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Vergarolla: pregiudizi antichi ed attuali difficoltà

Che i pregiudizi siano il veleno della civile convivenza è risaputo. Di certo, anche noi che abbiamo vissuto le drammatiche vicende legate al secondo conflitto mondiale, direttamente o di riflesso per motivi generazionali, non ne siamo esenti. Ce ne rendiamo conto anche solo soffermandoci sul problema, limitato e particolarissimo, dei rapporti tra italiani che vivono al di qua ed al di là del confine orientale; una relazione condizionata, da oltre sessant’anni, da un pregiudizio capitale che diffonde, ancora oggi, i suoi veleni: noi, gli esuli, tutti fascisti; loro, i rimasti, tutti comunisti; entrambi, per gli uni e per gli altri, in qualche misura colpevoli e condannabili.

La vita non è, però, una lavagna nera sulla quale chicchessia, ergendosi a maestro, può tracciare una linea bianca iscrivendo da un lato tutti i buoni e, dall’altro, tutti i cattivi. La vita, quella reale, è un’altra cosa: giusti ed ingiusti, colpevoli ed innocenti, vittime e carnefici ci sono al di qua ed al di là della fantomatica linea bianca. Sbagliato e, comunque, inopportuno generalizzare, specialmente oggi che la maggioranza di quanti questa relazione devono praticare non solo non può essere ritenuta responsabile diretta di quanto occorso in passato, ma non è nemmeno l’artefice delle scelte che la vede divisa al di qua ed al di là del predetto confine.

Si tratta di un pregiudizio, anacronistico ma ancora vivo, che molti hanno semplicemente rimosso per riprovevole disinteresse; che taluni, in numero sempre più ridotto, non riescono a superare, perché ancora troppo gravi e dolorose sono le ferite morali e materiali al tempo sofferte; che parecchi vorrebbero superare ma ne sono incapaci, perché conoscono del più ampio mosaico del vissuto che li ha coinvolti i soli tasselli che li riguardano da vicino e si rifiutano di approfondire e di conoscere anche le ragioni degli altri; che ancora in troppi, per una visione manichea del passato e del presente, si rifiutano di superare negandosi al dialogo e trincerandosi su posizioni arroganti ed assolutamente sterili ai fini di una più serena convivenza che sarebbe, invece, negli interessi di tutti. Pur ammettendo che la scelta di fondo, tra l’andare ed il restare, possa essere stata, per così dire, tra il “nero ed il rosso”, sarebbe ora che tutti ci rendessimo conto - e ne traessimo le dovute conseguenze - che si è trattato di una drammatica roulette di cui i croupiers sono stati pochi e ben altri che non gli esuli e i rimasti che, invece, hanno dovuto fare per lo più “al buio” la puntata sul proprio futuro.

Ne risulta, comunque, un mondo diviso per ragioni molto complesse la cui chiave di lettura la si può trovare nel testo, di recente uscita, “Istria, Quarnero, Dalmazia: storia di una regione contesa dal 1796 alla fine del XX secolo”, edito dalla Libreria Editrice Goriziana a cura dall’IRCI, laddove recita: «La scelta tra il partire o il restare fu estremamente difficile e fu decisa, alla fine, da impercettibili sfumature che fecero pendere la bilancia da una parte o dall’altra, ma che comunque crearono traumi indelebili sia in chi se ne andò in esilio sia in chi rimase. Vi furono molte diverse sfaccettature del medesimo problema e in molti casi non si trattò di una vera scelta individuale, ma di una imposizione subita e il confine tra i vari percorsi intrapresi divenne estremamente sottile. Il peso dei vari fattori che influenzarono le decisioni fu estremamente soggettivo e portò talvolta a soluzioni diametralmente opposte. La paura, i dubbi, le minacce, le vessazioni e le ritorsioni, che tanti subirono, furono patrimonio comune, se così può essere definito, sia di buona parte degli esuli che di buona parte dei connazionali rimasti e le sofferenze dei singoli continuarono spesso per decenni, anche dopo che la situazione politica si era ormai stabilizzata ».

Per noi polesani il demone del pregiudizio emerge, in particolare, in occasione della ricorrenza del criminale attentato di Vergarolla che, il 18 agosto 1946, colpì la popolazione italiana di Pola, facendole venir meno la speranza di poter restare nella terra avita e dando la spallata finale alla decisione dell’esilio. Si tratta, peraltro, di un evento luttuoso che costituisce memoria comune di chi partì e di chi rimase, poiché gli uni e gli altri contarono, tra le vittime, congiunti ed amici e che per questo da anni, non senza difficoltà, il Libero Comune di Pola in Esilio celebra congiuntamente con la locale Comunità degli Italiani. Lo fa per le sopraddette ragioni, le stesse per le quali non si condividono le motivazioni con cui alcuni esuli hanno declinato l’invito a partecipare. Secondo costoro la cerimonia congiunta in memoria delle Vittime di quella tragedia, «non è un atto verso la pacificazione degli Istriani, ma un palese riconoscimento delle ragioni dei Rimasti di fatto, con tale gesto, legittimati ed equiparati agli Esuli» ed ancora «è inammissibile, poiché in assenza di chiarimenti e di precise assunzioni di responsabilità contrasta aspramente con l’avvento di quella “Verità” e di quella “Giustizia” pazientemente atteso e ardentemente invocato fin dall’Esodo».

Allo stesso modo si respingono le motivazioni di quanti, connazionali locali, per un ormai anacronistico antifascismo di comodo, e croati, per becero nazionalismo, aggravamento della situazione economica, animosità per l’essere ancora “fuori” di Schengen, istigano - dimentichi dell’appoggio, al limite della perdita della dignità nazionale, che l’Italia offre loro - sentimenti anti-italiani, facendoci apparire come l’atavico e tradizionale “nemico esterno”; così facendo rendono più agevole la gestione delle pulsioni interne al paese e tengono “nel mirino”, con il ricatto di accusarla di revisionismo storico, la nostra minoranza prendendo spunto anche dalla nostra cerimonia, che mai ha voluto essere politica, in memoria delle vittime innocenti di Vergarolla.

Capiamo, pertanto, anche se non vale a giustificarla del tutto, la prudenza dei locali nella definizione delle modalità esecutive che ha quest’anno caratterizzato la cerimonia. Ma, ritornando ai rimasti, che precise responsabilità dovrebbero assumere persone che, come chi scrive, “navigano” per lo più attorno ai settant’anni ed all’epoca dei fatti erano bambini? Sino a quando si pretenderà di far ricadere sui figli le colpe dei padri? Dovrebbero tutte, indiscriminatamente, chiedere scusa per essere “sopravvissute” a due dittature, una comunista ed una destrorsa nazionalista, ed essere uscite - non ancora definitivamente - dalle grinfie di satrapi della portata di un Tito o di un Tudjman? È vero, tutti per sopravvivere ed alcuni per affermarsi hanno dovuto scendere a compromessi, per noi, più o meno odiosi, ma forse che tra gli esuli non ci sono individui che, per motivi assai meno pressanti o per interessi personali, sono scesi a compromessi, con se stessi e con gli altri, anche meno giustificabili? Vogliamo renderci conto che se il nostro processo d’integrazione, superate quelle che qualcuno ha ipocritamente definito “iniziali incomprensioni”, si è compiuto felicemente attraverso una democrazia “imperfetta”, il loro per la semplice sopravvivenza è passato, in un perenne clima di palese ostilità, attraverso una democrazia sino a ieri inesistente ed oggi ben lungi dall’essere realizzata? E allora?

Allora, il compito primario e comune delle nostre generazioni di esuli e rimasti non è quello di pretendere scuse da controparti che, in linea di massima, non le possono offrire perché, con qualche eccezione, non hanno colpe particolari di cui scusarsi, bensì quello, nel ricordo di quanto accaduto e nel rispetto, anche critico, di quanto hanno fatto i nostri padri, di far valere i nostri diritti, primo fra tutti, quello di provare a costruire, per noi stessi e per i nostri figli, un futuro migliore. Solo se ne saremo capaci, ricostruendo quel tessuto sociale di base che è stato strappato dalla storia, potremo pretendere e sperare che governanti, politici, storici facciano quell’opera di “Verità” e “Giustizia” che loro aspetta e che noi tutti attendiamo. Non sarà né facile né rapido, ma non è impossibile. È però necessario adottare una nuova strategia: conoscere per dialogare e dialogare per conoscerci. Richiede impegno e buona volontà, entrambi, per iniziare, più facilmente applicabili laddove, come nel caso di Vergarolla, c’è una memoria comune su cui dialogare.

di Silvio Mazzaroli