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Sulle foibe il tempo si fermato
L’imperatore Marco Aurelio ha detto: «La Morte sorride a tutti. All’uomo è concesso solo di restituirle il sorriso».
Giovanni Bertoglio, un giovane ventenne di Torino figlio di istriani, per ricordare i martiri infoibati e smuovere le coscienze di quanti vivono ancora nell’indifferenza per quei massacri, ha scritto un epitaffio graffiante simile a un requiem di fuoco: «Ossa… ciò che anche i vermi han rifiutato il tempo ancora rode». Intitolare strade, piazze, parchi d’Italia o innalzare monumenti ai «Martiri delle Foibe» non è sufficiente, è tempo che il mondo sappia dove e come sono stati compiuti quegli eccidi, per oltre sessant’anni tenuti nascosti quasi fossero una vergogna per la nostra civiltà.
 
Tutto il mondo conosce la storia dei lager nazisti e i motivi perversi dell’Olocausto. I campi di sterminio sono diventati veri e propri santuari di una memoria condivisa. Altrettanto deve avvenire anche per le vittime del comunismo: in primis per le Foibe. Si dice che Dio, per i credenti, o il Destino, per gli scettici, sappiano distinguere perfettamente i vari modi di morire di ogni uomo.
 
Tuttavia gli infoibati hanno vissuto la morte nel modo più barbaro e crudele. Sono state le vittime sacrificali di odi antichi fomentati da ideologie aberranti. Uomini, donne e ragazzi ammazzati, non solo per placare la furia slava in risposta ai soprusi dell’Italia fascista (come hanno sempre sostenuto gli storici di sinistra), ma soprattutto per finalizzare il disegno politico di Tito di annettersi il territorio dell’Istria, parte della Venezia Giulia settentrionale, Fiume, le isole del Quarnero e la Dalmazia. Dal 1943 a tutt’oggi le ossa di quelle vittime giacciono dimenticate nelle cavità carsiche senza che una voce amica si sia levata per chiederne la riesumazione in nome di un briciolo di umana pietà. I sopravvissuti, congiunti e amici delle vittime, li hanno pianti senza il conforto di una tomba, un lume, un fiore. La religione cristiana prevede che, ovunque si compia un massacro di innocenti, automaticamente quel luogo diventi Terra Consacrata.
 
Tuttavia, ciò non può essere di consolazione, tantomeno asciugare le lacrime di coloro che per oltre sessant’anni hanno cercato invano i loro cari cozzando contro il muro dell’indifferenza dei governanti. I padri e le madri delle vittime sono ormai morti; le loro vedove anche; sono rimasti gli orfani; i figli dei figli che non si sono mai rassegnati al silenzio e all’indifferenza e chiedono che giustizia sia fatta prima che il tempo e l’oblio ottenebri la memoria. Qualsiasi fuoco, anche il più devastante, è destinato a spegnersi. La ragione rifiuta di credere che la follia di un’ideologia perversa possa durare in eterno. Fino a quando la vendetta slava continuerà a chiedere il tributo di dolore degli esuli?
 
È tempo che i governi si attivino per scrivere la parola fine sulla spirale dell’odio che ha diviso, nel dopoguerra, l’Italia e la Jugoslavia di Tito, dalle cui ceneri sono nati gli stati di Slovenia e Croazia, figlie della stessa malevolenza.
 
Lasciamo che i morti seppelliscano i morti, facciamo in modo che le loro anime riposino in pace e concediamo ai vivi almeno il conforto di dire una prece e portare un fiore sui luoghi di quell’immane tragedia. Spetta ai Governi e ai Capi di Stato di compiere il primo passo. Dalle loro coscienze, anche in nome della nuova Europa mondata da rancori nazionalistici, deve nascere la volontà di recarsi sull’orlo dell’abisso, erigere una lapide, inginocchiarsi e chiedere perdono ai morti sacrificati, affinché il loro olocausto non rimanga nell’oscurità e nel silenzio indefinitamente.
 
Come già accennato nel corsivo su “L’Arena di Pola” di maggio, durante l’Assemblea Generale dell’ultimo Raduno Nazionale di Torino, il Libero Comune di Pola in Esilio ha presentato un’importante petizione indirizzata al Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napoletano; al Premier on. Silvio Berlusconi e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, on. Gianni Letta. L’invio è stato spedito immediatamente dopo il raduno. Nella lettera, il cui testo è già stato reso noto (“Arena” di maggio in prima pagina), si chiedeva alle massime Autorità dello Stato Italiano di iniziare trattative ufficiali affinché i nostri vicini croati e sloveni rendano note le località dove giacciono i nostri morti infoibati.

La lunga teoria del perdono, iniziata dal Cancelliere tedesco Willy Brandt per la Shoah del popolo ebraico, ha avuto consensi e sostenitori. Su tutti va ricordato Papa Giovanni Paolo II, il quale nel corso dei suoi viaggi in giro per il mondo ha chiesto perdono per i torti – accertati o presunti – della Chiesa di Roma. Per ultimo, in ordine di tempo ma non d’importanza, il Capo del Governo Italiano Silvio Berlusconi si è recato in Libia e, in un incontro di Stato, ha ammesso ufficialmente le colpe degl’italiani durante la campagna d’Africa chiedendo perdono al Popolo libico.
 
La «giornata della vendetta contro gli italiani», fortemente voluta da Gheddafi, oggi si è trasformata nella «giornata dell’amicizia ». La mappa delle foibe e la relativa valutazione (approssimativa) delle persone precipitate esiste già da molto tempo. Citiamo solo tre fonti storiche tra le più significative: R. Spazzali, “Foibe”, Edit. Lega Nazionale TS 1990; G. Rumici, “Infoibati (1943-1945)”, Mursia MI 2002; M. Pirina. “Dalle Foibe… all’Esodo”, Centro studi Silentes Loquimur Pordenone 1995. In questi giorni, ci sono pervenute le risposte che aspettavamo alla nostra richiesta del 23 maggio u.s.. Sono lettere che dimostrano sensibilità, partecipazione e volontà di affrontare e risolvere il problema da noi proposto. Ve le proponiamo integralmente.

Piero Tarticchio