazia e Slovenia indicheranno il nome dei propri “arbitri”. Zagabria ha già fatto cadere la sua scelta su Budislav Vukas che ha fatto parte della commissione mista sloveno-croata sui confini. Questo precedente potrebbe indurre Lubiana a chiedere la sua defenestrazione, ma la Slovenia sta ancora valutando se ciò le conviene o meno perché, dicono alcune fonti diplomatiche, forse è meglio ragionare con chi conosce già l’argomento. Lubiana ha nominato come suo “arbitro” Jernej Sekolec. La sentenza? Non prima di tre anni, mentre il tutto dovrebbe costare circa 5 milioni di euro. (m. man.)

775 - Il Piccolo 28/11/11 L'eredità di Tito che scotta vale 60 milioni di dollari, la decisione spetta al tribunale di Belgrado

La moglie Jovanka, i figli e i nipoti del “Maresciallo” dell’ex Jugoslavia rivogliono i beni: dalla Cadillac ai fregi di Stalin.
La decisione spetta al tribunale di Belgrado
I CIMELI Nella lista anche la macchina Singer
È infinito l’elenco dei beni di Tito che gli eredi reclamano. Sculture e dipinti, vasi, tappeti e libri, 5 automobili, mobili intagliati, collezioni filateliche, monete preziose, ducati austro-ungarici, spille decorate con brillanti, rubini e altre pietre preziose, porcellane e ceramiche, portasigarette d’oro, orologi, l’Ordine di Suvorova, una roccia della luna, uniformi e alamari, una macchina da cucire Singer, diversi set di scacchi con pezzi in avorio contenuti in scatole di velluto dorate, una collezione di vini d’annata, monete d’oro statunitensi del XVII e XVII secolo, un medaglione d’oro arabo e uno messicano, 37 collane con guarniture preziose, una carrozza d’oro con cavalli.
di Mauro Manzin
TRIESTE Lei lo aveva promesso: l’eredità di mio marito mi spetta di diritto. E, puntualmente, Jovanka Broz ha mantenuto la parola. E così 30 anni dopo la morte del Maresciallo il Tribunale di Belgrado è stato chiamato a decidere a chi spetta la sontuosa eredità del defunto padre-padrone della Jugoslavia, stimata attorno ai 60 milioni di dollari di valore. I giudici della capitale serba dovranno decidere non solo sul destino dei beni presenti in patria, ma anche di quelli attualmente posseduti dalla Croazia, come le famose Cadillac del Maresciallo gelosamente custodite sull’isola Brioni. I beni di cui la vedova di Tito e i suoi figli e nipoti reclamano la proprietà non sono costituiti solo dalla villa di Dedinje (rione vip di Belgrado) e da quelle di Brioni, ma anche dagli oggetti conservati nel museo di Kumrovec, città natale croata del presidente jugoslavo. Gli eredi di Tito sono non solo la vedova Jovanka ma anche il figlio Miso e le nipotine figlie di Zarko, l’altro figlio di Tito, anche lui defunto, Joska, Zlatica e Svetlana. La figlia di Misa Broz e nipote di Tito, Sasa ha dichiarato invece di non sapere nulla delle richieste avanzate al Tribunale di Belgrado. «Sono impegnata nel mio lavoro a teatro - ha detto - e non mi interessa quanto sta succedendo».
La prima udienza davanti ai giudici si è tenuta alla fine dello scorso mese di ottobre a cui hanno presenziato le nipoti del Maresciallo, Joska, Zlatica e Svetlana nonché l’avvocato di Jovanka. La prossima udienza è stata fissata per il prossimo 23 dicembre. «Al tribunale abbiamo ricevuto l’elenco dei beni - ha spiegato Joska Broz al quotidiano zagabrese Vecernje Novosti - che dovrebbero essere suddivisi tra gli eredi e a sua volta l’avvocato di Jovanka ha presentato ai giudici la lista dei beni che la nonna chiede vengano estrapolati dalla divisione ereditaria perché si tratterebbe di proprietà personali del nonno».
Nella lista ci sono gioielli, uniformi, medaglie, piatti e posate. La prima lista Jovanka l’ha stilata già nel 2002. Successivamente a questa ha aggiunto un altro elenco di altri mille beni che lei sostiene debbano essere svincolati dalla suddivisione tra tutti i parenti perché effetti personali del Maresciallo e tra questi c’è anche il controvalore in denaro delle ville di Brioni e di Vanga. Dell’intera eredità di Tito i suoi successori hanno finora ricevuto solo i diritti d’autore, spiega ancora Joska Broz. «Ognuno di noi - precisa la nipote - ha ottenuto a questo titolo circa 4mila dei vecchi marchi».
In Jugoslavia si credeva che non fosse rimasta alcuna proprietà privata di Tito ma che tutti i beni fossero dello Stato. Solo Zarko ha ereditato una vigna a Kumrovac. L’altro figlio Miso ha intentato causa per riottenere la proprietà di una casa a Samobor che il padre gli avrebbe lasciato ma che attualmente è di proprietà del Comune di Zagabria. Il Tribunale di Belgrado dovrà ora decidere sulla suddivisione di orologi d’oro, forchette d’argento, delle carrozze d’oro di Djakovo con le preziose bardature dei cavalli costituite da lunghe e preziose file di perle, una Rolls Royce, una Cadillac bianca, una Lincoln, un frammento di roccia lunare (dono degli astronauti Usa) e le medaglie di Stalin.

776 - Il Piccolo 30/11/11 Lettere - Latinità della Dalmazia

Ho recentemente visitato in via Torino l'interessantissima mostra sulla storia e la civiltà della Dalmazia. Un sentito grazie al curatore on. Renzo de' Vidovich e ai suoi collaboratori per l'originalità e la chiarezza dell'esposizione, che spazia dall'epoca preromana alle tristi vicende dell'esodo e della snazionalizzazione.

Mi ha colpito in modo particolare il proclama del generale napoleonico Matteo Dumas che, da Zara nel 1806, rivolgendosi in italiano ai dalmati e in croato ai dalmatini, annunciava il "ricongiungimento" della Dalmazia alla Madrepatria, cioè al regno d'Italia di Giuseppe Buonaparte, con capitale Milano. Ciò evidenzia in modo inequivocabile che, nel comune sentire europeo dell'epoca, la Dalmazia faceva parte integrante del territorio nazionale italiano.

Del resto ciò si evince, come impeccabilmente esposto nella Mostra, da tutta la storia dalmata successiva alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente. La latinità della Dalmazia non venne mai meno e non fu, come alcuni ancora credono, un portato dell'influenza della Serenissima ("Ti con nu e nu con Ti"), ma fu il risultato della resistenza delle popolazioni autoctone romanizzate alle infiltrazioni nei Balcani di Avari, Slavi, Ungheresi ecc.
In modo del tutto analogo avvenne la persistenza di altri popoli e lingue neolatine quali i Valachi e i Rumeni.In conclusione, dalla Mostra in via Torino un suggestivo e necessario excursus su una storia che èanche nostra, cioè di noi triestini, che ci troviamo al centro del territorio che va da Verona a Cattaro e nel quale ci si intende nel nostro caro dialetto.
Gualtiero Paoletti

La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi periodicamente una minirassegna stampa sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.
Si ringrazia per la collaborazione l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Gorizia e l’Università Popolare di Trieste
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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