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CANTICO ISTRIANO di Lina Galli

ESULI
A bordo della nave, staccati da Pola
  pensavano con ansia alle città
 che li aspettavano.
 Strappati alla loro terra
 che sfilava con le coste bellissime
 verso un domani ignoto.
 E a Venezia una turba li accoglie
 con grida ostili e rifiuta loro il cibo;
e a Bologna il treno non può fermarsi,
causa la folla nemica.
I bambini guardano intorno smarriti.
 I genitori non hanno più niente da dare a loro.
II domani è un incubo.
Non li sentono fratelli gli Italiani,
una gente da rigettare, esuli.
Essi guardano tutto in silenzio
con gli occhi dilatati
dove le lagrime stanno ferme.
Il dolore di avere tutto perduto
si accresce di questo nuovo dolore.


I CAMPANILI
Con tante immagini ci avvolge la nostra terra.
S'alzano i campanili come angeli bianchi,
eletti sulle alture e accanto al mare
con una nobiltà insospettata.
Gettano un altissimo grido
che riempie quel cielo azzurro deserto;
viene dal lontano passato.
Dalle zolle perdute occhi si levano
silenziosi come noi a riguardarli.


ISTRIA PERDUTA
Un solo filo di luce lungo il mare
ultimo argine.
Fino a Vladivostok la massa sterminata.
 Fra due mondi, filo di luce
respiri, ultima città dell'occidente.
 Istria perduta cala le foglie nel profondo mare.
 Ancora sei là.
Ti vedo nel velame del mare
ma sei solo una spoglia.
O fratelli italiani
quando ci foste fratelli?
Si annulla una gente,
una terra si perde,
e non una parola per noi.
Quando ci foste fratelli?
Un tratto di penna
e si cancella una gente.
Una generazione ancora
e poi saremo tutti cancellati.
Resteremo fra le pagine di storia
come nomi sepolti.
Vi andiamo solitari per ritrovare
un barlume dell'infanzia.
Cerchiamo sulle case le rughe dei padri
sulle pietre i nomi scalpellati, le campane
mute sugli alti campanili.
Cerchiamo per le vie estraniate
un accento sopravvissuto.
Tutto è perduto ciò che abbiamo amato.

LA COSTA
M'incantano le verdi insenature
e le vallette verdi.
Si specchiano le alghe, i ciottoli,
nuotano i pesci
nelle limpidissime acque.
Improvvisa una muraglia bianca,
come i resti di un antico tempio
cala a picco nel profondo.
Sulla spiaggia bassa la fila delle viti
pesanti di uva arrivano fino al mare.
Soffia il libeccio, nascondono gli scogli
candide creste di spuma.
Da tanti anni vissero i nostri occhi
tanta bellezza.

LA FINE DI UN POPOLO
La mia generazione si spegne
 con la fine di una gente.
Le memorie si assottigliano
 le parole si fanno incerte.
Inghiottiti i giovani dalle estranee città.
 Secchi i ruscelli dispersi dell'Istria.
 Melanconiche per la fine ineluttabile,
 struggente, resteranno solo le pietre
scolpite nella terra fatta da noi deserta.

CHI CI RICORDERÀ?
0 fratelli italiani
quando ci foste fratelli?
Si cancella una gente
e voi irrompete con le macchine festose
nei balli dei night.
Una terra si perde
e non una parola per noi.
Quando ci foste fratelli?
Lo strazio dilania noi soli.
Non conoscete questo patire.
Una generazione ancora e più non saremo.
Fra pagine di storia resteremo
tra vuoti nomi.
Nelle nostre città morenti
secoli e secoli le fuse
animi vi sigillarono ogni pietra.
Abbandonate si disfano.
 Eppure intorno la bellezza del mare
germoglia eterna.
Chi ci ricorderà? Nei cimiteri deserti
diventeremo anonima terra.

LE OMBRE
Nella notte ombre appaiono
nell'anfiteatro diruto.
Altre si elevano nella basilica bizantina.
Dalle rovine giunge
l'urlo disperato di Epulo.
Batte l'onda nelle fiabesche grotte.
S'innalza dagli archi
la possanza di Roma.
Ardono i manti rossi
dei Dogi sulle galere.
Si ricompongono i miti nella memoria.
Ogni cosa ha un'origine remota,
sprofonda negli evi che furono nostri.

ISTRIANI NEL MONDO
Gli ulivi d'argento lisciati per centinaia d'anni
da mani fedeli morivano.
Se ne andavano le schiere delle viti raggianti,
erte come reggimenti sulla terra rossa.
Le case dirupate dell'interno guardavano con occhi vuoti.

Si sono conosciuti da bambini.
Si ricercano per ritrovare l'altra vita.
Vogliono il mare che li cullò, le luci del crepuscolo
sulle rive affollate di giovinezza, i tramonti trionfali.
Cercano ad ogni incontro
il parlare caldo delle «contrade».
Sognano le notti sulle onde fitte di odori e di rosignoli.
Sperduti i vecchi non sanno come morire.

In tutti questi lunghi anni hanno voluto dimenticare.
Tacevano! Ognuno conosceva con la propria carne
il terrore delle notti. Tacevano. L'incubo delle foibe,
 l'odio di ogni ora. Tacevano!
Sono andati lontano con la loro pena
verso occidente, forestieri con l'anima frantumata.
Piangevano «La Patria non è più nostra.»
Ombre dolenti trascinavano passo a passo
la delusione amara verso la morte.

Non potevano, non volevano ricordare.
Pola in quel giorno di condanna
riversava la gente impazzita per le strade.
 In un caos di grida, di pianti,
si afferravano, si stringevano.
Muta giaceva Parenzo insanguinata.
Pesavano dentro le città trafitti.

Vi torniamo solitari per ritrovare
un barlume della nostra infanzia.
Cerchiamo sulle case le rughe dei padri,
sulle pietre i nomi scalpellati,
le campane mute sugli alti campanili.
Cerchiamo nelle vie estraniate un accento sopravvissuto.
Tutto è perduto ciò che abbiamo amato.
Andiamo in parte già morti,senza più radici.