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Esuli-rimasti: il riavvicinamento non può essere a senso unico

Dopo quanto pubblicato nell’editoriale di agosto a proposito di rapporti tra esuli e rimasti, era lecito aspettarsi una qualche reazione da parte di soci e lettori. Invece, silenzio assoluto!

A parte il dissenso espresso in precedenza da chi quell’articolo in fondo l’aveva provocato, il preventivo assenso del Sindaco e l’apprezzamento a posteriori di alcuni Consiglieri, nessun altro sembra aver avvertito l’esigenza di pronunciarsi.

Sarebbe illusorio il pensare si sia trattato di silenzio assenso; di certo è più centrato, ed allo stesso tempo avvilente e frustrante, il sospetto che ciò sia dovuto a disinteresse: avvilente, perché è proprio in questo distacco che risiede la debolezza del nostro associazionismo; frustrante, perché lascia soli quanti sono delegati a farsi carico di qualsivoglia decisione senza, peraltro, sollevarli dalle critiche che il fare e l’esporsi immancabilmente comportano.

Nel caso specifico, questo diffuso agnosticismo è probabilmente dovuto al fatto che la maggior parte di noi esuli preferisce confrontarsi con il problema individualmente anziché avvertirlo come un interesse comune. C’è chi il problema proprio non se lo pone, perché si rifiuta aprioristicamente di relazionarsi con “gli altri”; chi per vincoli di parentela e di amicizia, per condivisione ideologica o per fatti comunque personali quei rapporti non li ha mai interrotti e chi oltre confine si considera solo turista, beandosi della bellezza della nostra Istria e fregandosene dell’umanità che lo circonda.

Il problema sembra così essere dei pochi che guardano con senso di responsabilità al domani; è invece di tutti e nessuno dovrebbe dimenticare che quel poco d’italianità che ancora rimane nelle nostre terre, oltre che alle pietre, è dovuto anche alla loro presenza. È, quindi, opportuno che il rapporto con i rimasti vada perseguito. È fuori discussione che qualsiasi apertura in tal senso non possa scaturire solo da una presa di coscienza da parte nostra ma debba anche essere favorita da un diverso atteggiamento dei rimasti. È necessario che la loro apertura non appaia più, come sin qui successo, unicamente dettata da interessi socio-economici bensì abbia quel carattere di spontaneità e sincerità atto a renderla credibile ai nostri occhi, perché effettivamente basata sulla condivisione di una sentita italianità, come valore e non come mezzo per  conseguire un miglioramento delle proprie condizioni di vita. È un’esigenza questa che dovrebbe essere avvertita in primis   i massimi rappresentanti della nostra minoranza accantonando una buona volta gli asseriti, a mo’ di giustificazione, timori – che tanto però sanno di connivenza – nei confronti della dominante etnia slava.

Non ci vorrebbe poi molto per dare un segnale di maggiore apertura. Rimanendo nel piccolo della nostra Pola, ad esempio, sarebbe già altamente apprezzabile una diversa accettazione della nostra presenza in occasione della commemorazione delle vittime di Vergarolla. Non è assolutamente più accettabile, come successo in particolare negli ultimi due anni, che per la nostra celebrazione si sia ghettizzati all’interno di una interdetta area militare o che la stessa si riduca ad una semplice funzione religiosa nella quale, peraltro, al celebrante è vietato proferire anche una sola parola a ricordo di quel tragico fatto e benedire, all’esterno della chiesa, il cippo che ricorda quelle vittime innocenti. Il tutto, per non prestare il fianco agli attacchi vetero-nazionalistici ed ideologici di una classe politica tuttora ancorata al passato.

Quanto suddetto rappresenta, altresì, un anacronistico regresso rispetto ad anni anche recenti ed ha già comportato la disaffezione di parecchi esuli a partecipare alla celebrazione e ridato vigore a quei pregiudizi che con buona volontà e convinzione – ammettiamolo di pochi – si cercavano di superare. Analogamente è inaccettabile che quel cippo, unico segno della nostra tragedia presente in città, venga imbrattato e così rimanga senza che nessuno degli italiani (?) residenti senta l’impulso di ripulirlo e che a farlo sia stato invece un gruppo di studenti romani in visita alla città nel novembre 2008 a ciò invitati da una loro accompagnatrice di origini istriane.

Quanto sopra evidenziato contrasta, altresì, con i più elementari principi della reciprocità nei rapporti tra stati che si dichiarano “amici”. Infatti, non è accettabile che in Italia si consenta alla minoranza slovena di celebrare come eroi, con grande spiegamento di bandiere, esibizione di orpelli comunisti (vedi foto) e persino la presenza di rappresentanti militari in uniforme della vicina repubblica, i quattro terroristi assassini rei confessi, fucilati dopo regolare processo ad Opicina e si contrasti il nostro assai più contenuto omaggio alle vittime delle foibe, come successo a Corgnale o s’imponga la sordina alla nostra celebrazione,che nulla ha di revanscismo,  in memoria di vittime innocenti, tutte civili, fra cui molte donne e bambini.

Allo stesso modo è inverosimile – ma non per questo sbagliato – che il nuovo Vescovo di Trieste, Gianpaolo Crepaldi, nel giorno del suo insediamento rivolga, in segno di attenzione e rispetto, un’omelia nella loro lingua agli sloveni presenti nella Cattedrale di San Giusto e che invece al nostro celebrante venga imposto il bavaglio o ancora, come da qualche anno si verifica, che nella chiesa di Sant’Antonio a Pola siano stati banditi i canti liturgici in italiano. Forse che noi e la nostra minoranza non siamo degni di attenzione e rispetto? Tutto questo non ha più alcun senso. Slovenia ed Italia fanno parte della stessa Europa e della stessa organizzazione militare, mentre la Croazia, da pochi mesi nella NATO, si appresta a divenire in breve membro dell’UE. Di fatto, dunque, si possono considerare amiche, ma per noi poco sembra essere cambiato. È anche alla luce dei predetti fatti – minori fin che si vuole ma non insignificanti – che la richiesta della Croazia (vedasi “Il Piccolo” del 13 u.s.), avanzata per bocca del suo Ministro degli esteri Jadranka Kosor, di una maggiore amicizia da parte dell’Italia appare paradossale; lo è, soprattutto, alla luce della motivazione addotta: “Servono più investimenti per rinsaldare i legami”. È un ritornello già sentito ed al quale i nostri politici, senza nulla pretendere in contropartita, acriticamente continuano a prestare orecchi.

Affari ed amicizia non sono però sinonimi né dovrebbero essere barattabili. Dovrebbe essere, invece, a tutti chiaro che per rinsaldare i legami ci vogliono, in primo luogo, rispetto reciproco e la comune volontà di riparare i torti del passato. Per concludere, il “riavvicinamento” non è cosa da poco né interesse di pochi; riguarda bensì una pluralità di soggetti, Stati e Chiese inclusi, e non potrà mai avvenire se non ci sarà pari dignità nei rapporti e sino a quando i piatti della bilancia del dare ed avere non si porranno su di uno stesso livello. È lecito domandarsi se tutto questo un giorno succederà e lo è anche il chiedersi se gli esuli da Pola avranno mai il piacere di vedere i loro concittadini rimasti stringersi intorno il cippo di Vergarolla portando loro per primi, prendendo ad esempio la minoranza slovena in Italia, il nostro Tricolore. Sarebbe una formidabile  spallata a tanti pregiudizi!

Silvio Mazzaroli

Ultimo aggiornamento ( lunedì 09 novembre 2009 )