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MONSIGNOR MARCELLO LABOR VENERABILE
VENERABILE MONSIGNOR MARCELLO LABOR
per vent’anni medico dei poveri a Pola
sacerdote santo a Trieste e Capodistria
1890 – 1954

Nacque l’8 luglio 1890 a Trieste da famiglia israelita originaria dell’Ungheria. All’età di sette anni perdette la madre, morta di parto, e rimase orfano con il fratello Ferruccio. Il padre, Carlo Loewy, supplì alla mancanza della madre con un’educazione attenta e affettuosa, ed essendo estimatore del carattere della gente triestina ne assimilò lo spirito, scelse la cultura italiana come la propria cultura e in essa educò i figli.  Marcello frequentò le superiori a Trieste dove incontrò compagni e amici molto cari, come Scipio Slataper e Giani Stuparich.
Fin da giovanissimo fu votato alla scrittura, come si può evincere dai Diari (cinque quaderni iniziati nel 1907), dalla corrispondenza con Scipio Slataper, dalla traduzione di Judith di Friedrich Hebbel per i Quaderni de «La Voce» (1910). Frequentò l’Università di Vienna e Graz, dove si laureò in medicina nel 1914. Nel 1912 cambiò il nome in Labor e sposò Elsa Reiss con rito ebraico, ma dopo due anni la coppia si convertì al cattolicesimo. Dall'unione nacquero Maria (morta prematuramente), Giuliana e Livio.  

 

Lo stesso anno della laurea fu richiamato come ufficiale medico nell’esercito austro-ungarico e assegnato dapprima a Lubiana e infine a Leopoli in Galizia, dove venne fatto prigioniero dai russi. Con la rivoluzione bolscevica del 1917 la Russia si ritirò dal conflitto e Marcello ritornò in libertà. Al termine della prima guerra mondiale si stabilì a Pola esercitando la professione medica come direttore della cassa mutua e come medico delle ferrovie. Aprì un ambulatorio privato e si fece apprezzare da tutti per la sua serietà e professionalità, per l’affabilità nei modi e l’apertura verso i più poveri.

Proprio curando un’ammalata, avvenne l’incontro con don Antonio Santin e tale incontro fu determinante per un cammino di fede che fino a quel momento era mancato. Sotto la sua guida il dottor Marcello approfondì con solide letture lo studio della teologia e della spiritualità cristiana, raggiungendo felicemente la pratica fervente di vita cristiana, la frequenza ai sacramenti, la dedizione all’apostolato. Fu affascinato dalla figura di San Francesco e si fece terziario francescano. Anche la figura di San Vincenzo attirò il suo interesse tanto che volle far parte della società sorta nel suo nome offrendo la sua assistenza ai poveri.   

Attento alla parola del papa, si dedicò all’apostolato, fondando a Pola il centro dei laureati cattolici e prestò la sua opera nell’Azione Cattolica, divenendo presidente della giunta diocesana. Percorse le parrocchie della diocesi e si prodigò con la parola e gli scritti a illustrare il pensiero e la spiritualità cristiana.  

 La casa del dott. Labor a Pola, nel rione dei "giardinetti", dove il Servo di Dio aveva l’ambulatorio e la residenza di famiglia, dove morì il padre Carlo e la diletta sposa Elsa. Le autorità la espropriarono per farne la sede della Banca d’Italia (Archivio fotografico di famiglia).

Negli anni della professione medica a Pola, dopo la prima guerra mondiale e prima della sua conversione alla pratica del cattolicesimo, Marcello fu impegnato nell’assistenza ai lavoratori poveri. Furono gli anni della ricerca, allora pionieristica, nel campo della geriatria e degli studi sulla tubercolosi.

     La tragedia colpì nuovamente la sua casa: la moglie amatissima morì nel gennaio 1934. Pur nel grandissimo dolore, egli conservò una dignitosa forza e un abbandono sereno nella volontà di Dio. Maturò piano piano la chiamata a dare la sua vita totalmente al servizio di Dio. Scrisse centinaia di articoli su argomenti di fede sulla stampa cattolica. Quando i figli fattisi adulti trovarono la loro strada, egli chiuse il suo ambulatorio medico, donò i suoi beni   ai poveri, privatosi di tutto si risolse alla vita religiosa e a monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste, offrì se stesso alla Chiesa tergestina.      
Santin lo inviò, a quarantotto anni, a studiare teologia nel seminario patriarcale di Venezia. Dopo il primo anno di teologia, che superò con esiti brillanti, il vescovo lo tenne presso di sé come segretario, curandone nel contempo la formazione. Assolse in un anno gli studi di tre anni di teologia, superando brillantemente tutti gli esami. Il 21 settembre 1940 venne ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Giusto proprio da monsignor Santin. Fu poi rettore del Seminario di Capodistria fino al 1947.

                                                        L’arcivescovo di Gorizia monsignor Carlo Margotti lo nominò nel 1948 padre spirituale del Seminario teologico centrale di Gorizia, e nell’estate venne nominato canonico teologo del Capitolo Cattedrale di San Giusto e parroco della medesima cattedrale. Con vita austera, pietà intensa e ricca attività apostolica, riorganizzò la parrocchia e la migliorò. Diede vita al gruppo di anime oranti, dette Lampade viventi, che avviò all’adorazione del Santissimo Sacramento, scrivendo le tracce di riflessione. Curò la predicazione, anche trasmessa radiofonicamente agli ammalati, e con la Salus Infirmorum la cura e assistenza degli ammalati poveri. Dopo cinque anni di intenso e proficuo ministero parrocchiale, che costituiva la sua gioia, il vescovo gli chiese il sacrificio di rinunciare alla parrocchia per assumere la direzione del Seminario vescovile aperto a Trieste. Nella sua pronta obbedienza, pur con lo schianto nel cuore, aderì immediatamente alla sua volontà e presto risollevò la vita del Seminario, impostandola in un clima di serietà, ma anche di serenità.

 Il Seminario Teologico Centrale di Gorizia, dove nel 1948, appena liberato dalla prigionia da parte dei comunisti di Tito, esercitò la funzione di Padre Spirituale (Archivio fotografico della Curia Arcivescovile di Gorizia).


Il 29 settembre 1954, morì santamente, stroncato da un infarto. Chiuse la sua giornata terrena dopo essersi fatto leggere il capitolo quindicesimo del Vangelo di San Giovanni, mormorando: “Tutto per la Chiesa”. Lasciò un cordoglio immenso e un ricordo incancellabile. Sepolto nel cimitero comunale di Sant’Anna, nel 1997 le sue spoglie esumate furono sistemate nella chiesa di Sant’Antonio Nuovo a Trieste in un’urna di bronzo, sopra un monumento di pietra e marmo, dove i fedeli si recano a pregare.

Il processo diocesano di beatificazione iniziò a Trieste il 26 maggio 1996; la documentazione fu trasmessa alla Congregazione delle Cause dei Santi nel giugno 2000. Monsignor Marcello Labor è stato dichiarato venerabile con il decreto sull’eroicità delle virtù del 5 giugno 2015.

L’Arena di Pola, 24 dicembre 2018, p 4
                                  


La celebrazione della Prima Messa il 22 settembre 1940 nella Cattedrale di S. Giusto alla presenza del Vescovo, mons. Antonio Santin (Archivio fotografico di famiglia).


Marcello Labor canonico teologo del Capitolo Cattedrale e parroco di S. Giusto, assiste il Vescovo, mons. Antonio Santin, durante la processione del Corpus Domini. E’ alla destra del Vescovo (Archivio fotografico di famiglia).


In seguito all’occupazione tedesca del territorio nel 1943, per le sue origini ebraiche subì persecuzioni da parte dei nazisti. Sotto la minaccia di deportazione e di morte dovette lasciare precipitosamente Capodistria. Venne destinato come cappellano nella parrocchia di Fossalta di Portogruaro. La popolazione di quei luoghi si rese presto conto di avere un santo prete dalla predicazione semplice ma penetrante. Si accorreva a lui da molti paesi per la confessione e la direzione spirituale e per ascoltare le sue prediche. Un giorno, a rischio della sua vita, usando la preghiera e approfittando della conoscenza della lingua tedesca, riuscì a salvare dalla fucilazione quattro giovani che i tedeschi avevano catturato. Molto ricercato come conferenziere e direttore spirituale, continuò a scrivere il quinto quaderno dei Diari, dove abbondano schemi di conferenze e appunti di lavoro.   

 
Terminata la guerra, riprese il suo posto come rettore del Seminario di Capodistria con il giubilo dei suoi seminaristi. Capodistria, intanto, era stata occupata dai comunisti di Tito, cui faceva gola il complesso del Seminario. Pur nelle difficoltà, non cessò il suo ardente apostolato e la sua franchezza nel predicare lo pose subito in antitesi con gli uomini di Tito. Requisito il Seminario con il pretesto di una scorta di viveri fatta passare per accaparramento, venne arrestato, processato e condannato ad un anno di carcere che, per le sue precarie condizioni di salute, scontò in parte venendo liberato il 31 dicembre 1947.



 Il Seminario Teologico Centrale di Gorizia, dove nel 1948, appena liberato dalla prigionia da parte dei comunisti di Tito, esercitò la funzione di Padre Spirituale (Archivio fotografico della Curia Arcivescovile di Gorizia).



L’urna di bronzo con le spoglie di Marcello Labor nella chiesa di Sant’Antonio


Bibliografia
Santi e martiri nel Friuli e nella Venezia Giulia, promosso dall’arcivescovo Antonio Vitale Bommarco a cura di Walter Arzaretti, Padova 2001, pp.300-303 (scheda di Vittorio Cian)
Antonio Santin, Alzatosi lo seguì, Trieste 1958    
Vittorio Cian, Siloe, l’avventura spirituale di Marcello Labor, Milano 1997    
Marcello Labor Servo di Dio. Epistolario vol.1, a cura di Vittorio Cian, EMP 2009
Marcello Labor  Servo di Dio. Epistolario vol. 2, a cura di Vittorio Cian, EMP 2011
Marcello Labor, I diari del Servo di dio Marcello Labor inediti EMP 2007
Ranieri Ponis, Medico d’anime. La vita di Marcello Labor MGS PRESS 2004
Pietro Zovatto, Il giovane Marcello Labor (con lettere inedite a Elody Oblath Stuparich e amiche. Luglio Editore 2015
Archivio Marcello Labor consegnato il 13 febbraio 1996 dalla figlia Giuliana Labor ved. Guarnero alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Trieste . Oltre a svariato materiale biografico, il fondo archivistico comprende l'autografo dei cinque quaderni di note detti Diari e circa 600 lettere scritte da Marcello Labor.

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 22 maggio 2019 )