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LA BENEMERENZA "ISTRIA TERRA AMATA" AL PROF. ULDERICO BERNARDI
Pola 15 giugno 2015

 Il sindaco Canevari ha quindi introdotto il protagonista della serata. «Il prof. Bernardi – ha fatto presente – è soprattutto un amico, una persona di cultura con un curriculum di due pagine che non vuole che io legga. Ci accomuna l’essere entrambi del 1937. Ci accomuna poi l’amore per l’Istria: un amore ovvio per me, ammirevole e immenso da parte del prof. Bernardi. Lui parla come noi. Infine ci accomuna una grandissima ammirazione per Fulvio Tomizza, uno che sofferse per la sua natura. Non nascose mai di essere metà italiano e metà croato. Ebbe grandissime difficoltà. Quando lo conobbi mi diede l’impressione di un uomo triste che non era riuscito a far capire il suo dramma».

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«Esuli e rimasti? No, solo polesani»

«Per me – ha esordito Ulderico Bernardi – è un piacere immenso, non solo un onore essere qui questa sera. Ricordo solo un altro incontro che mi ha coinvolto emotivamente come questo: 40 anni fa a Cherso. Era il primo discorso in italiano (invece era totalmente in veneto) che si teneva ufficialmente dalla fine della guerra in poi a Cherso, con Nivio Toich sindaco e capo della Comunità degli Italiani. Era la possibilità di riprendere a tessere questa pazientissima tela che già da alcuni anni, ad opera del Libero Comune di Pola in Esilio, ha consentito di rimettere insieme quelli che, con categorie fruste che mostrano la corda di passate ideologie, si chiamavano “rimasti” ed “esuli”. Sono solo polesani! Della patria vissuta o della patria di memoria. Li accomuna una sola memoria, anche se a un certo punto si è differenziata. Le differenziazioni nella storia si misurano a generazioni. Quella del fascismo, che ha creato questo tipo di situazione per cui ci troviamo oggi a ricucire le cose, è durata una sola generazione. La presenza della civiltà latina e di Venezia è durata cento generazioni. Il peso dunque è ben diverso. Ed è su queste basi che noi dobbiamo ricostruire il senso di una unità profonda, che serva di misura anche per l’Europa delle culture, di quelle 330 culture regionali dall’Atlantico agli Urali che formano la civiltà d’Europa. Furio e Maurizio sono stati al Parlamento Europeo per presentare questa visione unitaria in altri anni».

«Ricostruiamo la memoria comune»

«Adesso – ha rilevato il professore – si respira diversamente. Ma l’Europa fatica ancora a capire il ruolo delle culture. Pensa solo all’Euro e alle banche. Ma se non c’è la base di riferimento culturale, non si va avanti nella storia. Fulvio Tomizza queste cose le ha proposte, e io con lui, in giro per l’Italia presentando i suoi libri. Nicolò Tommaseo è il nostro padre spirituale, che vedeva queste presenze latine e venete nell’arco adriatico “cussì come ponti lanciati verso la Slavia”, verso quell’immenso mare slavo che da Vladivostok arriva a frangersi in Adriatico. Tommaseo diceva: “la dimenticanza perde i popoli e le nazioni, perché le nazioni altro non sono che memoria”. Ogni iniziativa su Goli Otok, sul Giorno del Ricordo ed ogni altra portata avanti dall’UPT o dall’IRCI è valida in quanto abbracci anche quel pullulare di memorie che sono costituite dagli innumerevoli libri pubblicati dagli esuli. Tantissimi memoriali, diari, che raccontano il passaggio, lo sradicamento, il trapianto. Si parla di esuli, ma le categorie sono molte: esuli, profughi, esiliati, emigranti, internati. Gli istriani le hanno conosciute tutte, perché se sono cent’anni che l’Italia è entrata nella Grande Guerra sono anche cent’anni che da Pola finirono a Katzenau e Wagna gli internati dalla città dove sarà impiccato Nazario Sauro. Molti istriani e molti trentini con loro. Molti morirono in quei campi di internamento. Tutte queste categorie hanno in comune la de-solazione nel senso letterale del termine, cioè togliere il suolo, che era anche sotto la Serenissima Repubblica di Venezia la più grave delle pene dopo la morte. La vita è relazione. Se si amputano le radici di riferimento forzatamente, si rompe questo rapporto con i vivi e con i morti, con la presenza di una comunità che ha costruito tutta insieme la storia. Allora il comandamento di Tommaseo torna a riproporsi e a dirci: ricostruiamo pazientemente la memoria comune, senza nessuno spirito revanscistico naturalmente».

La diversità come scambio di ricchezze

«Io – ha osservato Bernardi – sono di una città che ha tanti anni di storia quanti ne ha Pola: 3.000. Adesso si chiama Oderzo. Ma non abbiamo solo l’età in comune. Nel mio ultimo libro racconto di mons. Antonio Angeli, parroco di Pola, esule a Oderzo, dove insegnò poi al liceo e dove è sepolto. Ma anche altri vanno ricordati, senza voler imporre insulsi sentimenti di rivendicazione politico-ideologica. A Oderzo sono morti in un eccidio 130 soldati uccisi dopo la fine della guerra. Tra questi c’erano tre ragazzi di Pola di 20, 16 e 14 anni. Il più giovane si chiamava Romano Mignani. Anche questo fa parte della nostra storia. Bisogna cercare di capire come mai in una parte così straordinaria dell’Italia e della Slavia che è l’Istria e la Dalmazia siano potuti succedere tutti questi eventi, che hanno dell’incredibile perché vanno dalla espansione della civiltà e quindi dalla magnificenza dei monumenti, dalla conservazione dell’ambiente agli orrori non solo di Goli Otok, ma della pulizia etnica, delle foibe e di tutto il resto. E’ su questa visione complessiva che possiamo ragionare, perché mai più sia possibile una cosa di questo genere, perché le culture hanno bisogno di scambiarsi i loro contenuti, di dare il meglio di sé per arricchire complessivamente la civiltà. E se l’Europa vuole davvero costruirsi nel nome della feconda diversità, deve riprendere in mano la stessa concezione della storia, come proponeva già otto secoli fa Abelardo, allora rettore della Sorbona di Parigi, dicendo “Europa diversa, non adversa”. Quindi la diversità non come opposizione, ma come scambio reciproco di ricchezze».

«Chi è sradicato vuole sradicare gli altri»

«Questi aspetti – ha proseguito Bernardi – vanno affrontati con spirito nuovo. Ibn Khaldun, un tunisino del 1300 fondatore della sociologia, disse che la società resta in piedi e si fonda quando ci sia spirito di comunità, che è l’armonia delle intelligenze e il consenso delle volontà. Questa definizione è perfettamente valida tuttora. Hannah Arendt ha detto che il XX secolo è stato il secolo della persona sradicata, ma lo è ancora di più il XXI secolo, se continuiamo a non capire le esigenze di incontro delle culture. Lo sradicamento, come diceva Simone Weil, è la peggiore malattia dell’animo umano perché porta come conseguenza il desiderio di sradicare gli altri. Chi è radicato invece è disponibile a confrontarsi pacificamente con gli altri. La prima necessità per l’incontro fra le culture è conoscere la propria cultura per confrontarla con l’altrui, per vedere i punti di intesa, per ritrovare i valori essenziali di riferimento. Lo scrittore ebreo Isaac Bashevis Singer, nel ricevere il Premio Nobel a Stoccolma, disse: “Quando tutte le nazioni si renderanno conto che sono in esilio, l’esilio cesserà di esistere. Quando le maggioranze scopriranno che anch’esse sono minoranze, la minoranza sarà la regola e non l’eccezione. L’uomo deve essere contemporaneamente se stesso e una parte integrata del tutto, fedele alla sua casa e alla sua origine e profondamente rispettoso delle origini degli altri. Deve possedere sia la saggezza del dubbio che il fuoco della fede. In un mondo in cui siamo fondamentalmente degli estranei il comandamento “amerai lo straniero” non è semplicemente un desiderio altruistico, ma il cuore stesso della nostra esistenza”. Io ho cercato fra i migranti, i profughi e gli esuli il rapporto fra la persistenza culturale e il mutamento sociale, entrambi necessari per l’evoluzione della società, in altri termini il rapporto fra tradizione e innovazione. La tradizione in termini sociologici è il consenso attraverso il tempo, cioè la condivisione di senso esistenziale fra le generazioni, che sono l’incarnazione del tempo. Il mutamento è necessario nella storia. La tradizione diventa la condizione per un positivo mutamento e non genera più sradicamento. Mi auguro che ci siano anche altre occasioni, come quella del 2017, per ricucire questa memoria».

 Dopo l’allocuzione del prof. Bernardi, la conduttrice della serata di lunedì 15 giugno Lucia Bellaspiga ha raccontato che a Curzola il gestore di una locanda situata in una splendida casa antica con bifore a sesto acuto chiaramente venete le aveva detto: «Questa è una tipica casa croata, nostra da 900 anni. Non è vero che qui ci sono stati i veneti». Lui però si chiama Siniša… Padoan.

«La mescolanza – ha commentato Ulderico Bernardi – per Venezia è condizione di civiltà, se è vero che ancora oggi gli arabi chiamano Venezia “la città dei diversi”, perché è nata dalla mescolanza, come Trieste, ed entrambe hanno dimostrato la fertilità e la fecondità della mescolanza nel concorso delle culture le più diverse. Pensiamo in Istria e lungo la costiera dalmata quanto questo sia diffuso attraverso i secoli. Ossero è diventata veneziana 4 secoli prima di Treviso, e sono rimasto male quando, tanti anni fa, ho visto comparire sulle mura di Ossero un’enorme lapide in cui si diceva che “Ossero è finalmente tornata alla Patria croata”. Riconoscere l’apporto importante della mescolanza è oggi indispensabile in una società che accelera i movimenti di popoli. Ecco perché l’osteria istriana diventa un laboratorio di interculturalità, come ho scritto in Istria d’amore».

Lucia Bellaspiga ha sostenuto che il libro dei temi dei ragazzi partecipanti al concorso “Mailing List Histria” 2014 non ci fornisce una risposta univoca alla domanda “chi siamo?”, ma forse demolisce le nostre risposte e certezze.

«In Istria d’amore – ha risposto Bernardi – ho cercato di esprimere il mio sentimento per questa terra amata. Mi dispiace che stasera non ci sia qui chi poteva rendere benissimo la sofferenza dell’essere istriani, divisi non solo fra chi è andato e chi è rimasto. Perché c’è stata pesante sofferenza anche in chi è rimasto: ritrovarsi in condizione di isolamento, quando prima era in una condizione talvolta anche prevaricatoria, come ebbe a scrivere un grande polesano che nei giorni duri del confronto con “Il Nostro Giornale” dirigeva “L’Arena” e si chiamava Guido Miglia. Sapeva bene cosa voleva dire lui, giovane ventenne spedito da Pola a insegnare all’interno dell’Istria dovendo pretendere che i suoi alunni parlassero italiano, quando non sapevano una parola essendo tutti croati. Nelida Milani o Anna Maria Mori avrebbero potuto far comprendere bene il carico di sofferenza dietro all’accettazione della diversità, che richiede un investimento cospicuo non solo di sentimento, ma proprio anche di denaro. Ne sa qualcosa l’Università Popolare di Trieste. Questo processo si chiama integrazione, e l’integrazione è lunga e costosa. Lo vediamo con gli immigrati, ma dobbiamo farlo anche con chi è immigrato nella sua terra e chi è andato altrove conservando memoria di questa terra. E’ un sentimento che richiede pazienza e intelligenza, ma ci vogliono anche risorse vere e proprie, investimenti in cultura, perché i giovani di questa sera conoscono la loro storia, ma quanti dei loro compagni di scuola conoscono la storia anche dal nostro punto di vista?».

Una radunista ha esortato a raccontare questa storia anche ai giovani in Italia. Il sindaco Canevari le ha risposto che qualcosa si sta cercando di fare per «insegnare queste cose agli insegnanti, affinché poi a loro volta le insegnino agli alunni». «Ogni anno – ha aggiunto – il Gruppo di lavoro tra il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e le associazioni degli esuli tiene un Seminario nazionale per docenti, che quest’anno dovrebbe aver luogo ad Abano Terme. Altro suo obiettivo è migliorare i manuali scolastici di storia».

«Uno dei problemi – ha rilevato Roberto Stanich – è che si è parlato e forse ancora oggi si parla di “noi” e “loro”, di italiani e slavi. In realtà quasi tutti noi siamo un po’ misti; la differenza sta nella cultura. C’è sempre quella diffidenza, quel contrasto tra uno e l’altro, mentre il segreto è l’integrazione. Io sono italiano, ma ho ascendenze slave. Lo stesso Tomizza diceva di essere un istriano di cultura italiana, ma con lontane ascendenze slave».

«Le nostre tradizioni – ha osservato Lucia Bellaspiga – sono necessariamente affidate ai giovani, affinché l’italianità o comunque la cultura veneta viva. E per giovani non intendo i soli figli di italiani rimasti, ma anche i ragazzi figli di croati che si iscrivono alle scuole italiane. Forse anche questo è un meticciato inteso come valore».

«Quante pietanze – ha annuito Bernardi – abbiamo in comune? Quale passione per il terrano e il malvasia abbiamo da condividere fra croati, sloveni e italiani? Nella cultura l’ultimo elemento che perde l’emigrato è quello culinario: si parla di “lealtà alimentare”. Ma abbiamo poi delle tradizioni comuni che persistono: per esempio da Oderzo fino a Zara e oltre, e dall’altra parte fino in Ungheria e in Austria, la festa di San Nicolò che porta regali ai bambini. Il cammino delle tradizioni è misterioso, ma tocca a noi vedere quali sono quelle importanti da mantenere. E seguendo il filo delle tradizioni si arriva al nodo centrale della continuità: i valori. Là ci si deve ritrovare: nella condivisione dei valori essenziali. Non c’è integrazione se non ci sono valori condivisi. Dobbiamo prendere quello che abbiamo in comune come fondamento: il cristianesimo, i valori essenziali della persona, l’umanesimo, ovvero il grande dono dell’Europa al mondo. Ci sono purtroppo degli insegnanti che patiscono la stessa malattia degli studenti, cioè la destoricizzazione: non sanno la storia. E’ un lungo lavoro che ci attende».

Il socio dell’LCPE Giuseppe Piro ha fatto presente che a Verona ormai da 7-8 anni alcuni esuli vanno nelle scuole per la formazione dei giovani e che il Comitato ANVGD ha assegnato qualche anno fa al prof. Bernardi il Premio “Tanzella”.

Il consigliere Lino Vivoda ha ricordato che nella strage avvenuta a Oderzo alla fine della guerra perirono ben 10 polesani, tra cui Romano Mignani, suo compagno di scuola all’elementare “Dante Alighieri” di Pola e figlio di un fascista.

Al termine, il sindaco Canevari e il vicesindaco Sidari hanno consegnato ai presidenti Somma, Radin e Tremul la ponderosa copia anastatica in tre volumi dei numeri de “L’Arena di Pola” dal 1945 al 1947 realizzata dall’LCPE.

Tullio Canevari ha quindi letto un passo tratto dal libro Istria d’amore che recita: «L’Istria ha un popolo di molte nazioni. Il futuro è nelle regioni, senza paura che la regione rompa la sacra unità». Quindi ha consegnato al prof. Ulderico Bernardi la benemerenza “Istria terra amata” 2015 in segno di riconoscenza «per la sua opera di tutta una vita e per l’amore che porta all’“Histria Terra” e alle sue popolazioni e, tra queste, a noi suoi figli, esuli in Patria». Il docente ha ringraziato l’LCPE per il riconoscimento e Leonardo Bellaspiga per la bellissima riproduzione dell’Arena in argento.

(L'Arena di Pola luglio 2015)

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 04 maggio 2016 )