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"Trst je nas!": satira contraddittoria

Il 27 novembre 2009 è stato proiettato per due volte consecutive a Trieste in una stracolma aula magna della Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori il film del 22enne sloveno Žiga Virc “Trst je naš!”.

 

Prodotto dalla Radiotelevisione slovena e finanziato dall’Accademia di stato slovena per la cinematografia in collaborazione con il Filmski studio Viba film, il cortometraggio fa parte della tesi di laurea di Virc, che ha studiato a Lubiana regia cinematografica e televisiva. L’iniziativa è stata promossa da sei realtà culturali triestine: Slovenski klub, Circolo del cinema Metropolis, Biblioteca nazionale slovena e degli studi, KNULP, associazione Valentin Vodnik e Comitato territoriale ARCI.Fausto Vilevich, proprietario del KNULP e membro di Metropolis, ha affermato che la proiezione gratuita del film in sloveno con sottotitoli in italiano voleva dimostrare come vi sia troppa tensione a Trieste su argomenti che risalgono a 60 anni fa. «Tanta gente – ha detto – si è mossa facendo un polverone e arrivando fino ai Ministeri: un’assurdità». La presidente dello Slovenski klub, sottolineando l’importanza di trovarsi nell’ex Narodni dom, ha invitato alla collaborazione inter-etnica.

Il film inizia con una cartina dell’alto Adriatico indicante il capoluogo giuliano e accompagnata da sottotitoli che recitano: «Trieste è una città marittima italiana a ridosso del confine con la Slovenia. Nonostante gli sloveni non siano mai stati i suoi abitanti maggioritari, il retroterra era in contatto vitale con la città. La tendenza a liberare Trieste si fece viva in particolare durante la Seconda guerra mondiale». Si vede poi avanzare una colonna di veicoli del IX Korpus sloveno, dai quali viene amplificata a tutto volume una canzone partigiana che dice: «Attraverso le lande carsiche verso il mare, dove Trieste risplende al sole. I nostri pensieri corrono verso la vittoria finale. Cara patria, terra dei nostri avi, aspetta i giorni del trionfo della libertà! Ora siamo pronti per realizzare ciò. Con il fucile in mano marciamo impavidi verso la vittoria».

 

Quindi appare in primo piano il caricaturale protagonista: France (si legge Frànze), grassottello e attempato capo di un gruppo di esaltati che in una ex cava del Carso sloveno effettuano rievocazioni di scontri fra partigiani e tedeschi con divise e armamenti d’epoca. France chiama a rapporto il giovane Marko chiedendogli com’è la situazione. Questi risponde: «Siamo in pericolo: i tedeschi vogliono occupare Trieste!». France allora lo interroga: «E di chi è Trieste?». Marko ingenuamente afferma: «Italiana». L’improbabile “comandante” gli ribatte: «No!». Allora il “soldato” ripiega dicendo: «Tedesca». Ma France lo smentisce ancora una volta. «Allora – ritenta Marko – è nostra!». «Esatto!», annuisce France. «E chi siamo noi?». «Il IX Korpus dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia», esclama Marko. Finalmente soddisfatto, France spiega: «Gli italiani hanno occupato Trieste. I tedeschi non lo faranno. Ora per il popolo sloveno si apre una nuova pagina di storia. Ci riprenderemo la gloria di una volta».

 Poi France mostra a Marko la propria bustina partigiana e gli chiede: «Sai chi me le diede?». Marko risponde subito: «Suo padre il primo giorno di scuola». «Come lo sai?», replica sorpreso il “capo”. «Si sa», taglia corto Marko, che gliel’ha sentito dire almeno cento volte. Allora France con il pugno sinistro alla tempia pronuncia il motto: «Morte al fascismo!». E Marko aggiunge: «Libertà ai popoli!».

La scena si fa ancora più grottesca quando al “comando partigiano” arriva l’auto della snella e disincantata moglie del “capo”: Maria. France, imbarazzatissimo, si guarda intorno facendo finta di niente. Ma lei lo scruta indispettita. Allora France si toglie la bustina e con lo sguardo basso e la coda fra le gambe si mette docilmente a sedere in macchina. I due raggiungono la loro abitazione: un vecchio casolare al centro di una tenuta equestre in un verde paesaggio collinare dove cinguettano gli uccellini. Maria spegne il motore e chiede al marito con aria di rimprovero: «Allora quando liberate Trieste?». Lui, pieno di vergogna e senza guardarla in viso, risponde: «Dopodomani». «Ah – reagisce lei –, dopodomani! Ma l’avete già fatto l’anno scorso, due anni fa, ed è così da 15 anni! Io devo lavorare, mentre tu giochi ai partigiani e ai tedeschi!». «Chi gioca?!», replica lui serio. «Trieste era nostra nel ’45 e bisogna restituirla al popolo sloveno!». Maria, indignata, esce dall’auto, ma lui la implora: «Sai bene che papà mi diede questo berretto raccomandandomi di non dimenticare la Seconda guerra mondiale…». Risponde lei: «Sì, ma non intendeva che dovevi creare un esercito e inscenare battaglie come i bambini di 5 anni!».

 

Incassato il colpo, il patetico France in abito da lavoro raccoglie con un rastrello lo sterco dei cavalli e lo getta su una carriola esclamando: «Maledizione! A causa di questa m… rischiamo di perdere Trieste!». Subito dopo arriva a cavallo la figlia adolescente Mateja, che lui qualifica come «signorina» rinfacciandole di non voler lavorare. Lei gli chiede burlescamente perché non si fa aiutare da Stalin o da Mussolini. France, ridicolizzato, cerca di richiamarla all’ordine: «Non scherzare! Vedi questo berretto?». «Sì – gli risponde prontamente lei –: te lo consegnò tuo padre il primo giorno di scuola. Portava anche lui come te un vestito verde da stradino…». France, sorpreso da questo dissacrante paragone, precisa: «È l’uniforme dei partigiani!».

 

La scena successiva si svolge la sera in casa. France entra nella stanza di Mateja, che finge di dormire, e le rivela: «In realtà questo berretto era di mia madre, tua nonna. Me lo affidò mio padre dicendomi di darlo a qualcuno che avrebbe capito quanto grande era stato il coraggio delle nostre nonne e mamme». France lo depone sul cuscino di Mateja ed esce. Lei, che tiene in mano un cagnolino di peluche, apre gli occhi e, commossa, accarezza la “titovka”. Poi si vedono France e la moglie a letto. Lui le chiede affranto: «Dove abbiamo sbagliato con Mateja?». «Cosa c’è che non va con lei?!», ribatte stupita la moglie. France risponde: «Non capisce niente, non sa delle divisioni, delle brigate partigiane, degli eroi nazionali, non sa che si sparava agli ostaggi, forse non conosce nemmeno una canzone partigiana…». Maria si volge dall’altra parte e lascia il marito farneticare. Subito dopo viene ripreso il ridicolo soffitto della stanza: un cielo blu con falci e martelli rossi e stelle bianche.

 

Si vede poi il “plotone”, composto anche da alcune ragazze, marciare in fila indiana al suono di una canzone che fa: «Presto, brigate, correte! Che la mitraglia canti, che si espanda l’eco!». France dà l’alt ai suoi, li fa girare verso di lui, dispone il “presentat-arm!” e inizia un discorso solenne: «Compagni! Soldati! Amici! Sono passati i tempi in cui il popolo sloveno soffriva e nessuno lo sentiva. La battaglia per Trieste è vicina. La combatteremo per l’onore e la gloria del popolo sloveno. Nessun sacrificio sarà vano». «Viva il comandante France!», esclamano i figuranti. «Tedeschi e traditori – continua lui – la pagheranno! Libertà ai popoli! Morte al fascismo!».

 

A quel punto arriva un’auto della polizia slovena con una sirena a basso volume. Un poliziotto che lo conosce bene cerca di fargli capire che non è il caso di continuare. Ma lui si divincola. «Obama – gli dice – sarà presto in visita! La sicurezza è stata rafforzata. Abbiamo l’ordine di farvi smettere. Questo casino non va! Sai chi è Obama?». «Sì – dice France, che in realtà lo confonde con il terrorista –. Può venire Osama Bin Laden, Indira Gandhi o Arafat: non mi interessa! La battaglia ci sarà e presto! Attendo l’attacco dei tedeschi». Quindi dà disposizioni ai suoi “soldati”. L’amico poliziotto cerca di farlo ragionare rivelandogli: «Sai che posso perdere il lavoro a causa tua?». «Allora – gli ribatte France – stai con loro!». «Con loro chi?! – gli chiede attonito il poliziotto –. Dovete smetterla! Altrimenti non va bene». Ma France è inflessibile.

 

Nella scena successiva il “capo” si trova in una stanza-tempietto con un busto di Tito e due lumi affiancati su un comodino, nonché un quadro dello stesso maresciallo e bandiere della Slovenia jugoslava su una parete. Tira fuori da un cassetto alcuni 45 giri, estrae quello dal titolo “Così parlò Tito” e lo colloca su un vecchio giradischi. Posiziona la puntina, si mette in posa enfatica e mima la voce del maresciallo pronunciando le frasi di un comizio che dicono: «Abbiamo versato un mare di sangue per la fratellanza e l’uguaglianza dei nostri popoli. Non permetteremo a nessuno di vanificarle. Lo riconosco: ho fatto uno sbaglio storico su Trieste. Ma oggi prometto solennemente: Trieste sarà di nuovo nostra!». Sentendo gli applausi della folla, France, identificandosi con il suo idolo, ne imita i fieri segni di ringraziamento. Intanto si vede la faccia contrariata della moglie e quella titubante della figlia.

 

Arriva così il giorno fatidico. France procede in auto lungo la strada amplificando con il mangianastri la prima delle canzoni partigiane già sentite. Due giovani poliziotte lo fermano. La superiore in grado con occhiali scuri lo invita a esibire i documenti della macchina. Poi gli chiede a chi appartiene. Lui, dopo aver spento la musica, risponde che è della moglie. La poliziotta gli ordina di aprire il bagagliaio. Lui lo fa, ma è pieno di fucili e altre armi da fuoco. Lei gli chiede se ha l’autorizzazione. Lui ammette di no. Allora l’agente chiama la centrale. Dopo alcuni secondi di una buffa musichetta, spiega la situazione al comandante, il quale le ordina di portare France alla stazione. Lui però impugna un mitra e, gridando «Banda di collaborazionisti!», spara pallottole a salve alle due poliziotte, che si gettano a terra. France rimette in moto e raggiunge il “comando partigiano”, dove incita i suoi dicendo: «I tedeschi stanno arrivando e presto saranno qui. Mano alle armi e in postazione!». Subito i “partigiani” si posizionano dietro le rocce.

 

Giunge un camion militare “tedesco” con un cannone a rimorchio. I figuranti in divisa della Wehrmacht scendono e uno di loro, poco marziale, si mette a osservare con il binocolo. Un “partigiano” coi capelli bianchi lo centra e questi cade. Inizia allora un fragoroso scontro armato. Entrambi gli schieramenti sono dotati di fucili, mitra, mitragliatrici e bombe a mano. I “titini” anche di un mortaio. France dà l’ordine: «IX Korpus all’attacco!». I suoi obbediscono con ardore.

 

Intanto Mateja, in groppa al suo cavallo, sente da lontano gli spari e, dopo qualche esitazione, si mette in testa la bustina e si posiziona in cima alla cava sopra i “contendenti”. Il giovane “partigiano” Žiga cade “ferito”. Franja lo soccorre. Lui le rivela: «Ti ho sempre amato!». Ma un “tedesco” gli spara “togliendogli la vita”. I giochi di guerra continuano fino a che non sopraggiunge una volante a sirene spiegate. L’agente amico di France con un megafono intima ai presenti: «Qui la polizia slovena! Deponete le armi!». Lui però replica: «Qui il IX Korpus dell’Esercito di liberazione della Jugoslavia!». Il poliziotto incalza: «Andatevene! Non fate stronz…!». France, invasato più che mai, reagisce: «Non fare tu stronz…!». Poi dice ai suoi: «Non capisce. Soldati, alla carica!».

 

Questi si calano dalle rocce. Il poliziotto prende la pistola, spara alcuni colpi in aria e poi la punta contro France, intimandogli di gettare il mitra. Il “comandante”, indeciso, alla fine mette l’arma in spalla con la punta verso il basso. Il poliziotto prepara le manette, ma proprio in quel momento Mateja si lancia a cavallo in mezzo ai due, getta a terra il poliziotto, prende la bandiera slovena con la stella rossa e continua la sua corsa. Il padre, meravigliato e orgoglioso, alza le braccia e grida: «Trieste è nostra!». Gli fanno eco gli altri. La figlia raggiunge un’altura e la oltrepassa. Alla fine si vede solo la bandiera sull’asta che sventola illuminata dal sole.

 

Appaiono quindi i primi titoli di coda, ma c’è un finale grottesco a sorpresa. France e Maria sono seduti a letto. Lui legge un libro su Tito mangiando. Lei gli chiede con affetto: «Allora oggi avete finalmente liberato Trieste?». Lui, con il cibo in bocca, risponde soddisfatto: «Sì. Ma ora ci aspetta l’Istria…». Maria rimane attonita. Scorrono infine gli ultimi titoli di coda al suono di una marcetta.

 

Paolo Radivo  «In Slovenia ci sono molti jugo-nostalgici» In concomitanza con la proiezione di “Trst je naš!”, la giornalista del “Primorski dnevnik” Poljanka Dolhar ha rivolto sul palco dell’aula magna della Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori di Trieste alcune domande al regista. Žiga Virc si è presentato con capelli cortissimi, occhialetti rettangolari, giacca verde e camicia bianca senza cravatta. Il suo aspetto tarchiato e bonaccione ha suscitato simpatia nei presenti, che durante il film hanno spesso riso divertiti e alla fine hanno applaudito a lungo.«Confessa che hai scelto quel titolo – gli ha chiesto la Dolhar – perché questa sala fosse strapiena di gente». «Il mio unico desiderio – ha spiegato Virc – era che il film fosse visto dal maggior numero di persone».

«Com’è nata – ha chiesto ancora la giornalista – l’idea del film? Il tema della lotta partigiana ti è vicino?». «Assolutamente no. Il punto è che – ha spiegato lui – da noi ci sono molti jugo-nostalgici. L’interesse per questo tema me l’ha suscitato una visita a un museo militare. Esiste comunque in Slovenia un’associazione che inscena simili “battaglie”. L’idea di base era mostrare come a tale argomento guardino le generazioni vecchie, mentre le nuove vogliono andare avanti».

 «Il protagonista – ha osservato la Polhar – è ossessionato dall’epopea partigiana e dalla storia di suo padre. Hai l’impressione che in Slovenia esista ancora molta gente del genere?». «Dipende – ha risposto lui –. Se uno è ossessionato non esce dal circolo vizioso. Io invece volevo mostrare la prospettiva delle nuove generazioni per interrompere questo circolo vizioso. Il futuro è nella collaborazione, non nella divisione. Nelle nostre scuole medie e superiori oggi si educa alla convivenza. In Germania la commedia su Hitler non ha provocato alcun particolare scandalo».

«Come hai reagito – ha chiesto la Polhar – alle dichiarazioni del ministro Frattini?». «A ogni proiezione – ha ammesso sorridendo Virc – non mi esimo dal ringraziare il Ministero degli esteri italiano per la réclame fattami. Il film ha messo in evidenza i pregiudizi che vi sono, e proprio questo volevo dimostrare».

 

«Come sta andando il film in Slovenia?», ha chiesto ancora la Polhar. «Nessun film diretto da uno studente – ha detto Virc – ha mai avuto tanto pubblico. All’inizio pensavamo di proiettarlo in una stanza domestica, poi in una saletta. Il responsabile della Casa di cultura di Sesana fece affiggere in zona delle locandine pubblicitarie, che fecero scalpore. Così arrivò un sacco di gente».

 

«Il film – ha chiesto la giornalista – sarà proposto a qualche festival?». «È stato proposto – ha reso noto Virc – al festival di Berlino con i sottotitoli in inglese. Vedremo se sarà ammesso».

 

«Come mai – gli ha chiesto infine la Polhar – la figlia del protagonista si mette la “titovka” e prende la bandiera?». «Ho voluto in questo modo – ha spiegato Virc – rappresentare il punto di vista dei giovani. La figlia vede il padre in una situazione difficile. Prima lo critica, poi accetta il suo punto di vista, ma con il cavallo si allontana dalla “battaglia”. Ciò significa che i giovani vogliono andare avanti».

 Il regista però non ha chiarito come si possa «andare avanti» con i simboli del passato. Mateja sembra infatti approvare tutto ciò che di negativo quella bandiera ha rappresentato, condannando solo gli eccessi grotteschi del padre. Tale palese contraddizione intacca fortemente la comicità del film. Paolo Radivo

 

Ultimo aggiornamento ( martedě 12 gennaio 2010 )