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15 SETTEMBRE 1947

ULTIMO GIORNO DI POLA ITALIANA


    Sono le 19 di mercoledì 6 settembre. Squilla il telefono. “Pronto, chi parla?” “Ciao Silvio, sono Viviana Facchinetti. Volevo ringraziarti per le belle parole che hai scritto ai vecchi amici a proposito del mio primo numero dell’Arena di Pola.” “È stato un piacere. Appena l’ho letta mi sono sentito in dovere di farlo perché nelle sue pagine ho ritrovato, dopo tanto tempo, quella che a lungo era stata l’anima del nostro giornale, che Tarticchio prima ed io dopo avevamo cercato di mantenere e che negli ultimi tempi si era come smarrita. Brava!” “Grazie ancora. Senti, mi scriveresti qualcosa per il prossimo numero del giornale magari a proposito del 15 settembre di settant’anni fa?” L’invito, apprezzato per la sensibilità dimostrata nel rivolgermelo, mi coglie alla sprovvista e rispondo: “Ci devo pensare. Mi faccio risentire. Ciao.” In effetti c’ho pensato su molto poco.

Il tempo di posare il telefono e sapevo già che l’avrei fatto. Questo, in sintesi, l’antefatto del mio ritorno su queste pagine.
Ma cosa scrivere a proposito di quel remoto giorno in cui, a seguito dell’entrata in vigore dell’iniquo Trattato di Pace, Pola cessava di essere italiana e di cui, per la mia allora tenerissima età, poco o niente conservavo nella memoria ? È stato il dilemma di un momento. La soluzione l’avevo a portata di mano. Sono salito nel mio studio, ho tirato fuori quelli che io chiamo affettuosamente, avendoli partoriti, i libroni (le copie anastatiche delle prime annate dell’Arena) e mi sono messo a rileggere i fogli stampati a cavallo di quella data così significativa per la storia d’Italia, dell’Istria, di Pola ed anche del nostro foglio. Esso, infatti, proprio in quei giorni, dopo aver chiuso con lo speciale del 31 luglio 1947 la sua parentesi polesana, già l’11 settembre apriva quella goriziana con l’uscita del primo numero della nuova serie e con il successivo, datato 18 settembre, commentava quel fatidico giorno con un titolo a caratteri cubitali: “IL SOLE D’ITALIA ILLUMINA GORIZIA, LA NOTTE SCENDE SU POLA”.

Sono poche immaginifiche parole più che sufficienti però per rendere l’idea del giubilo con cui in quel lontano giorno i Goriziani accolsero il ritorno dei soldati d’Italia e dello smarrimento che, di contro, pervase i Polesani nel prendere coscienza che la loro amata Città soggiaceva ormai al pesante tallone titino, mentre i Triestini – anche questo avrebbe meritato di essere scritto – avrebbero continuato a vivere per ulteriori lunghi sette anni i chiaroscuri dell’occupazione militare alleata. Sono questi gli aspetti di quello storico passaggio sul quale mi è sembrato doveroso richiamare in prima battuta la memoria di chi già li conosceva per l’averlo vissuto e l’attenzione di chi, magari, ne aveva solo vagamente sentito parlare. Ma non è tutto.


Il primo dei succitati giornali riaccende il faro dei ricordi su quella che è stata la principale azione politica intrapresa in quei giorni dalla nostra gente. Esso è, infatti, incentrato sulla nascita del Movimento Istriano Revisionista (M.I.R.) a proposito del quale, in un boxino riassuntivo, così si legge: “Il M.I.R., creato dal CLN di Pola con l’autorevole consenso del Capo del Governo, si propone lo scopo di tenere uniti in un blocco indissolubile tutti gli esuli istriani che per l’ingiusto trattato di pace sono stati costretti ad abbandonare la loro terra natale; di tenere sempre vive le tradizioni ed il patrimonio spirituale degli istriani; di agitare e tener desto il problema della revisione dell’infame diktat che sottomette a schiavitù straniera terre italiane da secoli; di assistere ed aiutare in tutti i modi gli esuli ovunque si trovino. A tale scopo il M.I.R. riunirà in un’associazione tutti gli esuli istriani e quanti altri, cittadini d’Italia e di altre Nazioni, intendono combattere con le armi del diritto per il trionfo della giustizia che riporti l’Italia ai suoi naturali confini. Organo ufficiale del Movimento sarà L’Arena di Pola”.

Sono, di massima, le stesse finalità alle quali si sono uniformati gli statuti di tutta l’articolata galassia associativa della diaspora, non solo istriana, che vi è poi subentrata e che lungi dall’aver realizzato, per sfumature di sentire ideologico, l’auspicato granitico blocco di tutti gli esuli e pur apparendo anacronistiche nella presente contingenza storica, limitatamente all’eventualità di una revisione del Trattato, conservano ancora parte del loro valore. Attualizzando il tutto, non si può che esprimere rammarico per la cronica frammentarietà – indubbio fattore di debolezza – del nostro movimento a cui ancora oggi non sono pochi coloro che si ostinano a non voler porre rimedio. Quantunque non sia mai troppo tardi, dovrebbe far riflettere il fatto che il tempo che ancora ci rimane per provare a farlo è davvero esiguo.


Sono però gli altri due giornali a far percepire, per il patos che trasuda da taluni articoli, il dramma vissuto dai nostri concittadini in quelle convulse giornate di settembre in cui, come recita il titolo di apertura del secondo, “Con il completo e definitivo abbandono di Pola si distende un velo sull’infelice storia dell’Istria”. Ne sono testimoni, in particolare, gli ultimi italiani che si accingono a lasciare la Città. Sono i cosiddetti “indispensabili”;  i funzionari che durante la sua lunga agonia, iniziata con il plebiscitario esodo dei primi mesi dell’anno e che si conclude in quel luttuoso fine estate, hanno coadiuvato gli alleati ad amministrarla per consentire il regolare passaggio dei poteri ai nuovi, e ahinoi definitivi, occupatori slavi. A partire dall’11 settembre si imbarcheranno sul vaporetto “Pola” (lo stesso con cui in un giorno di febbraio sono partito anch’io) per fare capo, con tre successivi viaggi, a Trieste.


Protagonista assoluto di quelle pagine è il dolore della nostra gente; un dolore condiviso da tutti, da chi è già partito da tempo e da chi si accinge a farlo; un dolore disperato, ma non rassegnato; un dolore sereno, privo di imprecazioni ed odio. Un dolore che trova sfogo in diversi modi di espressione:


⦁    nella denuncia della generale indifferenza nella quale lo si deve affrontare che emerge dallo scritto, probabilmente dovuto alla penna del direttore protempore Corrado Belci: “[…]Pochi capiscono di quale portata storica non solo per la regione ma per l’Italia sia il definitivo abbandono di Pola; e quanto di amaro si prova pensando che i nostri uomini politici non sanno trovare neanche un attimo di raccoglimento e di tregua per alzare gli occhi insieme e insieme rammaricarsi per la perdita di una preziosa  gemma della splendente collana italica; e non sanno neppure, da politici, valutare nel quadro della storia il duro e cupo significato di questo avvenimento. […]”;
⦁    nello strazio del distacco che fa dire a Pasquale de Simone, parlando dell’ultima sera trascorsa a Pola, “Raggiungo anch’io la mia stanza, il mio letto cercando di non far rumore. Come un intruso in casa propria” e ad Anteo Lenzoni, mentre sul “Pola” guarda la Città svanire nella lontananza, “Tutti vogliono imprimere per l’ultima volta nei loro occhi e nei loro cuori l’incomparabile visione dell’amata Città che forse mai più rivedranno” e quegli sguardi, già immortalati nel documentario “Pola addio” riferito al grande esodo, sembra proprio di vederli;
⦁    nella determinazione di volersi comunque ancora sentire comunità che, come scrive Steno Califfi nell’articolo in cui si annuncia la nascita, avvenuta il 3 settembre in una piccola osteria di San Lio a Venezia, soprattutto per iniziativa dei polesani Magnarin e Gorlato, della prima “Famiglia Istriana” per la sentita necessità di “ritrovarsi tra amici per scambiare quattro chiacchiere, per esprimere i propri giudizi su avvenimenti e persone, per stabilire insomma quel avvicinamento pratico e reale che ha l’inestimabile pregio di far conoscere tra loro gli uomini e di farli reciprocamente apprezzare” e, aggiungerei, per non sentirsi soli nell’arduo compito di dover ricostruirsi una vita ripartendo praticamente da zero. È il seme che, trapiantato nelle tante altre realtà locali, in Italia ed all’estero, in cui per l’ignobile volontà politica nostrana abbiamo dovuto disperderci, darà vita, in un processo di gemmazione, alle tante nostre famiglie basate sul campanile;
⦁    nella volontà di ricostruire, ben sapendo che lo si sarebbe poi dovuto abbandonare, il Tempio di Augusto per lasciare una traccia indelebile che, unitamente all’Arena ed all’Arco di Augusto, testimoniasse ai posteri, ed in particolare ai nuovi padroni, le origini romane ed italiche della Città. A proposito di detta ricostruzione, ultimata proprio nell’imminenza della definitiva partenza, il prof. Mario Mirabella Roberti, che di essa fu il principale artefice, così intitola un suo articolo: “Rinata dall’amore, la gemma dall’odio distrutta”;
⦁    nella consapevolezza, ormai superata l’illusione che almeno Pola potesse essere preservata all’Italia, dell’ineluttabile perdita dell’Istria che porta Silvio Benco a scrivere, quasi a conclusione del suo articolo “Si raccomandi l’Istria all’amore del mondo” in cui fa una lunga disamina delle circostanze belliche che hanno reso inevitabile la nostra tragedia:  “[…]Come potranno gli italiani dell’Istria difendersi in uno Stato di struttura mentale tanto diversa dove ogni movimento che non piaccia a chi governa è soffocato con brutalità? All’Istria italiana non possiamo domandare miracoli se non quello di sopravvivere, di conservarsi come certe piante che vivono nell’ombra attaccate per un filo ad un palmo di terra”. È un qualcosa che lui già allora aveva capito e che invece molti di noi ancora fingono di non capire, senza rendersi conto che la sopravvivenza di ciò che in Istria ancora rimane d’italiano dipende, soprattutto oggi che le circostanze la rendono possibile, anche dalla capacità di dialogo tra esuli e rimasti.


Quel che è certo è che nessuno allora, nemmeno il più pessimista, avrebbe potuto pensare che ci sarebbero voluti quasi sessant’anni perché quel velo, con l’istituzione del Giorno del Ricordo, incominciasse ad essere sollevato.
Per concludere. Mentre scrivevo ho cercato più volte di ricordare qualcosa di relativo a quel tempo che mi riguardasse direttamente. Non mi è stato facile ma alla fine ho messo a fuoco un particolare del mio vissuto di bambino sul quale, da adulto, mai prima mi ero soffermato. Proprio nel settembre del 1947, in corrispondenza dell’inizio dell’anno scolastico, per la prima volta mi dovetti allontanare dalla famiglia. Come certamente successo a tanti altri miei coetanei fui mandato, assieme a mia sorella Maria Grazia, nel Preventorio predisposto dalla Croce Rossa ad Enego, sull’Altopiano di Asiago, in una struttura di proprietà della Chiesa gestita da suore. Io avrei dovuto frequentare la cosiddetta “primina” (avrei compiuto i sei anni solo il successivo gennaio) e mia sorella la quinta elementare. Non frequentai un bel niente. Sarà perché al tempo, come molti nati in tempo di guerra, ero piuttosto gracilino o perché è effettivamente vero che in tutte le malattie c’è una componente psico-somatica, sta di fatto che nei pochi mesi di mia permanenza, prima che mia madre si precipitasse a riprendermi, mi feci in rapida successione varicella, orecchioni e pertosse trascorrendo il mio tempo segregato in isolamento. Insomma, nel contesto del grande strappo provocato dall’esodo alla nostra gente, anch’io avevo subito con sofferenza il mio piccolo strappo personale.
                                                                                                                 Silvio Mazzaroli

PS: Convinto che i fatti siano più importanti delle persone, nei miei articoli ho sempre cercato di non fare nomi. Qui li ho voluti fare, perché quelli citati sono tra i principali personaggi che hanno fatto la storia de L'Arena di Pola, perché di loro molto ho sempre sentito parlare avendo avuto anche il piacere di conoscere qualcuno e, soprattutto, perché li so ben presenti nella memoria dei nostri lettori che, ormai pochi, quei tempi lontani li hanno vissuti sulla propria pelle.
(Arena di Pola settembre 2017)

 

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